Ghost net: le reti da pesca che soffocano gli oceani

reti da pesca

Negli ultimi giorni è divenuta popolare la notizia di un capodoglio, “Furia”, completamente intrappolato in una spadara (rete illegale in molti paesi) nei pressi delle isole Eolie. Non è la prima volta che notizie del genere giungono alle orecchie della stampa nazionale e mondiale; le reti da pesca abbandonate, perse o illegali ogni anno mietono migliaia di vittime negli oceani e prendono il nome di ghost net.

Ghost net, cosa sono?

Per ghost net, o reti fantasma, si intendono tutte quelle reti andate perse o lasciate in mare perchè danneggiate durante le battute di pesca. Quasi invisibili nella penombra, possono essere lasciate aggrovigliate su una scogliera o alla deriva in mare aperto. Possono intrappolare pesci di varie dimensioni, mammiferi, uccelli e altre creature, incluso l’occasionale subacqueo.

Furia, il capodoglio imprigionato in una spadara nel pressi delle isole Eolie. Le ghost net mietono vittime di tutte le dimensioni.
Crediti: Carmelo Isgrò

Le reti impediscono il movimento, causando fame, lacerazioni cutanee, infezioni e soffocamento in coloro che devono tornare in superficie per respirare.

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Alcuni pescatori usano reti da posta; queste sono sospese nel mare grazie a boe di galleggiamento lungo un bordo. In questo modo formano una parete della morte verticale lunga centinaia di metri, dove è possibile catturare qualsiasi tipo di animale, indiscriminatamente, in base alle sue dimensioni.

Reti da posta

Se le reti non vengono recuperate in tempo rischiano di dar vita ad un ciclo infinito: difatti, una volta piene, affondano a causa dell’eccessivo carico, avendo superato la capacità di galleggiamento delle boe, e dopo essersi depositate sul fondale il pesce diviene una risorsa per animali bentonici come i crostacei. Una volta alleggerito il carico, i galleggianti sollevano nuovamente la rete e il ciclo continua.

I pescatori spesso abbandonano le reti logore perché è il modo più semplice per sbarazzarsene. Si stima che l’equipaggiamento fantasma rappresenti il ​​10% (640.000 tonnellate) di tutti i rifiuti marini.

Bycatch

Ovunque vi sia la pesca, esiste una cattura accidentale, detta bycatch, di specie non bersaglio, ovvero non di interesse commerciale, come i delfini, le tartarughe e gli uccelli marini. 

Le attuali attrezzature da pesca, spesso quasi invisibili ed estremamente efficienti, catturano le specie di pesci desiderate così come qualsiasi altra cosa sul proprio cammino. Una quantità immensa di biodiversità marina, tra cui molti organismi giovani, viene trasportata con il pescato e poi scartata in mare morta o morente.

Bycatch: tonnellate di pesce catturato involontariamente dalle reti vengono gettate in mare ogni anno.

I leader del settore della pesca comprendono sempre più la necessità di ridurre questo fenomeno. Esistono soluzioni comprovate, come la modifica degli attrezzi da pesca in modo che un numero minore di specie non bersaglio sia catturato o possa sfuggire. In molti casi, queste modifiche sono semplici ed economiche e spesso provengono dagli stessi pescatori.

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Nonostante le nuove tecnologie e il riconoscimento del problema da parte dell’industria ittica, le catture accidentali rappresentano ancora un grave problema. Non solo provocano morti e lesioni perenni, ma i metodi di pesca possono essere dannosi per gli ambienti marini in cui vengono impiegati.

La seconda vita delle reti da pesca

Healthy Seas, in collaborazione con l’Aeolian Islands Preservation Fund (AIPF), Blue Marine Foundation (BLUE) e la Ghost Fishing Foundation, si fa promotore di una missione di recupero delle reti da pesca perse o abbandonate nei fondali marini al largo delle isole Eolie. La missione è interamente sponsorizzata da Aquafil.

Healthy Seas opera nel Regno Unito, in Italia, in Grecia, nei Paesi Bassi e in Belgio. In cinque anni, con la collaborazione di subacquei volontari e pescatori, ha raccolto oltre 375 tonnellate di reti da pesca, l’equivalente del peso di 2 balenottere azzurre.

Crediti: Econyl

Una volta recuperate, le reti da pesca vengono ripulite ed inviate all’azienda Aquafil che si occupa di trasformarle in nylon rigenerato ECONYL®, il nylon riciclabile all’infinito. Il progetto, realizzato inoltre in collaborazione con la Capitaneria e il Comune di Lipari, interessa i diving e pescatori locali che sono direttamente coinvolti nel recupero delle reti.

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Questa iniziativa raggiunge anche le scuole; gli studenti hanno l’opportunità di incontrare i subacquei e toccare con mano il problema dei rifiuti marini, approfondendo il tema dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastiche. Tale iniziativa ha l’obiettivo di contribuire alla sensibilizzazione e responsabilizzazione della comunità locale verso la salvaguardia dell’ambiente marino (aree marine protette etc.).

Molti brand di fama mondiale, come Gucci, hanno iniziato ad avvicinarsi a questo genere di filato 100% derivato da reti e plastiche raccolte negli oceani.

Un piccolo passo che, unito a sensibilizzazione ed istruzione, potrà fare la differenza per la salvaguardia degli oceani ed attuare un reale cambiamento nel futuro di tutti noi.

Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno

polveri sottili

Le polveri sottili sono l’insieme di micro particelle, sia solide che liquide, presenti nell’aria. Il termine tecnico è particolato atmosferico ed è costituito da pulviscoli di origine sia naturale che antropica, in grado di minare la nostra salute.

Composizione delle polveri sottili

Le polveri sottili possono essere costituite da diversi componenti chimici quali metalli pesanti, solfati, nitrati, ammonio, carbonio organico, idrocarburi aromatici policiclici, diossine/furani. In particolare, il particolato costituito da ossidi di azoto (NOx) e biossidi di zolfo (SO2) si formano tramite processi di combustione di materiali che contengono impurità. Le maggiori responsabili di questo tipo di particolato sono le industrie.

Il particolato costituito da ammonio, invece, deriva dall’ammoniaca la cui presenza in atmosfera è dovuta principalmente dalle attività agricole. Il carbonio organico (OC) è un composto di origine sia naturale che antropogenica ed è prodotto principalmente da traffico, riscaldamento, industrie, combustione di biomasse. I metalli possono essere sia di origine naturale come le polveri sahariane e la risospensione di materiale crostale, che antropogenica. In questo caso le polveri sottili derivano dalla combustione, dalle industrie, dal traffico, dall’usura dei freni e della strada).

Quanto sono grandi?

Le due categorie principali di polveri sottili sono il particolato grossolano, che è costituito da particelle con un diametro di più di 10 micron, e il particolato fine. Di quest’ultimo si divide in due tipi:

  • PM10 (PM = Particulate Matter): è anche detto particolato grossolano. Si tratta di particelle con un diametro di 10 micron o inferiore.
  • PM2.5 : è anche detto particolato fine. Si tratta di particelle con un diametro di 2.5 micron o inferiore.

Il diametro di un capello è di circa 70 micron. Queste particelle, quindi, sono molto fini e pertanto inalabili. Il particolato grossolano è in genere trattenuto dalla parte superiore dell’apparato respiratorio (naso e laringe). Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore e oltre (naso, faringe e trachea). Il PM2.5 può penetrare profondamente nei polmoni, specialmente con la respirazione dalla bocca. Il particolato ultra fine penetra fino agli alveoli, mentre quello costituito da particelle con un diametro misurabile in nanometri (1 nanometro corrisponde a PM 0,001) può arrivare a raggiungere il nucleo delle cellule. Il particolato ultra-fine, misurabile in nanometri (fino a 600nm) rappresenta più dell’80% del numero totale nm) di particelle, mentre diminuisce notevolmente passando alle dimensioni maggiori.

Gli effetti negativi delle polveri sottili sulla salute

L’esposizione acuta al particolato può causare difficoltà respiratorie. Quella prolungata è associata a un aumento di malattie respiratorie quali bronchiti croniche, asma e riduzione delle funzionalità respiratorie. L’esposizione cronica, specialmente alle polveri più fini che penetrano in profondità nel sangue, è associata a un incremento del rischio di tumore delle attività respiratorie.

Secondo Legambiente, sono oltre 412 mila all’anno le morti premature in Europa dovute a un’eccessiva esposizione alle polveri sottili. L’Italia si trova al primo posto di questa classifica. Solo nel 2019 sono morte 60 mila persone per malattie respiratorie acute, patologie polmonari ostruttive, ischemia, tumore ai polmoni e infarto. Dei 3,9 milioni di persone che in Europa sono minacciate da Pm2,5 e 10, ben il 95% vive in Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, che è tra le aree più inquinate d’Europa. La legge prevede che per il PM10 non si superino i 50 microgrammi per metro cubo. A Gennaio 2019, però, è Milano sono stati registrati 90 microgrammi per metro cubo, a Torino 94 microgrammi per metro cubo.

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E quelli sull’ambiente

Il particolato è dannoso anche per l’ambiente. Essendo infatti le particelle molto fini, vengono facilmente trasportate su lunghe distanze dal vento e posarsi su acque e terreni. A seconda della loro composizione chimica, gli effetti sull’ambiente possono includere:

  • Acidificazione dei corsi d’acqua
  • Alterazione dell’equilibrio nutrizionale delle acque costiere e dei grandi bacini fluviali
  • Esaurimento dei nutrienti del suolo
  • Danneggiamento delle foreste e delle colture
  • Compromissione della varietà ecosistemica
  • Acidificazione delle piogge

I possibili rimedi per l’inquinamento da polveri sottili

La principale causa della presenza di particolato nell’aria è il riscaldamento domestico. Non a caso la concentrazione di polveri sottili nell’aria nella zona di Miano, per fare un esempio, è molto più alta nel periodo invernale. Anche i veicoli a motore giocano la loro parte. Tutti i combustibili fossili utilizzati per far funzionare le automobili sono additabili come colpevoli. Il peggiore, in questo senso, è la benzina. Ma anche il Diesel che, oltretutto, è la peggiore alternativa in termini di emissioni di CO2. Un ruolo primario è anche giocato, più in generale, dall’inquinamento derivante dalle fabbriche.

I possibili rimedi sono dunque individuabili in tutte quelle alternative a basse emissioni: riscaldamento alimentato da pompe di calore, veicoli elettrici o, più in generale, mobilità sostenibile ed una conversione olistica del sistema economico. Tutte alternative già esistenti, la cui implementazione deve essere stimolata tanto dallo Stato quanto dalla volontà dei cittadini. Le polveri sottili causano, solo in Italia, 80.000 morti premature all’anno. È ora di correre ai ripari.

Fonti:

United States Environmental Protectiion Agency

Ministero della salute

Report Mal’Aria di città 2020 di Legambiente

Il Post

Nubifragio Palermo: non siamo pronti alla crisi climatica

nubifragio palermo

Di fronte al cambiamento climatico l’umanità non è ancora pronta. Lo dimostra il nubifragio che ha colpito Palermo il 15 luglio 2020, che ha visto cadere oltre 130 mm di acqua in poco meno di 2 ore. Per avere un’idea, nei 3 i mesi estivi (giugno, luglio e agosto) la somma totale delle precipitazioni è di circa 55 mm. Questo valore non si raggiungeva dal 1790, da quando cioè si rilevano i dati. Fortunatamente non è stata registrata nessuna vittima, ma i danni alla città e alle sue infrastrutture sono stati ingenti.

Il dissesto idrogeologico

In Italia purtroppo sentiamo parlare spesso di dissesto idrogeologico. Questo fenomeno consiste nei danni reali o potenziali causati dalle acque, superficiali o sotterranee. Le manifestazioni più tipiche dei fenomeni idrogeologici sono frane, alluvioni, erosioni costiere, subsidenze e valanghe.

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Vi sono alcuni fattori che predispongono un territorio al rischio idrogeologico. Il primo è la conformazione geologica, ovvero l’insieme di rilievi e bacini idrografici di piccole dimensioni, quindi più predisposti alle piene. Conta poi la presenza di corsi d’acqua in una determinata area, e Palermo ne è ricca. Come ha affermato in un’intervista il professore Valerio Agnesi, geologo e direttore del Dipartimento di Scienze della terra e del mare dell’Università degli Studi di Palermo, il capoluogo siciliano era stato scelto dai Fenici per l’ingente presenza di acqua. In particolare vi erano due fiumi, il Kemonia e il Papireto, oggi scomparsi, che delimitavano l’antico centro storico. Con il tempo sono stati interrati e cementificati per permettere lo sviluppo urbano moderno. Ma la natura, prima o poi, vuole restituiti i suoi spazi.

Ecco che allora si aggiunge un altro importante fattore causa dell’aumento del rischio idrogeologico, cioè le attività umane. Tra queste spiccano la concentrazione di persone nelle città, il consumo di suolo e la cementificazione, il disboscamento, l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua.

Nubifragio Palermo: la città era già a rischio idrogeologico

La città di Palermo, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche sopraelencate, è la città italiana fanalino di coda per il rischio idrogeologico, per il verde fruibile e la cementificazione. Lo rivela il rapporto sull’ambiente dell’ISPRA del 2018 dal quale emerge che l’avanzamento della cementificazione in proporzione alla popolazione è aumentato più che in qualunque città italiana. Il consumo di suolo pro capite tra il 2016 e il 2017 a Milano è stato di 156 metri quadrati. A Palermo ha raggiunto i 230 metri quadrati.

La cementificazione in queste zone non risparmia nulla, nemmeno le aree che dovrebbero essere protette, come quelle a rischio sismico e lungo il litorale. In più, l’eliminazione del verde blocca l’azione di assorbimento che terreno e alberi possono implementare all’occorrere di piogge e alluvioni. Inoltre più cemento significa più cambiamenti del suolo e quindi un aumento del rischio di frane e dissesti. Secondo l’ISPRA, a Palermo 17 mila persone vivono in abitazioni a rischio frana, più del doppio di Messina e Catania. 

Perdita di denaro e abusivismo

Vi sono poi, fuori dai radar ufficiali, gli abusi edilizi. Palermo è la seconda città italiana per abuso edilizio dopo Catania, tanto che sono stati registrati quasi 5 mila abusi, cioè il 18 per cento del totale di tutta la Sicilia. Nella sostanza, ben 1,1 milioni di metri quadrati sono stati cementificati illegalmente e al di fuori delle norme urbanistiche.

Il tutto realizzato, probabilmente, con i soldi dei cittadini. Soldi che si aggiungono alle spese ingenti che comporta il consumo di suolo. Sempre secondo l’ISPRA Il consumo di suolo costa fino a 3 miliardi l’anno per la perdita dei servizi ecosistemici. Questi sono:

  • La produzione agricola e di legname
  • Lo stoccaggio di carbonio
  • Il controllo dell’erosione
  • L’impollinazione
  • La regolazione del microclima
  • La rimozione di particolato e ozono
  • La disponibilità e purificazione dell’acqua
  • La regolazione del ciclo idrologico
  • La qualità degli habitat.

In Sicilia la perdita in termini di denaro si aggira intorno ai 42 e 66 milioni di euro.

Nubifragio Palermo: il riscaldamento globale tra i protagonisti

Come se non bastasse, negli ultimi decenni si è aggiunto alla lista il problema del riscaldamento globale, che sta dando il colpo di grazia a una città, una regione, e una nazione già in crisi. L’aumento delle temperature ha interessato in particolare l’area mediterranea, che sta passando da un clima temperato a uno sempre più tropicale.

Nel Bel Paese infatti il termometro nel 2019 è arrivato a +1,56°C rispetto agli anni 1961-1990. L’aumento rispetto al più recente periodo 1880-1909 è invece di circa a 2,5°C, più del doppio del valore medio del riscaldamento globale.

Oltre alla desertificazione, problema che interessa ormai il 70% della Sicilia, e all’acidificazione dei mari, il riscaldamento globale comporta l’aumento dei fenomeni estremi. Proprio come nelle aree tropicali infatti le piogge sono diventate più intense, improvvise e circoscritte nel tempo. Come constatato dalla maggiore associazione agricola italiana Coldiretti, le bombe d’acqua sono aumentate del 22% solo nell’ultimo anno. Sono stati poi registrati 157 eventi estremi come nubifragi, frane, siccità e trombe d’aria che hanno causato la morte di 42 persone, 10 in più rispetto all’anno precedente.

Tutto questo avviene perché l’aumento generale delle temperature favorisce una maggior evaporazione dell’acqua che si traduce in alti tassi di umidità nell’aria e di conseguenza in un surplus di energia disponibile per la formazioni di violenti temporali.

Cosa è stato fatto e cosa si farà?

Come ha dimostrato il nubifragio della scorsa settimana e i danni conseguenti ad esso la condizione di Palermo non è migliorata negli ultimi anni, nonostante gli avvisi da parte di scienziati ed associazioni ambientaliste. Anche a causa dello spaventoso rapporto dell’ISPRA, nell’ottobre del 2019 erano stati stanziati dalla regione Sicilia 174 milioni di euro per contrastare il dissesto del territorio e l’erosione delle spiagge. Si trattava di ulteriori risorse che si aggiungevano ai 155 milioni euro già disponibili per la stessa causa.

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Secondo Legambiente però esisteva il rischio che queste risorse potessero finanziare progetti ispirati a logiche del passato e, quindi, che potessero non solo disattendere l’obiettivo del riequilibrio ambientale, ma provocare nuovi dissesti. Inoltre vi è il problema degli appalti, che vengono sempre vinti dalle stesse imprese, nonostante si siano rivelate fallimentari.

Pare che per il 2020 i comuni siciliani bandiranno le gare dei progetti finanziati da altri 630 milioni provenienti dai Fondi territorializzati del Po-Fesr. Di questi 300 milioni saranno dedicati a 352 progetti di riqualificazione urbana e di siti pubblici e culturali. L’assessore alle infrastrutture siciliano Marco Falcone aveva anche richiamato anche le imprese al senso di responsabilità, elencando tanti casi di lavori aggiudicati in tempi record per dare risposte alle emergenze dei territori e non ancora completati dopo molto tempo a causa delle crisi finanziarie delle aziende appaltatrici.

Il tempo fugge, la paura resta

Il tempo però fugge e ciò che rimane sono la paura e i disagi che hanno dovuto subire gli abitanti di palermo durante il nubifragio. I politici, compreso il sindaco della città Leoluca Orlando se ne sono lavati le mani, scaricando il barile sulla mancata allerta della protezione civile. Oltre un metro di pioggia è caduta a Palermo in meno di 2 ore – ha affermato il primo cittadino di Palermo. Una pioggia che nessuno, nemmeno i metereologi che curano le previsioni nazionali, aveva previsto, tanto che nessuna allerta di Protezione Civile era stato emanata per la nostra città. Se l’allerta fosse stata diramata, sarebbero state attivate le procedure ordinarie che, pur nella straordinarietà degli eventi, avrebbero potuto mitigare i rischi. 

La realtà dei fatti, però, è che da moltissimi anni Palermo si trova a rischio idrogeologico e da anni gli ambientalisti e gli scienziati mettono in guardia l’umanità sulla crisi climatica, senza però esser ascoltati o presi su serio.

Nuova mattanza alle isole Fær Øer: uccisi quasi 300 cetacei in un giorno

Nemmeno l’epidemia da covid-19, che ha colpito e messo in ginocchio il mondo intero, ha impedito il massacro di globicefali e delfini che ogni anno si consuma alle isole Fær Øer. Una pratica secolare che, al mondo d’oggi, non trova giustificazione e, soprattutto, rischia di arrecare seri danni alla salute della popolazione locale. La causa? Il mercurio.

Grindadràp: cos’è?

La caccia alle balene, o Grindadràp, alle isole Fær Øer è praticata fin dal 1584. Un tempo utilizzata come fonte di cibo e denaro, in una regione arsa dal vento e dalle condizioni climatiche avverse, ad oggi è considerata dai molti inutile ed una mera barbarie, perpetrata a discapito di specie già di per sé ampiamente stressate dall’impatto antropico.

Nel periodo estivo a cavallo tra giugno e settembre le meravigliose acque di alcune baie locali si tingono di rosso. I cetacei presi di mira dalla Grindadràp sono i Globicefali (Globicephala melas), animali sociali, come i delfini, nei quali vi è una forte coesione all’interno dei pod (“branchi”).

Globicefalo. Foto di Barney Moss

La caccia si svolge in vari passaggi: avvistamento, inseguimento, spiaggiamento, uccisione e lavorazione.

Gli elementi che costituiscono la caccia alla balena sono ami, funi e strumenti per la misurazione delle balene. Quando i cacciatori avvistano una balena hanno la possibilità di spostarla solo se questa è in prossimità di fiordi e baie.

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Per condurre il branco di balene verso la riva, le barche formano un semicerchio. Al segnale del caposquadra del gruppo di cacciatori, delle pietre vengono lanciate nell’acqua dietro il branco. I rumori spingono i pod a dirigersi nella direzione opposta al frastuono, la spiaggia. Lo spostamento di un branco di cetacei deve sempre avvenire sotto la supervisione di un’autorità del luogo.

Dopo aver arenato le balene sulla spiaggia comincia una vera lotta a mani nude, carica di violenza, alla quale interi villaggi e turisti assistono emozionati, spesso con i bambini in prima fila. I cacciatori, dopo aver arpionato l’animale dallo sfiatatoio, tagliano il dorso delle prede presso la spina dorsale con uno speciale coltello. Questo è considerato il miglior modo per uccidere l’esemplare, perché induce una morte “rapida”. Naturalmente non è quasi mai così.

Negli ultimi anni si è cercato di spiegare agli abitanti delle isole il concetto di bioaccumulo delle sostanze tossiche come il mercurio nei tessuti degli animali all’apice della catena alimentare. Neppure il timore di malformazioni e degenerazioni del sistema nervoso hanno rallentato o scoraggiato questa pratica, la quale continua ad essere perpetrata.

La prima mattanza del 2020

Il capitano Paul Watson, il fondatore di Sea Sheperd, il 16 luglio ha denunciato la ripresa della caccia alle balene in queste isole. L’ultima Grindadràp risale all’agosto 2019, durante la quale vennero massacrati un centinaio di globicefali.

https://www.facebook.com/captpaulwatson/posts/10158122835045932
La notizia pubblicata dal Capitano Paul Watson, fondatore della Sea Shepherd Conservation Society.

Questa volta il numero è pari a 252 Globicefali e 35 delfini bianchi.

Il ruolo dell’Europa?

Le isole Fær Øer non fanno parte dell’Unione Europea, bensì del Regno di Danimarca. Ottennero l’autonomia nel 1948 e nel corso degli anni hanno acquisito il controllo su quasi tutte le questioni di politica interna, come la gestione della caccia ai cetacei. Non hanno però il controllo dell difesa e gli affari esteri, Con l’eccezione di una piccola forza di polizia e guardia costiera. La forza militare organizzata rimane responsabilità della Danimarca.

L’Europa ha una legislazione rigorosa per la protezione di tutti i cetacei, ma purtroppo le Isole Fær Øer non fanno parte di quest’ultima, quindi il diritto comunitario lì non è applicabile. La Convenzione di Bonn, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) e la Convenzione sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale europea (Convenzione di Berna) non si applicano alle Isole Fær Øer. 

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La caccia alle balene pilota (ed altri cetacei) è legale nelle Isole Fær Øer e la Commissione europea ha limitate possibilità di intervenire direttamente e non ha identificato alcuna legge comunitaria che potrebbe essere stata violata dalle attività svolte nelle Isole dalla marina e dalla polizia della Royal Danish in relazione a questa caccia.

Non solo alle Fær Øer

Al mondo, purtroppo, certe mattanze sono all’ordine del giorno e avvengono in molti Paesi.

Per esempio a Taiji, in Giappone, vi è una baia nella quale in certi periodi dell’anno avviene la medesima mattanza. La tecnica di caccia è molto simile, ma i cetacei sono diversi. Ogni anno vengono brutalmente massacrati centinaia di delfini; coloro che non vengono arpionati sono destinati ad una sorte forse ben peggiore: i delfinari.

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Per maggiori chiarimenti circa la baia giapponese di Taiji vi rimandiamo alla visione del documentario : The cove.

Oklahoma, la terra ritorna ai nativi americani

Con una sentenza storica, la Corte Suprema americana ha stabilito che gran parte dell’Oklahoma orientale è riserva indiana. In questo territorio è stabilita l’autonomia giudiziaria, politica e fiscale. La decisione, presa di misura con 5 voti contro 4 il 9 luglio, esautora lo Stato dell’Oklahoma dal perseguire casi che coinvolgano nativi americani. La sovranità si estende per più di un milione di ettari, includendo parte di Tulsa e Broken Arrow, due delle città più popolose e importanti.

America First…o forse no!

La sentenza segna un precedente incredibile. “La formulazione del documento era piena di tale intenzione e grazia che mi ha commosso fino alle lacrime”, ha commentato un membro dei Tiger, una delle tribù coinvolte. L’area interessata si estende nelle nazioni dei Cherokee, dei Muscogee (Creek), dei Seminole, e in quelle meridionali dello stato dell’Oklahoma, come Chickasaw e Choctaw.

Da una dichiarazione congiunta rilasciata dalle cinque tribù di nativi americani si intuisce la portata di questa decisione. “Le Nazioni e lo stato sono impegnati ad attuare un quadro di giurisdizione condivisa che preservi gli interessi sovrani e i diritti all’autogoverno, affermando al contempo le intese giurisdizionali, le procedure, le leggi e i regolamenti che sostengono la sicurezza pubblica, la nostra economia e i diritti di proprietà privata“, scrivono.

La sentenza McGirt vs Oklahoma

La vicenda risale al 1997, quando Jimcy McGirt fu accusato da un tribunale dello Stato dell’Oklahoma di vari crimini, tra cui stupro di primo grado su una bambina di quattro anni. L’uomo fu condannato senza la possibilità di libertà condizionale. Sia lui che la vittima erano membri della Nazione dei Seminole.

Nel 2018, dopo 21 anni trascorsi in carcere, decise di sfidare la corte statale dell’Oklahoma con una petizione. Visto che i reati erano stati commessi all’interno del territorio dei Muscogee -conosciuti anche come Creek- e forte di una precedente sentenza del 2017, McGirt avanzò una richiesta. La riserva dei Muscogee non era mai stata abolita dal Congresso, facendo sperare di spostare la giurisdizione a quella tribale.

Le due parti contendenti cominciarono a discutere la questione. Da un lato, la Nazione dei Cherokee sottolineava la continua soppressione della loro legge e cultura da parte dello Stato. Inoltre, proponeva il loro punto di vista sugli accusati: non sarebbero stati scarcerati. Avrebbero risposto a una corte di livello superiore, quella federale, oltre che alla loro.

Contro i nativi americani si scagliavano i District Attorneys, supportando la tesi per cui un altro livello di sovranità avrebbe solamente creato ulteriori problemi durante le indagini. I poliziotti di Tulsa, per esempio, non sarebbero stati in grado di controllare efficacemente la città, data la differenza di leggi previste.

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La decisione della Corte Suprema a favore dei nativi americani

Neil M. Gorsuch, giudice del blocco dei conservatori, si è unito ai liberali. Scrivendo le opinioni, ha sottolineato come la sentenza vertesse “sulla possibilità che la terra promessa nei trattati rimanesse alla riserva indiana per scopi di giurisdizione criminale federale”. Ha poi aggiunto: “Visto che il Congresso non ha deliberato diversamente, il governo deve tenere fede alle sue parole”.

Le domande delle minoranze dei nativi americani erano molte. Così, un giornale della minoranza dei Choctaw ha risposto ai quesiti più frequenti. La decisione della Corte non autorizza l’immediato rilascio di tutti i detenuti. Tutti i casi verranno valutati singolarmente, scegliendo il percorso giudiziario adeguato. Il numero delle emergenze rimarrà sempre il 911. Nessun non-nativo dovrà lasciare le proprie case o le proprietà. Inoltre, i confini dell’Oklahoma rimarranno intatti, come i diritti e i doveri dei cittadini.

La sentenza lascia alcuni scontenti, tra cui lo Stato dell’Oklahoma. Roberts, uno dei quattro giudici scheratisi contro, ha dissentito mostrando tutta la sua perplessità. La “decisione […] crea una significativa incertezza per l’autorità statale su qualsiasi area che tocchi affari dei nativi americani, dall’urbanistica alla tassazione, fino alla famiglia e alle leggi ambientali”.

La sentenza dello Stato dell’Oklahoma sulle terre dei nativi americani

Promesse e realtà per i nativi americani

Anche tra i cittadini della nazione dei Muscogee (Creek), la decisione sul caso McGirt desta qualche preoccupazione. Come riportato dal TheGuardian, Cherra Giles, nativa di Tulsa e vittima di violenza domestica, apprezza la possibilità per la sua tribù di proteggersi in questo modo. D’altra parte, però, non vorrebbe che le famiglie delle vittime subissero un secondo trauma.

“Non c’è un cattivo momento per mantenere una promessa”, ribadisce Giles, ricordando come nel 18esimo secolo il governo federale promise di rispettare i diritti sulla terra dei nativi americani.

In un momento storico travagliato per gli Stati Uniti, la notizia sembra essere una speranza per una minoranza della comunità. Dopo le proteste per la morte di George Floyd, la squadra dei Washington Redskins ha deciso di cambiare nome. Il proprietario della squadra ha sempre difeso l’appellativo, poichè rappresentava “l’onore, il rispetto e l’orgoglio” del gruppo. Dopo un esame approfondito, il 13 luglio il team ha optato per la sostituzione.

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La conquista più grande

Nonostante le differenze, le popolazioni indigene condividono problemi riguardanti la salvaguardia dei diritti. La loro identità è spesso non riconosciuta. Le loro terre e le risorse naturali sono sfruttate. Queste minoranze sono le più svantaggiate e vulnerabili del pianeta. Solamente nel 1982, l’introduzione di un gruppo di lavoro alle Nazioni Unite permise loro di condividere le esperienze.

La dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni del 2007 è il culmine di trent’anni di lavori. Le organizzazioni presenti erano più di 100 per affermare “che tutte le persone contribuiscono alla diversità e alla ricchezza delle civilizzazioni e culture che costituiscono il patrimonio comune dell’umanità“.

La strada verso il pieno riconoscimento e rispetto dei diritti è ancora lontana.

Dakota Access Pipeline, un giudice ordina la chiusura

Dakota Access Pipeline pipe

Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

Dakota Access Pipeline young protester
La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione

from farm to fork

Lo scorso maggio è stata presentata la nuova strategia della Commissione Europea sulla filiera agroalimentare. Si chiama From Farm to Fork e prevede appunto di adottare una strategia complessiva che renda il settore agricolo ed alimentare sostenibile sotto tutti i punti di vista. La produzione biologica è messa al centro, così come nuovi indici di etichettatura e trasparenza che rendano il consumatore più consapevole. Nel complesso, il mondo ambientalista ha accolto con favore questo importante piano decennale. Non sono mancate però critiche e perplessità da parte di alcune categorie interessate. Vediamole insieme.

“From farm to fork” nel piano europeo per la transizione ecologica

La strategia Farm to Fork Strategy – for a fair, healthy and environmentally-friendly food system (F2F) si inserisce nell’ambizioso piano di transizione ecologica che l’Unione Europea ha delineato con il nome di European New Deal. È stata presentata dalla Commissione Europea a fine maggio, assieme al piano sulla biodiversità di cui abbiamo già parlato nelle scorse settimane. La strategia prevede investimenti per 20 miliardi l’anno e punta ai seguenti obiettivi: riduzione del 20% dell’uso dei fertilizzanti in agricoltura e del 50% dei fitofarmaci. Aumento del 25% delle superfici coltivate a biologico e taglio del 50% dei consumi di antibiotici per gli allevamenti e l’acquacoltura. Infine, ulteriore estensione dell’etichetta d’origine sugli alimenti. Tutto questo, entro il 2030.

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Un grande passo avanti per un’Europa più sostenibile

In generale, il mondo ambientalista ha espresso grande apprezzamento per le linee indicate dalla strategia From Farm to Fork. L’obiettivo principale del piano è infatti quello di abbassare l’impatto ecologico del settore agricolo, per ora stimato attorno al 10% delle emissioni totali. La novità rispetto ai piani precedenti è quella di considerare il settore agroalimentare nel suo insieme, in modo tale da adottare il paradigma della sostenibilità in ogni passaggio che porta il cibo “dal campo alla forchetta”. Da una parte cioè, si punta a sostituire quelle pratiche dell’agricoltura devastanti per la salute dell’uomo e dell’ambiente, offrendo alternative ecologiche all’uso di pesticidi. Il piano cita ad esempio l’agroecologia e il ruolo fondamentale che essa svolgerà per il cibo del futuro.

Dall’altra, il piano vuole colmare il gap di conoscenza nel mondo dei consumatori. Attraverso una migliore etichettatura, che fornisca nel dettaglio la provenienza e i valori nutrizionali del prodotto; ma anche tramite maggiori facilitazioni per l’accesso al cibo sano e sostenibile: “le istituzioni pubbliche, come le scuole e gli ospedali, dovranno rispettare standard più rigorosi in materia di appalti pubblici per la fornitura dei pasti. Anche le aziende – spiega Slow Food – dovranno adottare misure per ridurre il proprio impatto ambientale e rivedere l’offerta di alimenti seguendo le linee guida per una dieta sana e sostenibile”.

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Le critiche del settore sulla strategia From Farm to Fork

D’altra parte però, molte associazioni di categoria hanno espresso perplessità o critiche nette. In primo luogo, c’è disaccordo sui target fissati: per i movimenti ambientalisti, gli obiettivi preposti sarebbero troppo modesti. Si ritiene che gli obiettivi non siano in linea con gli allarmanti moniti degli scienziati per quanto riguarda l’innalzamento della temperatura e la perdita di biodiversità nei prossimi 10 anni. Per altre associazioni invece, come ad esempio Confagricoltura o Copagri, la strategia From Farm to Fork rappresenta una minaccia per gli agricoltori e produttori europei, che dovrebbero adeguarsi troppo in fretta e – a loro dire – senza alternative che possano sostituire validamente gli input esterni (pesticidi e fitofarmaci). Il rischio sarebbe quindi quello di penalizzare la produzione interna e favorire l’importazione da paesi terzi che applicano regole diverse.

Un secondo punto critico riguarda i tempi e i modi di attuazione. Infatti, per ora la strategia fornisce solamente delle linee guida, non vincolanti quindi, che dovranno poi essere regolamentate attraverso la nuova PAC (politica agricola comunitaria). Ogni stato membro dovrà poi declinare la strategia europea a livello nazionale. Il timore delle associazione ambientaliste è dunque la correzione al ribasso che potrebbe essere attuata dopo che il piano verrà preso in esame dalle varie istituzioni. Si teme soprattutto l’influenza delle lobby delle industrie agroalimentari. Infine, Coldiretti ha apprezzato la trasparenza in etichetta, ma ha anche espresso preoccupazione per il settore degli allevamenti e della carne. Il piano si impegna infatti a ridurre il consumo di carne a causa dell’elevatissimo impatto ambientale del settore.

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Il giudizio di Slow Food Italia

Slow Food Italia ha commentato così la strategia From Farm to Fork: “Slow Food ritiene che la strategia “Farm to Fork” sia l’occasione per intraprendere quel percorso di trasformazione di cui abbiamo bisogno per creare sistemi alimentari sostenibili e per proteggere l’ambiente, la salute e naturalmente i produttori. Nella strategia vengono affrontati temi fondamentali come la promozione dell’agroecologia, il miglioramento delle abitudini alimentari e la necessità di impegnarsi in un consumo minore, e al tempo stesso di migliore qualità, di carne: sono alcune delle idee che Slow Food sostiene e promuove da anni. 

Slow Food si rammarica però per l’inclusione, nella strategia F2F, del concetto di nuovi Ogm, nonostante quanto stabilito dalla sentenza della Corte di giustizia europea nel 2018. Secondo Slow Food, inoltre, la riduzione del 50% dell’utilizzo dei pesticidi è un obiettivo insufficiente a frenare l’estinzione degli impollinatori, che ha raggiunto livelli senza precedenti e che mette a grave rischio il nostro sistema alimentare“.

From Farm to Fork: un cambio di rotta necessario

Come sempre quindi, bisognerà attendere che i grandi proclami vengano concretizzati attraverso regole comunitarie e nazionali. I cambiamenti che potrebbero avvenire in questo processo non sono pochi, perciò la strategia From Farm to Fork è certamente da monitorare in ogni sua fase. Inoltre, è giusto osservare che le riforme proposte non possono essere calate dall’alto, senza che gli agricoltori e i produttori abbiano gli strumenti necessari per adattarsi alle nuove regole. Non per ultimo, è fondamentale che il piano fornisca le giuste conoscenze per istruire e consapevolizzare i consumatori. Colmare il vuoto di conoscenza è certamente il primo compito che la Commissione Europea deve prefiggersi per costruire un sistema agroalimentare all’insegna della sostenibilità.

A questo proposito, vogliamo segnalare il corso ad Alta Formazione Permanente proposto dall’Università di Urbino “Modelli politiche e strategie per lo sviluppo dell’agricoltura biologica”. Giunto alla sua terza edizione, il corso offre un ciclo di seminari e lezioni sul campo per tutti gli interessati al mondo del biologico: dagli aspetti più tecnico-agronomici, alla costruzione di un business plan, dalla conoscenza diretta dei produttori alla regolamentazione delle politiche di sostegno. L’edizione appena conclusa ha visto nascere il progetto Sentieri Bio. Sentieri Bio è un luogo di incontro virtuale in cui è possibile conoscere gli aspetti più rilevanti del sistema agroalimentare, seguendo i principi della sostenibilità. In attesa di vedere attualizzare nel concreto la strategia europea F2F, ricordiamo che tutti noi ogni giorno siamo chiamati a scegliere il cibo da mettere in tavola. Ognuno può quindi fare la differenza, formandosi e facendo scelte di consumo sostenibile.

In Siberia incendi e temperature record: è allarme

L’Artico ha raggiunto temperature record. In Siberia, incendi devastanti stanno bruciando milioni di ettari di foresta e aumentando la concentrazione di anidride carbonica nell’aria. La situazione è fuori controllo. “Stiamo registrando molte ondate di caldo in varie parti del mondo, tra cui la Siberia. Negli ultimi 5 anni, l’Artico è stata la zona più colpita. […] Non possiamo dire che non c’entri il cambiamento climatico, perché ha un grande impatto sul nostro pianeta.” ha commentato il climatologo Jeff Berardelli alla CBS. Verchojansk, in Jacuzia, è uno dei luoghi più freddi al mondo. D’inverno, si possono raggiungere i -50 gradi centigradi. Il 20 giugno si sono registrati 38 °C, quasi venti gradi in più della media stagionale. Il dato è il più alto dall’inizio delle misurazioni, cominciate nel 1885.

Errore di calcolo?

Purtroppo non si tratta di un errore di calcolo. Anche nei giorni successivi, le misurazioni hanno confermato il dato. Il 2100 era stato identificato come l’anno in cui si sarebbero toccate queste temperature record. Le previsioni sono state superate dalla realtà con 8 decenni d’anticipo. Il Copernicus Climate Change Service (C3S), un programma affiliato alla Commissione Europea, ha reso noto che il caldo sopra la media si sta protraendo da più di un anno. Già in maggio, l’osservatorio aveva sottolineato come fosse senza dubbio un segnale allarmante, ma che non fosse solamente quel mese ad essere atipicamente mite nella regione. “L’intero inverno e poi la primavera avevano avuto periodi ripetuti di temperature superiori alla media in superficie. […] Tuttavia, in questo caso è il tempo per cui si stanno protraendo queste anomalie il tratto inusuale”.

Secondo Martin Stendel, scienziato climatico che si occupa del monitoraggio del permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato, “in situazioni di normale distribuzione di anomalie, senza cambiamento climatico, un evento del genere sarebbe avvenuto ogni 100 000 anni.” In ogni caso, come riportato nel bollettino mensile del C3S, la temperatura media in tutta la Siberia era di 5 gradi superiore rispetto al normale.

Conseguenze delle temperature record

Il direttore del C3S, Carlo Buontempo, conferma come la Siberia si stia riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del mondo. Ma che conseguenze ha, di fatto, questo aumento di temperatura?

Un ruolo incisivo hanno giocato i venti persistenti che hanno contribuito a rendere l’inverno e la primavera più miti. Un fattore importante da ricordare è la scarsità di copertura nevosa raggiunta lo scorso giugno. Un record che ha aiutato anche lo sviluppo di incendi.

I dati non sono confortanti, come dimostrano gli scienziati del Servizio di Monitoraggio Atmosferico del Copernicus (CAMS). Cominciando dall’inizio degli incendi boreali a inizio maggio, hanno monitorato un aumento del numero e dell’intensità di questi fenomeni.

A giugno, si stimano un totale di 59 megatonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera, ossia più di quelle registrate nello stesso periodo un anno fa, che si erano attestate sulle 53 megatonnellate.

Mark Parrington, Senior Scientist e esperto di incendi, ha aggiunto: “Le temperature record e le superfici più asciutte stanno fornendo le condizioni ideali a questi incendi per bruciare e per persistere così a lungo e su un’area così vasta.” In ogni caso, purtroppo, eventi simili si erano già scatenati durante gli anni passati.

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Siberia-incendi: binomio (im)perfetto

L’effetto domino è facilmente intuibile. Le temperature record registrate sono la conseguenza di una concentrazione maggiore di CO2 e di altri gas a effetto serra nell’atmosfera. L’accelerazione del fenomeno porta a un più rapido scioglimento dello strato ghiacciato e nevoso e, di seguito, all’aumento degli incendi. Il tutto -come se servisse aggiungerlo- ha degli effetti devastanti sulla condizione termica dell’intera area.

“L’Artico è figurativamente e letteralmente in fiamme” ha sottolineato Jonathan Overpeck, rettore della environmental school all’Università del Michigan, in una lettera ad APNEWS. Di sicuro, il binomio “Siberia-incendi” non dovrebbe essere il primo collegamento a venire in mente quando si parla delle regioni più fredde a mondo.

Siberia: incendi, invasione di insetti, diesel nei fiumi stanno cambiando completamente l’equilibrio biologico del Paese e dell’intero pianeta.

Se il permafrost non è più permafrost

La parola permafrost è composta dall’abbreviazione di permanent e da frost, ossia gelato. Indica lo strato di terreno perennemente congelato che si trova nel sottosuolo, specialmente a latitudine elevata e ad alta quota.

Ma se non fosse più così?

Le immagini del fiume Ambarnaya color diesel hanno fatto il giro del mondo. 20 000 tonnellate di combustibile si sono riversate nel corso d’acqua a causa del cedimento di un serbatoio della centrale di Norilsk. Il basamento della cisterna posava su questo strato, che si sarebbe sciolto, causandone la rottura. Nonostante aver dichiarato l’emergenza, la regione oramai era una delle più inquinate del pianeta.

Siberia: incendi devastano la Repubblica di Sakha.

Il Permafrost Carbon Feedback è il processo di rilascio di anidride carbonica e altri gas serra. Se, ad oggi, la maggior parte dell’inquinamento atmosferico è di origine antropica, i modelli futuri dovranno tenere conto anche di questo fattore “naturale”. Il carbonio contenuto in questo strato, ma anche piante, microbi e animali accumulati nel suolo artico perennemente ghiacciato per migliaia di anni potrebbero essere rilasciati ed essere un punto di non ritorno per il clima. Questo aumenterebbe esponenzialmente i costi per la mitigazione e l’adattamento.

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E il Polo Sud?

Se le temperature record hanno raggiunto il polo più a settentrione del nostro globo, è il caso di vedere quale sia la situazione dall’altro capo del mondo. In un articolo pubblicato il 29 giugno dalla rivista Nature Climate Change, la situazione descritta è preoccupante. Anche qui, infatti, si è registrato un riscaldamento di tre volte superiore rispetto alla media. L’aumento dei gradi centigradi dell’oceano Pacifico tropicale occidentale avrebbe causato anomalie nel mare di Weddell, a ridosso del continente antartico.

Lo studio ha dimostrato come la variabilità atmosferica interna abbia potuto indurre cambiamenti climatici estremi a livello regionale, occultandone alle misurazioni ogni tipo di segnale di riscaldamento durante il ventunesimo secolo.

Il ghiaccio, invece, non ha risparmiato la Terra del Fuoco. Il 30 giugno, Río Grande si è risvegliata a -14,5°C, con le auto e, addirittura, le onde del mare congelate. La temperatura percepita era di -20°C. Non accadeva dal 1995, con gli abitanti della città che hanno dovuto fare i conti con i tubi dell’acqua sotto zero e problemi alle forniture idriche.

Se in Siberia incendi e temperature record stanno devastando milioni di ettari di bosco, anche il Polo Sud è afflitto dai cambiamenti climatici.

Un’emergenza perenne non è più emergenza

Non possiamo affrontare qualsiasi tipo di sfida imprevista come emergenza. Se il 2020 sta dimostrando che è necessario saper affrontare più problemi allo stesso tempo, ecco che serve imparare ad avere una visione sistemica dei fenomeni. Il circolo vizioso di cattivi comportamenti sta solamente accelerando la concatenazione di eventi negativi per l’ambiente. Lo scioglimento del ghiaccio nell’Artico potrebbe andare a favore delle industrie petrolifere e minerarie? Bisogna mettere la salute della comunità e delle generazioni future prima di ogni tipo di interesse privato. Le scelte prese dal proprio governo non sono in linea con gli standard virtuosi personali? È giunto il momento di prendere coscienza del potere del cittadino in una democrazia. La soddisfazione per il raggiungimento di obiettivi su piccola scala sono messi in ombra da una mala gestio diffusa? È tempo di attivarsi.

Più della metà delle foreste del mondo sono localizzate in Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina. La Federazione russa possiede il 20% di area boschiva del mondo, ma solo nel 2018 ne ha persa più di cinque milioni e mezzo di ettari. Finché si penserà alla Siberia come una regione remotissima nello spazio e nei costumi, non si potrà cambiare veramente. Cambiare paradigma di pensiero è il primo passo per salvare la Siberia, l’Artico, e tutta la Terra.

Elezioni comunali in Francia: i verdi stravincono

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In Francia l’onda verde che sta travolgendo l’Europa negli ultimi anni si è trasformata in tsunami, per usare un’espressione dei media della nazione guidata da Emmanuel Macron. Quest’ultimo, che dopo le recenti elezioni comunali, ha constatato il nuovo vento ecologista tra la popolazione francese e ha promesso un nuovo cambio di rotta, questa volta in favore dell’ambiente.

Elezioni in Francia: i comuni che hanno scelto l’ecologia

Nonostante sia presto per parlare di un dominio totale dei verdi, considerando che in molti comuni questi hanno vinto grazie alle coalizioni, lo schieramento del sindaco di Parigi a fianco dell’ambiente fa pensare che un cambiamento sia davvero in atto. La prima cittadina parigina, Anne Hidalgo, è infatti stata rieletta al secondo turno grazie alla coalizione con il partito verde Europe Ecologie-Les Verts (Eelv) guidato da David Belliard. In questo modo Hidalgo ha raggiunto il 48,7% dei voti contro il 33,8% del partito conservatore e il 13,3% del macroniano La République en marche. Insieme, quindi, il partito della Hidalgo e quello ecologista di Belliard, governeranno insieme la capitale francese, una delle città più importanti e influenti d’Europa.

A Lione, la seconda città più importante della nazione, il partito ecologista ha vinto con più del 50% dei voti, così come a Bordeaux, dove l’ambientalista Pierre Hurmic ha superato l’alleanza tra il partito conservatore e quello di Macron, che prima erano a capo della città sancendo così la storica propensione a destra della cittadina.

Anche a Marsiglia si respira un’aria nuova, dopo 25 anni di dominio della destra. Anche qui la vittoria è stata ottenuta grazie a una coalizione tra socialisti, comunisti, Eelv e il partito di sinistra radicale. L’esponente di Eelv Michèle Rubirola non può però ancora cantare completa vittoria, poiché ancora è lontano dalla maggioranza assoluta.

Grenoble, un altro importante snodo cittadino francese, ha rieletto il sindaco esponente dei verdi Eric Piolle. Altri comuni che hanno tinto di verde i muri della città sono stati Strasburgo, Tours, Poitier e Besançon.

Elezioni in Francia. Da cosa deriva la vittoria dei verdi

Come si legge sul Guardian, la pandemia di Covid-19 ha stimolato la sensibilità di molti verso le tematiche ambientali. Le cause della diffusione del virus, ormai si sa, derivano dagli allevamenti intensivi e dal traffico di animali selvatici. Questo ha portato tutta l’Europa a una rinnovata attenzione alla sicurezza alimentare e ai prodotti locali che rispettino l’ambiente.

Il calo drastico dell’inquinamento e la conseguente pulizia dell’aria che respiriamo, ha portato le persone ad apprezzare un mondo più sano e pulito. Non è dispiaciuta nemmeno la rivoluzione della vita urbana, fatta di piccoli spostamenti, di predilezione delle piccole realtà locali, di lavoro da casa. Il tutto ha poi incentivato lo stanziamento di nuovi fondi pubblici per forme di trasporto più ecologiche. E i benefici, probabilmente, hanno iniziato a farsi sentire, sia per le tasche dei cittadini, sia per la loro salute fisica e mentale.

I benefici dell’ambientalismo

Vi è poi una motivazione più profonda e meno legata ai recenti avvenimenti legati al Covid-19, ovvero la constatazione, da parte dei cittadini “comuni” dei benefici dati dal rispetto per l’ambiente, al di là di ogni colore politico. Le misure promesse e, si spera, un domani adottate dai nuovi sindaci francesi non potranno che giovare alla vita dei francesi.

Piste ciclabili e mezzi pubblici

I nuovi sindaci verdi mirano infatti a ridurre lo spazio dedicato alle auto all’interno delle loro città, aumentando le opzioni per la mobilità leggera, come la bicicletta, in monopattino o anche pedonale. Lione vuole creare per 450 chilometri di pista ciclabile e ridurre la velocità a 30 km/h all’interno del centro città. Lo stesso vale per Bordeaux e Strasbourg, dove i sindaci vogliono creare molti più spazi adibiti alle due ruote. Il sindaco di Marsiglia vuole duplicare i mezzi pubblici e creare delle corsie apposite in città.

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Spazi puliti e vivibili

Sono poi tutti sulla stessa linea nel ripensare i centri urbani e renderli non solo cumuli senza anima fatti di abitazioni e persone, ma spazi vivibili, aperti e puliti. Verranno poi arrestate le nuove costruzioni nei campi o in terreni precedentemente incontaminati. A Bordeaux e Tours, i verdi vogliono rendere più sopportabili le alte temperature estive piantando “micro-foreste”, circa 200 metri quadrati ciascuna, così da ombreggiare e raffreddare l’aria. L’amministrazione entrante di Bordeaux vuole far sì che ogni cittadino trovi uno spazio verde ogni 10 minuti a piedi.

Parola chiave: investimenti

Con le nuove amministrazioni verdi, i fondi pubblici potranno essere utilizzati per ridurre il consumo di energia e le emissioni, isolare meglio le case e piantare alberi. A Strasburgo, ad esempio, verrà finanziato l’isolamento termico di 8.000 case all’anno, mentre Lione si è impegnata per 10.000 all’anno.

Forte della citata nuova sensibilità verso la salute e il supporto dell’economia locale, Lione si è infine impegnata a rendere il i pasti scolastici 100% biologici. Inoltre almeno il 50% di tutti gli ingredienti provenienti dal territorio vicino. Anche il nuovo sindaco di Bordeaux vuole investire nella creazione di posti di lavoro e servizi per includere le aree circostanti le città, condividendo le risorse urbane con le città più piccole.

E l’Italia?

Come afferma senza mezzi termini il giornale “Il cambiamento”, l’ondata ambientalista che sta raggiungendo le nazioni europee interesserà l’Italia solo in un lontano futuro. Ad oggi la nostra nazione è ancora nelle mani della mafia la quale dipende dai profitti delle aziende inquinanti, degli azionisti e dei politici corrotti che li sostengono. Profitti che, ovviamente, non vengono reinvestiti in progetti virtuosi, ma gonfieranno le tasche degli stessi pochi beneficiari.

Proprio per questa perenne, incessante corruzione, l’Italia manca di un leader forte che, anche se non ambientalista, quantomeno contrasti l’esuberanza degli slogan salviniani. Questi donano infatti un veloce conforto a molti nostri compatrioti, debilitati dal disagio economico e sociale ancora più critico dopo il Covid. L’aria pulita e e la fauna ritrovata nei canali veneziani non sono bastati. Le persone vogliono il pane.

I nostri media non valicano, però, il muro della superficialità, e non riescono a diffondere un messaggio molto semplice: il pane dipende dall’ambiente in cui viviamo. Non dai soldi che lo stato intasca facendo passare la crescita economica come unica opportunità di aumentare i posti di lavoro. Per fare un esempio, anche se non relativo alla realtà italiana, ogni dollaro investito nel settore dei trasporti pubblici potrebbe portare a un 30% di posti di lavoro in più rispetto a un investimento analogo nella costruzione di nuove strade e ponti.

Media clickbait e giovani assenti

I media, invece, seguono l’argomento clickbait più usato da Salvini per distogliere l’attenzione e ottenere voti, ovvero quello dell’immigrazione. Un problema che esiste, ma che costituisce davvero un problema più per le persone che si trovano su quelle barche che per i cittadini italiani, comodi in panciolle sul divano che guardano le partite di calcio.

Infine, l’anagrafica del nostro paese non può aiutare nella transizione. Per un cambiamento che è più culturale che economico servono visioni, idee, lungimiranza, competenza, coraggio, onestà intellettuale e soprattutto la capacità di mettere in pratica tutto ciò. E, senza nulla togliere alla saggezza dei nostri nonni, chi potrebbe attuare il cambiamento meglio di giovani entusiasti, neo-laureati o bramosi di lavorare per avere un futuro migliore? Ma, finché i giovani italiani restano una categoria sfruttata, poco considerata, poco supportata e vogliosa soltanto di cambiare nazione, l’Italia verde dovrà attendere.

Acqua inquinata in Veneto: c’è una zona rossa

Acqua inquinata in Veneto

È allarme acqua inquinata in Veneto: gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona lamentano patologie inusuali, in un numero di casi alto e inconsueto. La causa sembrerebbe essere l’inquinamento dell’acqua della falda locale, causato da una società chimica che ha operato per oltre 50 anni in provincia di Vicenza.

Acqua rubinetto

L’azienda chimica Miteni

La Miteni era una importante società chimica italiana. La sede aziendale era a Trissino, un centro abitato da circa 8700 persone nel vicentino. La società fu fondata nel 1965 come centro di ricerca al servizio dell’azienda tessile Marzotto. Il suo primo nome, infatti, fu RiMar (Ricerche Marzotto). Il suo principale lavoro era la produzione di acidi carbossilici perfluorurati, utilizzati per impermeabilizzare i tessuti. I processi chimici per produrre questi acidi sono lo scambio di alogeno (HALEX) – che impiega cloro e trifluoruro di antimonio, il cosiddetto reagente di Swarts – o l’impiego di sali di diazonio.

Nel 1988 la società viene rilevata da Mitsubishi ed EniChem (oggi Syndial, la petrolchimica del gruppo ENI) e acquisisce il nome Miteni, il quale non è altro che una crasi delle due aziende controllanti: Mitsubishi ed Eni. Da quel momento la società si concentra sulla produzione di intermedi contenenti fluoro. I suoi clienti di riferimento sono gli attori del settore agrochimico e farmaceutico. Pochi anni dopo, nel 1996, il gruppo Mitsubishi acquisisce il 100% della proprietà delle azioni di Miteni, diventandone proprietario unico. Ricordiamo che la società giapponese non è solo un grande produttore di automobili e condizionatori; si tratta infatti della principale holding finanziaria del Paese orientale, nonché di una delle più importanti al mondo.

Il fallimento

Nel 2009, un nuovo cambio al vertice ha visto il gigantesco gruppo ICIG acquisire l’azienda di Trissino. La Miteni fu collocata nel gruppo di aziende di chimica raffinata del gruppo, raggruppate sotto l’egida di WeylChem. Alcuni anni dopo si monitorò la contaminazione della falda freatica di Trissino. Nell’acqua, furono ritrovati depositi di tensioattivi perfluorurati (PFAS) pericolosamente alti; tracce di sostanze nocive come PFOA, GenX e C6O4 furono rinvenute all’interno della riserva locale di acqua potabile. Il 26 ottobre del 2018 il cda di Miteni deliberò il deposito di un’istanza di fallimento. Un paio di settimane dopo, con una sentenza risalente al 9 novembre 2018 la Miteni S.p.A. è stata dichiarata fallita. Le sue scorie, però, galleggiano ancora nelle acque di Trissino.

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Acqua inquinata in Veneto: veleno da bere

L’8 giugno scorso, presso il tribunale di Vicenza. si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro la Miteni. L’accusa mossa all’azienda è quella di inquinamento colposo. Un gruppo di genitori era davanti al tribunale, facilmente riconoscibile per via delle magliette indossate. Sulle t-shirt era scritto “State avvelenando i nostri figli”. Oltre a questo grido di rabbia, che è simultaneamente anche una richiesta di aiuto, era stato stampato un nome e il referto di un’analisi del sangue.

L’iniziativa è del comitato Mamme no PFAS, nato 3 anni fa con lo scopo di proteggere il diritto di tutti all’acqua pulita. L’inviato in Italia della testata francese Libération, Eric Jozsef, le ha incontrate e ne ha intervistato una fondatrice: Michela Piccoli, infermiera. Essa ha affermato: “Mia figlia Maria ha 18 anni. Nel sangue ha un tasso di acido perfluoroottanoico (PFOA) di 86,9 nanogrammi per millilitro. Normalmente, tale tasso varia tra 1,5 e 8 ng/ml.”

La falda freatica interessata dalle scorie della Miteni si estende per circa 700 chilometri quadrati, l’ampiezza del Lago di Garda. Essa fornisce acqua dolce alle province di Verona, Vicenza e Padova. Secondo le campionature, risulterebbe completamente contaminata. La Miteni avrebbe riversato, in un fiume che scorre nella zona di Trissino, sostanze perfluoroalchiliche(PFAS) fino ad una concentrazione di 1,2 milioni di nanogrammi per litro. Gli intossicati a causa dell’acqua inquinata in Veneto ammonterebbero a 350mila persone.

Acqua inquinata in Veneto

PFAS nell’acqua

Che cosa sono i PFAS? Per quale motivo sono così pericolosi? Gli acidi perfluoroacrilici sono una famiglia di composti chimici. Il loro impiego prevalente è nel campo dell’industria. Si tratta di catene alchiliche idrofobiche fluorurate, per semplificare, sono acidi molto forti. Vengono utilizzati allo stato liquido e la loro struttura chimica è in grado di conferirli stabilità termica e resistenza ai principali processi naturali di degradazione. Per questi motivi sono pericolosi inquinanti e hanno contaminato completamente la falda acquifera veneta in questione.

Hanno caratteristiche di impermeabilizzazione notevoli. I PFAS sono oleo e idrorepellenti. Vengono impiegati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, nel rivestimento di padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico. Allo stato attuale della ricerca medica, si ritiene che gli acidi perfluoroacrilici agiscano sul sistema endocrino – compromettendo crescita e fertilità – e che siano cancerogeni. La lunga esposizione a PFAS può favorire l’insorgenza di tumori (a reni e testicoli), sviluppare malattie tiroidee, dare origine a ipertensione gravidica e coliti ulcerose.

Come avviene la contaminazione delle acque

In caso di smaltimento non corretto nell’ambiente o, ancor peggio, di sversamento illegale, i PFAS penetrano facilmente nelle falde acquifere. Giunti nell’acqua, la inquinano e, attraverso essa, raggiungono campi e prodotti agricoli. Dunque gli alimenti di cui ci nutriamo. Un’alta concentrazione di queste sostanze non è tossica solo per l’uomo, bensì anche per ogni altro organismo vivente. Gli acidi perfluoroacrilici, infatti, si accumulano nell’organismo attraverso un processo di bioamplificazione. Tale fenomeno avviene quando gli organismi al vertice della piramide alimentare ingeriscono quantità inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente. Prendiamo ad esempio l’uomo che si nutre di animali e vegetali già imbevuti di PFAS, esso resterà vittima di bioamplificazione.

A partire da ottobre 2018, la Giunta Regionale del Veneto ha imposto limiti stringenti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua. Sembra però proprio uno di quei proverbiali casi nei quali si serra la stalla soltanto dopo la fuga dei buoi.

Acqua inquinata in Veneto: le accuse

“Per il numero degli abitanti coinvolti e la dimensione della falda freatica, la seconda più grande d’Europa, si tratta di una vicenda eccezionale. L’azienda era al corrente da molto tempo della contaminazione. Aveva l’obbligo di segnalarla alle autorità ma non lo ha fatto. Solo nel 2017 abbiamo saputo della gravità della situazione, all’esito delle prime analisi del sangue.” Afferma Matteo Ceruti, avvocato di decine di mamme no PFAS che si sono costituite parte civile nel processo a Miteni.

Lo scandalo ha cominciato ad assumere le proporzioni attuali nel 2013. Durante uno studio commissionato dall’Unione Europea sulla presenza di sostanze perfluorate nei fiumi, è stato individuato l’inquinamento dell’acqua in Veneto causato da Miteni. A seguito delle ultime rilevazioni, il commissario per la crisi PFAS in Veneto, Nicola Dell’Acquanomen omen – ha ammesso: “Per decenni l’acqua, così com’è, non potrà essere utilizzata.”

All’interno della zona rossa già descritta, il 90% delle persone riporta valori anomali di PFAS nel sangue. La media locale è di 78 nanogrammi per millilitro di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue. Un dato agghiacciante, se consideriamo che gli abitanti dell’Ohio, contaminati dai PFAS dell’azienda DuPont, registrano valori più bassi di due terzi, in media. “Le sostanze accumulate possono restare nell’organismo anche più di 10 anni.” Specifica Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova. Sui territori interessati si stanno costruendo 60 chilometri di tubazione per bypassare il problema dell’acqua inquinata in Veneto utilizzando le riserve montane. Ogni rubinetto è stato dotato di filtri per la purificazione idrica.

Acqua potabile rubinetto

Veneto in Cattive Acque

A febbraio è uscito anche in Italia il film Cattive Acque, interpretato da Mark Ruffalo. Racconta la storia dell’avvocato Robert Bilott, il quale portò in tribunale la DuPont a seguito dell’inquinamento delle acque di Parkersburg, causato dalle emissioni aziendali di PFAS. Al termine di una lunghissima battaglia, la quale lo provò duramente anche nella sfera privata, Bilott riuscì ad ottenere un importante risultato. Obbligò l’azienda a rimborsare ben 671 milioni di dollari per risolvere la class action nella quale l’avvocato coinvolse ogni singola vittima di quell’acqua inquinata.

Trailer italiano del film Cattive Acque. La vicenda raccontata somiglia molto a quella veneta di cui si occupa l’articolo

Come spesso accade nei film, la vicenda della DuPont ha avuto un lieto fine. Anche nella realtà l’industria chimica di Wilmington ha dovuto sborsare tale cifra. Non sappiamo che cosa avverrà all’interno delle aule del tribunale di Vicenza ma ci auguriamo che anche per la Miteni si possa arrivare ad una simile soluzione. Il precedente statunitense sarà sicuramente incluso tra le carte processuali.

Nessun rimborso, neppure il più insperato, potrà ripulire il sangue ai veneti. L’acqua inquinata in Veneto significherà malessere e patologie per i locali ancora per molto tempo. È tempo di cominciare a prendere atto di come stiamo distruggendo le nostre riserve idriche e del male che ci stiamo causando autonomamente. La falda freatica inquinata avanza verso Venezia al ritmo di un chilometro e mezzo all’anno. Come dice Nicola Dell’Acqua: “In Europa ci sono altre Miteni. Se si fissano limiti soltanto in una regione, le industrie chimiche si sposteranno in un’altra.”

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