Treno Verde è arrivato, e ci porta nel futuro

Treno Verde

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Non è mai bello perdere il treno, specialmente se si tratta di quello del futuro. Treno Verde è una campagna promossa da Legambiente che, insieme a Ferrovie dello Stato, vuole incentivare l’utilizzo dei mezzi di trasporto alternativi a fronte delle automobili private.

Quanto sono inquinate le città?

Treno Verde farà tappa in dodici stazioni italiane, nelle quali espleterà due principali funzioni. La prima è quella del monitoraggio della qualità dell’aria e i flussi di traffico in città. I volontari di Legambiente, infatti, effettueranno un controllo itinerante nei punti più “critici” delle città. Le misurazioni hot spot delle polveri sottili dureranno un’ora e i risultati saranno poi esposti sullo stesso Treno Verde. In questo modo sarà possibile riflettere e discutere sulla qualità dell’aria che i cittadini ogni giorno respirano e che provoca ogni anno 60 mila morti premature.

Una mostra per un futuro a emissioni zero

In secondo luogo, a bordo del Treno Verde, sarà allestita una mostra dedicata alla mobilità sostenibile in quanto possibile soluzione al riscaldamento globale. La mostra è interattiva e permette di vedere, toccare e sentire l’enorme quantità di inquinamento acustico e atmosferico al quale siamo sottoposti ogni giorno e del quale spesso non ci accorgiamo.

Nella prima carrozza saranno approfonditi i rischi dello smog sul nostro organismo e sul nostro pianeta. Nella seconda carrozza si potranno conoscere le possibili soluzioni per contrastare le fonti fossili e le buone pratiche già attuate dalle città italiane ed estere. La terza carrozza è invece curata da Ecopneus, un’azienda che si occupa di riciclare i pneumatici, dando loro una seconda vita. Infine, nella quarta carrozza, vi sarà un grande spazio per ospitare conferenze, dibattiti e laboratori che guideranno chiunque vi assista nel cambiare in prima persona la propria città, per un futuro a emissioni zero.

Un cambiamento semplice e vantaggioso

Questa transizione è più semplice e vantaggiosa di quel che si creda. Con il car sharing e il car mobbing, restare imbottigliati nel traffico sarà solo un lontano ricordo. Se vi sembrano parole arrivate da un altro pianeta, vi sbagliate. Iniziate a vedere il car sharing come un taxi sempre a vostra disposizione, ma il cui guidatore siete voi, con un costo decisamente inferiore. In questo modo, infatti, pagate soltanto l’effettivo utilizzo della macchina e non la sua proprietà, togliendo molte fastidiose incombenze quali assicurazione, revisione, bollo ed eventuali danni nel corso degli anni. Il car mobbing consiste semplicemente nella buona pratica di invitare amci, colleghi, parenti o perché no, sconosciuti (tramite apposite App) a condividere il viaggio insieme a voi. Non dimentichiamoci poi del trasporto pubblico come treno, metropolitana e pullman. Più si utilizza, più più sarà efficiente, e più sarà efficiente, più sarà piacevole utilizzarlo. Infine, perché non optare, quando possibile, per i piccoli mezzi di locomozione quali la bicicletta, il monopattino o, se siete giovani (fuori o dentro) lo skateboard.

La rivoluzione è già tra di noi, e il Treno Verde arriva con lo scopo di farci aprire gli occhi.

Tappe e orari

L’ingresso alla mostra del Treno Verde è totalmente gratuito ed essa è aperta al pubblico dal lunedì al sabato dalle 16 alle 19. Le scuole prenotate possono accedere dalle 8,30 alle 14. La domenica l’accesso è possibile dalle 10 alle 13. A Roma Termini la mostra sarà aperta dalle 10 alle 13,45.

Le tappe sono le seguenti:

Palermo – 18, 19, 20 febbraio

Bari– 22, 23, 24 febbraio

Napoli Centrale– 26, 27, 28 febbraio

Roma Termini*– 2, 3, 4 marzo

Pescara– 6, 7, 8 marzo

Arezzo– 10, 11, 12 marzo

Civitanova Marche– 14, 15, 16 marzo

Rimini – 18, 19, 20 marzo

Padova– 22, 23, 24 marzo

Genova Piazza Principe– 26, 27, 28 marzo

Torino–  30, 31 marzo, 1 aprile

Milano Porta Garibaldi– 3, 4, 5 aprile

Per maggiori informazioni, visitare il sito ufficiale.

L’impatto ambientale degli allevamenti intensivi

Produrre carne e latticini ai ritmi di oggi non è sostenibile. Questo il risultato di diverse ricerche condotte in ogni parte del mondo e rilanciate da alcune delle testate più autoritarie a livello internazionale. Nell’occhio del ciclone ci sono ovviamente gli allevamenti intensivi. Tuttavia non è scorretto affermare che anche i modelli estensivi presentano delle criticità.

Dalle riviste scientifiche Science e The Lancet, fino a testate più generaliste come il Guardian e l’Economist: sono tutti d’accordo. Se vogliamo preservare la salute del pianeta e al tempo stesso riuscire a nutrire una popolazione mondiale proiettata verso i 10 miliardi di persone nel 2050, dobbiamo ridurre il consumo e la produzione di alimenti di origine animale.

allevamenti intensivi

Le emissioni degli allevamenti intensivi

La quantità di prodotti di origine animale che consumiamo oggi inquina, parecchio. Secondo la FAO il settore alimentare è responsabile almeno del 15/18% delle emissioni di gas serra a livello mondiale, tanto quanto il ben più demonizzato settore dei trasporti

La maggioranza delle emissioni generate da questo settore provengono proprio dall’industria della carne e da quella casearia, nonostante i loro prodotti forniscano solo il 18% delle calorie e il 33% delle proteine di cui si nutre la popolazione mondiale. E le ragioni sono facilmente deducibili, oltre che comprovate.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Prendiamo come esempio i più comuni animali da allevamento e calcoliamo il loro Feed Conversion Ratio, ovvero il rapporto tra la quantità di risorse necessarie per nutrire un determinato capo da allevamento per tutta la sua vita e la quantità di cibo che ne viene ricavato per il consumo umano.

Feed Conversion Ratio o Indice di conversione alimentare per specie allevate

La specie meno sostenibile è senza ombra di dubbio il manzo. Il suo Feed Conversion Ratio è di 1 a 8. Ciò significa che ogni 8 kg di mangime, si ricava 1 kg di cibo destinato al consumo umano. Un rapporto parecchio inefficiente. Quello della carne di maiale, come si può vedere dalla tabella sottostante, è lievemente migliore, senza tuttavia strabiliare: 1 a 5. Per i prodotti caseari il rapporto è invece di 1 a 2,5. L’alternativa migliore è il pollo, con un rapporto di 1 a 2.

I dati non lasciano scampo: in termini di sostenibilità la carne è la peggiore delle alternative.

Oggi produciamo già abbastanza cibo per sfamare 10 miliardi di persone, ma ne stiamo dando una grossa fetta agli animali. Tutto ciò per assecondare il nostro eccessivo desiderio di carne e formaggi e mentre in diverse zone del pianeta sono ancora presenti grossi problemi di malnutrizione, soprattutto nelle popolazioni che abitano in paesi a basso reddito.

Con una popolazione mondiale in crescita verticale, risulta evidente come le scelte che faremo a tavola saranno direttamente responsabili della sicurezza alimentare di tantissime persone, oltre che delle conseguenze relative alle emissioni di gas serra generate da questo settore.

Va fatto notare come questo ragionamento riguardante l’ “inefficienza” dell’allevamento di animali per la produzione di cibo destinato al consumo umano, non valga solo per i capi provenienti da allevamenti intensivi.

allevamenti intensivi conseguenze
allevaConsumo di acqua giornaliero e Feed Conversion Ratio per specie. Fonte: Food Choice and Sustainability, Dr. Richard Oppelander. 2013

Perché gli allevamenti intensivi inquinano

I fattori che vanno a incidere sull’impatto ambientale degli animali da allevamento sono diversi:

  • il consumo di acqua e suolo
  • il metano emesso dai loro escrementi ed eruttazioni. Sì, anche il metano è un gas ad effetto serra
  • L’’inquinamento derivato dall’utilizzo dei fertilizzanti necessari per produrre il loro cibo nelle monocolture sparse per il mondo

Un altro dato che può far riflettere riguarda la percentuale di animali che passano la loro vita negli allevamenti intensivi, ovveroil 95% del totale a livello mondiale. In Italia questa percentuale scende all’80%, come riportato nel libro “TritaCarne” di Giulia Innocenzi.  Un rapporto migliore rispetto al resto del mondo che tuttavia non corrisponde affatto al valore percepito dall’opinione pubblica. Chiedete a qualcuno che non conosca questo dato qual’è la percentuale di animali allevati in maniera intensiva. Chiunque affermerà che è molto inferiore.

Altre conseguenze indirette degli allevamenti intensivi

In questo tipo di allevamenti gli animali sono nutriti principalmente con mais e soia. La coltivazione di entrambi questi mangimi risulta essere tra i principali responsabili di una grandissima fetta del fenomeno di deforestazione a cui stiamo assistendo.

Se volete vedere coi vostri occhi quello che sta accadendo in Brasile e U.S.A., dove i campi di mais e soia imbevuti di pesticidi si perdono a vista d’occhio dietro l’orizzonte, vi basterà guardare uno dei tanti documentari che trattano l’argomento (e.g. Soyalism o Cowspiracy).

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

Inoltre, per garantire la sopravvivenza degli animali nelle indecenti condizioni in cui vengono allevati, è necessario imbottirli di antibiotici, una parte dei quali finirà nei loro escrementi e da lì nelle falde acquifere che li trasporteranno in mare, dove vivono i pesci che mangiamo.

Altro dato significativo: un capo di manzo beve almeno 40 litri di acqua al giorno, una mucca da latte può arrivare fino a 150.

Vanno inoltre aggiunte all’equazione le emissioni generate dai processi di lavorazione del capo dopo la sua uccisione, dal trasporto del prodotto fino al luogo di vendita e dallo smaltimento delle carcasse.

La carne a impatto (quasi) zero

L’alto costo ambientale degli alimenti di origine animale non è sfuggito agli occhi degli imprenditori più lungimiranti. Tra questi c’è anche Bill Gates che, insieme ad altri giganti del panorama imprenditoriale mondiale, ha investito in una soluzione che potrebbe eliminare quasi totalmente il problema dell’insostenibilità della carne.

Stiamo parlando della “carne in provetta” o “lab-grown meat”, prodotta da Memphis Meat. Questo tipo di carne, identica per sapore, consistenza e valori nutrizionali a quella “vera”, ha un impatto ambientale bassissimo rispetto ai metodi di produzione tradizionale ed è “cruelty-free”.

Il giorno in cui questo prodotto comparirà negli scaffali dei supermercati non è troppo lontano e, in termini di sostenibilità, rappresenta senza dubbio una soluzione credibile.

Insetti e proteine vegetali: le alternative sostenibili alla carne degli allevamenti intensivi

Altri esperimenti interessanti riguardano la produzione di hamburger vegetali, uguali, per consistenza e anche per sapore, alla carne tradizionale. Tra questi i burger di Beyond Meat, già gustabili in Italia presso la catena Well Done Burger e davvero sorprendenti per somiglianza a quelli tradizionali e dal maggior apporto proteico.

Un recente studio ha evidenziato come negli Stati Uniti questo mercato sia cresciuto del 300% negli ultimi mesi. Stesso apporto di proteine con l’aggiunta di altri nutrienti derivanti dall’utilizzo di materia prima vegetale, minor impatto ambientale e coscienza pulita per il consumatore sono i punti di forza di questo mercato destinato a decollare nei prossimi anni.

Un’altra alternativa più sostenibile e già soggetta di studi ed investimenti sono gli allevamenti di insetti. Questi infatti risultano avere un ottimo indice di conversione alimentare – di cui vi abbiamo parlato sopra – rispetto agli animali da allevamento tradizionali. Costituiscono quindi un’alternativa molto più sostenibile e in grado di offrire proteine di qualità.

Gli insetti oggi fanno già parte delle diete di più di 150 paesi al mondo e si potrebbero diffondere presto anche in Europa. Le specie più consumate come grilli o vermi non sono mai stati un veicolo delle “zoonosi”, ovvero di quelle malattie che l’uomo ha contratto dagli animali.

Consumare carne in modo sostenibile

La carne e i latticini fanno parte della nostra cultura e di quella di tanti paesi nel mondo. Risulta quindi impossibile ipotizzare una sua totale assenza dalle nostre diete, almeno su vastissima scala.

Sembra invece più plausibile ipotizzare una progressiva diminuzione della sua produzione e del suo consumo, senza che tuttavia si arrivi a toccare lo zero. Complice la necessità di ridurre le emissioni a livello globale salvaguardando allo stesso tempo un importante settore dell’economia.

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Secondo uno dei più recenti studi sul tema, pubblicato da The Lancet a Gennaio 2019, la quantità ideale di carne rossa da assumere per la propria salute e quella del pianeta è di 7g al giorno. Una bistecca ogni due settimane circa. Viene concessa un po’ più di tolleranza per la carne di pollo, il pesce e i derivati. Precisiamo per pignoleria che comprare carni e latticini locali provenienti da aziende agricole che utilizzano metodi di allevamento estensivi è, in questo senso, largamente preferibile. Stesso discorso anche per il consumo di pesce.

La parola d’ordine in questo è una soltanto: moderazione!  E magari dare una chance alle alternative più sostenibili come gli esempi sopra riportati. Anche i legumi costituiscono un’ottima alternativa. Insomma rispettare l’ambiente a tavola senza privarsi di nulla è possibile. Basta solo farci un po’ di attenzione.


Attiva la ZTL più grande d’Italia. E Milano è sempre più green

Area B

Chi e quando

Attivata oggi a Milano la ZTL più grande d’Italia e la seconda in Euopa dopo Bruxelles. I dati sulle città più inquinate d’Italia non mentono: Milano è la sesta città con più polveri sottili della Nazione e, forse, questa classifica ha fatto traboccare il vaso.

Alle 7:30 di questa mattina, lunedì 25 febbraio 2019, sono scattati i limiti d’accesso nell’Area B. Uno spazio grandissimo, che si estende fino ai limiti della città e nel quale vive quasi tutta la popolazione milanese. Qui non potranno più circolare benzina euro 0 e diesel euro 0, 1, 2 e 3, a doppia alimentazione gasolio-GPL e gasolio-metano Euro 0, 1, 2 e veicoli ingombranti superiori a 12 metri. I divieti sono validi da lunedì a venerdì, dalle 7.30 alle 19.30, esclusi i festivi.

Area B

Un avvio graduale

I divieti non finiscono qui anche se, per dare la possibilità alle persone di comprendere e abituarsi all’iniziativa, il suo avvio sarà graduale. Il prossimo primo ottobre lo stop sarà esteso ai diesel euro 4 (che sono già vietati in Area C dal 2017) e moto e ciclomotori a gasolio euro 0 e 1. Dal 1 ottobre 2020 l’accesso sarà vietato anche agli euro 1 benzina ed entro il 2030 le restrizioni aumenteranno.

Chi può entrare

Di contro, l’accesso è consentito agli autoveicoli euro 5 e 6 benzina, gli autoveicoli GPL, metano, bifuel e auto ibride ed elettriche. Saranno inoltre esenti da sanzioni le autoambulanze, i veicoli della Croce Rossa, i veicoli delle Forze Armate, Polizia, Vigili del Fuoco e Protezione Civile. Possono inoltre circolare liberamente i veicoli che espongono il contrassegno “invalidi” il cui titolare sia a bordo del veicolo e in generale chiunque disponga di un permesso per svolgere mansioni di assistenza sanitaria.

Pochi controlli (per ora)

Sempre per un inizio graduale, al momento solo sedici strade sono dotate di telecamere. Inutile dire che il divieto è comunque valido per tutte le 187 strade di accesso all’Area B, le quali saranno tutte controllate informaticamente entro il 2020. Le telecamere attive da oggi sono in via Anassagora, viale Pirelli, viale Sarca, via Pasta, via Gallarate, via Tofano, via Basilea, via Zurigo, via Garin, via Baroni, via Cassinis, via Toffetti, via Rogoredo, via Feltrinelli, via Mecenate e via Fantoli.

Multe e permessi

La multa prevista per chi non rispecchia il divieto è di 80 euro, anche se tutti i cittadini residenti a Milano in possesso di un auto esclusa dall’Area B, avranno diritto a 50 accessi nell’area per tutto il 2019, che scenderanno a 25 nel 2020. Al primo passaggio di un veicolo non autorizzato, sarà inviato al proprietario l’invito per iscriversi al portale e registrare la propria posizione e il numero di passaggi effettuati.

I permessi e le pratiche di registrazione possono essere ottenute online. Qui è anche possibile verificare se il proprio veicolo ha il permesso di entrare in Area B.

Informazioni importanti:

  • E’ vietata anche la circolazione dinamica all’interno di Area B. Ciò significa che un autoveicolo il cui accesso è vietato in Area B non può circolare all’interno di tale area, anche se è entrato prima delle 7.30. Non potrà quindi uscire dall’Area B prima delle 19.30 ovvero al termine dell’orario del divieto.
  • Attenzione anche ai divieti regionali per il piano anti-inquinamento in vigore fino al 31 marzo. Violare questi divieti potrà portare a una multa di 160 euro, il doppio rispetto a quella per l’Area B. Una volta esauriti i 50 ingressi, si potrà incorrere in due multe: una da 160 euro per il piano regionale e una da 80 euro per Area B.
  • Anche gli orari di Area C hanno subito delle modifiche per coincidere con quelli di Area B. Per esempio, anche il giovedì, che fino ad ora prevedeva il divieto fino alle 18.30, si allungherà fino alle 19.30. Inoltre in Area C non potranno più entrare motoveicoli e ciclomotori a due tempi euro 0 e 1 e veicoli a doppia alimentazione gasolio-gpl e gasolio-metano euro 0, 1 e 2.
  • Alla stazione della metropolitana rossa al Duomo vi è un infopoint dove potrete avere tutte le informazioni. Gli orari di apertura del servizio sono dalle 8.30 alle 15.30, dal lunedì al venerdì

Per saperne di più, visitare il sito del Comune di Milano

Ridurre la plastica al supermercato. Ecco come fare

La situazione sta sfuggendo di mano e ridurre la plastica al supermercato è ormai una decisione soltanto nostra. Immense quantità di imballaggi totalmente inutili inondano gli scaffali, viziandoci con servizi di cui non abbiamo bisogno. Secondo i dati del “Rapporto Coop 2019“, nel nostro Paese vengono ancora utilizzate 2 milioni di tonnellate di plastica per confezionare i cibi e le bevande che troviamo sugli scaffali.

Ecco come fare per ridurre l’acquisto di plastica, ma sopratutto per mandare un forte messaggio a chi, quella plastica, la produce.

  • Comprare alimenti sfusi, soprattutto frutta e verdura. Pesarli non costa niente se non trenta secondi in più per la spesa. Idem per pulirli e tagliarli a casa.
plastica supermercato
  • Quando possibile attaccare l’etichetta direttamente sui prodotti, per esempio la zucca o l’anguria delle quali di solito non si mangia la buccia. I sacchetti sono sì biodegradabili, ma il loro tempo di decomposizione è comunque abbastanza lungo e sono pur sempre prodotti usa e getta.
  • Per lo stesso motivo usare un solo sacchetto per diversi tipi di frutta, attaccandoci due etichette. Per esempio mettere le zucchine in un sacchetto senza chiuderlo, pesarle e attaccare l’etichetta sul sacchetto; poi prendere la melanzana, pesarla senza il sacchetto, metterla nel sacchetto delle zucchine e attaccarci la seconda l’etichetta. Quando è pieno, chiudere il sacchetto.
  • Usufruire dei negozi “alla spina”. Alcuni supermercati hanno gli appositi reparti. Si possono acquistare maggiori quantità di prodotto a minor prezzo e utilizzando meno sacchetti. Se i sacchetti presenti in questi reparti sono di plastica e non biodegradabili, cerchiamo di riutilizzarli oppure di usare quelli della frutta.
plastica supermercato

Leggi anche: “Il primo supermercato plastic-free d’Italia apre in Val di Sole”.

  • Scegliere le uova nei contenitori di cartone e non quelli di plastica. (Un piccolo suggerimento: cercare le uova che come primo numero stampato hanno lo 0 o l’1, non 2 o 3. 0 e 1 significa che le galline sono state allevate a terra e all’aperto con spazi più ampi. Le uova saranno probabilmente anche più buone. Inoltre preferire la denominazione IT per ridurre l’inquinamento).
plastica supermercato
  • Scegliere alimenti crudi, non precotti, che di solito sono venduti in quantità maggiori e, quindi, con meno imballaggi. Inoltre al chilo costano meno. Un esempio lampante sono pasta e cereali (farro, orzo, mais) e legumi (fagioli, ceci, lenticchie)
  • Per lo stesso motivo, comprare ingredienti il più possibile naturali, non lavorati né già assemblati tra loro. Insomma, evitare i piatti pronti e, quindi, imballati.
  • In generale, scegliere di comprare i prodotti con meno imballaggio possibile.
  • Ricordati di portare le tue personali shopping bag, meglio se di stoffa.
  • Per ridurre l’acquisto di plastica al supermercato, infine, evitare il più possibile il supermercato. I piccoli rivenditori come macellai, panettieri, pescherie, fruttivendoli, usano meno imballaggi oltre il fatto che i loro prodotti sono di qualità maggiore.

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Cibo sostenibile: una guida per riconoscerlo

cibo sostenibile

Sostenibilità e rispetto dell’ambiente significano anche mangiare cibo sostenibile. Le nostre scelte alimentari devono considerare anche il luogo in cui facciamo la spesa e l’impatto che i prodotti che acquistiamo hanno sull’ambiente. Spesso non se ne è consapevoli, oppure non vi si presta abbastanza attenzione. Ogni azione che compiamo ha un impatto ambientale ed è giunto il momento di essere consci delle conseguenze delle nostre scelte, almeno per poterle prendere con consapevolezza. Oggi lo stile di vita occidentale non è sostenibile e, per preservare il benessere delle future generazioni, occorre cambiare. E il cambiamento passa anche dalla tavola. Mangiamo almeno tre volte al giorno, tutti i giorni. Tutti quanti. Motivo per cui le scelte alimentari sono determinanti nel calcolo dell’impatto ambientale di ognuno di noi.

Meno carne è meglio

Partiamo dalla verità più impopolare di tutte. I livelli attuali di produzione e consumo di alimenti di origine animale, specialmente di carne rossa, non possono essere considerati sostenibili. L’evidenza scientifica e la quantità di studi che giungono a questa conclusione aumenta di mese in mese, come approfondito in un altro articolo del blog.  Ultimo in ordine temporale, uno studio pubblicato da “The Lancet” e ripreso da diverse testate di tutto il mondo, in cui si dimostra come sia necessaria una netta riduzione del consumo di prodotti di origine animale e zuccheri per salvaguardare l’ambiente e la sicurezza alimentare della crescente popolazione mondiale. Allo stesso tempo occorre aumentare il consumo di frutta, verdura, frutta secca e semi. Una diminuzione, significativa ma non necessariamente totale, del consumo di prodotti di origine animale è quindi il primo step necessario per ridurre la propria impronta ecologica. Ma non è l’unico fattore su cui si può lavorare, ci sono altri accorgimenti che ci possono aiutare.

Un cibo è sostenibile se ha la filiera corta

Prima cosa da tenere sempre in considerazione per mangiare cibo sostenibile: meno soggetti sono presenti nella filiera che va dal produttore al consumatore, più la scelta è sostenibile. Comprare quindi carne non proveniente da allevamenti intensivi e direttamente da chi la produce, ad esempio nei mercati a km 0 che si stanno espandendo a macchia d’olio in Italia, è sicuramente più sostenibile oltre che di supporto ai piccoli produttori. Da tenere a mente anche la stagionalità e il tipo di coltivazione da cui provengono frutta e verdura. Ragionando secondo una logica di spesa sostenibile vanno privilegiati prodotti di stagione, provenienti se possibile da colture organiche/biologiche, e possibilmente con pochi chilometri sulle spalle. Così come in generale si può dire che meno un prodotto sarà lavorato, minore sarà il suo impatto ambientale.

Cibo sostenibile e salute: si può

“Ma le proteine dove le prendo?” La risposta è: ovunque! I legumi ed i cereali in generale ne sono più ricchi, in percentuale, anche della carne, ma le possiamo trovare anche in tutti gli altri cibi di origine vegetale. Secondo un recente report pubblicato dalla RISE Foundation, un istituto indipendente finanziato dall’Unione Europea, in Europa assumiamo 104 g di proteine al giorno quando la quantità consigliata è di 50. Più del doppio. E assumerne in eccesso non ha particolari vantaggi sulla salute, al contrario di fibre e vitamine che sono particolarmente presenti in grani integrali, frutta e verdura. Stesso discorso per ferro, calcio e tutto il resto, facilmente assumibili anche in diete vegetariane o vegane equilibrate. L’unico elemento che non si trova negli alimenti di origine vegetale è la vitamina B12, facilmente integrabile all’interno di diete latto-ovo-vegetariane e “flexitariane”.

cibo sostenibile
Porzioni raccomandate per avere una dieta salutare e sostenibile. Fonte: The Lancet

Dieta Sostenibile o “Flexitariana”: le regole da seguire

Per chi non vede di buon occhio l’adozione di una scelta vegetariana o vegana, in generale considerabili più sostenibili, l’alternativa migliore è sicuramente quella dell’adozione di una dieta flexitariana”. Il termine è di recente invenzione, ma la teoria che sta alla sua base è stata già individuata dalla riviste scientifiche “Nature” e “The Lancet” come una misura che, se adottata in massa, potrebbe ridurre in poco tempo una discreta fetta delle emissioni di gas serra. Grazie ad una riduzione della quantità dei pasti a base di prodotti di origine animale e delle loro porzioni, si può infatti ridurre la propria impronta ecologica a tavola, senza eliminarli completamente dalla propria dieta. Tra le carni la più sostenibile è sicuramente quella di pollo, quella meno sostenibile il manzo. Tra i latticini i formaggi di capra e pecora hanno un impatto ambientale sicuramente minore di quelli di vacca. In generale, il cibo sostenibile è a km 0 e stagionale. Va anche precisato che, se si parla di sostenibilità, i vari imballaggi che troviamo sui prodotti al supermercato diventano un nemico da combattere. La spesa dal contadino è più buona, più salutare e più green. E spesso anche più economica!

Un consumo consapevole

Cambiare la propria dieta secondo un criterio basato sulla sostenibilità è possibile. Senza la necessità di privarsi di niente, né il bisogno di compiere scelte drastiche. Grazie ad un consumo che nasce da una consapevolezza di ciò che compro, delle risorse necessarie per produrlo e dei km che hanno sulle spalle. A tavola, il binomio salute – ecologia può esistere e senza rinunce.