Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto

Con la sua risoluzione 63/111 del 5 dicembre 2008, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno come Giornata mondiale degli oceani. La condizione nella quale versano gli universi liquidi di tutto il mondo è drammatica; l’inquinamento, la pesca intensiva e la devastazione degli ecosistemi marini per mano antropica stanno mettendo in ginocchio gli oceani, con conseguenze gravissime per l’uomo.

L’importanza degli oceani

Pensiamo ad un mondo senza oceani; avremmo un pianeta come Marte e nessun ecosistema di supporto alla vita. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nel funzionamento del pianeta terra. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo deriva dagli oceani, i quali fungono anche da importanti serbatoi di anidride carbonica.

oceani

Possiamo considerare gli oceani come un termostato planetario. Infatti, regolano il clima mondiale: la loro presenza attenua gli sbalzi di temperatura diurni e stagionali, mantenendo le temperature dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Sono grandi serbatoi d’acqua e costituiscono il nodo più importante nel ciclo di quest’ ultima sulla terra: da essi l’acqua evapora e sale nell’atmosfera per poi cadere a terra sotto forma di precipitazioni. Infine torna agli oceani attraverso i fiumi.

Leggi anche il nostro articolo: “Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli”

Gli oceani sono veri e propri serbatoi di biodiversità ed ospitano il primo polmone del mondo. A dispetto di ciò che si pensi, 3/4 dell’ossigeno vengono prodotti dai Cianobatteri, organismi fotosintetici che vivono negli strati più superficiali della colonna d’acqua.

L’uomo e gli oceani: una convivenza difficile

Senza l’oceano non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe l’uomo. Dalle acque oceaniche si ricavano infatti grandi quantità di alimenti essenziali per la nostra dieta ed altrettante quantità enormi di petrolio e metano, contenute nei giacimenti sottomarini. L’utilizzo incontrollato delle risorse ittiche ed il massiccio inquinamento delle acque mondiali causano ogni giorno severi e, spesso, insanabili cambiamenti all’equilibrio oceanico.

La baja di Guerrero Negro. Crediti: Lucia Vinaschi

L’overfishing

L’overfishing, o sovrapesca, indica l’impoverimento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca. In un mondo in cui la richiesta di cibo aumenta esponenzialmente non ci si poteva aspettare risultati diversi.

Questa sempre maggior domanda impedisce alle specie ittiche di crescere, svilupparsi e spesso riprodursi; inoltre, per sostenere i ritmi attuali di pesca, si è arrivati a sottrarre dall’ambiente esemplari sempre più piccoli, atto ritenuto illegale in molti paesi.

Un terzo delle risorse ittiche mondiali hanno subito un collasso, ovvero una diminuzione fino a meno del 10% della loro abbondanza massima osservata. Inoltre, se l’attuale andamento dovesse mantenersi costante, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni.

Tecniche di pesca dannose, come quella a strascico, permettono di attingere in acque sempre più profonde e vergini, cominciando così a minacciarne i delicati ecosistemi e le specie ittiche che vi abitano. Questa pratica non solo sottrae all’ambiente biomassa, ma al loro passaggio le reti sradicano interi ecosistemi lasciandosi dietro depauperamento e morte.

La plastica

Possiamo affermare con assoluta certezza che l’uomo stia “soffocando” gli oceani. Si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno, creando una minaccia crescente. Questo potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio dell’ecosistema marino.

Il Pacific Trash Vortex, noto anche come isola di plastica o Great Pacific Garbage Patch, rappresenta alla perfezione l’uso che stiamo facendo dei nostri mari. Un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, cominciatosi a formare a partire dagli anni 80. Si stima che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia in totale di 3 milioni di tonnellate. L’estensione è maggiore di quella della Francia.

Le microplastiche sono state rilevate in ogni angolo degli oceani e del Pianeta. Questo è il motivo per cui il problema dell’inquinamento marino da plastica non può essere risolto a livello nazionale o regionale o solo con misure volontarie. Richiede un’azione coordinata e una responsabilità condivisa.

L’inquinamento e le alterazioni chimico-fisiche dell’acqua

È oramai scientificamente comprovato che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera (dovuta all’inquinamento), e la conseguente acidificazione degli oceani, abbiano un grave effetto sull’ecosistema acquatico, influenzando gli habitat marini e i pesci associati. Ciò sottolinea l’importanza di ridurre le emissioni di gas serra per salvaguardare le risorse oceaniche per il futuro.

Alcune specie avranno successo in condizioni sempre più acidificate, mentre molte altre no. Di conseguenza, quelle specie ittiche che fanno affidamento su risorse specifiche durante le loro diverse fasi di vita, potrebbero scomparire. Ciò porterebbe a enormi cambiamenti nella diversità dei pesci nel prossimo futuro, con conseguenze potenzialmente gravi per il funzionamento dell’ecosistema marino, insieme ai beni e servizi che forniscono.

Tutti noi beneficiamo dei combustibili fossili; carbone, gas, petrolio, ma a quale prezzo? Ogni anno nuovi giacimenti petroliferi vengono sfruttati e quantità immense di CO2 riversate nell’atmosfera. Prodotti come i fertilizzanti, usati indiscriminatamente in molte parti del mondo per aumentare i raccolti, una volta raggiunto il mare ne trasformano ampie porzioni in “zone morte”, ovvero carenti si ossigeno. Quella del Golfo del Messico è una delle più famose ma si stiamo che ne esistano ormai più di 400 nel mondo.

Leggi anche il nostro articolo: “Gli oceani si sono ammalati”

La zona morta (in giallo) nel Golfo del Messico. Crediti: Ocean for future

 

Madison Stewart: Shark Girl

Madison Stewart è una giovane filmmaker subacquea, divemaster e conservazionista australiana che ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia dell’oceano ed, in particolare, di alcuni suoi abitanti: gli squali. Avendo trascorso gran parte della sua infanzia in acqua ed avendo visto le drammatiche conseguenze dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini, la passione di Madison per l’oceano è diventata una vera e propria missione nella vita.

Nel 2019, in Indonesia, crea la Project Hiu Foundation, con lo scopo di convertire i pescatori di squali in guide nel settore dell’eco-turismo.

Leggi anche il nostro articolo: “Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario”

Madison in uno dei mercati di squali a Lombok

Il problema di molte realtà attiviste, infatti, è l’approccio con il quale denunciano certe ingiustizie; spesso viene puntato il dito contro le persone sbagliate, ovvero l’ultimo anello della catena. Davanti a tanta barbarie non si riesce a comprendere che gli stessi carnefici non siano i nemici ma la chiave per un reale cambiamento.

Le maggiori richieste di pinne e carne di squalo provengono dalla Cina, Australia e Stati Uniti. Il mercato della pesca agli squali ha trovato terreno fertile in Indonesia e, proprio a causa della povertà dilagante, molte famiglie sono costrette a ripiegare su questa pratica, rischiando la vita in mare per settimane.

Crediti: Project Hiu

Project Hiu ha dato a questi pescatori un’altra possibilità, impiegando alcuni di loro nell’area di Lombok, aiutando l’isola e la scuola locale con materiali didattici, acqua pulita e beni primari di cui una comunità povera necessita. “E’ stato il mio modo più efficace per influenzare il commercio degli squali” afferma. Non è stato di certo un processo veloce, ma alla fine è riuscita a trattenere le barche di un pescatore e della sua famiglia per un anno intero.

Documentari e libri

Quale modo migliore per celebrare questi meravigliosi universi liquidi se non attraverso l’informazione? Conoscere meglio gli oceani e capire la loro importanza ci permetterà di pretendere una loro maggiore tutela.

Documentari:

  • Chasing coral
  • Mission blue
  • Our planet (acque costiere e mare aperto)
  • A plastic ocean
  • Sharkwater
  • Pacificum
  • Una scomoda verità 1 e 2
  • Before the flood

Libri:

Giornata mondiale dell’ambiente: rispettare la natura è rispettare gli altri

giornata mondiale dell'ambiente

Tempo per la natura” è lo slogan ufficiale della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020. Sarebbe ingenuo non ammettere che il motto potrebbe annaffiare il vaso degli stereotipi sull’ambientalismo. Per esempio quelli per cui chi si batte per il rispetto della natura sarebbe solo un neo-hippie la cui unica aspirazione di vita sia camminare a piedi nudi in un prato e abbracciare alberi. Forse, però, quello che serve in un periodo storico così importante è proprio questo, ovvero urlare a gran voce che la natura, la pura e semplice natura fatta di alberi, animali e tutto il calderone in cui è stato rinchiuso l’ambientalismo negli anni, è importante.

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Fotografia di Beatrice Martini

La giornata mondiale dell’ambiente contro le ipocrisie

Lo scopo di questa giornata dovrebbe essere anche quello di abbattere il muro delle ipocrisie che è stato costruito intorno al rispetto per l’ambiente e nel quale anche l’autrice di questo articolo si è talvolta trovata intrappolata. Per esempio l’apprezzare la natura soltanto la domenica pomeriggio, per poi tornare con volti più sereni ma cuori ancora immutati nel grigiore delle città.

Oppure prendere quattro aerei ogni sei mesi per godersi la natura delle isole tropicali. O ancora il convincersi che il rispetto della natura sia doveroso solo perché necessario per la sopravvivenza della specie umana. Il confine tra questa impostazione mentale e l’idea che se l’essere umano potesse vivere anche senza natura potrebbe finalmente non curarsene, è molto labile. Vi è poi tutta la questione del greenwashing. Le aziende hanno iniziato a manipolare i consumatori facendo loro credere che, acquistando un prodotto, essi facciano del bene all’ambiente, o comunque non lo danneggino. Di fatto, però, promuovono un modello economico e uno stile di vita basato sul consumismo, che è proprio quello che ci ha condotto verso la crisi climatica.

Serve un cambio di forma mentis

Ben venga, quindi, che la giornata mondiale dell’ambiente elogi la natura, della sua semplicità e bellezza, una natura che chiede poco e dona moltissimo. Non bisognerebbe però osannarla soltanto in quanto artefice e sostegno della vita umana. Questo perché il più piccolo filo d’erba ha esattamente la stessa dignità di qualunque essere umano mai nato nel mondo. Questa forma mentis, se acquisita a livello globale, sarebbe di portata estremamente rivoluzionaria.

Questa è una visione del mondo tipica dell’ambientalismo sin dalla sua nascita, e non deve essere vista soltanto come un’ideologia politica. L’armonia, la pace e il rispetto tra tutte le cose dovrebbe instillarsi nella mente delle persone come qualcosa di assodato, come lo è il comandamento del “non uccidere”. E se persino quest’ultimo viene spesso violato, pensiamo a quello del rispetto verso la natura, che non è ancora visto come un dovere primario e che infatti viene stuprato ogni volta che qualcuno varca la soglia di un negozio.

Il problema sociale e il rispetto per la natura

Un volta acquisita l’idea secondo la quale ogni cosa meriti rispetto, dalla pietra che giace silenziosa negli abissi marini alla nuvola gonfia di pioggia che fluttua nel cielo, allora sarà anche più semplice affrontare e risolvere i problemi che affliggono la società umana. Anche questi infatti sono causati, la maggior parte delle volte, da una mentalità egoistica, dall’indifferenza verso ciò che è altro da noi, oltre che dalla cecità nei confronti di ciò che ci ha dato la vita, cioè madre natura. Si può dire, insomma, che dovremmo renderci conto della biodiversità della quale facciamo parte e grazie alla quale siamo in vita.

Il sito ufficiale della Giornata mondiale dell’ambiente ci ricorda che la biodiversità consiste nella varietà della vita sulla Terra, gli ecosistemi che li ospitano e la diversità genetica tra loro. La biodiversità è una rete complessa e interdipendente, in cui ogni membro svolge un ruolo importante, disegnando e contribuendo in modi che potrebbero anche non essere visibili. L’abbondanza del cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il clima che rende il nostro pianeta abitabile provengono tutti dalla natura.

La biodiversità può insomma essere vista come un cerchio in movimento, che può considerarsi tale solo se tutti si tengono la mano e camminando insieme. L’essere umano, però, si è dimostrato un guastafeste che interrompe il gioco pretendendo che tutto continui a girare con lui al centro del cerchio.

Cosa sta facendo l’uomo alla natura?

Le attività umane hanno cambiato in modo significativo tre quarti della superficie terrestre e due terzi dell’area oceanica. Solo tra il 2010 e il 2015 sono scomparsi 32 milioni di ettari di foresta. Negli ultimi 150 anni, la barriera corallina vivente è stata ridotta della metà. Il ghiaccio si sta sciogliendo a velocità sorprendenti mentre l’acidificazione degli oceani cresce, minacciandone le forme di vita e la sua fondamentale funzione per le aree costiere. Le specie faunistiche stanno scomparendo decine e centinaia di volte più velocemente rispetto agli ultimi 10 milioni di anni. Nei prossimi 10 anni, 1/4 delle specie conosciute potrebbe essere stata spazzata via dal pianeta.

giornata mondiale dell'ambiente
Fotografia di Beatrice Martini

Insomma, come si legge nel libro “La sesta estinzione” di Elizabeth Kolbert siamo sull’orlo di un’estinzione di massa; e se continuiamo su questa strada, la perdita di biodiversità avrà gravi implicazioni per l’umanità, incluso il collasso dei sistemi alimentari e sanitari.

Una storia lunga secoli

Ecco che ora possiamo affrontare la parte che empaticamente e istintivamente interessa di più la società umana. Lo sfruttamento delle risorse naturali provocherà un malessere generale sopratutto per chi non ne ha colpa. Anzi, non è corretto parlarne al futuro, e nemmeno al presente.

Fenomeni di questo tipo si verificano dall’alba dei tempi, come ha dimostrato il colonialismo iniziato nel XVI secolo in concomitanza con le esplorazioni geografiche europee. La causa delle brutalità commesse nei confronti delle popolazioni conquistate sono state molteplici.

George Floyd, testimone di un tempo non ancora finito

In primo luogo la pretesa di una superiorità arbitrariamente decisa solo perché in possesso di beni materiali e denaro.

Ma anche e sopratutto per la volontà di utilizzare le risorse che la meravigliosa natura di quei luoghi offriva. L’ideologia formatasi intorno alle razze e tutto ciò che ne è derivato per giustificare e legittimare le colonizzazioni è ormai triste storia, che continua ancora oggi. La morte di George Floyd ne è la prova, così come quella di persone che attraversano il mediterraneo scappando da guerre e carestie causate, tra le altre cose, dalla corsa al petrolio e dai cambiamenti climatici.

Leggi anche: Effetto serra Effetto guerra: l’umanità che si autodistrugge

La giornata mondiale dell’ambiente contro la supremazia umana

Ma anche le morti quelle dovute ai disastri naturali in Asia e in Africa, o ai crolli degli edifici nei quali migliaia di persone vengono sfruttate per cucire i capi di H&M. Le quali non possono accettare altre attività, poiché ormai sono parte della società globalizzata e capitalista che è stata loro imposta. Il che non è molto distante da ciò che accadeva nell’ottocento e nel novecento con le piantagioni di cotone.

E questi fenomeni continueranno ad esistere finché non ci rendiamo conto di essere parte di un unico grande cerchio. Finché, insomma, consideriamo solo la piccola realtà intorno a noi. Finché diremo “prima l’essere umano” a discapito della natura. Poi “prima l’Italia”, a discapito degli altri Paesi. Per passare a “prima la mia regione”, “prima la mia città”, “prima il mio quartiere”, “prima la mia famiglia”. E infine “prima me”. Non fosse che nessuno, nemmeno il più solitario eremita, accetterebbe di vivere isolato in un deserto. In più, in un momento in cui il riscaldamento globale è fuori controllo, in cui scoppiano le pandemie per lo sfruttamento animale, in cui milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case per tifoni di potenza inaudita, dovremmo ormai aver capito una grande, immortale verità: nessuno si salva da solo.

 

ASviS e 40 milioni di operatori sanitari si schierano a favore di una ripresa verde

Che la pandemia targata Covid-19 abbia tra le sue concause uno sfruttamento sfrenato dell’ambiente è, ormai, qualcosa di risaputo. Proprio per questo motivo oltre 350 organizzazioni mediche, rappresentanti oltre 40 milioni di professionisti tra medici, infermieri e personale sanitario di oltre 90 paesi, hanno deciso di inviare una lettera ai rappresentanti del G20 chiedendo ai leader mondiali che la ripresa post Coronavirus sia improntata in un’ottica di sostenibilità. Una richiesta a cui si aggiunge anche quella dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che ha presentato un piano di recupero da 200 miliardi.

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La lettera degli operatori sanitari al G20

Il messaggio della lettera è piuttosto chiaro e difficilmente fraintendibile. Il personale sanitario si è trovato di fronte a qualcosa di mai visto prima ed ha così deciso di mandare un chiaro segnale a coloro che sono tenuti a prendere decisioni in grado di condizionare la realtà che tutti viviamo. Ecco il testo tradotto della lettera:

Il personale sanitario si unisce in supporto di un approccio pragmatico e scientifico nella gestione della pandemia COVID-19. Nello stesso spirito ci uniamo anche in supporto di un “recupero salutare” da questa crisi.

Abbiamo assistito in prima persona alla fragilità che può colpire le comunità quando la loro salute, la loro sicurezza alimentare e la loro libertà di lavorare sono interrotte da una minaccia comune. I livelli su cui si è sviluppata la tragedia sono molteplici, e aggravati dall’ineguaglianza e dai disinvestimenti che hanno colpito i sistemi sanitari. Abbiamo assistito a morti, malattie e stress mentale a livelli che non vedevamo da anni.

Questi effetti avrebbero potuto essere limitati, se non prevenuti, da investimenti adeguati nella prevenzione della pandemia, nella salute pubblica e nella difesa dell’ambiente. Dobbiamo imparare da questi errori a tornare più forti, più in salute e più resiienti.

Prima del COVID-19, l’inquinamento dell’aria – derivante primariamente dal traffico, dall’inefficiente impiego dell’energia usata per cucinare e riscaldare, gli impianti alimentati a carbone, gli inceneritori e le pratiche agricole – stava già indebolendo i nostri corpi. Aumenta il rischio nello sviluppo e nella gravità di polmoniti, malattie polmonari croniche, cancro ai polmoni, malattie al cuore ed infarti, causando 7 milioni di morti premature ogni anno. L’inquinamento dell’aria causa anche problemi alle gravidanze sfociando in nascite sottopeso e nenonati affetti da asma, mettendo ulteriore peso sui nostri sistemi sanitari.

Una ripartenza davvero salutare non permetterà all’inquinamento di continuare ad invadere l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo. Non permetterà l’avanzamento senza sosta del cambiamento climatico e della deforestazione, rischiando così di liberare nuove minacce alla salute delle popolazioni più vulnerabili.

In un’economia in salute e in una società civile ci si preoccupa dei più vulnerabili. I lavoratori hanno accesso a lavori ben pagati che non inaspriscono l’inquinamento dell’aria e la degradazione della natura; le città danno priorità ai pedoni, ai ciclisti e al trasporto pubblico, e i nostri fiumi e i nostri cieli sono protetti e puliti. La natura trionfa, i nostri corpi sono più resilienti alle malattie infettive, e nessuno viene costretto alla povertà a causa delle spese sanitarie.

Per raggiungere un’economia salutare, dobbiamo usare incentivi e disincentivi in maniera intelligente, al servizio di una società più salutare e più resiliente. Se i governi riformassero il modo in cui dispensano i sussidi, spostandone la maggior parte verso la produzione di energia rinnovabile, la nostra aria sarebbe più pulita e le emissioni climalteranti verrebbero ridotte in maniera massiccia, potenziando una ripresa economica che spronerebbe un aumento del PIL globale di 100 triliardi di dollari da oggi fino al 2050.

Data la vostra attenzione alla risposta al COVID, vi chiediamo che i vostri esperti di medicina e di scienza siano direttamente inclusi nella produzione di tutti i pacchetti economici, che facciano dei report sulle ripercussioni di breve e lungo termine che questi avranno sulla salute pubblica, e che siano da essi approvati.

Gli enormi investimenti che i vostri governi faranno nei mesi a venire in settori chiave quali la salute pubblica, i trasporti, l’energia e l’agricoltura devono avere la protezione e la promozione della salute come asse portante.

Ciò di cui ha bisogno ora il mondo è una #HealthyRecovery. I vostri piani di stimolo devono essere una prescrizione che vanno in quella direzione.

Anche l’ASviS ha un piano: 200 miliardi in investimenti green

 

Il 28 maggio 2020 l’ASviS (L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) ha presentato un “Pacchetto di investimenti a favore dello sviluppo sostenibile delle città e dei territori”, perfettamente in linea con le proposte della Commissione UE. Si tratta di un vero e proprio intervento per la ricostruzione e l’accrescimento delle diverse forme di capitale (naturale, economico, umano e sociale) colpite dalla crisi post Covid.

L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile è nata il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e indirizzarli verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs).

Questi obiettivi di sviluppo sostenibile riconoscono lo stretto legame tra il benessere umano e la salute dei sistemi naturali. Attualmente il mondo intero è chiamato ad affrontare delle sfide comuni che toccano diversi ambiti, fondamentali per assicurare il benessere dell’umanità e del pianeta. Dalla lotta alla fame all’eliminazione delle disuguaglianze, dalla tutela delle risorse naturali all’affermazione di modelli di produzione e consumo sostenibili.

Leggi anche il nostro articolo: “L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia”

ASviS: la proposta da 200 miliardi

L’Alleanza propone un programma di investimenti da oltre 201,7 miliardi in 10 anni su ambiente, mobilità, trasformazione digitale, sanità e lotta alla povertà, elaborato da un gruppo di esperti. Articolato in quattro macro aree:

  • transizione verde
  • trasformazione digitale
  • sanità
  • lotta alla povertà

La proposta approfondisce nel dettaglio i contenuti del Rapporto ASviS “Politiche per fronteggiare la crisi da Covid-19 e realizzare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, pubblicato il 5 maggio scorso.

Leggi anche il nostro articolo: “Turismo sostenibile: la chiave per l’estate 2020”

Enrico Giovannini, portavoce ASviS:

“La risposta alla crisi deve essere orientata a portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista. L’ottima proposta della Commissione europea apre per l’Italia una concreta possibilità di trasformarsi nella direzione dell’Agenda 2030. Ma anche il bilancio pubblico nazionale va orientato alla sostenibilità: per questo proponiamo di eliminare i 19 miliardi annui di sussidi dannosi per l’ambiente per ridurre il cuneo fiscale, sostenere le imprese nel passaggio alle energie rinnovabili e all’economia circolare, investire su giovani e donne. La sostenibilità accresce la produttività delle aziende e migliora la qualità della vita delle persone. Ecco perché il rilancio del Paese deve passare per un ripensamento dei modelli di business e delle politiche a favore dello sviluppo sostenibile”.

L’ASviS propugna la necessità di costruire un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa. Anche l’Italia, fra i Paesi più colpiti dalla crisi, può superare gli impatti negativi della Pandemia soltanto con un robusto piano di investimenti a favore delle città e dei territori, per produrre un “rimbalzo in avanti”, stimolando la “resilienza trasformativa” del sistema socio-economico.

Vi raccomandiamo quindi la lettura di questo dossier

Da eroi a paladini del clima

In questi mesi sono state spese in ogni parte del mondo parole di encomio per il personale sanitario che si è trovato ad affrontare una sfida senza precedenti. Abbiamo visto striscioni penzolare dalle finestre, messaggi social di incoraggiamento e sostegno, oltre che una sincera gratitudine. Abbiamo ascoltato i pareri loro e quelli degli esperti, e seguito le loro indicazioni alla lettera, senza batter ciglio. Sarebbe ipocrita, oltre che rischioso, smettere di farlo ora. La loro è una richiesta che, oltre ad essere legittima, si fonda su basi scientificamente solide. Delle voci che si aggiungono a quelle di tantissimi personaggi illustri che, a loro volta, hanno invocato a gran voce una ripresa green. Ora non sono più solo gli scienziati del clima gli unici a richiedere espressamente un cambiamento. Ci sono medici, giovani attivisti e intellettuali da ogni angolo del pianeta. Se non sono avvisaglie queste. poco ci manca. Ciò che è certo è che, in caso di fallimento, non si potrà dire “non ci aveva avvertito nessuno”.

Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli

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Crediti: theday.co.uk

Il 1° giugno si è celebrata la giornata mondiale delle barriere di coralli ma, ad oggi, non vi è proprio nulla da festeggiare. In un Pianeta sempre più devastato dall’incuria umana, sta avanzando una strage silenziosa: la moria delle barriere coralline. E’ ormai assodato che l’incontrollata produzione di anidride carbonica abbia conseguenze fatali sui reef; l’aumento della temperatura e l’acidificazione dei mari sono una combinazione mortale per questi meravigliosi ecosistemi.

I reef e la loro importanza (anche per l’uomo)

Le barriere coralline sono veri e propri ecosistemi ed hanno un valore inestimabile per vari motivi. Sono sistemi complessi e ricchi di biodiversità; costituiti e accresciuti dalla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli, animali polipoidi che vivono in simbiosi mutualistica con delle alghe unicellulari fotosintetizzanti (Zooxantella).

Le barriere di coralli occupano circa 300.000 kmq nei mari poco profondi di tutto il mondo e solitamente sono situati in acque poco profonde (max 30 metri), proprio per la loro peculiare capacità di fare fotosintesi. Pertanto necessitano di catturare quante più possibili frequenze della radiazione solare. Vi sono anche delle eccezioni, dove la fauna coralligena può arrivare ad 80 metri di profondità.

Leggi anche il nostro articolo: “Sbiancamento dei coralli: il piano per salvarli arriva dalla Florida”

I reef sono importanti barriere che assorbono la potenza di onde e tempeste, mantenendo al sicuro le comunità costiere. La scomparsa delle barriere coralline aggrava la crisi da pesca eccessiva (overfishing), rimuovendo i link nella catena alimentare e privando alcuni pesci e crostacei di un luogo adatto in cui nascere e svilupparsi.

Sono altamente produttivi e creano una quantità di biomassa superiore a qualsiasi altro ecosistema marino, fornendo così un’importante risorsa alimentare per le popolazioni costiere. La quantità di vita che ruota attorno ad un reef di coralli è paragonabile solo a quella presente nelle foreste pluviali. Sono importanti serbatoi di biodiversità, ospitano specie endemiche, presenti solo in quei luoghi, e risultano essere il sito di riproduzione di centinaia di specie animali, molte delle quali sono a rischio di estinzione.

Infine, i reef favoriscono lo sviluppo delle economie locali con il turismo, attirando appassionati di snorkeling e subacquei.

I coralli e la capacità di smaltire CO2

Tutte le grandi estinzioni di massa si sono verificate in seguito ad un massiccio aumento ed accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera (dopo un’intensa attività vulcanica, ad esempio). Tali concentrazioni creano un effetto serra ed il conseguente aumento anomalo della temperatura terrestre, la quale comporta cambiamenti climatici e l’estinzione di molte specie.

Ad oggi si parla di 6° estinzione di massa e, per giunta, totalmente perpetrata per mano dell’uomo. Perchè?

Un grafico che illustra quella che si dice sia una correlazione causale tra CO2 e temperatura, con la CO2 come causa. Crediti: Zfacts.com

Nel grafico è riportato in rosso l’aumento dell’anidride carbonica (CO2) a partire dalla rivoluzione industriale fino ad oggi, mentre in blu l’aumento di temperatura.

A partire dal 2018 la CO2 ha raggiunto le 410 parti per milione e non accenna a rallentare, detenendo così il record di concentrazione più alta mai registrata sul pianeta. Oggi giorno questi livelli si manifestano sotto forma di cambiamenti climatici anomali e distruttivi; si prevede che entro 200 anni porteranno alla scomparsa di almeno 1 milione di specie.

Leggi anche il nostro articolo: “Entro il 2100 tutti i coralli potrebbero sparire”

Una delle funzioni più importanti dei coralli è la loro capacità di convertire l’anidride carbonica in roccia. Proprio come le grandi foreste, anche le barriere coralline regolano le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera, utilizzandola a proprio vantaggio.

La CO2 sciogliendosi in acqua forma l’acido carbonico, il quale si dissocia e si lega al calcio già presente nel mare, formando il carbonato di calcio: lo scheletro dei coralli.

Esempio di scheletro esterno in carbonato di calcio

Purtroppo i coralli di tutto il mondo stanno registrando un drammatico crollo demografico e, di conseguenza, vi sarà una sempre minore capacità di fissare la CO2. Ciò significa che l’anidride carbonica, prodotta in maniera incontrollata dall’attività antropica, smetterà di essere compensata e porterà a drammatiche fluttuazioni di temperatura negli oceani e ad un aumento dell’acidità dell’acqua.

Il Bleaching dei coralli

Il fenomeno dello sbiancamento dei coralli (o bleaching) si verifica quando l’acqua del mare diventa eccessivamente più calda del normale; tale innalzamento delle temperature porta i coralli ad espellere le Zooxantelle, delle alghe unicellulari che vivono all’interno dei tessuti del corallo e che donano loro le tipiche colorazioni.

Queste alghe, tramite la fotosintesi, provvedono al nutrimento ed alla crescita del corallo in una relazione mutualistica; una volta espulse le alghe, il corallo muore letteralmente di fame. Se lo stress da calore venisse superato in tempo, il corallo avrebbe buone probabilità di ripresa; in caso contrario, gli organismi perirebbero.

Tale fenomeno sta devastando i coralli di tutto il mondo, e la Grande Barriera Corallina australiana ne è l’emblema.

Corallo sano: i coralli e le alghe dipendono gli uni dagli altri. C. stressato: in situazione di stress termico le alghe vengono espulse. C. sbiancato: è vulnerabile e morente. Crediti: NOAA

Metà della Grande Barriera Corallina australiana è stata sbiancata fino alla morte. Tale sbiancamento massiccio è un problema globale innescato dai cambiamenti climatici e quella australiana mostra quanto possa esser esteso il danno: si è stimato che il 30% dei coralli sia morto nel 2016 ed un altro 20% nel 2017.

Gran parte dell’ecosistema marino lungo la costa nord della Barriera Corallina è diventato sterile e scheletrico, con poche speranze di ripresa.

Centinaia di specie marine dipendono da una barriera in salute; questa dona cibo e protezione dai predatori. Se l’ecosistema corallino collassa tutte le centinaia di specie legate ad esso potrebbero andare in contro all’estinzione.

I Coral Gardeners ed il progetto “adotta un corallo”

Crediti: Coral Gardeners

E’ nei meravigliosi mari della Polinesia Francese, precisamente nell’isola di Mo’orea, che nel 2017 nasce la start-up di “Coral Gardeners“; creato grazie alla passione ed al rispetto del mare di giovani pescatori e surfers, il progetto mira alla salvaguardia a lungo termine delle barriere coralline di tutto il mondo.

Grazie ad un programma di recupero, questi “giardinieri del reef” riportano in vita la barriera “piantando” coralli vivi sulla precedente struttura coralligena, ormai morta.

Crediti: Coral Gardeners

Il progetto è strutturato in due parti:

  • aumentare la consapevolezza nelle persone attraverso l’istruzione, i social media e programmi di affiliazione
  • la “ripiantumazione” dei giovani coralli in acqua ad opera di personale specializzato

Inoltre, il progetto ha permesso di:

  • fare passi in avanti nella comprensione di queste creature e dell’ecosistema che sorreggono
  • sviluppare e attuare metodi innovativi di ripristino della barriera corallina (micro frammentazione, colla naturale, banca genetica etc.)
  • migliorare il lavoro di squadra sul campo durante le attività di ripristino della barriera corallina (nuove tecniche per piantare e di monitorare i coralli etc.)
  • monitorare la crescita dei coralli, la sopravvivenza e altri indicatori scientifici che permettano di creare un trend

Per prendere parte alla missione (a distanza), è attiva l’iniziativa di “Adopt corals“, attraverso la quale è possibile adottare un corallo, per la modica cifra di 25 euro, e contribuire così al finanziamento del progetto.

Chasing Coral

Il documentario “Chasing Coral” è un viaggio subacqueo che mira a spiegare e denunciare il fenomeno dello sbiancamento dei coralli e della sua relazione con i cambiamenti climatici.

Il film fa immergere gli spettatori in un universo liquido molto differente da quello che ci aspetteremmo. La vita che solitamente ruota attorno al reef sparisce, i colori lasciano spazio al bianco dei coralli in via di morte e al marrone, predominante in molte barriere, che sta ad indicare un reef ormai irrecuperabile. Predatori e prede lasciano spazio ad un silenzio assordante e ad un ambiente spettrale.

Crediti: OPS – Oceanic Preservation Society

Qui potete trovare il documentario completo; è consigliata la visione a tutti coloro che vogliano aprire gli occhi sulle drammatiche conseguenze delle nostre azioni su ecosistemi delicati come il Reef.

Leggi anche il nostro articolo: “Antropocene – L’Epoca Umana” arriva nelle sale italiane”

Il Dr. Ove Hoegh-Guldberg, che nel 2017 fu uno dei principali consiglieri scientifici di riferimento per il documentario, afferma:

“It’s not too late for coral reefs… indeed, for many other ecosystems that are facing challenges from climate change. It’s still possible to reduce the rate at which the climate is changing, and that’s within our power today.”

“Non è troppo tardi per le barriere coralline … anzi, anche per molti altri ecosistemi che affrontano le sfide del cambiamento climatico. È ancora possibile ridurre la velocità con cui il clima sta cambiando, e questo è in nostro potere oggi. “

Attualmente siamo ormai perfettamente in grado di risalire alle cause embrionali del declino ambientale, eppure, come ci dimostra la storia, non ne facciamo buon uso.

 

Locuste in India e Sardegna: la piaga climatica si abbatte sugli agricoltori

locuste

A due mesi di distanza dalla prima ondata che ha devastato il Corno d’Africa, torniamo a parlare di locuste. Una circostanza non piacevole che, però, merita di essere raccontata. Se l’invasione di questo animale è conosciuta da tutti come facente parte di una piaga biblica, un motivo c’è. E lo sanno bene tutte quelle popolazioni che ogni anno devono contare i danni provocati da questi insetti.

Le locuste possono infatti formare sciami composti da 50 milioni di esemplari, possono viaggiare per 90 miglia al giorno e depositare fino a 1.000 uova per metro quadrato. Non di meno, un esemplare può mangiare fino a 2 grammi al giorno di cibo. A subire le conseguenze di una tale devastazione sono stati poco tempo fa i paesi del Corno d’Africa, dove la crisi-locuste è ancora in atto. Successivamente anche l’India, il Pakistan e la Sardegna hanno visto i propri raccolti essere spazzati via.

Le locuste in India e Pakistan

Partiamo dai due paesi asiatici, dove gli sciami sono ben più grandi e ben più preoccupanti di quelli sardi. Già quando vi avevamo parlato dell’invasione delle locuste in Africa, avevamo menzionato che dallo Yemen, regione in cui gli insetti hanno inizialmente proliferato a causa delle condizioni rese ideali dall’avanzare del cambiamento climatico, si erano formati due sciami. Uno si è diretto, appunto, verso il Kenya. L’altro, invece, si stava spostando verso il Pakistan e da lì in India.

Ad onor del vero va detto che le invasioni di locuste in queste aree non sono un evento del tutto eccezionale. Ciò che rende questi accadimenti una notizia riguarda però le dimensioni di questi gruppi. Al pari di quanto già visto in Africa, quella in corso è stata dichiarata “la peggior invasione di locuste degli ultimi 30 anni“.

Il Pakistan, dove sono passate le locuste nei giorni scorsi, è al momento in ginocchio e ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale già nello scorso febbraio. In un paese in cui il 65% della popolazione lavora nel settore agricolo che contribuisce al 20% del PIL, un avvenimento di questo genere comporta inevitabilmente non solo una crisi economica, ma mette anche a repentaglio la sicurezza alimentare del paese. Le parole di Mir Gul Muhammad, un agricoltore della regione del Balochistan, non lasciano spazio ad interpretazioni: “Si tratta della peggiore [invasione] che abbia mai visto in tutta la mia vita”. Una frase che non ci è poi così nuova ma che vale la pena di ripetere.

La causa è il clima

Una volta lasciato dietro di loro ciò che resta del Pakistan, le locuste hanno attraversato il confine e sono così arrivate nel Nord dell’ India, dove gli sciami sono diventati sempre più grandi. Poi è arrivato il ciclone Amphan, che ha devastato le popolazioni locali e, inevitabilmente, cambiato le direzioni dei venti della regione. Ed ecco che le locuste hanno iniziato a prendere la direzione di Delhi. Fino ad oggi gli insetti hanno devastato oltre 50.000 ettari di raccolti. Secondo le parole di KL Jurgar della Locusts Warning Organization “tra gli otto e i dieci sciami, ognuno dei quali misura circa un km2, stanno colpendo parti degli stati di Rajasthan e Madhya Pradesh”.

Come già vi avevamo anticipato nell’articolo di un paio di mesi di fa, le condizioni climatiche eccezionali di quest’anno, caratterizzata da un mutamento nell’intensità e nelle frequenza di piogge e cicloni, ha favorito il proliferare di questa specie. Una catena di eventi che si può ricollegare solo ad unico problema: il cambiamento climatico.

La situazione in Sardegna

Non va meglio agli agricoltori sardi. La Coldiretti ha già da qualche giorno lanciato l’allarme. Nella provincia di Nuoro, sciami composti da milioni di esemplari stanno mangiando tutto ciò che incontrano. Già l’anno scorso, sempre nella stessa zona, era accaduto qualcosa di simile. Le uova delle cavallette depositate nella passata stagione in zone che sono rimaste incolte, non sono state in alcun modo contrastate ed oggi bisogna fare i conti con le conseguenze.

Il proliferare dell’insetto è stato inoltre favorito dalla stagione particolarmente secca appena trascorsa. Se infatti un’alta disponibilità di cibo, favorisce la crescita di questi insetti, per la deposizione delle uova e la loro schiusa il clima ideale è un caldo secco ed un clima arido. Possiamo dunque constatare come, anche in questo caso, le condizioni eccezionali di quest’anno, che in prospettiva potrebbero battere ogni record climatico, abbiano anche in questo caso influito in maniera decisamente negativa sulle attività umane. E di nuovo, a farne le spese, sono gli agricoltori e le popolazioni locali, costretti a subire le conseguenze di un problema che continua a non essere trattato con l’urgenza che merita.

Locuste: un’avvisaglia sul futuro?

Quello delle locuste è solo l’ennesimo esempio di come l’inazione climatica stia mettendo a rischio le popolazioni che abitano le zone più vulnerabili del pianeta. Secondo la Banca Mondiale l’invasione di quest’anno è la peggiore degli ultimi 70 anni su scala globale. Già ventitré diversi paesi sparsi tra Africa, Medio Oriente e Asia hanno dovuto fare i conti con questa piaga di proporzioni bibliche. Una lista a cui si aggiunge anche la nostra Sardegna.

Tutte le popolazioni delle aree colpite sono ora dinanzi ad una catastrofe economica, aggravata dalla crisi Coronavirus, che mette a serio rischio la sicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone che, semplicemente, non possono permettersi di vedere i propri raccolti divorati da sciami chilometrici di insetti. In tutto ciò i responsabili della crisi climatica continuano a fare il bello ed il cattivo tempo in giro per il mondo, cambiando leggi ed esercitando il loro potere sulle classi politiche, per poter continuare nelle loro sporche attività. Giusto o sbagliato? Che ognuno tragga la sua conclusione.

Leggi anche: Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

 

 

 

La pandemia può tornare per lo sfruttamento dell’Amazzonia

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Che la pandemia di coronavirus sia scoppiata in seguito allo sfruttamento delle risorse ambientali non è più un mistero. Forse però è meno chiaro che un’altra pandemia potrebbe diffondersi per lo stesso motivo. Lo dimostra il fatto che i politici non sembrano aver attuato efficaci politiche ambientali globalmente diffuse. Di questo parliamo nel nostro recente articolo.

La pandemia può derivare dalla deforestazione

L’enorme e complesso ecosistema della Foresta Amazzonica è il luogo ideale per lo sviluppo dei virus come il COVID-19. Questi, però, vivono indisturbati e in equilibrio con tutte le altre specie, che ormai hanno sviluppato gli anticorpi. Il problema arriva quando l’equilibrio viene spezzato. La deforestazione, per esempio, distrugge l’habitat naturale di molte specie di animali, i quali saranno costretti a spostarsi, portando con sé i virus. Non solo, nelle aree senza alberi si creano spesso nuovi insediamenti umani, che quindi entrano in contatto con gli esseri viventi che abitano quelle zone.

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La deforestazione dell’Amazzonia, di cui abbiamo ampiamente parlato sul nostro sito, è un problema che non stenta ad estinguersi, anzi. Dopo l’elezione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro il disboscamento della foresta Amazzonica è aumentato dell’85% rispetto all’anno precedente. Il tutto si aggiunge ai devastanti incendi scoppiati nell’area nell’agosto del 2019, che hanno provocato la perdita di oltre 12 milioni di ettari di foresta.

Un mercato redditizio, nonostante la pandemia

Non solo gli incendi, ma nemmeno la pandemia ha arrestato il disboscamento dell’Amazzonia. Secondo l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe), dall’inizio dell”anno sono già stati rasi al suolo altri 1.205 chilometri quadrati di foresta, un aumento del 55 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scopo è immaginabile.

Il presidente brasiliano vuole far fruttare queste aree ora libere dagli alberi per la crescita economica del paese e, presumibilmente, per gonfiare le sue stesse tasche. Gli allevamenti, le colture di soia, ma anche la caccia sono infatti mercati molto fruttuosi. Non fosse che questi favoriscono il contatto tra l’uomo e gli animali che un tempo abitavano la foresta.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima

Ovviamente, lo sfruttamento delle risorse non è rappresentato solo dalla deforestazione, ma anche dagli allevamenti intensivi. Il Covid-19 è stato trasmesso da un pipistrello tramite un pangolino, entrambi animali selvatici venduti nei mercati di strada. Anche l’influenza aviaria si è manifestata per la prima volta in Asia Meridionale. Il suo epicentro sono stati gli allevamenti intensivi di polli e, anche in questo caso, la vendita di questi animali vivi nei mercati.

Lo stesso è accaduto con il virus dell’ebola in Africa, introdotto nelle comunità umane attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi di animali selvatici infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie. L’ebola è stata trasmessa con il consumo alimentare di questi animali, ma è molto probabile che il contrabbando illegale abbia giocato un ruolo decisivo nella diffusione del virus. Infatti, le specie che sono minacciate di estinzione a causa di attività umane come la deforestazione, il bracconaggio o il commercio illegale ospitano due volte più virus zoonotici rispetto ad animali le cui popolazioni stanno diminuendo per cause non legate all’uomo.

Non bisogna quindi incolpare gli animali per la Pandemia attuale e quelle che verranno. Come ha dichiarato al Business Insider David Lapola, un ecologo dell’Università di Campinas, Brasile, la colpa è invece da cercare nelle pratiche che disturbano gli ecosistemi, e che costringono le specie ad adattarsi ad altri ambienti.

Ripresa: che ne è stato delle proposte green?

Ripresa: il mondo si prepara a ripartire

Siamo ripartiti. Certo, dobbiamo ancora mettere la marcia lunga e non è detto che il nuovo coronavirus non ci raggiunga di nuovo; per il momento però, la curva del contagio appare in deciso calo e ormai le riaperture si susseguono come da programma. E’ una buona notizia ma non arriva sola. Accanto ad essa, infatti, dobbiamo annoverare come la ripresa non si stia affatto dimostrando quella opportunità green che, non solo noi sull’EcoPost, ci auguravamo. Andiamo a vedere alcune decisioni recenti che sono state prese nel mondo.

Cattivi esempi dal mondo

Da diverse latitudini ci arrivano esempi che indicano esattamente il contrario. In numerose parti del mondo, politici ed imprenditori stanno, più o meno alla luce del sole, studiando strategie per ripartire nella più cupa e totale incuranza dell’ambiente. Per queste persone l’unica ripresa a contare è quella economica. Non si curano di tutelare l’ecosistema.

Partiamo dal Brasile e da quella che sembrerebbe essere la sua idea di ripresa. Il governo di Jair Bolsonaro, come ben sappiamo, non è stato esattamente il migliore a gestire l’emergenza COVID-19. Il governo sudamericano ha ampiamente sottovalutato la pandemia e il Paese è, tuttora, uno dei principali focolai mondiali. Il periodo postvirale, però, rischia di essere ancora peggio, se al potere resteranno gli stessi.

Ripresa, perché non indebolire la legislazione ambientale?

Ricardo Salles, il Ministro dell’Ambiente brasiliano, ha dimostrato come sia tale solo di carica. La sua proposta, durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, è in disaccordo totale con quello di cui il suo Ministero si dovrebbe occupare. Per quanto incredibile possa apparire, nei termini e nei modi, la proposta ministeriale è esattamente quella che ora andremo ad illustrare, testimoniata da un video che sta facendo scalpore. Salles ha proposto al suo governo di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale, già alquanto permissiva in Brasile, poiché ora la popolazione è distratta dal coronavirus.

Jair Bolsonaro, premier brasiliano, con il suo ministro dell’ambiente, Ricardo Salles. Foto: Teleambiente

La questione amazzonica e il piano di sviluppo brasiliano

Nel video in questione, diffuso dalla Corte Suprema brasiliana, Salles afferma: “Dobbiamo fare uno sforzo ora che la copertura mediatica è calata e tutti parlano solamente di coronavirus. Occorre fare pressione per cambiare le leggi e semplificare le norme. Non abbiamo bisogno del Congresso. Con il caos attuale, non ce le faranno mai passare.” Insomma, non solo Salles si dimostra totalmente incurante della tutela ambientale, pur rappresentando un Paese nel quale si trova un’ampia porzione della principale foresta vergine mondiale e che i suoi concittadini stanno abbattendo come se non ci fosse un domani; egli propone anche di bypassare il Congresso e operare in maniera completamente incostituzionale.

La deforestazione amazzonica è aumentata sensibilmente nei primi 4 mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo di riferimento del 2019. Gli ambientalisti incolpano apertamente di ciò il premier Bolsonaro, che più di una volta ha dichiarato di voler aprire l’Amazzonia allo sviluppo economico. Distruggendola.

Il disboscamento della foresta amazzonica è aumentato nei primi mesi del 2020

In sua difesa, Salles ha poi esternato: “Ho sempre difeso la de-burocratizzazione e la semplificazione normativa. In tutti i campi. La rete di queste norme insensate ostacola gli investimenti, la creazione di posti di lavoro ed uno sviluppo sostenibile.” Ovviamente, la realtà è ben lontana dalla sua dichiarazione, in quanto sono proprio le norme definite insensate quelle che tutelano la Foresta Amazzonica e gli altri ampi ecosistemi che costellano un Paese magnifico ed estremamente ricco dal punto di vista biologico com’è il Brasile. Queste norme sono sistematicamente infrante e un governo saggio dovrebbe potenziarle, non certo ridurle o proporre di cancellarle, come sta facendo Bolsonaro e il suo governo, assolutamente criminale dal punto di vista ambientale.

Leggi anche: “La questione del litio nel deserto del Cile”

Ripresa, vogliamo davvero seguire l’esempio cinese?

Sul fronte della lotta al nuovo coronavirus, la Cina è stata descritta come un esempio da seguire. Le misure di quarantena imposte alla città di Wuhan e alla sua provincia, Hubei, nei mesi scorsi, hanno segnato il percorso da seguire per il resto del pianeta. Durante quel brutale periodo di lockdown, la qualità dell’aria cinese migliorò notevolmente. Lo stesso avvenne nel resto del mondo. Dopotutto, le strade erano libere e le industrie chiuse per la maggior parte, inoltre gli aerei erano a terra, dunque tutti i principali inquinanti erano fuori causa. In virtù di ciò, in tanti abbiamo auspicato che questo periodo virtuoso potesse proseguire, all’indebolimento dello stato di quarantena. In Cina, però, non è andata proprio così.

Tassi di inquinamento maggiori di quelli previrali

La settimana scorsa è stato reso pubblico un report stilato dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita (CREA), un’organizzazione indipendente che si occupa di inquinamento dell’aria, il quale indica con chiarezza come in Cina l’aria sia più inquinata ora che prima della chiusura forzata. Tale indice non riguarda solo lo Hubei, bensì l’intero Paese. Monitorando le polveri sottili; il diossido di azoto NO2; l’anidride solforosa SO2 e l’ozono, nel periodo di riferimento aprile – maggio, è risultato, al netto dei pattern meteorologici, come tutti gli indicatori abbiano superato i rilevamenti del 2019, dall’interruzione della quarantena. Responsabile di questo picco inquinante sarebbe il carbone. In Cina, infatti, sono attive molte centrali che lo trasformano in energia. Ciò spiegherebbe l’alto tasso di anidride solforosa. Quando il carbone viene bruciato, rilascia zolfo; esso interagisce con l’ossigeno presente nell’aria e crea SO2; per tal motivo se n’è rilevata così tanta.

In Cina l’inquinamento dell’aria, al termine del lockdown, ha superato quello del periodo previrale. Nella foto: Shanghai

Cattivi presagi

La situazione cinese è un pessimo monito. Sia nel 2003 – al termine dell’epidemia di SARS – sia nel 2008 – per riprendersi dalla crisi economica globale – la Cina privilegiò un rapido rilancio economico alla tutela ambientale. In entrambi i casi, il gigante asiatico è riuscito a rimbalzare e ritrovare presto la sua leadership economica. Ancor peggio è rilevare come la Cina, negli ultimi anni, stava riscontrando successo nella sua lotta all’inquinamento, una misura lanciata nel 2014 per migliorare la qualità della sua aria. Nel 2019 era stato calcolato come il gigante asiatico avesse salvato la vita di circa 400mila persone nell’anno 2017, grazie alle sue polizze di contrasto all’inquinamento. Si teme che, ora, questo buon lavoro vada perduto perché la priorità sarà la ripresa economica.

Leggi anche: “Wuhan vieta la vendita di fauna selvatica (e non solo) per 5 anni”

Regno Unito, la ripresa passa per una centrale a gas

Anche in Europa abbiamo esempi di Stati che pianificano di uscire dalla crisi in maniera non sostenibile. Uno, ad esempio è il Regno Unito. Sull’isola britannica, l’anno prossimo, si terrà un summit climatico mondiale e il Paese aveva promesso, sia con Theresa May sia con Boris Johnson, di impegnarsi in prima persona per contrastare il surriscaldamento climatico. Tale vertice si preannuncia già incandescente, poiché il pianeta non è affatto sulla buona strada e sta perdendo la lotta al cambiamento climatico. A Glasgow 2021, probabilmente, sarà necessario prendere misure drastiche. Troppi Paesi, infatti, hanno politiche ambientali assolutamente inadeguate per rispettare gli accordi presi a Parigi nel 2015.

L’alta corte britannica ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. Anche da queste parti, a quanto pare. conta la ripresa economica, non la tutela ambientale.

La più grande centrale europea

Ci troviamo nel North Yorkshire e da queste parti la Drax, uno tra i più importanti gruppi energetici britannici, sta pianificando la riconversione della Drax Power Station. La centrale, a carbone, produce al momento circa l‘8% dell’energia di cui ha bisogno il Paese. La centrale è considerata molto sporca, essendo un vecchio stabilimento, altamente inquinante. L’azienda vorrebbe riconvertirlo, utilizzando un ciclo combinato di gas. La centrale è da sempre ostracizzata da molti; lo scorso anno l’ispettorato dei pianificatori raccomandò al governo britannico di negare l’autorizzazione a procedere, poiché ciò sarebbe andato a danneggiare gli obiettivi statali nella lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta, un grande progetto veniva fermato a causa delle implicazioni ambientali dovute alla sua realizzazione. Sfortunatamente, però, l’ispettorato non ha autorità per fermare un simile progetto: la decisione spetta al governo.

Infatti Andrea Leadsom, al tempo segretario di Stato per l’economia, l’energia e la strategia industriale, rifiutò questa raccomandazione. e diede via libera al progetto ad ottobre 2019. La questione fu allora sollevata da ClientEarth, un’associazione di avvocati sensibili alla tematica ambientale, i quali hanno fatto causa alla Drax. La settimana scorsa, l’alta corte britannica ha dato ragione all’azienda. I lavori per la maggior centrale a gas d’Europa sembrano poter ora cominciare. Il sito fornirà il 75% dell’energia necessaria al Regno Unito.

Progetto della rinnovata centrale nel North Yorkshire. Foto: Guardian

Il dibattito sulla centrale

E’ necessario specificare come la Drax stia, effettivamente, cercando di creare una centrale avanzata e quanto più efficiente possibile, anche dal punto di vista ambientale. L’ambizione della compagnia è quella di rimuovere, non certo aggiungere, CO2 all’atmosfera. Com’è possibile farlo quando si costruiscono centrali che sfruttano combustibile fossile? Queste centrali di ultima generazione hanno un sistema di cattura e stoccaggio di carbone, il quale dovrebbe imprigionare le emissioni. Il primo passo di questa riconversione è l’utilizzo di biomassa rinnovabile o pellet di legno per alimentare la centrale. In secondo luogo occorrerà concretizzare la strategia di cattura e stoccaggio del carbonio. La tecnica si basa sulla capacità di imprigionare le emissioni per poi stoccarle in caverne sotterranee. Il sistema è noto come BECC, bioenergia e cattura del carbonio, un’accoppiata che mira a riconvertire tutte le centrali fossili in avanguardie della produzione energetica a basso impatto.

Gli ambientalisti, però, si fidano poco di Drax e di questo sistema definito rivoluzionario. In fin dei conti, la società britannica ha la non invidiabile reputazione di essere la principale inquinatrice dell’Europa occidentale. Non sono pochi, infatti, gli studiosi che esprimono ancora perplessità riguardo al sistema BECC. La contabilizzazione del carbonio difesa dalla Drax, origina molte incertezze. L’Imperial College di Londra, tramite il suo centro di ricerca Grantham Institute, ha addirittura indicato in un rapporto che il sistema BECC potrebbe rivelarsi totalmente controproducente, trasferendo le emissioni dal livello atmosferico a quello sotterraneo, per via dello stoccaggio underground. Insomma, il potenziale effettivo della bioenergia e cattura del carbonio, resta ancora puramente teorico, originato da una serie di ipotesi complesse e mai testate su vasta scala.

Abbiamo veramente bisogno del gas?

Il caso di Drax, così come gli altri esaminati prima, può portarci a riflettere sulla ripresa. In quale direzione vogliamo andare d’ora in avanti? Al gigante dell’energia britannico va riconosciuto l’impegno di voler arrivare ad un impronta di carbonio inferiore allo 0. In sostanza, l’azienda vuole assorbire più carbonio di quello che produce. Un intento senz’altro nobile. L’atteggiamento degli ambientalisti, d’altra parte, è altrettanto comprensibile. Personalmente neanche io mi fiderei di un gruppo come Drax, specialmente se basa la sua intera strategia futura su teorie effimere e non ancorate a test affidabili. Aldilà di ciò, però, lo stimolo che vorrei fosse tratto dagli esempi portati nei paragrafi precedenti è un altro: abbiamo veramente bisogno di basarci ancora sul gas e sul fossile per il nostro fabbisogno energetico?

Due sentieri per la ripresa

Riporto prima di chiudere le due posizioni, opposte, di Drax e Greenpeace. Che ci siano da stimolo per intraprendere la miglior strada possibile, ora che cominciamo ad affrontare la complessa questione della ripresa post-crisi.

Secondo il gruppo energetico – e a quanto sembra anche secondo il governo e l’alta corte britannici – non c’è nulla di male nel seguire il sentiero del sistema BECC. “Nella transizione alle emissioni 0 prevista per il 2050, il gas naturale rappresenta una fonte affidabile di approvvigionamento energetico. Nel frattempo il settore delle energie rinnovabili continuerà a crescere, supportato da investimenti da record.” Così ha parlato un rappresentante del dipartimento per l’economia, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito.

L’opinione di John Sauven, responsabile di Greenpeace UK, è diametralmente opposta: “Costruire nuove centrali a gas quando il Regno Unito si è imposto un target di emissioni 0, non è certo segno di una leadership climatica. Ha anche poco senso dal punto di vista economico. I costi sono maggiori di quelli che servirebbero per puntare su eolico e solare. Investire capitale per aumentare l’inquinamento può essere legale ma non è certo una posizione difendibile.”

 

 

 

 

 

 

 

Wuhan vieta la vendita di fauna selvatica (e non solo) per 5 anni

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Da millenni la Cina porta avanti usanze alle quali l’occidente guarda con orrore. Sangue di tigre, bile di orso, una tradizione culinaria basata su animali selvatici potenzialmente pericolosi per la salute dell’uomo. I “wet market”, come quello di Wuhan, ne sono il palcoscenico.

In una Cina stremata a causa del coronavirus sembra esser finalmente arrivato il buonsenso. Nella notte del 20 maggio 2020 l’amministrazione della città di Wuhan ha diffuso un bando in cui si vieta la caccia, la vendita ed il consumo di carne di animali selvatici per 5 anni, colpendo così l’origine del contagio. Inoltre, in parallelo, verrà avviato un progetto educativo e mirato alla sensibilizzazione circa il tema della fauna selvatica e la sua importanza e tutela.

Cina, Wuhan epicentro della pandemia da Covid-19

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Crediti: Le scienze

Scoppiata tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 a Wuhan in Cina, la pandemia da Covid-19 ha messo in ginocchio il mondo intero in pochi mesi.

Si sono accesi innumerevoli dibattiti sull’origine di questo dramma, spesso sfociati in tesi complottiste o pareri personali. Uno dei primi è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha alimentato l’ipotesi che il virus fosse fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan.

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

La gran parte della comunità scientifica, invece, conferma la tesi per la quale il virus SARS-CoV-2 abbia avuto origine nei pipistrelli e che, attraverso una specie intermedia (come il pangolino – Manis javanica), sia poi passata all’uomo.

Il tema dei grandi mercati cinesi e l’assenza di norme igenico-sanitarie all’interno di questi ultimi. Ma anche il commercio illegale di molte specie selvatiche e la totale mancanza di un’educazione circa la loro importanza ecosistemica, fanno dibattere il mondo intero da molto tempo.

La Cina purtroppo non è nuova alle epidemie. Basti pensare all’asiatica, all’influenza di Hong Kong, passando per la Sars e l’aviaria (H5N1). Il motivo principale per cui la Cina, con tutto il Sud-est asiatico, è un luogo particolarmente favorevole ai virus, è lo stretto contatto tra uomini e animali.

Le concause?

Le fattorie ospitano molti animali allevati in cattività, dagli zibetti ai procioni e alle nutrie. Questi spesso vivono in prossimità del bestiame, come maiali e volatili. Proprio riguardo a questi ultimi non c’è da sottovalutare il fatto che la Cina è sulla rotta migratoria di vari uccelli selvatici come le anatre.

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Wuhan ospita uno dei “wet market” del Paese

Nel Paese vi sono molte risaie, e gli uccelli che planano in queste zone possono essere portatori sani dell’influenza aviaria che viene trasmessa anche tramite le feci. In quegli specchi d’acqua ci sono moltissimi virus, e proprio nelle zone limitrofe sono situati gli allevamenti.

Inoltre, in queste fattorie ci sono di solito i pipistrelli, che si nutrono di notte sopra i recinti, e alcuni dei quali si appollaiano negli edifici. Di solito sono presenti anche nelle case, al punto che intere famiglie sono potenzialmente esposte.

Leggi anche: “Dopo la pandemia le emissioni potrebbero aumentare”

Quasi sempre la macellazione della carne avviene in totale assenza di norme igenico-sanitarie che permettono il passaggio di eventuali virus tra animale e uomo.

Altri fattori che aumentano il rischio di epidemie sono il disboscamento e l’urbanizzazione ma anche i cambiamenti climatici. Queste tre cause antropiche si abbattono pesantemente su una fauna selvatica già minacciata dal commercio illegale cinese, spesso fortemente legato alla (millenaria) medicina tradizionale.

 

La Cina e gli incentivi agli allevatori di animali selvatici

Le autorità di due province cinesi, il Jiangxi e lo Hunan, hanno deciso di dare degli incentivi in denaro agli allevatori di animali esotici destinati al consumo umano perché convertano le loro attività in altri tipi, come l’allevamento (legale) o le coltivazioni.

In queste due regioni sono presenti molti allevamenti di animali selvatici, spesso destinati ai «wet market», i mercati umidi nel mirino delle autorità dopo lo scoppio dell’epidemia di SARS-CoV-2.

L’intento è quello di permettere agli allevatori di poter cambiare vita senza troppi ostacoli, tra cui quelli di natura economica. Per questo motivo gli allevatori del Jiangxi riceveranno:

  • 120 yuan (15,4 euro) per chilogrammo di cobra o di serpente dei ratti.
  • 75 yuan al chilogrammo (9,6 euro) per i ratti del bambù.

Il fatto che solo due regioni in tutta la Cina si siano affacciate al cambiamento fa riflettere su quanto sarà difficile che il Paese rinunci a certe pratiche, alle quali l’occidente guarda con sdegno.

Cina, Wuhan e i 10 punti per il (temporaneo) cambiamento

L’ordinanza è stata pubblicata sul sito dell’amministrazione comunale della città di Wuhan ed elenca i seguenti 10 punti.

  • Vietare totalmente il consumo di tutte le vite selvatiche terrestri. Per esempio la fauna selvatica acquatica rara e in via di estinzione sotto una speciale protezione dello stato e di altri animali selvatici prescritti da leggi e regolamenti, nonché dei loro prodotti.
  • Proibire severamente la caccia agli animali selvatici.
  • Controllare rigorosamente l’allevamento artificiale di animali selvatici.
  • Vietare a fondo il commercio illegale di specie selvatiche.
  • Applicare rigorosamente le licenze amministrative per la fauna selvatica.
  • Rafforzare la supervisione e l’ispezione degli animali selvatici.
  • Abbattere le attività illegali della fauna selvatica.
  • Rafforzare la pubblicità e l’educazione alla protezione della fauna selvatica.
  • Adempiere alla responsabilità di protezione e gestione della fauna selvatica.
  • La notifica entra in vigore dalla data di promulgazione ed è valida per cinque anni.

La Cina aveva intensificato già da febbraio la repressione alla caccia illegale e sfruttamento della fauna selvatica. Solo il 20 maggio 2020 però sono state adottate misure concrete.

Così Wuhan diventa la quarta città della Cina a prendere l’iniziativa, ma è necessaria una volontà su scala globale per arrestare il traffico di fauna selvatica.

Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio

caldo record

Si dice che chi parla del meteo non ha nulla da dire. Constatare l’eccezionalità del caldo record in Siberia, però, significa avere moltissimo di cui parlare. Per esempio che il riscaldamento globale non è più solo un pericolo che incombe sull’umanità bensì, come diciamo sempre, il riscaldamento globale è già qui.

I luoghi in cui è stato registrato un caldo record a maggio

La Siberia è sicuramente l’area della terra in cui il caldo record ha fatto più scalpore. Nella città di Khatanga, situata a nord del circolo polare artico, il 22 maggio sono stati registrati 25,4°. Quello che più spaventa è la differenza con la temperatura di questa cittadina in questo stesso giorno negli anni passati, che era in media di 0°. Fino ad ora il record era stato di 12 gradi.

Anche ad est del Mediterraneo le temperature sono state decisamente anomale, nonostante questa zona sia molto calda. La scorsa settimana nella città di Ghor El Safi in Giordania le temperature hanno toccato i 46,5°. In Turchia vi è stato un caldo record per il mese di maggio: 44,5°.

Non esente al caldo è anche il Bel Paese, in particolare il Sud. La Sicilia è la protagonista del caldo record italiano, con picchi di 40°, ma anche in Calabria si sono toccati i 38°. Queste temperature battono ogni record di maggio, non solo regionale, ma anche nazionale.

caldo record

Cosa comporta il caldo record

Le ripercussioni del caldo non hanno tardato ad arrivare. La calotta di ghiaccio siberiano che dal fiume Yanisey si è spostata nel mare di Kara, nel nord della regione, ha iniziato a sciogliersi un mese prima del solito. Come sappiamo, i ghiacci sono un elemento fondamentale per mantenere basse le temperature poiché riflettono la luce solare evitando che questa venga assorbita dalla superficie terrestre. Senza i ghiacci la temperatura, già in aumento, aumenta ancora di più, innescando il cosiddetto feedback positivo.

Non solo. Questo fenomeno può essere dato anche dal fatto che sotto al permafrost ghiacciato si nascondo enormi quantità di metano, un gas 20 volte più riscaldante del’anidride carbonica, il quale rischia di essere rilasciato nell’atmosfera. Spieghiamo meglio questi meccanismi nel nostro articolo “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”.

Nella Repubblica di Komi, in Russia, le inondazioni di maggio 2020 sono state definite le più gravi degli ultimi anni. Roshydromet e le agenzie assicurative mondiali prevedono un aumento delle catastrofi naturali in Russia nel prossimo futuro.

Viviamo nel pirocene?

Si temono inoltre gli incendi, che sono già divampati in tutto il mondo qualche mese fa a causa di caldo e aridità. Oltre alla stessa Siberia, l’Amazzonia ha subito gravi danni, così come le foreste australiane e l’area intorno a Chernobyl. Raffaella Lovreglio,ricercatrice del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, ha affermato che stiamo assistendo a un cambiamento epocale, che potrebbe indurci a chiamare il periodo in cui viviamo con il nome di Pirocene.

Per non parlare, poi, della siccità che colpirà le aree più calde del globo, non esclusa l’Italia. Nel nostro Paese infatti la siccità dell’estate 2020 incombe mostruosamente, come un Idra le cui teste sembrano moltiplicarsi di anno in anno. I danni sul lungo termine, poi, silenziosi ma deleteri, sono incalcolabili: acidificazione degli oceani, sbiancamento dei coralli, alterazione degli habitat e distruzione degli ecosistemi, estinzione delle specie, guerre, fame, migrazioni. E l’elenco potrebbe continuare con molti, troppi punti.

Cosa si sta facendo per combattere il caldo record?

Innanzi tutto è doveroso dire che, purtroppo, a questo punto non possiamo più fare molto per il caldo che si imbatterà sul pianeta quest’anno e quelli a venire. Possiamo solo attutirlo, anche se l’arco di tempo a nostra disposizione è davvero breve: abbiamo solo 8 anni prima che le conseguenze del riscaldamento globale diventino catastrofiche.

Quindici organizzazioni ambientaliste russe, guidate da Greenpeace e Fridays For Future Russia, hanno così inviato una lettera al presidente Vladimir Putin per chiedergli di concentrarsi, nelle misure per la ripresa dal Covid-19, sullo sviluppo verde. Per il momento, però, il governo russo non ha ancora accolto la richiesta degli ambientalisti e non sembra voler combinare la ripresa economica con la protezione del clima. È importante notare che per la Russia il riscaldamento globale sta giocando un ruolo decisivo nel portare soldi nelle casse dello stato.

Lo scioglimento dei ghiacci sta infatti liberando le rotte nel mare dell’Artico e sta rendendo molto più semplici le trivellazioni per attingere all’enorme quantità di petrolio che si trova ancora intoccato sotto le calotte di ghiaccio (ne parliamo nell’articolo “Artico, la battaglia per il Grande Nord”). Pensare che Putin possa rinunciare a questi introiti e arrendersi durante l’ennesimo braccio di ferro con gli Stati Uniti, è altamente improbabile. Bisogna solo sperare che, a fronte del caldo inusuale che coglierà lui e la popolazione russa questa estate, egli non si limiti ad accendere l’aria condizionata.

 

 

 

Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura

biodiversità

biodiversità UE

Il 2020 ci ha dimostrato che la biodiversità svolge un ruolo centrale per il benessere non solo del Pianeta ma anche dell’uomo. A causa dell’epidemia da Covid-19, l’UE ha dovuto rimandare al 20 maggio 2020 la presentazione della nuova strategia sulla biodiversità.

La biodiversità nel 2020 secondo l’UE

biodiversità UE
La biodiversità in ecologia è la varietà di organismi viventi nelle loro diverse forme e nei rispettivi ecosistemi.

Deforestazione, inquinamento, urbanizzazione, acidificazione degli oceani, innalzamento delle temperature e distruzione degli habitat naturali sono solo alcune delle terribile cause all’origine della perdita della biodiversità, tutte perpetrate dall’uomo.

Le cinque estinzioni di massa, avvenute negli ultimi 500 milioni di anni, hanno determinato la scomparsa di consistenti percentuali di specie viventi. Gli scienziati, ormai da diverso tempo, affermano che il mondo sta affrontando la sesta estinzione di massa, e che questa sia strettamente legata al pesante impatto antropico. Il tasso complessivo di estinzione delle specie viene oggi stimato da 10 fino a 1.000 volte superiore al tasso di estinzione naturale. Secondo la comunità scientifica entro pochi decenni circa il 75% delle specie viventi scomparirà dalla Terra.

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Secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature), che si occupa di stilare ogni anno una Lista rossa delle specie a rischio, circa il 30% dei vertebrati sta diminuendo in numero, 1/4 dei mammiferi e 1/8 degli uccelli sono attualmente a rischio di estinzione. Ad oggi conosciamo circa 2 milioni di specie animali e vegetali, ma si stima che ci siano ancora altre decine di milioni di specie che rischiano di estinguersi ancor prima di essere scoperte.

Dato che le precedenti strategie adottate sembrano aver fallito, il 2020 sarà un anno decisivo per l’ambiente e la biodiversità. Nel prossimo decennio saranno necessarie azioni incisive e molto più efficaci per invertire la rotta e intraprendere la strada per un futuro sostenibile.

UE: “Riportare la natura nelle nostre vite”

La maggior parte dei Governi del mondo è ormai concorde sul fatto che molti degli obiettivi del Piano Strategico per la Biodiversità 2011-2020 non saranno raggiunti entro il 2020. Inoltre si stima che il Pianeta stia per affrontare una crisi ambientale senza precedenti, con un numero elevatissimo di specie sull’orlo dell’estinzione.

biodiversità UE

Riportare la natura nelle nostre vite“, questo è il titolo della nuova strategia sulla biodiversità che la Commissione Europea ha presentato il 20 maggio del 2020, nella quale si propone di arrestare la perdita della biodiversità entro il 2030.

Attraverso un elenco di impegni, a livello Europeo, verranno affrontate le seguenti tematiche:

  • Destinare il 30% della superficie terrestre e altrettanto per quella marina alle aree protette dell’UE.
  • Mettere a riposo del 10% dei terreni agricoli e con il 30% coltivato a biologico.
  • Tagliare del 50% nell’uso dei pesticidi e del 20% quello dei fertilizzanti.
  • Intensificare la lotta al traffico di animali selvatici.
  • Piantare tre miliardi di alberi.
  • Investire capitali pubblici e privati per 10 miliardi in 10 anni su natura ed economia circolare.
  • Liberare 25.000 chilometri di fiumi da barriere a livello UE.
  • Puntare ad un buono stato di tutte le acque superficiali e sotterranee.
  • Aumentare le zone verdi nelle città con più di 20.000 abitanti.
  • Utilizzare il 10% della superficie agricola UE per creare paesaggi ad alta diversità collegati tra loro.

Uno sguardo al passato: la biodiversità nel 1992

La prima convenzione sulla biodiversità venne firmata a Rio de Janeiro nel 1992 durante il “Summit della Terra“, rappresentando un decisivo passo in avanti per la conservazione della biodiversità e la protezione della natura. La convenzione sulla biodiversità è stata ratificata ad oggi da 196 paesi.

Nel 2002, durante il secondo Summit della Terra a Johannesburg, in Sudafrica, i governanti del mondo diedero alla Convenzione il mandato di ridurre significativamente la perdita di biodiversità entro il 2010 (Obiettivo 2010). A livello internazionale, l’UE ha svolto un ruolo importante nella ricerca di soluzioni a problemi quali la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e la distruzione delle foreste pluviali tropicali.

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UE: continui rinvii per la biodiversità?

Poiché era improbabile che l’UE conseguisse il proprio obiettivo entro il 2010, il 21 giugno 2011 il Consiglio Europeo dell’Ambiente adottò una nuova strategia per proteggere e migliorare lo stato della biodiversità in Europa entro il 2020. Voleva infatti dare modo agli ecosistemi di recuperare la propria resilienza ed essere in grado di fornire i servizi essenziali.

Nel 2014 erano oltre 50 i Paesi che vi aderirono e la strategia divenne un punto di riferimento per tutte le Nazioni Unite.

Questa prevedeva i seguenti obiettivi:

  • Migliore protezione degli ecosistemi e maggiore utilizzo di infrastrutture verdi.
  • Estensione dell’agricoltura e della silvicoltura sostenibili.
  • Migliore gestione degli stock ittici.
  • Controllo più rigoroso delle specie esotiche invasive.
  • Rafforzamento del contributo dell’UE alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale.

Oltre all’obiettivo 2020, la nuova strategia dell’Unione sulla biodiversità definì la “visione 2050“.

Questa afferma che entro il 2050 la biodiversità nell’Unione europea sarà protetta, valutata e opportunamente ripristinata, sia per il suo valore intrinseco, sia per il contributo essenziale che danno al benessere umano ed alla prosperità economica.

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Insomma, il panorama fornito dalle più avanzate ricerche sul sistema Terra ci conferma l’eccezionalità dell’intervento di una singola specie, la nostra, come profonda modificatrice dei sistemi naturali. E’ necessario ricordare che è proprio grazie a questi sistemi che esistiamo e su di essi basiamo il nostro benessere e la nostra economia. Per questo andrebbero tutelati con la massima priorità ed efficienza.