Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Come determinare la sostenibilità delle attività economiche? L’Unione Europea ha adottato un sistema comune di classificazione che permetterà di implementare le misure per la transizione energetica previste dal Green Deal europeo. Il regolamento è frutto di un’intesa tra il Parlamento europeo e il Consiglio. Già nel dicembre 2019, le due istituzioni avevano raggiunto un accordo provvisorio, ma che solo a fine maggio è stato vagliato dalle commissioni Affari monetari ed economici e Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare. Al centro del progetto c’è la finanza sostenibile.
Investimenti e neutralità climatica
Gli investimenti verdi sono fondamentali perché il continente possa dichiarare la neutralità climatica entro il 2050, riducendo drasticamente le proprie emissioni di gas a effetto serra. Nonostante gli ingenti aiuti statali ed europei, anche i privati dovranno fare la propria parte: per questo motivo, un quadro comune a cui far riferimento è necessario per comprendere come finanziare progetti realmente sostenibili e non farsi ingannare da quelli caratterizzati dal greenwashing. I prodotti finanziari dovranno essere completamente ecocompatibili, come riportato nella posizione del Consiglio in prima lettura il 1° aprile 2020.
L’ex commissario Valdis Dombrovskis aveva già osservato come il lancio di una tassonomia comune non fosse problematica a livello politico, quanto ostica a livello tecnico, specialmente all’inizio. In realtà, la proposta di unificare legislazioni statali differenti è stata concepita anche come il volano per movimenti finanziari transfrontalieri, visto che gli investitori si erano dimostrati cauti nelle azioni di questo tipo a causa della difficoltà di comparazione degli standard nazionali.
Questa procedura si inserisce, quindi, in un quadro più ampio di azioni per la mitigazione del cambiamento climatico già adottate, come le strategie industriali, per l’economia circolare, senza dimenticare quella per “farm to fork” per rendere la filiera alimentare più sostenibile. La presentazione della strategia per la biodiversità dell’Unione si prefigge di proteggere le risorse naturali del nostro pianeta entro il 2030
La finanza sostenibile promuove investimenti responsabili.
Obiettivi da raggiungere
Gli obiettivi che dovranno raggiungere per essere definite ecosostenibili, oltre al rispetto dei diritti umani e del lavoro, sono sei:
la mitigazione dei cambiamenti climatici, attraverso la riduzione delle emissioni o il miglioramento del loro assorbimento;
l’adattamento ai cambiamenti, con la prevenzione degli effetti negativi attuali o futuri;
la transizione verso un’economia circolare, focalizzata sul riutilizzo delle risorse;
la prevenzione e il controllo dell’inquinamento;
l’uso sostenibile e la protezione delle acque e delle risorse marine;
la tutela e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.
Per la definizione precisa dei primi due target si prevede la scadenza a fine 2020; per gli altri, l’anno successivo.
La produzione di combustibili puliti ed efficienti da fonti rinnovabili e la creazione di infrastrutture energetiche necessarie per la decarbonizzazione dei sistemi energetici sono la chiave per dare un contributo sostanziale alla mitigazione dell’interferenza antropica. Aumentare la durabilità, la riparabilità e la possibilità di miglioramento dei prodotti ridurrà, inoltre, l’utilizzo di materie prime, diminuendo l’impronta ambientale. La gestione sostenibile delle foreste e delle pratiche agricole si inserisce, infine, in una più ampia opera di protezione del territorio, rimarcando la lotta al degrado del suolo e alla perdita di habitat.
Le attività coinvolte
Si specificano due tipologie di attività che possono essere considerate ammissibili a questo finanziamento: le imprese abilitanti e quelle di transizione. Le prime rientrano nell’ambito dell’applicabilità di tutti e sei gli obiettivi, con delle garanzie di salvaguardia atte a prevenire il greenwashing. Le seconde, invece, sostengono la neutralità climatica in coerenza con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015, con delle clausole affini al primo tipo di aziende. Sono previsti, poi, dei criteri di vaglio tecnico, con possibili riesami della Commissione, per valutare l’impatto potenziale e su lungo termine, tenendo conto della natura e della dimensione dell’attività economica. In questo modo, si eviterà la frammentazione di molteplici legislazioni nazionali e un più serrato controllo sui finanziamenti.
Nella seconda fase di attuazione, dopo questa approvazione in seconda lettura da parte del Parlamento, si dovranno discutere nello specifico i criteri per il raggiungimento degli obiettivi. Per questo motivo, è stato disposto un gruppo di esperti di finanza sostenibile che fornirà consulenza e un tempestivo scambio di informazioni multilivello per assicurare la trasparenza e il continuo aggiornamento. Gli Stati membri, invece, avranno il compito di stabilire le norme per controllare e sanzionare in modo effettivo, proporzionato e dissuasivo i comportamenti che andranno contro il regolamento.
Passi in avanti, ma una strada ancora lunga
“Per quanto riguarda la posizione del Consiglio per l’istituzione di un quadro che favorisce gli investimenti sostenibili […], vi informo che non è stata presentata alcuna proposta volta a respingere le tali posizioni e non sono stati presentati emendamenti […]. Gli atti proposti si considerano pertanto adottati.” ha asserito David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo durante la sessione plenaria di mercoledì 17 giugno.
Il coordinamento normativo a livello europeo è sicuramente incoraggiante, anche se l’applicazione effettiva potrà essere verificata solamente sul medio periodo. Questo regolamento diviene riferimento decisivo per una transizione ecologica reale e perno della crescita della nuova Unione. Anche se non espressamente compreso nelle modalità di ripresa finanziaria post pandemica, l’azione congiunta non potrà che essere benefica per il rafforzamento dello European Green Deal, sperando che sia la svolta verso una finanza realmente sostenibile.
Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.
Qualche dato sugli oceani
L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.
Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .
Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.
L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.
L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.
Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua
Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.
Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.
Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.
Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.
Gli interventi sugli oceani
La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.
Gli obiettivi raggiunti
Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.
Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.
L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.
Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.
La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.
Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.
Se ne parla troppo poco, ma la misura inserita dal governo nel Decreto Rilancio per l’efficientamento energetico delle abitazioni potrebbe ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle nostre case e, quindi, le emissioni di CO2 che generiamo ogni anno. I gas serra che immettiamo ogni anno in atmosfera a causa della creazione di energia da fonti non rinnovabili sono più 40% del totale. Viene da sè che se questo fardello venisse in buona parte eliminato, grazie agli incentivi inseriti nell’Ecobonus, ne gioverebbero tanto i cittadini, che abbasserebbero drasticamente i costi in bolletta, quanto il settore dell’energia rinnovabile che, con una propulsione di queste proporzioni, compierebbe un sorpasso decisivo su quello dei combustibili fossili, destinato comunque a cadere nell’oblio al massimo entro qualche decennio.
In cosa consiste l’Ecobonus
Senza girarci troppo intorno con paroloni che potrebbero generare confusione, basti dire che la misura messa in campo dal governo per il post-pandemia prevede una detrazione fiscale del 110% delle spese sostenute da cittadini ed aziende per l’efficientamento energetico dei propri immobili. Un incentivo senza precedenti nella storia italiana, che va sicuramente sfruttato. Il provvedimento sarà presto operativo, e lo resterà fino alla fine del 2021. È stato anche presentato un emendamento per prolungarlo di un ulteriore anno, fino al 2022. Di tempo per studiare bene quale sia la combinazione migliore per la propria abitazione, dunque, ce n’è. Così come non manca un’ampia scelta, che rende l’Ecobonus accessibile anche a chi possiede un immobile che, per vari motivi, possa avere bisogno di interventi su vari livelli.
I vantaggi economici saranno acquisibili tramite detrazione fiscale, cessione di credito o sconto in fattura. Un raggio di possibilità che lo rende accessibile praticamente a chiunque.
1) Isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali che interessano l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo;
2) Interventi sulle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, con efficienza almeno pari alla classe A;
3) Interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore, ivi inclusi gli impianti ibridi o geotermici.
Come massimizzare benefici economici ed ambientali del Superecobonus
Non siamo un blog che parla di edilizia, per cui approfondiremo in questa sezione solamente la modalità in grado di apportare i maggiori benefici ambientali ed economici alla vostra abitazione.
L’installazione di un cappotto termico è. già da sè, un lavoro che può permettere di risparmiare quasi la metà dei costi di riscaldamento o raffreddamento in bolletta. La dispersione di calore è infatti una caratteristica comune alla maggior parte degli immobili del nostro paese, con un conseguente aumento della spesa relativa al riscaldamento che, a sua volta, comporta un aumento del consumo di gas fossile. Risultato: la bolletta si alza, si inquina di più e si finisce per arricchire tutte quelle aziende che continuano imperterrite ad investire in una fonte di energia altamente inquinante e non sostenibile sul lungo termine. Un metodo di approvvigionamento energetico che, con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi, è di fatto obsoleto.
A questi lavori, grazie al decreto, è poi possibile abbinare una serie di altri miglioramenti che possono includere l’installazione di pannelli fotovoltaici e pompe di calore. Sebbene siano infatti disponibili altre opzioni tra i lavori collaterali inclusi nel provvedimento, la combinazione appena citata è senza ombra di dubbio la soluzione migliore per raggiungere l’indipendenza energetica, abbattere drasticamente i costi in bolletta ed azzerare le emissioni generate dai consumi della propria abitazione.
La pompa di calore è uno strumento che, di fatto, va a sostituirsi alla vecchia caldaia a gas; una tecnologia destinata a diventare solo un brutto ricordo. Si tratta di un serbatoio d’acqua che viene riscaldato grazie all’energia elettrica. O meglio, sono disponibili anche pompe di calore che funzionano con altri tipi di energia. Ma visto che, oltre ai benefici economici, ci teniamo a sottolinearne i benefici ambientali, va sicuramente evidenziato come, quelle che funzionano ad elettricità, siano di gran lunga preferibili da un punto di vista ecologico.
Se alla pompa di calore abbiniamo un sistema di approvvigionamento energetico che si appoggia su dei pannelli fotovoltaici, il gioco è fatto. Non dobbiamo più acquistare energia da nessuno, risparmiamo e non generiamo emissioni. A questo va aggiunto, oltretutto, il risparmio in termini di consumo energetico generato dal cappotto termico.
Tra le spese coperte dal SuperBonus c’è poi quella relativa ai sistemi di accumulo, o batterie. Un accessorio necessario all’immagazzinamento dell’energia proveniente dai pannelli, che permette alla casa di usufruire dell’elettricità creata anche quando i pannelli fotovoltaici non ricevono la luce solare. Risultato: avrete la vostra casa a emissioni zero, e senza aver speso un euro. Inoltre, il risparmio generato sul lungo termine è incalcolabile.
Per ottenere il beneficio economico sarà necessario aumentare la classe energetica della propria abitazione di almeno due livelli.
Non approfittare di un provvedimento tanto vantaggioso è da incoscienti. I vantaggi sono enormi tanto da un punto di vista economico, quanto da quello ambientale. Non va inoltre sottovalutata la spinta che le aziende operanti nel settore della green economy riceverebbero qualora queste soluzioni venissero adottate in massa, con buona pace di chi ha inquinato la nostra aria per decenni, arricchendosi sulla nostra salute e su quella delle generazioni future.
Noi vi abbiamo esposto solamente la soluzione che reputiamo migliore. Tuttavia, prima di prendere ogni decisione, è consigliabile rivolgersi ad aziende operanti nel settore, che sapranno trovare la combinazione ideale per la vostra abitazione e dare delucidazioni più precise in merito a tutte le possibili soluzioni.
Se c’è un momento per fare la propria parte stimolando la conversione ecologica del settore energetico, è questo. Una volta che avremo espulso i combustibili fossili dalle nostre case, tutto il resto verrà da sè. E allora, abbiate il coraggio di fare questo primo passo. Se non lo farete ora, potreste pentirvene amaramente.
Per approfondire il tema vi rimandiamo ad una diretta Facebook di pochi giorni fa, organizzata dal Kyoto Club con ospite il sottosegretario Riccardo Fraccaro, padre di questa manovra.
È un bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme conosciute. È il principale costituente di ogni singolo ecosistema esistente sul nostro pianeta. Si tratta dell’elemento da cui ha avuto origine la vita, ai tempi della cosiddetta abiogenesi, circa 4,4 miliardi di anni fa. Non sbagliamo se diciamo che nulla di quel che conosciamo esisterebbe se l’acqua, nel suo stato liquido, non fosse mai comparsa sulla Terra.
Il principale costituente del corpo umano è l’acqua ed essa ricopre circa il 71% della superficie terrestre. Una percentuale destinata ad aumentare, dato il ben avviato scioglimento delle calotte polari e del permafrost, questa però è una storia per un altro giorno.
In termini chimici, quando due atomi di idrogeno si legano tramite legame covalente polare ad uno di ossigeno creano un sistema bifase che, in normali condizioni di pressione e temperatura, si presenta come un liquido incolore e in odore. L’acqua può anche trovarsi allo stato gassoso, sotto forma di vapore acqueo, oppure solido, sotto forma di ghiaccio. Da qui ha avuto origine tutto ciò che conosciamo. L’acqua è uno dei beni più preziosi che possediamo come comunità vivente sul pianeta Terra.
La delicata situazione delle risorse idriche mondiali
Ciononostante, troppo spesso l’acqua viene considerata una merce, piuttosto che un indispensabile strumento di vita. Sul nostro pianeta, l’acqua potabile comincia a scarseggiare. Il sostentamento necessario alla vita di ogni organismo, all’agricoltura e alla produzione industriale, si fa sempre più raro. Dobbiamo tenere sempre presente, infatti, che l’acqua in natura non è quasi mai pura. Grazie alla sua capacità di solvente universale, infatti, contiene al suo interno numerose sostanze disciolte. La maggior parte di queste è di dimensioni microscopiche.
Si stima che sulla Terra siano presenti 1 miliardo e 360 milioni di chilometri cubi di acqua, circa un millesimo del volume complessivo del pianeta. La presenza di acqua potabile in questa cubatura è risibile. Oltre il 97% di questo totale è acqua marina, soprattutto quella che forma gli oceani; il 2% del totale è racchiusa nei ghiacciai e nelle calotte polari; l’1% si trova nelle falde acquifere del sottosuolo mentre appena lo 0,02% è quella presente negli oceani e nei fiumi. L’atmosfera imprigiona, sotto forma di vapore acqueo, circa 13mila chilometri cubi di acqua.
L’acqua dolce, quindi, riveste una percentuale che oscilla poco sopra il 2,5% di questo totale. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia, essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Va dunque da sé che, ogni metro cubo di ghiacciaio perduto, è un metro cubo di acqua che i viventi non possono più utilizzare, poiché essa si discioglie nel mare contaminandosi con le sostanze nocive contenute nell’acqua marina. La restante acqua potabile è contenuta in falde sotterranee o, per una percentuale vicina all’1% del totali di acqua dolce disponibile, in fiumi e laghi. Quest’ultima porzione è la più facilmente accessibile.
Chiunque abbia ben presente questa situazione e disponga dei mezzi economici necessari ha già iniziato la partita per il controllo e la gestione delle fonti idriche. Il settore dell’acqua non è più terreno di pertinenza delle multinazionali dell’imbottigliamento; ultimamente, numerosi gruppi finanziari e fondi d’investimento hanno deciso di entrare con prepotenza in questo campo. È facile prevedere che chiunque controllerà le risorse idriche del nostro pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione o ancora gestirà le tecnologie di decontaminazione, si ritroverà un immenso tesoro tra le mani.
Partnership pubblico – privato: un bene o un male?
Il cosiddetto oro blu è materia in grado di alimentare business formidabili e conflitti drammatici. L’ONU, nel 2010, ha ufficialmente definito “l’acqua potabile e i sevizi igienico-sanitari un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani.” Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente ultimamente piuttosto bistrattato, ritiene che il 55% delle strutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo sia privo dei servizi idrici basilari. Spesso infatti, nel Sud del mondo, l’accesso all’acqua rimane al di fuori degli ospedali, rendendo difficile anche l’operazione del lavaggio delle mani.
Per favorire la distribuzione di acqua dolce a chi ne ha più bisogno occorrono però importanti investimenti, troppo esosi per i governi dei paesi in via di sviluppo. Il pubblico infatti non ha i fondi per rallentare una crisi idrica che viene continuamente accelerata dal cambiamento climatico che intensifica la siccità, ampliando le zone aride; per rimediare alla diffusa cattiva gestione di acquedotti e infrastrutture idriche, un problema noto anche nei Paesi sviluppati, figurarsi nel terzo mondo; per interrompere l’inquinamento delle falde e contenere l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. L’acqua è una perfetta sintesi di che cosa significhi la parola globalizzazione, ne rispecchia tutti i vantaggi e gli svantaggi. Qualora intervenissero investitori privati, si potrebbe ottimizzare considerevolmente la gestione dell’acqua. Come si possono però garantire criteri etici, almeno parzialmente, in queste finalità?
Mentre i ghiacciai continuano a dissolversi come ghiaccioli al sole di Ferragosto e le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 saremo 9 miliardi di abitanti, è facile nutrire pessimismo per il futuro. Nella complessità di questo scenario è verosimile attendersi che nei prossimi anni svariati Paesi raggiungeranno il fatidico day zero. Il giorno in cui le risorse idriche si esauriranno prima del tempo e dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua. Negli ultimi anni questa crisi è già stata sfiorata in alcuni centri densamente popolati: Città del Capo (Sudafrica), San Paolo (Brasile) e Chennai (India). Nel 2017, come qualcuno ricorderà, la città di Roma corse lo stesso rischio. Il livello del lago di Bracciano, la riserva idrica della capitale, scese drasticamente, tanto da far temere un parziale prosciugamento dello specchio d’acqua.
Un rapporto, datato 2019, redatto dall’OMS e da UNICEF certifica come nel mondo una persona su tre abbia un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico – sanitari di base. Nelle aree rurali e meno sviluppate, il problema è più grave. Sebbene negli ultimi 20 anni 1,8 miliardi di persone abbia ottenuto accesso all’acqua potabile, “persistono gravi disuguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi.”
Preservare e tutelare acqua dolce per il prossimo futuro richiederà ingenti risorse economiche. Sappiamo però bene che ogni grande crisi non fa nascere soltanto grandi bisogni, bensì anche grandi opportunità per chiunque sappia leggere la situazione e abbia i capitali per guadagnarci sopra.
Acqua in vendita
Nel sistema economico in cui viviamo, come sappiamo, tutto è business. Stanno dunque spuntando, nelle sale Borsa mondiali, i cosiddetti mercati idrici. Questi rappresentano forme di investimento che cedono i diritti di utilizzi dell’acqua per poterli poi rivendere. In altre parole, un investitore o un fondo può giocare con le forniture idriche di una città o una regione, cedendole al miglior offerente. Ancor peggio, potrà decidere di dissetare una provincia o uno Stato per preservare il proprio investimento. È accettabile che qualcuno abbia la facoltà di aprire e chiudere i rubinetti a piacimento? Non saremmo più sicuri se la fornitura idrica restasse in mano agli Stati piuttosto che essere gestita da attori che si chiamano Barclays, Credit Suisse, Goldman Sachs e Blackstone? Tutti questi facoltosi player della finanza stanno già allungando le proprie mani sulle riserve idriche.
La proprietà e la gestione delle fonti, nella maggior parte dei Paesi, appartiene allo Stato, come nel caso dell’Italia che ha tenuto un referendum dedicato nel 2011. Qualora un governo decidesse di affidare a privati la gestione delle sue fonti, quei privati sarebbero chiaramente obbligati a pagare un canone ma avrebbero poi il diritto di rivendere l’acqua ai loro prezzi. I potenziali guadagni derivanti da questa compravendita sono enormi. Per tal motivo, in alcune zone particolarmente aride e povere, come ad esempio regioni africane o asiatiche, è già cominciata, nel consueto disinteresse occidentale, l’odiosa pratica del land grabbinge quella associata del water grabbing. Chiunque acquisisca un terreno, infatti, è contrattualmente proprietario anche delle eventuali falde acquifere sottostanti.
La politica dei ricchi
Lo Swaziland è un piccolo Stato africano. Il Paese ha una fiorente cultura di canna da zucchero, un ingrediente fondamentale nella produzione della bibita più amata al mondo: la Coca Cola. Non a caso la multinazionale di Atlanta ha una presenza massiccia a quelle latitudini e ha acquistato i diritti di utilizzo di tutte le fonti idriche del territorio. Poiché la canna da zucchero, nella sua maturazione, necessita di ingenti quantità di acqua, gran parte delle risorse idriche vengono sottratte alla popolazione civile, la quale soffre di una cronica scarsità d’acqua per utilizzo domestico.
In questo processo non vi è assolutamente nulla di illegale. La Coca Cola ha stipulato un contratto chiaro e preciso con il Re dello Swaziland, che non ha potuto tirarsi indietro di fronte al massiccio investimento dell’azienda, la quale rappresenta ora il principale datore di lavoro del Paese. Il governo ha privilegiato l’occupazione e il benessere economico dei suoi cittadini, così facendo, però, ha di fatto reso Coca Cola padrona della sua acqua. Naturalmente, l’azienda privilegia le colture alle esigenze della quotidianità della vita degli swazi, non è dal loro benessere che dipendono i dividendi degli azionisti.
C’è il concreto rischio che questa situazione si replichi ovunque, qualora l’acqua fosse privatizzata. Gran parte dell’opinione pubblica italiana, forse pure mondiale, resta favorevole all’acqua pubblica, alla gestione statale di questo bene. Sappiamo però bene come le multinazionali riescano molto spesso ad ottenere ciò che desiderano per incrementare sempre più il giro dei loro affari. Le mire sull’acqua, dunque, non possono che destare sospetto poiché una cosa è certa: la corsa all’acqua è già cominciata.
Quando si dice che siamo l’unica specie vivente potenzialmente in grado di auto-estinguersi non si tratta di un eufemismo. Basti pensare che in India, in particolare nel distretto di Tinsukia (regione di Assam), ha avuto luogo l’ennesimo disastro ambientale a causa della fuoriuscita di gas e petrolio dal pozzo petrolifero della Oil India Limited. L’incidente ha causato almeno 7 morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili all’ambiente. Il tutto, come sempre, per le ingenti quantità di denaro, destinato a pochi, che derivano dalle estrazioni.
Il tutto è iniziato la mattina del 27 maggio 2020, quando un sibilo assordante si è propagato tra le abitazioni del villaggio di Baghjan. Se inizialmente si pensava fosse soltanto il rumore di un aereo troppo vicino al suolo, la causa del suono è stata chiara quando gli abitanti hanno iniziato ad accusare prurito agli occhi, mancamenti e difficoltà respiratorie.
Più di 2500 persone appartenenti a 1610 famiglie diverse sono state evacuate dalle aree colpite e portate in campi di soccorso. Il tutto durante la pandemia di Coronavirus, che richiederebbe distanze di sicurezza e misure igieniche quasi assenti all’interno degli accampamenti. OIL ha poi creato una zona rossa di 1,5km di raggio intorno alla centrale fino a data da destinarsi.
Il 9 giugno la situazione è peggiorata ulteriormente. La fuoriuscita di gas e idrocarburi doveva essere continuamente raffreddata con getti d’acqua per evitare esplosioni. Nonostante gli sforzi, però, il pozzo si è incendiatouccidendo due persone che si trovavano sul posto.
I danni alla società del disastro ambientale in India
I danni ambientali e sociali conseguenti al disastro ambientale in India sono incalcolabili. Iban Dutta, residente a Notungaon, ha affermato: “Sebbene il nostro villaggio sia a circa 2 km dal pozzo, il vento trasporta i gas dannosi per la nostra salute. Quattro persone sono morte per via di queste inalazioni nocive, anche se le autorità negano che la fuoriuscita di gas ne sia una causa diretta. Queste persone, infatti, soffrivano già da tempo di malattie polmonari come la Tubercolosi e patologie al fegato. Ma, proprio per questo, sembra chiaro come il gas possa aver aggravato le loro condizioni e aver quindi dato loro il colpo di grazia.
Niranta Gohain, un noto attivista ambientale della zona, ha dichiarato: “L’agricoltura, la pesca e l’allevamento degli animali sono l’occupazione principale della maggior parte delle persone in quest’area. Ma ora a causa della fuoriuscita di petrolio, i terreni agricoli diventeranno sterili e non sarà possibile coltivare alcun terreno per i prossimi lunghi anni. Inoltre, gli animali stanno morendo perché l’olio ha contaminato praterie e corpi idrici ”. Baghjan si trova infatti in un’area particolarmente ricca di acque, con un bacino idrografico ben oltre i 650 mila chilometri quadrati. Le attività ittiche saranno quindi inevitabilmente compromesse e migliaia di persone perderanno la propria fonte di sostentamento.
I danni alla biodiversità del disastro ambientale in India
Anche l’impatto sulla biodiversità è e sarà devastante. Il campo estrattivo di Baghjan si trova vicino le paludi di Maguri-Motapung, che a loro volta fanno parte del Parco Nazionale di Dibru-Saikhowa. Queste due realtà formano un bacino di biodiversità unico, che decine di turisti visitano ogni anno, in particolare gli ornitologi e gli appassionati di volatili, specialmente nella stagione della nidificazione.
Dopo lo scoppio, però, gli uccelli se ne sono andati o sono morti. Il 6 giugno è stata trovata una quaglia completamente ricoperta di petrolio. Così come la carcassa del prezioso “delfino del Gange”, Le cause della sua morte non sono ancora state accertate, ma nulla esclude che il petrolio abbia fatto la sua parte.
Rajendra Singh Bharti, ufficiale della divisione forestale e della vita selvatica ha dichiarato: “La biodiversità nella zona è stata sicuramente influenzata non solo dal gas ma anche dal suono. Gli uccelli migratori che arriveranno entro la fine di settembre difficilmente troveranno un habitat idoneo alla riproduzione.
Auto-distruzione in corso
Ci si può chiedere, quindi, perché il nostro modello economico sia basato su materie prime che, se utilizzate nella materia scorretta, possono causare danni incalcolabili alla società umana, fino a portare l’intera nostra specie (e non solo) all’estinzione.
La risposta è sempre e solo una: il profitto dei pochi gestori del mercato petrolifero, che si gonfiano le tasche a scapito dei dipendenti, delle popolazioni limitrofe e dei loro stessi bambini, che dovranno combattere contro le conseguenze della crisi climatica.
Ma anche a scapito dell’ambiente e della natura, che ci ha dato la vita e che è la nostra casa. Ma i soldi sembrano essere più importanti di tutto questo. Come diceva mio nonno, però, “il sudario non ha le tasche”.
Il Messico è uno dei luoghi più pericolosi del mondo per gli attivisti ambientali, tanto che non ha risparmiato nemmeno il giovanissimo Eugui Roy Martínez. Il ragazzo aveva 21 anni quando è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 7 maggio scorso, nel comune di San Agustín Loxicha, nel suo ranch all’interno della comunità di Tierra Blanca.
Un passato brillante e un futuro promettente
Eugui era uno studente di biologia molto appassionato di rettili. Durante la quarantena si trovava, appunto, in un ranch dove si è dedicato allo studio di rettili e anfibi. Nonostante la giovane età, Eugui aveva già un passato di studi e pubblicazioni scientifiche importanti e un futuro molto promettente. Per esempio, Eugui guidò il team scientifico che riscoprì una rana (Charadrahyla altipotens) che avevano dichiarato estinta 50 anni fa.
Inoltre, aveva scoperto una nuova specie di vipera e stava proprio scrivendo l’articolo per introdurre la notizia alla comunità scientifica. Aveva già scritto un libro e la sua prima collaborazione nella ricerca scientifica risale al 2012, quando aveva 13 anni, per uno studio riguardo a una rara malattia degli anfibi.
Eugui Roy Martínez
Ucciso perché difendeva gli ecosistemi
Sopratutto, però, Eugui era un attivista e svolgeva attività di cura, conservazione e difesa dell’ambiente, oltre a promuovere l’educazione ambientale tra bambini e adolescenti. Insomma, tutte attività che potrebbero minare il potere costituito che sfrutta le ricche risorse ambientali del Messico per rincorrere un modello economico basato sul profitto.
Il presidente Obrador, infatti, aveva promesso durante la campagna elettorale di combattere la povertà nella nazione sudamericana. Per raggiungere e l’obiettivo Obrador non ha esitato ad utilizzare il metodo più veloce, ma anche quello più dannoso sul lungo termine, ovvero il finanziamento di progetti estrattivi molto redditizi. Le stesse attività, insomma, che gli ecoattivisti messicani come Eugui cercano valorosamente di combattere per preservare l’integrità degli ecosistemi.
Come si legge nell’annuale rapporto pubblicato da Front Line Defenders, solo nel 2019 in Messico sono stati uccisi 24 attivisti ambientali. Dal 2012 il numero sale a 83. Ecco alcuni nomi: Adán Vez Lira, è stato ucciso a colpi di pistola lo scorso 8 aprile. Egli si stava fortemente opponendo a un progetto minerario molto invasivo per l’ambiente.
Il 13 gennaio è scomparso Homero Gómez González, il cui corpo senza vita venne ritrovato pochi giorni dopo con evidenti segni di tortura. Homero si stava di recente battendo contro la deforestazione illegale. Un altro noto caso è quello di Isidro Baldenegro López, ucciso nel 2017. L’uomo aveva vinto il Goldman Environmental Prize per le sue iniziative in difesa della foresta minacciata da imprese del legname e narcotrafficanti. La stessa sorte è toccata a un’altra vincitrice dello stesso importante premio ambientale, Berta Caceres, di origine honduregna. La donna, ambientalista e attivista per i diritti degli indigeni, aveva solo 44 anni quando è stata assassinata nella sua casa, dopo anni di continue minacce.
Cosa puoi fare tu
Il tuo voto politico è importante, così come la diffusione di questa e altre notizie, per mostrare al mondo qual è il prezzo dello sfruttamento ambientale. È poi importante informarsi sulla provenienza di tutto ciò che si acquista, cercando di evitare il più possibile le multinazionali che non dichiarano la sostenibilità e l’eticità dei loro prodotti.
In questa fase di ripresa si sta parlando molto di transizione green, qualche volta in modo positivo, tante, troppe volte molto negativamente. In un nostro recente articolo abbiamo illustrato come in grandi e importanti aree del mondo i leader politici non stiano assolutamente prendendo in considerazione l’ambiente nelle loro decisioni riguardo alla ripresa post Covid. Per esempio, Riccardo Salles, ministro dell’ambiente brasiliano, ha recentemente proposto al suo governo, guidato da Jair Bolsonaro, di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale. In Cina l’inquinamento è salito a livelli ancora superiori rispetto a quelli pre-coronavirus. Nel Regno Unito l’alta corte ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. E l’Italia? Vediamo quale onda ha deciso di cavalcare.
Transizione green: cosa prevede il piano Colao
Oggi, venerdì 12 giugno, inizieranno gli Stati Generali dell’economia, che si protrarranno presumibilmente fino a lunedì 15 giugno. Si tratta di una serie di incontri durante i quali il Premier Conte, insieme agli esponenti della maggioranza, quelli dell’opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria e ad altre istituzioni discuteranno sul piano di rilancio economico dell’Italia post-COVID-19.
Protagonista delle discussioni sarà il cosiddetto “Piano Colao“, un insieme di iniziative per il rilancio economico dell’Italia, il cui principale firmatario è il manager Vittorio Colao. Una delle sezioni è intitolata proprio “Infrastrutture e ambiente“. Viene quindi data grande importanza alle infrastrutture le quali dovranno privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo.
Il manager Vittorio Colao
Telecomunicazioni e smart working
In questa sezione è stata inserita anche una cospicua parte che riguarda le telecomunicazioni, il cui sviluppo ridurrebbe il divario digitale e renderebbe il Paese totalmente e universalmente connesso, permettendo così l’ampia diffusione tra aziende e privati delle tecnologie innovative. A questo proposito è doveroso sottolineare che il Piano Colao mira anche ad incentivare lo smart-working. Seppur non esplicitato tra gli obiettivi del Piano legati a questa pratica, sappiamo come il lavoro da casa potrebbe ridurre di molto le emissioni di anidride carbonica.
La ricercatrice Marina Penna ha infatti affermato che basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione.
Dalle fonti fossili alle energie rinnovabili
L’obiettivo più ambizioso, ma anche quello più necessario in vista della transizione green, è quello del passaggio dalle fonti fossili alle energie rinnovabili. La volontà è quella di raggiungere la de-carbonizzazione entro il 2050, sempre secondo le linee guida del Green Deal Europeo. Per farlo, il piano Colao prevede di incentivare le operazioni di efficientamento energetico e transizione energetica, come la produzione o auto-produzione di energia rinnovabile da parte delle imprese attraverso interventi autorizzativi, regolatori e fiscali.
Inoltre, dovrebbero essere incentivate le nuove tecnologie emergenti che supportino questa transizione/conversione energetica e sviluppino una filiera nazionale. Queste possono essere, per esempio, le rinnovabili, l’idrogeno, i biocombustibili, la conversione della filiera del petrolio, la carbon capture e lo stoccaggio di CO2.
Economia circolare, aree verdi e trasporti
Un altro punto fondamentale del Piano Colao riguarda l’economia circolare. Anche se il nostro Paese è uno dei più virtuosi in merito alla raccolta differenziata (con il 76,9% abbiamo infatti la più alta percentuale in Europa di recupero e riciclo di rifiuti urbani e industriali), il trattamento di questi rifiuti presenta tutt’ora molte lacune. Per questo il piano Colao ha pensato di aiutare le imprese nell’implemento dell’economia circolare. Per esempio, incentivando adeguatamente la gestione e la conversione dei rifiuti sotto tutte le forme “wasteto” (-material, -energy, -fuel, -hydrogen, -chemical). Oppure semplificando e revisionando le normative esistenti al fine di rendere efficace la gestione dell’End of Waste e favorendo il recupero e riutilizzo delle plastiche, non solo imballaggi.
Si prevede inoltre di definire un piano di investimento finalizzato ad aumentare e preservare le aree verdi, il territorio e gli ecosistemi nazionali. Infine, il Piano Colao ha inserito tra gli obiettivi la mobilità sostenibile, ovvero incentivi per il rinnovo del parco mezzi del Trasporto Pubblico Locale verso mezzi a basso impatto, primariamente elettrico, ibrido o con biocombustibile. Anche il trasporto privato otterrà incentivi a favore del rinnovo dei mezzi pesanti privati con soluzioni meno inquinanti. La ciclabilità, così come le ferrovie e i porti subiranno un ammodernamento generale per poter essere più efficienti e quindi più fruibili.
Non mancheranno, ovviamente, incentiviall’edilizia, sia pubblica che privata. L’obiettivo è che diventi economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile.
Basterà per una transizione green?
Bisogna però essere cauti e non cantare vittoria prima del tempo. Per il momento, infatti, quelle del piano Colao sono soltanto parole. Si trovano su un pezzo di carta, certo, ma finché non vedremo con i nostri occhi l’indicatore dell’inquinamento calare drasticamente, solo parole rimangono.
Vi sono poi altri dettagli problematici riguardo al piano. Il primo è rappresentato dal fatto che il firmatario principale, Vittorio Colao, è noto per essere un dirigente d’azienda, in particolare è stato amministratore delegato di Vodafone dal 2008 al 2018. Insomma, si può dire che sia uno degli esponenti del capitalismo italiano. Su L’Ecopost abbiamo più volte sottolineato come non solo l’agire, ma anche la mentalità del capitalismo sia fortemente in contrasto con quella ambientalista, che vorrebbe abbattere qualunque barriera sociale ed economica. Viene dunque da chiedersi come un uomo che ha costruito la sua intera carriera manageriale e politica su questo sistema economico possa sostenere la transizione verde. Ovviamente, la nostra speranza è che la sua sia una volontà sincera e non l’ennesimo esempio di greenwashing che vorrebbe solo portare all’aumento infinito del fatturato delle aziende italiane, che siano green o meno.
Spagna, un esempio migliore
Inoltre, l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 è un obiettivo ancora troppo timido, contando che abbiamo soltanto 8 anni per mantenere la crisi climatica entro livelli non catastrofici. Ripetiamolo: non abbiamo 30 anni, ne abbiamo 8. Una soluzione più drastica è stata quella della Spagna. Il Ministero per la Transizione Ecologica spagnolo – l’unico dicastero di questo genere nel mondo – ha presentato una legge per la quale il governo di Madrid azzererà i sussidi ai combustibili fossili, vieterà nuove estrazioni di gas, petrolio e carbone, si impegnerà a raggiungere il 70% di energia rinnovabile entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2050. Anche qui sappiamo che si potrebbe fare di più, ma nel piano Colao non si parla di detrazione dei finanziamenti alle aziende inquinanti, bensì solo di incentivi a chi è più virtuoso in tema ambientale.
Il piano, comunque, non è ancora stato discusso e approvato. Continuate quindi a seguirci per aggiornamenti puntuali a riguardo.
La notizia ha fatto il giro del mondo in men che non si dica. In uno stato meridionale dell’India, più precisamente nel Ketara, una femmina di elefante incinta è rimasta uccisa da un ananas imbottito di petardi. Un’immagine indubbiamente straziante, che però ha messo a nudo la mancanza di conoscenza dei più sulle questione ambientali o più prettamente sullo stato attuale delle cose per quanto riguarda ciò che stiamo facendo al mondo animale.
L’ananas riempito di petardi come metodo di difesa dagli elefanti: un’usanza consolidata
Ed ecco che, nel giro di poche ore, le testate di mezzo mondo riportano la tragica notizia, rilanciata poi da centinaia di milioni di utenti sui vari social. Una cassa di risonanza che, a prima vista, avrebbe potuto giovare alla questione del nostro delirio di onnipotenza verso il mondo animale e naturale. Artisti di fama internazionale hanno iniziato a riprodurre vignette. Persone che molto raramente si interessano di ambiente e dei problemi ad esso legati si sono alzate in piedi per gridare il proprio sdegno e la propria sofferenza, con i soliti slogan di chi, sicuramente mosso da un reale dispiacere momentaneo, il giorno dopo è tornato alla propria vita senza curarsi più della questione ambientale. Almeno fino a quando non ci sarà un’altra notizia con la quale fare una bella figura con i propri contatti Facebook o Instagram.
Ciò che pochissime testate hanno riportato è la dinamica dell’accaduto. Quella di mettere degli esplosivi all’interno di ananas o di altri frutti di cui gli animali selvatici sono ghiotti, è una pratica molto diffusa in India, atta per lo più a scacciare cinghiali o altre specie, ree di rovinare i raccolti. Tant’è che proprio un mese fa era accaduta la stessa cosa, con l’unica differenza che l’elefantessa rimasta uccisa non era incinta e che i giornali non hanno cavalcato la notizia. Una tecnica, quella dell’ananas riempito con petardi, decisamente discutibile, che però viene utilizzata da tantissimi anni e che, verosimilmente, ha già ucciso centinaia se non migliaia di animali, nel silenzio generale e senza che nessuno si indignasse per l’accaduto. Proprio come accade ogni giorno in ogni parte del mondo, dove l’uomo sta poco a poco spazzando via ecosistemi su ecosistemi nell’impunità generale.
Sia chiaro. L’EcoPost si schiera apertamente dalla parte dei diritti degli animali, specialmente per quelli in via d’estinzione come lo sono gli elefanti asiatici e la nostra attività lo dimostra con coerenza. Ciò che si vuole portare all’attenzione del lettore con questo pezzo riguarda il modo, a nostro modo di vedere di dubbia coerenza, con cui alcune persone di ogni età, sesso e provenienza hanno sfruttato la notizia per fare, di fatto, del greenwashing sulla propria immagine, diventando animaliste per un giorno prima di tornare ad ignorare la lunga lista di problemi che vengono più generalmente accorpati in termini più generali come antropocentrismo o riscaldamento globale.
Alcune notizie che dovrebbero fare più scalpore dell’elefante ucciso dall’ananas imbottito di petardi
Restando in tema di morti di animali, proprio mentre si faceva largo l’indignazione generale per quanto accaduto in India, in Etiopia i bracconieri uccidevano cinque elefanti per poter vendere l’avorio delle loro zanne. Qualche giorno prima il Guardian pubblicava un articolo in cui riportava uno studio pubblicato dal giornale del Proceedings of the National Academy of Sciences, in cui si afferma che la sesta estinzione di massa sta accelerando.
Per chi non fosse familiare con quest’ultima locuzione, la sesta estinzione di massa è un processo in corso, causato dall’uomo, per via del quale le popolazioni della maggioranza delle specie di animali selvatici sono in declino verticale. Eccovi qualche numero per contestualizzare il problema. Si stima che, al ritmo attuale di distruzione della natura, entro qualche decina di anni il 75% delle specie attualmente presenti in natura scomparirà, ma alcuni studi sono anche più pessimisti. Per meglio capire la strage di cui si parla, basti dire che al momento conosciamo, all’incirca, due milioni di specie animali e vegetali, a cui si aggiungono altri svariati milioni di specie che vivono nei fondali marini o nelle foreste tropicali con cui ancora non siamo entrati in contatto. Ognuna di queste specie può arrivare a contare, o almeno poteva farlo prima della nostra mania distruttiva, miliardi di esemplari. Dei numeri così alti che diventa anche difficile stabilire quanti altri animali sono morti per mano dell’uomo nel lasso di tempo necessario a condividere una vignetta commovente sulla morte di un animale, che altro non è che una goccia nell’oceano di atrocità a cui sottoponiamo la natura giorno dopo giorno.
La IUCN – International Union for Conservation of Nauture stila ciclicamente una “lista rossa delle specie a rischio”. Il 27% delle specie animali che ha analizzato sono state segnalate come “in pericolo”, per una cifra totale di 31.000.Sì, potete andare a controllare. 31.000 specie esistenti in natura sono a rischio estinzione. Tutti questi animali non muoiono di vecchiaia, ma sono uccisi per mano, diretta o indiretta, dell’uomo senza che lo sdegno generali monopolizzi i nostri social network.
Le cause sono ormai conclamate: deforestazione e perdita di habitat naturale, inquinamento da plastica, pesca intensiva, caccia ed utilizzo di pesticidi su vastissima scala solo per citarne alcune.
I giornali a caccia di click
Se il post di indignazione di una persona qualunque può essere parzialmente giustificabile da una colpevole mancanza di informazioni sulla questione, che tuttavia sono ormai facilmente reperibili in quell’oggetto che teniamo continuamente tra le nostre mani, il modo in cui la notizia è stata immediatamente cavalcata dai media senza che fosse stata sollevata la questione sopra riportata, è quanto meno discutibile. Titoli pieni di parole di cordoglio per l’accaduto hanno iniziato a riempire i siti web di ogni testata, con la notizia che ci perseguitava ovunque guardassimo. L’elefantessa uccisa dall’ananas riempito di petardi ha iniziato ad essere “di moda”, e i giornalisti hanno iniziato a corrergli dietro per dividersi qualche milione di click. Non è difficile immaginarsi la lotta interna tra professionisti della stessa testata, per accaparrarsi il titolo più in voga del giorno, mentre si preparano a far uscire prima del concorrente una notizia che pulisce le coscienze di chi ha urlato “al lupo, al lupo!”, mentre il nostro genocidio della natura continuava imperterrito da un’altra parte del mondo. Chissà quante scimmie cappuccine sono finite sotto a un bulldozer in Amazzonia per difendere la propria casa nello stesso giorno, senza che nessuno disegnerà mai una vignetta per loro. Chissà quanti pesci sono rimasti soffocati dalla plastica, o quanti rinoceronti sono stati uccisi per avere il loro corno, o quanti milioni di animali sono stati macellati negli allevamenti intensivi in quelle ventiquattro ore. Questi sono solo alcuni degli esempi che evidenziano la nostra totale parzialità di giudizio, corrotta da un’informazione superficiale e sempre più lavativa.
Il modo in cui i giornali ignorano deliberatamente la maggior parte delle notizie legate alla crisi climatica e alle sue cause, che sfociano anche nella distruzione più totale del mondo animale, per poi scrivere parole struggenti in difesa di un’elefantessa innocente, denota una profonda incoerenza di fondo. Chi si occupa di comunicazione conoscerà sicuramente il termine agenda setting: si tratta di una pratica che, di fatto, permette a chi detiene il potere di informare, di decidere quale sia l’argomento di cui tutti parleranno quel giorno. Nel nostro paese, e non solo, è ormai evidente come le gaffe televisive di Salvini o i battibecchi interni alla maggioranza per le questioni più svariate, siano considerate più importanti delle 80.000 morti premature causate ogni anno dall’inquinamento atmosferico in Italia, solo per fare un esempio.
La crisi climatica è alle porte e il modo in cui i media la stanno ignorando, potrebbe esserci fatale. La questione CoronaVirus può esserci d’esempio in questo senso. Da un giorno all’altro tutti i giornali hanno iniziato a parlarne, portando alla luce gli enormi rischi legati al dilagare del contagio. E così la maggioranza delle persone si è adeguata di conseguenza, rinunciando a tanti aspetti della propria vita in virtù del bene comune. Se la stessa dialettica fosse utilizzata per un problema altrettanto grave, come quello del cambiamento climatico, non ci vorrebbe molto prima che la società accetti come consolidata la necessità di cambiare radicalmente le proprie abitudini per preservare il pianeta ed il benessere delle future generazioni. Chi acquisterebbe una nuova macchina a benzina o a diesel verrebbe redarguito, al pari di chi oggi entra in un supermercato senza la mascherina. Ed il cambiamento epocale necessario alla risoluzione di questa crisi diventerebbe presto qualcosa di più vicino e tangibile.
La potenza dell’indignazione collettiva, se usata con coerenza
Con quest’articolo non si vuole puntare il dito contro chi ha compianto un animale innocente, ucciso ingiustamente dall’uomo. Ben vengano questi momenti di empatia con il mondo naturale. Ma che siano costanti, e non ad intermittenza. La lotta ambientalista non ha bisogno di chi si lava la coscienza con un post sui social, condiviso di tanto in tanto. Ciò che serve è una presa di posizione collettiva, capace di spingerci fino ai piani alti della nostra società in maniera unita, affinché un coro unico chieda una conversione ecologica nel più breve tempo possibile.
Il celebre “tifoso occasionale”, che salta fuori solo quando c’è da accaparrarsi qualche like, nuoce gravemente a questa battaglia che va combattuta con urgenza e con consapevolezza. Per cui informiamoci in maniera approfondita e coerente, scendiamo in piazza a manifestare, chiediamo a pieni polmoni un’inversione di rotta, agiamo in maniera coscienziosa e rispettiamo il mondo che ci circonda. Non solo tre, quattro volte all’anno, ma tutti i giorni. Di fronte a questi numeri di distruzione più totale, indignarsi per la morte di un elefante mentre il mondo naturale è al collasso denota una grande confusione generale sullo stato delle cose. La morte di milioni, miliardi di animali è sulle nostre coscienze. Su quelle di tutti coloro che guardano con indifferenza all’avanzare della deforestazione, della pesca intensiva, dell’utilizzo di pesticidi su miliardi di ettari di campi e delle trivellazioni continue. Magari foraggiando con i propri consumi i responsabili. Stimoliamo il cambiamento con le nostre azioni, le nostre parole e le nostre decisioni, ma facciamolo con coerenza e costanza. Solo così ci potremo salvarci dalla sesta estinzione di massa.
Ci troviamo a Norilsk, nel territorio di Krasnojarsk, in piena Siberia settentrionale. Questa località è la seconda città al mondo, per popolazione, oltre la linea del Circolo Polare Artico, preceduta soltanto dalla più nota Murmansk. Il centro, sorgendo ad una latitudine di 69 gradi nord, è il più settentrionale della Siberia. La città sorge su suolo completamente ghiacciato, che non disgela mai nel corso dell’anno, il cosiddetto permafrost. È la mattina del 29 maggio e tutto appare solito e consueto, non vi è alcun sentore che si sta per verificare un incidente cui seguirà un disastro ambientale di dimensioni storiche.
Il clima subartico e il fatto di essere uno dei 10 luoghi più inquinati al mondo, non giocano certo a favore dell’appeal turistico di Norilsk. L’impianto industriale cittadino dell’azienda NorNickel è, singolarmente, il polo produttivo più inquinante sul nostro pianeta. L’aria in città è tossica; un’alta percentuale dei circa 105mila abitanti di Norilsk soffre di malattie respiratorie. Tra i cittadini il cancro si manifesta con una probabilità due volte superiore a quella della media russa. L’aspettativa di vita da queste parti è più corta di ben 10 anni rispetto alle altre regioni del vasto Paese.
I fatti dell’ultimo tra i disastri ambientali del mondo
Ora che conosciamo la remota, per noi centro-europei, zona di Norilsk, andiamo a vedere cosa è successo il 29 maggio. All’interno di una centrale termoelettrica nei pressi della città è improvvisamente crollato un serbatoio di carburante. Tale contenitore era colmo di gasolio. In seguito al suo crollo, le oltre 20mila tonnellate di combustibile liquido si sono riversate nel fiume Ambarnaya, che scorre accanto alla centrale. In brevissimo tempo, le acque del fiume si sono tinte di un rosso acceso. Le immagini sono tanto spettacolari quanto terribili; si tratta di una inondazione di gasolio la quale, inevitabilmente, andrà a devastare gli ecosistemi della rete fluviale locale.
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Un disastro ambientale ed ecologico
L’evento rappresenta un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. L’associazione ambientalista Greenpeace ha paragonato l’accaduto all’incidente della petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Le conseguenze di tale misfatto, nel quale, come qualcuno ricorderà, si versò in mare una quantità di petrolio incredibile, pari a circa 41 milioni di litri, in seguito all’incagliamento di una superpetroliera nello stretto di Prince William, stretta insenatura del golfo di Alaska.
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza per l’intera regione, chiedendo ai gestori della centrale di assumersi le proprie responsabilità. In seguito, però, appurato che la centrale è in gestione alla ditta NTEK – sussidiaria di NorNickel, il gigante estrattivo cui abbiamo accennato in apertura – e che NorNickel è di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca russo, naturalmente miliardario e naturalmente prezioso alleato dello zar del nuovo millennio, si è deciso di non sostituire il CEO e di non nazionalizzare l’impresa.
Putin ha dichiarato pubblicamente che si attiverà presto, assieme ai suoi funzionari, per modificare la normativa in modo da evitare che in futuro si ripetano simili disastri ambientali e ha criticato duramente le autorità locali, ree di non aver risposto in maniera coordinata ed efficace allo sversamento in acqua di tutto questo gasolio. Teniamo presente che la situazione è stata insabbiata per diversi giorni, prima che il 3 giugno la peculiare colorazione dei fiumi contaminati non rendesse nota a chiunque la situazione.
Ci auguriamo che il presidente Putin sia in buona fede e speriamo che il suo governo, dal potere pressoché infinito, riesca a trovare una quadra per evitarci di dover descrivere un simile disastro anche tra qualche tempo. Resta comunque il fatto che, ad oggi, abbiamo 20mila tonnellate di gasolio le quali stanno arrivando in mare dai fiumi siberiani. Questo disastro ambientale, non può attendere la prossima normativa.
Lo stato di emergenza garantisce lo stanziamento di ampie risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente. Al fine di capire a cosa sia dovuto il crollo del serbatoio, è stata avviata un’indagine. È però sotto gli occhi di tutti come si sia perso fin troppo tempo prezioso. Putin si è personalmente lamentato di essere stato informato troppo tardi e di aver appreso la notizia dai social network. Il governatore della regione di Krasnojarsk, Alexander Uss, ha dichiarato di essere stato informato solamente nella giornata di domenica 31 maggio.
Se ciò non bastasse, ricordiamo che non è la prima volta che NorNickel si trova coinvolta in simili incidenti. Già nel 2016 la società era stata responsabile di un disastro ambientale. In tale occasione del materiale inquinante stipato in un impianto metallurgico si era riversato nel fiume Daldykan. Anche tale corso d’acqua, in quella occasione, si era tinto completamente di rosso.
Alexei Knizhnikov, rappresentante dell’associazione ambientalista WWF per la Russia, ha confermato che il volume di gasolio disperso nell’Ambarnaya sarebbe notevolmente superiore a quello fuoriuscito nel Mar Nero, 13 anni fa, a causa dell’incidente dello stretto di Kerch. In tale occasione, una nave cisterna affondò rilasciando in acqua 5mila tonnellate di gasolio. Secondo Svetlana Radionova, responsabile dell’agenzia russa per la tutela ambientale, in seguito al crollo del serbatoio a Norilsk, la concentrazione degli elementi inquinanti nell’Ambarnaya è ora decine di migliaia di volte superiore al massimo consentito dalla già piuttosto generosa normativa locale attuale.
La chiazza rossa dovuta al gasolio disperso, Foto: Vistanet.it
L’ecosistema del fiume Ambarnaya e dei suoi confluenti e affluenti è condannato da questo insostenibile inquinamento, non ci è dato sapere se e quando si riprenderà.
Le cause del disastro ambientale
Nel momento in cui si scrive la situazione è ancora in sviluppo. Come sappiamo infatti, fiumi e corsi d’acqua sono dominati dalle correnti e questo significa che ora dopo ora, giorno dopo giorno, la macchia rossa di gasolio si sposta, nonostante i tentativi di contenerla e gli sforzi delle autorità russe che agiscono in stato di emergenza.
Attualmente la superficie interessata è ampia circa 350 chilometri quadrati, con il combustibile che ha percorso un diametro di 12 chilometri dal punto della sua dispersione. I dati sono però naturalmente in continuo aggiornamento e, a seconda di quando questo articolo verrà letto, potrebbero essere già cambiati, ci auguriamo in meglio.
A quanto è stato ricostruito, i pilastri a sostegno della cisterna contenente il gasolio avrebbero cominciato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, causata dall’innalzamento delle temperature. È soltanto un’ipotesi, per il momento. Se confermata, però, sarebbe un altro insindacabile segnale di quanti danni stiamo facendo al nostro Pianeta. Non si escludono comunque neppure le ipotesi di usura eccessiva o danneggiamento strutturale.
Individuazione del colpevole e misure contenitive
Nel corso dell’inchiesta aperta non appena il disastro ambientale è stato reso pubblico è già stato effettuato un arresto. Viatcheslav Starostine, responsabile della centrale elettrica, si trova in fermo provvisorio. Durante i prossimi giorni le forze dell’ordine russe faranno maggior chiarezza.
Al fine di impedire ulteriore diffusione al carburante, il governo ha preso misure importanti: innanzitutto la sistemazione di barriere di contenimento contro la propagazione del gasolio nell’acqua e, in secondo luogo un monitoraggio continuo della marea rossa. Serve però capire in quale modo eliminare il combustibile; bruciandolo? Diluendolo con forti reagenti? Pompandolo nella tundra adiacente? L’ultima soluzione pare la meno percorribile, in quanto la zona è già satura di carburante, mentre le altre due sono al vaglio delle autorità. Ad ogni modo, il diesel non attende certo di sapere quale sarà la decisione finale e sta già cominciando a dissolversi in acqua.
A complicare le operazioni di pulizia ci si mettono anche le caratteristiche del letto del fiume, poco profondo, e quelle dell’area paludosa che lo ospita. Una stima prevede che la pulizia potrebbe durare tra i 5 e 10 anni e il costo superare 1,3 miliardi di euro. Tempi grami attendono la Siberia.
Disastri ambientali anche nel prossimo futuro?
Se l’inchiesta confermasse lo scioglimento del permafrost come responsabile di questo crollo, ci troveremmo di fronte ad un pessimo precedente. In tempi recenti, numerose ondate di caldo hanno interessato la Siberia. La comunità scientifica sospetta che si stia verificando, in numerose località della regione russa, una fusione dello strato di ghiaccio permanente. Una ricerca del 2013 sosteneva che un aumento annuo della temperatura globale pari a 1,5 gradi centigradi sarebbe stato sufficiente a sciogliere completamente il permafrost siberiano. Questo fenomeno si sta svolgendo più velocemente del previsto.
Oltre al surriscaldamento globale, anche la geologia ci sta mettendo del suo. Sono state osservate, sotto la coltre perennemente ghiacciata del suolo siberiano, circa 7000 bolle di gas metano. Queste bulgunyakh, come si chiamano in lingua locale, finiscono quasi sempre per esplodere, rilasciando il gas nell’atmosfera. Qualora tutte queste bolle dovessero scoppiare, o anche se lo facesse solo la maggior parte di esse, un’enorme quantità di gas serra sarebbe rilasciata nell’aria. Il gas fuoriuscito da esse, infatti, contiene una concentrazione di metano 1000 volte più alta di quella normalmente riscontrata nell’atmosfera e un quantitativo di anidride carbonica 25 volte più alto del consueto.
Ancor più preoccupante è il fatto che, all’interno dei crateri formati nello strato di ghiaccio permanente, la concentrazione di metano continua a restare alta per molto tempo dopo l’esplosione del bulgunyakh. Tali bolle, dunque, potrebbero essere il colpo di grazia per il delicato ecosistema siberiano, uno dei più minacciati dal global warming.
Il permafrost, uno strato di ghiaccio permanente sotto la terra, Foto: Blue Planet Earth
Rischi e pericoli connessi alla fusione del permafrost
I ricercatori non si accontentano di capire le cause a cui sia dovuta la comparsa di queste bolle, essi vogliono anche riuscire a stabilire quali bulgunyakh esploderanno per primi. In tal modo sarà possibile stabilite quali fette di popolazione correranno i maggiori rischi e in quale momento.
Il gas serra, ad ogni modo, non è l’unico rischio connesso al disgelo. Dobbiamo infatti anche considerare come l’emisfero nord del nostro Pianeta sia la principale riserva mondiale di mercurio. Secondo uno studio firmato Geophysical Research Letters, infatti, nel suolo perennemente ghiacciato alle latitudini settentrionali della Terra troviamo una quantità di questo elemento tossico doppia rispetto a quello presente in tutti gli altri terreni, negli oceani e nell’atmosfera. Messi assieme. Il mercurio, infatti, si lega ai materiali organici presenti nel suolo, finisce ricoperto di sedimenti prima e di ghiaccio poi, restando intrappolato sotto chiave finché, naturalmente, il surriscaldamento globale non lo liberi dalla sua fredda prigione.
Il cambiamento climatico, contribuendo in prima persona alla fusione del permafrost, rischia di scatenare un disastro ambientale incontenibile. Pensiamo a che cosa succederebbe se il disgelo liberasse non solo la quantità industriale di mercurio di cui abbiamo appena scritto, ma anche le centinaia di batteri e virus rimasti intrappolati nelle carcasse congelate di specie animali e nei residui vegetali ancora non completamente decomposte a causa del ghiaccio.
A causa del surriscaldamento globale, il permafrost è a rischio fusione, Foto: Notizie Scientifiche
Dal disgelo al disastro ambientale
La fusione del permafrost consentirebbe al mercurio di liberarsi nell’aria, avvelenando in un sol colpo le comunità locali che vivono di pesca in Alaska e in Siberia, interrompendo la loro catena alimentare e condannando quelle aree allo spopolamento o alla morte. Ma non solo. Tramite i venti e le correnti d’aria, la tossicità raggiungerebbe anche aree e zone ben distanti da quelle interessate dal ghiaccio permanente, magari densamente popolate.
Il mercurio correrebbe il rischio di viaggiare in maniera inarrestabile nella catena alimentare. Parallelamente, ogni altra sostanza nociva, ogni altro pericolo rimasto intrappolato per secoli sotto la spessa coltre ghiacciata, sarebbe libero di tornare a circolare. Ci viene semplice immaginare, ad esempio, uno scenario con virus in circolazione incontrollata, visto che stiamo ancora lottando contro il nuovo coronavirus. Pensiamo ai batteri portatori di patologie che consideriamo debellate annidati sotto il ghiaccio perenne.
Le minacce nascoste sotto il ghiaccio perenne sono numerose, sarebbe molto difficile affrontarle tutte. Non è che un altro motivo per batterci per la tutela e conservazione del nostro Pianeta, contro lo sfruttamento e il surriscaldamento.
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