Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani. La conferenza di Goldschmidt del 2020 ha messo in luce la ricerca del Dr. Ruoyu Sun dell’Università di Tianjin sul metilmercurio trovato nel punto più profondo del nostro pianeta, la fossa delle Marianne.

Lo studio cinese

La conferenza Goldschmidt è la principale conferenza geochimica del mondo. Tenuta annualmente, affronta temi come i cambiamenti climatici, l’astrobiologia, le condizioni ambientali, l’inquinamento, l’ambiente sottomarino e molte altre materie. Quest’anno il congresso si è tenuto alle Hawaii, in forma online, dal 21 al 26 giugno.

Ogni anno, scienziati di tutto il mondo presentano ad una commissione le proprie ricerche e scoperte. Solo dopo un’attenta valutazione, vengono scelti coloro degni di nota. Quest’anno la conferenza ha dato voce ad una scoperta drammatica.

Un gruppo di scienziati dell’università cinese di Tianjin, ha misurato le concentrazioni di mercurio e le composizioni di isotopi in molluschi e crostacei catturati a una profondità di 7.000-11.000 metri e in alcuni sedimenti raccolti a 5.500-9.200 metri nella Fossa delle Marianne e nella Fossa di Yap.

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“Durante il 2016-2017, abbiamo dispiegato sofisticati veicoli terrestri per l’esplorazione delle acque sul fondo del mare della fossa delle Marianne e di Yap, tra i luoghi più remoti e inaccessibili della Terra, catturando la fauna endemica e raccogliendo dei sedimenti. Siamo stati in grado di presentare prove inequivocabili della presenza di isotopi del mercurio che provengono esclusivamente dal metilmercurio dell’oceano superiore. La maggior parte di questa sostanza si forma direttamente o indirettamente in seguito a vari processi industriali. Il metilmercurio trovato nelle specie esaminate deriva in gran parte dall’atmosfera e penetra nell’oceano durante le piogge. Sappiamo che questo mercurio si deposita dall’atmosfera nell’oceano di superficie e viene quindi trasportato nell’oceano profondo nelle carcasse di pesci e mammiferi marini, in piccole particelle. Parte di questo mercurio è prodotto naturalmente, ma è probabile che gran parte di esso provenga dall’attività umana”.

Dr. Ruoyu Sun, scienziato a capo della ricerca.

Tuttavia, il metilmercurio viene prodotto naturalmente in quantità minime a queste profondità, ciò implica che il maggior rilascio di questa sostanza, a causa delle azioni umane, è molto più diffuso negli oceani profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Il mercurio e la biomagnificazione

I vapori del mercurio (Hg), che provengono in primo luogo dalla crosta terrestre (esplosioni vulcaniche ed incendi) e da attività antropiche come quelle industriali e l’utilizzo di combustibili fossili, sono estremamente tossici.

Va detto che negli ultimi anni l’inquinamento da Hg dovuto a fonti industriali fortunatamente è stato ridotto. Il metilmercurio è una sostanza derivata, presente in piccole concentrazioni nell’acqua di mare, ed assorbito dalle alghe, entrando così nella catena alimentare.

Morte, la conseguenza della presenza di mercurio ed altre sostanze tossiche negli oceani.

Il metilmercurio tende quindi ad accumularsi nei pesci, specialmente nei predatori più grandi e longevi, all’apice della catena trofica, legandosi alle proteine muscolari e divenendo dunque un problema anche per la salute umana. L’effetto del mercurio è particolarmente evidente nelle aree che circondano le industrie metallurgiche, dove piante ed animali sono distrutti nel raggio di km.

Nel 1962 Rachel Carson fu la prima a descrivere il processo di “biomagnificazione“. Spiegò come il DDT ed altre sostanze altamente tossiche diventino sempre più concentrate nei tessuti biologici man mano che si trasmettono nella catena alimentare.

Quindi, la biomagnificazione in ecologia/biologia è il processo per cui l’accumulo di sostanze nocive, come il mercurio, negli esseri viventi aumenti di concentrazione man mano che si sale al livello trofico successivo.

L’immagine ci descrive in maniera semplice e chiara il passaggio del mercurio (prodotto da eventi naturali e antropici) negli oceani.
Crediti: wikipedia

L’immagine qui di sopra permette di comprendere meglio il funzionamento della biomagnificazione del mercurio negli oceani:

un microorganismo di fitoplancton (alla base della catena alimentare negli ecosistemi acquatici) ingloba in sé un atomo di mercurio. Un organismo di zooplancton mangia poi 10 organismi di fitoplancton e ingloba di conseguenza 10 atomi di mercurio; un piccolo pesce mangia 500 organismi di zooplancton e ingloba quindi 5.000 atomi di mercurio; un pesce di media taglia mangia 5 pesci di piccola taglia e ingloba 25.000 atomi di mercurio; un pesce di grossa taglia mangia 2 pesci di media taglia e siamo a 50.000 atomi; infine uno squalo mangia 5 pesci di grossa taglia e ingloba quindi 250.000 atomi di mercurio.

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Nei tessuti di orsi polari in Norvegia e Russia sono state trovate alte concentrazioni di sostanze, tra le quali il mercurio, che hanno un impatto drammatico sulla salute di questi animali.

La baia di Minimata, una tragedia dimenticata

Tra il 1932 ed il 1968 la Chisso corporation (società chimica) riversò nelle acque della baia di Minimata, in Giappone, innumerevoli quantità di mercurio, presenti nelle acque reflue del suo stabilimento.

Il metilmercurio, nel tempo, si depositò nei fanghi sul fondo del mare, luogo in cui vivono e nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare. La sostanza tossica fu assorbita da crostacei e molluschi, risalendo la catena alimentare per terminare il proprio viaggio nelle tavolo degli abitanti della baia, molti dei quali pescatori.

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Proprio questi ultimi furono i primi ad accusare le terribili conseguenze di quella che sarebbe stata nominata la “malattia di Minimata”. Una sindrome neurologica che provoca atassia (progressiva perdita del coordinamento muscolare) e parestesia (alterazione della sensibilità degli arti, perdita del senso del tatto). Perdita dell’udito e della vista, disordine mentale ed infine, essendo degenerativa, paresi e morte.

Dopo trent’anni di sversamenti e di omissioni di colpa da parte della Chisso ed il drammatico silenzio del Governo giapponese, finalmente nel 1956 la malattia venne riconosciuta.

Solo dodici anni dopo venne confermato il legame tra sversamenti del mercurio in mare e la malattia; e solo nel 1968 la Chisso smise di inquinare la baia con le proprie acque reflue, delle quali oltretutto negò la tossicità fino all’ultimo.

Una situazione sotto controllo?

Per tutelare i consumatori, con il Regolamento (CE) n. 1881/2006 l’Europa ha fissato i limiti di mercurio consentiti nei prodotti della pesca. A 0,5 mg/kg per i pesci e muscolo di pesce, e 1 mg/kg per lo squalo, pesce spada, tonno, rana pescatrice, storione (etc.).

Qui vi riportiamo alcuni dei valori medi di metilmercurio presenti nei pesci in commercio; i dati sono a cura del CEIRSA (Centro interdipartimentale di Ricerca e documentazione per la Sicurezza Alimentare).

L’Oms lo ha inserito tra le dieci minacce più gravi per la salute umana.

Purtroppo, anche nei Paesi che da decenni hanno regolato o reso illegale l’utilizzo del mercurio, i loro residui chimici continuano ad essere presenti nell’ambiente e ad avere effetti negativi sui sistemi acquatici.

Glifosato, Bayer patteggia sul Roundup: pagherà 10 miliardi

glifosato bayer

C’era una volta un erbicida chiamato Roundup

La storia del glifosato, l’erbicida più utilizzato del pianeta iniziò nel 1967. Il chimico John Franz aveva l’intenzione di sintetizzare una molecola in grado di uccidere le infestanti e aiutare gli agricoltori nei campi. Il risultato, raggiunto tre anni dopo, portò alla scoperta del glifosato. Lanciato come prodotto commerciale su scala mondiale dalla Monsanto nel 1974, era l’arma letale non solamente per le piante annuali, ma anche per le perenni, attaccando foglie e radici.

Diventò da subito leader nel settore, con la promessa di essere anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Per sottolineare la sua attenzione verso la natura anche nel nostro Paese, partecipò a conferenze sul tema e alla creazione dell’Associazione Italiana dell’Agricoltura Conservativa (A.I.G.A.Co.S). Nonostante ciò, Roundup venne registrato in prima classe tossicologica, con un prezzo al litro molto elevato.

Ma non tutte le favole finiscono con esiti scontati, specialmente considerando che l’assegno che Bayer dovrà staccare è di 10 miliardi di dollari. La cifra è necessaria per chiudere 95mila delle 125mila denunce depositate nei tribunali americani. L’accusa è di aumentare la possibilità di sviluppare linfomi non Hodgkin tra le persone a stretto contatto con prodotti contenenti glifosato. Questa affermazione è supportata da uno studio redatto da un gruppo di ricercatori delle università di Seattle e Berkeley, con l’aiuto della Icahn School of Medicine di New York nel 2019. Dalla ricerca si evince come l’incidenza della malattia sia del 41% superiore rispetto a chi non è esposto alla sostanza.

Il colosso farmaceutico che comprò Monsanto nel 2018, intanto, difende il prodotto e attacca: “Lo studio non fornisce valide evidenze scientifiche che contraddicano le conclusioni di un vasto corpo scientifico che dimostra come il gli erbicidi al glifosato non sono cancerogeni.”

Glifosato, tra preoccupazioni e rassicurazioni

La possibile cancerogenicità del glifosato non è dimostrabile -ad oggi- con assoluta certezza. L’Agenzia Internazionale sulla Ricerca sul Cancro (AIRC) l’ha inserita tra i “probabili cancerogeni“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura hanno espresso, invece, giudizi più cauti, lasciando spazio a decisioni politiche di norma nazionale. Si sottolineava, però, la necessità di prevedere misure di cautela.

Uno studio pubblicato nel 2012 su Food and Chemical Toxicology aveva segnalato come questa sostanza avesse gravi conseguenze sull’uomo. Le conclusioni della ricerca sono state talmente dibattute che la rivista scientifica si è vista costretta a ritrattare l’articolo, che successivamente venne inserito in una di minor prestigio. Il dibattito generato dalla questione suscitò un’attenzione mediatica e politica di rilievo.

L’AIRC, sottolineando la sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, spinge le istituzioni a mettere in atto il principio di precauzione: “non vietarne del tutto l’uso (che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi”.

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Dewayne Johnson, l’uomo che trascinò Monsanto in tribunale e vinse

La storia di Dewayne Johnson è emblematica. Conoscerla significa capire come un giardiniere sia riuscito a chiamare a giudizio la multinazionale del Roundup e vincere la causa. Da quel momento, tanti agricoltori e operatori del settore si unirono per chiedere di essere risarciti dei danni subiti.

La vicenda ha inizio circa dieci anni fa. Tra le mansioni del suo lavoro, il signor Johnson doveva applicare l’erbicida della Monsanto sulle proprietà da lui mantenute in ordine. Nel 2014, dopo due anni di utilizzo, cominciarono a presentarsi i primi segni della malattia. L’irritazione cutanea era di rilevanza tale che l’uomo chiese a Monsanto la motivazione di quell’effetto collaterale sulla sua pelle.

Monsanto non rispose e il signor Johnson continuò a usare il prodotto al glifosato. Nell’agosto del 2014, gli venne diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. Nonostante la chemioterapia, il cancro continuò a progredire, visto che non aveva lasciato il lavoro e usava sempre gli stessi erbicidi.

Dewayne Johnson durante il processo contro Monsanto. Chiedeva il risarcimento per essersi ammalato a causa dell'utilizzo del Roundup, pesticida della Monsanto.
Dewayne Johnson durante il processo contro Monsanto. Ha chiesto -e ottenuto- il risarcimento per essersi ammalato a causa dell’utilizzo del Roundup, erbicida della Monsanto, ora Bayer.

Così, nel 2016 decise di intentare una causa contro Monsanto. La sua si rivelò più di una causa, come lui stesso ammise quando quattro anni dopo. Nell’agosto del 2018, una storica sentenza decretò l’esborso da parte della multinazionale di 289 milioni di dollari, diminuita in seguito.

L’avvocato di Johnson, Brent Wisner, disse in quell’occasione: “Siamo finalmente capaci di svelare alla giuria i documenti interni segreti che provano che la Monsanto sapeva da decenni che Roundup potesse causare il cancro.” per poi continuare come quello fosse un messaggio alla Monsanto, come riportato dal Guardian: “i suoi anni di inganni sono riguardo il Roundup sono terminati ed è ora che comincino a porre la salute prima dei profitti”.

Glifosato e Bayer: questione di business

La sentenza Dewayne Johnson v. Monsanto Company fu uno spartiacque giuridico e sociale. Dopo l’acquisizione, Bayer non poteva mettere in pericolo affari miliardari, visto che i prodotti al glifosato sono utilizzati in 130 Paesi nel mondo. Così ha deciso di patteggiare, chiudendo quasi la totalità delle cause negli Stati Uniti e provvedendo ad accantonare anche 1,25 miliardi per le possibili cause future. Un team di esperti potrà usufruire di una parte di questa somma per cercare delle risposte concrete sulle conseguenze reali dell’erbicida.

“È come estinguere solo parte dell’incendio di una casa”, ha affermato Fletch Trammel, che rappresenta 5000 persone che non hanno aderito al patteggiamento. Le trattative, in corso da mesi, sono state accelerate dall’emergenza pandemica. Così, Bayer ha cercato di chiudere un capitolo faticoso, visto che la reputazione e i problemi a livello societario cominciavano a preoccupare gli investitori.

“L’accordo sul Roundup è l’azione giusta al momento giusto perché Bayer ponga fine a un lungo periodo di incertezza” ha ribadito l’amministratore delegato dell’azienda Werner Baumann. La notizia ha fatto chiudere in rialzo la società in borsa.

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Glifosato e Bayer: chi inquina, paga…chi può, patteggia

A seguito della decisione di pagare una cifra enorme per convincere i cittadini a lasciar perdere la causa contro Bayer, le domande sono molteplici. Una di esse può essere ricollegata allo scandalo dei Monsanto Papers, documenti interni desecretati pericolosissimi per la reputazione dell’azienda. In un’inchiesta di Le Monde del 2017, il big del biotech avrebbe condizionato l’Agenzia di protezione ambientale (EPA) , che si occupa della distribuzione delle licenze sull’uso dei pesticidi.

In una lettera datata marzo 2013 e indirizzata al collega Jess Rowland, lo scienziato Marion Copley chiedeva di “smettere di mentire sui pericoli del Roundup e del glifosato”, continuando “per una volta nella tua vita, ascolta e non fare il gioco della collusione tra scienza e politica. Per una volta fa la cosa giusta e non prendere decisioni basate su quali saranno i tuoi guadagni.” L’autore della missiva dovette ritirarsi dal mondo lavorativo l’anno successivo a causa di un tumore.

Il Messico, intanto, la direttrice generale del settore primario e risorse rinnovabili del SEMANRAT, il Segretariato per l’ambiente e le risorse naturali, ha annunciato l’abbandono totale dell’uso di glifosato negli erbicidi entro in 2024. Questa misura è atta a diminuire l’impatto sulla saluta umana e sull’ambiente. Secondo Adelita San Vincente Tello è necessaria la transizione verso una filiera “più sicura, più sana e più rispettosa dell’ambiente”.

La situazione anche dall’altra parte dell’oceano è divenuta scottante. L‘Unione Europea ha approvato l’utilizzo di glifosato sino al 15 dicembre 2022. Quattro Stati dell’Unione – Francia, Ungheria, Olanda e Svezia- sono stati incaricati di valutare il suo uso anche dopo questa data. Il Glyphosate Renewal Group, un gruppo di aziende che spinge per il rinnovo, ha spedito una propria proposta all’EFSA, l’Autorità europea che si occupa di sicurezza alimentare.

La scelta da prendere

Non si può continuare a far finta di niente. La presunzione di innocenza e un patteggiamento miliardario non possono oscurare le migliaia di persone che stanno lottando tra la vita e la morte. Come ribadito da Stefano Palmisano su IlFattoQuotidiano, “quanto tempo ancora questa materia e questi giudizi potranno restare appannaggio dei tribunali dell’altro lato dell’Atlantico senza che nessuno si ponga domanda o dubbio di sorta anche da queste parti, specie tra coloro che condividono in qualche modo la triste condizione del sign. Dewayne Johnson?”

La domanda è lecita. La risposta deve essere trovata e articolata in modo da salvaguardare, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente e assicurare la protezione umana.

Educazione ambientale a scuola da settembre

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Qui sulle righe de L’EcoPost diamo spesso cattive notizie. È inevitabile, parliamo di rispetto e tutela ambientale, due concetti quantomeno trascurati nel mondo e nella società di oggi. Tutti sembrano disinteressarsi dell’importanza dell’ambiente, di quanto sia importante tutelare il nostro habitat, il nostro ecosistema, la nostra casa, in fin dei conti. La nostra casa che è in fiamme, come ci ha ricordato con il suo libro Greta Thunberg. Oggi però possiamo fare un’eccezione, possiamo darne finalmente una buona di notizie: l’educazione ambientale verrà insegnata tra i banchi scolastici, a partire dalla scuola primaria.

Ritorna l’educazione civica

A partire dal prossimo anno scolastico, quello 2020 – 2021, il quale comincerà a metà settembre – COVID permettendo, s’intende – tornerà in curriculum l’insegnamento dell’educazione civica. Il programma sarà interamente rinnovato rispetto alla vecchia, diciamo pure obsoleta, educazione civica che chi ha superato la trentina ricorderà dal suo passato sui banchi.

La materia sarà attualizzata per concentrarsi su sviluppo sostenibile e cittadinanza responsabile in un Pianeta sofferente. Al centro dell’insegnamento ci saranno diritti e doveri del cittadino verso l’ambiente. Il progetto era stato argomento di interesse tanto per il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, in carica nel 2018 e 2019, quanto per il suo successore, Lorenzo Fioramonti, in carica per un breve periodo prima di lasciare la scrivania a Lucia Azzolina. Quest’ultima ha messo a verbale il recupero dell’educazione civica. L’impegno maggiore, però, si deve proprio a Fioramonti.

Nello scorso mese di marzo, prima che l’Italia e il mondo cominciassero a curarsi solo della pandemia, il ministro Azzolina sottolineò come l’educazione ambientale sarà un pilastro dell’insegnamento della nuova educazione civica. Il primo passo per gli insegnanti che si cimenteranno in questa rinnovata materia sarà quello di adattare l’intero curriculum scolastico alla comprensione dello sviluppo sostenibile. Il piano è molto ambizioso. Almeno a parole.

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Educazione civica: le tre direttrici dell’insegnamento

Il nuovo programma ministeriale di educazione civica si snoda lungo tre principali direttrici. Si tratta di tre capisaldi, indispensabili al giorno d’oggi per educare e formare cittadini responsabili e in grado di stare al passo con questi complicati tempi che viviamo. Il primo fondamento sarà, come anticipato, l’educazione ambientale e i buoni stili di vita. Oltre all’ecologia e alla tutela del nostro Pianeta si insegneranno agli studenti tutta una serie di buone pratiche e comportamenti virtuosi da tenere nella quotidianità. Tra queste, troverà posto l’educazione alimentare.

Il secondo cardine, invece, sarà lo studio della Costituzione italiana. Lo studente apprenderà le norme principali riportate sulla carta costituzionale e i suoi diritti e doveri in quanto cittadino del nostro Paese.

Il terzo caposaldo sarà la corretta educazione digitale. A tal riguardo, il programma non è ancora definito con esattezza ma una cosa pare certa: si studieranno la netiquette, ovvero come comportarsi quando si naviga in rete; si verificherà il tono da tenere all’interno delle chat incluse in siti e social network; si farà prevenzione del cyberbullismo, illuminando gli studenti su quali siano i rischi annessi e connessi a tale spregevole pratica. Il programma pare all’altezza dei tempi e al passo con quelli che sono i principali pericoli della rete per un giovanissimo. Auspichiamo che la nuova educazione civica tra i banchi abbia maggior successo della vecchia e non finisca prima nel dimenticatoio e poi fuori dai programmi ministeriali.

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La formazione di una cittadinanza consapevole

Un’educazione ambientale è fondamentale se si vuole creare una generazione di persone davvero attente alla tutela del nostro Pianeta, nei fatti e non solo a parole come sono troppi leader al giorno d’oggi. Accanto all’attenzione per l’ambiente sta molto bene l’insegnamento di una consapevolezza digitale, in fin dei conti il prossimo futuro passerà inevitabilmente, per fortuna o purtroppo, dalla rete. Internet diventerà in pochi anni importante come l’elettricità. Gli adulti di domani dovranno essere capaci di interagire al meglio con il web, di analizzare, confrontare e valutare l’attendibilità delle informazioni fornite loro dalla rete.

Le tecnologie digitali, strumento potentissimo, possono fornire opportunità di crescita personale e cittadinanza partecipativa, anche riguardo alla tematica ambientale. Il dibattito pubblico, in futuro, potrebbe passare dalla rete piuttosto che dagli incontri in presenza, faccia a faccia. Forse l’identità digitale diventerà persino più importante di quella reale. Sarà dunque indispensabile saperla gestire, proteggere e tutelare i propri dati sensibili. Il mondo digitale, come sappiamo, nasconde anche rischi e pericoli, dunque sarà importante essere in grado di saperli evitare.

Il connubio tra rispetto dell’ambiente e know how digitale sembra essere una chiave in grado di aprire la porta al successo della prossima generazione ed è una buona notizia che si sia pensato di insegnare queste due tematiche agli alunni.

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Scuola ed educazione

Le indicazioni giunte finora riguardo all’insegnamento trasversale dell’educazione civica non sono ancora complete ma risultano già molto indicative. La materia troverà posto nei programmi delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Il totale delle ore di educazione civica non potrà essere inferiore a 33 (un’ora a settimana) nel corso dell’anno scolastico e sarà possibile modificare il curriculum avvalendosi della quota di autonomia utile per raggiungere il monte ore stabilito. L’insegnamento sarà impartito, all’interno delle aule della scuola secondaria di primo grado, dai docenti della classe mentre nella secondaria di secondo grado potrà portare in cattedra l’educazione civica chiunque sia abilitato all’insegnamento economico o giuridico.

Già a partire dalla scuola dell’infanzia gli studenti saranno avvicinati alla Costituzione italiana. I temi della cittadinanza responsabile tratteggiati poco fa saranno affrontati in aula già a partire dalla tenera età. La scuola, tempio dell’educazione, è il luogo più adatto ad avviare i ragazzi all’impegno ambientale e civile.

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Cenni storici

L’educazione civica fu introdotta a scuola nel 1958, quando il Ministro dell’Istruzione dell’epoca, Aldo Moro, la rese materia curricolare. Da allora ha assunto vari nomi, tra cui alcuni ben sconosciuti ai più: educazione alla convivenza democratica; educazione civica e cultura costituzionale; educazione alla convivenza civile; fino all’ultima denominazione, cittadinanza e costituzione. Nel tempo è stata spezzettata, tagliata, ricucita e smembrata, fino ad essere affidata alla buona volontà di insegnamento dei docenti. I quali, già alle prese con il gravoso compito di finire programmi sconfinati, trovano comunque il sonno senza occuparsi dell’insegnamento dell’educazione civica. In pratica, la materia è sparita, fino a questi ultimi sviluppi.

Educazione civica: perché si

La proposta dell’insegnamento dell’educazione civica, specifichiamo, deve ancora essere votata in Parlamento. Tutte le parti politiche, comunque, si sono schierate in maniera favorevole alla reintroduzione dell’educazione civica. Destra, sinistra (se esistono ancora), maggioranza e opposizione, tutti hanno voluto montare sul carro dell’educazione civica e difenderla a spada tratta. Le motivazioni le abbiamo elencate sopra.

Per formare una generazione attenta, informata e rispettosa, bisogna partire dalla scuola. L’educazione civica va insegnata in quelle sedi. Un insegnamento tradizionale, però, potrebbe non essere sufficiente. L’istruzione che conosciamo è un processo top down: il professore, brutalmente, riempie dei sacchi; insegna ai giovanissimi chi sono stati i 7 re di Roma e come si estrae una radice quadrata. Il processo è passivo. Educare, però, deriva dal latino educere, ovvero tirare fuori, portare all’esterno quel che già sta dentro. L’educazione non è solo una lezione, è un dialogo in cui si parla e si discute della verità.

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Trattare l’educazione civica come la panacea di tutti i mali e la soluzione ad ogni problema è probabilmente sbagliato. Un’ora a settimana non basterà a trasformare i nostri ragazzi in cittadini modello. Un professore o una professoressa che leggono in fretta l’articolo 11 della Costituzione non renderanno gli studenti degli adulti virtuosi. L’educazione civica, e il suo focus sull’ambiente che ci sta particolarmente a cuore, devono permeare l’intero insegnamento scolastico. La cultura è rispetto dell’ambiente, la cultura è cittadinanza responsabile, la cultura è educazione. L’educazione si impartisce a scuola. L’insegnamento della educazione civica è una grande possibilità per il nostro sistema scolastico, dobbiamo essere in grado di sfruttarla al meglio.

Inquinamento dei mari, falliti gli obiettivi per il 2020

inquinamento dei mari

Nel lontano 2008 era stata redatta dall’UE una Direttiva il cui obiettivo era quello di raggiungere un “Buono Status Ambientale delle acque” entro il 2020. Nel 2020, però, la situazione è ancora problematica e gli obiettivi per la riduzione dell’inquinamento del mare sono stati rimandati al 2030.

Mancato obiettivo per limitare l’inquinamento del mare

L’ambiente marino è un patrimonio prezioso che deve essere protetto, preservato e, ove possibile, ripristinato. L’obiettivo finale è quello di mantenere la biodiversità e far sì che oceani e mari siano puliti, sani e produttivi. Queste le esatte parole della lunghissima direttiva del 2008, i cui obiettivi non sono ovviamente ancora stati raggiunti.

Il punto 29 cita l’anno 2020, allora probabilmente visto come appartenente a un futuro lontano anni luce, data la poca tempestività con la quale sono state attuate le misure atte a contenere il riscaldamento climatico. Gli stati membri dovrebbero prendere le misure necessarie per raggiungere e mantenere un buono status ambientale del mare. Anche se dovrebbe essere riconosciuto che questo obiettivo non potrà essere raggiunto prima del 2020.

Un quadro contrastante

Alcuni progressi, certo, sono stati fatti. A tal proposito si possono leggere alcuni dati nella relazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sugli ecosistemi marini europei (giugno 2020). Alcuni ecosistemi marini sono in recupero a causa di significativi, spesso decennali, sforzi per ridurre gli impatti ambientali delle attività umane. Lo stato di qualità dei mari europei dipinge però un quadro dai colori contrastanti. Se infatti alcune specie mostrano segni di ripresa (le aquile dalla coda bianca nel Mar Baltico sono in crescita), nell’Oceano Artico norvegese, nel Grande Mare del Nord e nel Mar Celtico, negli ultimi 25 anni si è registrato un calo del 20% degli uccelli marini.

La pesca intensiva è diminuita nell’Atlantico nord-orientale e nel Mar Baltico, ma il Mar Mediterraneo e il Mar Nero rimangono fortemente sovrasfruttati. Mentre le norme UE che regolano le sostanze chimiche hanno portato a una riduzione dei contaminanti, si registra un aumento dell’accumulo di plastica e di residui chimici nella maggior parte delle specie marine.

L’ecosistema del Mediterraneo è tuttora tra i più ricchi al mondo, con 17mila specie, ma solo il 6,1% dei suoi stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7% della sua area non riscontra problemi di inquinamento (ANSA)

inquinamento del mare

Il danno dell’inquinamento del mare può essere irreversibile

La relazione dell’ AEA, quindi, più che una celebrazione dei pochi successi ottenuti, costituisce un monito. Stiamo infatti esaurendo il tempo a disposizione per invertire decenni di incuria ed uso improprio delle risorse del mare. Il danno ai mari può infatti essere irreversibile. Alcune delle cause sono l’inquinamento dei mari e quindi l’alterazione chimico-fisica delle acqua, ma anche il riscaldamento globale che comporta l’acidificazione degli oceani, la scomparsa dei coralli, la formazione di enormi zone morte, senza più alcun barlume di vita.

Ma il danno i mari non comporta soltanto, come si potrebbe pensare, l’estinzione di qualche piccolo mollusco invisibile all’occhio umano. Vi sono conseguenze dirette anche sulle popolazioni europee. Le condizioni dei mari determinano infatti la loro capacità di fornire ossigeno, cibo, un clima abitabile e materie prime, oltre che a sostenere le attività ricreative e la salute. In grande scala, poi, tale situazione ha ripercussioni sulla qualità della vita, sui mezzi di sostentamento e sull’economia

La speranza resta (almeno fino al 2030)

Gli autori dello studio sono speranzosi che entro il 2030 la situazione dei mari possa migliorare drasticamente. Abbiamo ancora una possibilità di ripristinare gli ecosistemi marini se agiamo in modo deciso e coerente e realizziamo un equilibrio sostenibile tra il modo in cui utilizziamo i mari e il nostro impatto sull’ambiente marino. Così ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.

Questa relazione è infatti un’ulteriore spinta per gli Stati Membri ad agire a favore dei mari del continente. La Commissione ha inoltre prodotto una serie di criteri dettagliati e standard metodologici per aiutare gli Stati membri ad attuare la direttiva sui mari. Alcuni esempi pratici? Ridurre la pesca eccessiva e le pratiche di pesca non sostenibili, ridurre i rifiuti di plastica, i nutrienti in eccesso, il rumore subacqueo e tutti gli altri tipi di inquinamento dei mari. Insieme alla nuova strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, tra i cui i obiettivi vi è quello di rendere almeno il 30% dei mari una zona protetta, e al Green Deal europeo si dovrebbe poter raggiungere gli obiettivi originari entro il 2030.

Leggi il nostro articolo riguardo alla Strategia Europea sulla biodiversità 2020

Quanto inquinano le multinazionali del latte

Multinazionali del latte

Recentemente, lo IATP, Institute for Agriculture and Trade Policy, ha rilasciato un dettagliato rapporto, intitolato Milking the Planet: How Big Dairy is heating up the planet and hollowing rural communities. Tradotto dall’inglese, lingua in cui il documento è stato stilato dalla ONLUS statunitense – tedesca con sede nel Minnesota, il titolo del rapporto suona più o meno così in italiano: mungere il Pianeta: in che modo le multinazionali del latte stanno riscaldando la Terra e svuotando le comunità rurali. Questa intestazione lascia ben poco spazio all’immaginazione. Andiamo ad approfondire la spinosa questione.

Logo del report, Foto: IATP

I gas ad effetto serra

Il rapporto di cui sopra è impietoso. Secondo gli studi riportati nel documento, le emissioni totali combinate di gas serra di 13 tra le maggiori aziende lattiero- casearie sono aumentate dell’11% soltanto nel biennio tra il 2015 e il 2017.

emissioni-caseario
Aumento delle emissioni delle multinazionali del latte, grafico: IATP

Il GHG (greenhouse gas) di cui si parla è un terribile inquinante poiché è capace di intrappolare il calore nell’atmosfera. I principali GHG sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs, ove la s finale sta per il plurale inglese) e perfluorocarburi (PFC). Anche il vapore acqueo gioca un ruolo importante come agente dell’effetto serra ma si tratta di una formazione naturale, non influenzato direttamente dalle attività umane – le quali causano invece tutte le emissioni precedentemente elencate – dunque non viene incluso tra i gas ad effetto serra.

Ci sarebbe dunque un legame tra l’espansione del settore lattiero – caseario a livello industriale e l’aumento delle emissioni di gas serra. I numeri ora analizzati ce lo dimostrano. Come se il solo problema ambientale non bastasse, la lotta che i grandi poli industriali fanno alle piccole aziende agricole, già impari, si è ulteriormente sbilanciata a seguito della crisi causata dalla pandemia.

Le multinazionali non si curano della propria impronta ambientale

Davvero preoccupante è l’affermazione dello IATP, riportata nel rapporto, secondo la quale nessuna delle 13 multinazionali esaminate ha preso impegni chiari per ridurre le proprie emissioni. L’impronta di carbonio di queste lunghe catene di approvvigionamento del latte non sembra importare ai manager. A onor del vero, 3 di queste aziende hanno stilato obiettivi climatici. Tali target ambientali, messi nero su bianco, coinvolgono l’interezza della loro filiera. Sull’altro piatto della bilancia però, tristemente, troviamo un peso maggiore. Meno della metà delle multinazionali prese in esame riporta le proprie emissioni. Nuovamente, non sembrano neppure interessarsi al problema.

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L’incuranza delle multinazionali di fronte alle loro emissioni, Grafico: IATP

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Vigilare sull’irresponsabilità

“Due anni dopo aver riportato le nostre prime stime, il nuovo studio dimostra come l’industria lattiero – casearia resti irresponsabile. I governi devono regolamentare le potenti società che controllano il latte. Queste multinazionali vanno obbligate a pagare il conto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica. ” Evidenzia Shefali Sharma, direttore di IATP Europa e autore del rapporto. “I paesi industrializzati si sono dati il compito di aumentare le proprie ambizioni climatiche eppure queste aziende continuano ad espandersi in potenza. La loro produzione aumenta mentre le comunità rurali soffrono. I governi possono e devono reindirizzare i fondi pubblici per consentire ad agricoltori e allevatori di produrre e salvaguardare il loro sostentamento, oltre che il pianeta. Quelle politiche che forniscono le maggiori possibilità di fermare la sovrapproduzione e garantire prezzi equi ai produttori sono le stesse che possono aiutare a ridurre le emissioni.” Ha aggiunto Sharma, alla pubblicazione del suo report.

A Parigi, nel dicembre 2015, durante la celebre conferenza COP21, i governi decisero di frenare le emissioni globali. Nel corso del solo anno 2017, però, le emissioni di gas serra sono aumentate di 32,3 milioni di tonnellate sull’anno precedente. L’equivalente di 6,9 milioni di auto in strada per un anno intero, per un consumo di 13,6 miliardi di litri di benzina. In quello stesso anno, le emissioni combinate delle multinazionali e della grande industria lattiero – casearia, hanno superato quelle dei principali produttori di carbonio. Ci riferiamo alla BHP e alla ConocoPhilips, aziende che vivono producendo combustibili fossili.

Le multinazionali del latte dimostrano irresponsabilità e si curano ben poco delle proprie emissioni. È dunque necessario che vi sia qualcuno a vigilare su di esse e punirle all’occorrenza. Sono in grado di farlo i governi? Occorre che ci pensino le istituzioni internazionali? Vanno creati enti ad hoc?

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L’illecito vantaggio delle multinazionali

I due anni sui quali il rapporto si concentra, quelli tra il 2015 e il 2017, hanno visto la produzione di latte aumentare dell’8% a livello mondiale. Ciononostante, in quello stesso biennio, migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, o di piccole dimensioni, hanno dichiarato fallimento. Sia in Europa, sia negli Stati Uniti, sia in India, sia in Nuova Zelanda (le quattro principali regioni produttrici del latte), gli agricoltori hanno visto il proprio debito aumentare e il proprio reddito diminuire. È terribile per un piccolo produttore, è un colpo da ko tecnico. Le grandi compagnie, invece, stabili e a prova di crisi, hanno saputo resistere stoicamente anche al COVID-19, con una flessione dei loro guadagni ma nessuna delle loro emissioni.

Le brutte immagini degli agricoltori che gettavano il loro latte, che abbiamo visto anche in Italia, evidenziano le fragilità di un sistema in avaria, concentrato nelle mani di pochi abbienti. Come ricorda il report, è ora di chiedere con maggior forza una gestione dell’offerta che contempli prezzi più equi, limitando al contempo la sovrapproduzione e tutti gli sprechi che ne conseguono.

Il cammino del latte, dalla mucca alla tavola

Quale soluzione?

In conclusione, il rapporto firmato da Shefali Sharma suggerisce una possibile via d’uscita a questa ingiusta – ed inquinante – situazione. “Poiché il settore lattiero – caseario si disintegra in ampie operazioni sotto il controllo di alcune multinazionali, la soluzione sta nella creazione di politiche pubbliche concrete. In tal modo si può affrontare la sovrapproduzione e si possono creare programmi in grado di gestire meglio l’offerta. Vanno create politiche agricole, commerciali e concorrenziali competitive e complementari.”

Un report non prende decisioni, non decide il da farsi. Un report analizza una situazione, ne espone i problemi e ne suggerisce le soluzioni. Fatto questo, ha esaurito il suo scopo. La palla ora deve rimbalzare nel cortile dei governi e delle istituzioni politiche sovranazionali. La decisione adesso diventa politica e abbiamo bisogno di qualcuno che la assuma. Ci dimostrino che le belle parole dette e scritte sull’ambiente negli ultimi tempi non sono finite vittima del nuovo coronavirus.

Ecuador, nuova vittoria per gli indigeni Waorani

In Ecuador il 17 giugno 2020 il giudice del tribunale di Pichincha (una provincia del Paese) si è pronunciato a favore dei diritti alla salute, alla vita e all’autodeterminazione degli Waorani; sono state concesse misure cautelari parziali che impongono al governo ecuadoregno di intraprendere azioni urgenti per contenere il virus nel territorio indigeno. 

La covid-19 in Ecuador

Il primo caso di coronavirus nel Paese è stato annunciato dal governo il 29 febbraio e la città di Guayaquil ne è diventata l’epicentro della diffusione in Ecuador; il paese non è riuscito a gestire nuovi contagi, portando il sistema sanitario al collasso.

Dopo il Brasile e il Perù, l’Ecuador è uno dei paesi con il più alto numero di casi da covid-19 in America Latina. Il presidente Lenín Moreno ha dichiarato l’emergenza sanitaria il 12 marzo; il tasso nazionale di infezione è aumentato drammaticamente a partire dal 17 dello stesso mese.

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Il numero sempre maggiore di morti ha portato il paese a dover utilizzare bare di cartone; vengono chiamate le “corona-bare”. Inoltre, molto spesso le famiglie sono costrette a tenere in casa i corpi dei propri cari, tra lo sconforto ed il dolore.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’ingresso del virus nella foresta amazzonica, specialmente in aree abitate da tribù indigene isolate. I nativi sono più vulnerabili alle malattie trasmesse dai virus, a causa della malnutrizione e la quasi totale assenza della sanità.

Una nuova vittoria in Ecuador

Poco più di un anno dopo la storica vittoria legale del Popolo Waorani contro le trivellazioni petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana, la nazione indigena ha nuovamente trionfato. Questa volta la causa era mirata a proteggere le proprie comunità dall’accelerazione del COVID-19 nel loro territorio.

Il 17 giugno 2020, il giudice Delicia de los Ángeles Garcés Abad, del tribunale provinciale di Pichincha, si è pronunciato a favore dei diritti dei Waorani alla salute, alla vita e all’autodeterminazione. La sentenza del tribunale impone al Ministero della Salute di coordinarsi con la leadership Waorani per condurre test COVID-19 con l’aiuto di personale medico.

Garantendo l’assistenza con forniture mediche presso i centri sanitari delle comunità locali; e, per fornire ai Waorani informazioni adeguate e culturalmente rilevanti per fronteggiare la pandemia.

La causa, presentata il 21 maggio 2020, è stata diretta contro il presidente dell’Ecuador Lenín Moreno e il vicepresidente Otto Sonnenholzner, rispettivamente rappresentante legale e delegato del Comitato nazionale per le emergenze, Ministero della sanità, Segreteria umana Diritti, Ministero dell’Ambiente e dell’Acqua e Procuratore Generale. Questi dovranno inviare un rapporto entro otto giorni, che descriva dettagliatamente il monitoraggio delle estrazioni illegali, disboscamento e traffico di droga nel territorio degli Waorani.

In una dichiarazione pubblica al momento della presentazione della causa, i Waorani hanno sottolineato che le loro azioni fossero volte in primo luogo a proteggere i loro anziani (o “Pekinani”), così come i loro parenti isolati all’interno del “Untouchable Zone” nel Parco Nazionale Yasuní.

Una delle principali richieste (senza risposta) degli Waorani è una moratoria immediata su tutte le attività estrattive nel loro territorio. Proprio a causa della della loro vicinanza alle “strade del petrolio”, e del continuo traffico di legname, le comunità sono entrate in contatto con la covid-19. Nonostante l’aumento dei rischi, le operazioni petrolifere e il disboscamento legale e illegale nel loro territorio sono continuate, aumentando il potenziale diffondersi del virus verso i popoli più isolati. 

I Waorani, che contano circa cinquemila soggetti, hanno registrato almeno 188 casi confermati di COVID-19. Si sono auto-organizzati con l’aiuto di università, coalizioni indigene e di civili per affrontare la crisi sanitaria nel loro territorio.

“Oggi la giustizia ecuadoriana si è pronunciata a favore della nostra richiesta di misure precauzionali di fronte all’inazione del governo durante questa pandemia. Il popolo Waorani e i nostri parenti isolati sono in grave pericolo poiché il virus continua a diffondersi rapidamente attraverso l’Amazzonia. Sfortunatamente, la risposta del governo è stata inadeguata e non si sono coordinati con la nostra leadership. Siamo lieti che il giudice abbia ordinato misure precauzionali, ma dobbiamo rimanere vigili. 

Gilberto Nenquimo, il presidente della nazione Waorani

Il leader di Waorani Nemonte Nenquimo, che l’anno scorso ha contribuito a guidare la storica vittoria del suo popolo contro le compagnie petrolifere, afferma:

“Abbiamo combattuto per migliaia di anni per difendere il nostro territorio e le nostre vite da molteplici minacce: conquistatori, battitori di gomma, taglialegna e poi le compagnie petrolifere. Ora, stiamo combattendo contro il virus covid-19 con la nostra antica saggezza e la nostra conoscenza delle piante medicinali. Ma lo Stato sta mettendo a rischio la vita dei nostri anziani (i saggi) e dei nostri parenti che vivono delle profondità della foresta. La nostra richiesta di moratoria sulle operazioni petrolifere non è stata rispettata. È ovvio che lo Stato sta dando la priorità all’estrazione di risorse sul nostro territorio piuttosto che salvarci la vita. Siamo felici di aver vinto queste misure precauzionali, ma c’è ancora molto da fare per proteggere la nostra gente. Lo Stato deve ascoltarci e rispettarci. “

La precedente battaglia (e vittoria)

Il 26 aprile 2019 il popolo Waorani ha vinto una sentenza storica nella corte ecuadoriana, proteggendo mezzo milione di acri dalle trivellazioni petrolifere nella foresta amazzonica. La decisione del tribunale annulla immediatamente il processo di consultazione con i Waorani intrapreso dal governo ecuadoriano nel 2012, sospendendo indefinitamente la vendita all’asta delle loro terre alle compagnie petrolifere.

“Il governo ha cercato di vendere le nostre terre alle compagnie petrolifere senza il nostro permesso. La nostra foresta pluviale è la nostra vita. Decidiamo noi cosa succederà nelle nostre terre. Non venderemo mai la nostra foresta alle compagnie petrolifere. Oggi i tribunali hanno riconosciuto che il popolo Waorani e tutti i popoli indigeni hanno diritti sui propri territori, che devono essere rispettati. Gli interessi del governo verso il petrolio non hanno più valore dei nostri diritti, delle nostre foreste, delle nostre vite”.

Ha dichiarato Nemonte Nenquimo, Presidente della Waorani Pastaza Organization e querelante nella causa. 

Rappresentati indigeni protestano per i propri diritti; grazie alle battaglie di questi ultimi la foresta amazzonica dell’Ecuador ha ancora delle speranze.

La decisione della corte rappresenta una grave battuta d’arresto per i piani del governo ecuadoriano di sviluppare risorse petrolifere attraverso l’Amazzonia centro-meridionale, e potrebbe segnare un momento spartiacque nel movimento indigeno per proteggere, in modo permanente, la foresta pluviale dalla trivellazione petrolifera e da altri progetti estrattivi.

La causa popolare Waorani ha evidenziato il netto divario tra la sete economica del governo ecuadoriano ed i diritti riconosciuti a livello internazionale delle popolazioni indigene

Amazon Frontlines ed il progetto “memoria”

“I nostri anziani stanno morendo e con loro migliaia di anni di conoscenza rischiano di scomparire. Le nostre storie hanno il potere di mantenere vive le nostre conoscenze per le generazioni future”

Queste le parole di Flor Tangoy, appartenente al gruppo dei Siona, le quali si uniscono a quelle di molti altri giovani indigeni che lottano per i diritti delle proprie comunità e, soprattutto, per la propria casa; l’Amazzonia. Molti di loro affiancano l’organizzazione no-profit Amazon Frontlines che tenta di aiutare gli indigeni dell’Ecuador a sopravvivere in un mondo in continuo cambiamento.

L’organizzazione no-profit che affianca in Ecuador gli indigeni Secoya, Waorani, Siona e Kofan.
Credits: amazon frontlines

Per centinaia di anni, gli anziani delle comunità indigene hanno condiviso le loro storie ed i loro ricordi con i propri figli, nipoti e vicini. Senza lingue scritte, le culture Secoya, Waorani, Siona e Kofan dipendono dalle storie e dai legami generazionali creati attraverso la tradizione orale.

La colonizzazione, la deforestazione e le dinamiche del mondo contemporaneo si insinuano sempre più nelle realtà indigene in Amazzonia, ed è sempre più difficile trasferire la memoria degli antenati di generazione in generazione.

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L’organizzazione Amazon Frontlines supporta i giovani indigeni nel raccontare le loro storie, mantenendo vivi i ricordi degli indigeni. Ora più che mai, queste ultime devono essere condivise con il mondo esterno, il cui modo di vivere distruttivo è la causa principale della perdita culturale di queste popolazioni.

L’organizzazione sta istruendo giovani indigeni ad utilizzare video, foto e altre tecniche di narrazione per trasmettere le conoscenze e le storie dei propri antenati all’interno delle comunità. Questo permetterà la creazione di film che consentiranno a coloro che vivono al di fuori dell’Amazzonia di capire le mutevoli realtà di questi preziosi popoli.

Make Italy green again: il piano di Greenpeace

Cambiare rotta, immediatamente, per rispettare gli Accordi di Parigi ed evitare le conseguenze più nefaste del cambiamento climatico. Va proprio in questa direzione il report “Italia 1.5” commissionato da Greenpeace all’Institute for Sustainable Future (ISF) di Sydney, per sfruttare i venti a favore del Green Deal europeo e rendere il nostro Paese davvero sostenibile. A differenza degli annunci, infatti, il Piano Nazionale Integrato per Energia e Clima (PNIEC) è insufficiente. Redatto dalla precedente coalizione di governo e poi presentato definitamente a gennaio 2020 dall’esecutivo PD- MS5, risulta poco ambizioso e non in linea con gli sforzi per la decarbonizzazione. A sei mesi di distanza, gli obiettivi e gli strumenti devono essere riconsiderati.

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Gli scenari proposti per “Italia 1.5”

Nel settore energetico i passi da fare sono ancora molti. Per questo motivo, Greenpeace si è messa in moto per accelerare il processo di transizione energetica. Lo studio “Italia 1.5” ha utilizzato una metodologia già messa in atto per altri progetti su scala globale, così da confermarne la scientificità. La proposta verte su due scenari possibili: il cosiddetto “Energy [R]evolution – E[R]” e l’altro, ancora più ambizioso, “Advanced Energy [R]evolution” (Adv E[R]). Il primo progetto prevede la decarbonizzazione totale entro il 2050, attraverso una rivoluzione energetica “a bassa velocità”. Il secondo, invece, porterebbe lo stivale ad avere il 75% di elettricità rinnovabile al 2030, azzerando le emissioni di CO2 addirittura nel 2040. Questa ultima prospettiva è in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea.

Lo studio si basa su stime di crescita dello Scenario di Riferimento UE 2016. In questo modo, risultano prudenziali e adatte anche in un contesto di domanda energetica maggiore. Tralasciando le aree occupate da infrastrutture o tutelate, il potenziale fotovoltaico ed eolico a terra è, rispettivamente, di 951 e 48,5 GW. Le due isole maggiori, Sicilia e Sardegna hanno, insieme, una superficie utilizzabile notevole: per entrambe le fonti di energia, raggiungono circa 15 mila km2.

Per quanto riguarda la bioenergia, i criteri devono essere più stringenti, visto che l’impatto sull’ambiente potrebbe essere addirittura dannoso, addirittura peggiori rispetto ai combustibili fossili. Sono proprio questi ultimi che vengono importati maggiormente: come riportato da Greenpeace, nel “2018 l’Italia ha importato il 100% del carbone e oltre il 90% del petrolio e del gas fossile necessari a soddisfare il fabbisogno energetico del Paese, rappresentando una quota di importazioni di energia pari a circa il 76,5% rispetto all’energia primaria”.

La convenienza della sostenibilità

Perché si dovrebbe mettere in atto un progetto come quello proposto dallo studio? La risposta è quasi scontata: conviene. Conviene sul medio-lungo periodo, che è quel lasso di tempo che necessitano le grandi riforme che ogni Stato dovrebbe mettere in pratica. Di sicuro, l’instabilità politica, che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, ostacola la realizzazione di una visione a più ampio raggio. Ma è necessario convincersi che la crescita economica è possibile solamente se ripensata e condivisa con la società.

Il piano porterebbe una diminuzione dei consumi primari del 5% del 2030, o ancora maggiore se si intraprendesse la strada dello scenario “ad alta velocità”. Le fonti più sfruttate diverrebbero quindi l’eolico onshore e offshore e il solare fotovoltaico.

L’elettrificazione dei consumi è l’altro cardine della transizione. Gli investimenti saranno mirati al potenziamento della mobilità pubblica, alternativa (come le biciclette) e condivisa (con lo sviluppo di servizi di sharing). Il Coordinamento FREE ha stimato che potrebbero circolare fino a 4,5 milioni di veicoli elettrici entro il 2030.

La rete, quindi, deve essere potenziata. Non ci si può permettere di disperdere risorse durante lo spostamento. I sistemi di distribuzione e di stoccaggio dell’energia saranno implementati, così da ridurre gli accumuli e aumentare il possibile carico del sistema.

La missione di Greenpeace, come specificato sul loro sito, è chiara.
“Facciamo campagne per proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini. Indaghiamo, denunciamo e affrontiamo i crimini ambientali.
Vogliamo combattere quei luoghi comuni secondo cui ogni cambiamento è impossibile, che siamo troppo piccoli e troppo deboli. Crediamo che esista una soluzione. Che è radicata nel coraggio, nell’ottimismo e nella creatività. Nessuno cambierà il mondo al posto nostro, per questo dobbiamo iniziare a farlo oggi stesso.” Il piano “Italia 1.5” va in questo senso.

Investimenti e occupazione

Per sviluppare una strategia di questo tipo servono investimenti. La stima per lo scenario E[R] implica un aumento aggiuntivo di 3,9 miliardi di euro nel decennio 2020-2030. Il risparmio, però, sarebbe ci circa 28 miliardi di euro, visto che non si spenderebbe in combustibili fossili. La situazione per il piano Adv E[R] è di tutt’altra entità. L’investimento, infatti, sarebbe stimato in circa 37 miliardi di euro in più rispetto all’attuale, ma i risparmi coprirebbero quasi l’intero ammontare dei costi.

A livello occupazionale, il PNIEC adottato dal governo riuscirà a far salire di circa 10 mila unità i lavoratori del settore energetico. Se si riuscisse a essere un po’ più lungimiranti, si potrebbe arrivare a cifre che superano di gran lunga le più rosee aspettative del piano di gennaio. L’86,5% dei nuovi posti sarebbe occupato da green jobs che si occupano di fonti rinnovabili, con un aumento di 65 mila posti in più rispetto a ora, che si dispiegherebbero per le mansioni più disparate. Dalla costruzione alla manutenzione, si creerebbero le condizioni per far impiegare le persone sul loro territorio, frenando lo spopolamento di alcune regioni.

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Prove di ripartenza

La prospettiva è decisamente positiva. Ora, serve coraggio. Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace ne è sicuro. «In questo nostro studio ci sono numeri chiari, che dimostrano innanzitutto che il PNIEC del governo non è nell’interesse dei cittadini italiani ma risponde piuttosto alle richieste delle lobby di gas e petrolio. Occorre subito una rivisitazione degli obiettivi su clima e rinnovabili, una rivoluzione che coniugherebbe la tutela del clima e del Pianeta, con vantaggi economici e per la competitività e la modernità del Paese. L’emergenza climatica in corso sta interessando pesantemente anche il nostro Paese, con danni a persone, ambiente ed economia, e non è più possibile rinviare la rapida transizione verso un Paese 100% rinnovabile».

Anche il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in una nota ha sottolineato come si tratti di un percorso auspicabile e che il PNIEC debba tenere in considerazione le esigenze del Paese, continuando il lavoro per riscrivere i paradigmi sociali, economici e ambientali e far ripartire l’Italia.

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Ringraziare non è sufficiente

Il confronto con le associazioni che si occupano di tutela del territorio non è più sufficiente. L’Italia deve ripartire, e deve farlo responsabilmente. Pensare a degli Stati Generali dell’Ambiente per proteggere i tesori paesaggistici dell’Italia, ricostruire e salvare il patrimonio eccezionale che ci contraddistingue non devono essere un’utopia relegata a una nicchia di cittadini. Bisogna dare spazio al dialogo e alla bellezza e provare a pensare in grande. L’aumento della consapevolezza dell’impronta umana è alla base di decisioni virtuose e lungimiranti. Le proposte, come “Italia 1.5” di Greenpeace, ne sono una prova.

La Corte dei Conti europea boccia la TAV: “benefici sovrastimati”

Troppo costosa, troppo inquinante. Questo il giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea la scorsa settimana per quanto riguarda la TAV, il collegamento ferroviario ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino e Lione. In un documento che esamina 18 grandi infrastrutture europee, la Corte dei Conti ha ritenuto che il progetto abbia dei costi superiori al previsto. Ma soprattutto, che il presunto beneficio ambientale verrebbe raggiunto solo nell’arco di trenta o cinquanta anni, a seconda del traffico effettivo sulla tratta. A seguito di ciò, alcuni attivisti NO tav e di Fridays For Future hanno fatto riesplodere la protesta.

Tav Torino Lione: Il giudizio della Corte dei Conti Europea

Riportiamo i principali punti del giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea. L’analisi degli otto progetti di grandi infrastrutture cofinanziati dall’UE è disponibile integralmente in lingua inglese sul sito ufficiale.

“Abbiamo rilevato che la pianificazione di elementi chiave per gli otto megaprogetti analizzati necessita di miglioramenti e che ci sia il rischio che le previsioni di traffico siano troppo ottimistiche. Metà delle previsioni non sono state ben coordinate. Per la Lione-Torino e il collegamento Seine-Scheldt, le precedenti stime di traffico merci sono molto più alte dei livelli attuali di traffico. Per il tunnel del Brennero, i tre Stati Membri interessati non hanno ancora realizzato uno studio di traffico uniforme, e hanno messo in discussione i reciproci metodi e grafici. Tutto ciò mentre la Commissione non ha eseguito la sua analisi indipendente”.

Di fatto, i problemi principali rilevati dalla Corte dei Conti riguardano la sovrastima del traffico e dei benefici ambientali: “la costruzione di grandi infrastrutture di trasporto è una fonte rilevante di emissione di CO2 e vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati. Inoltre, anche a livello economico il progetto tav risulterebbe non redditizio: “nel tempo, i costi degli otto megaprogetti sono aumentati di più di 17 miliardi di euro (47 %), spesso a causa di modifiche della concezione e portata dei progetti, nonché a causa di un’attuazione inefficiente. (…) La Corte ha inoltre individuato debolezze nelle analisi costi-benefici effettuate dagli Stati membri su questi investimenti per svariati miliardi di euro: le previsioni di traffico potrebbero rivelarsi oltremodo ottimistiche e alcuni progetti potrebbero non essere economicamente sostenibili”.

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La replica di Telt: la relazione si riferisce a studi superati

Non sono mancate le repliche. Prima fra tutte quella del Telt, il promotore pubblico incaricato di costruire e gestire l’infrastruttura, riportata da La Repubblica Torino: “L’aumento dei costi (+ 85%) cui fa riferimento la relazione della Corte dei conti Ue si riferisce a uno studio preliminare effettuato da Alpetunnel negli anni ’90, che riguardava una galleria di base con una sola canna, anziché le due attuali diventate obbligatorie per le normative di sicurezza. Il costo finale è stato certificato da un soggetto terzo a 8,3 miliardi di euro in valore 2012, convalidato e ratificato dagli Stati e ad oggi pienamente confermato”.

Luca Mercalli: “una cura peggiore del male”

Eppure sono tantissimi gli esperti che da tempo denunciano l’insostenibilità economica e ambientale dell’opera. Fra questi c’è sicuramente Luca Mercalli, climatologo e cittadino torinese. Egli ha commentato il nuovo studio con queste parole per Il Fatto Quotidiano: “Il documento finalmente recepisce l’inconsistenza dei vantaggi ambientali promessi dai promotori (…). Nel 2012 il gestore dell’infrastruttura francese ha stimato che la costruzione del collegamento Lione-Torino avrebbe generato 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Gli esperti consultati dalla Corte hanno concluso che le emissioni di CO2 verranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura, quindi dopo il 2055.

Ma se i livelli di traffico raggiungono solo la metà del previsto occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio prima che le emissioni prodotte dalla CO2 per la costruzione siano compensate. E andiamo cioè al 2080, il che è del tutto incompatibile con il Green Deal europeo e l’esigenza di azzerare le emissioni al massimo entro il 2050. Come volevasi dimostrare, sarebbe una cura peggiore del male”. Riportiamo di seguito un estratto della trasmissione Scala Mercalli del 2016, in cui si approfondiva la questione TAV nel dettaglio.

Attivisti NO tav e FFF riaccendono la protesta

La sentenza della Corte dei Conti ha risvegliato il movimento NOTAV – in verità mai sopito – che da domenica sera ha attivato un presidio permanente in via Clarea, nella zona del cantiere della Torino-Lione. Alcuni attivisti si sono legati ai cancelli, mentre altri sono saliti sugli alberi. SkyTG24 riporta alcune dichiarazioni rilasciate dal movimento NOTAV: “Proprio perché sappiamo che fermare il Tav è possibile e oggi come ieri tocca a noi abbiamo lanciato un appello per un’estate che ci vedrà mobilitati sul territorio valsusino in un’attenta opera di monitoraggio e Resistenza ad ogni tentativo da parte del sistema Tav di distruggere ed attaccare il nostro territorio”. 

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Anche Fridays For Future Valsusa ha aderito alla protesta. L’invito per gli attivisti è quello di unirsi al sit-in permanente con il seguente slogan: “DAL SALENTO ALLA VALSUSA LA TERRA È NOSTRA E NON SI ABUSA”. Si potrebbe pensare che il blocco del cantiere sia un metodo estremo e non efficace. Eppure ricordiamo che imprese simili nel passato hanno portato a risultati straordinari. Nel nostro blog avevamo raccontato la storia di Julia Hill, l’americana che ha vissuto per due anni su un albero per salvare la foresta di Humboldt County. Una storia che ricorda Il barone rampante di Calvino. Già nel 1957, Calvino denunciava il passaggio da un mondo in cui la natura dettava le regole e l’uomo le assecondava, ad un mondo in cui “gli uomini sono stati presi dalla furia della scure”.

Leggi il nostro articolo: “Julia Hill, la ragazza che visse 2 anni su un albero per salvarlo”

Tav Val di Susa: un’estate di mobilitazioni

La questione non finisce sicuramente qui. Gli interessi in ballo, soprattutto di matrice economica, sono tanti. Non sarà il giudizio della Corte dei Conti Europea a fermare definitivamente i cantieri della Tav. Possiamo però certamente affermare quanto segue: mentre qualche anno fa il dibattito era polarizzato a favore della costruzione del collegamento Torino-Lione, ora crescono le voci di dissenso, anche da fonti istituzionali. Gli attivisti hanno appena riacceso il fuoco della protesta e dichiarano di voler continuare per tutta l’estate. Monitoreremo le evoluzioni del dibattito e le azioni sul campo. Nel frattempo, ricordiamo che gli scenari attuali indicano una soglia di otto anni per rimanere sotto l’innalzamento di 1.5 gradi centigradi. Qualsiasi valutazione dovrebbe essere tarata su questo lasso temporale.

Leggi il nostro articolo: “Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta”

Stati Generali 2020: le proteste dei movimenti ambientalisti

Le proteste ambientaliste di tutto il mondo che stavano caratterizzando l’ultimo periodo pre-CoronaVirus sono ripartite. Da Fridays For Future a Extinction Rebellion, fino ad arrivare agli Stati Generali della Green Economy organizzati dai Verdi italiani. Come sono ripartiti i movimenti ambientalisti? E cosa stanno facendo per stimolare una ripresa economica green? Scopriamolo insieme.

stati generali

Firdays For Future in protesta davanti agli Stati Generali

Sono finiti giusto ieri gli Stati Generali dell’Economia. Un’iniziativa del governo italiano atta a decidere come gestire i fondi europei del Recovery Fund. Sebbene l’Unione Europea sia stata abbastanza chiara sulle modalità di utilizzo di quel denaro, da intendersi come finanziamento utile a gestire la conversione ecologica del paese, non si sa ancora quali saranno le decisioni finali. Già vi abbiamo parlato del Piano Colao, un documento richiesto dal Governo Italiano per valutare le possibili modalità di ripresa economica del paese, ma le critiche dei movimenti ambientalisti sono già partite.

Al momento non è dato sapere se e quanto il Governo punterà sulla Green Economy. Ciò che è certo è che alla riunione di questi giorni ci sarà qualcuno che proverà il furbo, tentando di appropriarsi di una parte di quei soldi per sostenere le proprie attività economiche che poco hanno a che fare con la conversione ambientale necessaria. Così come sono state già troppe le volte in cui siamo rimasti delusi dai provvedimenti troppo deboli presi dalle varie maggioranze in questo ambito.

Dunque, per non sbagliare, i ragazzi di Fridays For Future Roma hanno organizzato una manifestazione di fronte a Villa Pamphili per chiedere a gran voce che venga difeso il loro Futuro. Lungi dal presentarsi a mani vuote, i giovani attivisti hanno redatto un vero e proprio programma per la decarbonizzazione del paese. I suoi punti e le richieste di Fridays For Future sono consultabili qui.

Il documento porta la firma di venticinque scienziati di primo livello che non hanno esitato a mettere a disposizione le proprie conoscenze per una causa di primaria importanza come quella climatica.

Extinction Rebellion torna in strada. Azione anche di fronte agli Stati Generali

Non che ci fosse bisogno di specificarlo, ma neanche Extinction Rebellion ha esitato a ripopolare strade per chiedere a gran voce che la ripresa post CoronaVirus abbia come priorità la tanto agognata transizione ecologica.

In Inghilterra, dove il movimento è nato, gli attivisti di XR hanno dato il via a tantissime proteste sparse per tutto il paese. La stessa cosa è accaduta la scorsa domenica a Berlino, dove un corteo ha popolato le strade della capitale tedesca.

Ma anche la sezione italiana, dove il movimento sta faticando un po’ di più rispetto ad altri paesi ad acquisire adepti, la risposta dei “ribelli” agli Stati Generali non si è fatta attendere. Il luogo è sempre lo stesso, Villa Pamphili, ma la performance è particolarmente creativa. 30 sagome coperte da un lenzuolo, con segnati i nomi di persone morte a causa del degrado ambientale cui stiamo assistendo, sono comparse nel giardino. Un’immagine forte che, però, comunica in maniera piuttosto chiara l’urgenza della crisi climatica. Già oggi delle persone stanno morendo a causa del riscaldamento globale che, se non verrà arginato, continuerà a mietere vittime anche nel futuro e con numeri che saranno sempre più preoccupanti.

Gli Stati Generali della Green Economy

L’ultima iniziativa che vogliamo segnalarvi è quella della Federazione dei Verdi italiani. Il movimento politico che a livello europeo sta vedendo crescere i suoi consensi a dismisura, ha accolto in maniera molto scettica le prime indiscrezioni sulla riunione in atto a Villa Pamphili ed ha deciso di organizzare, la scorsa domenica, un controvertice intitolato “Gli Stati Generali della Green Economy”. Un’iniziativa completamente digitale a cui hanno preso parte le più importanti personalità del panorama ambientalista italiano. L’obiettivo era quello di parlare delle enormi potenzialità di una ripresa post-Covid che mettesse al centro la riconversione verde. Non sono mancate proposte ed idee che, con i soldi del Recovery Fund, sarebbero facilmente attuabili ed in grado di dare risultati tangibili anche in un lasso di tempo abbastanza breve.

Il nostro consiglio

Sostenere la causa ambientalista partecipando a manifestazioni, riunioni e sostenendo i gruppi che stanno combattendo giorno dopo giorno in difesa del nostro futuro è un’attività fondamentale. Sono presenti moltissime delegazioni locali per tutte e tre le realtà sopra riportate. Informatevi su quali siano i più vicini a voi ed unitevi a loro. Oltre ad essere un’occasione per conoscere altre persone che come voi vogliono fare qualcosa di tangibile per combattere la battaglia climatica, potrete entrare in contatto con tante persone desiderose di condividere con voi i loro consigli e le loro conoscenze. In ultimo, che sia chiaro, questa battaglia non si vince dal divano.

Video risposta a “I Fatti Vostri”, che buttano un oggetto in mare

i fatti vostri

La puntata de “I Fatti Vostri” andata in onda sulla Rai il 12 giugno 2020 trasmette un messaggio sbagliato e irrispettoso per chiunque cerchi di combattere la crisi climatica e fare qualcosa di buono per il pianeta e per gli altri.

La plastica inquina i mari e la Rai non lo sa?

In particolare, durante gli ultimi 6 minuti, va in onda un servizio che riguarda una ragazza che ha l’abitudine di gettare tutti gli anni in mare una bottiglia di plastica con al suo interno alcuni messaggi di speranza. Questa bottiglia è stata poi trovata da un volontario di ReTake Mola, un’associazione che si occupa di preservare la bellezza del territorio di Mola di Bari.

Lungi da noi mettere alla gogna pubblica questa ragazza, che sicuramente non aveva idea del danno che apporta all’oceano gettando una bottiglia di plastica in mare, la colpa maggiore è della Rai. La più famosa rete televisiva italiana, infatti, dovrebbe avere tutte le informazioni necessarie riguardo a questo argomento, ma del problema dell’inquinamento del mare non fa cenno. Anzi, quasi idolatra la ragazza, con il rischio di influenzare altre persone a fare lo stesso.

La plastica biodegrdabile è comunque dannosa

Invece, la presentatrice pensa bene di fare ricorso a una bottiglia di plastica biodegradabile e di gettarla in mare, facendo quindi passare il messaggio sbagliatissimo che gettare oggetti biodegradabile in mare non sia un’azione altrettanto deplorevole.

La bottiglia di plastica biodegradabile che la presentatrice ha gettato è infatti composta di amido di mais, il quale per biodegradarsi impiega dai 6 mesi all’anno e mezzo. Un mozzicone di sigaretta ci mette un anno. Quindi possiamo dire che una presentatrice Rai ha gettato un mozzicone di sigaretta nel mare in diretta nazionale davanti a un volontario che si occupa di pulire il mare e le spiagge dai rifiuti.

A voi giudicare questo episodio. Noi siamo sconcertati e speriamo che con questo video possiamo fornire qualche informazione in più riguardo al problema della plastica in mare.

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