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Le giovani generazioni studiano l’Iraq a scuola per due motivi: nell’antichità, sebbene non esistesse l’attuale stato iracheno, la Mesopotamia fu la culla della civiltà, la terra fertile in cui l’uomo iniziò a praticare l’irrigazione, l’aratura e la coltivazione. Proprio lì si posero le basi per lo sviluppo delle città, e conseguentemente si svilupparono gli apparati amministrativi-burocratici e la scrittura. Purtroppo però, l’Iraq viene studiato a scuola anche per periodi meno felici della storia. Negli ultimi decenni, l’Iraq e tutto il Medio Oriente sono stati teatro di grandi conflitti, soprattutto legati alla gestione del petrolio, di cui quella zona è ricca. Da ottobre un movimento di giovani ha bloccato alcuni nodi cruciali del paese per fermare l’estrazione di petrolio. La loro protesta è trasversale e merita di essere raccontata.

The Washington Post, Come la protesta in Baghdad ha trasformato Piazza Tahrir

Mesopotamia, la nascita della civiltà nella terra fertile

Mesopotamia significa appunto “terra tra due fiumi”. La Mezzaluna fertile costituiva infatti un territorio attraversato da due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Per questo l’acqua è sempre stato un simbolo di orgoglio in quella zona. Come riporta Peter Harling su Synaps, fino agli anni novanta in Iraq esistevano numerose tradizioni legate all’acqua; ad esempio, l’offerta di un bicchiere d’acqua come simbolo di accoglienza per gli stranieri o l’esposizione di un vaso sulla strada a cui i passanti potevano attingere per dissetarsi. Oggi tutto questo non è più possibile a causa della situazione sempre più precaria legata alle fonti idriche nel paese.

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Il malgoverno delle fonti idriche

In primo luogo, il Tigri e l’Eufrate hanno perso il 40% della loro portata. Ciò è avvenuto a causa della siccità sempre più estrema, ma anche per colpa di un sistema di dighe che blocca l’affluenza in Iran, Turchia e Siria, dove si trovano le fonti principali dei due fiumi. Un secondo fattore è legato alla malagestione delle fonti idriche, sia sul piano istituzionale sia a livello di consumo pro-capite.

Sempre Harling riporta che due terzi dell’acqua potabile non raggiunge gli utenti finali; della parte restante, di cui i cittadini iracheni usufruiscono, se ne fa un uso smisurato: 392 litri d’acqua al giorno pro-capite per uso domestico (la media mondiale è di 200 litri). A questi dati va aggiunto un sistema agricolo antiquato e inefficiente; l’agricoltura utilizza quantità di risorse idriche e allo stesso tempo peggiora la situazione, ad esempio aumentando la salinità del suolo.

Extraction Rebellion: il movimento contro il dominio del petrolio

Il cambiamento climatico sta ovviamente facendo la sua parte, aumentando la desertificazione e le temperature da un lato, e redistribuendo l’acqua in modo squilibrato dall’altro, con diluvi concentrati nel tempo che provocano allagamenti e rovina dei raccolti. Quello che fa più specie è riconoscere che il cambiamento climatico è provocato, fra le altre cose, proprio dall’estrazione e successiva combustione del petrolio, di cui l’Iraq abbonda. Il paese è infatti il secondo produttore di petrolio dei paesi Opec, preceduto solamente dall’Arabia Saudita.

Per questo motivo centinaia di migliaia di persone stanno partecipando a un vasto moto di protesta che punti a smantellare il sistema che permette l’attuale status-quo. La protesta è iniziata ad ottobre al grido di “Vogliamo un paese”. Con questo slogan i cittadini iracheni reclamano una riforma politica che sia allo stesso tempo una rivoluzione ambientale. Infatti, la perenne instabilità politica dell’Iraq è fortemente condizionata dagli interessi geopolitici internazionali attorno all’approvvigionamento di fonti non rinnovabili. Rijin Sahakian, autrice dell’articolo “Extraction Rebellion”, ha così commentato il fervente attivismo iracheno: “questi giovani sono i figli delle guerre combattute sulla loro terra per estrarre il petrolio, un tributo imposto ai loro corpi in crescita”.

Puntiamo i riflettori sulla terra fertile

E ancora, la giornalista di origine irachena sottolinea l’esigenza di puntare i riflettori occidentali aldilà dei propri confini, dando voce per esempio ai giovani dell’Iraq che vivono nel cuore della crisi climatica. In questi casi infatti, l’estrazione di combustibili fossili è causa sia del cambiamento climatico che dei conflitti decennali che precludono loro di vivere una vita normale:

“In occidente gli sforzi per combattere la crisi climatica si sono concentrati quasi esclusivamente sui singoli individui o sulle organizzazioni statunitense ed europee. Le iniziative portate avanti, dagli scioperi studenteschi ispirati a Greta Thunberg fino al movimento Extinction Rebellion, dovrebbero imparare dalle aree del mondo e dai movimenti più seriamente colpiti dalle forze che determinano il cambiamento climatico, e farli conoscere. I giornali hanno dato molto risalto agli scioperi e alle manifestazioni per il clima in occidente. I giovani che partecipano a queste manifestazioni spesso rischiano al massimo una nota per aver saltato la scuola. Le loro azioni sono sicuramente lodevoli e legittime, ma bisogna confrontarle con quelle dei giovani iracheni, che sono rapiti, mutilati, uccisi”.

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L’ambiguità dell’ONU

La protesta irachena si sta organizzando in questo modo: da un lato, c’è il blocco alle principali infrastrutture petrolifere. Ponti, strade, porti dove si concentra il commercio di petrolio. Dall’altro, sono stati creati alcuni campi-base in cui le persone possono stare insieme: a piazza Tahrir (Baghdad) è stato installato un ospedale da campo, uno sportello legale, una biblioteca e altri centri di intrattenimento. Quell’area viene chiamata “un’altra zona verde”, in evidente opposizione alla zona verde in cui si concentrano i palazzi istituzionali nazionali e internazionali, fra cui le ambasciate straniere. Anche l’ONU è fortemente malvisto dal neonato movimento iracheno. Nei mesi di protesta ha dimostrato forte preoccupazione per il blocco al commercio petrolifero, invece di dare voce al reclamo di diritti degli attivisti.

Un grido dalla terra fertile: “Ecco il tuo petrolio, mondo”

Per tutta risposta, i manifestanti hanno espresso il loro disappunto. La foto riportata qui sotto ritrae dei giovani iracheni che alzano il dito medio di fronte ad un murales in cui c’è scritto: “Ecco il tuo petrolio, mondo”. Ricordiamo che per ogni barile di petrolio estratto serve un barile e mezzo di acqua per pompare e mantenere alta la produzione. Ed è importante notare che l’acqua, al contrario del petrolio, è l’elemento principale che garantisce la vita. Non può essere sostituita, non ha alternative.

RIJIN SAHAKIAN, Extraction Rebellion. A Green Zone of hope

Il diritto ad un futuro pacifico e sostenibile

La Mesopotamia è stata citata per anni come la terra fertile in cui la civiltà umana ha visto la luce. Oggi rappresenta tristemente lo scenario perfetto della crisi climatica, in cui la scelleratezza dell’uomo continua a privilegiare gli interessi a breve termine a fronte del benessere a lungo termine dei cittadini. I giovani iracheni hanno deciso che è giunto il momento di dire basta: dato che sono già stati privati del diritto all’infanzia, stanno urlando a gran voce che il futuro spetta a loro. Un futuro che sia pacifico e sostenibile. Accogliamo con piacere l’appello di Sahakian: è necessario dare voce a tutti gli attivisti del mondo, perché il movimento ambientalista abbia come obiettivo principale la giustizia climatica, internazionale e intergenerazionale.

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