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Dai diamanti non nasce niente, è dal letame che nascono i fiori, come ci insegna Fabrizio De André. Negli Stati Uniti lo hanno preso sul serio. Non è una cosa all’ordine del giorno dover scrivere che negli USA c’è attenzione all’ambiente, ma magari la storia di cui andiamo a parlare può insegnarci a non generalizzare e, perché no, regalarci anche un sorriso nella baia tumultuosa di tristezza e cattive notizie che è lo spettrogramma della questione ambientale. È quello che mi auguro possa fare questo articolo relativo ad una ex discarica trasformata in parco pubblico.

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Fresh Kills Landfill quando era ancora una discarica. Foto: Sciencesource.com

Valorizzazione in chiave green

È davvero strano associare l’immagine di una discarica ai concetti di sostenibilità e rispetto per l’ambiente. In effetti, si tratta di un’operazione pressoché impossibile. Eppure, l’esperienza di Fresh Kills Landfill ci insegna il contrario. Non so se esista l’idea di riciclo per i luoghi – in caso contrario, lo impiegheremo comunque come pratico neologismo – ma questo è esattamente quel che si è fatto in quest’area.

Ci troviamo nel borough di Staten Island, una delle 5 contee sulle quali sorge la città di New York. L’area di Fresh Kills misura ben 890 ettari – in soldoni, più o meno 3 volte la dimensione di Central Park – ed era attiva fin dal 1948. Il suo triste primato era quello di essere l’area di stoccaggio rifiuti più vasta al mondo. Il sito, negli ultimi 50 anni abbondanti era stato utilizzato continuamente, in maniera indiscriminata. Se vi era un rifiuto di qualunque genere da buttare, la destinazione era questa. Anche le macerie del World Trade Center, recuperate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sono state stipate in questi campi.

La discarica di Fresh Kills poteva ricevere qualcosa come 29mila tonnellate di rifiuti al giorno. Per renderci conto della quantità di materiale di scarto di cui stiamo parlando, pensiamo alla Statua della Libertà, simbolo di New York. Ebbene l’agglomerato di pattume formato da questa ingente quantità di immondizia, impilato, la supera in altezza. Circa 19 anni fa, tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, a seguito di una lunga serie di vibranti proteste dell’opinione pubblica locale, l’EPAEnvironmental Protection Agency ha deciso di chiudere la discarica definitivamente. Contestualmente, si scelse di riconvertire l’intera superficie in parco pubblico, ribattezzandola Fresh Kills Park.

Video per promuovere la trasformazione della discarica in parco pubblico.

Da discarica a esempio mondiale di urbanistica sostenibile

I lavori per trasformare Fresh Kills da dumpsite a park, da discarica a parco pubblico, sono coordinati dal New York Department of City Planning e portati avanti dal noto studio di architetti paesaggisti di James Corner. Il piano definitivo è importante e ambizioso. Si tratta di un masterplan di durata trentennale, fondato sulla coesistenza e l’integrazione di sistemi distinti. Il progetto si fonda su tre caposaldi: pianificazione e promozione di una fertile destinazione culturale e un pregevole luogo d’incontro; risanamento dell’area e ripristino della ricchezza originaria tramite recupero e protezione di flora e fauna; enfasi sull’accessibilità del parco attraverso una fitta rete di percorsi e sentieri che favoriscano una mobilità rispettosa dell’ambiente.

L’idea è ambiziosa e impegnativa, sia dal punto di vista temporale che da quello economico. Eppure la dedizione alla riconversione di questa zona che, come si è scritto, era quanto di più distante potesse esserci dalla tutela ambientale, è una notizia tremendamente positiva. Pensare che sia stato possibile trasformare, di punto in bianco, la discarica più grande del mondo in un esempio mondiale di urbanistica sostenibile è fantastico. Fresh Kills ha creato un precedente d’importanza capitale, dimostrando al mondo quali vette possano essere raggiunte, nella lotta al cambiamento climatico, grazie ad una classe dirigente che davvero prenda a cuore la questione e si adoperi per tentare di risolverla.

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Fresh Kills Landfill con lo skyline di New York sullo sfondo. Foto: Power Plants Pythore Mediation.

Un laboratorio di sostenibilità

Dal momento che l’estensione del parco è così importante, esso verrà suddiviso in 5 aree destinate a differenti usi e funzioni. Il punto di arrivo e partenza dei principali percorsi, nonché cuore ricreativo e culturale si chiamerà The Confluence. Attività come ciclismo, pesca e birdwatching si concentreranno nella parte alte del parco, ribattezzata North Park. Lo sport vero e proprio sarà concentrato a South Park, ove sorgeranno campi da calcio, piste d’atletica, centri equestri e tratti panoramici. In questa zona infatti si concentrano avvallamenti che originano scorci suggestivi e significativi. Per favorire il reinsediamento della fauna e della flora è indispensabile che siano introdotte e tutelate aree umide e zone destinate a riserva naturale, esse saranno poste nella parte orientale, East Park. La zona più estesa e più elevata del parco – misurante 220 ettari – è West Park. Con tutta probabilità, in futuro, è qui che sorgerà il memoriale dell’11 settembre.

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Foto di Gundula Vogel per Pixabay.

Fresh Kills ha l’ambizione di porsi come modello mondiale di ripristino, recupero, salvaguardia ambientale e paesaggistica. Il parco desidera issarsi a punto di riferimento per quanto riguarda rimboschimento, valorizzazione dell’habitat naturale, miglioramento della qualità dell’acqua e produzione di energie alternative. Insomma, superando i confini del parco pubblico, l’ex discarica diverrà una moderna piattaforma innovativa, capace di affascinare e porsi come vettore della ricostruzione di un ideale paesaggio collettivo. Fresh Kills è la dimostrazione di come l’architettura e l’urbanistica possano, di fatto, guidare la lotta al cambiamento climatico sul fronte del consumo di suolo.

Dagli USA a Israele: la discarica riconvertita

Una storia simile a quella dell’ex discarica di New York ci arriva da Israele. Nella città di Tel Aviv, o meglio, nella sua periferia, si trova la montagna Hiriya. Dal 1952 al 1999 essa ha lavorato come discarica, ricevendo una quantità di rifiuti tale da creare, appunto, una montagna. Essa poteva vantare, nel 1999, una base di 450mila metri quadrati per un’altezza di 60 metri. Ogni giorno riceveva 3mila tonnellate di rifiuti. Verso la fine degli anni ’90 è cambiato qualcosa. Dopo qualche anno di tentennamento sul futuro di Hiriya la Dan Municipal Sanitation Association, la quale collabora a stretto contatto con l’amministrazione, ha finalmente deciso: la discarica diverrà un parco pubblico.

Al termine di un bando internazionale, i lavori sono stati affidati all’importante studio paesaggistico tedesco Latz und Partner. Il parco di Hiriya potrebbe essere terminato entro la fine dell’anno – più verosimilmente entro il prossimo – e misurerà ben 2000 acri. Sarà il parco urbano più grande al mondo. Esso comprende piste ciclabili, aree pic-nic e persino uno zoo. Vi si trovano un’oasi ed uno stagno e si stanno installando opere d’arte e sculture come monito ed emblema delle buone pratiche ambientali e del rispetto per il paesaggio.

La trasformazione di Hiriya

Un’altra riconversione da discarica a parco si segnala in Catalogna, nella Vall d’en Joan, all’interno del Parco del Garraf. Lì si trovava un vasto centro di accumulo per rifiuti solidi urbani che aveva degradato enormemente la zona. Poi fortunatamente si decise di rimediare a tale sfregio.

Rigenerare le città: quanto è importante il suolo per l’ambiente

Uno dei principali temi nell’architettura contemporanea è la riconversione di edifici in disuso. Numerosi committenti virtuosi sono perfettamente alla luce del fatto che l’ulteriore consumo di suolo rappresenta una spada di Damocle per la questione ambientale, soprattutto in Italia. Spesso ci occupiamo di disastri ambientali nel nostro Paese e li mettiamo sempre in relazione al dissesto idrogeologico causato dall’uomo. Non possiamo più cementificare come se non ci fosse un domani, perché fuor di metafora quel domani rischiamo di non averlo davvero.

Rinnovare spazi e luoghi abbandonati, dunque rigenerare città e nuclei urbani, finisce inevitabilmente per favorire anche il benessere di chi i luoghi li vive. Ad una riqualificazione architettonica ne segue una sociale; ad una rigenerazione ambientale ne segue una umana. L’installazione di coperture artificiali e l’espansione delle superfici costruite non mostrano però segnali di rallentamento, né a livello nazionale né europeo. Come spesso accade, alle teorie e alle belle parole poi non segue molto di concreto. Quel che ci occorre è un vasto programma di rigenerazione urbana, per migliorare vivibilità e qualità ambientale dei centri abitati.

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Le green city

Questa estate si è tenuta la annuale Conferenza Nazionale delle Green City. Nell’occasione è stata presentata la Carta per la rigenerazione urbana, la quale pone l’accento su quanto sia necessario muoversi in direzione di un nuovo concetto di urbanistica, a maggior ragione nella fase di ripartenza a seguito della pandemia. A margine di questo evento, Edo Ronchi – presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, – ha affermato: “La rigenerazione urbana in chiave di green city è una leva decisiva per il Green New Deal in Italia. È necessario investire nel rilancio delle città. Per rimettere in moto attività economiche, investimenti, aumentare l’occupazione, rivitalizzare tessuti sociali ed economici locali dobbiamo varare un programma serio e completo di rigenerazione. […] Vogliamo porre l’accento sul modello delle green city per qualificare progetti e programmi. Ciò richiede convinzione e visione da parte delle amministrazioni locali e la partecipazione di cittadini e imprese in tema di responsabilità sociale e territoriale.”

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Foto di Ildigo per Pixabay.

L’espansione ininterrotta della città va conclusa. Non possiamo continuare a consentire che i centri urbani continuino ad ampliarsi in orizzontale, stremando suolo e territorio. Il patrimonio edilizio già esistente va utilizzato al meglio e riutilizzato continuamente. Degrado, perdita di aree naturali e agricole, erosione, impermeabilizzazione dei suoli, aumento esponenziale del rischio idrogeologico: la lista dei danni connessi alla cementificazione promiscua è un bollettino di guerra. Dobbiamo porci l’obiettivo di azzerare il consumo di terreno.

Trasformare una discarica, il primo passo verso la rigenerazione

Naturalmente questo non è che il primo passo. Immediatamente dopo serve decarbonizzare le città, migliorandone qualità edilizia ed efficienza energetica; dopodiché va aumentata la resilienza dei centri al cambiamento climatico, chiave di cui sono reti e infrastrutture blu e verdi, capaci di trattenere quanta più acqua piovana possibile e di aumentare la qualità patrimoniale del costruito. Non si può poi prescindere da riqualificazione degli spazi, soluzioni di mobilità sostenibile e housing sociale. Insomma, la strada per arrivare ad un pianeta di green city resta piuttosto lunga. In questo articolo, però, abbiamo visto da dove si possa cominciare.

Prendere una discarica, simbolo tangibile dell’impatto ambientale della società, che si materializza sotto forma di ammassi di scarti capaci di creare montagne artificiali di immondizia e trasformarla in un trionfo di natura e sostenibilità come fatto a New York, Tel Aviv e in Catalogna è il primo gradino di una scala che può portare alla green city.

Speriamo che gli esempi riportati possano ispirare e dare avvio a decisioni simili. L’impatto delle città all’interno della questione ambientale è enorme, dunque esse possono giocare un ruolo chiave all’interno della battaglia per salvare il pianeta. Gli sparuti casi che abbiamo riportato devono smettere di far notizia e divenire la normalità. Lo scriviamo spesso: è tempo di agire.

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