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Quando si dice che siamo l’unica specie vivente potenzialmente in grado di auto-estinguersi non si tratta di un eufemismo. Basti pensare che in India, in particolare nel distretto di Tinsukia (regione di Assam), ha avuto luogo l’ennesimo disastro ambientale a causa della fuoriuscita di gas e petrolio dal pozzo petrolifero della Oil India Limited. L’incidente ha causato almeno 7 morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili all’ambiente. Il tutto, come sempre, per le ingenti quantità di denaro, destinato a pochi, che derivano dalle estrazioni.

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Una fontana di gas

Il tutto è iniziato la mattina del 27 maggio 2020, quando un sibilo assordante si è propagato tra le abitazioni del villaggio di Baghjan. Se inizialmente si pensava fosse soltanto il rumore di un aereo troppo vicino al suolo, la causa del suono è stata chiara quando gli abitanti hanno iniziato ad accusare prurito agli occhi, mancamenti e difficoltà respiratorie.

Più di 2500 persone appartenenti a 1610 famiglie diverse sono state evacuate dalle aree colpite e portate in campi di soccorso. Il tutto durante la pandemia di Coronavirus, che richiederebbe distanze di sicurezza e misure igieniche quasi assenti all’interno degli accampamenti. OIL ha poi creato una zona rossa di 1,5km di raggio intorno alla centrale fino a data da destinarsi.

Il 9 giugno la situazione è peggiorata ulteriormente. La fuoriuscita di gas e idrocarburi doveva essere continuamente raffreddata con getti d’acqua per evitare esplosioni. Nonostante gli sforzi, però, il pozzo si è incendiato uccidendo due persone che si trovavano sul posto.

I danni alla società del disastro ambientale in India

I danni ambientali e sociali conseguenti al disastro ambientale in India sono incalcolabili. Iban Dutta, residente a Notungaon, ha affermato: “Sebbene il nostro villaggio sia a circa 2 km dal pozzo, il vento trasporta i gas dannosi per la nostra salute. Quattro persone sono morte per via di queste inalazioni nocive, anche se le autorità negano che la fuoriuscita di gas ne sia una causa diretta. Queste persone, infatti, soffrivano già da tempo di malattie polmonari come la Tubercolosi e patologie al fegato. Ma, proprio per questo, sembra chiaro come il gas possa aver aggravato le loro condizioni e aver quindi dato loro il colpo di grazia.

Niranta Gohain, un noto attivista ambientale della zona, ha dichiarato: “L’agricoltura, la pesca e l’allevamento degli animali sono l’occupazione principale della maggior parte delle persone in quest’area. Ma ora a causa della fuoriuscita di petrolio, i terreni agricoli diventeranno sterili e non sarà possibile coltivare alcun terreno per i prossimi lunghi anni. Inoltre, gli animali stanno morendo perché l’olio ha contaminato praterie e corpi idrici ”. Baghjan si trova infatti in un’area particolarmente ricca di acque, con un bacino idrografico ben oltre i 650 mila chilometri quadrati. Le attività ittiche saranno quindi inevitabilmente compromesse e migliaia di persone perderanno la propria fonte di sostentamento.

I danni alla biodiversità del disastro ambientale in India

Anche l’impatto sulla biodiversità è e sarà devastante. Il campo estrattivo di Baghjan si trova vicino le paludi di Maguri-Motapung, che a loro volta fanno parte del Parco Nazionale di Dibru-Saikhowa. Queste due realtà formano un bacino di biodiversità unico, che decine di turisti visitano ogni anno, in particolare gli ornitologi e gli appassionati di volatili, specialmente nella stagione della nidificazione.

Dopo lo scoppio, però, gli uccelli se ne sono andati o sono morti. Il 6 giugno è stata trovata una quaglia completamente ricoperta di petrolio. Così come la carcassa del prezioso “delfino del Gange”, Le cause della sua morte non sono ancora state accertate, ma nulla esclude che il petrolio abbia fatto la sua parte.

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Rajendra Singh Bharti, ufficiale della divisione forestale e della vita selvatica ha dichiarato: “La biodiversità nella zona è stata sicuramente influenzata non solo dal gas ma anche dal suono. Gli uccelli migratori che arriveranno entro la fine di settembre difficilmente troveranno un habitat idoneo alla riproduzione.

Auto-distruzione in corso

Ci si può chiedere, quindi, perché il nostro modello economico sia basato su materie prime che, se utilizzate nella materia scorretta, possono causare danni incalcolabili alla società umana, fino a portare l’intera nostra specie (e non solo) all’estinzione.

La risposta è sempre e solo una: il profitto dei pochi gestori del mercato petrolifero, che si gonfiano le tasche a scapito dei dipendenti, delle popolazioni limitrofe e dei loro stessi bambini, che dovranno combattere contro le conseguenze della crisi climatica.

Ma anche a scapito dell’ambiente e della natura, che ci ha dato la vita e che è la nostra casa. Ma i soldi sembrano essere più importanti di tutto questo. Come diceva mio nonno, però, “il sudario non ha le tasche”.

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