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Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

Tempo di lettura 5 minuti

Mi è capitato di leggere un recente articolo del giornale The New Yorker dal titolo What if we stopped pretending? (tradotto: “E se smettessimo di illuderci?”), che fornisce uno spunto interessante sulla dialettica relativa al cambiamento climatico, che qui cerco di riportare e trasmettere.

Per preservare il pianeta e mantenerlo così come lo conosciamo serve un cambiamento epocale, fino a qui siamo tutti d’accordo. Ma cosa ci lascia pensare che si tratti di una possibilità concreta? Probabilmente niente. Ce la stiamo raccontando. Questa è l’opinione di Franzen, autore del pezzo.

"Spiaggiati" di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU)
“Spiaggiati” di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU), immagine gentilmente concessa dall’artista. Dino Del Vecchio – critico d’arte – sull’opera: «L’autore si pone l’obiettivo di stigmatizzare, attraverso l’arte, le sue/nostre vere “lacerazioni”. Quindi, di fronte alle inesorabili disgregazioni e le incongruenze che si colgono in un mondo senza valori, il simil-corpo-umano in forma scultura, intrappolato nella plastica che lo sigilla e lo isola, sembra farsi esempio della condizione dell’uomo che non riesce più a ritrovare il senso alto e vero dell’esistenza

L’elemento kafkiano della retorica attorno al cambiamento climatico

La riflessione del giornalista si apre con una citazione di Kafka:
“Oh certo, molta speranza, infinita speranza, ma non per noi”; constatando che si addice perfettamente a quella che è la situazione attuale dello stato di salute del pianeta, quindi di noi che ci viviamo in simbiosi (almeno in teoria). I personaggi dello scrittore Franz Kafka hanno d’altronde un comune denominatore a noi familiare, ossia l’incapacità di raggiungere o addirittura di avvicinarsi ai tutt’altro che irraggiungibili obiettivi che si prefiggono.

Noi umanità sapevamo da tempo che la rotta andava cambiata, non è certo una scoperta degli ultimi anni. La novità è la gravità della previsione, peggiorata sensibilmente con l’aumento della crescita registrata, dove più dove meno, economicamente e demograficamente a livello globale. Dunque lo sapevamo (anni 80 su per giù) e non siamo intervenuti. Lo sappiamo ora e non stiamo intervenendo. Qualcuno potrebbe obiettare che al contrario, molti sono gli sforzi profusi per cambiare la situazione. Ma a contare è la loro efficacia, del tutto insufficiente.

Il punto è che per intraprendere quel cambio di rotta necessario bisogna intervenire su tanti livelli diversi: economico, politico, sociale, ancor prima che ambientale. E forse l’unico modo per avviare un cambiamento non è quello di continuare a ripetersi che bisogna agire, se non quello di rendersi conto che ormai il pasticcio è stato fatto, le cose peggioreranno, è incontrovertibile, ma forse ancora si possono limitare i danni.

La dialettica fuorviante in merito al cambiamento climatico

I canali di informazione tutti non possono e non osano più esimersi dall’affrontare il cambiamento climatico, ma il tono tende a essere pacato e speranzoso e la dialettica a lasciare sempre aperto lo spiraglio della salvezza. Questa dialettica del cambiamento climatico finisce per essere controproducente – questo è il parere di Franzen – poiché, considerata l’enormità della sfida, suggerisce che sia qualcun altro, verosimilmente la politica, che per delega, deve risolvere il problema. Il singolo viene sostanzialmente esonerato da ogni responsabilità, consentendogli di continuare a vivere come ha sempre fatto.

Aspettarsi un formulazione diversa, più aspra e cruda, dai media è una speranza vana. Non possono e non lo faranno. E così, chi prova a farsi portavoce del cambiamento rischia di essere percepito come pedante, allarmista, magari strano ed estremista. Proprio ieri sono stato chiamato «estremista» in quanto rimarcavo spesso le assurdità di tanti delle nostre scelte e dei modi di fare, dopo che per l’ennesima volta avevo sollevato questioni “sconvenienti” a tavola.

Al termine “estremo” o “estremismo” è oggigiorno associato un valore negativo, in parte giustificato: chi è estremista sbaglia già in partenza, perché non scende a patti. D’accordo. Ma se proprio il continuo ricorrere a un approccio moderato è responsabile della portata del problema che col tempo si è venuto a creare, allora forse l’estremismo diventa un’opzione, se non l’unica opzione realmente percorribile.

Dall’alto in basso o dal basso in alto? Non importa basta che funzioni

In un mondo ideale, in cui l’interesse comune, il bene comune, fosse il vero motore delle decisioni di carattere politico e non, avrebbe senso aspettarsi che il cambiamento fosse indicato e imposto dall’alto. I cittadini, confidenti nelle istituzioni, sarebbero costretti ad accettare le misure proposte, e forse lo farebbero felici e comprensivi. In un mondo meno ideale e più vicino al nostro i vertici della società non operano come dovrebbero, ma i cittadini coscienziosi si unirebbero per il raggiungimento del fine condiviso.

Link al nostro articolo Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare.

Nella realtà in cui viviamo, nonostante il baratro ormai imminente, non avviene nessun cambiamento deciso dall’alto verso il basso. Così come in basso si continua spesso a dare la priorità agli affari propri, di cui la politica è un riflesso. Lasciando il cambiamento necessario ai margini, una questione di nicchia, che fa del salvare il mondo il proprio passatempo.

Le sfide fuori portata e la paura del cambiamento

L’uomo per sua natura ha paura del cambiamento (tranne quello ambientale evidentemente…). Di fronte a un bivio, a una scelta, la decisione sicura è una sola e sempre la stessa: l’inattività. Procrastinare il momento della scelta, con la speranza che per un motivo o per l’altro, l’impasse si risolva da sola. Questa è esattamente la situazione nella quale ci ritroviamo ora, se non fosse per la certezza che il cambiamento risultante dalla nostra inattività, quello climatico e quelli da esso derivanti, è risaputo essere negativo, con ogni probabilità catastrofico.

L’umanità è un malato che sa di esserlo ma che continua a fare finta di niente, consapevole che nel momento in cui dovesse accettare la diagnosi, sarà costretta a stravolgere la propria vita. Non ha voluto prestare attenzione ai sintomi in passato, sottovalutandoli, e non vuole dare ragione ai medici portatori di brutte notizie. Il massimo del comfort ci ha dato alla testa, come è ovvio che sia, e non riusciamo più a farne a meno.

Eppure non possiamo continuare a lasciarci sedurre dalla dolcezza della vita resa semplice, in quanto viene meno lo stesso senso di vivere. Dobbiamo trovare nelle nostre paure la ragione di esistere e di farlo in maniera attiva, affrontandole a viso aperto e conquistandole.

Questo non significa abbandonare tutto e tornare a vivere nei boschi, come qualcuno tende a semplificare con fare beffardo. Significa piuttosto rifiutarsi di ricorrere sempre al comfort, solo perché a disposizione. La fatica non può e non deve farci paura. Significa escludere quello che è superfluamente superfluo, in favore del romanticismo verso le cose così come sono e verso la conquista delle nostre aspirazioni.

“Estremismo” come filosofia altruista di vita

Franzen conclude con l’invito a dedicarsi ad azioni mirate, scegliendo di fare la cosa giusta per il pianeta, ma iniziando dal cercare di salvare ciò che si ama nello specifico, vicino a sé; comunità, istituzione, un angolo non antropizzato, o una specie in difficoltà che sia. Un pensiero globale per un’azione locale.

Questo è già in qualche modo una forma di estremismo, poiché significa fare una scelta di cui beneficiamo solo indirettamente. Un estremismo altruista, che punta a condividere invece che a far proprio. Donare una parte di noi a qualcosa che non ci appartiene, per il semplice fatto che è giusto e bello così, tralasciando l’aspetto pratico dell’immediato che ha corrotto il nostro modo di pensare. Ritrovare un po’ di romanticismo (ci tengo a ribadirlo!) nella propria filosofia di vita che non appartenga ai binari preimpostati, apparentemente gli unici percorribili al giorno d’oggi.

Inizia oggi ad accettare che il domani non sarà più così luminoso, e arriverai preparato all’appuntamento. Guida gli altri, che per un motivo o l’altro non sono così avveduti come lo sei tu. Smetti di pensare che se gli altri non rinunciano a qualcosa, che motivo ne hai tu di farlo. Smetti di ascoltare l’autolesionista dialettica del cambiamento climatico con passività. Ti accorgerai che non sei il solo e che anzi, proprio la comunità di cui fai parte e che hai aiutato a migliorare, è l’argine alla catastrofe che in cuor tuo tanto desideravi.

Dal testo della canzone:
Hope you got your things together
Hope you are quite prepared to die
Looks like we’re in for nasty weather
One eye is taken for an eye

Link al nostro articolo Il tempo dei dubbi è finito. I cambienti climatici sono qui, ora.

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