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C’era una volta un erbicida chiamato Roundup

La storia del glifosato, l’erbicida più utilizzato del pianeta iniziò nel 1967. Il chimico John Franz aveva l’intenzione di sintetizzare una molecola in grado di uccidere le infestanti e aiutare gli agricoltori nei campi. Il risultato, raggiunto tre anni dopo, portò alla scoperta del glifosato. Lanciato come prodotto commerciale su scala mondiale dalla Monsanto nel 1974, era l’arma letale non solamente per le piante annuali, ma anche per le perenni, attaccando foglie e radici.

Diventò da subito leader nel settore, con la promessa di essere anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Per sottolineare la sua attenzione verso la natura anche nel nostro Paese, partecipò a conferenze sul tema e alla creazione dell’Associazione Italiana dell’Agricoltura Conservativa (A.I.G.A.Co.S). Nonostante ciò, Roundup venne registrato in prima classe tossicologica, con un prezzo al litro molto elevato.

Ma non tutte le favole finiscono con esiti scontati, specialmente considerando che l’assegno che Bayer dovrà staccare è di 10 miliardi di dollari. La cifra è necessaria per chiudere 95mila delle 125mila denunce depositate nei tribunali americani. L’accusa è di aumentare la possibilità di sviluppare linfomi non Hodgkin tra le persone a stretto contatto con prodotti contenenti glifosato. Questa affermazione è supportata da uno studio redatto da un gruppo di ricercatori delle università di Seattle e Berkeley, con l’aiuto della Icahn School of Medicine di New York nel 2019. Dalla ricerca si evince come l’incidenza della malattia sia del 41% superiore rispetto a chi non è esposto alla sostanza.

Il colosso farmaceutico che comprò Monsanto nel 2018, intanto, difende il prodotto e attacca: “Lo studio non fornisce valide evidenze scientifiche che contraddicano le conclusioni di un vasto corpo scientifico che dimostra come il gli erbicidi al glifosato non sono cancerogeni.”

Glifosato, tra preoccupazioni e rassicurazioni

La possibile cancerogenicità del glifosato non è dimostrabile -ad oggi- con assoluta certezza. L’Agenzia Internazionale sulla Ricerca sul Cancro (AIRC) l’ha inserita tra i “probabili cancerogeni“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura hanno espresso, invece, giudizi più cauti, lasciando spazio a decisioni politiche di norma nazionale. Si sottolineava, però, la necessità di prevedere misure di cautela.

Uno studio pubblicato nel 2012 su Food and Chemical Toxicology aveva segnalato come questa sostanza avesse gravi conseguenze sull’uomo. Le conclusioni della ricerca sono state talmente dibattute che la rivista scientifica si è vista costretta a ritrattare l’articolo, che successivamente venne inserito in una di minor prestigio. Il dibattito generato dalla questione suscitò un’attenzione mediatica e politica di rilievo.

L’AIRC, sottolineando la sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, spinge le istituzioni a mettere in atto il principio di precauzione: “non vietarne del tutto l’uso (che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi”.

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Dewayne Johnson, l’uomo che trascinò Monsanto in tribunale e vinse

La storia di Dewayne Johnson è emblematica. Conoscerla significa capire come un giardiniere sia riuscito a chiamare a giudizio la multinazionale del Roundup e vincere la causa. Da quel momento, tanti agricoltori e operatori del settore si unirono per chiedere di essere risarciti dei danni subiti.

La vicenda ha inizio circa dieci anni fa. Tra le mansioni del suo lavoro, il signor Johnson doveva applicare l’erbicida della Monsanto sulle proprietà da lui mantenute in ordine. Nel 2014, dopo due anni di utilizzo, cominciarono a presentarsi i primi segni della malattia. L’irritazione cutanea era di rilevanza tale che l’uomo chiese a Monsanto la motivazione di quell’effetto collaterale sulla sua pelle.

Monsanto non rispose e il signor Johnson continuò a usare il prodotto al glifosato. Nell’agosto del 2014, gli venne diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. Nonostante la chemioterapia, il cancro continuò a progredire, visto che non aveva lasciato il lavoro e usava sempre gli stessi erbicidi.

Dewayne Johnson durante il processo contro Monsanto. Chiedeva il risarcimento per essersi ammalato a causa dell'utilizzo del Roundup, pesticida della Monsanto.
Dewayne Johnson durante il processo contro Monsanto. Ha chiesto -e ottenuto- il risarcimento per essersi ammalato a causa dell’utilizzo del Roundup, erbicida della Monsanto, ora Bayer.

Così, nel 2016 decise di intentare una causa contro Monsanto. La sua si rivelò più di una causa, come lui stesso ammise quando quattro anni dopo. Nell’agosto del 2018, una storica sentenza decretò l’esborso da parte della multinazionale di 289 milioni di dollari, diminuita in seguito.

L’avvocato di Johnson, Brent Wisner, disse in quell’occasione: “Siamo finalmente capaci di svelare alla giuria i documenti interni segreti che provano che la Monsanto sapeva da decenni che Roundup potesse causare il cancro.” per poi continuare come quello fosse un messaggio alla Monsanto, come riportato dal Guardian: “i suoi anni di inganni sono riguardo il Roundup sono terminati ed è ora che comincino a porre la salute prima dei profitti”.

Glifosato e Bayer: questione di business

La sentenza Dewayne Johnson v. Monsanto Company fu uno spartiacque giuridico e sociale. Dopo l’acquisizione, Bayer non poteva mettere in pericolo affari miliardari, visto che i prodotti al glifosato sono utilizzati in 130 Paesi nel mondo. Così ha deciso di patteggiare, chiudendo quasi la totalità delle cause negli Stati Uniti e provvedendo ad accantonare anche 1,25 miliardi per le possibili cause future. Un team di esperti potrà usufruire di una parte di questa somma per cercare delle risposte concrete sulle conseguenze reali dell’erbicida.

“È come estinguere solo parte dell’incendio di una casa”, ha affermato Fletch Trammel, che rappresenta 5000 persone che non hanno aderito al patteggiamento. Le trattative, in corso da mesi, sono state accelerate dall’emergenza pandemica. Così, Bayer ha cercato di chiudere un capitolo faticoso, visto che la reputazione e i problemi a livello societario cominciavano a preoccupare gli investitori.

“L’accordo sul Roundup è l’azione giusta al momento giusto perché Bayer ponga fine a un lungo periodo di incertezza” ha ribadito l’amministratore delegato dell’azienda Werner Baumann. La notizia ha fatto chiudere in rialzo la società in borsa.

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Glifosato e Bayer: chi inquina, paga…chi può, patteggia

A seguito della decisione di pagare una cifra enorme per convincere i cittadini a lasciar perdere la causa contro Bayer, le domande sono molteplici. Una di esse può essere ricollegata allo scandalo dei Monsanto Papers, documenti interni desecretati pericolosissimi per la reputazione dell’azienda. In un’inchiesta di Le Monde del 2017, il big del biotech avrebbe condizionato l’Agenzia di protezione ambientale (EPA) , che si occupa della distribuzione delle licenze sull’uso dei pesticidi.

In una lettera datata marzo 2013 e indirizzata al collega Jess Rowland, lo scienziato Marion Copley chiedeva di “smettere di mentire sui pericoli del Roundup e del glifosato”, continuando “per una volta nella tua vita, ascolta e non fare il gioco della collusione tra scienza e politica. Per una volta fa la cosa giusta e non prendere decisioni basate su quali saranno i tuoi guadagni.” L’autore della missiva dovette ritirarsi dal mondo lavorativo l’anno successivo a causa di un tumore.

Il Messico, intanto, la direttrice generale del settore primario e risorse rinnovabili del SEMANRAT, il Segretariato per l’ambiente e le risorse naturali, ha annunciato l’abbandono totale dell’uso di glifosato negli erbicidi entro in 2024. Questa misura è atta a diminuire l’impatto sulla saluta umana e sull’ambiente. Secondo Adelita San Vincente Tello è necessaria la transizione verso una filiera “più sicura, più sana e più rispettosa dell’ambiente”.

La situazione anche dall’altra parte dell’oceano è divenuta scottante. L‘Unione Europea ha approvato l’utilizzo di glifosato sino al 15 dicembre 2022. Quattro Stati dell’Unione – Francia, Ungheria, Olanda e Svezia- sono stati incaricati di valutare il suo uso anche dopo questa data. Il Glyphosate Renewal Group, un gruppo di aziende che spinge per il rinnovo, ha spedito una propria proposta all’EFSA, l’Autorità europea che si occupa di sicurezza alimentare.

La scelta da prendere

Non si può continuare a far finta di niente. La presunzione di innocenza e un patteggiamento miliardario non possono oscurare le migliaia di persone che stanno lottando tra la vita e la morte. Come ribadito da Stefano Palmisano su IlFattoQuotidiano, “quanto tempo ancora questa materia e questi giudizi potranno restare appannaggio dei tribunali dell’altro lato dell’Atlantico senza che nessuno si ponga domanda o dubbio di sorta anche da queste parti, specie tra coloro che condividono in qualche modo la triste condizione del sign. Dewayne Johnson?”

La domanda è lecita. La risposta deve essere trovata e articolata in modo da salvaguardare, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente e assicurare la protezione umana.

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