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Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

Dakota Access Pipeline young protester
La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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