Coronavirus: il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento Smart Working

Negli scorsi giorni, molte testate giornalistiche hanno riportato la notizia del crollo delle emissioni dovute al Coronavirus. A gennaio sembrerebbe esserci stata una riduzione considerevole in Cina. Anche fra le maggiori città italiane si registrano notevoli cali di polveri sottili nell’aria, potenzialmente legati al rallentamento complessivo delle attività di queste settimane. Gli ambientalisti frenano gli entusiasmi: non appena l’emergenza sarà finita, la produzione riprenderà a pieni ritmi e anzi cercherà di recuperare le perdite. Lo Smart Working, invece, potrebbe essere una soluzione da estendere oltre la crisi.

Il Coronavirus ha portato ad un calo delle emissioni in Cina

Per quanto riguarda la Cina, la fonte principale che riporta un calo delle emissioni è lo studio redatto dal Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e pubblicato su CarbonBrief.org. Secondo i loro dati, la domanda di energia elettrica e la produzione industriale sono crollate drasticamente dall’inizio di gennaio. Riportiamo il testo introduttivo dello studio: “le misure per contenere il Coronavirus hanno portato ad una riduzione fra il 15 e il 40% della produzione in molti settori chiave dell’industria. Questo corrisponde con ogni probabilità ad un’eliminazione di un quarto o più delle emissioni nazionali di anidride carbonica nelle scorse quattro settimane, un periodo dove l’attività normalmente avrebbe registrato una ripresa dopo le vacanze per il Capodanno Cinese”.

Infatti, in occasione della festività del Capodanno, la Cina vede solitamente un calo nelle proprie emissioni, soprattutto per quanto riguarda la produzione energetica in impianti a carbone. Quest’anno le vacanze cinesi sono state prolungate per contenere l’espansione del Coronavirus. Di conseguenza, l’attività produttiva ha subito un forte rallentamento, tramite la chiusura delle fabbriche, il blocco degli spostamenti via terra e via cielo e le persone che lavorano prevalentemente da casa.

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I dati della NASA confermano

I dati della NASA e dell’European Space Agency (ESA) confermano il trend sopra descritto, con un drastico calo della presenza del diossido d’azoto nell’area sovrastante la Cina. Anch’essi riconducono questo fenomeno alla quarantena forzata dovuta al Coronavirus. Il diossido d’azoto è un gas prevalentemente emesso dai veicoli a motore, dalle centrali elettriche e dagli stabilimenti industriali. Le mappe riportate qui sotto mostrano tre intervalli di tempo del 2019 a confronto con gli stessi periodi del 2020. Gli scienziati della NASA hanno dichiarato che il fenomeno interessava inizialmente solo la zona intorno a Wuhan. Con il passare delle settimane, la riduzione di diossido d’azoto si è allargata in tutto il paese. Fei Liu, ricercatore per la qualità dell’aria, ha ammesso: “Questa è la prima volta che ho visto un calo così drastico su un’area tanto vasta per un determinato evento”.

Calo di polveri sottili in Pianura Padana

In maniera similare, è avvenuta una riduzione dei livelli di PM10 nell’aria nella Pianura Padana. In Emilia Romagna dal 25 febbraio ad oggi non è stato registrato nessun sforamento delle polveri sottili. Arpae ha indicato come prima causa il cambiamento meteorologico, dovuto a una depressione che ha aumentato la ventilazione, ma non ha escluso che proprio il Coronavirus possa aver contribuito alla decrescita.

Anche Arpa Lombardia ha rilasciato dati positivi per l’area milanese. A partire dal 23 febbraio, giorno del primo decreto, non vi sono più stati sforamenti dei limiti consentiti (oltre i 50µg/m³), mentre nelle settimane precedenti l’area metropolitana di Milano aveva registrato livelli superiori per ben 35 volte. L’ente di monitoraggio sottolinea come anche in questo caso la riduzione sia dovuta principalmente ai forti venti che hanno soffiato sulla Pianura Padana. È ancora presto per stabilire con certezza un collegamento con il Coronavirus e il consequenziale blocco delle attività.

Coronavirus: una riduzione solo temporanea

GreenPeace China ha segnalato che l’effetto benefico per il clima è quasi certamente temporaneo. Ad un calo della diffusione del virus seguirà “un aumento della produzione delle fabbriche per compensare le perdite del periodo di inattività”. Inoltre, non c’è nulla da festeggiare se l’unico modo che abbiamo per vedere una riduzione delle emissioni è un’emergenza sanitaria che blocca la società e la cultura. Quella stessa cultura che risulta fondamentale per aumentare la consapevolezza sulla crisi climatica e spingere all’azione.

Anche l’esperto Luca Mercalli è arrivato alle stesse conclusioni: “Dispiace ottenere un risultato positivo attraverso un fatto sbagliato, invece che per un progetto. Per questo periodo ci sarà un rallentamento; se si tratta di una settimana non cambierà nulla, ma se dovesse durare mesi avremmo un’effettiva riduzione dell’impatto climatico. Si è arrivati a questi paradossi”.

Coronavirus e Smart Working: l’esperimento in tutto il mondo

C’è però un fattore della quarantena che potrebbe portare dei benefici a lungo termine: lo Smart Working. Numerosissime aziende e vari settori della società italiana si stanno adattando all’emergenza facendo lavorare i propri dipendenti da casa. Lo scopo è appunto limitare quanto più possibile il contagio e sopperire al fatto che le scuole sono chiuse e i figli non posso restare in casa da soli. Ebbene, secondo la CNN, il Coronavirus avrebbe avviato “il più grande esperimento di Smart Working al mondo“.

In Italia esistono già le prime valutazioni, attuate da ENEA. La ricercatrice Marina Penna ha commentato i dati fin’ora ottenuti con queste parole: “basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”.

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Smart Working: i limiti della sostenibilità

Le fonti del risparmio dello Smart Working sono evidenti: minor mezzi di trasporto, abbattimento del consumo energetico negli uffici. Ma anche in questo caso, bisogna essere cauti nelle previsioni e valutare il quadro d’insieme. La BBC ha sottolineato come lo smartworking possa illudere in termini di sostenibilità. Per un’analisi completa, bisognerebbe valutare numerose variabili, a partire dal mezzo di trasporto utilizzato dai lavoratori (dai più inquinanti mezzi a benzina e gasolio, fino all’auto elettrica, al car-sharing o al trasporto pubblico). Inoltre, almeno per quanto riguarda la stagione invernale, il consumo di energia delle singole case sarebbe maggiore a quello degli uffici, spesso più moderni delle abitazioni e quindi dotati di sistemi di efficienza energetica.

Una nuova normalità

In conclusione, l’epidemia Coronavirus sta portando a dei paradossi ambientali imprevisti. Ci teniamo a ribadire che, oltre ad essere un fenomeno temporaneo, il calo delle emissioni verificatosi in queste settimane non è certamente auspicabile, poiché la mancata produzione sta avvenendo a discapito della salute e della sostenibilità economica degli italiani. D’altra parte però, come hanno scritto in tanti, non possiamo augurarci che le mascherine per contenere l’epidemia siano sostituite un’altra volta da quelle per la qualità dell’aria. La quarantena ci ha costretti a scompaginare la lista delle priorità e a reinventarci giorno per giorno. La pratica dello Smart Working ne è l’esempio più evidente. Il minimo che possiamo fare, quando la normalità tornerà, è evitare che sia la stessa normalità di prima, del tutto insostenibile dal punto di vista ambientale.

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Bocciato ampliamento aeroporti di Heathrow e Firenze: progetto illegale

Aerei della British Airways a Heathrow

Heathrow il gigante

L’Aeroporto di Londra Heathrow, noto più o meno a tutti essendo il principale approdo ad una delle città più visitate del pianeta, è il settimo aeroporto mondiale e il primo per volume di traffico in Europa. Una rapida visita al sito ufficiale dell’aeroporto ci restituisce i dati relativi ai suoi passeggeri annuali. Ogni 12 mesi, da quelle parti, passano tra i 70 e gli 80 milioni di persone. Non ci sono aeroporti al mondo che registrano un maggior numero di visitatori internazionali. Heathrow è il principale landing spot della capitale britannica ed è hub di due compagnie aeree importanti come British Airways e Virgin Atlantic. Il sistema aeroportuale londinese è il più trafficato a livello mondiale e ciò rende l’Inghilterra, e di riflesso l’intero Regno Unito, sempre che unito rimanga davvero, una sorta di hub mondiale del trasporto aereo, con status ufficialmente riconosciuto dalle compagnie aeree del globo.

L’aeroporto di Heathrow è situato circa 30 km ad ovest del centro di Londra, occupa una superficie di oltre 12 km quadrati e si compone di due piste parallele, in direzione est – ovest, sviluppate accanto ai terminal. Ciò è particolarmente rilevante per la community dell’Ecopost in quanto, proprio in queste settimane, si discuteva di un ulteriore ampliamento aeroportuale. Tale ipotesi, ad ogni modo, sembra esser decaduta ora che il progetto di ampliamento è stato dichiarato illegale.

Mappa dell’aeroporto di Heathrow; Foto: Pinterest

La longa manus della Brexit

Come sanno anche i muri, in Gran Bretagna si stanno oliando gli ingranaggi che porteranno il Regno Unito, al termine del 2020, fuori dall’Unione Europea. Il fautore della Brexit, nonché primo ministro, Boris Johnson, ha indicato la via della prosperità britannica in uno sviluppo senza precedenti dell’economia e della finanza. Una sorta di Britain First che sta generando più ombre che luci, agli occhi di tutti tranne che di quei britannici che l’hanno votata nel 2016.

Oltre a rappresentare la principale negazione ad un avveniristico ed incoraggiante progetto di democrazia e cooperazione sovrannazionale, com’è la UE – nonostante i suoi non pochi problemi – la Brexit potrebbe infatti finire con il rivelarsi un clamoroso autogol, per alcuni analisti addirittura il peggiore errore dai tempi della repressione indiana. C’è molta divisione sul futuro del Regno Unito, e forse interpretare la Brexit come una sorta di controparte economica del massacro di Amritsar è forse eccessivo, comunque, di fronte a Johnson e ai suoi connazionali, non sembrano esserci mesi semplici.

A detta di alcuni, un ruolo importante nella nuova strategia britannica, avrebbe dovuto rivestirlo l’espansione dello scalo di Heathrow. Se n’è detto più che convinto il ceo dell’aeroporto, John Holland – Kaye, in un recente intervento. A suo dire: “La Gran Bretagna non può portare a termine i progetti del governo a meno che non vengano accelerati i piani per costruire una terza pista. Heathrow è fondamentale per il futuro dell’economia. Ampliare i rapporti economici con Asia, Cina, India e Sud America è vitale. Dobbiamo essere chiari mentre pianifichiamo la visione di un Regno Unito globale tramite la Brexit. Nessuna espansione di Heathrow, nessuna Gran Bretagna globale.” Holland – Kaye, ad ogni modo, ha tutto l’interesse a tirar proverbialmente acqua al proprio mulino.

John Holland – Kaye, Foto: The Guardian

La questione third runway

Fu il dimissionario governo guidato da Theresa May ad autorizzare inizialmente l’espansione dello scalo di Heathrow. In seguito alle note vicissitudini politiche britanniche, l’autorizzazione fu messa in stallo e, nella giornata di giovedì 27 febbraio, abbiamo avuto l’atteso pronunciamento della corte suprema a riguardo. Nel 2018, ai tempi del semaforo verde del governo May, numerose associazioni ambientaliste si mossero, per vie legali, nei confronti di una decisione che apparì da subito criminale, in termini ambientali.

La motivazione della sentenza emessa dal giudice Lindblom, membro dell’alta corte del Regno Unito recita, nel suo passaggio più significativo: “E’ necessario che la segreteria di Stato tenga in considerazione gli accordi di Parigi. La pianificazione statale non ha tenuto conto della sottoscrizione di tali accordi”. La realizzazione della terza pista, infatti – intervento da 40 milioni di sterline – avrebbe consentito il transito di 700 voli giornalieri aggiuntivi dal 2028, con tutto quel che ne consegue in termini di emissioni inquinanti.

Holland – Kaye e la sua idea di espansione di Heathrow, in una intervista di qualche anno fa

Boris Johnson e Heathrow

Nonostante i proclami di Holland – Kaye e dei suoi colleghi, non è affatto vero che la Gran Bretagna abbia bisogno di un’espansione di Heathrow. Più che avere uno scalo titanico e molti altri medio – piccoli, avrebbe più senso potenziare l’intera rete regionale del Regno Unito. In tal modo, si riuscirebbe ad avere un sistema aeroportuale più potente sull’intera isola. Quando era sindaci di Londra, Boris Johnson si era apertamente schierato contro la third runway. Aveva personalmente portato avanti una campagna di lotta all’idea della terza corsia, assieme al suo vassallo di mille battaglie, ora Ministro per l’Ambiente, Zac Goldsmith. Se il cognome del Ministro accende qualche lampadina al lettore interessato di finanza, ricordo volentieri allo stesso che sua moglie (la seconda) si chiama Alice Rothschild, giusto per dare una prova del 9 di quale sia il background di Goldsmith.

Nell’anno 2015, da sindaco di Londra in chiusura di mandato, BoJo era stato cristallino nell’esprimere la sua opinione in merito all’ampliamento dell’aeroporto. Con la sua caratteristica dialettica, affermò che si sarebbe steso di fronte ai bulldozer, al fine di impedire l’inizio dei lavori.

Boris Johnson, spesso chiamato semplicemente BoJo, primo ministro britannico, Foto: Wired

Il Primo Ministro e l’ambiente

Diversamente da quanto si possa pensare, soprattutto se si segue poco la politica britannica, Johnson è stato un buon sindaco. Londra era naturalmente già Londra prima di lui ma BoJo è riuscito a svilupparla sotto ogni aspetto. Economia, turismo, urbanistica, viabilità, sicurezza… lo staff di Johnson mise mano ad ogni dossier. Una narrazione europeista e superficiale vuole farci passare Boris come il Trump di Londra, enfatizzandone gli aspetti negativi. Tale analisi non è interamente corretta. L’ex giornalista ha una visione economica molto simile a quella dell’inquilino della Casa Bianca, ciò è indubbio. Vi sono però anche sensibili differenze. Ambientalmente parlando, seppur BoJo sia sempre stato abbastanza ambiguo, occorre ricordarlo come quello che andava al lavoro in bicicletta ogni giorno, quando era mayor. Egli ha affermato più volte di voler portare la Gran Bretagna ad emissioni zero entro il 2050. Teniamo presente il quadro completo, non soffermiamoci alla sua pregevole cornice.

In questa ottica, una espansione di Heathrow avrebbe poco senso. Johnson e Goldsmith ora hanno in mano le redini del Paese, dovranno dar seguito alla loro battaglia e dimostrare che le loro belle parole non fossero soltanto tali. E’ lecito dubitare di un figlio del capitalismo più becero e forsennato come Ministro per l’Ambiente e di un conservatore protezionista come Primo Ministro. Come già accennato però, Johnson ha sovente tirato in ballo l’ambiente e ha lasciato trasparire una certa sensibilità al tema.

Nonostante la sentenza, non è detto che questa storia sia chiusa. Una spokeswoman di Heathrow, infatti, ha subito dichiarato che i suoi datori di lavoro faranno ricorso. Dallo scalo sottolineano come la corte si sia appellata solo alla questione del cambiamento climatico, non dipendente dal solo traffico aeroportuale londinese, senza far cenno alcuno ai problemi di inquinamento atmosferico e acustico.

Da sindaco di Londra, Johnson era solito recarsi al lavoro in bicicletta, Foto: Politico

I risvolti ambientali di una espansione di Heathrow

Una sezione intera, sul sito dell’aeroporto di Heathrow, è interamente dedicata alla tematica ambientale. Lo staff dello scalo ammette le proprie responsabilità, come importante attore dell’industria dell’aviazione, riguardo al surriscaldamento globale. Accanto a ciò si dice anche consapevole del fatto che la sua impronta di carbonio sia parte integrante della questione. D’altra parte, comunque, afferma di avere una carbon strategy seriamente avviata per supportare i viaggiatori di oggi e domani, dall’utilizzo di energie rinnovabili alla scelta di combustibili sostenibili. Sfortunatamente, però, nessuna di queste misure cambia il fatto che l’industria dell’aviazione è il principale inquinante mondiale. E buona parte dell’industria dell’aviazione passa da Heathrow.

A Londra la questione Heathrow scotta da tempo. L’aeroporto è già la principale fonte di inquinamento per la comunità, trovandosi in una posizione piuttosto desueta per un hub così vasto. Heathrow è infatti circondato da case, autostrade e infrastrutture viarie di capitale importanza, nella zona più densamente abitata dell’intero Paese. Naturalmente è difficile non essere circondato da infrastrutture, in un’area urbana che conta oltre 8 milioni e mezzo di abitanti come Londra, ma gli altri aeroporti londinesi non presentano lo stesso problema, trovandosi in zone meno popolate. Lo scalo genera inquinamento dell’aria e inquinamento sonoro, oltre al chiaro rischio sicurezza dovuto a voli intercontinentali che atterrano e decollano da una simile metropoli. La terza pista, comunque, non è solo affar di Londra.

Extinction Rebellion ha protestato per mesi contro l’ampliamento di Heathrow

L’ampliamento dell’aeroporto come questione nazionale

L’accentramento di investimenti su Londra e il suo vicinato e il monopolio economico del Sud del Paese, sono storia vecchia nel Regno Unito. Madre di tutti i problemi britannici è, probabilmente, l’aura della City, il distretto finanziario di Londra sede di banche, fondi di investimento e società di brokeraggio che operano sull’intero scacchiere mondiale. Il fior fiore degli economisti britannici è convinto che lo sviluppo economico e la prosperità britannica, nel prossimo futuro, passino da qui. Johnson e i suoi ministri sono d’accordo, per cui, un ulteriore potenziamento delle infrastrutture londinesi è, sostanzialmente, auspicato da chiunque.

La costruzione della terza pista porterebbe però strascichi deleteri all’aviazione britannica. Aeroscali come quello di Manchester, di Birmingham e delle East Midlands, di Newcastle e di Leeds Bradford, vedrebbero una brusca riduzione del loro traffico. Oltre alla chiara ricaduta economica sugli aeroporti stessi, ciò comporterebbe anche delle difficoltà per ogni compagnia e azienda che non operi su Londra. Persino passeggeri privati e turisti avrebbero delle complicazioni; chiunque non fosse diretto a Londra si vedrebbe costretto ad arrivare a Heathrow e poi sobbarcarsi chilometri di strada su un altro mezzo per giungere a destinazione. Accade già abitualmente così oggi, figurarsi con 700 ulteriori voli sulla capitale.

Le conseguenze della sentenza

Il Regno Unito non può certo onorare il proprio impegno nella lotta al cambiamento climatico, costruendo una terza pista in uno degli aeroporti più trafficati al mondo. Fatte le dovute proporzioni, questa affermazione resta valida ovunque, atteniamoci però al Regno Unito in queste righe. Nel render nota la propria decisione, la corte non ha comunque vietato ogni ampliamento dello scalo. Essa si è limitata a decretare come il progetto varato nel 2018, non sia in alcun modo compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura mondiale al di sotto degli 1.5 gradi centigradi. La corte non esclude la possibilità di riproporre un’espansione ambientalmente meno invasiva. Naturalmente, lo stesso consesso ha chiarificato di non sapere se ciò sia possibile.

Ad oggi, come ci ricordano gli attivisti britannici, si vedono solo tre possibili strade qualora si procedesse con l’apertura della terza pista. La prima sarebbe la sconfitta nella battaglia al surriscaldamento globale; la seconda sarebbe la limitazione delle emissioni da qualche altra parte, ovvero la chiusura di qualcuno degli altri scali dello UK citati prima; la terza sarebbe l’impossibilità dell’utilizzo della terza pista, in quanto troppo inquinante, dopo la sua realizzazione. L’ultima possibilità rappresenterebbe un incredibile capitolazione della società al capitalismo estremo, la costruzione di un elefante bianco, di una incredibile ed inspiegabile cattedrale nel deserto innalzata tramite un assurdo spreco di suolo e risorse. Ne uscirebbe, sostanzialmente, un’opera senza alcun senso come quelle che, ahinoi, ben conosciamo in Italia; dove ne contiamo oltre 60.

Una vittoria per gli ambientalisti, lo stop al progetto della terza pista

Il caso Heathrow come apripista

Il sistema giudiziario britannico è molto influente nel resto del mondo; si pensi a quanti sistemi sono modellati a sua immagine e somiglianza, nel Commonwealth e non solo. La decisione sulla terza pista presa in questi giorni, dunque, potrebbe rappresentare un importante precedente. Questa sentenza può potenzialmente influenzare decisioni future in molti dei 195 Paesi che sugli accordi di Parigi hanno apposto la propria firma.

Una buona notizia che si somma a quella della bocciatura dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze da parte del Consiglio di Stato che si è pronunciato a sfavore della richiesta di Toscana Aeroporti. Il ricorso che era stato presentato non ha consentito al Ministero dell?Ambiente di fare “una corretta valutazione di compatibilità ambientale”. Il progetto presentato era infatti molto vago ed il rischio di penalizzare ulteriormente l’area circostante l’aeroporto era più che concreto. Il sindaco di Sesto Fiorentino ha così commentato la decisione: “Finalmente aboliamo un progetto del tutto incompatibile con il nostro territorio”. Due casi che, quindi, potrebbero fare da apripista per il contenimento di un settore che risulta tra i più inquinanti al mondo, ovvero quello del trasporto aereo.

In definitiva, è lecito ritenere che le istituzioni del Regno Unito stiano cominciando a prendere più seriamente in considerazione la tematica ambientale, diversamente da quanto stanno facendo a Bruxelles. Ora va richiesto anche ai cittadini uno sforzo ulteriore, in particolare ai turisti. Occorre smettere di fingere che la richiesta di voli sempre più economici, verso quella spiaggia o quella capitale, possa essere compatibile con l’abbassamento delle emissioni verso lo 0. Il vuoto nella tassazione internazionale delle rotte aeree che rende possibili viaggi a bassissimo costo deve essere interrotto, per scoraggiare voli sulle piccole distanze. La sempre maggiore richiesta di vacanze esotiche, in location distanti, come si sposa con la necessità di regolamentare le emissioni inquinanti? Quando siamo al computer o in agenzia viaggi, intenti a scegliere dove passare il Capodanno o quale isola tropicale visitare per prenderci una pausa dall’inverno, pensiamo mai a queste implicazioni?

Il movimento ambientalista in Iraq, la terra fertile che non è più fertile

Le giovani generazioni studiano l’Iraq a scuola per due motivi: nell’antichità, sebbene non esistesse l’attuale stato iracheno, la Mesopotamia fu la culla della civiltà, la terra fertile in cui l’uomo iniziò a praticare l’irrigazione, l’aratura e la coltivazione. Proprio lì si posero le basi per lo sviluppo delle città, e conseguentemente si svilupparono gli apparati amministrativi-burocratici e la scrittura. Purtroppo però, l’Iraq viene studiato a scuola anche per periodi meno felici della storia. Negli ultimi decenni, l’Iraq e tutto il Medio Oriente sono stati teatro di grandi conflitti, soprattutto legati alla gestione del petrolio, di cui quella zona è ricca. Da ottobre un movimento di giovani ha bloccato alcuni nodi cruciali del paese per fermare l’estrazione di petrolio. La loro protesta è trasversale e merita di essere raccontata.

The Washington Post, Come la protesta in Baghdad ha trasformato Piazza Tahrir

Mesopotamia, la nascita della civiltà nella terra fertile

Mesopotamia significa appunto “terra tra due fiumi”. La Mezzaluna fertile costituiva infatti un territorio attraversato da due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Per questo l’acqua è sempre stato un simbolo di orgoglio in quella zona. Come riporta Peter Harling su Synaps, fino agli anni novanta in Iraq esistevano numerose tradizioni legate all’acqua; ad esempio, l’offerta di un bicchiere d’acqua come simbolo di accoglienza per gli stranieri o l’esposizione di un vaso sulla strada a cui i passanti potevano attingere per dissetarsi. Oggi tutto questo non è più possibile a causa della situazione sempre più precaria legata alle fonti idriche nel paese.

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Il malgoverno delle fonti idriche

In primo luogo, il Tigri e l’Eufrate hanno perso il 40% della loro portata. Ciò è avvenuto a causa della siccità sempre più estrema, ma anche per colpa di un sistema di dighe che blocca l’affluenza in Iran, Turchia e Siria, dove si trovano le fonti principali dei due fiumi. Un secondo fattore è legato alla malagestione delle fonti idriche, sia sul piano istituzionale sia a livello di consumo pro-capite.

Sempre Harling riporta che due terzi dell’acqua potabile non raggiunge gli utenti finali; della parte restante, di cui i cittadini iracheni usufruiscono, se ne fa un uso smisurato: 392 litri d’acqua al giorno pro-capite per uso domestico (la media mondiale è di 200 litri). A questi dati va aggiunto un sistema agricolo antiquato e inefficiente; l’agricoltura utilizza quantità di risorse idriche e allo stesso tempo peggiora la situazione, ad esempio aumentando la salinità del suolo.

Extraction Rebellion: il movimento contro il dominio del petrolio

Il cambiamento climatico sta ovviamente facendo la sua parte, aumentando la desertificazione e le temperature da un lato, e redistribuendo l’acqua in modo squilibrato dall’altro, con diluvi concentrati nel tempo che provocano allagamenti e rovina dei raccolti. Quello che fa più specie è riconoscere che il cambiamento climatico è provocato, fra le altre cose, proprio dall’estrazione e successiva combustione del petrolio, di cui l’Iraq abbonda. Il paese è infatti il secondo produttore di petrolio dei paesi Opec, preceduto solamente dall’Arabia Saudita.

Per questo motivo centinaia di migliaia di persone stanno partecipando a un vasto moto di protesta che punti a smantellare il sistema che permette l’attuale status-quo. La protesta è iniziata ad ottobre al grido di “Vogliamo un paese”. Con questo slogan i cittadini iracheni reclamano una riforma politica che sia allo stesso tempo una rivoluzione ambientale. Infatti, la perenne instabilità politica dell’Iraq è fortemente condizionata dagli interessi geopolitici internazionali attorno all’approvvigionamento di fonti non rinnovabili. Rijin Sahakian, autrice dell’articolo “Extraction Rebellion”, ha così commentato il fervente attivismo iracheno: “questi giovani sono i figli delle guerre combattute sulla loro terra per estrarre il petrolio, un tributo imposto ai loro corpi in crescita”.

Puntiamo i riflettori sulla terra fertile

E ancora, la giornalista di origine irachena sottolinea l’esigenza di puntare i riflettori occidentali aldilà dei propri confini, dando voce per esempio ai giovani dell’Iraq che vivono nel cuore della crisi climatica. In questi casi infatti, l’estrazione di combustibili fossili è causa sia del cambiamento climatico che dei conflitti decennali che precludono loro di vivere una vita normale:

“In occidente gli sforzi per combattere la crisi climatica si sono concentrati quasi esclusivamente sui singoli individui o sulle organizzazioni statunitense ed europee. Le iniziative portate avanti, dagli scioperi studenteschi ispirati a Greta Thunberg fino al movimento Extinction Rebellion, dovrebbero imparare dalle aree del mondo e dai movimenti più seriamente colpiti dalle forze che determinano il cambiamento climatico, e farli conoscere. I giornali hanno dato molto risalto agli scioperi e alle manifestazioni per il clima in occidente. I giovani che partecipano a queste manifestazioni spesso rischiano al massimo una nota per aver saltato la scuola. Le loro azioni sono sicuramente lodevoli e legittime, ma bisogna confrontarle con quelle dei giovani iracheni, che sono rapiti, mutilati, uccisi”.

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L’ambiguità dell’ONU

La protesta irachena si sta organizzando in questo modo: da un lato, c’è il blocco alle principali infrastrutture petrolifere. Ponti, strade, porti dove si concentra il commercio di petrolio. Dall’altro, sono stati creati alcuni campi-base in cui le persone possono stare insieme: a piazza Tahrir (Baghdad) è stato installato un ospedale da campo, uno sportello legale, una biblioteca e altri centri di intrattenimento. Quell’area viene chiamata “un’altra zona verde”, in evidente opposizione alla zona verde in cui si concentrano i palazzi istituzionali nazionali e internazionali, fra cui le ambasciate straniere. Anche l’ONU è fortemente malvisto dal neonato movimento iracheno. Nei mesi di protesta ha dimostrato forte preoccupazione per il blocco al commercio petrolifero, invece di dare voce al reclamo di diritti degli attivisti.

Un grido dalla terra fertile: “Ecco il tuo petrolio, mondo”

Per tutta risposta, i manifestanti hanno espresso il loro disappunto. La foto riportata qui sotto ritrae dei giovani iracheni che alzano il dito medio di fronte ad un murales in cui c’è scritto: “Ecco il tuo petrolio, mondo”. Ricordiamo che per ogni barile di petrolio estratto serve un barile e mezzo di acqua per pompare e mantenere alta la produzione. Ed è importante notare che l’acqua, al contrario del petrolio, è l’elemento principale che garantisce la vita. Non può essere sostituita, non ha alternative.

RIJIN SAHAKIAN, Extraction Rebellion. A Green Zone of hope

Il diritto ad un futuro pacifico e sostenibile

La Mesopotamia è stata citata per anni come la terra fertile in cui la civiltà umana ha visto la luce. Oggi rappresenta tristemente lo scenario perfetto della crisi climatica, in cui la scelleratezza dell’uomo continua a privilegiare gli interessi a breve termine a fronte del benessere a lungo termine dei cittadini. I giovani iracheni hanno deciso che è giunto il momento di dire basta: dato che sono già stati privati del diritto all’infanzia, stanno urlando a gran voce che il futuro spetta a loro. Un futuro che sia pacifico e sostenibile. Accogliamo con piacere l’appello di Sahakian: è necessario dare voce a tutti gli attivisti del mondo, perché il movimento ambientalista abbia come obiettivo principale la giustizia climatica, internazionale e intergenerazionale.

Leggi il nostro articolo: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Luci e ombre sul fondo per l’ambiente di Amazon

Amazon-BezosEarthFund

Il modus operandi di Amazon

L’antefatto è il cronico scarso interesse della multinazionale dell’e-commerce, Amazon, verso l’ambiente. L’azienda più grande del mondo, guidata dall’uomo – nettamente – più ricco del mondo, Jeff Bezos, riempie ogni giorno ogni angolo del pianeta con i suoi pacchi che sorridono. La maglietta che non trovavi; la PlayStation per tuo figlio; il set di tazzine che troverei tranquillamente nel negozio sotto casa, ma su Amazon costa meno; il cellulare di ultimissima generazione, perché il mio ha già 6 mesi e va chiaramente cambiato; Amazon consegna tutto a tutti. Un’inchiesta risalente al 2018, firmata da Milena Gabanelli per il Corriere, calcolò che nel corso del 2017 in Italia furono consegnati 150 milioni di pacchi. Cosa comporta questa cifra in termini ambientali?

Le consegne di Amazon sul territorio nazionale avvengono solo ed esclusivamente su gomma. Naturalmente questo non dipende solo dall’azienda, ma anche da una pianificazione infrastrutturale carente che, nel nostro Paese, non ha mai fatto nulla per incrementare altri tipi di trasporto. Torniamo però ad Amazon. I luoghi di partenza di Amazon sparsi lungo il territorio italiano si suddividono in centri di distribuzione e depositi di smistamento. Ad ordine ricevuto e pagamento effettuato, l’azienda mette in moto il pacco, premurandosi di consegnarlo nel più breve tempo possibile. Il tempo è denaro, naturalmente. Per riuscirvi, ogni deposito ha degli stock di merci pronte a partire con brevissimo preavviso.

Il logo di Amazon, con il sorriso inconfondibile che popola i pacchi consegnati giornalmente in giro per il mondo. Foto: Amazon.it

La flotta aziendale

I camion e i furgoncini utilizzati dalla multinazionale non sono certo mezzi che guardano all’ambiente. Secondo un rapporto ISPRA legato all’inchiesta segnalata da cui sto traendo i dati, oltre l’80% dei veicoli commerciali leggeri che transitano giornalmente nelle nostre città appartengono ad una classe inferiore alla Euro 5. Uno studio firmato Bloomberg e McKinsey afferma come i veicoli commerciali, da soli, siano responsabili di oltre il 30% delle emissioni di Co2 e ossido di azoto nella sola città di Londra. A livello europeo incidono per quasi il 50% delle emissioni totali di Nox. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in circa 3 milioni le morti annuali premature dovute a questo tipo di inquinamento. Dell’incidenza delle morti premature dovute a polveri sottili, anche in Italia, abbiamo parlato a gennaio, come qualcuno ricorderà.

Oltre il 90% dei consumatori si fa recapitare il pacco a casa, oppure in ufficio, nonostante Amazon metta a disposizione dei delivery point in aree e attività commerciali particolarmente frequentati. Le consegne mensili, nel nostro Paese, ammontavano a circa 6 milioni nel 2012, sono poi diventate oltre 15 milioni nel 2017 e sono già aumentate secondo i dati del 2018, secondo un trend che apparirebbe confermato anche per il 2019, seppure i dati non siano stati ancora interamente elaborati. Il traffico su strada e in città di corrieri e fattorini è, dunque, in continuo aumento. Per tal motivo, come diretta conseguenza dell’acquisto online, il numero dei veicoli commerciali impiegati nel mondo è già cresciuto di oltre il 30% negli ultimi 15 anni, ci dicono Bloomberg e McKinsey. Gli stessi ricercatori stimano che tra oggi e il 2050 questo tipo di traffico veicolare aumenterà di oltre il 40%, nelle grandi città.

Il costo del packaging

Mentre nei negozi tradizionali, solitamente, il fornitore consegna uno stock di prodotti, l’imballaggio dell’acquisto online è sempre unitario. Se acquisto un bel maglione in un negozio di abbigliamento, la commessa lo piegherà e me lo infilerà in una busta, di plastica o carta, tramite la quale me lo porterò a casa. Se faccio lo stesso acquisto su Amazon, tutto cambia. Innanzitutto si riempirà la busta di plastica, poi questa finirà dentro un imballaggio di cartone. Per sigillare il tutto, magari, saranno usate fascette di plastica. Corepla, il consorzio per il riciclo di imballaggi in plastica, stima che dal 2016 l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo. Parliamo di circa 300mila tonnellate. Il volume di questo rifiuto è aumentato del 200% in dieci anni.

La domanda di cartone aumenta costantemente e, se è vero che tale elemento è fortemente riciclabile ( l’88% di esso viene riutilizzato), l’aumento della richiesta resta comunque costante e sensibile. Tutti i dati utilizzati sono verificabili sulla citata inchiesta di Gabanelli per il Corriere.

Dipendenti contro

L’ondata di sensibilità e attenzione al tema ambientale, che attualmente si sta, finalmente, respirando un pò ovunque, ha investito anche i compound di Amazon. Una ventina di giorni fa, al termine di gennaio, 300 dipendenti del gigante del commercio hanno apertamente criticato la politica aziendale sull’ambiente. Gli aderenti all’AECJ (Amazon Employees for Climate Justice) hanno richiesta maggiori sforzi al colosso dello shopping in rete. Le critiche si rivolgono al piano ambientale presentato il 19 settembre dallo stesso Bezos. Il mogul si è impegnato a raggiungere le emissioni zero nel 2040. L’AECJ chiede che lo stesso risultato di neutralità carbonica sia raggiunto ben 10 anni prima, non più tardi del 2030.

L’azienda è ben consapevole di come il suo successo si debba principalmente all’enorme rete logistica di trasporti stradali costruita per garantire consegne sempre più veloci. Per mettere in piedi una simile piramide funzionale, Amazon si è resa attore principale nella produzione di gas serra. Tali gas rappresentano i principali responsabili dell’emissione in atmosfera di anidride carbonica. Secondo Climate Watch la C02 prodotta annualmente da Amazon (44,4 milioni di tonnellate) equivale al 10% delle emissioni annuali totali della Francia.

Amazon e il fondo per la Terra

Pungolato dai suoi dipendenti e continuamente attaccato dagli attivisti per il clima, Jeff Bezos ha dichiarato che scenderà in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Il CEO dei CEO ha postato, sul proprio account di Instagram, l’intenzione di lanciare il Bezos Earth Fund. Obiettivo del fondo è il contrasto attivo ai disastrosi effetti del surriscaldamento globale. Bezos doterà personalmente il fondo di 10 miliardi di dollari, somma stanziata per iniziare, ha tenuto a specificare il miliardario, la quale sarà sovvenzionata a ricercatori, attivisti e ong in estate.

Il post su Instagram mostra una foto del nostro Pianeta visto dallo spazio, e in esso Bezos ha usato parole incoraggianti e ricche di speranza. “Possiamo salvare la Terra” ha esordito, “ciò richiede un’azione collettiva. Di grandi e piccole aziende, Stati, organizzazioni globali ed individui.” Ha poi concluso scrivendo “La Terra è la cosa che tutti noi abbiamo in comune. Proteggiamola insieme.”

Jeff Bezos, Foto: Repubblica

L’impegno di Amazon: sensibilità o ipocrisia?

Non possiamo che condividere le parole di Bezos; l’intento di una simile azienda ad impegnarsi in prima linea per l’ambiente è encomiabile. In questi giorni abbiamo segnalato l’impegno di BlackRock, altra azienda gigantesca, sul fronte ambientale, e riportare che non sia la sola in questa battaglia è rincuorante, quantomeno. Secondo la nota rivista di scienza e tecnologia, The Verge, l’iniziativa di Bezos non finanzierà progetti privati ma soltanto donazioni benefiche, lo farà prevalentemente sotto forma di borse studio. Questa è una buona notizia, in quanto è atto dovuto premiare e sostenere il merito di studiosi e scienziati da tempo in prima linea in questa lotta, per consentir loro di continuare il prezioso lavoro che portano avanti. L’esternazione di Jeff Bezos, però, si è portata dietro anche un buon treno di critiche e polemiche.

Non tutti i dipendenti di Amazon vedono di buon occhio il Bezos Earth Fund

Pericolo greenwashing

Molte voci hanno affermato che il post del CEO di Amazon non sia che una strategia di comunicazione bagnata di falsa ecologia, greenwashing e poco altro. I primi a fidarsi poco sono proprio i membri della AECJ, i quali hanno scritto in una nota: “Apprezziamo la filantropia di Jeff Bezos ma una mano non può dare quel che l’altra porta via.” Il riferimento velato è ai – redditizi – accordi siglati negli ultimi mesi dello scorso anno da Amazon con alcune società che sfruttano combustili fossili. Tra esse ricordiamo la celeberrima British Petroleum, tristemente nota per il disastro ambientale causato dalla sua piattaforma Deepwater, Shell e Haliburton. Amazon fornirà loro la tecnologia per una migliore automazione ed esportazione dei giacimenti petroliferi.

Il petrolio disperso nel Golfo del Messico dalla piattaforma Deepwater. Foto: The Economist

In aggiunta a ciò, Bezos ha fornito solo dei dettagli rudimentali su quel che farà il suo fondo. Non ha neppure lontanamente indicato o segnalato quali siano le priorità del suo piano o come intenda affrontarle. Annunciare di portare avanti “qualsiasi sforzo che offra una reale possibilità di preservare e proteggere il mondo naturale” significa ben poco. Sono parole che possono suonare vaghe quando provengono dal titolare di un’azienda che ricava miliardi consegnando prodotti imballati in carta e plastica e consegnati sfruttando combustibili fossili.

Cosa aspettarsi da Amazon?

Le controversie aziendali di Amazon sono ben note. La consegna in un giorno garantita a chi utilizza il servizio a pagamento Prime significa furgoncini, spesso semivuoti, che partono immediatamente dopo la conferma d’ordine per evitare disservizi. Per ridurre i costi e soddisfare le esigenze di una vendita al dettaglio così minuziosa i lavoratori sopportano spesso condizioni lavorative degradanti, pressoché disumane. Ci piacerebbe che Bezos contribuisse in maniera seria e decisa alla lotta al cambiamento climatico, dati i suoi mezzi economici. L’esperienza ci insegna però che, troppo spesso, i mogul del capitalismo come lui chiudono un occhio, quando non entrambi, di fronte alla questione. Tristemente, e lo sappiamo, per loro è più importante il guadagno del bene comune.

Il costo ambientale di Amazon Prime

L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti illeciti in Malesia

malesia

Quello che leggerai ti sembrerà parecchio triste se fino ad ora la Malesia figurava nel tuo immaginario come la patria di una tigre bellissima e sfondo di racconti salgariani avventurosi, dove la natura selvaggia, prima ancora di Sandokan, era la protagonista indiscussa. Quella natura di cui ti raccontano gli amici, dopo un viaggio affascinante in Sud-Est Asiatico sfoggiando fotografie in fitte foreste incontaminate e spiagge sconfinate. Quella natura, però, non è e non sarà più così incontaminata a causa dei nostri rifiuti plastici.

Rifiuti bruciati o abbandonati

Grazie a una approfondita operazione di ricerca, con tanto di telecamere nascoste, Greenpeace ha scoperto che dal 2019 l’Italia ha spedito in Malesia 1300 tonnellate di plastica.

Oltre all’impatto ambientale che deriva dal trasporto stesso della plastica, le conseguenze peggiori sono dovute al fatto che su 65 spedizioni, 43 sono state inviate a impianti irregolari di smaltimento. Ciò significa che la plastica viene bruciata senza nessun rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Nello stesso report si può vedere la presenza di rifiuti plastici, di origine chiaramente straniera, abbandonati all’aperto senza alcun controllo né messa in sicurezza.

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Greenpeace ha anche attuato quella che si può chiamare controprova. La loro unità investigativa è infatti riuscita ad ottenere dal governo di Kuala Lumpur (capitale della nazione) alcuni documenti riservati.

In essi si nominano le 68 aziende malesi responsabili dell’importazione di rifiuti e Greenpeace le ha contattate. Alcune di queste erano disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti fittizi, compresa plastica contaminata e rifiuti urbani. Ma la parte più triste dell’inchiesta è sicuramente la testimonianza dei cittadini malesi, che hanno chiesto aiuto a Greenpeace prima che il loro territorio venga irrimediabilmente ricoperto di rifiuti.

Un traffico di lunga data

Il fenomeno però non è iniziato solo nel 2019. La nostra plastica di difficile riciclo viene mandata in Malesia già da qualche anno. Dopo lo stop della Cina alle importazioni di rifiuti di bassa qualità, dal 2017 la Malesia importa circa il 20 per cento dei residui plastici dell’Unione Europea. I dati di Eurostat, diffusi da un dossier di Greenpeace, indicano che l’Italia invia in Malesia un quantitativo di rifiuti che ha un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

L’Italia, poi, non è l’unica nazione che manda gli “avanzi” in Malesia. Anzi, si è aggiunta a una lunga lista in cui appaiono Bangladesh, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Nel maggio del 2019 la Malesia aveva provato a reagire, rispedendo all’Occidente 3 mila tonnellate di rifiuti. Le parole del ministro dell’ambiente malese erano chiare: “Se ci sono persone che vogliono vedere questo Paese come la discarica del mondo, stanno sognando, quindi noi rimandiamo indietro il carico”. Questa minaccia non è stata sufficiente perché i trafficanti di rifiuti terminassero i loro loschi affari.

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Non solo in Malesia

L’esportazione di rifiuti illeciti non riguarda soltanto la Malesia. Dopo il blocco cinese, i paesi occidentali hanno dovuto trovare altre “valvole di sfogo”. La Turchia, forse anche grazie alla maggiore accessibilità in termini di distanza, è stata la prima destinataria. Si pensi soltanto che, secondo i dati diffusi da Greenpeace, nel 2016 la Turchia importava “solo” 4.000 tonnellate di plastica. Nel 2018 le tonnellate sono diventare 20.000.

Lo dimostra un triste caso avvenuto in Turchia, a 30 chilometri da Smirne. Lo scorso 4 settembre un imprenditore italiano ha abbandonato in un terreno privato 500 tonnellate di ecoballe, per poi fuggire e sparire nel nulla.

In fondo non siamo così potenti

Il fatto che si sia trattato di un imprenditore, può far dedurre il motivo principale di questi traffici, sicuramente scontato: il vil denaro. Alle aziende di smaltimento italiane, infatti, costa meno inviare la plastica in un’altra nazione, la quale non chiederà altro che una quantità di denaro relativamente bassa. Questo porterà all’azienda italiana un grosso risparmio in termini di risorse umane ed energetiche riservate di solito allo smaltimento corretto della plastica.

Inoltre, in questo modo le nazioni in via di sviluppo sono tenute in pugno dal denaro di quelle che, in teoria, sono già ampiamente sviluppate. Bisognerebbe però chiedersi se questa superiorità che tanto pavoneggiamo sfoggiando cospicue mazzette, lo sia davvero.

Se fossimo un paese davvero avanzato utilizzeremmo i soldi che diamo loro illecitamente per rendere i nostri impianti di riciclaggio efficienti. A guidarci sarebbero dei valori morali che ci vieterebbero l’attuazione di un abuso di potere simile. Oltre al fatto che avremmo abolito già da molto tempo la famigerata plastica monouso. Ma questa è un’altra triste storia.

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La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

L’infiltrazione di Eni nelle scuole

“Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”. Soprattutto quando si parla di Eni. Noi per primi avevamo accolto con gioia la notizia dell’introduzione della materia di educazione ambientale nelle scuole. Una misura d’avanguardia su scala internazionale. Ed ecco che, dopo appena un mese, bisogna ritirare quanto detto in precedenza e, per l’ennesima volta, provare un pizzico di vergogna e tanto sconforto pensando alle persone che occupano i luoghi di potere di questo paese.

eni-scuole

I seminari di Eni sull’educazione ambientale

Roma, 21 gennaio 2020. Antonio Giannelli, Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP), e Claudio Granata, Chief Services & Stakeholder Officer di Eni, siedono fianco a fianco presso la sede Eni con un sorriso stampato in volto. I documenti che si apprestano a firmare sanciscono un accordo che permetterà ad Eni di “formare il personale docente di ogni ordine e grado che avrà l’educazione civica come materia di studio obbligatoria. – si legge sul sito dell’Eni –  A partire da oggi ENI e ANP organizzeranno in tutta Italia dei seminari sulle tematiche ambientali, per affiancare le scuole e formare i docenti supportandone la capacità progettuale”.

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Un epilogo a dir poco deludente. E pensare che, durante la COP25, i delegati del nostro paese avevano sventolato questo provvedimento come se fosse una grande vittoria. L’Italia è infatti uno dei primi paesi ad introdurre l’educazione ambientale nelle scuole ma quest’intrusione di Eni rischia di vanificare tutto.

I tentacoli di Eni entrano nelle scuole

Inutile dire che la scelta di Eni come promotore di formazione sui temi ambientali nelle scuole sia palesemente inadatta. Per difendersi dagli attacchi degli ambientalisti, il colosso del settore oil &gas ha recentemente ricevuto un “A –“ nella valutazione indipendente del Carbon Disclosure Project Climate Change. La motivazione di questo riconoscimento è “giustificata” dal maggior impegno con cui l’azienda sta implementando azioni contro i cambiamenti climatici, se comparato alle aziende concorrenti. Peccato che, se il termine di paragone sono le altre compagnie petrolifere, risultare migliore delle altre non significa praticamente niente. Essere migliore di qualcun altro non basta di certo a renderti bravo in qualcosa. Eni resta comunque una delle aziende con il più alto contributo in termini di emissioni della storia dell’umanità e non ha alcuna intenzione di smettere.

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Andrea Poggio, responsabile nazionale per la mobilità e gli stili di vita sostenibili di Legambiente, ha dichiarato a Valori.it che “Eni fa solo un po’ di efficienza energetica, riduzione delle emissioni di metano dai pozzi e riduzione dei consumi. Ma il tutto è sempre e solo finalizzato all’estrazione di nuovi combustibili fossili. Non c’è traccia di decarbonanizzazione”. Basta un dato per spiegare cosa sia Eni e cosa voglia dal suo futuro prossimo. Secondo l’ultima relazioni di Mediobanca, di fronte ad un aumento del proprio fatturato del 13% tra il 2017 ed il 2018, che gli sono valsi un giro di affari di 75,8 miliardi di euro, nello stesso anno sono stati investiti nello sviluppo di progetti legati a fonti rinnovabili e all’ economia circolare solo 143 milioni di euro. Definirle briciole sarebbe a dir poco esagerato.

I dati sull’operato di ENI

Il 16 Luglio 2019 Legambiente ha pubblicato un rapporto denominato “Enemy of the planet”, in cui ha analizzato l’operato della multinazionale negli ultimi anni. I risultati non lasciano spazio ad alcun tipo di dubbio. Eni non ha nessuna intenzione di abbandonare i combustibili fossili. Tra il 2018 ed il 2019 l’azienda ha acquisito 29.300 km quadrati di nuovi terreni in cui effettuare nuove esplorazioni. Concessioni sparse tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco. Le sue attività di esplorazione e trivellazione sono aumentate costantemente nell’ultimo decennio.

Gli stabilimenti Eni sono ormai attivi in ogni parte del mondo: dall’Algarve (Portogallo) fino all’Alaska. E ancora Golfo del Messico, Venezuela, Oceano Indiano, Mar Caspio, Mare di Barents (Norvegia), Ghana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Nigeria. Sono enormi le conseguenze che i lavori di Eni hanno avuto sulle popolazioni di paesi più poveri come Ecuador e Nigeria dove, a causa di alcuni incidenti, sono state pronunciate delle sentenze a favore delle popolazioni locali che hanno fermato, almeno in parte, l’operato nelle suddette aree.

Val D’agri, Gela, Ragusa e canale di Sicilia: l’Eni che distrugge l’Italia

Restringiamo però il raggio d’azione e analizziamo alcuni dei disastri ambientali di cui è responsabile Eni nel nostro paese. In Val d’Agri, dove ha sede il più grande impianto di trivellazione su terra di tutto il continente europeo, i danni ambientali causati dal colosso petrolifero sono incalcolabili e perdureranno per diverse generazioni. In sedici anni sono stati contaminati circa 26mila metri quadri in un’area di 160mila, tra smaltimento illegale di rifiuti e fuoriuscite di petrolio.

Discorso simile per lo stabilimento di Gela. La raffineria sta per essere riconvertita per la produzione di olio di palma per un motivo preciso. Al momento è ancora aperto un processo in cui la procura accusa Eni di aver influito negativamente sulla salute dei cittadini. Nella vicina Ragusa, a partire dallo scorso Aprile, è invece in atto una fuoriuscita di petrolio dal pozzo Eni che andrà a inquinare le falde acquifere della zona. Sebbene la dirigenza aziendale abbia dichiarato di aver risolto il problema con l’innalzamento di barriere di contenimento e tecniche di pulizia dei bacini, Nadia Tumino, di Legambiente Ragusa, ha dichiarato, sempre a Valori.it, che “la fuoriuscita di petrolio continua e la collina percola e trasuda petrolio tutt’oggi”.

Ma non è finita qui. Sono stati registrati svariati incidenti anche negli impianti di trivellazione offshore, ovvero in mare. Nel canale di Sicilia, a 12 miglia circa dalla costa, giace la più grande piattaforma petrolifera fissa nel mare italiano ed anche qui è stato registrato un enorme sversamento che, secondo le stime del Ministero dell’Ambiente, ha recato danni per un equivalente di 69 milioni di euro.

Le scuole come punta dell’iceberg dell’infiltrazione di Eni in politica

La reazione delle associazioni ambientaliste ad una notizia di tale gravità non si è fatta attendere. Michele Carducci, professore ordinario di Diritto climatico all’Università del Salento, a nome del team di giuristi “Legalità per il clima”, sta già predisponendo, in collaborazione con i Teachers for Future italiani, una diffida indirizzata proprio ad Eni che verrà inviata al Ministero e, soprattutto, alla stessa ANP.

Peccato che, come raramente accade nel nostro paese, l’efficienza di Eni e di Anp, in questo caso, non abbia lasciato scampo. Tutti gli incontri sono stati infatti organizzati a massimo un mese di distanza dalla firma dell’accordo. L’ultimo si svolgerà a Bari il 20 febbraio.

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L’epilogo sarà dunque ancora una volta amaro. Un’amarezza figlia di un duplice problema che affligge il nostro paese quando si parla di Eni. Da un lato è ormai chiara l’influenza che un colosso di tale portata, che contribuisce in maniera decisiva all’economia italiana, ha sulle decisioni che vengono prese nel nostro paese. Dall’altro c’è, come sempre, una grave mancanza da parte dei mezzi di informazione sulle più svariate tematiche ambientali. Il fatto che questa notizia, ai limiti dello scandalo, sia passata totalmente in secondo piano la dice lunga sul ruolo marginale che la salvaguardia dell’ambiente svolge nel nostro paese. Più questa situazione si perpetuerà più aumentano le probabilità che Eni, o chi per lei, continuerà ad influire in maniera decisiva sulle politiche ambientaliste del nostro paese.

La California si oppone a Trump e al fracking forsennato

Una causa contro lo Stato

Lo Stato della California non ne può più. Per fare in modo di tenere il governo federale statunitense fuori dai propri giacimenti di olio e gas, a Sacramento hanno deciso di passare alle vie legali. L’amministrazione Trump, notoriamente sorda alla tematica ambientale e prima sostenitrice mondiale della a dir poco dannosa tecnica del fracking, vorrebbe consentire la perforazione su oltre un milione di ettari pubblici. Nessuno dell’amministrazione californiana è d’accordo con questa scelta di Washington e allora ecco la decisione: una causa contro lo U.S. Bureau of Land Management.

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Il governo Trump intende aumentare la produzione energetica da fonti fossili su suolo pubblico (spesso addirittura in riserve protette e parchi), in barba alle direttive di molte amministrazioni locali. Diversamente dalla Casa Bianca, c’è chi ha programmi di tutela ambientale. La California ha recentemente promulgato una legge ad hoc per contrastare il piano di Washington e, immediatamente dopo, ha deciso di contattare un avvocato.

fracking
Donald Trump

I dettagli dell’azione legale

La causa federale porta la firma di Xavier Becerra, General Attorney per lo Stato della California. Becerra, democratico, ha intentato l’azione legale su mandato del suo ufficio e del governatore Gavin Newsom. Lo scorso venerdì, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso il suo ufficio di Sacramento, Becerra aveva precisato come la causa fosse stata aperta in quanto l’amministrazione Trump si stava comportando come se fosse al di sopra della legge. La maggior parte delle attività estrattive federali in California si svolge vicino agli insediamenti delle comunità più vulnerabili. Tali comunità, ha tenuto a sottolineare Becerra, sono già sovraesposte all’inquinamento e la salute dei residenti ne risente. Aggiungere a questa già delicata situazione nuove operazioni di fracking peggiorerebbe ulteriormente le cose. La decisione di Washington, a detta di Becerra, è “insensata e palesemente pericolosa”.

Xavier Becerra

Fracking: favorevoli e contrari

Le posizioni del Bureau per la gestione del suolo e dell’amministrazione californiana sulla fratturazione idraulica, più comunemente chiamata fracking, sono distanti quanto i due Poli terrestri. Secondo Becerra e Newsom “i rischi connessi al fracking per l’ambiente e le persone sono semplicemente troppo grandi per essere ignorati.” La posizione dell’ufficio federale, diametralmente opposta, attesta invece come i rischi siano pressoché nulli. Ogni sito estrattivo riceverà una dedicata analisi ambientale e non si procederà con le operazioni laddove venga evidenziato un tasso di criticità non accettabile.

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Ma che cos’è il fracking e perché è da sempre un’operazione così controversa? Il termine deriva dalla contrazione dell’inglese hydraulic fracturing, sviluppata agli inizi del Novecento per estrarre petrolio e gas naturale dalle rocce di scisto. Tali conformazioni rocciose, presenti nel sottosuolo, sono le più facili da sfaldare. Per raggiungerle si perfora il terreno fino allo strato di sottosuolo che contiene gli agglomerati di scisto. In seguito si inietta, tramite un getto ad altissima pressione, acqua mista a sabbia ed elementi chimici. Tale operazione provoca l’emersione in superficie del gas.

I rischi del fracking

La fratturazione idraulica ha rivoluzionato il mondo dell’approvvigionamento energetico, soprattutto negli Stati Uniti. Accanto a ciò, però, ha anche sollevato una questione ambientale che ultimamente è diventata un polverone, ora che ci stiamo rendendo conto di quel che stiamo facendo al nostro Pianeta.

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L’esplorazione dei siti e l’estrazione del gas richiede quantitativi ingenti di acqua, causando sprechi e costi ambientali da impallidire. Inoltre, le sostanze chimiche iniettate nel sottosuolo, potenzialmente dannose per la salute, possono finire con il contaminare le falde acquifere attorno al sito dell’estrazione; si calcola infatti che solo l’80% circa delle acque iniettate nel sottosuolo per il fracking risalga in superficie come riflusso, mentre la percentuale restante rimanga sepolta. Se ciò non bastasse, bisogna pure prendere in considerazione la teoria (che in quanto tale, resta tutta da dimostrare) secondo la quale la fratturazione idraulica sia correlata, forse addirittura in una relazione di causa ed effetto, con il verificarsi di scosse sismiche di lieve entità.

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Nel novembre del 2011, in Oklahoma, si verificò un terremoto di magnitudo 5,7. Un impianto vicino aveva appena iniettato acqua ad altissima pressione nel sottosuolo. Non ci sono prove che il fracking abbia causato la scossa, sebbene tale possibilità non sia mai stata smentita.

La tecnica del fracking: cos’è e come funziona

La fratturazione delle speranze

Secondo le organizzazioni ambientaliste, nessuna delle principali esclusa, la tecnica del fracking sarebbe l’ultima trovata delle compagnie petrolifere per ritardare l’adozione di politiche energetiche basate sulle fonti rinnovabili. La fratturazione idraulica è il più avanzato sistema di sfruttamento delle risorse fossili. Per quanto meno sporco del carbone, il fracking rappresenta un sistema antiquato di produrre energia. Esso è la quintessenza dello sfruttamento di combustibili dai quali dovremmo liberarci, per proiettarci finalmente in un futuro energetico rinnovabile.

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La California è uno degli Stati americani più ricchi di petrolio e presenta già una regolamentazione piuttosto severa in termini di estrazione di questa risorsa. La decisione di questa causa contro il governo americano rappresenta un positivo precedente all’interno della lotta mondiale contro il cambiamento climatico. “I californiani non consentiranno all’industria petrolifera di inquinare ancora acqua ed aria”, è stato il commento del Centro per la Diversità Biologica. Il Centro, che ha sede in Arizona, è stato fiero sostenitore dell’azione legale.

E’ importante fare nostro tale messaggio. In fondo, alla parola californiani, si può sostituire l’aggettivo relativo ad una qualsiasi comunità.

Green Diesel Eni. Maxi multa per pubblicità ingannevole

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile, proprio come ogni altro combustibile fossile. Il protagonista della storia, nonché autore del misfatto, è la nota azienda distributrice di carburante per automobili. E’ infatti dal 2016 che ENI pubblicizza il suo carburante Eni Green Diesel+ come opzione ecocompatibile, ingannando, di fatto, i consumatori. Legambiente ha denunciato l’azienda, la quale è stata multata con la massima penale: 5 milioni di euro per “pratica commerciale ingannevole“.

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Cos’è il Green Diesel Eni e perché non è sostenibile

Il gasolio Green Diesel di Eni contiene una componente del 15% di olio vegetale, chiamata HVO (Hydrotreated Vegetable Oil). In Italia il biodiesel è prodotto presso presso le raffinerie Eni di Venezia e di Gela, che utilizzano l’olio di palma grezzo e i suoi derivati.

L’olio di palma è rinnovabile. Ma..

L’olio di palma è, certo, una fonte rinnovabile. Eni, in sua stessa difesa, aveva sottolineato l’intuitiva evidenza del minore impatto ambientale di questo carburante, in quanto contiene, oltre alla componente fossile, anche quella rinnovabile.

Ciò, però, non giustifica l’etichettatura dell’intero prodotto come “green”, “sostenibile” o “rinnovabile” o addirittura “che si prende cura dell’ambiente”. Termini che abbiamo trovato sin dal 2016 su televisione, radio, giornali, cinema, web e stazioni di servizio. Tanto più che i fruitori di questi media spesso non sono in grado di distinguere il significato assoluto di una frase da quello, invece, relativo.

La prima accusa quindi è stata quella della strumentalizzazione, da parte di ENI, della crescente sensibilità alle tematiche ambientali delle persone per un prodotto il cui contributo ecologico è, nei fatti, ambiguo, minimo o addirittura indimostrato.

La componente rinnovabile è infatti definita “sostenibile” dalla normativa solo se garantisce una riduzione delle emissioni di CO2 almeno pari al 50% rispetto alla componente fossile. Per la riduzione delle emissioni da parte del biodiesel vi sono, invece, molte incertezze. L’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), evidenzia che per “alcune delle vantate caratteristiche del prodotto, come l’ingente riduzione delle emissioni di gas serra, non esiste alcuna giustificazione o calcolo”.

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile

Nel Green Diesel di Eni vi sono altri gravi problemi. Infatti, i danni ambientali e umani causati dalla coltivazione di palme da olio sono tristemente noti. L’olio di palma proviene principalmente dall’Indonesia dalla Malesia, due paesi dove sono stati registrati imponenti tassi di deforestazione negli ultimi due decenni, anche a causa di queste coltivazioni.

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Per questi motivi, l’Europa ha già etichettato l’olio di palma nel gasolio come insostenibile. La coltivazione di queste piante è infatti tra le principali cause nella distruzione delle foreste pluviali e della fauna selvatica. Secondo uno studio per la Commissione europea, il biodiesel prodotto con olio di palma sarebbe, anzi, tre volte peggiore per il clima rispetto a un prodotto diesel normale, se si tiene conto delle emissioni indirette causate dallo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali.

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Una decisione storica

Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, sottolinea che «Quella di oggi è decisione storica, perché per la prima volta in Italia si parla ufficialmente di greenwashing. Finalmente viene anche smascherato questo grande inganno ai danni dei cittadini da parte di uno dei maggiori nemici del clima qual’ è Eni.”

green diesel eni

“L’Autorità garante della concorrenza e del mercato – continua Ciafani – ci ha dato ragione, ma non basta. Ora è tempo che anche il Governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Devono anche interrompere gli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel”.

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Il diesel non mai è sostenibile

Perché sì, in Europa vi sono degli ingenti incentivi per la produzione di biodiesel. Si parla di 4,7 miliardi di euro messi a disposizione dal 2018 al 2022. E’ per questo che, se l’olio di palma è stato ridotto notevolmente (-11%) per la produzione di cibo e mangimi, è invece aumentato del 3% come componente dei carburanti. Gli europei, quindi, mangiano meno olio di palma ma ne consumano sempre di più e senza saperlo per le loro auto.

Fortunatamente il suo uso verrà gradualmente ridotto a partire dal 2023 con l’obiettivo della completa assenza nel 2030. L’Eni Diesel+ non è, quindi, sostenibile. Come ha dichiarato Veronica Aneris, responsabile Transport & Environment (T&E), “in Italia non esiste il diesel green. Le compagnie petrolifere devono smettere di cercare di indurre in errore cittadini e politici con il falso claim del diesel che rispetta l’ambiente e la salute. Dovrebbero invece investire in soluzioni realmente sostenibili, come l’elettricità rinnovabile e i biocarburanti avanzati. E il governo deve fare la sua parte nello spingere le multinazionali dei fossili a dare il giusto contributo nella transizione a emissioni zero“.

Non rimane più tempo per scegliere il “meno peggio”, sempre che lo sia. La chiave è uscire dal meccanismo di sfruttamento delle fonti fossili, senza raggiri ed escamotage delle aziende verso chi realmente vorrebbe rispettare l’ambiente.

Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Come spesso accade in pieno inverno, nel nostro Paese, le percentuali di polveri sottili PM 10 e PM 2.5 sono alle stelle. La concentrazione del famigerato biossido di azoto (NO2) è altissima nelle aree più urbanizzate, a causa soprattutto di mezzi di trasporto e impianti di riscaldamento. L’istituto ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale) si occupa di inquinamento e, in un recente comunicato ,punta il dito contro il traffico veicolare. Il ruolo delle automobili e dei mezzi di trasporto è diretto ed indiretto, relativamente alle polveri; poiché le sostanze organiche volatili emesse si trasformano in particelle nocive.

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I blocchi del traffico

La cronaca di questi giorni ci informa che sono in corso, o arriveranno presto, blocchi del traffico nelle principali città. Milano, Como, Lodi, Cremona; Torino, Padova e Mantova sono solo alcuni dei nuclei urbani coinvolti. Le misure intraprese in queste città sono mirate naturalmente ad abbassare la liberazione aerea delle microparticelle. Blocchi parziali o totali della circolazione, però, sono davvero la soluzione alla ormai annosa questione dello sprigionamento delle polveri?

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Non ne sembrano troppo convinti all’ISPRA, dove c’è concordia nel dichiarare che occorra far di più per combattere le polveri sottili ed il biossido di azoto nell’atmosfera. Questi due agenti sono responsabili, come a breve vedremo, di danni alla salute, che sovente portano alla morte, per centinaia di migliaia di persone.

Come ridurre l’inquinamento

Giorgio Cattani è un esperto di ISPRA e ha detto la sua su come sarebbe opportuno attrezzarsi per ridurre efficacemente l’inquinamento da polveri sottili. Secondo lui, è necessario mettere in campo azioni integrate su più fronti: occorre partire da “misure strutturali che consistano, innanzitutto, nell’accelerazione della conversione del parco veicolare in modo che sia sempre meno inquinante. Poi bisognerà dare alternative credibili all’uso dell’auto, incentivando l’uso del mezzo pubblico che però, in molti casi, è ancora insufficiente.”

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Il vero obiettivo da raggiungere è quello di ridurre l’impatto delle PM e del biossido sulla salute, e lo si può fare solo diminuendo le concentrazioni. L’Unione Europea si è impegnata a diminuire le emissioni di un tasso tra il 40 e il 50% entro il 2030, obiettivo audace seppure, in realtà, troppo conservativo. Infatti già tenendo fede alla rinuncia allo sfruttamento del carbone, impegno preso da numerosi Stati membri, il vecchio continente dovrebbe riuscire a raggiungere quella percentuale tra 10 anni. Riguardo a ciò, l’Organizzazione Mondiale della Sanità gradirebbe soglie più stringenti, dal momento che, come ormai è sotto gli occhi di tutti, di inquinamento si muore sempre più spesso. L’OMS sta spingendo perché si abbassi il numero dei giorni in cui è consentito sforare il limite. Ora sono 35, vorrebbero portarlo a 3.

Tratto dalla fonte: Qualenergia

Polveri sottili come emergenza sanitaria

“Le PM 10 o le PM 2,5 non hanno una soglia reale al di sotto della quale ci si possa sentire al riparo” prosegue Cattani. L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ci conferma come il particolato fine sia uno spregiudicato assassino. Circa 412mila decessi prematuri avvenuti nel 2016 in territorio europeo si devono alle polveri sottili. Nel corso dell’anno 2017, nel 69% delle stazioni di rilevamento europee si sono attestate concentrazioni di PM troppo elevate. Stando agli ultimi dati disponibili, relativi appunto a 2 anni fa, in ben 7 Paesi europei si sono rilevate concentrazioni di polveri sottili troppo alte.

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Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Italia sono gli Stati troppo inquinanti. Stando alla analisi della EEA, il nostro Paese ha il primato dei decessi legati al biossido d’azoto. Solo questo dato dovrebbe chiarirci bene le idee su quale sia la principale tematica da affrontare in quest’epoca. Di fronte a questo bollettino di guerra, com’è possibile fare polemica riguardo all’opportunità di portare avanti i blocchi del traffico? “Come si può non farlo? L’azione serve sempre, anche a sensibilizzare i cittadini e le comunità” afferma Cattani. Difficile dargli torto. Anche se i blocchi non rappresentino la panacea, la soluzione decisiva al problema delle polveri sottili, sono un doveroso primo passo, un’operazione indispensabile per coinvolgerci in prima persona nella lotta per il clima.

Tratto dalla fonte: Il Salvagente