Allarme in America Latina: stop all’export di plastica USA

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Un primato poco invidiabile

Non è una novità per nessuno. Come tutti ben sappiamo, Stati Uniti e Cina guerreggiano a distanza, per così dire, al fine di conquistare la leadership economica mondiale. Il principale settore nel quale le due superpotenze sono avverse è quello economico. Chi riuscirà ad arricchirsi maggiormente sarà infatti anche in grado di attrarre a sé la maggior parte dei Paesi mondiali, tramite accordi commerciali maggiormente vantaggiosi. Come spesso accade, però, ancora una volta è l’ambiente la vittima di questi schemi. Secondo un recente report, riportato sulle pagine del Guardian, gli USA sarebbero recentemente diventati primatisti tra i Paesi produttori del maggiore inquinamento da plastica. La conquista, per così dire, di questa vetta avrebbe dato modo agli States di togliere da quel plateau proprio la bandiera cinese. Precedentemente, infatti, era lo stesso dragone il Paese che produceva il maggior inquinamento da plastica a livello mondiale.

Ciò si deve principalmente all’ultima frontiera tecnologica, alle nuove tecniche che consentono di generare plastica monouso a un costo stracciato. La pandemia in questo non ha certo aiutato: pensiamo soltanto alle mascherine, alle loro confezioni sterili in plastica monouso o a tutte le siringhe contenenti le dosi di vaccino che restano vuote dopo la somministrazione. Per rispondere a una domanda emergenziale, si è accelerata la ricerca per arrivare a una produzione rapida di prodotti plastici. Quello a cui non pensiamo è cosa accada al termine del ciclo vitale di quella plastica. Consideriamo che buona parte di essa termina negli oceani, dove ferisce o uccide fauna e flora marine, danneggia gli ecosistemi e, da ultimo, contamina la catena alimentare per chiunque consumi pesce, esseri umani compresi.

L’avvento della plastica

Dal 1960 in avanti, quando si è cominciata a usare massicciamente la plastica, un materiale per l’epoca rivoluzionario e che sembrava essere una vera e propria manna vista la sua duttilità di utilizzo, il consumo di plastica nel mondo è sempre aumentato. Gli Stati Uniti sono da sempre tra le nazioni più innamorate di questo materiale.

I dati statunitensi sull’utilizzo di questo materiale fanno impallidire. Il Paese produce ogni anno 42 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Per relazionarci meglio al grande numero, pensiamo che è come dire che ogni americano produce, da solo, 130 chili di rifiuti in plastica ogni 12 mesi. Se sommiamo la massa di rifiuti in plastica prodotta da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, nello stesso periodo, non arriviamo a quel totale. Le infrastrutture per il riciclo operative negli USA non riescono a stare al passo e, per tal motivo, un’altissima percentuale di questa plastica non viene riciclata e deve essere smaltita in altro modo.

Secondo alcune stime, ogni anno 8,8 milioni di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. È come gettare un camion pieno di scorie plastiche in mare ogni 60 secondi. Di questo passo nel 2030, dunque fra neanche 10 anni, potremmo raggiungere l’incredibile totale di 53 milioni di rifiuti in questo materiale scaricati annualmente in acqua, poiché la produzione si sta moltiplicando. Questa cifra è circa il 50% del peso totale dei pesci che peschiamo ogni anno. Gli USA hanno un ruolo di primo piano in questo, a causa della loro infatuazione per la plastica.

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La tratta della plastica

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Foto di Darkmoon_Art da Pixabay 

Gli Stati Uniti hanno un problema non da poco: cosa fare con i rifiuti plastici? Pare che la soluzione trovata dagli States sia quella di spedirli in altre regioni del mondo. Secondo un dossier redatto da alcune associazioni ambientaliste in America Latina, Gli USA avrebbero raddoppiato l’esportazione dei rifiuti di plastica verso la regione. I dati si riferiscono ai primi 7 mesi dell’anno 2020 e non ne abbiamo a disposizione di più recenti. Sapendo però quanta plastica giri in America settentrionale, non stupiamoci se la tendenza fosse riconfermata dai dati più recenti.

L’America del sud, geograficamente prossima agli Stati Uniti, vanta un costo del lavoro ben più basso di quello USA. Da quando, nel 2015, la Cina annunciò di non voler più essere la discarica del mondo e serrò i porti alle navi che trasportavano rifiuti, dopo essere stata per decenni la destinazione privilegiata di questi container, gli USA si sono visti costretti a diminuire l’export di immondizia verso Oriente.

Il Messico accetta oltre il 75% dei rifiuti di plastica inviati in America Latina. Tra il gennaio e l’agosto del 2020, il periodo di cui si è occupato il dossier, lo Stato centramericano ha ricevuto oltre 32.650 tonnellate di rifiuti, più di quelli spediti in El Salvador ed Ecuador. Last Beach Cleanup, un gruppo ambientalista con sede in California ha eseguito i calcoli.

Una normativa preistorica

Il diritto internazionale tassa, in maniera pesante, e restringe l’export di rifiuti nocivi e tossici. In realtà però, i controlli effettivi sono abbastanza scarsi nei maggiori porti mondiali. Inoltre la normativa sugli scarti in plastica è cambiata solo nello scorso gennaio 2021. Precedentemente a tale data, infatti, la plastica esportata per il riciclo non sottostava a questa norma. Ciò significa che era davvero semplicissimo etichettare container pieni di rifiuti nel materiali come da riciclare e poi mandarli a riempire discariche nel terzo mondo, in Paesi che non sono in grado neppure di riciclare la propria spazzatura, ma accettano volentieri quella che l’Occidente gli spedisce, dietro pagamento.

Un report firmato GAIA (Global Alliances for Incinerator Alternatives) stima che il settore dei rifiuti in plastica è destinato ad aumentare nel prossimo futuro, in America Latina. Imprese statunitensi e cinesi sarebbero infatti pronte ad aprire poli di riciclo a queste latitudini. Ciò comporterebbe l’effettiva esistenza di centri per riciclare in loco ma anche la loro destinazione estera e non locale. Di fatto, la plastica dell’America del Nord dovrebbe farsi un viaggio lungo mezzo oceano – con tutto il costo connesso in termini di emissioni – per venire riciclata in Cile, Perù o Brasile. Arriveremmo al colonialismo 2.0, quello ambientale.

Plastica, greenwashing e rigurgiti coloniali

“L’esportazione di rifiuti in plastica è, probabilmente, una delle espressioni più nefaste della commercializzazione di beni non comuni. È una occupazione coloniale di territori del Sud del mondo per sfruttamento, per renderli zone sacrificabili. I Caraibi e l’America Latina non sono il cortiletto degli USA, bensì territori sovrani. Domandiamo rispetto per la nostra gente e la nostra natura.”

Ha affermato Fernanda Solìz, direttrice dell’area salute presso l’Università Simon Bolivar in Ecuador, al Guardian.

Nel 2019 la maggior parte delle nazioni del mondo sottoscrisse l’abbandono della creazione di rotte commerciali che spostassero i rifiuti in plastica dal nord economicamente più sviluppato del Pianeta verso il secondo e terzo mondo. Si tratta del cosiddetto emendamento sulla plastica alla convenzione di Basilea. L’accordo impedisce specificamente l’export di rifiuti plastici da entità statunitensi private ad aziende site in Paesi in via di sviluppo, in mancanza di una esplicita autorizzazione dei governi di tali nazioni. Gli States sono uno di quei Paesi che non ha firmato l’accordo e ha continuato, in maniera indisturbata, a spedire i suoi rifiuti in America Latina, Africa e Sud-est asiatico.

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Foto di Maruf Rahman da Pixabay 

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Pesci grossi e pesci piccoli

La posizione di forza della potenza economica USA crea un circuito per il quale, tristemente, ai Paesi in via di sviluppo conviene accettare questi rifiuti. La tratta della plastica, infatti, è un’attività redditizia per entrambe le parti: gli States investono nei Paesi che avvelenano, edificando poli di riciclo che creano lavoro e/o contribuendo in altri progetti di sviluppo economico locali, in cambio del benestare dei governi meno abbienti. Come afferma Camila Aguilera, portavoce di GAIA, però, in questa maniera:

“I governi regionali falliscono in due aspetti: Il primo è quello della dogana. Non sempre, infatti, sappiamo con certezza che cosa sia contenuto nei rifiuti accettati per il riciclo. In secondo luogo, questi esecutivi hanno firmato il trattato di Basilea e così facendo lo tradiscono puntualmente. È importante poi acquistare contezza relativamente al riciclo. Le economie del nord mondiale sono orgogliose di riciclare, tanto da non porsi neppure il problema di sviluppare la propria economia e organizzarsi per compiere il passo successivo, quello che farebbe davvero bene al Pianeta: ridurre la produzione di rifiuti mirando all’impatto zero. Nessun governo tratta la plastica alla stregua di un rifiuto tossico ma, in realtà, le due cose sono davvero molto simili.”

Aguilera si riferisce al fatto che, alla dogana, nessun funzionario si prende la briga – e il rischio sanitario connesso – di verificare che cosa sia davvero contenuto all’interno dei container che trasportano rifiuti in plastica destinati al riciclo. È dunque possibile che le aziende inquinanti del primo mondo approfittino di questa assenza di controlli per spedire rifiuti pericolosi, magari tossici e chissà, forse addirittura radioattivi, in questi Paesi, al fine di lavarsene le mani.

Grandi banche o grandi inquinatori? Chi finanzia i nemici del clima

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La pandemia sta minando il mondo, lo sappiamo. Tra i tanti auspici per il post-coronavirus, numerose voci si alzarono per suggerire un cambiamento, dal momento che il pianeta sarebbe stato forzato a ripartire. L’economia green era vista da molti come la chiave forse più importante al fine di segnare un netto stacco tra il mondo pre e post COVID-19. Al solito però, sembrerebbe che si sia predicato bene per razzolare male. Le grandi banche, incuranti dei disagi pandemici, hanno continuato per tutto il 2020 a finanziare il settore dei combustibili fossili. Gli investimenti in questo ambito sarebbero addirittura superiori a quelli versati nel 2016.

La situazione tratteggiata nel corso della sedicesima edizione del Fossil Fuel Financing Report non arride agli ecologisti. Si tratta del più completo rapporto a nostra disposizione sul finanziamento delle grandi banche ai petrolieri e al settore del fossile. Già il titolo del report è abbastanza chiarificatore: Banking on Climate Chaos 2021.

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Elaborazione grafica di OpenClipart-Vectors da Pixabay 

Dopo tanti articoli, anche de L’EcoPost, che hanno esaminato i rapporti tra alte sfere finanziarie ed economia del petrolio, ormai questa situazione non dovrebbe neanche stupirci più di tanto. Eppure non dobbiamo distogliere la nostra attenzione da questa vicenda. È necessario mantenere ben chiaro chi siano davvero i nemici del clima. Occorre conoscere chiunque si schieri nel campo degli inquinatori seriali. Abbiamo bisogno di sapere a quale gioco stiano giocando le grandi banche.

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Chi punta il dito contro le grandi banche

Banking on Climate Chaos 2021 è stato pubblicato da un’alleanza di associazioni che si battono per l’ambiente. Tra queste troviamo Sierra Club, Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, Reclaim Finance, BankTrack e Oil Change International. Alle spalle di questi aprifila, se così vogliam definirli, troviamo altre 300 organizzazioni provenienti da oltre 50 Paesi. La coalizione di queste ONG unite nella lotta al surriscaldamento globale spiega come il rapporto documenti “un allarmante scollamento tra il consenso scientifico globale sul cambiamento climatico e le pratiche delle più grandi banche del mondo.”

Nel servizio di Retesette una manifestazione, nell’estate 2019, dei ragazzi di Fridays For Future per chiedere alle grandi banche di smettere di investire in combustibili fossili.

I risultati della ricerca

Il rapporto 2021 ha allargato la sua inchiesta. Se fino allo scorso anno si prendevano in esame gli investimenti di 35 grandi banche, quest’anno si è passati a 60. Tutti i gruppi analizzati provengono dall’insieme dei più grandi poli bancari al mondo. I risultati di questa ricerca portata avanti sui dati 2020, si anticipava, non sono certamente entusiasmanti per quanto riguardi l’ambiente.

“Nei 5 anni dall’adozione degli accordi di Parigi, queste banche hanno pompato oltre 3,8 trilioni di dollari nell’industria dei combustibili fossili. Il finanziamento è stato più elevato nel 2020 rispetto al 2016. La tendenza è in diretta opposizione all’obiettivo dichiarato nell’Accordo di ridurre le emissioni di carbonio rapidamente. ” Il target, infatti, è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto ci dimostra come i detentori del potere economico-finanziario, stiano procedendo in direzione ostinata e contraria – per citare non in maniera casuale il più noto dei cantautori italiani.

Grandi banche e grande inquinamento

“Anche in mezzo a una recessione indotta da una pandemia, la quale ha portato a una riduzione generale del finanziamento dei combustibili fossili di circa il 9%, nel 2020 le 60 maggiori banche hanno comunque aumentato di oltre il 10% i loro finanziamenti alle 100 compagnie più responsabili dell’espansione dei combustibili fossili.” Il rapporto introduce oltre 20 casi di studio per supportare la propria tesi. Si tirano ad esempio in ballo progetti come l’oleodotto delle sabbie bituminose Line 3 oppure l’espansione delle operazioni di fracking sulle terre delle comunità indigene Mapuche nella Patagonia argentina.

Banking on Climate Chaos 2021 indica i maggiori finanziatori di combustibili fossili in tutto il mondo. Molti dei nomi che compaiono nel rapporto sono oltremodo noti. JPMorgan Chase sarebbe il principale investitore nel fossile a livello mondiale. RBC il maggiore in Canada; Barclays il suo omologo nel Regno Unito; Bank of China rappresenta il poco invidiabile leader di questa classifica in Cina e MUFG in Giappone. Nell’UE la maglia nera va a BNP Paribas mentre in Italia a Unicredit (trentacinquesima banca mondiale per investimenti neri), seguita a stretto giro da Intesa San Paolo (quarantacinquesima al mondo). Numerosi di questi sono leader assoluti nei loro settori di riferimento: finanza, gestione del risparmio e/o investimenti e trading.

In generale, gran parte delle banche con sede negli USA dimostra di essere tra le maggiori fomentatrici delle emissioni globali. Abbiamo puntato il dito contro JPMorgan in quanto si tratta della peggiore banca fossile al mondo; ma è in buona compagnia. Gli ambientalisti, si ricorda nel rapporto, sottolineano come “Chase si sia recentemente impegnata ad allineare il proprio investimento con il trattato di Parigi. Tuttavia continua a finanziare, sostanzialmente senza restrizioni, i combustibili fossili. Dal 2016 al 2020, le attività di prestito e sottoscrizione di Chase hanno fornito quasi 317 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Il 33% in più di Citi, la seconda peggiore nel periodo.”

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Foto di Ana Gic da Pixabay 

Una cattiva politica

Quel che si può concludere dopo aver esaminato il report è come, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, la gran parte delle banche tiene una cattiva politica nei confronti dell’ambiente. È scoraggiante dover rilevare come numerosi istituti creditizi continuino imperterriti nella loro opera di finanziamento al fossile.

Se un piccolo sorriso ci nasce in volto dopo aver letto come la banca Wells Fargo, una delle storicamente meno attente alla questione ambientale sia scivolata da quarta a nona peggior banca fossile; ecco che quello stesso sorriso si riassorbe prendendo in esame BNP Paribas, la quale l’ha subito sostituita sul podio di legno. È la prima volta in 5 anni che Wells non occupa una delle prime quattro posizioni, in questa classifica che potremmo definire vergognosa nel 2021. I suoi finanziamenti alle energie non rinnovabili si sarebbero ridotti di un 42%. Ci auguriamo che sia il primo passo di un percorso da istituto virtuoso e non un episodio dovuto, magari, ad un anno di crisi. Sul piatto opposto della bilancia c’è BNP, la quale è proprietaria dell’insegna statunitense Bank of the West, un istituto che ama presentarsi come molto attento al clima.

In realtà, leggiamo nel rapporto: “BNP Paribas ha fornito nel 2020 41 miliardi di dollari in finanziamenti fossili.” Si tratta del più grande aumento assoluto, in percentuale, per quanto riguarda il supporto economico a questa industria. Ciononostante, la banca è solita schierarsi apertamente contro i finanziamenti al petrolio e ai gas non convenzionali.

L’ambiente e le grandi banche

Dopo aver riportato con precisione certosina i dati relativi agli investimenti delle grandi banche contro il clima, il rapporto si conclude con un’analisi delle politiche ambientali degli istituti. Il giudizio complessivo è naturalmente tutt’altro che positivo. Ciò è inevitabile, alla luce di quanto abbiamo riportato fin qui.

Gli impegni esistenti delle banche nei confronti del clima sono definiti come “gravemente insufficienti e fuori asse con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Su tutta la linea. Le politiche bancarie di alto profilo sull’obiettivo lontano e mal definito di raggiungere il net zero entro il 2050. Oppure sulla limitazione dei finanziamenti per i combustibili fossili non convenzionali. In generale, le politiche bancarie esistenti per quanto riguarda le restrizioni per il finanziamento diretto ai progetti. Eppure, questo aspetto rappresentava solo il 5% del finanziamento totale dei combustibili fossili analizzato in questo rapporto».

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Foto di marcinjozwiak da Pixabay 

La posizione dei nativi americani

Vittime privilegiate di questo modello d’investimento sono, inevitabilmente, le comunità più povere sul pianeta. Particolarmente colpite sono le tribù indigene, visto il loro speciale rapporto con la terra come suolo e la Terra come pianeta, esse parlano infatti di Madre Terra. Gran parte di questi investimenti rappresentano per queste comunità un diretto attacco ai loro valori e alle loro risorse. Lo ha spiegato bene Tom Goldtooth, il direttore esecutivo di Indigenous Environmental Network, una delle associazioni che ha partecipato alla stesura del report.

“Dobbiamo capire che finanziando l’espansione del petrolio e del gas le principali banche del mondo hanno le mani insanguinate. Nessun green-washing, carbon markets, techno-fixes non provato o net zero può assolverle dai loro crimini contro l’umanità e la Madre Terra. Le terre indigene, in tutto il mondo, vengono saccheggiate. I nostri diritti intrinsechi vengono violati e il valore delle nostre vite è stato ridotto a nulla di fronte all’espansione dei combustibili fossili. Queste banche devono essere ritenute responsabili della copertura del costo della distruzione che causano al nostro pianeta.”

Il monito di Goldtooth nasce come manifestazione del profondo disagio dei nativi americani, le cui terre sono violentate dagli oleodotti che trasportano petrolio tra USA e Canada. Le sue parole, però, possono tranquillamente diventare le nostre. Tutti ci troviamo di fronte a questa amara realtà, non soltanto le comunità indigene. L’economia non può avere il sopravvento sulla salute del nostro pianeta e , di conseguenza, su quella degli esseri umani. Banking on Climate Chaos 2021 ci indica come, però, stia avvenendo proprio questo. Finché la grande finanza e i poteri economici forte sosterranno il fossile, sarà davvero difficile portare a compimento quella transizione energetica di cui il pianeta ha bisogno.

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Decarbonizzazione: parte la Mission Possible a Davos

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Una coalizione per decarbonizzare

Durante il World Economic Forum di Davos, svoltosi quest’anno in formato virtuale, date le note problematiche legate alla pandemia, sono state gettate basi per una interessante iniziativa ambientale. Parliamo di una coalizione a cui hanno aderito oltre 400 aziende che si pone come obiettivo finale la decarbonizzazione di industria pesante e trasporti. Questi due settori contribuiscono largamente al cambiamento climatico.

La coalizione si è data l’accattivante nome di Mission Possible. In tal modo, si vuole fare il verso al celebre film d’azione con Tom Cruise, impegnato a portare a termine varie operazioni considerate impossibili. Clienti, fornitori, banche, azionisti e autorità, tutti questi attori sono coinvolti in Mission Possible. Si punta a raggiungere emissioni nette pari allo zero. Alle spalle ci sono finanziatori importanti quali Bezos Earth Fund e Breakthrough Energy. Il consorzio è un ottimo modo per porre in essere il concetto di stakeholder capitalism di cui tanto si è parlato ultimamente nelle sale del World Economic Forum; almeno sulla carta.

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Davos Agenda 2021 contro il cambiamento climatico

Le fondamenta di questa alleanza furono gettate da Antonio Guterres, segretario generale ONU, al vertice sul clima tenutosi nel 2019. Egli propose per primo di portare l’industria pesante – dal settore siderurgico a quello dei trasporti aerei e marittimi – a ridurre la propria impronta di carbonio abbassando le emissioni di CO2.

Greta Thunberg, la nota attivista ambientale svedese, ha voluto registrare un messaggio per il Forum di Davos. La giovane ha posto l’accento su come si faccia troppo poco per l’ambiente, all’infuori di un grande chiacchiericcio

Mission Possible è forse la voce che risuona più forte all’interno della Davos Agenda 2021. Ne sono partner principali, oltre al World Economic Forum (d’ora in avanti WEF); Energy Transitions Commission; Rocky Mountain Institute e la coalizione We Mean Business.

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L’importanza della coalizione per la decarbonizzazione

Dalla comunicazione ufficiale rilasciata dal WEF, si capisce come a Davos vogliano puntare con convinzione su Mission Possible. “La partnership aiuterà un maggior numero di settori industriali a mobilizzare risorse e allinearsi con un maggior numero di organizzazioni. In tal modo accelereremo la corsa verso le emissioni zero. Questa iniziativa aiuterà industrie a utilizzo intensivo di CO2 a raggiungere i loro traguardi e realizzare il cambiamento sistemico necessario per portare a termine il chiaro percorso verso l’abbattimento delle emissioni.”

Si è parlato in apertura di come abbiano aderito a Mission Possible oltre 400 aziende. Ebbene, tra di esse vi sono alcuni nomi i quali, francamente, hanno ben poco a che vedere con la sensibilità ambientale. Ciò non toglie che, ci auspichiamo, potrebbero essere veramente mossi a cambiare le proprie politiche economiche, allineandosi con le aziende che si stanno già muovendo nel concreto per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. Alcuni dei brand che hanno aderito alla coalizione – e che ne sono stati nominati guida – sono Arcelor Mittal, Maers e Shell.

Decarbonizzazione: una mobilitazione globale

Da settori hard-to-abate alle emissioni zero

Acciaio, cemento, chimica, alluminio, trasporti navali, aerei e pesanti su gomma; tutti questi settori si contraddistinguono per una peculiarità che li accomuna: inquinano moltissimo. È proprio qui che sta l’importanza di questa coalizione. Potrebbe veramente essere la volta buona che questi giganti dell’inquinamento si alleino per diminuire il proprio impatto ambientale. Se queste industrie divenissero sostenibili, sarebbe un vero e proprio punto di svolta nella battaglia per il clima e il futuro del pianeta. Non potremmo infatti essere troppo ottimisti sulle sorti del global warming, qualora non coinvolgessimo in prima persona gli attori principali delle emissioni, quelli provenienti dai settori cosiddetti hard-to-abate (ovvero che hanno difficoltà a ridurre il proprio impatto ambientale.)

Impegno concreto

Nel tweet incorporato l’impegno di WEF e delle aziende coinvolte per ottenere emissioni zero al più presto

Naturalmente, gli antefatti sono molto positivi. Quella appena riportata non può che essere una grande notizia per ogni ambientalista, così come per chiunque sia un minimo interessato alle sorti del pianeta su cui abita. Al solito, però, un conto è fare proclami, un altro impegnarsi nel concreto a raggiungere quegli ambiziosi obiettivi che si dichiarano in pubblico.

Bisognerà impegnarsi lungo l’intera catena del valore e della produzione nei settori elencati. Sarà necessario coinvolgere i competitor per stipulare accordi comuni, vincolanti da ambedue le parti, che impegnino ognuno a fare la propria parte di azione climatica. Gli impegni presi a Davos dovranno diventare piani credibili, volti a supportare la decarbonizzazione già in tre anni, a partire dal 2024 come si è messo per iscritto.

“Non si tratta solo di alcune aziende che si vogliono impegnare per il clima. Dobbiamo riunire l’intera catena di approvvigionamento, in modo che ogni settore abbia un incentivo a decarbonizzare. Soltanto così tutti lavoreranno più velocemente per ridurre le proprie emissioni.” Sono le parole di Maria Mendiluce, CEO della coalizione We Mean Business. Nell’illustrare all’agenzia di stampa Reuters il senso di Mission Possible, Mendiluce sintetizza ottimamente la strada che si vuole intraprendere. Non possiamo che augurarci di cuore che questi obiettivi vengano presto raggiunti.

L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

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Un noto modo di dire recita che l’acqua è oro. Ora non si tratta più soltanto di un proverbio, in quanto l’acqua è stata effettivamente quotata in borsa. Sarà dunque d’ora in avanti consentito, perfettamente lecito, speculare anche su un bene di tale importanza. Il capitalismo della grande finanza ci è finalmente riuscito, ha abbattuto anche l’ultimo tabù.

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La situazione

Ne avevamo avuto una anticipazione in settembre, quando si era cominciato a parlare di una possibile quotazione a Wall Street per l’acqua. Ora quelle previsioni sono tristemente divenute realtà. Come riferisce CME Group, uno dei principali marketplace derivativi mondiali, è stato creato, internamente all’indice NASDAQ, un mercato dedicato all’acqua. Il nome che gli è stato dato è NASDAQ Veles California Water Index e i suoi fautori ne parlano come del futuro dell’acqua. La realtà appare un pò diversa e l’unico futuro positivo sembra essere quello dei soliti speculatori.

Ricorderete che in Italia votammo, qualche anno fa, un referendum apposito per decidere se mantenere l’acqua come bene pubblico. Il risultato fu piuttosto chiaro, con la netta maggioranza degli elettori che si schierarono con questa posizione. Evidentemente, nel mondo questa idea non è poi così diffusa. Della notizia della quotazione in borsa dell’acqua si è parlato davvero poco, con i giornali ben più presi a raccontarci che cosa potremmo fare o non fare a Natale e Capodanno, quali saranno i piani vaccinali nel mondo e se Matteo Renzi farà davvero cadere il governo Conte. Eppure la questione dell’acqua è ben più importante.

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In che modo l’acqua è divenuta una merce

Chi gioca in borsa non ha interesse nel bene comune. Tutt’altro, quanto più una merce diventa rara tanto più acquisisce valore, dunque può farmi guadagnare, e pure tanto. Poco importa se il mio investimento darà origine a un domino di guerra, povertà e morte; il mondo in cui viviamo è spaccato, diviso da una forbice amplissima, in continuo aumento. Da una parte i ricchi, enormemente abbienti, persino troppo; dall’altra i poveri, persone che non hanno letteralmente di che mangiare; in mezzo una classe media che si assottiglia sempre di più.

L’acqua potabile inizia a scarseggiare. Ne abbiamo già scritto altre volte. Recenti studi hanno dimostrato che ghiacciai e montagne, duramente provati dalla crisi climatica, non riescono più a stoccare e immagazzinare H2O. Le stime per il prossimo future parlano di una possibile ecatombe. In qualche lustro ci ritroveremo impantanati in una crisi idrica planetaria che causerà la morte, per sete, di un numero di persone che potrebbe anche arrivare a due miliardi. Si tratta di un disastro annunciato. Proprio per questo, la grande finanza ha pensato che, tra poco tempo, il prezzo della risorsa comincerà ad oscillare. Perché allora non rendere l’acqua oggetto di investimenti e speculazioni? Perché non arricchirsi sul dramma cui stiamo andando incontro?

Già oggi lo sfruttamento idrico da parte dell’uomo è eccessivo, spesso fuori controllo. Industria e settore primario stanno depauperando sempre più le risorse acquifere del nostro pianeta. L’acqua sembra largamente disponibile, visto che la Terra si compone principalmente di essa, eppure la stragrande maggioranza di essa non è potabile.

La quotazione dell’acqua

La settimana scorsa, l’8 dicembre, il Veles California Water Index quotava l’acqua a 486,53 dollari per piede acro. Questa misura, abbastanza desueta in Europa, è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. Un piede acro equivale a 1233 metri cubi. Secondo gli esperti di CME, il fatto che l’acqua sia entrata in borsa è un bene, poiché questa manovra sarà in grado di consentire una migliore gestione del rischio futuro legato ad essa.

Si legge sul sito del marketplace: “Due terzi della popolazione mondiale affronteranno la scarsità d’acqua entro il 2025. Tale crisi rappresenterà un rischio crescente per imprese e comunità in tutto il mondo. In particolare il mercato dell’acqua della California, che vale oltre 1 miliardo di dollari, ne soffrirà in maniera decisa. Grazie ad una forte partnership con il NASDAQ, nonché sulla nostra comprovata esperienza di 175 anni nell’aiuto all’utente finale per la gestione del rischio nel mercato delle materie prime essenziali, abbiamo stipulato un nuovo contratto idrico.” Così descrive l’Index Tim McCourt, responsabile di questo indice azionario e di prodotti d’investimento alternativo per CME.

Il solo utilizzo del termine utente finale parlando di acqua è raccapricciante. Senza alcun buon senso, queste persone parlano di una risorsa fondamentale alla vita come se si trattasse di uno stock di partecipazioni in questa o quell’altra società per azioni. I dati da cui ha mosso il gruppo parlano chiaro. In California ci sono nove milioni di acri di terreno coltivato e il 40% dell’acqua consumata nel maggiore Stato americano è destinato all’irrigazione di queste terre. Ricordiamo che un acro – altro valore in uso nel mondo anglosassone, ove è prassi impiegare misurazioni originali, per così dire – corrisponde a 4046,87 metri quadrati. A detta di CME, l’indice consentirebbe ad ogni produttore di pianificare in anticipo. Prevedendo la modifica del costo base dell’acqua di cui necessita per irrigare, egli potrebbe progettare le sue spese su larga e larghissima scala per il prossimo futuro.

In questo esaustivo contributo video, i dettagli sull’entrata dell’acqua in borsa. Non tutte le opinioni dell’autore corrispondono a quelle de L’EcoPost ma la spiegazione della vicenda è utile a tutti.

Il lancio del primo future acqua

I future dell’acqua, essendo entrati a Wall Street, saranno ora regolati secondo le vigenti norme finanziarie. I contratti acquistati saranno trimestrali, fino al 2022. Ognuno di essi si riferirà a 10 piedi acri di oro blu. È forse necessario, prima di continuare oltre, precisare che cosa si intenda con il termine future. Si tratta di un contratto derivativo, negoziato su un mercato regolamentato. Acquirente e venditore si scambiano una determinata quantità di una specifica attività – reale o finanziaria – a un prezzo prefissato. La liquidazione di questa quantità è riferita ad una data prossima, futura, da qui il termine.

Il future idrico è unico nel suo genere. L’indice fissa un prezzo di riferimento, settimanale. sui diritti legati all’acqua in California. Il prezzo è spot, come si dice in gergo, ovvero corrispondente ad una consegna immediata, al momento stesso della stipula e firma del contratto di compravendita. Può sembrare un’inutile puntualizzazione ma i prezzi in borsa oscillano continuamente e possono variare anche in poche ore. Il costo viene calcolato sulla media ponderata del valore dell’acqua in base alle transazioni nei cinque maggiori mercati californiani.

L’acqua debutta a Wall Street come prima di lei hanno fatto oro, petrolio e altre materie prime. Agricoltori, enti municipali e naturalmente anche fondi speculativi sono ora in grado di scommettere sulla futura disponibilità di acqua nello Stato californiano. Il caldo distretto è il principale mercato agricolo USA e rappresenta, da solo, la quinta economia mondiale. Dal momento che l’acqua è ora una merce, qualcuno potrebbe pensare di inquinarla e sporcarla per renderla più costosa, magari dopo essersene assicurato una buona quantità sul mercato. In fin dei conti, queste sono spesso le regole del gioco speculativo: compra a poco, rendi la merce più desiderabile e poi rivendila a tanto. Just win, baby.

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Cosa attendersi ora?

Non è un caso se il momento in cui l’acqua californiana entra in borsa sia proprio questo. Lo Stato con l’orso grigio sulla bandiera – simbolo di forza – è stato devastato dagli incendi divampati al termine della scorsa estate sull’intera costa occidentale. Inoltre, la California sta uscendo da una siccità lunga ben otto anni. Stravolgimenti ambientali, anche di grande impatto, sono ormai all’ordine del giorno come ben sa chi ci legge con frequenza e numerosi di essi hanno a che fare con la mancanza idrica (siccità, carestie e desertificazione). Si deve probabilmente soprattutto a questo antefatto la creazione dei contratti sull’acqua depositati a Wall Street. Il momento era ghiotto per ideare coperture del genere e venderle sia a coltivatori e, per esempio, aziende elettriche – grandi consumatori di acqua – sia per segnalare a tutti gli investitori del mondo la scarsità della risorsa. È lecito chiedersi se non ci fosse altro modo.

“Probabilmente il cambiamento climatico, la siccità, la crescita della popolazione e l’inquinamento renderanno la questione della scarsità d’acqua e dei suoi prezzi un tema caldo negli anni a venire. Terremo sicuramente d’occhio gli sviluppi di questo nuovo contratto future sull’acqua.” Nel pensiero di Deane Dray, amministratore delegato e analista per RBC Capital Markets – importante banca d’investimento canadese, impegnata sul mercato bancario e finanziario – c’è la sintesi dell’approccio del mondo dei capitali a questa mercificazione dell’acqua. Al mondo della finanza importa ben poco del contesto ambientale circostante, il focus degli addetti ai lavori è soltanto sul rollover.

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MacArthur Foundation: cinque benefici dell’economia circolare per il cibo

In questo 2020 di crisi pandemica, l’insicurezza alimentare diventa, ancora una volta, il perno di una riflessione profonda. Da un lato, la difficoltà nel reperire alcuni prodotti induce alla corsa ai supermercati; dall’altro, pensare a una modalità differente di concepire l’intera filiera è molto difficile. Tra distorsioni evidenti del mercato e allontanamento dalla stagionalità di frutta e verdura, si inserisce il report “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. La Fondazione Ellen MacArthur, che ha lo scopo di sviluppare e promuovere l’idea di economia circolare, ha recentemente condiviso cinque conseguenze, sostenibili dal punto di vista ambientale, climatico e sanitario. Esse sono: rigenerare i sistemi naturali, combattere il cambiamento climatico, aumentare l’accesso a cibo nutriente, aiutare le comunità locali e, infine, risparmiare e creare valore.

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Crisi e fame di giustizia

«La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano la paura di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anzichè le cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia -e non la scarsità di cibo- sono tuttora le cause principali della fame.»

Riflettono così Eric Holt-Gimenéz e Raj Patel con Annie Shattuck,nel loro libro “Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia“, pubblicato 11 anni fa, a seguito della crisi del 2008. Una situazione che si è ripetuta da marzo, costringendo tutti a ripensare ai propri consumi. Il Nobel per la Pace, poi, assegnato al Programma Alimentare Mondiale, ribadisce come il cibo debba ritornare al centro di un dibattito acceso. Trovare soluzioni a problemi complessi può aiutare ad allenare competenze fondamentali, in un tempo di instabilità climatica, economica e sociale.

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Conoscenza e responsabilità: un’economia circolare per il cibo

Affrontare con responsabilità le sfide di approvvigionamento alimentare è il primo passo per renderlo realmente sostenibile. Circa un quarto delle emissioni globali di gas serra sono riconducibili alla deforestazione, agli allevamenti intensivi e a un errato management del suolo. La minaccia per l’ambiente è evidente. Il sistema lineare di produzione è, quindi , non sostenibile e, per questo, sull’orlo del baratro.

Non tutto è perduto. Esistono, infatti, dei progetti per ristabilire una connessione reale tra consumatore e produttore. La linearità deve essere soppiantata da una visione circolare. I cinque benefici riportati dalla Fondazione Ellen MacArthur sono ambiziosi, ma non per questo impossibili.

La rigenerazione dei sistemi naturali

Rigenerazione è una parola fondamentale per i sistemi naturali. È necessario coniugare la necessità di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita con la protezione dell’ambiente. Tecniche di produzione sostenibili, resilienti, che migliorino la qualità del prodotti e del territorio, favoriscono il miglioramento delle aree e la loro resistenza a fenomeni climatici estremi. Per questo motivo, è utile puntare sulla diversità: delle sementi e del raccolto, in modo da supportare la rotazione. L’agrobiodiversità permette di proteggere specie animali e vegetali a rischio, ma una vera condivisione di conoscenze e tecniche è ancora poco diffusa.

Dipendiamo da pochissime varietà di semi, ma esistono alcuni esempi di cambiamento. Uno di questi è il chinampa, un orto galleggiante tradizionale del Messico. Questo tipo di produzione consentiva il sostentamento di 15/20 persone all’anno per ettaro.

Combattere il cambiamento climatico

Rimediare, attenuare, adattare: questi i verbi chiave per combattere il cambiamento climatico. L’economia circolare per il cibo potrebbe ridurre le emissioni del 49% entro il 2050. Per riuscire nell’intento, bisogna concentrarsi sulla diminuzione dello spreco e dell’utilizzo di fertilizzanti chimici, optando per quelli organici, in quanto quelli usati inquinano terreni e falde. Sfruttare il potenziale degli scarti per la produzione energetica può concorrere alla svolta green. Come si legge nell’approfondimento, «ogni anno le città generano più di 2,8 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari e soltanto il 2% di essi ritorna a far parte del sistema».

Così, dal 2016, è nata la “Piattaforma dell’Ue sulle perdite e sugli sprechi alimentari”, per prevenire la produzione di rifiuti e minimizzare la dispersione di risorse. Ogni anno, collabora con attori chiave pubblici e privati per identificare, misurare, analizzare e trovare delle soluzioni durature per dimezzare entro il 2030 la quantità pro capite a livello di dettaglianti e consumatori.

La risposta dei clienti può essere decisiva. Uno studio condotto dalla piattaforma Ue sulle perdite e gli sprechi alimentari, pubblicata a marzo 2020, ha divulgato alcune buone pratiche messe in atto a livello locale o nazionale all’interno dell’Unione Europea, per diminuire la pressione sulle attività commerciali durante la pandemia da Covid-19. Sono molte le realtà locali, a livello europeo, che cercano di diminuire lo scarto e, allo stesso tempo, far fronte alle difficoltà economiche della popolazione. Così, sono nate iniziative come “la spesa sospesa”, che permette di regalare beni di prima necessità a chi non è in grado di permettersi di comprarli.

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Accesso a cibo nutriente

L’economia circolare per il cibo è utile anche per riconnettere le città alle periferie.

La necessità di solidità e resilienza del sistema alimentare è alla base del superamento di momenti di crisi e motore di sviluppo. Gli eventi estremi che con maggior frequenza si abbattono sul continente europeo, la siccità e le catastrofi ambientali mettono in luce l’interrelazione tra lo stile di vita e le modalità di approvvigionamento e consumo. Il valore che i cittadini europei attribuiscono al cibo è alto. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione. Come dimostrato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la preoccupazione ,data dalla presenza di additivi come coloranti, conservanti o aromi utilizzati, di ingredienti geneticamente modificati e di tossinfezioni, nel 2019, è stata elevata.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale. Il beneficio deve essere condiviso da tutti, indipendentemente dalla posizione geografica. La redistribuzione del surplus, inoltre, può nutrire fino a un miliardo di persone entro il 2050.

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Supporto alle comunità locali

La nuova filiera alimentare dovrà basarsi sulla resilienza dell’intero processo, attraverso un coordinamento della risposta alle crisi dei sistemi alimentari, per garantire l’approvvigionamento e la sicurezza. Si devono scardinare quelle pratiche dannose e sostituirle con approcci locali, che stimolino la rinascita dell’agricoltura anche in altre zone, come le periferie o i loro centri. Accorciare le filiere risulta benefico non solo economicamente, ma anche perché è una modalità per avvicinare il produttore al consumatore. La dicotomia città-campagna, in ambito alimentare, deve essere superata.

Anche per questo è nata l’iniziativa Green Cities, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). «L’iniziativa FAO Green Cities migliorerà i mezzi di sussistenza e il benessere delle popolazioni urbane e periurbane di 1000 città in tutto il mondo entro il 2030, insieme all’ambiente urbano, rafforzando i collegamenti rurali urbani, la resilienza delle popolazioni urbane agli shock esterni e il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento, garantendo nel contempo l’accesso a diete sane provenienti da sistemi sostenibili.»

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Creare valore nell’economia circolare per il cibo

La sostenibilità economica non può essere tralasciata. Risparmi diretti e indiretti sono da tenere in considerazione. Interessante è il costo effettivo dei prodotti che mettiamo sulla tavola. Per ogni dollaro speso in cibo non controllato, le conseguenze sociali sono doppie, attestandosi sui due dollari. Una riduzione dei fertilizzanti e agenti chimici porta, nel breve periodo, a un miglioramento qualitativo del cibo. A lungo termine, esso è foriero di un cambiamento positivo dello standard di salute delle persone, che, quindi, potranno risparmiare in cure. Questo non solo permetterà l’elaborazione di un codice di condotta comune per le azioni di marketing, ma stimolerà pratiche sostenibili in tutte le fasi di trasformazione, minimizzando l’impiego di imballaggi e radicando modelli di business circolari.

«Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno.» riporta Caterina Ambrosini di EconomiaCircolare.com.

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Pensare a una vera economia circolare per il cibo

La sfida del cambiamento climatico deve condurre tutti gli attori a una visione condivisa di scelte radicali, magari inizialmente dolorose, ma che sono l’unica modalità per non rischiare di sprecare o mal utilizzare le risorse del nostro pianeta. Il report della MacArthur Foundation intende offrire una panoramica ambiziosa per una politica sempre più ecocentrica.

Per questo motivo, gli agricoltori e gli allevatori devono essere inclusi in un processo di innovazione, per avere gli strumenti per affrontare le nuove sfide alimentari. Se l’azione non dovesse risultare incisiva, a pagarne il prezzo più alto sarà l’intera struttura sociale, basata sul benessere e non sull’equilibrio con la natura.

Green jobs in Italia: 1,6 milioni di posti entro il 2024

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Focus-Censis-Confcooperative-In-Italia-1-6-milioni-di-green-jobs-entro-il-2024-eku68l

1,6 milioni di posti green: sono i dati riportati dal Focus Censis Confcooperative “Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l’Italia che ce la fa”. Il lavoro riporta quelli che sono i nuovi sbocchi occupazionali post-pandemici. Entro il 2024, più di 970 mila aziende richiederanno competenze elevate nella sostenibilità ambientale.

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Green jobs: cos’è il lavoro green?

La nozione di lavoro green è stata formulata dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, più di dieci anni fa. I lavori sono verdi “quando contribuiscono a ridurre le conseguenze negative per l’ambiente, promuovendo lo sviluppo di imprese ed economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale”. Possono essere impieghi in settori già esistenti, oppure hanno il potenziale per crearne di nuovi, emergenti, come le rinnovabili o fonti energetiche alternative.

Secondo l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono molteplici i risultati che si possono raggiungere. Innanzitutto, è possibile migliorare l’efficienza energetica, riducendo il consumo di materie prime e limitando le emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, è utile ricordare la diminuzione dei rifiuti e dell’inquinamento, così da proteggere e ripristinare gli ecosistemi e sostenere l’adattamento per gli effetti del cambiamento climatico.

Non tutti i lavori verdi sono uguali. Si differenziano, infatti, per procedimenti produttivi più o meno verdi, oppure per il mancato inquinamento di beni come l’acqua o il suolo.

Già nel 2008, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) aveva sottolineato come la nozione di lavoro green fosse in ascesa nei Paesi sviluppati, ma che stentasse ad affermarsi negli Stati con grande crescita economica, come Cina e Brasile. Gli effetti del cambiamento climatico, già visibili in molte aree del mondo, dovevano far intendere un cambio di passo immediato e deciso.

A dodici anni di distanza, sappiamo che le cose non stanno andando molto meglio. Un punto, però, rimane fermo: i green jobs sono un’opportunità da cogliere al volo, per completare la transizione energetica che ci consentirà di sopravvivere e di poter rigenerare la biodiversità che abbiamo distrutto.

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Green jobs e pandemia: quali opportunità?

Il lockdown ha fermato molti lavori. Guy Ryder, Direttore Generale dell’ILO ha affermato che “per milioni di lavoratori, nessun reddito significa accesso negato al cibo, alla sicurezza e al futuro, Con l’evoluzione della pandemia e la crisi lavorativa, il bisogno di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente“.

La tragedia delle morti a causa della pandemia si somma alle prospettive poco rosee per il futuro. Ad aprile 2020, quasi due miliardi e mezzo di persone vivevano in Paesi totalmente o parzialmente chiusi. Il colpo peggiore è inferto alle piccole e medie imprese, che hanno poche possibilità di resilienza rispetto a lunghi mesi di inattività. Tra la popolazione, le donne hanno sofferto maggiormente.

Le soluzioni, però, esistono. Ci sono programmi di assistenza che permettono di riconvertire la propria attività e di introiettare nuove competenze. Con queste modalità, sarà più facile adattarsi e creare nuovi posti di lavoro, che siano ecocompatibili. La strada da percorrere è dunque la seguente: sfruttare la pandemia da Covid-19 a nostro favore e dare enfasi a idee sostenibili, a nuovi tipi di relazioni, di inclusione sociale e territoriale.

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Una guida ai green jobs

Si intitola “Green jobs training guidebook” ed è un progetto che nasce da ONU e ILO per insegnare a studenti e curiosi il mondo dei lavori verdi. Scritto nel 2017, vuole dare gli strumenti per misurare e costruire modelli sociali tali da sviluppare politiche climaticamente sostenibili. Lo scopo primario è quello di coinvolgere maggiormente le istituzioni, così da permettere agli Stati di acquisire l’abilità di sviluppare dei propri database statistici, modelli economici per pianificare e promuovere un cambiamento.

Per riuscire a risolvere la crisi sociale e ambientale allo stesso tempo, bisogna contribuire alla transizione verso un’economia verde, che non aumenti solo il benessere delle persone, stimolando l’equità sociale, ma che riduca anche i rischi ambientali e la scarsità ecologica. L’umanità continua a utilizzare le risorse del pianeta come se fossero infinite. L’impatto devastante su suolo, acqua, fauna e flora dimostra che non possiamo continuare con questa modalità “business as usual”. Gli eventi meteorologici sempre più estremi dimostrano come le conseguenze sul breve, medio e lungo termine debbano essere rivalutate. I costi reali della noncuranza sono altissimi.

Gli Stati si differenziano per gli approcci e le strategie utilizzate in ambito di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Alcuni adottano misure a basse emissioni, altri sperimentano l’efficientamento tecnologico, così da progredire e, allo stesso tempo, poter impegnare le risorse in altri ambiti. Questo spostamento di budget deve essere assecondato da altre forme di aiuto e sostegno, framework precisi di policy e strumenti finanziari governativi e internazionali.

L’opportunità per l’Italia: il focus Censis Confcooperative

Non è un caso che il colore della speranza sia il verde. Secondo lo studio, in Italia l’acquisizione di competenze green è importante per il 75% delle imprese. Un terzo tra le 700 mila intervistate che hanno investito in questo senso ha la sua sede al sud. Per quasi la metà, vi è la volontà di introdurre piani di sostenibilità e supporto nella propria strategia aziendale. In un anno, dal 2018 al 2019, sono aumentate del 13,3% le attività che sostengono azioni ambientalmente compatibili.

La sterzata verso il segno positivo è sicuramente dato dalle start up, che a settembre hanno superato le 12mila unità. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni del Nord Ovest guidano l’innovazione, con il 34,5% delle proposte, seguite dal Mezzogiorno, attestandosi al 24,5%.

Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, durante la presentazione del report, incalza: «Vogliamo chiedere al governo che vadano rapidamente a terra i provvedimenti già adottati per le imprese, per la capitalizzazione, per il rafforzamento patrimoniale. Una sburocratizzazione che consenta di snellire le varie attività, in primis il codice degli appalti.»

Previsioni rosee…o meglio, verdi!

Le proposte ci sono, gli strumenti anche. Non possiamo più prescindere dal constatare che necessitiamo di un approccio olistico in tutte le azioni che intraprendiamo. Lo sforzo sarà impegnativo, all’inizio. Ma comprendere il significato di “sostenibilità” a 360° è indice di una rinnovata saggezza: un’ecosaggezza. Esistono aziende diventate fiore all’occhiello di sostenibilità, orgoglio italiano da diffondere e far conoscere.

La lezione impartita dalla pandemia è chiara. Ma un modo di rivalutare e iniziare qualcosa di nuovo deve essere la spinta verso un futuro all’insegna del colore verde.

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BlackRock pubblica l’elenco delle aziende poco attente al clima

blackrock

BlackRock è un colosso nel mondo degli asset management. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una società leader globale nella gestione del risparmio che si occupa principalmente di pianificazione finanziaria. L’obiettivo dichiarato della società è il raggiungimento del benessere finanziario dei propri clienti, siano essi privati o società. Specialmente queste ultime, rappresentano il core business aziendale. Di BlackRock abbiamo già parlato, qui su l’EcoPost, in seguito all’impegno aziendale di rilanciare gli investimenti che tutelino, o comunque non danneggino l’ambiente, strada intrapresa tra luci e ombre qualche mese fa.

In ottima forma

Sono stati dichiarati i conti di BlackRock per il secondo trimestre 2020. Gli utili sono stati migliori delle attese, con afflussi che ammontano a ben 100 miliardi di dollari anche durante il picco della volatilità del mercato dovuta alla pandemia. Tra aprile e giugno, la società ha evidenziato un EPS di 7,85 dollari per azione, in crescita di un sontuoso 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I soli ricavi del gruppo sono aumentati del 3,7% (dunque di 3,65 miliardi di dollari) mentre quelli dovuti alle attività gestite hanno registrato un aumento pari al 7%. Ammontano ora a 7,32 trilioni di dollari. Che cifra è? Lasciamo stare. Il consensus per l’azienda era fermo sotto i 7 dollari per azione. I risultati di BlackRock hanno ampiamente superato queste stime.

BlackRock Stocks

Rallentiamo un attimo per chi mastica meno la materia finanziaria. Gli indicatori appena utilizzati possono apparire complicati ma in realtà non è così. Per EPS (earnings per share, in italiano utile per azione) si intende la redditività, in un determinato momento, del titolo azionario della società. Il consensus, invece, rende in valore numerico quali siano le aspettative degli analisti finanziari sulle prospettive di un determinato titolo quotato in Borsa. Esso è la media matematica di tutte le previsioni realizzate dagli esperti del settore e relative ad un titolo o a una società. In definitiva, BlackRock appare in ottima forma. Che c’entri qualcosa il suo reiterato impegno per l’ambiente? Vediamo come stanno le cose, su quel fronte.

BlackRock fa sul serio per l’ambiente?

Larry Fink, CEO di BlackRock e autore della lettera con la quale, ad inizio 2020, l’azienda si impegnava a dedicarsi a investimenti favorevoli all’ambiente, sembrerebbe essere passato dalle parole ai fatti. Il gigantesco gruppo di risparmio ha individuato 244 aziende colpevoli di “compiere progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model.” La società di asset management non si è limitata a stilare una lista nera di bambini cattivi; ne ha anche mandati 191 dietro la lavagna. A questi gruppi, infatti, l’azienda di Larry Fink ha “notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di voto contrario nei confronti del management di tutte quelle aziende che non compieranno progressi sostanziali entro il 2021.” Nel caso delle altre 53 aziende, invece, BlackRock ha già votato contro, quest’anno. Insomma, un primo passo, da parte del gigante della finanza è stato compiuto.

Ricordiamo che BlackRock è presente, come principale partner finanziario, nei consigli di amministrazione di moltissime aziende. I tentacoli dell’azienda guidata da Fink sono robusti e potenti. Spesso BlackRock è un alleato di ferro del management delle aziende di cui fa parte, dal momento che nessuno ne mette in dubbio l’autorità. Uno strappo tra il CEO di una data società e il suo miglior consigliere finanziario, può tradursi in una sostituzione del CEO, quando non in un rimpasto profondo dell’intero consiglio di amministrazione. Per la prosperità e i guadagni di una compagnia, affinché gli investimenti siano quanto più redditizi possibile, è importante che BlackRock e la testa della ditta restino allineate.

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La lista dei bocciati di Fink

Numerosi brand, tra i 53 già bocciati da Blackrock, sono nomi noti. In alcuni casi, si tratta addirittura di aziende recidive, già celebri per non essersi impegnate a sufficienza per l’ambiente, anzi, spesso di averlo proprio trascurato volutamente. Per citare qualche nome, nell’elenco troviamo Exxon, Chevron, Daimler e Lufthansa. Exxon è una compagnia che porta avanti da tempo una condotta discutibile relativamente all’ambiente. BlackRock ha voluto bacchettare il colosso petrolifero per questo motivo. L’azienda ha affermato: “Ci stiamo confrontando con Exxon da parecchi anni sul tema della gestione del rischio climatico. Nel 2020 abbiamo manifestato all’azienda come continuiamo a vedere un gap nella trasparenza e nelle azioni del gruppo in relazione alle numerose componenti della gestione di questo rischio.” Così si legge nel report intitolato Il nostro approccio alla sostenibilità.

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Laurence “Larry” D. Fink, ceo di BlackRock. Foto: BlackRock.com

in sede del consiglio di amministrazione di Exxon, BlackRock ha auspicato un maggiore allineamento alle raccomandazioni della task force creata dal Financial Stability Board (FSB), un’organizzazione internazionale che monitora il sistema finanziario globale e dà linee guida alle imprese, e ai criteri di rendicontazione del Sustainability Accounting Standards Board (SASB), un board che identifica, gestisce e riporta quei criteri di sostenibilità che più interessano gli investitori. Gli standard SASB sono sviluppati a partire da feedback richiesti periodicamente a compagnie, investitori e a tutti gli altri attori dei mercati finanziari. Il processo è variabile di indagine in indagine, trasparente e tracciabile. La possibilità di verificare questi due parametri permetterebbe di capire al meglio se Exxon stia inserendo il rischio clima nella propria strategia a lungo termine. Il sospetto è che non lo stia facendo.

Business is business

L’operato di BlackRock appare netto e deciso. Il colosso finanziario è davvero diventato improvvisamente green? È più probabile che la svolta ambientale per il leader della gestione di asset sia una questione di affari. Torniamo a citare il documento aziendale che ritrae l’approccio di BlackRock alla sostenibilità. “Il nostro impegno nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento. Integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli può fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio.” Si può crederci o no. Sicuramente, però, una società importante come BlackRock non resta sorda all’opinione pubblica. Negli ultimi tempi la questione climatica è salita alla ribalta, come ben sa chi legge abitualmente le nostre pagine, e molto di questo merito si deve a quell’adolescente svedese che si chiama Greta Thunberg e al movimento che è riuscita a creare. Fink e i suoi squali non possono certo non cavalcare un’onda simile.

La questione però potrebbe non essere limitata al tenere alta la reputazione di BlackRock e ad arricchire i suoi clienti nell’immediato, dietro le quinte di questo improvviso impegno a favore del clima, si potrebbe annidare una strategia a lungo termine. Dobbiamo infatti considerare che i fondi previdenziali sono tra i principali clienti dell’azienda di Manhattan. BlackRock gestisce pensioni in tutto il mondo. Per stimolare e tutelare investimenti di questo tipo, che giocoforza sono legati alla conservazione dell’attuale stile di vita e al mantenimento delle condizioni sociali odierne, mostrarsi attenti e impegnati verso la tutela del Pianeta è una buona mossa. Non impegnandosi con convinzione su tale tema, si potrebbe andare a minare la fiducia di grandissimi investitori – anche istituzionali – forse fino al punto di stimolare in essi il disinvestimento.

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BlackRock, la compagnia padrona del mondo. Disegno: Investigate Europe

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BlackRock, il report sulla sostenibilità

Ritorniamo al report sulla sostenibilità. “Tutte le nostre attività di gestione degli investimenti mirano a promuovere prassi di governance aziendale in grado di creare valore a lungo termine per i nostri clienti. Nella stragrande maggioranza dei casi, essi investono per raggiungere obiettivi di lungo termine come la pensione. Abbiamo la responsabilità di verificare che le aziende gestiscano correttamente i rischi legati alla sostenibilità e provvedano adeguata informazione in materia.” Più chiaro di così.

L’impegno di BlackRock

Ad ogni modo, indipendentemente dalle sue reali motivazioni, l’azienda sta dimostrando un impegno concreto. Sta tenendo fede alle parole e agli impegni presi qualche mese fa. Questo fatto è quello che conta maggiormente. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, è proprio il caso di dirlo. L’impegno attivo di BlackRock per il clima si può declinare con due parole. La prima è engagement, termine inglese traducibile con la parola coinvolgimento. “Le nostre azioni di engagement relative al clima si concentrano su società operanti in settori ad alta intensità di carbonio. Nel loro insieme, esse rappresentano una quota significativa della capitalizzazione di mercato e delle emissioni di anidride carbonica nelle rispettive aree geografiche.” Si legge ancora sul Nostro approccio alla sostenibilità.

Anche il voto contrario in cda, tradizionale strumento della finanza, è una strada molto praticata dalla società, lo abbiamo visto in apertura. C’è chi sospetta che l’attivismo di BlackRock, però, si debba al fatto che, nel corso degli scorsi anni, l’azienda è stata spesso nell’occhio del ciclone. Il gruppo di Fink, infatti, è stato ripetutamente accusato di non aver mai applicato quei criteri di sostenibilità che ora pretende da altri.

In una intervista alla CNBC, Fink parla della posizione ambientale di BlackRock e di che cosa stia facendo la sua azienda per combattere il surriscaldamento globale. L’intervista è in lingua originale.

Giovanni Sandri, country head di BlackRock per l’Italia, ritiene che non sia così e plaude all’operazione. “Puntiamo sulla trasparenza e con questo report lo stiamo dimostrando. È un tema di educazione, anche per aiutare l’opinione pubblica a formarsi idee corrette e aiutare le aziende a fare meglio. Si tratta dell’unica maniera per progredire su questo versante.” Sandri ha ragione, ci auguriamo che sia solo questo l’obiettivo della sua azienda.

Continueremo a monitorare la situazione e a tenerci (e tenere voi lettori) al pari con i futuri sviluppi di questa vicenda. Come abbiamo già detto in passato, sarebbe un grande segnale se un gigante come BlackRock si impegnasse seriamente, in prima persona, nella lotta al cambiamento climatico.

Dakota Access Pipeline, un giudice ordina la chiusura

Dakota Access Pipeline pipe

Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

Dakota Access Pipeline young protester
La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Luci e ombre sul fondo per l’ambiente di Amazon

Amazon-BezosEarthFund

Il modus operandi di Amazon

L’antefatto è il cronico scarso interesse della multinazionale dell’e-commerce, Amazon, verso l’ambiente. L’azienda più grande del mondo, guidata dall’uomo – nettamente – più ricco del mondo, Jeff Bezos, riempie ogni giorno ogni angolo del pianeta con i suoi pacchi che sorridono. La maglietta che non trovavi; la PlayStation per tuo figlio; il set di tazzine che troverei tranquillamente nel negozio sotto casa, ma su Amazon costa meno; il cellulare di ultimissima generazione, perché il mio ha già 6 mesi e va chiaramente cambiato; Amazon consegna tutto a tutti. Un’inchiesta risalente al 2018, firmata da Milena Gabanelli per il Corriere, calcolò che nel corso del 2017 in Italia furono consegnati 150 milioni di pacchi. Cosa comporta questa cifra in termini ambientali?

Le consegne di Amazon sul territorio nazionale avvengono solo ed esclusivamente su gomma. Naturalmente questo non dipende solo dall’azienda, ma anche da una pianificazione infrastrutturale carente che, nel nostro Paese, non ha mai fatto nulla per incrementare altri tipi di trasporto. Torniamo però ad Amazon. I luoghi di partenza di Amazon sparsi lungo il territorio italiano si suddividono in centri di distribuzione e depositi di smistamento. Ad ordine ricevuto e pagamento effettuato, l’azienda mette in moto il pacco, premurandosi di consegnarlo nel più breve tempo possibile. Il tempo è denaro, naturalmente. Per riuscirvi, ogni deposito ha degli stock di merci pronte a partire con brevissimo preavviso.

Il logo di Amazon, con il sorriso inconfondibile che popola i pacchi consegnati giornalmente in giro per il mondo. Foto: Amazon.it

La flotta aziendale

I camion e i furgoncini utilizzati dalla multinazionale non sono certo mezzi che guardano all’ambiente. Secondo un rapporto ISPRA legato all’inchiesta segnalata da cui sto traendo i dati, oltre l’80% dei veicoli commerciali leggeri che transitano giornalmente nelle nostre città appartengono ad una classe inferiore alla Euro 5. Uno studio firmato Bloomberg e McKinsey afferma come i veicoli commerciali, da soli, siano responsabili di oltre il 30% delle emissioni di Co2 e ossido di azoto nella sola città di Londra. A livello europeo incidono per quasi il 50% delle emissioni totali di Nox. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in circa 3 milioni le morti annuali premature dovute a questo tipo di inquinamento. Dell’incidenza delle morti premature dovute a polveri sottili, anche in Italia, abbiamo parlato a gennaio, come qualcuno ricorderà.

Oltre il 90% dei consumatori si fa recapitare il pacco a casa, oppure in ufficio, nonostante Amazon metta a disposizione dei delivery point in aree e attività commerciali particolarmente frequentati. Le consegne mensili, nel nostro Paese, ammontavano a circa 6 milioni nel 2012, sono poi diventate oltre 15 milioni nel 2017 e sono già aumentate secondo i dati del 2018, secondo un trend che apparirebbe confermato anche per il 2019, seppure i dati non siano stati ancora interamente elaborati. Il traffico su strada e in città di corrieri e fattorini è, dunque, in continuo aumento. Per tal motivo, come diretta conseguenza dell’acquisto online, il numero dei veicoli commerciali impiegati nel mondo è già cresciuto di oltre il 30% negli ultimi 15 anni, ci dicono Bloomberg e McKinsey. Gli stessi ricercatori stimano che tra oggi e il 2050 questo tipo di traffico veicolare aumenterà di oltre il 40%, nelle grandi città.

Il costo del packaging

Mentre nei negozi tradizionali, solitamente, il fornitore consegna uno stock di prodotti, l’imballaggio dell’acquisto online è sempre unitario. Se acquisto un bel maglione in un negozio di abbigliamento, la commessa lo piegherà e me lo infilerà in una busta, di plastica o carta, tramite la quale me lo porterò a casa. Se faccio lo stesso acquisto su Amazon, tutto cambia. Innanzitutto si riempirà la busta di plastica, poi questa finirà dentro un imballaggio di cartone. Per sigillare il tutto, magari, saranno usate fascette di plastica. Corepla, il consorzio per il riciclo di imballaggi in plastica, stima che dal 2016 l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo. Parliamo di circa 300mila tonnellate. Il volume di questo rifiuto è aumentato del 200% in dieci anni.

La domanda di cartone aumenta costantemente e, se è vero che tale elemento è fortemente riciclabile ( l’88% di esso viene riutilizzato), l’aumento della richiesta resta comunque costante e sensibile. Tutti i dati utilizzati sono verificabili sulla citata inchiesta di Gabanelli per il Corriere.

Dipendenti contro

L’ondata di sensibilità e attenzione al tema ambientale, che attualmente si sta, finalmente, respirando un pò ovunque, ha investito anche i compound di Amazon. Una ventina di giorni fa, al termine di gennaio, 300 dipendenti del gigante del commercio hanno apertamente criticato la politica aziendale sull’ambiente. Gli aderenti all’AECJ (Amazon Employees for Climate Justice) hanno richiesta maggiori sforzi al colosso dello shopping in rete. Le critiche si rivolgono al piano ambientale presentato il 19 settembre dallo stesso Bezos. Il mogul si è impegnato a raggiungere le emissioni zero nel 2040. L’AECJ chiede che lo stesso risultato di neutralità carbonica sia raggiunto ben 10 anni prima, non più tardi del 2030.

L’azienda è ben consapevole di come il suo successo si debba principalmente all’enorme rete logistica di trasporti stradali costruita per garantire consegne sempre più veloci. Per mettere in piedi una simile piramide funzionale, Amazon si è resa attore principale nella produzione di gas serra. Tali gas rappresentano i principali responsabili dell’emissione in atmosfera di anidride carbonica. Secondo Climate Watch la C02 prodotta annualmente da Amazon (44,4 milioni di tonnellate) equivale al 10% delle emissioni annuali totali della Francia.

Amazon e il fondo per la Terra

Pungolato dai suoi dipendenti e continuamente attaccato dagli attivisti per il clima, Jeff Bezos ha dichiarato che scenderà in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Il CEO dei CEO ha postato, sul proprio account di Instagram, l’intenzione di lanciare il Bezos Earth Fund. Obiettivo del fondo è il contrasto attivo ai disastrosi effetti del surriscaldamento globale. Bezos doterà personalmente il fondo di 10 miliardi di dollari, somma stanziata per iniziare, ha tenuto a specificare il miliardario, la quale sarà sovvenzionata a ricercatori, attivisti e ong in estate.

Il post su Instagram mostra una foto del nostro Pianeta visto dallo spazio, e in esso Bezos ha usato parole incoraggianti e ricche di speranza. “Possiamo salvare la Terra” ha esordito, “ciò richiede un’azione collettiva. Di grandi e piccole aziende, Stati, organizzazioni globali ed individui.” Ha poi concluso scrivendo “La Terra è la cosa che tutti noi abbiamo in comune. Proteggiamola insieme.”

Jeff Bezos, Foto: Repubblica

L’impegno di Amazon: sensibilità o ipocrisia?

Non possiamo che condividere le parole di Bezos; l’intento di una simile azienda ad impegnarsi in prima linea per l’ambiente è encomiabile. In questi giorni abbiamo segnalato l’impegno di BlackRock, altra azienda gigantesca, sul fronte ambientale, e riportare che non sia la sola in questa battaglia è rincuorante, quantomeno. Secondo la nota rivista di scienza e tecnologia, The Verge, l’iniziativa di Bezos non finanzierà progetti privati ma soltanto donazioni benefiche, lo farà prevalentemente sotto forma di borse studio. Questa è una buona notizia, in quanto è atto dovuto premiare e sostenere il merito di studiosi e scienziati da tempo in prima linea in questa lotta, per consentir loro di continuare il prezioso lavoro che portano avanti. L’esternazione di Jeff Bezos, però, si è portata dietro anche un buon treno di critiche e polemiche.

Non tutti i dipendenti di Amazon vedono di buon occhio il Bezos Earth Fund

Pericolo greenwashing

Molte voci hanno affermato che il post del CEO di Amazon non sia che una strategia di comunicazione bagnata di falsa ecologia, greenwashing e poco altro. I primi a fidarsi poco sono proprio i membri della AECJ, i quali hanno scritto in una nota: “Apprezziamo la filantropia di Jeff Bezos ma una mano non può dare quel che l’altra porta via.” Il riferimento velato è ai – redditizi – accordi siglati negli ultimi mesi dello scorso anno da Amazon con alcune società che sfruttano combustili fossili. Tra esse ricordiamo la celeberrima British Petroleum, tristemente nota per il disastro ambientale causato dalla sua piattaforma Deepwater, Shell e Haliburton. Amazon fornirà loro la tecnologia per una migliore automazione ed esportazione dei giacimenti petroliferi.

Il petrolio disperso nel Golfo del Messico dalla piattaforma Deepwater. Foto: The Economist

In aggiunta a ciò, Bezos ha fornito solo dei dettagli rudimentali su quel che farà il suo fondo. Non ha neppure lontanamente indicato o segnalato quali siano le priorità del suo piano o come intenda affrontarle. Annunciare di portare avanti “qualsiasi sforzo che offra una reale possibilità di preservare e proteggere il mondo naturale” significa ben poco. Sono parole che possono suonare vaghe quando provengono dal titolare di un’azienda che ricava miliardi consegnando prodotti imballati in carta e plastica e consegnati sfruttando combustibili fossili.

Cosa aspettarsi da Amazon?

Le controversie aziendali di Amazon sono ben note. La consegna in un giorno garantita a chi utilizza il servizio a pagamento Prime significa furgoncini, spesso semivuoti, che partono immediatamente dopo la conferma d’ordine per evitare disservizi. Per ridurre i costi e soddisfare le esigenze di una vendita al dettaglio così minuziosa i lavoratori sopportano spesso condizioni lavorative degradanti, pressoché disumane. Ci piacerebbe che Bezos contribuisse in maniera seria e decisa alla lotta al cambiamento climatico, dati i suoi mezzi economici. L’esperienza ci insegna però che, troppo spesso, i mogul del capitalismo come lui chiudono un occhio, quando non entrambi, di fronte alla questione. Tristemente, e lo sappiamo, per loro è più importante il guadagno del bene comune.

Il costo ambientale di Amazon Prime