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Heathrow il gigante

L’Aeroporto di Londra Heathrow, noto più o meno a tutti essendo il principale approdo ad una delle città più visitate del pianeta, è il settimo aeroporto mondiale e il primo per volume di traffico in Europa. Una rapida visita al sito ufficiale dell’aeroporto ci restituisce i dati relativi ai suoi passeggeri annuali. Ogni 12 mesi, da quelle parti, passano tra i 70 e gli 80 milioni di persone. Non ci sono aeroporti al mondo che registrano un maggior numero di visitatori internazionali. Heathrow è il principale landing spot della capitale britannica ed è hub di due compagnie aeree importanti come British Airways e Virgin Atlantic. Il sistema aeroportuale londinese è il più trafficato a livello mondiale e ciò rende l’Inghilterra, e di riflesso l’intero Regno Unito, sempre che unito rimanga davvero, una sorta di hub mondiale del trasporto aereo, con status ufficialmente riconosciuto dalle compagnie aeree del globo.

L’aeroporto di Heathrow è situato circa 30 km ad ovest del centro di Londra, occupa una superficie di oltre 12 km quadrati e si compone di due piste parallele, in direzione est – ovest, sviluppate accanto ai terminal. Ciò è particolarmente rilevante per la community dell’Ecopost in quanto, proprio in queste settimane, si discuteva di un ulteriore ampliamento aeroportuale. Tale ipotesi, ad ogni modo, sembra esser decaduta ora che il progetto di ampliamento è stato dichiarato illegale.

Mappa dell’aeroporto di Heathrow; Foto: Pinterest

La longa manus della Brexit

Come sanno anche i muri, in Gran Bretagna si stanno oliando gli ingranaggi che porteranno il Regno Unito, al termine del 2020, fuori dall’Unione Europea. Il fautore della Brexit, nonché primo ministro, Boris Johnson, ha indicato la via della prosperità britannica in uno sviluppo senza precedenti dell’economia e della finanza. Una sorta di Britain First che sta generando più ombre che luci, agli occhi di tutti tranne che di quei britannici che l’hanno votata nel 2016.

Oltre a rappresentare la principale negazione ad un avveniristico ed incoraggiante progetto di democrazia e cooperazione sovrannazionale, com’è la UE – nonostante i suoi non pochi problemi – la Brexit potrebbe infatti finire con il rivelarsi un clamoroso autogol, per alcuni analisti addirittura il peggiore errore dai tempi della repressione indiana. C’è molta divisione sul futuro del Regno Unito, e forse interpretare la Brexit come una sorta di controparte economica del massacro di Amritsar è forse eccessivo, comunque, di fronte a Johnson e ai suoi connazionali, non sembrano esserci mesi semplici.

A detta di alcuni, un ruolo importante nella nuova strategia britannica, avrebbe dovuto rivestirlo l’espansione dello scalo di Heathrow. Se n’è detto più che convinto il ceo dell’aeroporto, John Holland – Kaye, in un recente intervento. A suo dire: “La Gran Bretagna non può portare a termine i progetti del governo a meno che non vengano accelerati i piani per costruire una terza pista. Heathrow è fondamentale per il futuro dell’economia. Ampliare i rapporti economici con Asia, Cina, India e Sud America è vitale. Dobbiamo essere chiari mentre pianifichiamo la visione di un Regno Unito globale tramite la Brexit. Nessuna espansione di Heathrow, nessuna Gran Bretagna globale.” Holland – Kaye, ad ogni modo, ha tutto l’interesse a tirar proverbialmente acqua al proprio mulino.

John Holland – Kaye, Foto: The Guardian

La questione third runway

Fu il dimissionario governo guidato da Theresa May ad autorizzare inizialmente l’espansione dello scalo di Heathrow. In seguito alle note vicissitudini politiche britanniche, l’autorizzazione fu messa in stallo e, nella giornata di giovedì 27 febbraio, abbiamo avuto l’atteso pronunciamento della corte suprema a riguardo. Nel 2018, ai tempi del semaforo verde del governo May, numerose associazioni ambientaliste si mossero, per vie legali, nei confronti di una decisione che apparì da subito criminale, in termini ambientali.

La motivazione della sentenza emessa dal giudice Lindblom, membro dell’alta corte del Regno Unito recita, nel suo passaggio più significativo: “E’ necessario che la segreteria di Stato tenga in considerazione gli accordi di Parigi. La pianificazione statale non ha tenuto conto della sottoscrizione di tali accordi”. La realizzazione della terza pista, infatti – intervento da 40 milioni di sterline – avrebbe consentito il transito di 700 voli giornalieri aggiuntivi dal 2028, con tutto quel che ne consegue in termini di emissioni inquinanti.

Holland – Kaye e la sua idea di espansione di Heathrow, in una intervista di qualche anno fa

Boris Johnson e Heathrow

Nonostante i proclami di Holland – Kaye e dei suoi colleghi, non è affatto vero che la Gran Bretagna abbia bisogno di un’espansione di Heathrow. Più che avere uno scalo titanico e molti altri medio – piccoli, avrebbe più senso potenziare l’intera rete regionale del Regno Unito. In tal modo, si riuscirebbe ad avere un sistema aeroportuale più potente sull’intera isola. Quando era sindaci di Londra, Boris Johnson si era apertamente schierato contro la third runway. Aveva personalmente portato avanti una campagna di lotta all’idea della terza corsia, assieme al suo vassallo di mille battaglie, ora Ministro per l’Ambiente, Zac Goldsmith. Se il cognome del Ministro accende qualche lampadina al lettore interessato di finanza, ricordo volentieri allo stesso che sua moglie (la seconda) si chiama Alice Rothschild, giusto per dare una prova del 9 di quale sia il background di Goldsmith.

Nell’anno 2015, da sindaco di Londra in chiusura di mandato, BoJo era stato cristallino nell’esprimere la sua opinione in merito all’ampliamento dell’aeroporto. Con la sua caratteristica dialettica, affermò che si sarebbe steso di fronte ai bulldozer, al fine di impedire l’inizio dei lavori.

Boris Johnson, spesso chiamato semplicemente BoJo, primo ministro britannico, Foto: Wired

Il Primo Ministro e l’ambiente

Diversamente da quanto si possa pensare, soprattutto se si segue poco la politica britannica, Johnson è stato un buon sindaco. Londra era naturalmente già Londra prima di lui ma BoJo è riuscito a svilupparla sotto ogni aspetto. Economia, turismo, urbanistica, viabilità, sicurezza… lo staff di Johnson mise mano ad ogni dossier. Una narrazione europeista e superficiale vuole farci passare Boris come il Trump di Londra, enfatizzandone gli aspetti negativi. Tale analisi non è interamente corretta. L’ex giornalista ha una visione economica molto simile a quella dell’inquilino della Casa Bianca, ciò è indubbio. Vi sono però anche sensibili differenze. Ambientalmente parlando, seppur BoJo sia sempre stato abbastanza ambiguo, occorre ricordarlo come quello che andava al lavoro in bicicletta ogni giorno, quando era mayor. Egli ha affermato più volte di voler portare la Gran Bretagna ad emissioni zero entro il 2050. Teniamo presente il quadro completo, non soffermiamoci alla sua pregevole cornice.

In questa ottica, una espansione di Heathrow avrebbe poco senso. Johnson e Goldsmith ora hanno in mano le redini del Paese, dovranno dar seguito alla loro battaglia e dimostrare che le loro belle parole non fossero soltanto tali. E’ lecito dubitare di un figlio del capitalismo più becero e forsennato come Ministro per l’Ambiente e di un conservatore protezionista come Primo Ministro. Come già accennato però, Johnson ha sovente tirato in ballo l’ambiente e ha lasciato trasparire una certa sensibilità al tema.

Nonostante la sentenza, non è detto che questa storia sia chiusa. Una spokeswoman di Heathrow, infatti, ha subito dichiarato che i suoi datori di lavoro faranno ricorso. Dallo scalo sottolineano come la corte si sia appellata solo alla questione del cambiamento climatico, non dipendente dal solo traffico aeroportuale londinese, senza far cenno alcuno ai problemi di inquinamento atmosferico e acustico.

Da sindaco di Londra, Johnson era solito recarsi al lavoro in bicicletta, Foto: Politico

I risvolti ambientali di una espansione di Heathrow

Una sezione intera, sul sito dell’aeroporto di Heathrow, è interamente dedicata alla tematica ambientale. Lo staff dello scalo ammette le proprie responsabilità, come importante attore dell’industria dell’aviazione, riguardo al surriscaldamento globale. Accanto a ciò si dice anche consapevole del fatto che la sua impronta di carbonio sia parte integrante della questione. D’altra parte, comunque, afferma di avere una carbon strategy seriamente avviata per supportare i viaggiatori di oggi e domani, dall’utilizzo di energie rinnovabili alla scelta di combustibili sostenibili. Sfortunatamente, però, nessuna di queste misure cambia il fatto che l’industria dell’aviazione è il principale inquinante mondiale. E buona parte dell’industria dell’aviazione passa da Heathrow.

A Londra la questione Heathrow scotta da tempo. L’aeroporto è già la principale fonte di inquinamento per la comunità, trovandosi in una posizione piuttosto desueta per un hub così vasto. Heathrow è infatti circondato da case, autostrade e infrastrutture viarie di capitale importanza, nella zona più densamente abitata dell’intero Paese. Naturalmente è difficile non essere circondato da infrastrutture, in un’area urbana che conta oltre 8 milioni e mezzo di abitanti come Londra, ma gli altri aeroporti londinesi non presentano lo stesso problema, trovandosi in zone meno popolate. Lo scalo genera inquinamento dell’aria e inquinamento sonoro, oltre al chiaro rischio sicurezza dovuto a voli intercontinentali che atterrano e decollano da una simile metropoli. La terza pista, comunque, non è solo affar di Londra.

Extinction Rebellion ha protestato per mesi contro l’ampliamento di Heathrow

L’ampliamento dell’aeroporto come questione nazionale

L’accentramento di investimenti su Londra e il suo vicinato e il monopolio economico del Sud del Paese, sono storia vecchia nel Regno Unito. Madre di tutti i problemi britannici è, probabilmente, l’aura della City, il distretto finanziario di Londra sede di banche, fondi di investimento e società di brokeraggio che operano sull’intero scacchiere mondiale. Il fior fiore degli economisti britannici è convinto che lo sviluppo economico e la prosperità britannica, nel prossimo futuro, passino da qui. Johnson e i suoi ministri sono d’accordo, per cui, un ulteriore potenziamento delle infrastrutture londinesi è, sostanzialmente, auspicato da chiunque.

La costruzione della terza pista porterebbe però strascichi deleteri all’aviazione britannica. Aeroscali come quello di Manchester, di Birmingham e delle East Midlands, di Newcastle e di Leeds Bradford, vedrebbero una brusca riduzione del loro traffico. Oltre alla chiara ricaduta economica sugli aeroporti stessi, ciò comporterebbe anche delle difficoltà per ogni compagnia e azienda che non operi su Londra. Persino passeggeri privati e turisti avrebbero delle complicazioni; chiunque non fosse diretto a Londra si vedrebbe costretto ad arrivare a Heathrow e poi sobbarcarsi chilometri di strada su un altro mezzo per giungere a destinazione. Accade già abitualmente così oggi, figurarsi con 700 ulteriori voli sulla capitale.

Le conseguenze della sentenza

Il Regno Unito non può certo onorare il proprio impegno nella lotta al cambiamento climatico, costruendo una terza pista in uno degli aeroporti più trafficati al mondo. Fatte le dovute proporzioni, questa affermazione resta valida ovunque, atteniamoci però al Regno Unito in queste righe. Nel render nota la propria decisione, la corte non ha comunque vietato ogni ampliamento dello scalo. Essa si è limitata a decretare come il progetto varato nel 2018, non sia in alcun modo compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura mondiale al di sotto degli 1.5 gradi centigradi. La corte non esclude la possibilità di riproporre un’espansione ambientalmente meno invasiva. Naturalmente, lo stesso consesso ha chiarificato di non sapere se ciò sia possibile.

Ad oggi, come ci ricordano gli attivisti britannici, si vedono solo tre possibili strade qualora si procedesse con l’apertura della terza pista. La prima sarebbe la sconfitta nella battaglia al surriscaldamento globale; la seconda sarebbe la limitazione delle emissioni da qualche altra parte, ovvero la chiusura di qualcuno degli altri scali dello UK citati prima; la terza sarebbe l’impossibilità dell’utilizzo della terza pista, in quanto troppo inquinante, dopo la sua realizzazione. L’ultima possibilità rappresenterebbe un incredibile capitolazione della società al capitalismo estremo, la costruzione di un elefante bianco, di una incredibile ed inspiegabile cattedrale nel deserto innalzata tramite un assurdo spreco di suolo e risorse. Ne uscirebbe, sostanzialmente, un’opera senza alcun senso come quelle che, ahinoi, ben conosciamo in Italia; dove ne contiamo oltre 60.

Una vittoria per gli ambientalisti, lo stop al progetto della terza pista

Il caso Heathrow come apripista

Il sistema giudiziario britannico è molto influente nel resto del mondo; si pensi a quanti sistemi sono modellati a sua immagine e somiglianza, nel Commonwealth e non solo. La decisione sulla terza pista presa in questi giorni, dunque, potrebbe rappresentare un importante precedente. Questa sentenza può potenzialmente influenzare decisioni future in molti dei 195 Paesi che sugli accordi di Parigi hanno apposto la propria firma.

Una buona notizia che si somma a quella della bocciatura dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze da parte del Consiglio di Stato che si è pronunciato a sfavore della richiesta di Toscana Aeroporti. Il ricorso che era stato presentato non ha consentito al Ministero dell?Ambiente di fare “una corretta valutazione di compatibilità ambientale”. Il progetto presentato era infatti molto vago ed il rischio di penalizzare ulteriormente l’area circostante l’aeroporto era più che concreto. Il sindaco di Sesto Fiorentino ha così commentato la decisione: “Finalmente aboliamo un progetto del tutto incompatibile con il nostro territorio”. Due casi che, quindi, potrebbero fare da apripista per il contenimento di un settore che risulta tra i più inquinanti al mondo, ovvero quello del trasporto aereo.

In definitiva, è lecito ritenere che le istituzioni del Regno Unito stiano cominciando a prendere più seriamente in considerazione la tematica ambientale, diversamente da quanto stanno facendo a Bruxelles. Ora va richiesto anche ai cittadini uno sforzo ulteriore, in particolare ai turisti. Occorre smettere di fingere che la richiesta di voli sempre più economici, verso quella spiaggia o quella capitale, possa essere compatibile con l’abbassamento delle emissioni verso lo 0. Il vuoto nella tassazione internazionale delle rotte aeree che rende possibili viaggi a bassissimo costo deve essere interrotto, per scoraggiare voli sulle piccole distanze. La sempre maggiore richiesta di vacanze esotiche, in location distanti, come si sposa con la necessità di regolamentare le emissioni inquinanti? Quando siamo al computer o in agenzia viaggi, intenti a scegliere dove passare il Capodanno o quale isola tropicale visitare per prenderci una pausa dall’inverno, pensiamo mai a queste implicazioni?

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