Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Il summit ONU sul clima del 23 settembre mi e’ sembrato paragonabile a una di quelle riunioni di ufficio inutili, che potrebbero essere riassunte con una email. Ovviamente, il potenziale dell’evento era altissimo. Una grande opportunita’ di affrontare problemi tutt’altro che risolvibili a distanza. Purtroppo pero’ nessuno, se non la giovane Greta Thunberg e il presidente delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dimostrato una spiccata preoccupazione per quello che sta accadendo al nosro pianeta.
Il risultato migliore e stato l’annuncio da parte di 77 Paesi di impegnarsi ad azzerare le emissioni entro il 2050. Di questi, pero, la maggior parte ha contribuito solo in minima parte alle emissioni totali di anidride carbonica. I Paesi invece che maggiormente hanno contribuito e contribuiscono tuttora all’aumento della temperatura terrestre come Cina, Stati Uniti, India, Russia e Giappone non hanno mostrato la volonta di voler fare di piu’, il che sarebbe totalmente in loro potere. Semplicemente si atterranno agli accordi di Parigi.
Dal canto suo, il presidente americano Donald Trump non ha cambiato idea rispetto alla sua decisione dello scorso anno di sfilarsi dagli accordi sul clima di Parigi. Anzi, inizialmente aveva persino annunciato di non volersi presentare al Summit. A sorpesa, invece, e’ entrato in aula, fermandosi per circa 15 minuti, giusto il tempo di ascoltare gli interventi di Angela Merkel e Narendra Modi, il primo ministro indiano. Nessuna parola, nessun impegno, nessun ripensamento. La sua presenza e’ stata penso paragonabile a quella di un bambino col muso che per capriccio minaccia di non prendere parte alla cena di famiglia. Ma, appena questa si riunisce, esce di soppiatto dalla cameretta e si affaccia in cucina per richiamare l’attenzione. Come se volesse dire al mondo che, per quanti sforzi si facciano, in mancanza degli Stati Uniti vi e’ poco da sperare. E vorrei con tutta me stessa che non avesse ragione.
Brasile, India e Turchia sul filo del rasoio
Il suo compagno di giochi, il presidente brasiliano Bolsonaro, non ha invece avuto remore nell’invocare il diritto sovrano a gestire la questione Amazzonia come meglio crede, affermando: “L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità”.
Il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, ha detto che la sua nazione si impegnerà ad aumentare la quota di energia proveniente da rinnovabili entro il 2022. Non ha fatto pero’ alcun riferimento alla riduzione della dipendenza da carbone. Nemmeno il Presidente della Turchia Erdoğan ha annunciato nessun piano per diminuire l’utilizzo del carbone, né ha espresso l’intenzione di ratificare gli Accordi di Parigi. Vorrebbe invece che la Turchia fosse riclassificata come Paese in via di Sviluppo, cosi’ da poter accedere a fondi speciali.
Bill Gates e gli altri
Le uniche iniziative significative ma, purtroppo, non sufficienti, sono state proposte dal mondo della finanza, privati e aziende. Diversi gestori di fondi infatti proveranno a presentare piani finanziari improntati a emissioni zero entro il 2050, e decine di compagnie private si allineeranno agli obiettivi della COP21. La Bill and Melinda Gates Foundation, insieme alla Banca Mondiale hanno annunciato impegni finanziari per 790 milioni di dollari. L’obiettivo e’ di migliorare la resilienza di oltre 300 milioni di piccoli produttori alimentari che devono affrontare l’impatto sul clima. Infine, più denaro è entrato nelle casse del Green Fund, il fondo destinato ad aiutare le nazioni in via di sviluppo nelle questioni climatiche: grazie all’impegno di Islanda, Svezia, Danimarca, Norvegia, Francia, Regno Unito e Canada, ora vi sono stanziati 7 miliardi di dollari.
Intanto, a discapito delle non-decisioni dei grandi, il movimento ambientalista popolare si fa largo per le strade di tutto il mondo e non sembra rinunciare alla richiesta di essere, un giorno, ascoltato.
Si è conclusa venerdì 27 la WeekForFuture, una settimana di manifestazioni in giro per il mondo organizzate dal movimento ambientalista FridaysForFuture. Se c’è una cosa che si può dire con certezza, è che il Terzo Sciopero Globale per il Clima costituisca un successo senza precedenti storici in materia di attivismo ambientale. Sulle orme di Greta Thunberg le strade di tutto il mondo hanno visto sfilare 6 milioni di giovani, e non solo, in tutti i continenti, Antartide inclusa, per un totale di 3287 manifestazioni in 173 paesi. I numeri registrati da FridaysForFuture in questa tornata di scioperi sono a dir poco impressionanti. E questo non è che l’inizio.
Le manifestazioni si sono concentrare soprattutto in due giornate: venerdì 20 e 27 settembre. In questo modo i ragazzi di Fridays For Future sono riusciti a spalmare le manifestazioni in un arco temporale più ampio, in modo da “circondare” il Climate Action Summit che si è tenuto al palazzo di vetro dell’ONU nelle giornate del 19,20 e 21 settembre. Le immagini degli scioperi hanno invaso i social di tutto il mondo e hanno riempito di gioia chi, finalmente, dopo anni di lotte ambientaliste ignorate vede il mondo intero schierarsi apertamente contro i cambiamenti climatici.
In Nuova Zelanda più del 3,5% della popolazione è scesa in piazza. A Montreal, in Canada, più di 500.000 sono scese per strada a fronte di una popolazione totale di 1,7 milioni di persone. Per chi non fosse bravo in matematica questo significa che, nella città simbolo del Quebec, una persona su tre ha scioperato. Questi sono solo due esempi, lampanti, di quello che è successo. I numeri non mentono mai. I giovani chiedono un futuro diverso.
I numeri di FridaysForFuture in Italia
Se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro paese possiamo sicuramente gonfiare il petto con orgoglio. La partecipazione, soprattutto nelle grandi città, è stata incredibile. Napoli, 100.000 persone. Milano, 200.000 persone. Torino, 50.000 persone. Bologna, 20.000 persone. Roma, 200.000 persone. Un totale di presenza che sfora il milione. E l’incredulità della stessa Greta Thunberg che via social ha espresso tutta la sua gratitudine verso i giovani del nostro paese.
Una dimostrazione che a mancare, in Italia, non sia tanto la volontà di cambiamento quanto le misure, da parte della politica, atte a renderlo possibile. La buona notizia, in questo senso, è lo schieramento da parte della quasi totalità delle forze politiche in Parlamento in favore dei giovani manifestanti.
Le critiche degli haters
Ovviamente non hanno tardato ad arrivare le più svariate critiche. Su tutte quelle riguardanti il gesto simbolico, da parte degli attivisti di Fridays For Future Milano, di bruciare un mappamondo di cartapesta in Piazza Duomo. “Gli attivisti hanno generato fumo e cenere, emettendo CO2”. Quando chi critica inizia ad attaccarsi a piccoli e, sul piano climatico, irrilevanti dettagli, vuol dire che la strada intrapresa è quella giusta. Reazioni di questo genere sono tuttavia comprensibili. Quando si sbaglia in modo così grave e per così tanto tempo, è difficile per chiunque ammetterlo. Così come lo è vedere un oceano di “ragazzini” mettere tutti di fronte ai propri errori ed alle proprie responsabilità.
Ciò che resterà di questa sterile polemica è l’immagine di un gesto simbolico. Il nostro pianeta è in fiamme. E se c’è ancora chi non ci crede, qualcosa bisognerà pur fare. Anche se, una tantum, viene emessa una quantità di CO2 in atmosfera pari a quella generata dalla produzione di un etto di prosciutto o da 0,01 secondi di volo di un aereo di linea.
Non abbiamo bisogno di docenti di coerenza, abbiamo già Greta a farci da esempio. Abbiamo bisogno di persone che abbiano il coraggio di ammettere di aver sbagliato e che inizino ad ascoltare la scienza invece di puntare il dito contro chi, quanto meno, prova a far qualcosa per cambiare le cose. Oltretutto, con discreta partecipazione.
Un nuovo ’68?
Critiche a parte resta la portata di un movimento che in poco più di un anno ha portato al centro del dibattito politico internazionale il tema dei cambiamenti climatici. Un anno fa, di questi tempi, nessuno, o quasi, conosceva la giovane Greta. Così come nessuno si sarebbe mai sognato di andare in piazza a protestare per il riscaldamento globale. Per non parlare della quantità di persone a cui non importava nulla del problema e che a stento conosceva il significato delle parole “cambiamenti climatici”.
Numeri alla mano il successo di questi FridaysForFuture è un avvenimento senza precedenti, quanto meno in tempi recenti, ed il paragone con il movimento del ’68 è d’obbligo. La potenza di queste manifestazioni è ormai riconosciuta a livello globale, così come le sue richieste, più che mai unanimi. La convinzione con cui le proteste vengono portate avanti – siamo già alla terza manifestazione di portata globale in poco più di 6 mesi – la sempre crescente partecipazione, ormai non solo da parte dei giovani, e l’inconfutabile solidità scientifica delle teorie sui cambiamenti climatici sono caratteristiche che pongono le basi per una crescita sempre più verticale del movimento che, a questo punto, sarà difficilmente arrestabile. Al pari di Greta.
Lei, certamente, non si fermerà. Così come non lo faremo noi. Smettetela di criticare ed unitevi a noi. O, altrimenti, fatevene una ragione. Ma lasciateci lottare, in pace, per il nostro futuro. “Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”.
L’onda verde non si arresta. Anzi, qualcuno direbbe che è appena cominciata. Milioni di giovani in tutto il mondo stanno riempendo le piazze nel nome della giustizia climatica.Ha iniziato la Nuova Zelanda quando in Italia era ancora notte, seguita da Hong Kong, Korea e via via spostandosi lungo i fusi orari verso sinistra. Un salto di qualità notevole se si pensa che il movimento è partito con una sola ragazzina seduta in piazza un anno e un mese fa. Sempre più giovani, sempre più studenti, sempre più cittadini, decidono di unirsi per lanciare un messaggio chiaro e preciso: il cambiamento climatico è qui ed ora, non possiamo più rimandare.
I numeri italiani sono ancora da stimare con precisione, si parla di più di un milione. Si può intanto notare una notevole crescita del movimento, sia nei grandi capoluoghi che nelle città più piccole. Ho personalmente partecipato allo sciopero di questa mattina a Fano, nelle Marche. Un corteo di cartelli colorati ha sfilato dall’Arco d’Augusto alla piazza principale, intervallati dai cori resi famosi a livello nazionale e internazionale. Numerose voci hanno poi animato il presidio in piazza, a partire dal professor Taffetani dell’Università Politecnica delle Marche. Il professore ha fatto presente ai ragazzi che è giusto richiamare le immagini degli orsi polari morenti o dell’Amazzonia in fiamme, ma che allo stesso tempo bisogna puntare i riflettori sui problemi e le soluzioni intorno a noi.
Taffetani ha allo stesso modo ricordato che non bisogna solamente aspettare che la politica faccia qualcosa dall’alto, perché i cittadini hanno in mano una vasta varietà di scelte con cui migliorare la propria impronta ecologica. Cambiare le proprie abitudine alimentari, ha detto il professore, è un’azione concreta che tutti noi possiamo fare nell’immediato. Soprattutto nelle Marche, culla del cibo biologico grazie alla sfida culturale lanciata da Gino Girolomoni più di quarant’anni fa.
Il microfono è
poi passato in mano ai piccoli della scuola elementare Luigi Rossi,
accompagnati dalle loro maestre. Sono solo bambini, cosa ne capiscono? Invece,
con grande stupore, le parole più incisive sono state pronunciate proprio da
uno di loro: “Sarò forse l’unico a dire
questa cosa. La terra non sopravviverà. È vero, siamo molto più bravi di ieri e
del giorno prima, ma secondo me, poi posso sbagliare e tutto, siamo troppo
abituati a questa realtà. Grazie per avermi fatto esprimere questa opinione”.
Parole forti, che ci testimoniano come
le nuove generazioni stiano acquisendo una consapevolezza enorme della crisi
climatica, con tutta la paura che questo comporta. Sicuramente un grande lavoro di sensibilizzazione è
stato svolto dalle maestre e dai professori nelle attività scolastiche di tutti
i giorni.
Un professore del Liceo Artistico Apolloni ha infatti voluto ricordare che la lotta al cambiamento climatico deve intersecarsi con tutte le piccole lotte che vivono nel quotidiano fra i banchi. Greta Thunberg, simbolo di questo movimento, non ha mai nascosto che la Sindrome di Asperger è per lei un superpotere, anziché un limite.La diversità, in tutte le forme che esistono – ambientale, sociale, culturale – va difesa e condivisa per arricchire questo mondo oggi così impaurito e bloccato in una guerra identitaria fra Noi e Loro. La crisi climatica ci ricorda invece che siamo tutti sulla stessa barca, e che per fermare il cambiamento climatico serve il contributo di tutti, ognuno con le proprie qualità.
I ragazzi di
Fridays For Future Fano hanno concluso gli interventi. Margherita, una delle
coordinatrici, ha rivolto un messaggio chiaro e preciso ai suoi coetanei: “I più grandi problemi della nostra società
sono l’ignoranza e la disinformazione e questi problemi fanno parte della mia
generazione così come di tutte le altre. Anche di chi con una certa maturità ed
esperienza dovrebbe avere imparato ad indagare, informarsi, porsi dei dubbi,
mettere in discussione le proprie conoscenze. Eppure è dovuta intervenire una
sedicenne per aprirci gli occhi e tutto il movimento che ha creato non è
nemmeno bastato.
E intendo la parola ignoranza nel suo significato etimologico di “non sapere, non conoscere, non informarsi”, appunto: non possiamo credere che un problema non sia tale quando effettivamente non lo conosciamo; non possiamo dire che è inutile manifestare per il clima se non si conoscono effettivamente i motivi della manifestazione. (…) Non so voi ma io, comunque, sono stanca: sono stanca di dover ancora spiegare ai miei coetanei i motivi della protesta: dove sono gli insegnanti che ne parlano? Ci sono certamente pratiche avviate e sono sempre di più, ma non basta! E rivolgendomi ai miei coetanei, perché non ascoltate?”.
L’onda verde continuerà a crescere
Perché non ascoltate? Certamente alcuni di questi ragazzi saranno scesi in piazza solo per saltare la scuola. Altri saranno stati trascinati dai loro compagni più convinti. Resta il fatto che il movimento ambientalista si è risvegliato, con parole e gesti nuovi. Migliaia di giovani saranno ancora “ignoranti”, nel senso inteso da Margherita, ma tantissimi altri sono pronti a contagiare, condividere, sensibilizzare, fino a che tutti non potranno fare a meno di parlarne, di sentirsi coinvolti e di scendere in piazza. L’onda verde non si arresta, l’onda verde è appena cominciata.
La Climate Action Week è iniziata già la scorsa settimana ed i giovani ragazzi di Fridays For Future Italia sono in grande fermento. A Roma gli attivisti hanno affisso uno striscione di fronte al Colosseo con lo slogan: “Our planet is burning. Future before profits”. Una richiesta più che lecita per un diritto al futuro che non può in alcun modo essere sacrificato per meri scopi economici. Senza considerare che questi saranno difficilmente perseguibili in un pianeta al collasso.
Fridays For Future Milano ha organizzato una conferenza per discutere dei cambiamenti climatici, dove hanno preso parola i più illustri personaggi del panorama scientifico italiano. Un’iniziativa avvallata anche dall’Università degli Studi di Milano che, insieme a tante altre istituzioni, si è apertamente schierata a favore degli scioperanti.
“Le scuole giustifichino chi prende parte al Terzo Sciopero Globale per il Clima”
Una delle più belle notizie di questa tornata di manifestazioni riguarda la decisa presa di posizione del nuovo Ministro dell’Istruzione Fioramonti.“In accordo con quanto richiesto da molte parti sociali e realtà associative impegnate nelle tematiche ambientali, ho dato mandato di redigere una circolare che invitasse le scuole, pur nella loro autonomia, a considerare giustificate le assenze degli studenti occorse per la mobilitazione mondiale contro il cambiamento climatico”.
Una mossa tanto sorprendente quanto azzeccata da parte del neoministro, che dà seguito alla sua proposta di iniziare a tassare i voli aerei per poterne impiegare i ricavi in misure atte a fronteggiare il cambiamento climatico. Gli stessi Luigi di Maio, Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti, oltre al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, hanno speso parole di elogio per gli scioperanti durante il Climate Action Summit di New York. Anche nel nostro Paese almeno a parole, è iniziata una nuova stagione politica che pone come prioritaria la lotta ai cambiamenti climatici.
Le critiche verso il terzo sciopero globale per il clima
Come al solito non hanno tardato ad arrivare critiche da ogni dove, per lo più da parte di chi questa crisi climatica ha contribuito a crearla. “Saltare la scuola è un gesto irresponsabile”. “É solo una scusa per saltare un giorno di scuola”.
Queste sono alcune delle affermazioni più frequenti da parte di chi, evidentemente, non ha ben capito quale sia il significato di uno sciopero. La Treccani lo definisce così: “Astensione organizzata dal lavoro di un gruppo più o meno esteso di lavoratori dipendenti, appartenenti al settore pubblico o privato, per la tutela di comuni interessi e diritti di carattere politico o sindacale. Il diritto di sciopero è sancito dall’articolo 40 della Costituzione”.
Ora, avere la presunzione di poter decidere soggettivamente la ragione per cui uno sciopero possa essere giustificato o meno è una mossa quanto meno azzardata. Soprattutto nel momento in cui questa posizione è pienamente condivisa non solo da milioni di giovani di tutto il mondo, ma anche dalla comunità scientifica e non solo. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha più volte espresso la sua preoccupazione verso quella che potrebbe essere “la più grande crisi che l’umanità dovrà mai affrontare”. La lista di altri personaggi illustri che si sono schierati a favore degli scioperi sarebbe lunga chilometri e non è questo il momento di ricordarla. Basti dire che al suo interno ci sono personalità molto più autorevoli di chi, invece, preferisce fomentare odio pur di non ammettere di essersi sbagliato.
Domani si sciopera
Riassumendo si può tranquillamente affermare che le critiche mosse verso un movimento accusato di “voler solo saltare la scuola” sono un po’ campate per aria. Se chi critica si informasse a dovere ci penserebbe due volte prima di parlare. E magari riuscirebbe ad ammettere, con onestà intellettuale, che i ragazzi, troppo spesso etichettati come pigri od immaturi, hanno ragione. La scienza non è un’opinione, così come non lo sono i cambiamenti climatici. I giovani hanno tutto il diritto di difendere il proprio futuro. E continueranno a farlo. Noi, domani, “ci vediamo per strada”.
La base giuridica su cui si basa la mozione è un documento redatto dalle Nazioni Unite circa 30 anni fa che è anche uno di quelli firmati dal maggior numero di paesi membri. La Convenzione dei Diritti sull’Infanzia impegna gli stati firmatari ad impegnarsi per garantire un futuro che possa essere il più florido possibile per le future generazioni. I 15 ragazzi che hanno presentato il ricorso provengono da 12 nazioni diverse. I 5 paesi verso cui la denuncia è indirizzata sono quelli che più hanno contribuito storicamente ad emettere CO2 nell’atmosfera tra i sottoscrittori dell’accordo.
Si tratta di Germania, Francia, Brasile, Argentina e Turchia. Stati Uniti e Cina non risultano infatti tra i Paesi che hanno ratificato l’accordo. L’accusa è quella di non essere stati in grado di mantenere fede ai propri doveri verso le future generazioni.
Il contenuto della denuncia di Greta e dei 15 giovani
All’interno del documento presentato alle Nazioni Unite le richieste dei 15 giovani sono più che ragionevoli. Così come il movente dell’accusa: “Questi Paesi non hanno utilizzato le proprie risorse per prevenire le conseguenze dell’attuale crisi climatica, ampiamente previste dalla scienza. Né tanto meno hanno cooperato in maniera efficiente con altre nazioni per mettere provare a risolvere il problema”. Ma non finisce qui. Il documento porta infatti alla luce l’inadeguatezza delle misure che verranno attuate per ridurre le emissioni di CO2. I tagli previsti, infatti, non impediranno alla temperatura di alzarsi di almeno 2 gradi.
Questa soglia, che è stata inserita nel Paris Agreement come obiettivo minimo, non è infatti rassicurante. La scienza ha previsto come con un tale aumento della temperatura non fermerebbe alcuni degli effetti più immediati e devastanti del cambiamento climatico come l’aumento in intensità e frequenza delle ondate di calore, l’aumento del livello dei mari, il declino della redditività dei campi coltivabili in giro per il mondo e via dicendo. La richiesta è dunque quella di aumentare le ambizioni dei piani per il clima in sintonia con le nazioni di tutto il mondo.
Nella maggior parte dei casi chi ha presentato la mozione ha poi vinto la causa. Questo è stato reso possibile proprio dall’affidabilità delle teorie scientifiche che trattano il problema della crisi climatica. Anche in Italia un gruppo di cittadini e associazioni si sono riuniti sotto il nome di “Giudizio Universale” e sono già all’opera per denunciare il nostro Governo. D’altronde l’urgenza del problema ed il ritardo con il quale si è iniziato ad affrontarlo richiedono anche azioni di questo tipo.
Ad essere franchi, non resta altro da fare che provarle tutte. Dagli scioperi, alle denunce, fino alle più radicali azioni messe in atto da Extinction Rebellion. Greta non è sola in questa battaglia. Al contrario, ha alle sue spalle un esercito di cittadini che si sono stancati di guardare inermi mentre il proprio futuro va in fumo e che faranno di tutto per vincere questa battaglia. Insomma, per dirla da “gretini”: “Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”.
Un’accigliata Greta Thunberg all’inizio del proprio discorso tenuto presso la sede delle Nazioni Unite.
Emotivo; così si potrebbe definire il discorso odierno di Greta Thunberg al summit ONU sul clima. Vedere una ragazzina ferita, con gli occhi lucidi e la voce sul punto di spezzarsi, smuoverebbe coscienza a chiunque ne disponga (e forse è proprio questo il problema). Ieri Greta si è infatti rivolta alla schiera dei potenti delle Nazioni Unite con parole di sfida, di rimprovero, dando l’ultimatum definitivo.
Il discorso pronunciato denuncia l’azzardo con il quale i politici si stanno giocando il futuro di Greta, e con il suo il nostro. Non ci è dato sapere quale sia il pensiero reale dei politicanti al sentire pronunciate queste accuse. Nessuno d’altronde gli pone questo genere di domande e nessuno in ogni caso si aspetterebbe in risposta la verità. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe approfondimento. Poco male, tanto l’unica risposta che conta davvero sono i fatti, tutto il resto è… declino planetario.
Il discorso di Greta tradotto in italiano
Il video del discorso originale di Greta Thunberg. Fonte: canale YouTube di The National.
Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio.
Questo è tutto completamente sbagliato. Io non dovrei essere qui sul palco ma a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma voi vi rivolgete a noi giovani come speranza per il futuro. Ma con che coraggio? Voi avete rubato i miei sogni e la mia gioventù con le vostre parole vuote, e io sono una delle più fortunate. La gente sta soffrendo. La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di parlare sono denaro e favole riguardo a una crescita economica eterna. Come osate?
Per oltre trent’anni la scienza è stata chiarissima. Con che coraggio continuate a fare finta di niente e venire qui affermando di fare abbastanza, quando le politiche e le soluzioni necessarie non sono neanche all’orizzonte? Dite ascoltarci e di capire l’urgenza, ma per quanto triste e arrabbiata io possa essere, non ho alcuna intenzione di crederci. Perché se veramente capiste la situazione e ciononostante continuaste a fallire a reagire, significherebbe che siete malvagi, e io questo mi rifiuto di crederlo.
La popolare idea di dimezzare le nostre emissioni in dieci anni ci dà solamente il 50% di possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di riscaldamento globale e di prevenire il rischio di avviare una serie reazioni a catena al di fuori del controllo umano. 50% potrebbe essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono punti critici, la gran parte dei cicli di retroazione, e il riscaldamento aggiuntivo nascosto dell’inquinamento dei trasporti aerei o gli aspetti dell’equità e della giustizia climatica. Inoltre, fanno affidamento sul fatto che la mia generazione risucchi miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’atmosfera, con tecnologie che quasi non esistono ancora. Per questo una chance di successo del 50% non è accettabile per noi che dovremmo convivere con le conseguenze.
Per avere una possibilità del 67% di rimanere al disotto di un’innalzamento delle temperature di un grado e mezzo celsius, la quota più ottimistica data dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il mondo aveva 420 gigatonnellate di CO2 ancora emittibili in data primo gennaio 2018. Oggi, quella stima è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Con che coraggio fate finta che questo vostro piano possa essere attuato come una qualsiasi altra politica e grazie a qualche soluzione tecnologica? Con i livelli di emissioni odierni questo tetto di CO2 sarà superato in meno di 8 anni e mezzo.
Quest’oggi non sarà presentato alcun piano né soluzione adeguato. Perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora sufficientemente maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a rendersi conto del vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono posati su di voi e se decidete di deluderci, beh allora io dico: non vi perdoneremo mai. Non la farete franca. Qui, oggi, è dove tracciamo il confine. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento avverrà che vi piaccia o meno.
Il discorso di Greta Thunberg tenuto oggi al summit ONU sul clima, tradotto per voi da L’EcoPost.
Greta Thunberg e l’arte del cazziatone
Personalmente io a Greta Thunberg riconosco un merito principale: quello di non rinunciare mai a fare il cazziatone. L’arte del cazziatone sembra facile, ma non lo è. Infatti, chi fa le pulci agli altri, personaggi pubblici e non, corre solitamente il rischio di risultare pedante e ripetitivo. La tendenza è quindi quella di compromettersi in base al contesto e al pubblico e di optare per toni più pacati così da non finire nel dimenticatoio o di essere etichettato come un personaggio scomodo o per questo indesiderato. Questo Greta Thunberg non lo fa.
Lei cazzia (soprattutto politici, presenti e non) costantemente da oltre un anno. La sua intransigenza, e l’auspicabile concretizzazione delle sue aspettative, sono effettivamente l’unica speranza di salvezza. Non che lei sia la salvezza in sé, per quanto bene e ammirazione si possa avere per lei. Bensì lo è l’accettazione progressiva di lei come personaggio pubblico nella narrativa mediatica mondiale, che ha l’effetto di introiettare negli individui la sua narrativa perentoria e di conseguenza il rigore necessario senza il quale l’equilibrio con la natura è impossibile.
Greta Thunberg è quindi un’icona, capace di ritagliarsi questo ruolo con continuità, intransigenza e una scelta delle parole sempre adeguata. Lei si è sobbarcata il compito di responsabilizzare la politica mondiale, non proprio quello che ci si aspetterebbe da una sedicenne, per quanto svedese. Ma c’è un dettaglio che non va e non può essere trascurato, che se tutti gli attivisti per lo sviluppo sociale e contro il cambiamento climatico del mondo, con Greta Thunberg in testa, riuscissero a convincere la politica ad agire, questo avrebbe ripercussioni sulla vita di noi tutti.
Il cambiamento politico non rimarrebbe puramente politico, ma si stratificherebbe lungo tutto il tessuto sociale. Cosa succederebbe se la politica agisse concretamente ma buona parte della popolazione si opponesse alle tasse, ai divieti, alle limitazioni, o più semplicemente ai cambiamenti imposti dall’alto? Se è vero che senza la politica la forte volontà di molti non basta, altrettanto vero è che la politica non ha vita facile nel convincere i cittadini di tutto il mondo che per garantire un futuro alle attuali e alle future generazioni, loro, nel loro piccolo, dovranno fare tante rinunce.
Dunque non lasciamo Greta Thunberg da sola, ma non lasciamo neanche la politica da sola. La prima è molto matura, ma è solo una ragazza, la seconda (proprio come ha detto Greta) non è ancora sufficientemente matura per prendere decisioni da sola.
Il video del WWF pubblicato in data 22 settembre 2019, dal titolo “Il Panda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”. Fonte: il canale YouTube di WWF Italia
Diciamo spesso che la transizione verso un futuro green deve essere promossa anche e soprattutto da parte dei leader mondiali. Forse la speranza non sara´vana, grazie al Summit ONU sul cambiamento climatico. Si tratta di un evento di tre giorni in cui i leader di tutto il mondo condividono idee e soluzioni per fermare il cambiamento climatico. Il Summit, ospitato dal Palazzo di Vetro a New York, si e’ aperto sabato 21 settembre con il Youth Summit, durante il quale giovani leader e attivisti sono intervenuti per chiedere ai “grandi” un cambiamento radicale.
L’intervento di Greta
Come ha riportato “La Voce di New York“, Greta Thunberg e’ stata la grande protagonista della giornata e ha aperto il Summit con queste parole: “Ieri milioni di persone di tutto il pianeta hanno marciato e richiesto una concreta azione sul clima e soprattutto lo hanno fatto i giovani. Abbiamo dimostrato al mondo che siamo uniti, e che noi giovani non potremo più essere fermati”.
Il Summit non sembra essere stato un susseguirsi sterile di interventi gia’ preparati, bensi’ una vivace discussione in cui tutti hanno potutto dare il loro contributo.
Il video completo della sezione mattutina dello Youth Summit ONU 2019
La mia generazione vive nella paura
Sulla Voce di New York si possono leggere le parole dell’ attivista Komal Kumar, la quale vive in una delle zone maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici: le isole Fiji. “La mia generazione vive nella paura costante e con l’ansia del clima… abbiamo paura del futuro… noi non siamo delle polizze d’assicurazione, ma siamo degli esseri umani. E’ forse troppo chiedervi di far seguire i fatti alle parole, o forse stiamo veramente sperando in qualche cosa ormai di compromesso? ” Conclude poi con la richiesta di includere i giovani nel disegnare nuovi piani d’adattamento. Come lei altri giovani provenienti da zone a forte rischio ambientale come il Kenya e l’Argentina hanno chiesto a gran voce di lasciare spazio ai giovani e di ascoltare le loro richieste.
La risposta dei “grandi”
Antonio Guterres, segretario generale dell‘Onu, ha accolto questi appassionati interventi con entusiasmo e ha dato loro fiducia con queste parole: “Vi incoraggio a continuare… a continuare nella mobilitazione. La mia generazione ha fortemente fallito fino ad ora nel preservare sia la giustizia nel mondo e il pianeta. La mia generazione ha una grande responsabilità. E’ la vostra generazione che ci deve far sentire responsabili per essere sicuri che non tradiremo il futuro dell’umanità”. Al Summit era presente anche Sergio Costa, che e’ intervenuto riconoscendo le istanze portate avanti dal movimento giovanile.
Sergio Costa interviene allo Youth Summit 2019 al Palazzo di Vetro di New York
Oggi, 23 settembre, e’ il grande giorno. AL Palazzo di Vetro si riuniranno in leader politici mondiali per prendere, si spera, importanti decisioni per fermare o quantomento attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Grande assente al Summit sara’ Donald Trump, presidente di una delle Nazioni maggiormente responsabili del pianeta inquinato in cui i giovani d’oggi sono e saranno cosretti a vivere.
In molti sanno che il 27 settembre ci sarà il terzo sciopero globale per il clima. Il primo, avvenuto il 15 marzo scorso, ha segnato sicuramente la storia raccogliendo milioni di attivisti in tutto il mondo. Nonostante questo successo e la crescita costante del movimento Fridays For Future, i più scettici continuano ad attaccare Greta Thunberg, la ragazza svedese che per prima si sedette davanti al Parlamento Svedese con un cartello che diceva “Sciopero per il clima”. I complottisti insinuano che sia manovrata da altri, che sia solo un pupazzetto in mano a qualche potente. Più in generale i suoi oppositori sostengono che non sia questo il modo, una ragazzina della sua età dovrebbe essere a scuola. Seguendo il suo viaggio in America però, è possibile capire che lo sciopero è solo un mezzo per arrivare a un fine più grande: costringere la politica ad ascoltare la scienza.
Un nostro recente articolo ha illustrato come il terzo sciopero globale in programma per il 27 settembre sia preceduto da un’intera settimana di mobilitazione, iniziata oggi, dove Greta alternerà le marce in strada con gli incontri istituzionali. Greta ha già parlato di fronte al Congresso americano e parlerà di fronte all’ONU nella giornata di martedì, ma sono gli incontri informali che devono catturare la nostra attenzione. A due settimane dallo sbarco negli Stati Uniti, Greta ha partecipato ad una conferenza intitolata The Right to a Future. Dopo la testimonianza di alcuni attivisti, Greta si è intrattenuta in una lunga conversazione con Naomi Klein, ambientalista e autrice di diversi libri in materia (è uscito ieri in Italia l’ultimo libro Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima).
Nel loro dialogo, le due attiviste hanno discusso dell’importanza che lo sciopero per il clima comporta per la società nel suo insieme. Molti di quelli che appoggiano Greta in linea di principio, non riescono a condividere la modalità dello sciopero, che viene visto come un modo dei tanti per far saltare la scuola agli studenti. Ma il punto fondamentale sostenuto da Greta e dagli attivisti che l’hanno seguita è proprio questo: il diritto allo studio non dovrebbe essere contrapposto al diritto di vivere a lungo su questa Terra. Uno dei cartelli più diffusi durante le marce recita: “Perché dovremmo andare a scuola se non c’è un futuro?”, imitando il discorso fatto da Greta prima dell’incontro con Papa Francesco nell’aprile scorso.
Lo sciopero per il clima: una mobilitazione di speranza
Lo sciopero diventa quindi una modalità estrema, una mobilitazione di massa che costringa gli adulti a prendere decisioni drastiche per i danni creati fin da quando questi giovani studenti non erano ancora in vita. Greta aveva già raccontato parecchie volte di come sia stato difficoltoso convivere con la consapevolezza della crisi climatica. All’inizio, la giovane svedese ha dovuto affrontare un lungo periodo di depressione, anche a causa della sua sensibilità acuta dovuta alla Sindrome di Asperger. È poi riuscita a passare alla speranza grazie ai milioni di studenti che si sono aggiunti alla lotta per il clima, che le scrivono e a loro volta scioperano per contagiare i propri amici, insegnanti, concittadini.
Il potere della pressione dal basso è stato anche uno dei principali argomenti nel dibattito a distanza fra Greta e Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata puertoricana che ha portato al Congresso il Green New Deal. In quella occasione, Greta aveva dichiarato: “Gli studenti che scioperano mi danno molta speranza. E anche il fatto che tante persone non sono a conoscenza della crisi climatica. Vanno avanti così e continuano a non fare nulla non perché sono cattive, o perché non vogliono. Non stiamo distruggendo la biosfera perché siamo egoisti. Lo stiamo facendo solo perché non ce ne rendiamo conto. Questo mi fa sperare, perché una volta che sapranno, che prenderanno coscienza, potranno cambiare atteggiamento e fare qualcosa.”
L’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez. Il Green New Deal
Dal canto suo, Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto notare come l’ultimo anno sia stato decisivo per far sì che il piano di rivoluzione verde da lei proposto passasse da essere un’utopia di pochi estremisti ad essere uno degli argomenti più discussi nel dibattito politico: “uno o due anni fa solo il 20 per cento degli elettori democratici statunitensi, i più progressisti del paese, considerava prioritario il problema del clima. Grazie alle nostre iniziative, e quelle che stanno organizzando i giovani, quella percentuale è aumentata. I sondaggi mostrano che circa il 70 per cento degli elettori democratici pensa che il new deal verde dovrebbe essere una priorità, ed è pronto a sostenere i candidati che sono favorevoli alla sua approvazione”.
La giovane deputata americana, con 5 milioni di follower su Twitter, è continuamente vittima di attacchi da parte degli haters, così come Greta: perché il suo piano è troppo ambizioso; perché non ci sono le coperture economiche; perché un piano di rivoluzione verde attaccherebbe nel profondo il sistema politico americanosorretto dalle lobby da decenni. Eppure, la sua schiacciante vittoria ha dimostrato che i giovani sono pronti a cambiare rotta, a perseguire un modello che ci permetta di rimanere dentro i confini ecologici della terra.
Una lobby verde per costringere la politica ad ascoltare la scienza
È quindi naturale che la Ocasio-Cortez si sia schierata con tutti gli studenti che stanno riempendo le strade per creare una lobby di tutt’altro genere. Una lobby senza soldi, che è però costituita da milioni di elettrici ed elettori, pronti a sostenere i candidati che mettano l’ambiente al primo posto: “A cosa serve andare davanti al parlamento con un cartello? Non riduce immediatamente le emissioni di anidride carbonica. Non cambia direttamente le leggi. Ma manda un messaggio ai potenti, e la gente sottovaluta l’importanza di quel messaggio”. Come dice la giovane deputata, alzare in aria un cartello non cambierà la storia dall’oggi al domani, ma ha un potenziale enorme nel lungo termine. Per ogni attivista in strada, un voto nelle urne. I politici non potranno più fare a meno di ascoltarli.
A 4 mesi dal secondo sciopero globale per il clima tutto è pronto, o quasi, per il terzo Global Climate Strike che avrà luogo il 27 settembre. Saranno almeno 1588 le marcie organizzate in tutto il mondo, un numero destinato a crescere considerando che manca ancora più di una settimana all’evento. Ma la data da segnare sul calendario non è solo questa. Venerdì 20 settembre Greta, che si è resa protagonista di un viaggio di circa due settimane per raggiungere gli Stati Uniti in barca a vela, prenderà parte alla manifestazione che si terrà a New York per inaugurare la #WeekForFuture.
Cos’è la #WeekForFuture
Una delle novità del terzo sciopero globale per il clima riguarda proprio la creazione di una serie di eventi che si succederanno per tutta la settimana precedente alla mobilitazione globale. La giornata inaugurale della #WeekForFuture di venerdì 20 settembre vedrà la giovane attivista svedese scendere in piazza insieme agli attivisti di Fridays For Future New York. Successivamente sono state pensate tutta una serie di iniziative che si terranno nei giorni precedenti al Climate Strike.
Sabato 21 ci sarà il WorldCleanupDay durante il quale i volontari ripuliranno alcuni luoghi degradati, chiedendo simbolicamente ai governi 10 euro all’ora per il lavoro svolto e a cui non avrebbero dovuto pensare loro. Domenica 22 si terrà invece il #CarFreeDay che, gioco forza, vedrà in contemporanea lo svolgimento dei #BikeStrikes. Tra le nazioni più coinvolte da questa serie di iniziative troviamo gli Stati Uniti (145 città) e l’India (72 città). La lista completa degli eventi che si terranno durante tutta la #WeekForFuture è disponibile sul sito di FridaysForFuture.
Gli impegni americani di Greta: spicca il Climate Action Summit dell’ONU
La giovane Greta Thunberg non ha attraversato l’Oceano Atlantico solamente per prendere parte ad una manifestazione. La ragione principale della sua traversata è infatti la sua partecipazione al Climate Action Summit organizzato dall’ONU, una conferenza tra le parti in cui verrà sottoposto a tutti i rappresentanti dei paesi membri il problema del cambiamento climatico con lo scopo di creare un dialogo costruttivo che possa permettere di individuare soluzioni sostenibili sul lungo termine a livello globale. Greta sarà ospite di eccezione e, come suo solito, terrà uno dei suoi discorsi. Proprio come già fatto martedì 17 settembre, data in cui è stata invitata a cospetto del Congresso americano.
L’intervista di Greta per la trasmissione americana “The Daily Show”
Neanche a dirlo, Greta, ha tirato fuori gli artigli e non ha esitato a puntare il dito contro i parlamentari americani, rei di non fare abbastanza: “Risparmiatevi i vostri elogi. Non li vogliamo. É inutile che ci invitiate qui a dirci quanto siamo di ispirazione senza che facciate niente per combattere il cambiamento climatico. Questo non porterà a nulla. Se volete consigli su ciò che andrebbe fatto, invitate gli scienziati e chiedete aiuto a loro. Non vogliamo che ascoltiate noi. Vogliamo che ascoltiate la scienza. Lo so che qualcuno di voi ci sta provando, ma non lo state facendo con abbastanza tenacia. Mi dispiace”.
#WeekForFuture e Global Climate Strike: siamo tutti benvenuti
A pochi giorni dall’inizio della #WeekforFuture che si chiuderà con l’evento che mobiliterà milioni di giovani, e non solo, in giro per il mondo vale la pena ricordare quale sia la natura di FridaysForFuture, facilmente riassumibile con le parole di Greta: “Everyone is welcome, everyone is needed”. Il cambiamento climatico non farà distinzioni e tanto meno lo faremo noi.
La crisi climatica è in atto e l’estate appena passata lo dimostra ulteriormente, come se ce ne fosse stato bisogno. I mesi estivi, tutti ed indistintamente, hanno registrato le medie di temperatura più alte di sempre. Solo Agosto, infatti, è arrivato secondo in questa triste graduatoria. Ora serve azione. Serve alzare la voce e scendere in piazza. A farlo ci saranno milioni di persone, in 1588 città diverse sparse per tutti i continenti. Antartide inclusa. La battaglia continua. “E non avremo pace finché non avremo finito”.
Mi è capitato di leggere un recente articolo del giornale The New Yorker dal titolo What if we stopped pretending?(tradotto: “E se smettessimo di illuderci?”), che fornisce uno spunto interessante sulla dialettica relativa al cambiamento climatico, che qui cerco di riportare e trasmettere.
Per preservare il pianeta e mantenerlo così come lo conosciamo serve un cambiamento epocale, fino a qui siamo tutti d’accordo. Ma cosa ci lascia pensare che si tratti di una possibilità concreta? Probabilmente niente. Ce la stiamo raccontando. Questa è l’opinione di Franzen, autore del pezzo.
“Spiaggiati” di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU), immagine gentilmente concessa dall’artista. Dino Del Vecchio – critico d’arte – sull’opera: «L’autore si pone l’obiettivo di stigmatizzare, attraverso l’arte, le sue/nostre vere “lacerazioni”. Quindi, di fronte alle inesorabili disgregazioni e le incongruenze che si colgono in un mondo senza valori, il simil-corpo-umano in forma scultura, intrappolato nella plastica che lo sigilla e lo isola, sembra farsi esempio della condizione dell’uomo che non riesce più a ritrovare il senso alto e vero dell’esistenza.»
L’elemento kafkiano della retorica attorno al cambiamento climatico
La riflessione del giornalista si apre con una citazione di Kafka: “Oh certo, molta speranza, infinita speranza, ma non per noi”; constatando che si addice perfettamente a quella che è la situazione attuale dello stato di salute del pianeta, quindi di noi che ci viviamo in simbiosi (almeno in teoria). I personaggi dello scrittore Franz Kafka hanno d’altronde un comune denominatore a noi familiare, ossia l’incapacità di raggiungere o addirittura di avvicinarsi ai tutt’altro che irraggiungibili obiettivi che si prefiggono.
Noi umanità sapevamo da tempo che la rotta andava cambiata, non è certo una scoperta degli ultimi anni. La novità è la gravità della previsione, peggiorata sensibilmente con l’aumento della crescita registrata, dove più dove meno, economicamente e demograficamente a livello globale. Dunque lo sapevamo (anni 80 su per giù) e non siamo intervenuti. Lo sappiamo ora e non stiamo intervenendo. Qualcuno potrebbe obiettare che al contrario, molti sono gli sforzi profusi per cambiare la situazione. Ma a contare è la loro efficacia, del tutto insufficiente.
Il punto è che per intraprendere quel cambio di rotta necessario bisogna intervenire su tanti livelli diversi: economico, politico, sociale, ancor prima che ambientale. E forse l’unico modo per avviare un cambiamento non è quello di continuare a ripetersi che bisogna agire, se non quello di rendersi conto che ormai il pasticcio è stato fatto, le cose peggioreranno, è incontrovertibile, ma forse ancora si possono limitare i danni.
La dialettica fuorviante in merito al cambiamento climatico
I canali di informazione tutti non possono e non osano più esimersi dall’affrontare il cambiamento climatico, ma il tono tende a essere pacato e speranzoso e la dialettica a lasciare sempre aperto lo spiraglio della salvezza. Questa dialettica del cambiamento climatico finisce per essere controproducente – questo è il parere di Franzen – poiché, considerata l’enormità della sfida, suggerisce che sia qualcun altro, verosimilmente la politica, che per delega, deve risolvere il problema. Il singolo viene sostanzialmente esonerato da ogni responsabilità, consentendogli di continuare a vivere come ha sempre fatto.
Aspettarsi un formulazione diversa, più aspra e cruda, dai media è una speranza vana. Non possono e non lo faranno. E così, chi prova a farsi portavoce del cambiamento rischia di essere percepito come pedante, allarmista, magari strano ed estremista. Proprio ieri sono stato chiamato «estremista» in quanto rimarcavo spesso le assurdità di tanti delle nostre scelte e dei modi di fare, dopo che per l’ennesima volta avevo sollevato questioni “sconvenienti” a tavola.
Al termine “estremo” o “estremismo” è oggigiorno associato un valore negativo, in parte giustificato: chi è estremista sbaglia già in partenza, perché non scende a patti. D’accordo. Ma se proprio il continuo ricorrere a un approccio moderato è responsabile della portata del problema che col tempo si è venuto a creare, allora forse l’estremismo diventa un’opzione, se non l’unica opzione realmente percorribile.
Dall’alto in basso o dal basso in alto? Non importa basta che funzioni
In un mondo ideale, in cui l’interesse comune, il bene comune, fosse il vero motore delle decisioni di carattere politico e non, avrebbe senso aspettarsi che il cambiamento fosse indicato e imposto dall’alto. I cittadini, confidenti nelle istituzioni, sarebbero costretti ad accettare le misure proposte, e forse lo farebbero felici e comprensivi. In un mondo meno ideale e più vicino al nostro i vertici della società non operano come dovrebbero, ma i cittadini coscienziosi si unirebbero per il raggiungimento del fine condiviso.
Nella realtà in cui viviamo, nonostante il baratro ormai imminente, non avviene nessun cambiamento deciso dall’alto verso il basso. Così come in basso si continua spesso a dare la priorità agli affari propri, di cui la politica è un riflesso. Lasciando il cambiamento necessario ai margini, una questione di nicchia, che fa del salvare il mondo il proprio passatempo.
Le sfide fuori portata e la paura del cambiamento
L’uomo per sua natura ha paura del cambiamento (tranne quello ambientale evidentemente…). Di fronte a un bivio, a una scelta, la decisione sicura è una sola e sempre la stessa: l’inattività. Procrastinare il momento della scelta, con la speranza che per un motivo o per l’altro, l’impasse si risolva da sola. Questa è esattamente la situazione nella quale ci ritroviamo ora, se non fosse per la certezza che il cambiamento risultante dalla nostra inattività, quello climatico e quelli da esso derivanti, è risaputo essere negativo, con ogni probabilità catastrofico.
L’umanità è un malato che sa di esserlo ma che continua a fare finta di niente, consapevole che nel momento in cui dovesse accettare la diagnosi, sarà costretta a stravolgere la propria vita. Non ha voluto prestare attenzione ai sintomi in passato, sottovalutandoli, e non vuole dare ragione ai medici portatori di brutte notizie. Il massimo del comfort ci ha dato alla testa, come è ovvio che sia, e non riusciamo più a farne a meno.
Eppure non possiamo continuare a lasciarci sedurre dalla dolcezza della vita resa semplice, in quanto viene meno lo stesso senso di vivere. Dobbiamo trovare nelle nostre paure la ragione di esistere e di farlo in maniera attiva, affrontandole a viso aperto e conquistandole.
Questo non significa abbandonare tutto e tornare a vivere nei boschi, come qualcuno tende a semplificare con fare beffardo. Significa piuttosto rifiutarsi di ricorrere sempre al comfort, solo perché a disposizione. La fatica non può e non deve farci paura. Significa escludere quello che è superfluamente superfluo, in favore del romanticismo verso le cose così come sono e verso la conquista delle nostre aspirazioni.
“Estremismo” come filosofia altruista di vita
Franzen conclude con l’invito a dedicarsi ad azioni mirate, scegliendo di fare la cosa giusta per il pianeta, ma iniziando dal cercare di salvare ciò che si ama nello specifico, vicino a sé; comunità, istituzione, un angolo non antropizzato, o una specie in difficoltà che sia. Un pensiero globale per un’azione locale.
Questo è già in qualche modo una forma di estremismo, poiché significa fare una scelta di cui beneficiamo solo indirettamente. Un estremismo altruista, che punta a condividere invece che a far proprio. Donare una parte di noi a qualcosa che non ci appartiene, per il semplice fatto che è giusto e bello così, tralasciando l’aspetto pratico dell’immediato che ha corrotto il nostro modo di pensare. Ritrovare un po’ di romanticismo (ci tengo a ribadirlo!) nella propria filosofia di vita che non appartenga ai binari preimpostati, apparentemente gli unici percorribili al giorno d’oggi.
Inizia oggi ad accettare che il domani non sarà più così luminoso, e arriverai preparato all’appuntamento. Guida gli altri, che per un motivo o l’altro non sono così avveduti come lo sei tu. Smetti di pensare che se gli altri non rinunciano a qualcosa, che motivo ne hai tu di farlo. Smetti di ascoltare l’autolesionista dialettica del cambiamento climatico con passività. Ti accorgerai che non sei il solo e che anzi, proprio la comunità di cui fai parte e che hai aiutato a migliorare, è l’argine alla catastrofe che in cuor tuo tanto desideravi.
Dal testo della canzone: Hope you got your things together Hope you are quite prepared to die Looks like we’re in for nasty weather One eye is taken for an eye
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