Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni

Sempre più spesso sentiamo risuonare la frase “tutta colpa di Cina e India” quando si parla di emissioni e cambiamento climatico. Sebbene ci sia un sostanziale fondo di verità in questa accusa, sentiamo il dovere di spiegare con dati alla mano che il problema è tanto cinese quanto italiano, inglese e soprattutto americano. Infatti, analizzando il quadro storico, le responsabilità pro-capite e le cause di emissione, ricaviamo un quadro che tutto ci permette tranne che continuare ad avere il nostro solito stile di vita ed accusare Cina e India dal nostro smartphone. Smartphone che con ogni probabilità è stato prodotto proprio in quei paesi, ordinato su Amazon, e che ha quindi richiesto una quantità enorme di anidride carbonica per arrivare fino alle nostre mani.

Cina e India al primo e terzo posto

È vero, Cina e India sono fra i grandi inquinatori del mondo. Risultano rispettivamente primo e terzo nella classifica mondiale, intervallati dagli Stati Uniti. Nel 2017 la Cina ha emesso circa 10 miliardi di tonnellate di CO2, ricoprendo quindi il 27,2% delle emissioni globali, mentre l’India è stata responsabile del 6.8% con un’emissione pari a 2,4 miliardi di tonnellate. È innegabile quindi attribuire ai due colossi asiatici una responsabilità enorme nel quadro del cambiamento climatico. Ed è altrettanto vero che questa tendenza va assolutamente fermata, se si vuole evitare il collasso ecologico di cui tanto sentiamo parlare.

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D’altra parte però, bisogna rintracciare le coordinate storiche, i motivi politici e le ragioni economiche che stanno dietro a questi numeri. In primo luogo, se si analizza l’arco di tempo che parte dalla rivoluzione industriale, ovvero da quando le emissioni hanno iniziato a crescere su larga scala, i dati soprariportati vengono fortemente ridimensionati. Infatti, come riporta Chivers nel libro The No-nonsense Guide to Climate Change, la Cina scende al terzo posto per responsabilità storiche, preceduta da Stati Uniti e Russia. L’India è invece settima, attestandosi dopo Germania, Gran Bretagna, Giappone e Francia. Cosa ha causato allora il forte aumento degli ultimi anni? L’inizio delle emissioni sregolate da parte di Cina e India va attribuito in parte alle regole stabilite dal Protocollo di Kyoto, il primo storico accordo in materia di riscaldamento globale.

Cina e India “in via di sviluppo”. La crescita che ferisce la Terra

L’accordo aveva infatti diviso i vari paesi del mondo in tre categorie: paesi sviluppati, paesi sviluppati con “economie in transizione” e paesi in via di sviluppo. Cina e India furono inserite nell’ultimo gruppo come paesi in via di sviluppo. L’accordo non impose loro nessun vincolo di emissioni per permettere di perseguire il “progresso” già ottenuto dai paesi cosiddetti industrializzati, in gran parte situati in Occidente. Questo perchè negli ultimi quarant’anni ha predominato un’idea di sviluppo misurato in termini puramente economici, senza tener conto delle conseguenze devastanti che una crescita annua di PIL fra i 6 e i 10 punti percentuali possa creare sull’ecosistema.

Quante terre servono a un cittadino occidentale?

Un altro fattore interessante da indagare è l’emissione pro-capite: infatti, Cina e India risultano fra i principali paesi nelle classifiche su base nazionale; un indicatore più veritiero riguarda invece le emissioni prodotte da ogni individuo nei singoli paesi. Come riporta Il Fatto Quotidiano, “nel 2017 un cinese emetteva circa un terzo della CO2 emessa da uno statunitense, e un indiano meno di un terzo di un cittadino italiano”. Avete presente l’Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità finisce le risorse naturali previste per quell’anno?

Quando andiamo a calcolare l’impronta ecologica delle singole nazioni, notiamo che paesi come gli Stati Uniti già negli anni Sessanta utilizzavano una quantità di risorse naturali pari a cinque volte le disponibilità del pianeta. La Cina invece, ha iniziato il suo “deficit” nei confronti della terra solo nel 1999 (al momento ha un’impronta ecologica di 2.2 pianeti per sostenere lo stile di vita dei suoi abitanti). I dati disponibili sul sito Global Footprint Network ci mostrano che l’India è addirittura dentro la biocapacità della Terra. Gli italiani ultimamente chiamano spesso in causa cinesi e indiani, ma l‘impronta ecologica del nostro paese si attesta attorno a 2.72 pianeti; nel complesso, l’Italia ha superato i limiti di biocapacità già nel 1965.

Le emissioni per necessità e le emissioni di lusso

Inoltre, dobbiamo considerare la concentrazione della ricchezza. I dati Oxfam ci ricordano che il 10% più ricco della popolazione produce da solo il 50% delle emissioni globali. La metà più povera della popolazione situata nel mondo, pari a 3.5 miliardi, è responsabile di un misero 10% delle emissioni totali di Co2. Questi dati generali non considerano neanche il tipo di fonte delle emissioni. In India, ad esempio, il riscaldamento e la cottura del cibo vengono ancora in gran parte generati da metodi altamente inquinanti, come le biomasse. Riscaldamento e cottura del cibo devono essere considerati bisogni primari e non possono valere quanto le infinite emissioni date da attività di svago o lusso dei paesi sviluppati.

Per fare un esempio su tutti, a Dubai esiste una pista da sci artificiale all’interno di un centro commerciale, con una temperatura esterna media fra i 25 e i 40 gradi. Immaginiamo l’immensa quantità di energia per creare una temperatura ideale per sciare all’interno. Nella stessa città, i clienti che fanno shopping a volte lasciano la macchina con aria condizionata accesa fuori dai negozi; così che, al loro ritorno nel veicolo, non soffrono troppo per lo sbalzo di temperatura interno-esterno. Quanto è giusto comparare le emissioni indiane per riscaldare la cena con l’assurdo sfizio occidentale di divertirsi e sentirsi freschi?

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Cina e India: i nostri ordini su Amazon

Infine, bisogna considerare che il continente asiatico inquina anche per soddisfare le richieste dei consumatori occidentali. Ovvero tutti noi, cittadini italiani, americani, francesi, che dal nostro divano ordiniamo prodotti su Amazon o altre piattaforme con un semplice click dello smartphone. La Cina da sola, rappresenta il 54% del mercato globale e-commerce. Per contro, uno studio americano ha calcolato che circa il 15% dei cittadini di New York riceve come minimo un pacchetto al giorno. Jose Holguin-Veras, Professore all’Università di Rensselaer ha commentato così questo fenomeno: “Quante di queste consegne sono veramente urgenti? Forse il 2% o il 5%?”. Anche lui, ci ricorda che il nostro ruolo di consumatori ha un grosso peso nella crisi climatica: “Noi, come clienti, stiamo guidando il processo. In un certo senso, siamo noi ad avere creato tutto ciò”.

Responsabilità globale, in nome della giustizia climatica

Al netto di tutte queste considerazioni, vogliamo sottolineare che nessuno può esonerare Cina, India e gli altri paesi emergenti dalle emissioni prodotte nei propri paesi. Nessuno stato può ormai esimersi dalla responsabilità storica e intergenerazionale di adeguare i propri concetti di sviluppo, modernità e crescita ai confini planetari del pianeta. Tuttavia, è bene tenere a mente gli argomenti sopraelencati prima di puntare il dito e compiere l’ennesimo tentativo di greenwashing delle nostre coscienze. Sarebbe certo più comodo lasciare che siano gli altri ad agire. Potremmo continuare imperterriti con i nostri stili di vita pieni di sfizi ad alto contenuto di emissioni. Sarebbe più comodo, ma la crisi climatica richiede che tutti facciano la propria parte. Ogni stato e ogni cittadino deve fare qualcosa, tenendo conto delle proprie responsabilità passate, delle possibilità presenti e dei benefici futuri.

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Cosa è rimasto della strage di alberi nel Nord Italia. Un anno dopo

È passato un anno dalla strage di alberi più imponente avvenuta nel Nord Italia. Fra il 29 e il 30 ottobre 2018, la tempesta Vaia, con venti fino a 280 chilometri orari, ha raso al suolo milioni di alberi che da secoli o decenni rivestivano le vette dei nostri monti in Trentino, Friuli e Veneto. Dico “nostri” perché ognuno di noi almeno una volta nella vita ha trascorso qualche giorno immerso nella bellezza delle Alpi, per una vacanza in famiglia o un weekend di sci con gli amici. Ed è per questo che le immagini con interi versanti di alberi abbattuti hanno fatto il giro della penisola, creando un moto di commozione e sbalordimento collettivo. Oggi, ad un anno da quella strage, viene da chiedersi che fine abbiamo fatto tutti quegli alberi: Sono ancora lì? Oppure sono stati raccolti? E a beneficio di chi? Ma soprattutto, quanto tempo ci vorrà perché la situazione torni come prima?

Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino. Foto dell’autrice, Settembre 2019

14 milioni di alberi abbattuti. Il ruolo del cambiamento climatico

8 milioni di metri cubi di alberi. Questa la cifra indicativa di alberi abbattuti dopo il passaggio della tempesta Vaia. Per quanto i negazionisti proveranno ad obiettare, è difficile non riconoscere anche in questo disastro naturale il contributo del cambiamento climatico. Le tempeste violente si sono sempre verificate, ma in questo caso si sta parlando di una quantità di legname pari a sette o otto anni di taglio normale annuo. Una quantità che porta con sé allo stesso tempo un’inaspettata forma di mercato nel breve termine e conseguenze molto negative in una visione ad ampio raggio.

Il mancato governo e il mercato di legname

Infatti, se si guarda all’immediato, la strage di alberi dello scorso ottobre ha spalancato la porta ai mercanti di legname. Ottimo legno a prezzi stracciati. È così che si sono affacciati sul nostro mercato acquirenti stranieri, perlopiù austriaci, sloveni, ma anche cinesi. Come biasimarli. La colpa non è di certo loro, che fanno il loro mestiere. Né è delle autorità e delle imprese locali, che preferiscono vendere al ribasso piuttosto che lasciare a terra quantità enormi di ottimo legno. Resta quindi da chiedersi cosa abbia fatto il governo italiano: “è mancata una regia complessiva”, ha affermato Emanuele Orsini, presidente di FederLegno Arredo, in un’intervista al Sole 24 Ore.

E continua: «Sarebbe servita una task force centrale a supporto delle aziende nella rimozione degli alberi e nello stoccaggio in aree collettive, attraverso un consorzio nazionale sostenuto dalle banche e con la garanzia del governo». La strategia del governo è stata invece quella di stanziare fondi di emergenza e derogare alle singole Regioni o Province Autonome il compito di gestire la situazione. Per il resto è stata creata una “filiera solidale” in mano a Pefc, l’ente certificatore delle foreste italiane; l’invito è rivolto alle aziende di legname del nostro paese, che attraverso il logo Pefc possono riconoscere il legno proveniente dalle zone delle Dolomiti e preferirlo all’importazione di legno straniero.

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Una corsa contro il tempo per “salvare” gli alberi

Perché quel legno non rimarrà ottimo per sempre. Si parla di un lasso di tempo che va dai sei mesi ai due anni per poter usufruire del legno degli alberi abbattuti. Dopodiché il legname perde di valore o diventa inutilizzabile a causa dell’arrivo di parassiti che proliferano nel legno morto. Ed è per questo motivo che la strage di alberi rappresenta un pericolo anche nel lungo termine: il legno abbandonato intaccato da parassiti potrebbe contaminare tutte le piante adiacenti rimaste ancora in piedi. Un altro rischio per la zona è costituito dallo sradicamento delle enormi radici su cui poggiavano quegli alberi. In caso di forti nevicate, le radici estirpate o mal ancorate potrebbero causare colate di fango o valanghe, così mettendo in pericolo le valli sottostanti.

In una recente inchiesta de L’Espresso, si stima che il 50% del legname sia stato rimosso e che il mercato sia ora prevalentemente gestito da imprese dell’Est Europa. Difficile constatare se quella cifra sia reale o un po’ troppo ottimistica. Un servizio del Tg2 parla infatti di un misero 20%. Nel mio recente viaggio in Trentino, precisamente nel parco naturale Paneveggio Pale di San Martino, ho potuto constatare che pochissimi alberi sono stati rimossi, a fronte di interi versanti ancora ricoperti da migliaia di tronchi. Uno scenario spettrale. Si percorrono sentieri totalmente al sole dove fino all’anno scorso c’era solo ombra. Gli abitanti locali raccontano che non hanno mai vissuto nulla di paragonabile a quella notte, con il vento forte e l’acqua che si abbatteva alle finestre. Sono rimasti isolati per tre giorni a causa delle strade interrotte; anche loro fanno riferimento all’arrivo dei cinesi per accaparrarsi il legno ad un prezzo stracciato.

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Nuovi alberi crescono

È stato stimato che ci vorranno cento anni, come minimo, per far tornare la situazione come prima. Molti si stanno prodigando per riparare ciò che la strage di alberi ha spazzato via in una sola notte. Aveva fatto notizia, ad esempio, il colossale sforzo della Magnifica Comunità di Fiemme: 400mila baby alberi coltivati nei vivai per diventare le future cime delle Dolomiti. Un lavoro di estrema cura, che necessita di un’osservazione costante per un periodo di 4 anni prima della piantumazione nelle aree previste. Come ci testimonia Ilario Cavada, tecnico forestale della Magnifica Comunità di Fiemme, “quando sono piccoli, anche un filo d’erba rappresenta una minaccia”.

Una storia di premura che ci ricorda il famoso racconto francese intitolato L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Narra di un pastore che con la sua sola costanza decise di riforestare un’intera zona delle Alpi francesi. Così recita il breve racconto allegorico: “Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”.

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Una strage di alberi, la crisi climatica è qui e ora

Ritengo che questa ultima frase debba rimanere impressa nelle nostre menti. È opportuno sottolineare una volta ancora che la strage di alberi delle Dolomiti non può essere considerato un fenomeno naturale. Fa parte invece delle ormai quotidiane testimonianze che la crisi climatica esiste. Una crisi climatica che ognuno di noi ha contribuito a creare. Gli scienziati ammettono che è complicato trovare una diretta correlazione fra il cambiamento climatico e ogni singolo evento meteorologico estremo. D’altra parte però, in un convegno organizzato a Dicembre 2018 per analizzare cause e conseguenze della tempesta Vaia, tutti hanno convenuto che il primo e principale fattore a scatenarla sia stato il cambiamento climatico, che porta ad eventi sempre più frequenti ed estremi nelle Alpi.

In definitiva, ci teniamo a far presente che diviene sempre più urgente riconoscere l’emergenza climatica a livello nazionale, con un piano verde e di transizione energetica coraggioso e mirato. La piantumazione di alberi, in questo caso, deve essere una priorità assoluta. Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e il giornalista George Monbiot alla vigilia dell’ultimo Climate Strike: “Esiste una macchina magica che aspira il carbonio dall’aria, costa pochissimo e si costruisce da sola. Si chiama albero”. Come ci ricorda il racconto sopracitato, l’essere umano è stato bravissimo a distruggere, ma potrebbe essere altrettanto efficace per riparare, ripristinare, rigenerare. Cominciamo dagli alberi.

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Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO

Oggi è il “World Food Day”, la giornata internazionale dedicata a cibo e alimentazione. Come ogni anno in questa occasione, la sede centrale della FAO a Roma ospita una settimana di eventi su questa tematica. In particolare, è in corso il Summit annuale del CFS (Committee on World Food Security), l’organismo esecutivo che si occupa di sicurezza alimentare a livello globale. In Italia pochi sanno che, fra i tanti organismi di cui è composta l’ONU, la FAO è stata l’unica a intraprendere un percorso di riforma dopo la grande crisi del 2008-2009. Infatti, il suo organismo interno, denominato CFS, è stato interamente ripensato per rispondere alle seguenti domande: perché è avvenuta la crisi? Quali mancanze ci sono state in termini di sicurezza alimentare? Che cosa possiamo fare per evitarne un’altra? Il punto focale della riforma risiede nell’inclusione della società civile, fino ad allora esclusa da qualsiasi decisione presa in materia di cibo.

Sovranità alimentare: accesso e controllo del cibo

Il CFS è stato fondato nel 1974 come organismo intergovernativo interno alla FAO con lo scopo di monitorare le politiche sulla sicurezza alimentare nel mondo. È poi diventato un ente autonomo nel 2009 a seguito della crisi, che ha avuto tragici risvolti dal punto di vista della sicurezza alimentare. Si calcola infatti che nel solo 2008 il numero di persone che soffrono per la fame crebbe da 800 milioni a 1 miliardo. In quegli anni si era già diffusa la necessità di un cambio di rotta, soprattutto spinto dal movimento internazionale La Via Campesina. È in quel periodo che si inizia sostituire il termine “sicurezza alimentare” con “sovranità alimentare”: con il primo si intendeva il diritto all’accesso fisico, sociale ed economico al cibo; introducendo la parola “sovranità” si è invece voluto porre l’accento sul diritto ad accedere e controllare le risorse alimentari, mettendo quindi in discussione dove, come e da chi viene prodotto il cibo.

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Questo movimento ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo, la FAO appunto, a prendere importanti decisioni per fronteggiare la crisi allora in atto ed evitarne altre in futuro. Il CFS è stato riorganizzato in modo tale che le persone della società civile – agricoltori, pescatori, allevatori, consumatori, accademici – potessero partecipare alle decisioni che vengono prese sulla sicurezza alimentare. Perché gli accordi e i trattati definiti all’interno della FAO si ripercuotono sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Per non dire miliardi, dato che ognuno di noi è in qualche modo parte della filiera del cibo, anche solo come consumatore finale.

Cibo e clima. Il ruolo chiave della società civile

Per questo motivo la riforma del CFS ha previsto un organismo interno, il Civil Society Mechanism (CSM) grazie al quale i membri della società civile possono avere voce in capitolo al pari degli altri apparati: gli Stati Membri, i soggetti privati e le organizzazioni filantropiche come la Bill and Melinda Gates Foundation. Il CSM sta svolgendo un ruolo chiave perché ha portato in primo piano l’esigenza di collegare la sovranità alimentare con il cambiamento climatico. Come precedentemente attestato dal nostro blog, il sistema alimentare è una delle maggiori cause dell’attuale crisi climatica, con un impatto stimabile fra il 14 e il 50%, se si tengono conto di tutti gli aspetti coinvolti in filiera (fertilizzanti chimici nei campi, stoccaggio, trasporto, distribuzione e gestione rifiuti). Viceversa, la crisi climatica sta enormemente incidendo sulla produzione di cibo per eventi estremi come cicloni, siccità e inondazioni.

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L’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 prevede di “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. Il CSM ha avanzato con grande forza la necessità di indirizzare il sistema del cibo verso metodi biologici che siano allo stesso tempo rispettosi per l’ambiente e per le comunità in cui gli alimenti vengono prodotti. Ad esempio, il tema del Forum di quest’anno è l’agroecologia, un approccio “socialmente giusto verso un’agricoltura sostenibile”. L’agroecologia cerca di imitare i cicli naturali della Terra invece che introdurre input esterni come i pesticidi chimici. Inoltre, mette in primo piano le conoscenze detenute dagli agricoltori invece che imporre teorie “scientifiche” costruite in modo artificiale dentro laboratori o università.

Una conoscenza “dal basso”

Un altro punto fondamentale della riforma del CFS è stato infatti il riconoscimento che la crisi è stata fomentata da diverse teorie cosiddette “scientifiche”, che si sono rivelate parziali o totalmente scorrette. Per questo, oltre all’inclusione della società civile, il nuovo CFS ha visto un’importante innovazione nel modo in cui raccoglie i dati. I Report che vengono presentati ed approvati nelle sessioni annuali di ottobre sono redatti da un comitato di esperti, HLPE (High Level Panel of Experts), il quale basa le proprie analisi su conoscenze provenienti sia dal mondo accademico “scientifico”, sia dalla diretta esperienza di agricoltori e membri della società civile. Il suo scopo è quindi fornire delle linee guida che siano quanto più comprensive e diversificate possibili, con il coinvolgimento diretto di chi contribuisce al sistema alimentare nella vita quotidiana.

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Ovviamente la riforma appena descritta non ha eradicato la fame del mondo nel giro di un decennio. Anzi, se guardiamo gli ultimi dati rilasciati, si attesta un preoccupante aumento delle persone che non hanno accesso al cibo o muoiono per malattie legate all’alimentazione. Più di 820 milioni di individui che non hanno da mangiare, un numero in crescita per il terzo anno consecutivo. A tal punto che l’ONU ha dichiarato che l’obiettivo di azzerare la fame (#ZeroHunger) entro il 2030 è una “sfida immensa”. Alcuni infatti hanno criticato le celebrazioni di oggi e hanno suggerito di rinominare la giornata sostituendo la parola cibo con fame: “World Hunger Day”.

Il cibo come diritto di tutti

D’altra parte però, la riforma ha sicuramente portato una nuova visione e le decisioni vengono prese tramite modalità innovative, con il diretto coinvolgimento di gente comune. In questo modo vengono trattate tematiche che prima erano semplicemente ignorate. I diritti e la sovranità alimentare sono in primo piano, la crisi climatica è costantemente nominata e si propongono soluzioni dieci anni fa inimmaginabili, come ad esempio l’agroecologia. In quanto cittadini e consumatori, è importante essere a conoscenza di questa riforma e di monitorare eventuali evoluzioni. Nel frattempo, nella giornata mondiale dedicata al cibo e alla nutrizione, ricordiamo che le nostre scelte quotidiane in materia di cibo incidono enormemente sul cambiamento climatico. Scegliere dove e come riempire il carrello della spesa è il primo passo per dare un vero significato a questa giornata.

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L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia

Il 4 ottobre è stato presentato a Roma il nuovo rapporto annuale sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. L’iniziativa è stata promossa dall’Asvis (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), fondata nel 2016 dall’ex ministro Enrico Giovannini con l’obiettivo di indirizzare la società italiana verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs). Il nuovo rapporto ha messo in luce un sostanziale miglioramento dell’Italia per alcuni settori, mentre si registrano stagnazioni e peggioramenti per altri importanti aree come povertà, agricoltura sostenibile e gestione delle acque.

Cosa sono gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile

Gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile vennero approvati nel 2015 dalle Nazioni Unite, assieme alla stipula dell’Agenda 2030. L’Agenda 2030 consiste in un “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che miri a trasformare il mondo nel breve e nel lungo termine. Nell’Agenda sono inseriti i 17 Obiettivi, a loro volta articolati in 169 target. Questa declinazione dettagliata permette all’ONU di monitorare di anno in anno i progressi (o regressi) di ogni paese. La novità dell’Agenda 2030 rispetto ai trattati precedenti risiede nella visione integrata dei problemi e delle soluzioni: viene riconosciuto quindi, che il modello attuale di sviluppo è insostenibile secondo molteplici punti di vista – ambientale, sociale, economico – e che le soluzioni devono essere altrettanto trasversali, così che “nessuno venga trascurato”.

Congiuntamente al monitoraggio svolto dall’ONU, l’Asvis si pone l’obiettivo di tenere traccia della situazione italiana. Inoltre, intende stimolare e promuovere gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile in ogni settore della società, coinvolgendo i politici, gli imprenditori, il mondo universitario e gli attori della società civile. Ogni anno nel mese di ottobre presenta un Report in cui vengono sintetizzati le performance italiane per ognuno dei 17 obiettivi stipulati dall’Agenda 2030. Enrico Giovannini ha presentato con queste parole il Report Asvis 2019: “Quasi quattro anni fa, quando abbiamo cominciato, la gente diceva: ‘Agenda 2030, ma di che cosa state parlando?’. Oggi invece non solo molti sanno di che cosa parliamo, ma sentiamo l’impegno di tanti che condividono questa straordinaria avventura di salvare il mondo”.

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BES: Benessere Equo e Sostenibile. Un’alternativa al PIL

Ex presidente dell’ISTAT e Professore presso l’Università Tor Vergata di Roma, Giovannini ha svolto un ruolo di primo piano per la promozione dello sviluppo sostenibile in Italia. Nel suo libro L’Utopia Sostenibile viene delineato il piano di riforme che un governo coraggioso dovrebbe adottare per mettersi in linea con l’Agenda 2030. Sotto il governo Letta fu denominato Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e, nonostante il breve mandato, fu capace di far approvare l’introduzione del BES, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile.

Il Presidente della Camera Roberto Fico, presente all’evento del 4 ottobre, ha ricordato che l’Italia è stata fra i primi paesi ad adottare questo innovativo indicatore, che si propone di essere un’alternativa al PIL. Il BES infatti valuta il progresso della società italiana, non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale ed ambientale. Il Presidente della Camera ha sottolineato che questi processi riformatori assumono valenza significativa solo se accompagnati da un completo orientamento del sistema politico italiano in questo senso. La Camera dei Deputati, con il potere legislativo di cui dispone, rappresenta il luogo ideale per dar forza e attuazione agli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Fico ha annunciato che, in occasione della COP 26 del 2020 ospitata da Italia e Gran Bretagna, il Parlamento italiano organizzerà un’assemblea sul tema del cambiamento climatico a cui potranno partecipare i parlamentari membri della COP 26.

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Lo Sviluppo Sostenibile in Costituzione

Infatti, il Presidente dell’Asvis Stefanini e il Portavoce Enrico Giovannini hanno entrambi fatto presente che la direzione presa dal neonato governo fa ben sperare, poiché sono state annunciate ambiziose riforme per la lotta al cambiamento climatico. Ad esempio, la volontà di inserire in Costituzione lo Sviluppo Sostenibile, così come l’intenzione di fare dell’Agenda 2030 il cardine del sistema socio-economico italiano. D’altra parte però, l’Asvis ricorda che l’Italia è ancora ben lontana dagli obiettivi prefissi nel 2015, quando l’Agenda 2030 è stata approvata. Inoltre, il tempo a disposizione per fronteggiare la crisi climatica si sta accorciando sempre più (rimangono 11 anni per evitare la catastrofe, secondo il Rapporto IPCC 2018).

Ma cosa dice nel concreto il Rapporto 2019 sulla sostenibilità italiana? Sono nove le aree in cui l’Italia risulta migliorata rispetto al passato: salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze. E ancora: condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e pace, giustizia e istituzioni solide e cooperazione internazionale. Per quanto riguarda il Goal 4 e 13, rispettivamente istruzione e lotta al cambiamento climatico, la situazione risulta sostanzialmente invariata; sono invece peggiorati i Goal 1, 2, 6, 7 e 14. Si tratta delle seguenti aree: povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Il Rapporto Asvis presenta anche il grado di attuazione dei singoli obiettivi regione per regione.

European Green New Deal

Il Rapporto presenta anche una panoramica generale sull’Europa, sottolineando pure in questo caso i buoni auspici nati con la nuova Commissione Europea. Alla presentazione del Rapporto Asvis 2019 è intervenuto Paolo Gentiloni, di recente nominato commissario europeo agli Affari Economici. L’ex premier ha fatto presente che la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’intenzione di varare un European Green New Deal e ha dato l’incarico ai singoli commissari di declinare gli SDGs nelle proprie aree di competenza.

Infine, ricordiamo che l’Asvis ha dato il proprio endorsement al fervente movimento di studenti che stanno scioperando per il clima; nel concreto, ha voluto fare la sua parte lanciando l’iniziativa Saturdays For Future. In linea con l’Obiettivo 12, “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”, l’Asvis lancia un appello ai consumatori: scegliere negozi e prodotti che rispettino i criteri della sostenibilità. L’idea di fondo, più volte ribadita dal nostro Blog, è che le trasformazioni possono partire anche dal basso: “il cambio di abitudini potrà innescare un processo virtuoso, incidere positivamente sui modelli di produzione e rendere le aziende più responsabili e più sostenibili, non solo sul piano ambientale ma anche su quello sociale, in primo luogo verso i propri dipendenti”.

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Il cambiamento è già in atto

Il Rapporto Asvis 2019 ha mostrato una situazione di luci e ombre sulla nostra penisola e sul nostro continente. Da una parte, i cittadini italiani ed europei possono finalmente sperare in un cambio di regime che ponga lo Sviluppo Sostenibile al centro della politica e degli assetti socio-economici; dall’altra, è necessaria una dose cospicua di coraggio che trasformi gli annunci in riforme concrete con risultati concreti. La nuova Legge di Bilancio, in programma per la prossima settimana, sarà il primo vero banco di prova. Seguirà poi l’organizzazione della COP 26 nel 2020. Nel frattempo, la società civile dovrà fare di tutto per dimostrare che il cambiamento è già in atto: “change is coming, whether you like it or not”.

“Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima”

È possibile far convivere l’attuale sistema capitalista con la crisi climatica? I progetti di geoingegneria, come quelli finanziati da Bill Gates, potrebbero essere la soluzione? Ha senso o è pura follia il Green New Deal proposto da Alexandria Ocasio-Cortez? A queste ed altre domande prova a rispondere la scrittrice Naomi Klein, nel suo ultimo libro: “Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima” (titolo originale: On Fire: The Burning Case for a Green New Deal).

Il mondo in fiamme sotto vari punti di vista

Secondo l’autrice, il mondo è in fiamme sotto vari punti di vista: in senso letterale, ci sono i fuochi del cambiamento climatico. Quelli dell’Amazzonia hanno attirato l’attenzione globale nei mesi scorsi, ma ricordiamo che in Siberia così come in Africa, la stessa situazione si sta verificando nonostante la copertura mediatica decisamente minore. Ci sono poi le fiamme del razzismo crescente, impersonificato da leader come Trump e Bolsonaro, che usano la paura della gente per innalzare muri e creare una guerra di odio verso il diverso. Infine c’è un fuoco positivo, potente, ed è il fuoco del movimento per la giustizia climatica; è un fuoco che nel giro di pochi mesi ha scosso notevolmente i programmi politici, avanzando la richiesta di un Green New Deal globale.

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Il libro inizia dunque con una lunga introduzione che ci riassume questi tre concetti, chiedendosi se il terzo fuoco, formato da milioni di attivisti provenienti dai cinque continenti, sia capace di spegnere i primi due. Nei successivi capitoli, la Klein ripropone diversi suoi articoli scritti negli ultimi anni, per mostrare l’evoluzione della crisi e la totale assenza di risposta politica: “Per me i riferimenti cronologici posti lungo tutto il libro sono un po’ come la clessidra disegnata sul cartello degli studenti in sciopero che ho citato: la prova incessante che le nostre società non reagiscono come se la nostra casa stesse andando a fuoco, e che la casa non se ne sta lì buonina ad ardere in un angolo, come se fosse un filmato in loop. Il rogo si allarga e si riscalda costantemente, e finiscono immolate tra le fiamme parti insostituibili della casa. Sparite, per sempre”.

Un’unica crisi, un’unica soluzione

L’autrice canadese divenne una scrittrice famosa nel 2000 con il best-seller No Logo, seguito poi da un altro pilastro, The Shock Doctrine, dove vengono denunciati i piani di aggiustamenti strutturali dallo stampo neoliberale, implementati dopo periodi di crisi (economiche, ambientali, sociali) in diversi paesi del mondo. Il legame fra sistema capitalistico e clima aveva trovato invece ampia spiegazioni in This changes everything. È però il saggio del 2017, a mio parere, a dare una coerenza complessiva a tutti i saggi sopra citati. In No Is Not Enough, l’autrice assume una consapevolezza complessiva che le varie crisi di cui siamo testimoni oggi – la crisi climatica, la crisi economica, la discriminazione di genere, l’avanzata globale della destra xenofoba contro le minoranze – sono sintomo dello stesso male, quello che lei stessa definisce il “capitalismo senza regole”.

Quindi, il salto di qualità di quest’ultimo libro, Il mondo in fiamme, non è tanto nell’analisi della crisi, quanto nel messaggio di monito che la Klein indirizza a tutti quei politici che stanno elaborando versioni nazionali del Green New Deal. L’autrice prende a modello il piano elaborato dalla deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez e sottolinea che, qualsiasi soluzione venga adottata, essa dovrà intervenire in maniera parallela sui vari fronti emergenziali. Il Green New Deal, cioè, non deve limitarsi ad essere un piano “verde”, ma può e deve risolvere contemporaneamente tutte quelle crisi che non possono più essere ignorate.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-Bis: arriva la promessa del Green New Deal”

I presupposti del New Green Deal

Con le parole del libro: “È un’idea molto semplice: durante il processo di trasformazione dell’infrastruttura della nostra società alla velocità e nelle dimensioni invocate dagli scienziati, l’umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta. Perché i fattori che stanno distruggendo il nostro pianeta stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi all’aumento delle disuguaglianze ai servizi in disarmo fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale. Affrontare questi fattori sottostanti ci dà l’occasione di risolvere in un colpo solo parecchie crisi intrecciate.

(…) I vari piani che sono stati proposti per avviare una trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione, compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti e alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l’eliminazione di enormi gap di ricchezza tra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico, rumore e inquinamento”.

Gli investimenti verdi non sono tutti uguali

Per questo motivo, Naomi Klein è da sempre molto ostile verso i grandi piani verdi di finanziamenti privati come quello promosso da Bill Gates. Un nostro recente articolo ha tristemente testimoniato l’ennesimo fallimento del Summit ONU tenutosi a New York. Non sono infatti servite le parole taglienti pronunciate da Greta, “non vi perdoneremo mai”, né tantomeno lo sciopero permanente di milioni di giovani in tutto il mondo. Gli unici fondi cospicui che sono stati annunciati provengono appunto da istituzioni private, come quella di Bill Gates, che ha previsto piani di investimenti per 790 milioni di dollari in partnership con Banca Mondiale e altri paesi. Lodevole nelle intenzioni, è d’altra parte necessario verificare la destinazione di quei fondi e le conseguenze che potrebbero derivarne.

In quest’ultimo libro, per esempio, la Klein cita il nuovo fronte della “geoingegneria”, definito dall’autrice come “interventi tecnici ad alto rischio e su ampia scala che cambierebbero radicalmente gli oceani e i cieli in modo da mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Bill Gates avrebbe finanziato uno di questi, lo “Stratoshield”, un impianto di palloni ad elio che sputano anidride solforosa per bloccare i raggi del sole. Il progetto ha suscitato grandi polemiche da parte di scienziati e climatologi, in quanto andrebbe a modificare il meteo e il ciclo idrogeologico, creando esiti imprevedibili. Naomi Klein ritiene che soluzioni come la geoingegneria siano sostenute da miliardari come Gates proprio perché “ci permetterebbe di proseguire all’infinito con il nostro modello di vita che esaurisce le risorse”, anziché modificare le regole di capitalismo senza regole di cui personaggi come Gates costituiscono il cardine.

Leggi il nostro articolo: “Il risultato (deludente) del Summit ONU”

Le fiamme del movimento per la giustizia climatica

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, dice il proverbio. Per questo dobbiamo essere enormemente prudenti verso coloro che, mentre al Summit ONU fanno bella figura con piani milionari di investimenti “verdi”, mantengono in piedi il sistema di libero scambio celebrato a Davos, dove proprio Greta ha fatto uno dei suoi primi incisivi discorsi: “Non voglio la vostra speranza. Voglio che abbiate paura. Voglio che sentiate la stessa paura che io sento tutti i giorni. E poi voglio che agiate. Che agiate come se ci fosse una crisi. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è”. Naomi Klein e Greta Thunberg, riunite un mese fa per rivendicare il diritto al futuro, ci ricordano in definitiva che il mondo è in fiamme, ma che c’è un nuovo movimento altrettanto infuocato, in continua espansione. Contro il capitalismo per salvare il clima.  

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Ghiacciai italiani. Il nuovo rapporto IPCC su ghiacci e oceani

“Requiem per un ghiacciaio. Veglie funebri per i nostri ghiacciai che stanno morendo”. Così Legambiente ha deciso di chiamare una serie di eventi avvenuti la scorsa settimana nelle nostre Alpi. Dei funerali per i ghiacciai italiani che sono scomparsi o stanno scomparendo a vista d’occhio: dal ghiacciaio del Lys in Valle d’Aosta al Ghiacciaio del Montasio in provincia di Udine, una serie di escursionisti appassionati hanno scalato le vette per attirare l’attenzione sul maggiore “hotspot climatico” italiano, le Alpi appunto. Tutto questo a pochi giorni dall’uscita del nuovo allarmante rapporto IPCC sul legame fra scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del mare.

ghiacciai italiani

I ghiacciai italiani: hotspot climatico

Si definiscono “hotspot climatici” quei punti del globo che stanno risentendo maggiormente dell’impatto del cambiamento climatico, sia a livello di entità che di velocità. Sono considerati hotspot paesi come il Bangladesh o le Filippine, dove il cambio del regime delle piogge, unito all’innalzamento del mare, sta portando sempre più inondazioni e fenomeni climatici estremi. Altri hotspot climatici sono le regioni africane in via di desertificazione, così come la catena montuosa dell’Himalaya e la nostra catena alpina.

Infatti, come riportato dall’attivista James Whitlow Delano, “dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno”. Inoltre, le estati 2015 e 2016 sono state le più calde mai registrate. Ciò è particolarmente preoccupante perché le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea: uno scioglimento rilevante dei ghiacciai significa meno acqua nei fiumi e di conseguenza meno acqua a valle e nelle città.

Leggi il nostro articolo: “L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza”

Funerali per i ghiacciai. Perdita dei maggiori in Europa

Per questo motivo la scorsa settimana, in occasione del Summit ONU sul clima e della mobilitazione giovanile targata Fridays For Future, numerosi cittadini si sono recati sulle cime del Monte Rosa, del Monvisio, del Montasio, dello Stelvio, della Marmolada e del Brenta allo scopo di testimoniare la ritirata impressionante dei maggiori ghiacciai italiani; all’escursione sul Monte Rosa era presente anche Diego Bianchi di Propaganda Live (il reportage è visibile nel sito della trasmissione). L’idea di fare un funerale per i ghiacciai è stata ripresa da un evento organizzato in Islanda nell’agosto scorso: il funerale del ghiacciaio Okjokull a causa del cambiamento climatico.

Durante la commemorazione è stata affissa una targhetta con questa scritta: “Lettera al futuro: Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere lo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni, è previsto che tutti gli altri ghiacciai facciano la stessa fine. Questo monumento è per riconoscere che sappiamo cosa sta succedendo e cosa bisognerebbe fare. Solo voi saprete se l’abbiamo effettivamente fatto. Agosto 2019, 415ppm CO2”. Seppur senza targhe, discorsi simili sono stati fatti durante i funerali per i ghiacciai dei giorni scorsi in Italia. Una crescente preoccupazione dovuta anche all’evacuazione di alcuni abitanti per l’imminente crollo del ghiacciaio Planpincieux sul Monte Bianco.

ghiacciai italiani
Photograph: Jeremie Richard/AFP/Getty Images

Il nuovo rapporto IPCC sullo scioglimento dei ghiacciai

Questi eventi così tangibili stanno finalmente risvegliando tutte quelle persone che fino a poco tempo fa non credevano nel cambiamento climatico o non lo consideravano prioritario. Il cambiamento climatico sta ora scalando le vette degli argomenti più discussi in politica, nei quotidiani e fra la gente comune. Già un anno fa era uscito il monito dell’ONU, “abbiamo solo 11 anni per salvare il pianeta”. Questa frase è stata spesso ripetuta durante gli scioperi del clima iniziati dalla svedese Greta Thunberg.

Un nuovo rapporto IPCC, intitolato Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, è stato reso pubblico il 25 settembre. In questo dettagliato documento, si fa ancora più chiarezza sull’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sui ghiacciai, con tutte le conseguenze che questo comporta: lo scioglimento dei ghiacciai sta avvenendo con una velocità estremamente maggiore rispetto alle previsioni, causando un innalzamento del livello del mare di 3,6 millimetri l’anno, che significherebbe un aumento fra i 30 e i 60 centimetri entro il 2100.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica”

Le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai

Non solo. Lo scioglimento dei ghiacciai porta con sé un aumento degli eventi estremi come tempeste e inondazioni, creando grossi disagi per tutte le attività economiche e turistiche. Solo nella scorsa estate, in Italia si sono verificati numerosi fenomeni estremi, come la tempesta nelle spiagge di Numana o il nubifragio di agosto in Emilia Romagna. Infine, il rapporto mette in guardia sul devastante effetto che si sta verificando in termini di biodiversità: il Mediterraneo, assieme alle aree tropicali, vedrà una diminuzione di stock ittico pari al 40% entro il 2050.

Emanuele Bompan, giornalista e attivista ambientale, ha commentato con queste parole i nuovi dati rilasciati dall’ONU: “In Italia il tema dei ghiacciai è centrale, giacché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici”.

Funerali per i ghiacciai: un monito per agire immediatamente

In definitiva, la celebrazione dei funerali per i ghiacciai della scorsa settimana non deve essere letta come una stravagante esibizione di pochi fanatici. Il nuovo rapporto rilasciato dall’ International Panel on Climate Change costituisce un’ulteriore evidenza scientifica che il cambiamento climatico sta trasformando il mondo che ci circonda, in modi e tempi molto più devastanti rispetto a quanto predetto qualche anno fa. Tantissime persone lungo tutta la penisola stanno in qualche modo avendo riprova di ciò, con perdite personali in termini umani, paesaggistici ed economici. Non servono altri dati per agire immediatamente e cercare di arginare un fenomeno davanti agli occhi di tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=sitUI1WELEs

Leggi il nostro articolo: “Antropocene – L’Epoca Umana” arriva nelle sale italiane

L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza

L’onda verde non si arresta. Anzi, qualcuno direbbe che è appena cominciata. Milioni di giovani in tutto il mondo stanno riempendo le piazze nel nome della giustizia climatica. Ha iniziato la Nuova Zelanda quando in Italia era ancora notte, seguita da Hong Kong, Korea e via via spostandosi lungo i fusi orari verso sinistra. Un salto di qualità notevole se si pensa che il movimento è partito con una sola ragazzina seduta in piazza un anno e un mese fa. Sempre più giovani, sempre più studenti, sempre più cittadini, decidono di unirsi per lanciare un messaggio chiaro e preciso: il cambiamento climatico è qui ed ora, non possiamo più rimandare.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

L’onda verde italiana

I numeri italiani sono ancora da stimare con precisione, si parla di più di un milione. Si può intanto notare una notevole crescita del movimento, sia nei grandi capoluoghi che nelle città più piccole. Ho personalmente partecipato allo sciopero di questa mattina a Fano, nelle Marche. Un corteo di cartelli colorati ha sfilato dall’Arco d’Augusto alla piazza principale, intervallati dai cori resi famosi a livello nazionale e internazionale. Numerose voci hanno poi animato il presidio in piazza, a partire dal professor Taffetani dell’Università Politecnica delle Marche. Il professore ha fatto presente ai ragazzi che è giusto richiamare le immagini degli orsi polari morenti o dell’Amazzonia in fiamme, ma che allo stesso tempo bisogna puntare i riflettori sui problemi e le soluzioni intorno a noi.

Problemi e soluzioni a portata di mano

Ad esempio, il professore ha menzionato lo scempio ambientale che sta avvenendo sul Monte Catria, dove migliaia di faggi secolari sono stati tagliati per far posto ad un nuovo impianto sciistico. L’associazione ambientalista Lupus In Fabula ha tentato più di una volta di bloccare i lavori, richiamando la follia di questo progetto: “Estirpare due ettari di bosco maturo, quando l’evidenza dei cambiamenti climatici dovrebbe indurre ogni amministratore pubblico a piantare nuovi alberi, rappresenta un attentato alle future generazioni”.

Taffetani ha allo stesso modo ricordato che non bisogna solamente aspettare che la politica faccia qualcosa dall’alto, perché i cittadini hanno in mano una vasta varietà di scelte con cui migliorare la propria impronta ecologica. Cambiare le proprie abitudine alimentari, ha detto il professore, è un’azione concreta che tutti noi possiamo fare nell’immediato. Soprattutto nelle Marche, culla del cibo biologico grazie alla sfida culturale lanciata da Gino Girolomoni più di quarant’anni fa.

Leggi il nostro articolo: “Greta e 15 giovanni hanno sporto denuncia contro gli inquinatori”

L’onda verde contagia i più piccoli

Il microfono è poi passato in mano ai piccoli della scuola elementare Luigi Rossi, accompagnati dalle loro maestre. Sono solo bambini, cosa ne capiscono? Invece, con grande stupore, le parole più incisive sono state pronunciate proprio da uno di loro: “Sarò forse l’unico a dire questa cosa. La terra non sopravviverà. È vero, siamo molto più bravi di ieri e del giorno prima, ma secondo me, poi posso sbagliare e tutto, siamo troppo abituati a questa realtà. Grazie per avermi fatto esprimere questa opinione”. Parole forti, che ci testimoniano come le nuove generazioni stiano acquisendo una consapevolezza enorme della crisi climatica, con tutta la paura che questo comporta. Sicuramente un grande lavoro di sensibilizzazione è stato svolto dalle maestre e dai professori nelle attività scolastiche di tutti i giorni.

Un professore del Liceo Artistico Apolloni ha infatti voluto ricordare che la lotta al cambiamento climatico deve intersecarsi con tutte le piccole lotte che vivono nel quotidiano fra i banchi. Greta Thunberg, simbolo di questo movimento, non ha mai nascosto che la Sindrome di Asperger è per lei un superpotere, anziché un limite. La diversità, in tutte le forme che esistono – ambientale, sociale, culturale – va difesa e condivisa per arricchire questo mondo oggi così impaurito e bloccato in una guerra identitaria fra Noi e Loro. La crisi climatica ci ricorda invece che siamo tutti sulla stessa barca, e che per fermare il cambiamento climatico serve il contributo di tutti, ognuno con le proprie qualità.

Leggi il nostro articolo: I giovani al Summit Onu: “viviamo con la paura del futuro”

Fridays For Future: la voce dei giovani

I ragazzi di Fridays For Future Fano hanno concluso gli interventi. Margherita, una delle coordinatrici, ha rivolto un messaggio chiaro e preciso ai suoi coetanei: “I più grandi problemi della nostra società sono l’ignoranza e la disinformazione e questi problemi fanno parte della mia generazione così come di tutte le altre. Anche di chi con una certa maturità ed esperienza dovrebbe avere imparato ad indagare, informarsi, porsi dei dubbi, mettere in discussione le proprie conoscenze. Eppure è dovuta intervenire una sedicenne per aprirci gli occhi e tutto il movimento che ha creato non è nemmeno bastato.

E intendo la parola ignoranza nel suo significato etimologico di “non sapere, non conoscere, non informarsi”, appunto: non possiamo credere che un problema non sia tale quando effettivamente non lo conosciamo; non possiamo dire che è inutile manifestare per il clima se non si conoscono effettivamente i motivi della manifestazione. (…) Non so voi ma io, comunque, sono stanca: sono stanca di dover ancora spiegare ai miei coetanei i motivi della protesta: dove sono gli insegnanti che ne parlano? Ci sono certamente pratiche avviate e sono sempre di più, ma non basta! E rivolgendomi ai miei coetanei, perché non ascoltate?”.

L’onda verde continuerà a crescere

Perché non ascoltate? Certamente alcuni di questi ragazzi saranno scesi in piazza solo per saltare la scuola. Altri saranno stati trascinati dai loro compagni più convinti. Resta il fatto che il movimento ambientalista si è risvegliato, con parole e gesti nuovi. Migliaia di giovani saranno ancora “ignoranti”, nel senso inteso da Margherita, ma tantissimi altri sono pronti a contagiare, condividere, sensibilizzare, fino a che tutti non potranno fare a meno di parlarne, di sentirsi coinvolti e di scendere in piazza. L’onda verde non si arresta, l’onda verde è appena cominciata.

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola

In molti sanno che il 27 settembre ci sarà il terzo sciopero globale per il clima. Il primo, avvenuto il 15 marzo scorso, ha segnato sicuramente la storia raccogliendo milioni di attivisti in tutto il mondo. Nonostante questo successo e la crescita costante del movimento Fridays For Future, i più scettici continuano ad attaccare Greta Thunberg, la ragazza svedese che per prima si sedette davanti al Parlamento Svedese con un cartello che diceva “Sciopero per il clima”. I complottisti insinuano che sia manovrata da altri, che sia solo un pupazzetto in mano a qualche potente. Più in generale i suoi oppositori sostengono che non sia questo il modo, una ragazzina della sua età dovrebbe essere a scuola. Seguendo il suo viaggio in America però, è possibile capire che lo sciopero è solo un mezzo per arrivare a un fine più grande: costringere la politica ad ascoltare la scienza.

Leggi il nostro articolo: “Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la #weekforfuture

sciopero-clima

Lo sciopero per il clima globale del 27 settembre

Un nostro recente articolo ha illustrato come il terzo sciopero globale in programma per il 27 settembre sia preceduto da un’intera settimana di mobilitazione, iniziata oggi, dove Greta alternerà le marce in strada con gli incontri istituzionali. Greta ha già parlato di fronte al Congresso americano e parlerà di fronte all’ONU nella giornata di martedì, ma sono gli incontri informali che devono catturare la nostra attenzione. A due settimane dallo sbarco negli Stati Uniti, Greta ha partecipato ad una conferenza intitolata The Right to a Future. Dopo la testimonianza di alcuni attivisti, Greta si è intrattenuta in una lunga conversazione con Naomi Klein, ambientalista e autrice di diversi libri in materia (è uscito ieri in Italia l’ultimo libro Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima).

Nel loro dialogo, le due attiviste hanno discusso dell’importanza che lo sciopero per il clima comporta per la società nel suo insieme. Molti di quelli che appoggiano Greta in linea di principio, non riescono a condividere la modalità dello sciopero, che viene visto come un modo dei tanti per far saltare la scuola agli studenti. Ma il punto fondamentale sostenuto da Greta e dagli attivisti che l’hanno seguita è proprio questo: il diritto allo studio non dovrebbe essere contrapposto al diritto di vivere a lungo su questa Terra. Uno dei cartelli più diffusi durante le marce recita: “Perché dovremmo andare a scuola se non c’è un futuro?”, imitando il discorso fatto da Greta prima dell’incontro con Papa Francesco nell’aprile scorso.

Lo sciopero per il clima: una mobilitazione di speranza

Lo sciopero diventa quindi una modalità estrema, una mobilitazione di massa che costringa gli adulti a prendere decisioni drastiche per i danni creati fin da quando questi giovani studenti non erano ancora in vita. Greta aveva già raccontato parecchie volte di come sia stato difficoltoso convivere con la consapevolezza della crisi climatica. All’inizio, la giovane svedese ha dovuto affrontare un lungo periodo di depressione, anche a causa della sua sensibilità acuta dovuta alla Sindrome di Asperger. È poi riuscita a passare alla speranza grazie ai milioni di studenti che si sono aggiunti alla lotta per il clima, che le scrivono e a loro volta scioperano per contagiare i propri amici, insegnanti, concittadini.

Il potere della pressione dal basso è stato anche uno dei principali argomenti nel dibattito a distanza fra Greta e Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata puertoricana che ha portato al Congresso il Green New Deal. In quella occasione, Greta aveva dichiarato: Gli studenti che scioperano mi danno molta speranza. E anche il fatto che tante persone non sono a conoscenza della crisi climatica. Vanno avanti così e continuano a non fare nulla non perché sono cattive, o perché non vogliono. Non stiamo distruggendo la biosfera perché siamo egoisti. Lo stiamo facendo solo perché non ce ne rendiamo conto. Questo mi fa sperare, perché una volta che sapranno, che prenderanno coscienza, potranno cambiare atteggiamento e fare qualcosa.”

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

L’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez. Il Green New Deal

Dal canto suo, Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto notare come l’ultimo anno sia stato decisivo per far sì che il piano di rivoluzione verde da lei proposto passasse da essere un’utopia di pochi estremisti ad essere uno degli argomenti più discussi nel dibattito politico: “uno o due anni fa solo il 20 per cento degli elettori democratici statunitensi, i più progressisti del paese, considerava prioritario il problema del clima. Grazie alle nostre iniziative, e quelle che stanno organizzando i giovani, quella percentuale è aumentata. I sondaggi mostrano che circa il 70 per cento degli elettori democratici pensa che il new deal verde dovrebbe essere una priorità, ed è pronto a sostenere i candidati che sono favorevoli alla sua approvazione”.

La giovane deputata americana, con 5 milioni di follower su Twitter, è continuamente vittima di attacchi da parte degli haters, così come Greta: perché il suo piano è troppo ambizioso; perché non ci sono le coperture economiche; perché un piano di rivoluzione verde attaccherebbe nel profondo il sistema politico americano sorretto dalle lobby da decenni. Eppure, la sua schiacciante vittoria ha dimostrato che i giovani sono pronti a cambiare rotta, a perseguire un modello che ci permetta di rimanere dentro i confini ecologici della terra.

Una lobby verde per costringere la politica ad ascoltare la scienza

È quindi naturale che la Ocasio-Cortez si sia schierata con tutti gli studenti che stanno riempendo le strade per creare una lobby di tutt’altro genere. Una lobby senza soldi, che è però costituita da milioni di elettrici ed elettori, pronti a sostenere i candidati che mettano l’ambiente al primo posto: “A cosa serve andare davanti al parlamento con un cartello? Non riduce immediatamente le emissioni di anidride carbonica. Non cambia direttamente le leggi. Ma manda un messaggio ai potenti, e la gente sottovaluta l’importanza di quel messaggio”. Come dice la giovane deputata, alzare in aria un cartello non cambierà la storia dall’oggi al domani, ma ha un potenziale enorme nel lungo termine. Per ogni attivista in strada, un voto nelle urne. I politici non potranno più fare a meno di ascoltarli.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

Tasse su voli e merendine: la prima mossa del neoministro Fioramonti?

Il governo giallorosso si è presentato davanti alla Camera e al Senato per chiedere la fiducia. La nuova maggioranza parlamentare, formata da PD e Movimento 5 stelle, si preannuncia nel nome di una forte discontinuità di contenuti. Per quanto riguarda la tematica ambientale, entrambi i partiti hanno definito prioritaria l’esigenza di attuare una svolta verde che combatta il cambiamento climatico. Già dalle prime dichiarazioni si può cogliere qualche segnale in questa direzione. In particolare, stanno facendo molto discutere le intenzioni espresse dal neoministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti di voler inserire tasse su voli aerei, merendine e bibite gassate per poter finanziare istruzione e ricerca.

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Meno voli, più istruzione. Le tasse verdi per la scuola

È sufficiente leggere il curriculum del ministro appena designato per poter scorgere la sua sensibilità ecologica. Lorenzo Fioramonti, classe 1977, ricercatore economico con cattedra a Pretoria, coordina il più grande centro sullo sviluppo sostenibile in Africa. Ha sposato l’attivista ambientale Janine Schall Emdem, con cui ha girato il documentario The Age of Adaptation. Nel film si sostiene che il primo passo per risolvere la crisi climatica sia riconoscere che l’attuale modello economico non è più sostenibile.

Ora ministro dell’istruzione del governo Conte bis, Fioramonti ha risposto così a chi gli chiedeva come intende finanziare la stabilizzazione dei precari e nuovi fondi alla ricerca: “Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gasate e sulle merendine o tasse sui voli aerei che inquinano”. Parole che hanno fatto scatenare già parecchi malumori, a fiducia parlamentare non ancora espressa. Che cosa c’entrano nuove tasse su voli e merendine con la scuola? Hanno criticato gli oppositori. La proposta può invece avere senso se si guarda al complessivo benessere dei cittadini nel lungo termine.

Leggi il nostro articolo: “I costi dei cambiamenti climatici? 69 trillioni di dollari”

Il peso ecologico di alcune scelte

Partiamo dalla tassa sui voli. La maggior parte delle persone non è affatto consapevole di quanto si inquini con un solo volo intra-continentale preso per passare il weekend altrove. Una ricerca del Guardian attesta che un viaggio Londra-Roma produce più di quanto emesso da alcuni cittadini del mondo in un anno intero. Alzare le tariffe dei voli avrebbe quindi il duplice scopo di aumentare la consapevolezza nei passeggeri e allo stesso tempo stimolarli a prendere mezzi alternativi. Fino a poco tempo fa sembrava un’utopia dei più convinti ecologisti. Ora sta diventando addirittura una moda: “fligskam” o “Flight-shaming”, che letteralmente significa la “vergogna di volare”. Certamente ha aiutato l’esempio di Greta Thunberg, in questi giorni a New York per partecipare al Summit dell’Onu sul Clima in programma per il prossimo 23 settembre. L’attivista svedese ha trascorso 15 giorni su una barca vela per attraversare l’Atlantico ed evitare l’uso dell’aereo.

Allo stesso modo, mettere mano all’alimentazione aiuterebbe in larga misura a combattere il cambiamento climatico. Il mercato del cibo è responsabile per un terzo delle emissioni globali di anidride carbonica; gran parte di queste emissioni sono legate al sistema industriale su larga scala gestito da grandi catene e grandi firme come McDonald e CocaCola. Tassare merendine e bibite gassate assume quindi un valore innanzitutto educativo, ma punta anche a individuare nel monopolio delle multinazionali una delle cause maggiori della crisi climatica. Oltre ovviamente alle ricadute positive che avrebbe sulla salute, dato che nel mondo ci sono 2 miliardi di persone considerate in sovrappeso o affette da obesità.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Gli altri paesi che hanno aumentato le tasse sui voli

Perciò, le proposte avanzate dal neoministro Fioramonti assumono rilevanza se inquadrate in un disegno politico ben più ampio, che miri al benessere dei cittadini e del pianeta. Altri paesi hanno già adottato misure simili: per esempio, l’introduzione di una tassa sullo zucchero è avvenuta durante il mandato Obama negli Stati Uniti. In quel caso aveva giocato un ruolo chiave la First Lady Michelle Obama, impegnata in campagne nazionali di educazione alimentare come Let’sMove!. Più recente è la decisione della Francia, che ha deciso di porre una tassa di 1.5€ sui voli europei e di 3€ sui voli extra-continentali; cifre ancora maggiori verranno imposte ai voli business, per limitare tutte quelle persone che volano quotidianamente solo per presenziare ad una riunione e poi tornare a casa in serata.

Una “svolta verde” globale

Le perplessità sollevate dai critici non possono essere ignorate. Non si può infatti sperare che con una tassa di 1.5€ il cittadino medio preferisca viaggiare da Napoli a Parigi con il treno piuttosto che con l’aereo. Né si possono cambiare le abitudini alimentari di milioni di bambini aumentando di poco la tariffa di un McChicken. Questi provvedimenti sono solo l’inizio. Bisogna attuare campagne di educazione di massa sull’impatto che il proprio stile di vita può avere sulla salute e sul cambiamento climatico. Solo così le proposte di Fioramonti assumono valenza concreta per il Ministero dell’Istruzione da lui presieduto. Certo è che, se il buongiorno si vede dal mattino, questo governo potrebbe finalmente compiere azioni decisive per la “svolta verde” voluta dalla maggior parte degli italiani. Alle parole del neoministro devono seguire azioni concrete sul piano nazionale; infine, gli sporadici interventi dei vari stati devono essere convogliati verso un piano globale di emergenza climatica.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

Perché il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale

Il termine “biologico” è uno dei più inflazionati degli ultimi tempi. Gli scaffali dei supermercati si sono riempiti di prodotti “verdi” che rispondono alla crescente domanda e alla maggior attenzione ambientale dei consumatori. Dagli anni Novanta, il cibo biologico ha registrato una crescita costante, stimata fra il 5 e il 10% annuo nell’ultimo decennio. Nello scenario Europeo, la Danimarca rappresenta il primo paese per vendita di prodotti biologici, mentre l’Italia e la Spagna primeggiano in termini di ettari coltivati con metodi biologici.

cibo-biologico

Il più grande ostacolo alla diffusione su grande scala rimane però l’elevato prezzo del cibo biologico rispetto al cibo convenzionale. La maggior parte dei prodotti biologici risulta ancora non sostenibile per una famiglia media; perciò, per poter arrivare a fine mese, si finisce per ricadere sui prodotti a basso prezzo offerti dalle grandi catene. Allo stesso modo, i produttori biologici hanno ben poco margine di ribasso del prezzo, poiché devono fare i conti con numerose variabili economiche ed ambientali. Il cibo biologico quindi, nonostante la globale crescita registrata, viene percepito dall’immaginario collettivo come un prodotto d’élite non accessibile a tutti.

Perchè il cibo non biologico costa così poco

Lo scetticismo del consumatore medio deve essere contrastato con un ribaltamento della domanda: invece di chiedersi “perché il cibo biologico costa così tanto?”, le persone dovrebbero iniziare a indagare sul perché il resto del cibo può essere venduto ad un prezzo così basso dalle grandi catene. In questo modo, è possibile dare numerose risposte. La supremazia delle grandi catene non è avvenuta in maniera casuale. Il loro monopolio “from farm to fork” (dal campo alla forchetta) è stato reso possibile grazie alle politiche neoliberali adottate dagli anni ’80 in avanti. L’abolizione delle barriere commerciali e l’allentamento del regolamento statale hanno rafforzato il ruolo dei privati nel mercato del cibo. Di conseguenza, le multinazionali hanno potuto fissare dei prezzi che non tenessero conto delle cosiddette “esternalità”, ovvero tutti i costi sociali ed ambientali nascosti dietro la vendita di cibo.

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I costi nascosti dalle multinazionali

Sono considerate “esternalità”, ad esempio, le grandi quantità di prodotti chimici inserite nei campi per ottenere quanto più raccolto nel minor tempo possibile; le tonnellate di anidride carbonica emesse per il trasporto e l’imballaggio di prodotti che si spostano da una parte all’altra del mondo; la riduzione a schiavitù di animali e dipendenti nei campi e nelle fabbriche; gli insostenibili orari di lavoro imposti alle cassiere nei supermercati, da cui derivano pesanti ricadute sulla salute fisica e mentale. Questi ed altri costi “extra” della grande distribuzione organizzata (GDO) non sono presenti nel costo finale visibile nello scontrino. Eppure la società finisce per pagarli in ogni caso, perché vengono “esternalizzati” sull’ambiente e sulla salute. Uno studio di esperti ha calcolato che, per ogni dollaro che viene pagato alla cassa delle grandi catene, la società paga altri due dollari in termini di salute o costi ambientali.

Nello scenario italiano, un esempio concreto proviene dalle aste online promosse da famosi discount come Eurospin. L’agente della GDO apre una gara in cui vince il prezzo peggiore avanzato dai vari fornitori, disposti a tutto pur di rimanere nel mercato. A rimetterci è l’intera filiera: in primo luogo i lavoratori, privati di ogni diritto, costretti a sottostare a orari inumani e a pessime condizioni igienico-sanitarie; in Italia questo problema si è esacerbato nel fenomeno del caporalato, specialmente diffuso al Sud. Conseguenze altrettanto pesanti sono riversate sui consumatori, che rincorrono la cifra più bassa senza rendersi conto del prezzo nascosto da pagare.

Il cibo biologico come scelta etica

Come si inserisce l’espansione del cibo biologico in queste dinamiche? Da una parte, l’aumento delle vendite in questo settore testimonia un parallelo aumento di consapevolezza del consumatore; l’aumento del bio testimonia che sempre più persone si interrogano sulle conseguenze che possono derivare dalla scelta del prodotto. D’altro canto però, l’allineamento delle grandi catene al biologico non può limitarsi a marginali modifiche degli ingredienti o dell’etichetta. Il rischio che si corre nella corrente moda ecologista, è che le multinazionali vedano nel cibo biologico un modo come tanti di trarre profitto. Si creano prodotti più “verdi” o “verso natura” che illudono il consumatore, senza reali trasformazioni lungo la filiera del cibo. Il cittadino medio rimane quindi dentro la grande distribuzione, con la coscienza sollevata e nessun tangibile cambiamento nel proprio modo di fare la spesa.

Biologico e chilometro zero

I grandi risvolti sociali e ambientali che derivano dalla produzione del cibo possono essere affrontati solo se al termine “biologico” viene affiancata la provenienza “locale” del prodotto. Stanno infatti nascendo numerose organizzazioni e negozi bio specializzati, dove è possibile avere un contatto diretto con il produttore della zona. Tramite i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) o le varie reti di produttori biologici, il consumatore ha modo di conoscere di persona la storia dell’azienda: il modo in cui vengono evitati concimi chimici, il numero dei dipendenti, il contesto sociale in cui le medio-piccole imprese si inseriscono.

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Il costo più elevato del cibo biologico viene in questo modo “interiorizzato” in una filiera di corto raggio, detta anche “a chilometro zero”. Produttore e consumatore collaborano insieme per stabilire un prezzo che rispetti lavoratori, ambiente e salute dei cittadini. Le storie di successo di alcuni produttori che operano nel settore biologico da decenni, hanno dimostrato che il cibo non può e non deve essere percepito come una semplice merce da vendere nel mercato. Occuparsi di cibo significa compiere una sfida culturale in cui alimentazione, natura, salute ed educazione si influenzano a vicenda.

La politica deve fare la sua parte

Anche la politica svolge un ruolo fondamentale per la promozione di un cambiamento radicale. I sussidi ai produttori biologici rappresenterebbero soltanto la prima fase di un percorso che prevede ulteriori drastiche decisioni: una stretta regolamentazione delle multinazionali e della GDO; una forte spinta all’educazione ambientale nelle scuole e nelle amministrazioni pubbliche; l’interconnessione dei vari dicasteri per affrontare problemi anch’essi interdipendenti. Il fenomeno del caporalato sopra menzionato, per esempio, è nato come problematica agricola, ma ha presto intercettato il bacino di migranti irregolari; migranti che vagano nel nostro paese in mancanza di una legge che permetta loro di trovare un lavoro in modo legale. Agricoltura e sicurezza, ambiente e diritti umani, educazione e buona informazione. Il cibo biologico non dovrebbe essere limitato a qualche nicchia privilegiata, bensì diventare un diritto fondamentale di tutti, per la salute delle persone e del pianeta intero.

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