Approvato il Decreto Clima. Ma è un’ennesima delusione

decreto clima

Il decreto Clima, che dovrebbe dare il via al Green New Deal annunciato allo stanziarsi del nuovo governo, è appena stato approvato dal ministro dell’ambiente Sergio Costa. Si tratta niente più che un fondo monetario stanziato dall’Unione Europea e che l’Italia può sfruttare per iniziative a favore dell’ambiente.

Quanti soldi?

L’ammontare del fondo è di 450 milioni di euro che, di primo impatto, sembrano moltissimi. Bisogna però da notare che i fondi richiesti da Angela Merkel per il decreto clima in Germania sono 50 miliardi di euro entro il 2021 e 100 miliardi entro il 2030. I nostri, quindi, sono meno di un centesimo di quelli tedeschi. Infatti, le proposte a favore dell’ambiente presenti nel decreto sono altrettanto esigui.

Il più chiacchierato è sicuramente la possibilità, per chi vuole rottamare la propria auto da Euro 0 a Euro 3 e i motorini (Euro 2 e Euro 3), di beneficiare di un bonus mobilità per acquistare biciclette o abbonamenti per mezzi pubblici. Il bonus avrà un valore dai 500 euro ai 1500 euro, che devono essere utilizzati entro i successivi tre anni da qualunque componente della famiglia dell’intestatario del veicolo rottamato. Il nuovo mezzo inoltre non entrerà a far parte del reddito disponibile, quindi non sarà tassato

Il lato oscuro del bonus mobilità

Il lato oscuro di questo bonus consiste nel fatto che, innanzi tutto, è destinato solo ai cittadini che risiedono in comuni che superano i limiti di emissioni inquinanti indicati dalla normativa europea sulla qualità dell’aria. Quindi, invece di agire sulla prevenzione e sulla riduzione dell’inquinamento, il bonus è finalizzato a limitare (di poco) i danni già presenti.

Leggi il nostro articolo: “Ecotassa ed ecobonus sulle auto, da marzo in vigore”.

In secondo luogo, il bonus può essere riscattato solo se il mezzo non viene sostituito con un altro mezzo di trasporto a motore. Come si legge su vaielettrico.it, il bonus potrà essere riscattato da un numero limitatissimo di cittadini in possesso di un veicolo di valore zero e senza necessità di rimpiazzarlo. Non avrà nessun effetto di stimolo per il mercato auto e moto elettrici, quindi non stimolerà investimenti e sviluppi delle case automobilistiche. Una buona idea, a nostro parere, sarebbe stata quella di inserire incentivi alla conversione in elettrico di vecchi veicoli termici inquinanti.

Città: trasporto pubblico e commercianti

40 milioni di euro saranno poi destinati ai Comuni per la realizzazione, prolungamento, l’ammodernamento delle corsie preferenziali per il trasporto pubblico locale. Le corsie preferenziali sono sì utili per un più efficiente trasporto pubblico, ma sarebbe forse stato più giusto investire soldi per la sostituzione dei mezzi a motore con quelli elettrici. Per il trasporto scolastico, invece, saranno stanziati alcuni finanziamenti per mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a Euro 6.

Trenta milioni di euro, inoltre, saranno destinati alla piantumazione di alberi e alla creazione di foreste, orizzontali e verticali, nelle città. Verranno anche aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque. Un problema, questo, piuttosto grave nella nostra nazione. L’Unione Europea aveva infatti ripreso l’Italia poiché 237 agglomerati urbani non disponevano di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico.

I commercianti che decideranno di allestire un “green corner”, ovvero un reparto con prodotti sfusi, potranno ricevere fino a 5mila euro (venti milioni in totale).

Leggi il nostro articolo “Ridurre la plastica al supermercato, ecco come fare”

Infine, un milione e mezzo di euro saranno destinati allIspra (l’istituto superiore per la ricerca ambientale di cui si avvale il ministero dell’Ambiente). Con questi soldi realizzerà un database pubblico, liberamente consultabile, contenente i dati ambientali di tutto il Paese.

Le polemiche degli ambientalisti

Come già abbiamo accennato, questo decreto ha sollevato non poche polemiche, in primis dal direttore esecutivo di Greenpeace Giuseppe Onufrio: “non è un decreto sul clima, dato che inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali”. La politica energetica italiana infatti vede ancora il gas naturale al centro del sistema. Come conferma il recente rapporto dell’Asvis, nell’ultimo quinquennio le emissioni di CO2 da parte delle imprese italiane sono tornate a crescere.

Leggi il nostro articolo: L’Italia e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Serve un cambio di marcia

Anche il movimento italiano Fridays For Future ha fatto sentire la sua voce, protestando contro il fatto che inizialmente il decreto sul clima avrebbe dovuto tagliare i fondi ai combustibili fossili, oltre che aver imposto l’obiettivo di emissioni zero entro il 2030. Questi provvedimenti però sono stati cancellati. Così come è sparita dalla decreto l’intenzione di creare un Comitato interministeriale sui cambiamenti climatici e di un Cipe, (il comitato interministeriale per la programmazione economica) “verde” per ingenti investimenti pubblici. Secondo FFF, quindi, questo è sostanzialmente un non-piano, una falsa partenza da parte del nuovo governo.

Costa, dal canto suo, ha affermato che questo è solo l’inizio, tanto che all’interno del decreto vi è un l’intenzione di creare un piano strategico nazionale entro 60 giorni per il contrasto ai cambiamenti climatici. “Una vergogna“, secondo Angelo Bonelli dei Verdi. Se è “un primo passo”, come ha detto il ministro per l’Ambiente Sergio Costa, è davvero timido.

Extinction Rebellion: continuano le proteste

Sit-in pacifici, climate camps, cortei, die-in, bike parades. Extinction Rebellion sta portando avanti le sue proteste ormai da quasi una settimana, a tratti mettendo in ginocchio la viabilità di diverse capitali europee. Le città in cui si stanno creando i maggiori disagi, se così si possono definire, sono New York, Londra e Berlino. Sono proprio questi infatti i luoghi in cui c’è stata la maggiora partecipazione per le azioni di Extinction Rebellion.

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Gli arresti durante le proteste di Extinction Rebellion

Durante le proteste portate avanti da Extinction Rebellion accade spesso che alcuni dei manifestanti vengano arrestati dalle forze dell’ordine. D’altronde è proprio questa una delle caratteristiche che differenzia XR – questo l’acronimo dell’organizzazione – dagli altri movimenti ambientalisti: la disponibilità da parte dei manifestanti di essere presi in custodia dalla polizia.

Solamente nella giornata del 10 ottobre sono stati 83 gli attivisti arrestati all’aeroporto di Londra. I numeri sono tuttavia ancora inferiori rispetto al picco di 1.000 arresti toccato durante la International Rebellion Week di Aprile ma è verosimile immaginare che quanto meno quella cifra verrà avvicinata.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo”

Le immagini delle proteste di Extinction Rebellion a Londra e Berlino

A Londra e Berlino le proteste degli attivisti stanno andando a gonfie vele. Le azioni pacifiche dei protestanti hanno creato diversi disagi alla viabilità in diverse aree centrali della città. Diversi ponti sono stati bloccati, così come un alto numero di strade che fungono da snodo principale delle capitali. Ecco alcune immagini dei giorni scorsi.

Oltre che a Londra e Berlino gli attivisti di XR hanno organizzato diverse manifestazioni in tante altre capitali del mondo. Sono arrivate testimonianze via social da 60 città situate ad ogni angolo del pianeta, inclusa, ovviamente, Roma dove il gruppo di XR Italia ha organizzato, tra le altre cose, uno sciopero della fame che va ormai avanti da qualche giorno oltre ad una bike parade. L’obiettivo delle iniziative è, neanche a dirlo, quello di a scuotere le istituzioni su un tema che, dopo la beffa del “Decreto clima” che tanto a favore del clima non è, non viene trattato con l’urgenza che merita nonostante si stia assistendo ad una mobilitazione popolare altamente partecipata.

Leggi il nostro articolo:”Abbiamo bisogno del vostro aiuto”. L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future.

“I protestanti creano disagio”

Puntuali come un orologio svizzero sono subito arrivate diverse critiche verso i protestanti, rei di creare disagio nelle infrastrutture di uso pubblico. Qualora non ci se ne fosse accorti quelle che gli attivisti di Extinction Rebellion stanno portando avanti sono delle proteste contro il sistema. Viene da sé che creare disagi, tra l’altro in modo totalmente pacifico, sia completamente in linea con ciò che stanno cercando di comunicare. Per dirla come ha fatto il Guardian in uno dei suoi editoriali: “of course they are an inconvenience” che, tradotto, significa “è chiaro che siano un’inconvenienza”.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

Alcuni portavoce del movimento hanno già dichiarato che questa volte non si fermeranno fino a quando le istituzioni non accetteranno le loro richieste. Dopo la crescita verticale di Fridays For Future, anche l’espansione di XR non può far altro che alimentare la speranza e dare forza per conitnuare a lottare. Siamo sempre di più e continueremo a crescere. A solo un anno di distanza dalla nascita di entrambi i movimenti il cambiamento climatico ha guadagnato grande spazio all’interno dei media. La strada intrapresa è indubbiamente quella giusta, ma è ancora lunga. Ormai non si può far altro che provare a percorrerla fino in fondo.

“Abbiamo bisogno urgente del vostro supporto!” L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future

https://www.facebook.com/FridaysForFutureRojava/videos/468783930650450/
Il video originale di FFF Rojava

Cari studenti di Fridays for Future,

abbiamo seguito le proteste e gli scioperi mondiali per il clima con molto entusiasmo. E, dal momento che abbiamo fondato Fridays For Future Rojava a maggio di quest’anno, abbiamo scioperato e manifestato insieme a voi!

Fridays For Future ha riunito i giovani di tutto il mondo grazie alla consapevolezza che non possiamo continuare a vivere in un mondo in cui la natura viene distrutta!

La realta’ a Rojava, la regione curda nel nord della Siria, e’ molto diversa da quella di molti altri paesi, dove esistono associazioni locali di FFF. Dal 2012, quando e’ iniziata la rivoluzione a Rojava, abbiamo costruito un modello alternativo di societa’ basata sui tre fondamentali principi dell’emancipazione femminile, l‘ecologia e la democrazia radicale. Negli ultimi sette anni, sono stati creati ovunque progetti dal basso, autoamministrati ed ecologici. Riunioni di quartiere, centri per le donne, accademie educative, un sistema scolastico gratuito alternativo, cooperative agricole ed economiche, e molto altro. Tutte le aree della nostra vita sono state riorganizzate dal basso. In passato tutto era organizzato dalla capitale siriana Damasco. Ora governiamo noi stessi. In tutte queste nuove strutture, le donne si organizzano in modo autonomo cosi’ da poter controbilanciare le strutture del potere patriarcale.

Questo sistema democratico e’ stato un obiettivo per le forze reazionarie fin dall’inizio. Innanzi tutto, il Fronte Al-Nusra (un sussidiario di Al-Qaeda) e lo Stato Islamico hanno attaccato le nostre citta’ e occupato gran parte del Paese. Ma siamo stati in grado di liberarci dal loro regime crudele. Lo Stato Islamico e’ stato sconfitto. Ma lo Stato Islamico non e’ un fenomeno che e’ cresciuto soltanto qui nel Medio Oriente. Molti Jihaidisti sono arrivati qui dai Paesi occidentali passando per la Turchia.

Anche con la fine dello Stato Islamico, gli attacchi non si sono fermati. All’inizio del 2018, la Turchia ha condotto una guerra aggressiva e illegale occupando sin da allora Afrin, una regione che prima aveva un’amministrazione autonoma e che era considerata una delle aree piu sicure della Siria. Ora li’ la violenza regna ancora.

Molti giovani come noi hanno aiutato a difendeere Afrin. Quasi tutte le famiglie possono nominare qualcuno che e’ caduto per difendere il Paese dallo Stato Islamico e la Turchia. Qualcuno che e’ stato assassinato per difendere la pace e i valori democratici del mondo intero.

Oggi, 9 ottobre 2019, la Turchia ha iniziato l’attacco. Bombe e spari sono caduti ovunque dagli aerei di artiglieria sopra le nostre teste. Le forze turche hanno anche tentato, in alcuni punti, di attraversare il confine. Sono gia’ state registrate alcune vittime tra i civili. Le infrastrutture come le dighe e gli alimentatori di energia elettrica sono stati i primi obiettivi.

In queste ore difficili ci rivolgiamo a voi, cari amici di Fridays For Future. Noi crediamo che una soluzione alla crisi ecologica sia possibile attraverso l’autodeterminazione. La nostra economia deve essere strutturata in modo cooperativo e rispettando i bisogni delle persone. Questo e’ quello che rappresenta la rivoluzione a Rojava. Rimanete forti, parlate di questi argomenti, non lasciatevi ingannare dai media, conquistate le strade! finche questi attacchi continueranno, vi saranno azioni di solidarieta’ e resistenza. La campagna #Riseup4Rojava congiungera’ tutte queste azioni insieme.

Se volete contattarci direttamente, scriveteci a makerojavagreenagain@riseup.net! Siamo un gruppo formato da persone provenienti sia dalla regione curda, sia da persone che sono giunte a Rojava per supportare la rivoluzione. Quindi puoi scriverci in inglese o in qualunque altra lingua!

Maggiori informazioni:

www.makerojavagreenagain.org
www.internationalistcommune.com
www.riseup4rojava.orgSee less

L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia

Il 4 ottobre è stato presentato a Roma il nuovo rapporto annuale sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. L’iniziativa è stata promossa dall’Asvis (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), fondata nel 2016 dall’ex ministro Enrico Giovannini con l’obiettivo di indirizzare la società italiana verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs). Il nuovo rapporto ha messo in luce un sostanziale miglioramento dell’Italia per alcuni settori, mentre si registrano stagnazioni e peggioramenti per altri importanti aree come povertà, agricoltura sostenibile e gestione delle acque.

Cosa sono gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile

Gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile vennero approvati nel 2015 dalle Nazioni Unite, assieme alla stipula dell’Agenda 2030. L’Agenda 2030 consiste in un “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che miri a trasformare il mondo nel breve e nel lungo termine. Nell’Agenda sono inseriti i 17 Obiettivi, a loro volta articolati in 169 target. Questa declinazione dettagliata permette all’ONU di monitorare di anno in anno i progressi (o regressi) di ogni paese. La novità dell’Agenda 2030 rispetto ai trattati precedenti risiede nella visione integrata dei problemi e delle soluzioni: viene riconosciuto quindi, che il modello attuale di sviluppo è insostenibile secondo molteplici punti di vista – ambientale, sociale, economico – e che le soluzioni devono essere altrettanto trasversali, così che “nessuno venga trascurato”.

Congiuntamente al monitoraggio svolto dall’ONU, l’Asvis si pone l’obiettivo di tenere traccia della situazione italiana. Inoltre, intende stimolare e promuovere gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile in ogni settore della società, coinvolgendo i politici, gli imprenditori, il mondo universitario e gli attori della società civile. Ogni anno nel mese di ottobre presenta un Report in cui vengono sintetizzati le performance italiane per ognuno dei 17 obiettivi stipulati dall’Agenda 2030. Enrico Giovannini ha presentato con queste parole il Report Asvis 2019: “Quasi quattro anni fa, quando abbiamo cominciato, la gente diceva: ‘Agenda 2030, ma di che cosa state parlando?’. Oggi invece non solo molti sanno di che cosa parliamo, ma sentiamo l’impegno di tanti che condividono questa straordinaria avventura di salvare il mondo”.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo”

BES: Benessere Equo e Sostenibile. Un’alternativa al PIL

Ex presidente dell’ISTAT e Professore presso l’Università Tor Vergata di Roma, Giovannini ha svolto un ruolo di primo piano per la promozione dello sviluppo sostenibile in Italia. Nel suo libro L’Utopia Sostenibile viene delineato il piano di riforme che un governo coraggioso dovrebbe adottare per mettersi in linea con l’Agenda 2030. Sotto il governo Letta fu denominato Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e, nonostante il breve mandato, fu capace di far approvare l’introduzione del BES, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile.

Il Presidente della Camera Roberto Fico, presente all’evento del 4 ottobre, ha ricordato che l’Italia è stata fra i primi paesi ad adottare questo innovativo indicatore, che si propone di essere un’alternativa al PIL. Il BES infatti valuta il progresso della società italiana, non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale ed ambientale. Il Presidente della Camera ha sottolineato che questi processi riformatori assumono valenza significativa solo se accompagnati da un completo orientamento del sistema politico italiano in questo senso. La Camera dei Deputati, con il potere legislativo di cui dispone, rappresenta il luogo ideale per dar forza e attuazione agli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Fico ha annunciato che, in occasione della COP 26 del 2020 ospitata da Italia e Gran Bretagna, il Parlamento italiano organizzerà un’assemblea sul tema del cambiamento climatico a cui potranno partecipare i parlamentari membri della COP 26.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

Lo Sviluppo Sostenibile in Costituzione

Infatti, il Presidente dell’Asvis Stefanini e il Portavoce Enrico Giovannini hanno entrambi fatto presente che la direzione presa dal neonato governo fa ben sperare, poiché sono state annunciate ambiziose riforme per la lotta al cambiamento climatico. Ad esempio, la volontà di inserire in Costituzione lo Sviluppo Sostenibile, così come l’intenzione di fare dell’Agenda 2030 il cardine del sistema socio-economico italiano. D’altra parte però, l’Asvis ricorda che l’Italia è ancora ben lontana dagli obiettivi prefissi nel 2015, quando l’Agenda 2030 è stata approvata. Inoltre, il tempo a disposizione per fronteggiare la crisi climatica si sta accorciando sempre più (rimangono 11 anni per evitare la catastrofe, secondo il Rapporto IPCC 2018).

Ma cosa dice nel concreto il Rapporto 2019 sulla sostenibilità italiana? Sono nove le aree in cui l’Italia risulta migliorata rispetto al passato: salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze. E ancora: condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e pace, giustizia e istituzioni solide e cooperazione internazionale. Per quanto riguarda il Goal 4 e 13, rispettivamente istruzione e lotta al cambiamento climatico, la situazione risulta sostanzialmente invariata; sono invece peggiorati i Goal 1, 2, 6, 7 e 14. Si tratta delle seguenti aree: povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Il Rapporto Asvis presenta anche il grado di attuazione dei singoli obiettivi regione per regione.

European Green New Deal

Il Rapporto presenta anche una panoramica generale sull’Europa, sottolineando pure in questo caso i buoni auspici nati con la nuova Commissione Europea. Alla presentazione del Rapporto Asvis 2019 è intervenuto Paolo Gentiloni, di recente nominato commissario europeo agli Affari Economici. L’ex premier ha fatto presente che la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’intenzione di varare un European Green New Deal e ha dato l’incarico ai singoli commissari di declinare gli SDGs nelle proprie aree di competenza.

Infine, ricordiamo che l’Asvis ha dato il proprio endorsement al fervente movimento di studenti che stanno scioperando per il clima; nel concreto, ha voluto fare la sua parte lanciando l’iniziativa Saturdays For Future. In linea con l’Obiettivo 12, “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”, l’Asvis lancia un appello ai consumatori: scegliere negozi e prodotti che rispettino i criteri della sostenibilità. L’idea di fondo, più volte ribadita dal nostro Blog, è che le trasformazioni possono partire anche dal basso: “il cambio di abitudini potrà innescare un processo virtuoso, incidere positivamente sui modelli di produzione e rendere le aziende più responsabili e più sostenibili, non solo sul piano ambientale ma anche su quello sociale, in primo luogo verso i propri dipendenti”.

Leggi il nostro articolo: “Birra dagli scarti del pane: l’idea di Toastale”

Il cambiamento è già in atto

Il Rapporto Asvis 2019 ha mostrato una situazione di luci e ombre sulla nostra penisola e sul nostro continente. Da una parte, i cittadini italiani ed europei possono finalmente sperare in un cambio di regime che ponga lo Sviluppo Sostenibile al centro della politica e degli assetti socio-economici; dall’altra, è necessaria una dose cospicua di coraggio che trasformi gli annunci in riforme concrete con risultati concreti. La nuova Legge di Bilancio, in programma per la prossima settimana, sarà il primo vero banco di prova. Seguirà poi l’organizzazione della COP 26 nel 2020. Nel frattempo, la società civile dovrà fare di tutto per dimostrare che il cambiamento è già in atto: “change is coming, whether you like it or not”.

Birra dagli scarti del pane: l’idea di ToastAle

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Si chiama ToastAle ed è stata fondata nel 2016 da Rob Wilson, a Londra. Un esempio lampante di come, quando ci sia la volontà di abbinare sensibilità ambientale e imprenditoria, si possa facilmente raggiungere un equilibrio che porta benefici tanto all’azienda quanto al mondo in cui viviamo. L’idea di partenza è piuttosto semplice. Reperire da fornai e panifici il pane che, alla fine della giornata, verrebbe buttato nella spazzatura per riutilizzarlo in una particolare ricetta che darà come prodotto finito della birra.

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ToastAle e la lotta allo spreco alimentare

Il problema dello spreco alimentare è uno di quelli che ha il maggiore impatto ambientale su scala globale. Il settore agroalimentare contribuisce a circa il 20% delle emissioni di gas serra antropogenici per tutta una serie di motivi: deforestazione, colture intensive, sovrasfruttamento dei mari, utilizzo di antibiotici e fertilizzanti e via dicendo. Con una popolazione mondiale in crescita verticale ed il parallelo peggioramento dello stato di salute del pianeta risulta piuttosto difficile da comprendere come una così alta quantità di cibo possa essere sprecato. Solo nel Regno Unito il 44% del pane prodotto non viene consumato.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

I dati FAO ci dicono che globalmente un terzo del cibo prodotto finisce nella spazzatura. Se lo spreco alimentare fosse una nazione sarebbe la terza in graduatoria per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina. Stiamo parlando di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti commestibili che vengono gettati ogni anno, per i motivi più svariati. Sebbene buona parte di questi vengano scartati durante le varie fasi del loro ciclo produttivo, dalla produzione alla vendita, è altrettanto vero che circa il 40% dello spreco alimentare avviene tra le mura domestiche.

Il procedimento di produzione della ToastAle

Il procedimento è piuttosto semplice. Una volta ritirato il pane dai vari panifici convenzionati, questo viene inserito nella miscela di grani che vengono utilizzati per fare la birra. La proporzione all’interno del composto è di circa 1/3 del totale. Le varietà di birra prodotte da ToastAle sono 4 ed il prezzo si aggira intorno alle 2 sterline a bottiglia. L’ammontare di fette di pane riciclate dalla sua nascita si aggira invece intorno al milione.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro di quello convenzionale”

L’azienda ha anche effettuato un conteggio sull’ammontare di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera grazie alla loro attività; una cifra che raggiunge le 32 tonnellate di CO2. Utilizza solo vetro e alluminio riciclato per il proprio packaging e devolve il 100% dei propri profitti in beneficienza, principalmente per finanziare progetti che combattono proprio lo spreco alimentare. L’azienda ha inoltre una lunga lista di certificazioni sia per meriti ambientali ma anche sociali come la certificazione B Corp. L’ “impact report” di ToastAle è consultabile sul loro sito web.

Imprenditoria ed ambiente possono convivere

Come se tutto ciò non bastasse ToastAle ha in serbo per i suoi fan un’ultima chicca. Iscrivendosi alla loro newsletter si riceverà via mail la ricetta di una delle loro birre con una scheda in cui vengono illustrati tutti i passaggi necessari per il confezionamento. ToastAle ha infatti già condiviso i propri segreti con altri 43 birrifici con lo scopo di espandere la lotta allo spreco del pane. La loro birra è acquistabile online o, ancora meglio, gustabile in una miriade di pub del Regno Unito. La lista dei pub in cui viene servita è consultabile sul loro sito web.

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre”

Un esempio virtuoso di imprenditoria green che dimostra ulteriormente, e come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, che profitto e sostenibilità ambientale sono due lati della stessa medaglia. É ancora presto per dire se ToastAle rivoluzionerà o meno il mondo della produzione della birra. Ciò che possiamo fare è brindare alla loro idea ed augurargli di riuscirci.  

Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo

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“I fratelli arrabbiati di Fridays For Future”. Così sono stati definiti da alcuni gli attivisti di Extinction Rebellion, un movimento ambientalista nato a Londra ormai quasi un anno fa. Dal 7 ottobre, ad oltranza per 2 settimane, gli attivisti di XR hanno iniziato delle azioni di protesta pacifica in tutte le più grandi città europee, e non solo. Marchio di fabbrica dell’organizzazione, oltre alla ormai celebre clessidra che sta ad indicare il poco tempo che abbiamo a disposizione per fermare la crisi climatica, è la natura non-violenta del movimento che, vista la portata delle azioni di disturbo da loro ideate, sfocia spesso in una serie di fermi ed arresti da parte delle polizie locali.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

I ribelli che sono disposti a farsi arrestare

Già nei mesi scorsi gli attivisti di Extinction Rebellion si erano fatti riconoscere per una serie di azioni di disturbo. Ad Aprile abbiamo infatti potuto assistete alla prima International Rebellion Week, da cui sono scaturiti gli arresti di più di 1.000 attivisti nella capitale inglese. Durante quei giorni a Londra i “ribelli” avevano immobilizzato diverse aree della città, tra cui diversi ponti del centro, generando non pochi intoppi alla viabilità cittadina. Le proteste che sono iniziate ieri, invece, hanno visto un numero decisamente più alto di partecipanti, soprattutto in altre capitali di tutto il mondo.

Berlino, Londra, Roma, Parigi e non solo

Una delle città che ha visto il più alto numero di manifestanti è Berlino. Sono infatti ben 5.000 i protestanti che hanno allestito un “climate camp” di fronte al Bundestag. Questo campeggio fungerà da base strategica per organizzare le iniziative. Nella giornata del 7 ottobre i manifestanti hanno bloccato per diverse ore Postdamer Platz, una delle piazze più centrali della capitale tedesca. Così come l’area della statua della Vittoria, da cui parte la strada principale che va fino alla porta di Brandeburgo e al Bundestag. Durante questo blocco ha preso parola al microfono anche Carola Rackete. Nel suo discorso l’ex-capitana della SeaWatch ha sottolineato l’elevato grado di connessione esistente tra la crisi climatica e quelle umanitarie.

Video del Guardian sulle proteste di ieri

A Londra, dove è attivo il gruppo XR più numeroso, il centro città è stato letteralmente bloccato per diverse ore. A Roma oggi inizierà uno sciopero della fame in Piazza della Madonna di Loreto, che da domani si sposterà a Montecitorio. Altre testimonianze di azioni pacifiche provengono da tutto il mondo: da New York a Melbourne, passando per il Messico, l’Argentina, il Canada e la Spagna. Extinction Rebellion si sta spargendo a macchia d’olio, proprio come Fridays For Future. La buona notizia, in questo senso, è che i due movimenti possono contare sul pieno supporto dell’altro. D’altronde, quando si parla di giustizia climatica, non esiste la parola rivalità ma solo un nemico comune da combattere.

Cosa vuole Extinction Rebellion

Le richieste di Extinction Rebellion sono poche e di una chiarezza cristallina. Ogni manifestazione che prende piede ha come scopo quello di far approvare dalle istituzioni un documento che dichiari l’emergenza climatica ed ecologica, al grido di “Tell the truth!”. Il testo del manifesto si articola in altri due punti principali: la riduzione a zero delle emissioni di gas serra entro il 2025 e la creazione di assemblee cittadine con potere deliberativo.

“Siamo tutti fatti di fuoco” – il video promo della ribellione

Leggi il nostro articolo: “I numeri delle manifestazioni di Fridays For Future”

Uno dei primi comuni ad aver approvato in toto il documento di Extinction Rebellion è stato il Comune di Bologna ma, solo in Italia, sono altre 54 le municipalità che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, grazie anche alle pressioni delle delegazioni di Fridays For Future. La stessa cosa è accaduta anche in altre parti del mondo. Per raggiungere i propri scopi l’organizzazione si avvale di poche regole. Su tutte quella della disobbedienza civile non violenta, che si basa proprio sulla volontà di portare avanti azioni disturbanti che però non rechino danno a nessuno. Non è affatto raro che queste scaturiscano in una serie di arresti da parte della polizia locale.

I portavoce di Extinction Rebellion UK: “Vogliamo bloccare il parlamento”

Sebbene anche durante le passate azioni collettive XR abbia sempre ottenuto buoni risultati in termini di partecipazione, la portata che le proteste avranno durante questa tornata di manifestazioni potrebbe essere storica per il movimento. I coordinatori di XR UK hanno infatti dichiarato di avere arruolato 5 volte più attivisti rispetto alla Internation Rebellion Week di Aprile.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Questa maggiore partecipazione permette ad Extinction Rebellion di intraprendere azioni di disturbo molto più ambiziose, come confermato dai suoi portavoce che hanno dichiarato il loro desiderio di bloccare l’intero centro città di Londra: Trafalgar Square, Horse Guards Parade, Mall, Victoria Street e i ponti di Westminister e Vauxhall sono obiettivi già dichiarati. Sebbene la durata delle proteste dovrebbe essere di 2 settimane, molti attivisti hanno dichiarato che non si fermeranno fino a quando le loro richieste non saranno soddisfatte.

La crescita di Extinction Rebellion

In meno di un anno la clessidra di Extinction Rebellion ha già fatto il giro del mondo e, insieme a Fridays For Future, sta mettendo le istituzioni di fronte alla proprie responsabilità. Se si pensa a quello che era il dibattito ambientalista e l’importanza che questo aveva in termini di rilevanza mediatica solo un anno fa e si paragona a ciò che è stato raggiunto oggi sembra di essere in una fiaba. Ed il merito va proprio a tutti gli attivisti che in questi ultimi tempi hanno manifestato nelle piazze di tutto il mondo.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

La strada è ancora lunga ma il trend positivo di questi ultimi tempi alimenta le speranze. Se da una parte la politica ancora fatica a dare risposte concrete e credibili, dall’altra il moltiplicarsi di organizzazioni e manifestazioni a sfondo ambientalista possono contribuire in maniera decisiva a darci un futuro diverso. La strada intrapresa è quella giusta. Non resta che vedere fino a che punto dovremmo spingerci.

Ocean Cleanup funziona! Raccolti i primi rifiuti dal Pacifico

the ocean cleanup

L’olandese Boyan Slat aveva 16 anni quando ebbe l’idea, ingenua e impulsiva, di ripulire l’oceano dalla plastica. Oggi, il suo sogno è diventato realtà. La macchina da lui ideata Ocean Cleanup ha infatti finalmente iniziato a collezionare la plastica presente nella cosiddetta “Grande macchia di rifiuti del Pacifico“.

Leggi il nostro articolo “La vita di una bottiglia di plastica, dal petrolio al cestino”

Un’isola fatta di plastica

Questo enorme accumulo di sporcizia ha una dimensione di tre volte la Francia e contiene 80 milioni di chilogrammi di plastica galleggiante. Si è formato a causa di un particolare sistema di correnti che, creando un vortice, hanno permesso a ogni tipo di detrito di accumularsi in un’aera relativamente ristretta dell’oceano. Forse questo è stato in parte un bene, poiché ha reso possibile alla Ocean Cleanup di operare.

Ocean Cleanup è in grado di intrappolare detriti di grandissime dimensioni, come pezzi di plastica da 1,8 tonnellate, ma anche quelli più piccoli come contenitori e reti da pesca. E’ però anche in grado di trattenere microplastiche di un millimetro di diametro. Il meccanismo è abbastanza semplice e “minimal”. Un tubo lungo 600 metri a forma di U galleggia sulla superficie del mare. Ad esso è agganciata una vera e propria barriera, profonda tre metri e in grado di intrappolare i rifiuti intanto che il tutto si muove, trasportato dalle onde e dal vento. All’estremità, un’ancora ha lo scopo di rallentare la macchina e permettere così a più rifiuti possibili di accumularsi. Il dispositivo è dotato di trasmettitori e sensori in modo da poter comunicare la sua posizione a una nave. Questa poi raccoglierà i rifiuti ogni circa quattro o cinque mesi. La prima raccolta avverrà questo dicembre e la plastica, una volta portata a terra, verrà per quanto possibile riciclata.

System 001/B – explained.
THE OCEAN CLEANUP

Un lungo percorso

Non senza inciampi e critiche, Slat sta ottimizzando la Ocean Cleanup dal 2012. L’anno scorso sembrava potesse finalmente entrare in funzione, ma un guasto ha costretto a un rinvio. La plastica raccolta infatti aveva iniziato a fuoriuscire dal meccanismo e, dopo otto settimane di lavoro, il team non era riuscito ad evitare che questa facesse ritorno nell’oceano. Ma, con la positività e la determinazione che caratterizzano un giovane imprenditore, Slat non si è fatto perdere d’animo. Aveva infatti definito questi episodi come “opportunità di imparare non programmate“.

L’annuncio stampa di Boyan Slat e il suo team

E lo sono state davvero. Ora la macchina funziona perfettamente ed è riuscita persino a guadagnarsi la fiducia degli ambientalisti preoccupati per la fauna marina. La rete della Ocean Cleanup, infatti, permette agli animali di notarla e nuotare al di sotto di essa senza intralci. Inoltre, una macchina il cui obiettivo è quello di ripulire il mare dalla plastica non potrà certo creare più danno della plastica stessa. Sono infatti circa 700 mila le tonnellate metriche di reti da pesca abbandonate o perse nel mare ogni anno. Per non parlare delle otto milioni di tonnellate di plastica che si riversano nell’acqua dalle spiagge.

Leggi il nostro articolo: ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica, come una carta di credito

Un futuro (quasi) senza plastica in mare

Di fronte a questi numeri, l’obiettivo di Boyan Slat è soltanto che positivo: rimuovere il 50 percento della “Macchia del Pacifico” nei prossimi cinque anni e oltre il 90 percento della plastica dell’oceano entro il 2040. Tutto questo richiederà il lavoro di circa sessanta “Ocean Cleanup”. Visto il successo della prima, soprannominata infatti System 001/B, non si puo’ dubitare che il giovane Boyan Slat riesca a costruirne altre altrettanto efficaci. Sicuramente raccogliendo fondi, come ha fatto per il primo progetto, ma anche guadagnando qualcosa dalla vendita della plastica accumulata e riciclata. Ma, per quanti soldi possa raccogliere, la buona volontà e la mente di un giovane che non ha paura di lanciarsi in qualcosa di molto più grande di lui, saranno sicuramente il carburante principale, a dimostrazione, ancora una volta, che il nostro futuro risiede anche nei giovani amanti dell’ambiente.

Leggi il nostro articolo: Greta e 15 giovani hanno sporto denuncia contro gli inquinatori

“Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima”

È possibile far convivere l’attuale sistema capitalista con la crisi climatica? I progetti di geoingegneria, come quelli finanziati da Bill Gates, potrebbero essere la soluzione? Ha senso o è pura follia il Green New Deal proposto da Alexandria Ocasio-Cortez? A queste ed altre domande prova a rispondere la scrittrice Naomi Klein, nel suo ultimo libro: “Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima” (titolo originale: On Fire: The Burning Case for a Green New Deal).

Il mondo in fiamme sotto vari punti di vista

Secondo l’autrice, il mondo è in fiamme sotto vari punti di vista: in senso letterale, ci sono i fuochi del cambiamento climatico. Quelli dell’Amazzonia hanno attirato l’attenzione globale nei mesi scorsi, ma ricordiamo che in Siberia così come in Africa, la stessa situazione si sta verificando nonostante la copertura mediatica decisamente minore. Ci sono poi le fiamme del razzismo crescente, impersonificato da leader come Trump e Bolsonaro, che usano la paura della gente per innalzare muri e creare una guerra di odio verso il diverso. Infine c’è un fuoco positivo, potente, ed è il fuoco del movimento per la giustizia climatica; è un fuoco che nel giro di pochi mesi ha scosso notevolmente i programmi politici, avanzando la richiesta di un Green New Deal globale.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa”

Il libro inizia dunque con una lunga introduzione che ci riassume questi tre concetti, chiedendosi se il terzo fuoco, formato da milioni di attivisti provenienti dai cinque continenti, sia capace di spegnere i primi due. Nei successivi capitoli, la Klein ripropone diversi suoi articoli scritti negli ultimi anni, per mostrare l’evoluzione della crisi e la totale assenza di risposta politica: “Per me i riferimenti cronologici posti lungo tutto il libro sono un po’ come la clessidra disegnata sul cartello degli studenti in sciopero che ho citato: la prova incessante che le nostre società non reagiscono come se la nostra casa stesse andando a fuoco, e che la casa non se ne sta lì buonina ad ardere in un angolo, come se fosse un filmato in loop. Il rogo si allarga e si riscalda costantemente, e finiscono immolate tra le fiamme parti insostituibili della casa. Sparite, per sempre”.

Un’unica crisi, un’unica soluzione

L’autrice canadese divenne una scrittrice famosa nel 2000 con il best-seller No Logo, seguito poi da un altro pilastro, The Shock Doctrine, dove vengono denunciati i piani di aggiustamenti strutturali dallo stampo neoliberale, implementati dopo periodi di crisi (economiche, ambientali, sociali) in diversi paesi del mondo. Il legame fra sistema capitalistico e clima aveva trovato invece ampia spiegazioni in This changes everything. È però il saggio del 2017, a mio parere, a dare una coerenza complessiva a tutti i saggi sopra citati. In No Is Not Enough, l’autrice assume una consapevolezza complessiva che le varie crisi di cui siamo testimoni oggi – la crisi climatica, la crisi economica, la discriminazione di genere, l’avanzata globale della destra xenofoba contro le minoranze – sono sintomo dello stesso male, quello che lei stessa definisce il “capitalismo senza regole”.

Quindi, il salto di qualità di quest’ultimo libro, Il mondo in fiamme, non è tanto nell’analisi della crisi, quanto nel messaggio di monito che la Klein indirizza a tutti quei politici che stanno elaborando versioni nazionali del Green New Deal. L’autrice prende a modello il piano elaborato dalla deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez e sottolinea che, qualsiasi soluzione venga adottata, essa dovrà intervenire in maniera parallela sui vari fronti emergenziali. Il Green New Deal, cioè, non deve limitarsi ad essere un piano “verde”, ma può e deve risolvere contemporaneamente tutte quelle crisi che non possono più essere ignorate.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-Bis: arriva la promessa del Green New Deal”

I presupposti del New Green Deal

Con le parole del libro: “È un’idea molto semplice: durante il processo di trasformazione dell’infrastruttura della nostra società alla velocità e nelle dimensioni invocate dagli scienziati, l’umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta. Perché i fattori che stanno distruggendo il nostro pianeta stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi all’aumento delle disuguaglianze ai servizi in disarmo fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale. Affrontare questi fattori sottostanti ci dà l’occasione di risolvere in un colpo solo parecchie crisi intrecciate.

(…) I vari piani che sono stati proposti per avviare una trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione, compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti e alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l’eliminazione di enormi gap di ricchezza tra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico, rumore e inquinamento”.

Gli investimenti verdi non sono tutti uguali

Per questo motivo, Naomi Klein è da sempre molto ostile verso i grandi piani verdi di finanziamenti privati come quello promosso da Bill Gates. Un nostro recente articolo ha tristemente testimoniato l’ennesimo fallimento del Summit ONU tenutosi a New York. Non sono infatti servite le parole taglienti pronunciate da Greta, “non vi perdoneremo mai”, né tantomeno lo sciopero permanente di milioni di giovani in tutto il mondo. Gli unici fondi cospicui che sono stati annunciati provengono appunto da istituzioni private, come quella di Bill Gates, che ha previsto piani di investimenti per 790 milioni di dollari in partnership con Banca Mondiale e altri paesi. Lodevole nelle intenzioni, è d’altra parte necessario verificare la destinazione di quei fondi e le conseguenze che potrebbero derivarne.

In quest’ultimo libro, per esempio, la Klein cita il nuovo fronte della “geoingegneria”, definito dall’autrice come “interventi tecnici ad alto rischio e su ampia scala che cambierebbero radicalmente gli oceani e i cieli in modo da mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Bill Gates avrebbe finanziato uno di questi, lo “Stratoshield”, un impianto di palloni ad elio che sputano anidride solforosa per bloccare i raggi del sole. Il progetto ha suscitato grandi polemiche da parte di scienziati e climatologi, in quanto andrebbe a modificare il meteo e il ciclo idrogeologico, creando esiti imprevedibili. Naomi Klein ritiene che soluzioni come la geoingegneria siano sostenute da miliardari come Gates proprio perché “ci permetterebbe di proseguire all’infinito con il nostro modello di vita che esaurisce le risorse”, anziché modificare le regole di capitalismo senza regole di cui personaggi come Gates costituiscono il cardine.

Leggi il nostro articolo: “Il risultato (deludente) del Summit ONU”

Le fiamme del movimento per la giustizia climatica

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, dice il proverbio. Per questo dobbiamo essere enormemente prudenti verso coloro che, mentre al Summit ONU fanno bella figura con piani milionari di investimenti “verdi”, mantengono in piedi il sistema di libero scambio celebrato a Davos, dove proprio Greta ha fatto uno dei suoi primi incisivi discorsi: “Non voglio la vostra speranza. Voglio che abbiate paura. Voglio che sentiate la stessa paura che io sento tutti i giorni. E poi voglio che agiate. Che agiate come se ci fosse una crisi. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è”. Naomi Klein e Greta Thunberg, riunite un mese fa per rivendicare il diritto al futuro, ci ricordano in definitiva che il mondo è in fiamme, ma che c’è un nuovo movimento altrettanto infuocato, in continua espansione. Contro il capitalismo per salvare il clima.  

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima

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Neanche il tempo di gioire per il successo delle manifestazioni di FridaysForFuture che la lobby del negazionismo ha tirato fuori gli artigli per difendersi, anche se in maniera piuttosto goffa. Sin dal giorno successivo al discorso di Greta all’ONU, e in concomitanza con il Terzo Sciopero Globale per il Clima, sono state svariate le testate, se così si possono definire, che hanno riportato diverse notizie atte a smontare la teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Data la loro infondatezza scientifica non ci è difficile smentire queste bufale sul clima, una per una.

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La petizione di “500 scienziati” inviata all’ONU

Una delle notizie più condivise e che ha creato il panico tra chi, sul tema dei cambiamenti climatici, sa poco o niente, è quella di una petizione inviata da 500 scienziati all’ONU dal titolo “There is no climate emergency” che, tradotto, significa “non esiste un’emergenza climatica”. Il promotore di questa lettera è il Professore Guus Berkhout, un personaggio già arcinoto per avere enormi interessi privati nell’industria dei combustibili fossili.

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

Questa lettera, che ha la velleitaria ambizione di smentire una teoria scientifica supportata dalla maggior parte della letteratura scientifica in ambito climatico, è lunga ben 2 pagine. Due pagine, senza tra l’altro alcun riferimento a delle fonti scientifiche, per smentire 30 anni di scienza climatica. Il primo report dell’IPCC risale infatti a 29 anni fa, 13 anni prima che Greta nascesse.

Chi sono i 500 firmatari dell’ultima tra le bufale sul clima

La prima cosa da chiedersi è: “Chi saranno mai questi luminari della scienza climatica?”. Neanche a dirlo, in calce alla lettera, dei nomi dei 500 scienziati neanche l’ombra. Alla fine del testo è riportata solamente una breve lista di 14 personaggi firmatari. Di questi ben 13 non hanno alcuna pubblicazione scientifica in ambito climatico. Oltre al già citato lobbista Berkhout troviamo un imprenditore vinicolo, un geologo già associato in passato all’industria del carbone, due filosofi, un blogger, due ingegneri, un politico tedesco con molti amici che lavorano in Shell e un matematico. L’unico firmatario che ha credibilità in ambito climatico è Richard Lindzen, un fisico atmosferico notoriamente scettico riguardo l’origine antropica dei cambiamenti climatici. I suoi colleghi del MIT, dopo alcune sue dichiarazioni, hanno pubblicamente scritto una lettera per discostarsi da esse.  

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.”

Che la lobby dei combustibili fossili dispensi ingenti somme di denaro a ricercatori per smontare le teoria sul clima non è cosa nuova ed è comprensibile che, di fronte ad una sconfitta così imminente e a delle prove così schiaccianti, le provino tutte per ripulire la propria immagine. Ma la cosa peggiore è che, nonostante la lettera non sia supportata da alcuna fonte scientifica e tra i firmatari ci sia una sola persona su 14 che abbia un minimo di autorità in ambito climatico, un esercito di persone disinformate abbia condiviso la notizia con tanto di insulti verso Greta ed i suoi seguaci.

Il fact-checking della teoria della lettera

Le affermazioni contenute all’interno della lettera sono le solite teorie tanto care ai negazionisti climatici. Su tutte quella secondo cui il pianeta Terra ha già vissuto ampie variazioni di temperatura in passato e che, quindi, quello cui stiamo assistendo oggi sia un fenomeno naturale e che nulla ha a che vedere con le attività umane. Bene. Fa un po’ sorridere dover ancora rispondere a tali affermazioni nel 2019, ma cerchiamo di farlo una volta per tutte.

Leggi il nostro articolo: “Il nuovo report IPCC su ghiacciai e oceani”

La letteratura scientifica in ambito climatico nella sua quasi totalità – si parla del 99% dei climatologi che hanno pubblicazioni sul tema dei cambiamenti climatici – attribuisce al riscaldamento globale un’origine antropica. Qualora non bastassero i report IPCC, a cui hanno partecipato le più illuminate menti del pianeta, si possono elencare tutta una serie di altri studi sul tema. 30 anni di letteratura scientifica, 99% di consensi. Questi sono i dati delle ricerche compiute sull’origine antropica dei cambiamenti climatici.

Gli studi che smontano le bufale sul clima

Ultimo in ordine temporale uno studio pubblicato su Nature, rivista scientifica tra le 2 più autorevoli a livello mondiale, che smonta proprio questa idea. La velocità e la vastità, su scala territoriale, dei cambiamenti di clima cui stiamo assistendo oggi non hanno precedenti storici. Vero è che la terra ha già vissuto periodi “estremi” di surriscaldamento o raffreddamento, come nella tanto citata – per lo più dai negazionisti – piccola età glaciale (1300-1800 d.C) o nel periodo caldo medievale (700-1.300 d.C). Così come è altrettanto vero che questi episodi, che si sono verificati in centinaia di anni e non in 50 come oggi, hanno colpito delle aree geografiche circoscritte in altrettanti periodi differenti.

Leggi il nostro articolo: “I numeri delle manifestazioni di Fridays For Future”

Secondo i dati NOAA, e quindi NASA, un cambiamento così repentino su scala globale della temperatura si è verificato per l’ultima volta ai tempi dei dinosauri. Mai, e sottolineiamo mai, da quando la razza umana vive su questa terra si è mai verificato un cambiamento climatico con un così alto sbalzo di temperatura che ha simultaneamente coperto il Pianeta intero nell’arco di 50 anni. Mai. Chiunque affermi il contrario è disinformato o, peggio, corrotto.

Zichichi, Rubbia & co. contro la scienza

Ha deciso di voler partecipare al party dei negazionisti anche Antonio Zichichi, noto docente di Fisica dell’Università di Bologna. In una sua intervista pubblicata su “Il Giornale” ormai più di 3 mesi fa Zichichi ha nuovamente sostenuto la sua teoria secondo cui non esistono modelli matematici in grado di analizzare quanto sostenuto dagli scienziati del clima: “Il clima rimane quello che è. Una cosa della quale si parla tanto, senza usare il rigore logico di un modello matematico e senza essere riusciti a ottenere la prova sperimentale che ne stabilisce il legame con la realtà».

https://www.youtube.com/watch?v=MN6Y7Q-u3Vw
Mercalli smentisce Rubbia

Se analizziamo i fatti non è difficile scoprire che ad oggi abbiamo già 61 modelli climatici basati su equazioni matematiche, anche piuttosto complesse. Gli scienziati dell’IPCC – vale la pena ricordare che siano proprio loro la voce più autorevole al mondo sul tema – hanno più volte dichiarato che “continua a esserci un’altissima sicurezza sul fatto che che i modelli riproducono il comportamento delle temperature medie superficiali su larga scala, con una correlazione del 99%”. Il legame tra riscaldamento globale ed attività umane c’è, è dimostrato e reale. Anche se può infastidire.

La lista di fonti ufficiali che smontano le bufale sul clima

Se mai un negazionista avrà l’umiltà di leggere questo articolo e confrontarsi con quello che dicono il 99% delle pubblicazioni in ambito climatico che si sono succedute nella storia, ecco solo alcune delle fonti più autorevoli in materia. Iniziamo dal report IPCC (link), che già da solo basterebbe per smentire tutta questa serie di bufale sul clima. Abbiamo poi i dati NOAA (link), i report sullo storico della concentrazione di CO2 nell’atmosfera (link), un report della NASA sulle evidenze del cambiamento climatico (link), il report di Nature sopra citato (link) più una sfilza di articoli di smentita delle bufale sul clima pubblicati da diverse testate. Tra questi citiamo quelli di Open, Valigablu – sì, anche il celebre discorso di Rubbia è pieno di bufale sul clima- Climalternati e Repubblica.

Breve riassunto del contenuto delle fonti elencate. Credits: Chi ha paura del buio?

Questo solo per citare un’infinitesima parte della letteratura a supporto della teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Qualora fosse necessario, non esiteremo a riportare altre fonti.

Lasciamo parlare chi può farlo

Ed eccoci arrivare al nocciolo del problema. Oggi, con l’attenzione che il tema dei cambiamenti climatici sta ottenendo, chiunque si sente legittimato a parlare di riscaldamento globale. Riportiamo uno spezzone di un bellissimo articolo recentemente uscito sull’Huffington Post ad opera di Federico Battiston, fisico e Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana: “Vi sono ormai più esperti in clima in Italia che allenatori di calcio. Ed il che è tutto dire”.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Ora, se questo venisse fatto in maniera coerente con quelle che sono le migliori rilevazioni scientifiche disponibili, non ci sarebbe problema. Tutti noi sapremmo perché il pianeta si sta scaldando, quali siano le cause, cosa andrebbe fatto e tutto il resto. Se invece la scienza, come fatto troppo spesso anche da chi sul tema ne sa poco o niente, viene travisata,allora sì che c’è da preoccuparsi.

Video di satira sugli adulti che se la prendono con Greta Thunberg. Sottotitoli disponibili su Youtube

Noi lo ribadiamo, la scienza non è un’opinione. “Va bene, la pensiamo diversamente ma ognuno rimane della propria idea”. Beh, non è così. Ci sono fonti autorevoli ed altre che non lo sono. Ci sono dati raccolti in maniera affidabile e modelli che li riproducono in maniera altrettanto affidabile. E poi ci sono gli altri. Quelli che nel momento in cui sono stati messi a nudo da una ragazzina di 16 anni hanno deciso di vomitargli odio addosso. Smettetela di prendervela con Greta. Iniziate a giudicare i contenuti di quello che dice, iniziati ad ascoltare quello che dice la scienza e l’IPCC. É la stessa Greta la prima a specificarlo: “Non ascoltate me, ascoltate la scienza”. Iniziate a fare qualcosa che sia utile per il futuro vostro e di tutti, invece di alimentare sterili polemiche. Rischiate di fare davvero una brutta figura. Questa battaglia, la perderete.

Ghiacciai italiani. Il nuovo rapporto IPCC su ghiacci e oceani

“Requiem per un ghiacciaio. Veglie funebri per i nostri ghiacciai che stanno morendo”. Così Legambiente ha deciso di chiamare una serie di eventi avvenuti la scorsa settimana nelle nostre Alpi. Dei funerali per i ghiacciai italiani che sono scomparsi o stanno scomparendo a vista d’occhio: dal ghiacciaio del Lys in Valle d’Aosta al Ghiacciaio del Montasio in provincia di Udine, una serie di escursionisti appassionati hanno scalato le vette per attirare l’attenzione sul maggiore “hotspot climatico” italiano, le Alpi appunto. Tutto questo a pochi giorni dall’uscita del nuovo allarmante rapporto IPCC sul legame fra scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del mare.

ghiacciai italiani

I ghiacciai italiani: hotspot climatico

Si definiscono “hotspot climatici” quei punti del globo che stanno risentendo maggiormente dell’impatto del cambiamento climatico, sia a livello di entità che di velocità. Sono considerati hotspot paesi come il Bangladesh o le Filippine, dove il cambio del regime delle piogge, unito all’innalzamento del mare, sta portando sempre più inondazioni e fenomeni climatici estremi. Altri hotspot climatici sono le regioni africane in via di desertificazione, così come la catena montuosa dell’Himalaya e la nostra catena alpina.

Infatti, come riportato dall’attivista James Whitlow Delano, “dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno”. Inoltre, le estati 2015 e 2016 sono state le più calde mai registrate. Ciò è particolarmente preoccupante perché le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea: uno scioglimento rilevante dei ghiacciai significa meno acqua nei fiumi e di conseguenza meno acqua a valle e nelle città.

Leggi il nostro articolo: “L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza”

Funerali per i ghiacciai. Perdita dei maggiori in Europa

Per questo motivo la scorsa settimana, in occasione del Summit ONU sul clima e della mobilitazione giovanile targata Fridays For Future, numerosi cittadini si sono recati sulle cime del Monte Rosa, del Monvisio, del Montasio, dello Stelvio, della Marmolada e del Brenta allo scopo di testimoniare la ritirata impressionante dei maggiori ghiacciai italiani; all’escursione sul Monte Rosa era presente anche Diego Bianchi di Propaganda Live (il reportage è visibile nel sito della trasmissione). L’idea di fare un funerale per i ghiacciai è stata ripresa da un evento organizzato in Islanda nell’agosto scorso: il funerale del ghiacciaio Okjokull a causa del cambiamento climatico.

Durante la commemorazione è stata affissa una targhetta con questa scritta: “Lettera al futuro: Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere lo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni, è previsto che tutti gli altri ghiacciai facciano la stessa fine. Questo monumento è per riconoscere che sappiamo cosa sta succedendo e cosa bisognerebbe fare. Solo voi saprete se l’abbiamo effettivamente fatto. Agosto 2019, 415ppm CO2”. Seppur senza targhe, discorsi simili sono stati fatti durante i funerali per i ghiacciai dei giorni scorsi in Italia. Una crescente preoccupazione dovuta anche all’evacuazione di alcuni abitanti per l’imminente crollo del ghiacciaio Planpincieux sul Monte Bianco.

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Photograph: Jeremie Richard/AFP/Getty Images

Il nuovo rapporto IPCC sullo scioglimento dei ghiacciai

Questi eventi così tangibili stanno finalmente risvegliando tutte quelle persone che fino a poco tempo fa non credevano nel cambiamento climatico o non lo consideravano prioritario. Il cambiamento climatico sta ora scalando le vette degli argomenti più discussi in politica, nei quotidiani e fra la gente comune. Già un anno fa era uscito il monito dell’ONU, “abbiamo solo 11 anni per salvare il pianeta”. Questa frase è stata spesso ripetuta durante gli scioperi del clima iniziati dalla svedese Greta Thunberg.

Un nuovo rapporto IPCC, intitolato Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, è stato reso pubblico il 25 settembre. In questo dettagliato documento, si fa ancora più chiarezza sull’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sui ghiacciai, con tutte le conseguenze che questo comporta: lo scioglimento dei ghiacciai sta avvenendo con una velocità estremamente maggiore rispetto alle previsioni, causando un innalzamento del livello del mare di 3,6 millimetri l’anno, che significherebbe un aumento fra i 30 e i 60 centimetri entro il 2100.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica”

Le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai

Non solo. Lo scioglimento dei ghiacciai porta con sé un aumento degli eventi estremi come tempeste e inondazioni, creando grossi disagi per tutte le attività economiche e turistiche. Solo nella scorsa estate, in Italia si sono verificati numerosi fenomeni estremi, come la tempesta nelle spiagge di Numana o il nubifragio di agosto in Emilia Romagna. Infine, il rapporto mette in guardia sul devastante effetto che si sta verificando in termini di biodiversità: il Mediterraneo, assieme alle aree tropicali, vedrà una diminuzione di stock ittico pari al 40% entro il 2050.

Emanuele Bompan, giornalista e attivista ambientale, ha commentato con queste parole i nuovi dati rilasciati dall’ONU: “In Italia il tema dei ghiacciai è centrale, giacché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici”.

Funerali per i ghiacciai: un monito per agire immediatamente

In definitiva, la celebrazione dei funerali per i ghiacciai della scorsa settimana non deve essere letta come una stravagante esibizione di pochi fanatici. Il nuovo rapporto rilasciato dall’ International Panel on Climate Change costituisce un’ulteriore evidenza scientifica che il cambiamento climatico sta trasformando il mondo che ci circonda, in modi e tempi molto più devastanti rispetto a quanto predetto qualche anno fa. Tantissime persone lungo tutta la penisola stanno in qualche modo avendo riprova di ciò, con perdite personali in termini umani, paesaggistici ed economici. Non servono altri dati per agire immediatamente e cercare di arginare un fenomeno davanti agli occhi di tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=sitUI1WELEs

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