Moda sostenibile: tra etica e rispetto per l’ambiente

moda sostenibile

La moda sostenibile è quella branca dell’industria dell’abbigliamento che rispetta l’ambiente e i diritti umani. Molto sinteticamente si può parlare di un connubio tra moda ecosostenibile e moda etica, due concetti troppo spesso confusi e mercificati dalle grandi aziende del settore. Perché un capo possa essere considerato sostenibile, deve:

  • essere prodotto con materiali ecologici
  • avere un basso impatto ambientale
  • essere stato creato e commercializzato da lavoratori pagati equamente e trattati con dignità.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

L’impatto ambientale della moda non sostenibile: alcuni dati

L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe produce un’altissima quantità di gas a effetto serra, superando il trasporto aereo e navale globale messi insieme. Le emissioni della moda rappresentano l’8% di quelle totali, ammontando a 1,2 miliardi di tonnellate all’anno. L’industria nel suo complesso, compresa di trasporti e commercializzazione, produce 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quella che produce nello stesso arco di tempo l’intero continente europeo. In più, questa cifra non sta facendo altro che aumentare. La Ellen MacArthur Foundation stima che la moda potrebbe assorbire il 25% del carbon budget globale entro il 2050.

L’impatto ambientale così alto della moda è dovuto sia alla produzione dei capi stessi, ma anche ai comportamenti non sostenibili dei consumatori. Questi ultimi sono ovviamente anche influenzati dalle più recenti tecniche di marketing di aziende e influencer, che incentivano l’acquisto frenetico e il consumo quasi “usa e getta” dei capi vestiari. Si pensi che nel 2015 i consumatori hanno comprato il 60% dei prodotti in più rispetto all’anno 2000. Si stima inoltre che, se i Paesi dei mercati emergenti raggiungessero i livelli di consumo delle nazioni occidentali, le emissioni di anidride carbonica della moda aumenterebbero del 77%, il consumo di acqua del 20% e quello di suolo del 7%.

La moda ecosostenibile rispetta l’ambiente

I materiali sintetici

Nessun oggetto che non sia la materia prima stessa è a impatto zero. Infatti, una moda veramente rispettosa dell’ambiente sarebbe quella che non esiste, il che ovviamente sarebbe impossibile nella società odierna. Vi sono però materiali meno sostenibili di altri.

  • Per esempio, il poliestere, così come la lycra e l’acrilico sono derivati del petrolio. SI potrebbe dire che un capo composto dal 100% di poliestere sia un capo “di plastica”. Questo materiale è contenuto nel 65% di tutti i capi di abbigliamento, poiché il suo costo è molto basso e le fibre sono abbastanza resistenti. La creazione artificiale di questo materiale produce ogni anno emissioni pari a quelle rilasciate da 185 centrali elettriche a carbone, raggiungendo i 700 miliardi di Kg di gas serra.
  • Il nylon, ugualmente, è un materiale sintetico che viene utilizzato principalmente per la biancheria intima, grazie alla sua elasticità. Anch’esso proviene dalla lavorazione chimica del petrolio e del carbone, e questo porta con sé non pochi problemi ambientali. Oltre a supportare alcune delle industrie più sporche del mondo, la produzione di nylon genera protossido di azoto, un gas a effetto serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Per raffreddare le fibre dopo il processo, inoltre, sono necessarie ingenti quantità di acqua. Infine, tutti questi procedimenti richiedono un grande dispendio di energia e, quindi, un ulteriore sfruttamento di fonti non rinnovabili.

Le fibre sintetiche, nel corso della loro lunga vita, ma anche e sopratutto alla fine di essa, producono microplastiche, che danneggiano i mari, l’ambiente e anche l’uomo. Inoltre questi materiali non sono biodegradabili. Pertanto, o vengono inceneriti nelle discariche contaminando l’aria che respiriamo, oppure rimangono nell’ambiente per centinaia di anni, emettendo sostanze tossiche.

I materiali naturali poco sostenibili

Per quanto esistano aziende virtuose, che utilizzano poliestere e nylon riciclato e che per le loro industrie sfruttino soltanto energia rinnovabile, il vero fulcro della moda sostenibile sono i materiali di origine naturale. Anche qui, però, troviamo diversi livelli di sostenibilità ambientale. Il cotone, per esempio, è una fibra naturale e quindi teoricamente biodegradabile. Talvolta, però, i fili delle cuciture sono in poliestere, oppure il capo può contenere coloranti o composti chimici che provengono da fonti non rinnovabili o che sono addirittura tossici. In più, secondo il Water Footprint Network, l’impronta idrica media del tessuto di cotone è di circa 10.000 litri per chilogrammo, che lo rende il più grande consumatore di acqua nella filiera dell’abbigliamento. Il cotone biologico ovviamente può essere un’alternativa migliore, specialmente se porta la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard).

Vi sono poi altri materiali naturali di origine animale, come la lana, la pelliccia, la seta e la pelle. Anche questi, se lavorati senza il supporto di materiali sintetici, sono biodegradabili e la loro filiera può potenzialmente essere molto corta. Esiste però un lato molto oscuro che riguarda questi materiali. Oltre a costituire un problema etico per il maltrattamento degli animali da cui le fibre provengono, gli animali in questione emettono metano, un gas serra 20 volte più riscaldante dell’anidride carbonica. Inoltre gli allevamenti richiedono un consumo enorme di suolo e acqua e sono spesso causa di deforestazione. Anche qui, è fondamentale informarsi sull’origine di questi materiali. Per esempio, Ragioniamo con i piedi è un’azienda che produce calzature di pelle sostenibile. Abbiamo intervistato il fondatore Gigi Perinello in questo articolo.

I materiali naturali nella moda etica e ecosostenibile

Veniamo quindi a quei materiali che sono universalmente considerati più sostenibili, ovvero quelli di origine vegetale e che non consumano così tanta acqua come il cotone. Questi sono:

  • juta
  • lino
  • canapa
  • agave
  • kapok
  • ramié
  • cocco
  • ananas
  • ginestra
  • ortica

Questi materiali richiedono un minore utilizzo del suolo, un basso consumo di acqua e resistono naturalmente contro parassiti e malattie. Tra questi, la canapa è una delle migliori alternative al cotone.

La pianta di canapa, infatti, necessita di poca acqua per crescere e può essere coltivata in molti diversi ambienti in tutto il mondo, senza bisogno di compiere lunghe tratte, come accade invece per le fibre di ananas e cocco. In più, prospera senza bisogno di pesticidi. Le sue fibre sono molto resistenti e durano nel tempo, riducendo, di fatto, il bisogno di acquisto continuo di capi di bassa qualità.

Leggi anche: la pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci.

Fibra di canapa

Mai abbassare la guardia

Come abbiamo accennato nei paragrafi precedenti, non è detto che un capo composto da fibre naturali sia totalmente sostenibile. Per trattare i tessuti talvolta si ricorre all’utilizzo di sostanze chimiche tossiche come i coloranti, solventi, oppure a fibre sintetiche per le cuciture. Questi composti sono stati trovati nelle acque reflue, ma è stato dimostrato che possono apportare danni anche a chi indossa i capi stessi. Il fenomeno viene chiamato bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale le sostanze tossiche si agglomerano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie.

Come avere un guardaroba sostenibile: i 4 step

Nella vita frenetica che conduciamo potremmo non avere molto tempo per controllare le etichette di ogni singolo capo o per indagare sull’enorme mole di brand di abbigliamento che sono nati negli ultimi anni. Per questo esistono delle piattaforme di e-commerce o di valutazione dei marchi che fanno il lavoro per noi. Good on You, che si trova anche sotto forma di App, e The Good Shopping Guide valutano e confrontano il grado di sostenibilità dei brand. Per quanto riguarda gli e-commerce, ne riportiamo alcuni come ViPresentoItalia, Ethica, Maison de Mode, Reve en vert e l’italiano Altra moda. Un e-commerce cui siamo particolarmente affezionati è Staiy, nato da quattro ragazzi italiani a Berlino. In questo articolo abbiamo intervistato uno di loro.

Per quanto riguarda i siti monomarca, esiste veramente l’imbarazzo della scelta e sarebbe difficile riportare in questa sede un’accurata selezione. Alcuni dei brand sostenibili più famosi sono People Tree, Reformation, Barbour, Patagonia e Stella McCartney. Abbiamo poi Elizabeth Suzanne, Amorilla (creato da una green influencer molto competente di nome Camilla Mendini) e Komodo e infine Veja per quanto riguarda le calzature. Tra il Made in Italy troviamo Par.co Denim, specializzato in jeans, Rebello e Laura Strambi.

1) Minimalismo e boicottaggio della fast fashion

La moda sostenibile, però, non riguarda soltanto i diversi tessuti di cui sono costituiti i capi che compriamo. Avere un armadio sostenibile è più che altro uno stile di vita la cui condizione sine qua non è quella di comprare meno vestiti possibili. Questa filosofia ricorda un po’ il minimalismo, che è un grande alleato dell’ambiente, poiché prevede che ogni essere umano compri soltanto ciò di cui realmente ha bisogno. E’ infatti doveroso menzionare che, nonostante in linea generale il cotone biologico certificato sia un materiale migliore del poliestere a basso costo, nel momento in cui compriamo 10 capi di cotone biologico al mese questo non soddisferà più la logica della sostenibilità. Infatti il pianeta non potrebbe letteralmente sostenere un tale comportamento da parte di tutti gli acquirenti del mondo.

Un altro vantaggio del comprare meno è che, spesse volte, significa anche comprare meglio. I capi della fast fashion vengono prodotti con materiali scadenti e cuciti in maniera sommaria da persone poco motivate poiché pagate una miseria. Queste persone, inoltre, sono spesso costrette a lavorare sotto pressione per soddisfare l’immensa richiesta di abbigliamento da parte delle grandi catene low cost. Pensiamo al crollo della fabbrica di vestiti di H&M in Bangladesh, che ha causato la morte di 1100 persone. L’edificio non era in sicurezza e i lavoratori erano esposti ai rischi e agli orari più disumani possibili. Questa tragedia ha dato l’avvio alla ricerca di maggiore attenzione, da parte delle aziende e degli acquirenti, riguardo alla sostenibilità anche etica dell’industria della moda.

2) Le certificazioni della moda sostenibile

Per questo, comprare abiti da piccole aziende locali di cui si conosce l’operato può essere un modo per comporre il proprio armadio in modo più sostenibile. Oppure è possibile ricorrere a marchi più grandi che però si sono prodigati di ottenere una certificazione per i loro prodotti. Esistono molte e diverse certificazioni, che possiamo prediligere a seconda di ciò che per noi è più importante nell’ambito della sostenibilità. Per esempio, possiamo voler comprare solo capi con fibre riciclate. Il Global recycle standard certifica proprio che un capo contenga soltanto fibre riciclate. Per qualcuno può invece essere più importante che le fibre provengano da agricoltura biologica. In merito a ciò, oltre alla certificazione già nominata per il cotone (GOTS), esiste anche la Organic content standard e la Ecocert, che accertano la natura biologica dei tessuti.

Per quanto riguarda le sostanze tossiche, una certificazione che ne attesta l’assenza è OEKO-TEX®. Naturtextil ed Ecolabel invece certificano la totale natura ecologica e rispettosa dell’ambiente dei tessuti e in generale del ciclo di vita dei prodotti. Forest stewardship council (Fsc) invece attesta che la materia prima provenga da foreste gestite in maniera responsabile nel totale rispetto dei lavoratori, degli abitanti e del territorio. Sul fronte della moda etica, Fairtrade Textile Standard ha lo scopo di dare maggior peso alle richieste dei lavoratori delle fabbriche tessili. Get It Fair inoltre fornisce al compratore una valutazione dei rischi reali di una fabbricaNew Merino invece certifica che il processo per ricavare la lana rispetti gli animali e l’ambiente in cui vivono.

3) Abiti usati, vintage e fai-da-te

Un altro modo per non danneggiare l’ambiente durante lo shopping è quello di acquistare abiti usati o vintage. Nel mondo esiste una enorme quantità di vestiti ormai già prodotti che possono soddisfare le esigenze di miliardi di persone e di cui possiamo allungare la vita, evitando di comprarne di nuovi. DannyRu vintage, per esempio, vende capi provenienti da vecchi fondi di magazzino. Troverete outfit per ogni gusto e occasione, ma sempre con un tocco retrò. Avete anche la possibilità customizzarli con i dettagli che più vi piacciono, come per esempio delle stampe colorate. Da poco tempo è anche possible acquistarli online.

A proposito di allungare la vita degli abiti con modifiche personalizzate, è importante cercare di non gettare i capi vestiari non appena questi risultano danneggiati. Vi sono infatti moltissimi metodi per riparare e reinventare i vestiti. Per esempio si possono coprire i buchi con delle toppe divertenti, che peraltro sono molto in voga. Oppure si possono trasformare dei pantaloni dismessi in pantaloncini, così da evitare di comprare degli shorts nuovi per l’estate.

4) Non smettere mai di imparare

Infine, se si hanno le possibilità e le competenze, una valida alternativa allo shopping tradizionale è la creazione di vestiti a partire da zero, o meglio, da ago filo e stoffa. Esistono moltissimi corsi online che potrebbero, chissà, trasformare una passione in lavoro, oppure semplicemente in passatempo sano, che impone la lontananza dagli schermi e l’espressione della creatività. In questo modo è possibile controllare in prima persona la provenienza e la qualità dei materiali.

Informarsi, informarsi, informarsi

In generale, quindi, l’informazione è fondamentale ed è forse la prima cosa da implementare se si vuole diventare più sostenibili. Consigliamo quindi di leggere libri e guardare documentari sul tema della moda che rispetta l’ambiente. Per quanto riguarda la prima categoria, “Fashion Change” è definito “la bibbia” della moda sostenibile, mentre “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” contiene anche una sorta di manuale su come cambiare radicalmente il proprio guardaroba. Per conoscere i lati oscuri della moda, invece, consigliamo il libro “Siete pazzi a indossarlo!” Per quanto riguarda i documentari, The true cost è una pietra miliare che ha risvegliato la consapevolezza sull’industria marcia della moda. Recentemente, poi, è uscito il documentario “Intrecci etici” che tratta il tema la moda sostenibile in Italia.

Batterie per auto riciclate: Volkswagen apre il primo impianto

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Una soluzione attesa da tempo

Il gigante tedesco dell’automobile, Volkswagen, dopo essere incappata nello scandalo delle emissioni truccate sembra aver compiuto una convinta inversione a U. Nel 2015, anno nel quale venne alla luce la triste vicenda del cosiddetto dieselgate, la casa di Wolfsburg non era esattamente inserita tra i costruttori più attenti all’ambiente. Oggi, sembrerebbe avere intrapreso una strada differente. Volkswagen è infatti in procinto di inaugurare il primo impianto interamente dedicato al riciclo degli accumulatori per automobili elettriche. Il sito potrà recuperare componenti dalle batterie esauste. Si stima che soltanto nella fase pilota saranno riciclate circa 3.600 batterie ogni anno, pari a 1.500 tonnellate di materiali.

Nel video di Inside EVs, una spiegazione di quali siano le principali questioni legate al riciclo delle batterie per automobili elettriche.

Nuova vita da batterie non più utilizzabili

Forse non ne siamo consapevoli, eppure un accumulatore esausto è in grado di fornirci materiali che possono essere utilizzati in altre batterie e non solo. Nell’impianto sarà possibile riciclare alluminio, rame, plastica e anche la chimera di ogni accumulatore: la cosiddetta polvere nera, o black powder, in inglese. Essa si ottiene dal nucleo principale – power core – della batteria e contiene materiali molto importanti, in quanto vitali per il funzionamento dell’accumulatore. Si tratta di nichel, litio, manganese, cobalto e grafite. Sono tutti materiali capaci di immagazzinare e trattenere energia, dunque fondamentali per la destinazione d’uso della scatola elettronica situata nel cuore della nostra autovettura.

La possibilità di riciclare batterie per automobili su scala industriale è attesa da tempo. Si tratta di una possibile nuova frontiera per questo settore, capace di abbassare enormemente i rifiuti prodotti dall’automotive.

Inizia l’era delle batterie riciclate?

Il sito di riciclo è già stato attivato. Nel renderlo noto, il costruttore tedesco ha affermato come si tratti di un coerente passo in avanti verso una responsabilità sostenibile. La decisione vuole essere punto di partenza per l’intera catena di valore delle batterie per veicoli elettrici. L’impianto è situato a Salzgitter, cittadina nella Bassa Sassonia, e ricicla esclusivamente batterie che non possono più essere destinate ad altri scopi. Prima di autorizzare il trattamento, infatti, un’analisi stabilisce se l’accumulatore sia ancora sufficientemente potente per avere una seconda vita, ad esempio in un sistema mobile per lo stoccaggio di energia. Pensiamo alle stazioni flessibili di ricarica rapida o ai robot mobili addetti alla ricarica di altri dispositivi.

Nel video di Com’è fatto? Una spiegazione di come si possa riciclare una batteria. Nella fattispecie, si tratta di una batteria tradizionale a piombo-acido ma parte del processo è simile.

Leggi anche: “Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione

Le dichiarazioni di Volkswagen

Volkswagen Group Components ha compiuto un ulteriore passo avanti verso la propria responsabilità end-to-end sostenibile. Per quanto riguarda la batteria, componente chiave della e-mobility, stiamo implementando il ciclo sostenibile per i materiali riciclabili. Abbiamo un ruolo pionieristico nell’industria su un tema futuro dal grande potenziale in termini di protezione del clima e approvvigionamento delle materie prime.” Così Thomas Schmall, membro del consiglio di amministrazione del gruppo Volkswagen e responsabile per la divisione tecnica nonché presidente del cda per Volkswagen Group Components.

A sentir lui, la casa automobilistica sarebbe davvero impegnata nell’inseguire una soluzione pulita. Naturalmente, abbiamo imparato negli anni che un conto sono le dichiarazioni altisonanti e un altro gli atti nel concreto. Se però questa intenzione di VW fosse seguita da interventi che vanno nella stessa direzione delle belle parole di Schmall, potremmo veramente trovarci di fronte all’inizio dell’era delle batterie riciclate. Quello degli accumulatori è un grave problema, nell’ambito della mobilità elettrica. Qualora si trovasse la quadra per riutilizzare le batterie invece di doverle smaltire, sarebbe un considerevole passo avanti.

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Come funziona l’impianto per la produzione di batterie riciclate?

Da quanto è stato diffuso, sappiamo che, almeno nella fase iniziale, non ci si attendono grandissimi volumi di batterie riciclate. La situazione resterà tale almeno fino alla fine di questo giovane decennio. Nei progetti del sito, però, si parla di un volume operativo che tratti inizialmente fino a 3.600 batterie ogni anno. Negli anni successivi poi, l’impianto potrà essere scalato – come si dice in gergo – per gestire quantità considerevolmente maggiori di accumulatori. Ciò sarà possibile ottimizzando il processo di riciclo. La tecnologia impiegata non richiede la fusione in altoforno – che è un processo a elevata intensità energetica, il quale produce molta anidride carbonica.

L’obiettivo è recuperare – su scala industriale, dunque in considerevoli quantità – materie prime preziose, rare e, spesso, difficili da estrarre. Ben conosciamo le questioni politiche, economiche e sociali che sottostanno all’estrazione di preziosi, ad esempio, nell’Africa continentale. Alluminio, rame, plastiche e tutti quei componenti di cui parlavamo in presentazione, nel primo paragrafo, potranno essere recuperati in ciclo chiuso. L’obiettivo è raggiungere un tasso di riciclo che superi il 90%, sul lungo termine.

Il processo si svolge in questo modo: dapprima si consegnano al sito i sistemi batteria usati ed essi vengono scaricati completamente. Poi li si smantella, introducendoli in un trituratore che li riduce in granuli, dopodiché si lasciano asciugare. La separazione e la lavorazione di ogni singola sostanza si effettuano tramite processi idro-metallurgici. Di questa fase si occupano partner specializzati, mediante impiego di acqua e agenti chimici. Le stime parlano di 1,3 tonnellate di CO2 risparmiate per ogni batteria da 62 kilowattora prodotta utilizzando catodi provenienti da materiali riciclati. Tutta l’energia utilizzata nel processo è rinnovabile.

Leggi anche: “La questione litio nel deserto del Cile

Numeri e sensazioni

Tutti per le batterie riciclate

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I componenti essenziali di vecchie celle della batteria possono essere usati per produrre nuovo materiale catodico. Le ricerche ci dicono che le materie prime riciclate per le batterie sono efficienti tanto quanto le nuove. In futuro vogliamo supportare la nostra produzione di celle per batterie con i materiali che recuperiamo. La domanda di accumulatori – e delle relative materie prime – incrementerà in modo drastico. Possiamo fare buon uso di veramente ogni grammo di materiale riciclato.” Afferma Mark Moller, il responsabile della divisione sviluppo tecnico ed e-mobility in Volkswagen. L’esperto non nasconde certo il suo entusiasmo per la nuova frontiera delle batterie elettriche riciclate.

A quanto narrano in effetti gli studi, le attuali batterie per veicoli elettrici cominciano a calare in prestazioni dopo circa 10 anni. In quel momento, infatti, le loro capacità cominciano a deteriorarsi. È proprio quando la potenza si abbassa troppo che devono entrare in funzione impianti come quello a Salzgitter. Volkswagen vuole essere in grado di recuperare oltre il 90% dei componenti delle batterie (si parla di un’elevatissima percentuale, intorno al 97%); attualmente l’azienda dichiara di riuscire a riutilizzare il 53% di ogni batteria elettrica. La potenza di un impianto come quello in Bassa Sassonia mette il costruttore in grado di balzare fino al 72% di riciclo di ogni singola batteria dismessa. Ci troviamo di fronte a un ottimo primo passo. L’innovazione è tale quando diventa di dominio comune. Attendiamo che anche gli altri costruttori di automobili ora seguano la strada aperta da VW.

Pachamama: il gioco da tavolo per fermare la crisi climatica e salvare il pianeta

Pachamama

Si chiama Pachamama, la sfida del secolo ed è il gioco da tavolo ideato da ZeroCO2 per comprendere la crisi climatica e salvare il pianeta. Spesso in questo blog abbiamo ribadito la difficoltà di spiegare e comprendere le complesse dinamiche del cambiamento climatico. Il gioco da tavolo Pachamama è un ottimo strumento di sensibilizzazione perché riesce a coniugare apprendimento, adesione alla realtà e divertimento. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Pachamama: obiettivo e regole del gioco

Il termine Pachamama è stato scelto perché nella lingua Inca significa “Madre Terra”. Lo scopo del gioco è appunto quello di preservare l’equilibrio terrestre, limitando la temperatura media globale sotto i 18 gradi. Questa soglia è stata scelta sulla base della situazione attuale: la temperatura si è innalzata di circa 1 grado rispetto ai livelli pre-industriali, quando la temperatura media terrestre era di 15 gradi centigradi. Il gioco “concede” quindi altri 2 gradi di innalzamento, così come stabilito dall’Accordo di Parigi.

In seguito vedremo infatti che uno dei punti di forza di Pachamama è proprio la forte adesione alla realtà. Ma prima di approfondire questo aspetto, è bene sintetizzare le regole del gioco. Ogni partita dura all’incirca 30-40 minuti ed è suddivisa in 10 turni di gioco che equivalgono a 10 decenni. Il numero dei giocatori può variare da 3 a 6 ed è consigliata un’eta minima di 14 anni. Ogni giocatore personifica un’area del mondo (America del nord, Africa, Europa, Sud-est asiatico, eccetera) e ha a disposizione una carta in cui vengono sintetizzate le informazioni su quella regione geografica.

Leggi anche: Decarbonizzazione, parte la Mission Impossible a Davos

Adesione alla realtà, cooperazione e giustizia climatica

Si parte infatti con un budget iniziale corrispondente alla ricchezza delle singole aree: quanto più la regione è ricca e produttiva, tanto più è alto il livello di emissioni di anidride carbonica; viceversa, i paesi con un budget economico limitato hanno più potere di mitigazione climatica e più alta capacità di ricompensare le emissioni tramite la reforestazione. Inoltre, un ruolo chiave è giocato dalle carte “ricerca” tramite cui i giocatori possono ridurre o limitare le emissioni grazie a scoperte scientifiche o innovazioni. In che modo questo gioco rappresenta un ottimo strumento educativo per parlare di emergenza climatica?

Pachamama

Innanzitutto, Pachamama rispecchia fortemente la realtà attuale. Non solo nel calcolo della temperatura che è stato citato sopra, ma anche nel modo in cui le disparità geografiche vengono raffigurate. In questo gioco in scatola non esiste vincitore. Si vince o si perde, insieme. Per fare ciò gli ideatori di Pachamama hanno introdotto tre pause all’interno del gioco in cui i giocatori possono dialogare, scambiare carte e decidere come collaborare. Nella pratica i giocatori si ritrovano a simulare una seduta di cooperazione internazionale, come se fosse l’ONU, in cui viene naturale applicare il principio di giustizia climatica. Per giustizia climatica si intende che i paesi che storicamente hanno inquinato di più devono impegnarsi maggiormente a limitare le emissioni e nel contempo aiutare quelle regioni del mondo che sono più colpite dalla crisi climatica.

Pachamama: il ruolo chiave della reforestazione

Infine, un dettaglio importante del gioco consiste nella lunga durata della reforestazione. Mi spiego meglio: negli ultimi tempi si sentono sempre più campagne pubblicitarie che sponsorizzano la piantumazione di alberi in cambio dell’acquisto di prodotti. Dal fronte ambientalista questa procedura viene vista con forte scetticismo perché molte di queste pubblicità rientrano in strategie di greenwashing ed è difficile controllare se questi alberi vengono effettivamente piantati, con che metodi e per quanto tempo viene monitorata la loro crescita. Pachamama rende bene questo concetto e prevede che un albero piantato possa contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico solo dopo due decenni. Sebbene sia solo un gioco, la lungimiranza richiesta nelle regole di Pachamama è un aspetto chiave nelle strategie di adattamento e mitigazione alla crisi climatica.

Il gioco da tavolo richiama dunque il vecchio detto: “Il migliore momento per piantare un albero era vent’anni fa, il secondo miglior momento è adesso”. E non lo fa solo a parole, infatti per ogni Pachamama acquistato ZeroCO2 si impegna a donare un albero in Guatemala. Questi alberi verranno presi in carico da famiglie contadine delle comunità locali e potranno essere monitorati tramite aggiornamenti periodici. Infine, tutto il contenuto del gioco in scatola è prodotto con materiali sostenibili.

Un gioco da tavolo educativo e divertente

Lunga durata, cooperazione internazionale, ruolo-chiave della ricerca: sono solo alcuni degli aspetti che fanno di Pachamama un’idea geniale che insegna a grandi e giovani come prendersi cura del pianeta Terra. Lo consigliamo particolarmente a tutti gli insegnanti che stanno cercando nuove strategie per trasmettere l’educazione ambientale e più in generale a tutte le famiglie che vogliono provare un gioco innovativo, educativo e divertente.

Leggi il nostro articolo: “Vaia, dalla strage di alberi alla cassa che rigenera le foreste”

Qualità ed effetti dell’acqua del rubinetto rispetto a quella in bottiglia

Scegliere di bere l’acqua del rubinetto anziché consumare quella in bottiglia permette di ridurre il proprio impatto ambientale, soprattutto a causa dello smaltimento della plastica e del trasporto delle bottiglie dal luogo di confezionamento al punto vendita. Infatti, dopo l’imbottigliamento, le acque minerali macinano chilometri in autostrada. Ciò implica bruciare combustibili fossili, che emettono gas serra. Quella del rubinetto, spesso ed erroneamente etichettata come non potabile, arriva a casa senza aver fatto un metro di strada!

Per produrre un litro d’acqua in bottiglia, ne sono necessari circa tre, legati alla produzione della plastica e ad altri fattori non trascurabili. Non bisogna scordare che l’acqua è una risorsa limitata; anche se copre il 71% della superficie terrestre, il 97% è salata e solo il restante 3% è dolce. Di quest’ultima percentuale, circa il 68% è sotto forma di ghiaccio. Perciò, possiamo attingere al restante 32%, ossia quasi a un terzo dell’acqua dolce disponibile in natura, ovvero meno dell’1% di tutta quella della superficie terrestre.

Acqua del rubinetto

Secondo la “Piccola guida al consumo critico dell’acqua” di Altreconomia, dai rubinetti del 96% degli italiani esce acqua potabile. Infatti, normalmente, l’acqua pubblica in Italia è sicura. Nei casi eccezionali in cui questa non lo sia, è segnalato. Di questo se ne occupano le società di gestione degli acquedotti e le Aziende Sanitarie Locali (ASL). I responsabili dei servizi idrici devono controllarne la qualità e dichiararla alle autorità sanitarie. Inoltre, come prescritto dal DL 31 del 2001, «le acque destinate al consumo umano non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana».

Eppure, gli italiani sono tra i più grandi consumatori di acqua in bottiglia del mondo. Dal sito di Culligan Italiana si legge quanto segue:

«Il nostro Paese risulta infatti essere oggi il maggior consumatore europeo di acqua in bottiglia e terzo al mondo dopo Emirati Arabi e Messico. Un mercato, quello italiano, che ha visto nel 2015 il confezionamento di oltre 13,5 miliardi di litri di acqua […]».

Acqua del rubinetto
Fonte: Beverage Marketing Corporation 2016

Non di meno, l’ISTAT, secondo un rapporto di marzo 2020, riporta che l’estrazione di acque minerali in Italia continua a crescere.

«La tipicità della morfologia del territorio italiano rende il patrimonio delle acque minerali nazionale fra i più importanti sia per numerosità di sorgenti che per qualità e diversità oligominerali di tali risorse. Nel 2017, sono 173 i Comuni nei quali si rileva la presenza di almeno un sito estrattivo di acque minerali naturali; complessivamente in tali siti operano 185 imprese autorizzate […]»

Nonostante le controindicazioni ambientali dovute alla produzione, allo smaltimento delle bottiglie di plastica e al trasporto dell’acqua confezionata, il mercato si evolve senza sosta. In più, sebbene la maggioranza delle acque in bottiglia sia qualitativamente indistinguibile da quella del rubinetto, perché la si continua a consumare?

Acqua del rubinetto: controllo qualità

L’acqua del rubinetto è sicura e possiede vari elementi chimici, tra cui il calcio, il magnesio, il sodio, il potassio e il fluoro. Per renderla potabile vengono attivati dei processi come, ad esempio, l’aggiunta di cloro come disinfettante, che non nuoce alla salute e la rende più resistente ai batteri, variandone però il sapore e rendendolo poco piacevole al gusto di molti. Rimuoverlo, però, è facile; basta riempire una caraffa e poi lasciarla riposare per almeno mezz’ora in frigorifero. Più o meno come quando si fa decantare il vino.

Altri dubbi rispetto alla qualità dell’acqua del rubinetto possono essere una conseguenza, almeno in parte, del marketing e della pubblicità di aziende che commerciano quella in bottiglia. Altresì, queste perplessità possono essere alla base di un mercato di apparecchi per il trattamento dell’acqua potabile, i quali ne modificano le caratteristiche. Ad esempio, il processo di “addolcimento”, come quello di alcune caraffe filtranti, elimina il calcio e lo sostituisce con il sodio.

Acqua del rubinetto

L’acqua minerale è sorgiva (acqua sotterranea che fuoriesce da una sorgente in modo naturale). In Italia può essere venduta con tale dicitura solo quella che risponde ai criteri di legge stabiliti dal DL 176 del 2011. «Sono considerate acque minerali naturali le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute». Per le acque potabili, le ultime due specificazioni (caratteristiche igieniche e proprietà salutari) non sono richieste.

Un altro fattore che può determinare la scelta dell’acqua del rubinetto rispetto a quella in bottiglia risponde alla sua durezza, cioè il parametro che rappresenta il contenuto di sali di calcio e magnesio disciolti. Questa proprietà condiziona il sapore dell’acqua e, contemporaneamente, è ciò che genera il calcare negli elettrodomestici. Tuttavia, tale percezione potrebbe trascurare il residuo fisso come fonte di calcio e magnesio per l’organismo. Il tema può essere approfondito su di uno dei portali dedicati all’acqua del rubinetto, questo gestito dal gruppo CAP (Consorzio per l’Acqua Potabile).

Inoltre, per conoscere la qualità della propria acqua del rubinetto, generalmente si può consultare il sito dell’azienda per i servizi idrici di proprio interesse. Ad esempio, gli abitanti di Bologna potranno informarsi sul portale del gruppo HERA alla voce “qualità dell’acqua” e via dicendo.

Acqua del rubinetto
Screenshot esplicativo (30/12/2020)

Acqua tra proprietà privata e plastica monouso

Un altro problema da non sottovalutare è la privatizzazione dell’acqua. Le aziende produttrici ottengono profitti attingendo dalle fonti pubbliche, mettendola in contenitori di plastica e rivendendola ad almeno cento volte il prezzo del normale rubinetto. Non solo. Come approfondito nel nostro blog a fine dicembre, recentemente l’acqua è diventata una merce e si quota in borsa. Il suo prezzo oscilla a Wall Street, così come accade con l’oro.

Trasversalmente, un altro problema si rapporta con la siccità. Con un altro articolo dell’EcoPost si viene a conoscenza che, in alcune regioni italiane, la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti a causa della dispersione nelle tubature. Uno spreco insostenibile che, dietro ad un maggiore interesse del cittadino verso le reti idriche del paese, ad oggi totalmente ignorate da qualsivoglia politica, potrebbe invece riportare in auge la questione.

Acqua del rubinetto

Infine, anche se le multinazionali continuano a proporre soluzioni alternative, poco si fa per ridurre la produzione dell’imballaggio usa e getta. Ne è la prova il rapporto pubblicato di recente dalla Ellen MacArthur Foundation. Il documento mostra come hanno agito, nel 2019, le aziende che rappresentano oltre il 20% degli imballaggi in plastica nel mondo. Da Coca Cola a Nestlé, Danone, PepsiCo e Unilever, i progressi sono stati davvero scarsi. Per ben capire la gravità del problema legato alla plastica, basti dire che più del 90% della plastica prodotta dagli anni ’50 non è mai stata riciclata, mentre i tassi di riciclaggio in Europa si aggirano intorno al 30%.

È necessario abbandonare il vero nemico, la cultura dell’usa e getta, a favore di quella dello sfuso e della ricarica.

Acqua del rubinetto o in bottiglia?

Indicazioni mediche a parte, come per chi soffre di patologie renali, normalmente è bene scegliere l’acqua del rubinetto. Inoltre, oggettivamente, ci può essere un’alterazione dovuta dal rilascio di sostanze metalliche nelle tubazioni o dalla proliferazione batterica in serbatoi non puliti. Tuttavia, anche la plastica può rilasciare sostanze tossiche, soprattutto se esposta a temperature elevate.

Acqua del rubinetto

Dai rubinetti degli italiani esce acqua potabile. Nei casi eccezionali in cui questa non lo sia, i responsabili dei servizi idrici lo segnalano alle ASL. Ciò è regolamentato dallo Stato come bene pubblico. Il tipo di acqua del rubinetto è praticamente lo stesso di quella in commercio e offre un apporto salutare di sali minerali. Dal punto di vista ambientale, non macina un metro di strada, non danneggia i bacini idrici e non implica un ulteriore sfruttamento della risorsa medesima. Soprattutto, non si fa uso di plastica usa e getta. Come se non bastasse, l’acqua in bottiglia costa cento volte tanto. Scegliere di bere l’acqua del rubinetto anziché consumare quella in bottiglia denota un grande beneficio per l’ambiente, oltre che per il portafogli.

Cosmetici fai da te: ricette per l’autoproduzione casalinga

cosmetici fai da te

Nella scorsa settimana abbiamo riflettuto sull’avvento del Natale e sulla possibilità di fare regali alternativi in nome della sostenibilità. In particolare, molti lettori ci hanno segnalato idee per regali autoprodotti in casa. La categoria più gettonata è stata senza dubbio quella dei cosmetici fai da te: scrub corpo, sapone, burro cacao, maschere viso e deodorante. Questi e altri prodotti per il corpo possono essere creati seguendo tutorial o semplici ricette. Con l’aiuto di Chiara Tomasello, fondatrice di Stay Bio, abbiamo stilato una sorta di guida all’autoproduzione per fare prodotti fai da te nel rispetto dell’ambiente.

Cosmetici fai da te: un ottimo hobby che fa risparmiare

La pratica dell’autoproduzione non è certamente un’invenzione dell’ultimo millennio. Prima dell’avvento del consumismo era infatti normale creare prodotti in casa con gli ingredienti che si avevano a disposizione. Dopodiché i flaconcini hanno preso il posto delle saponette solide e il bagno si è riempito di prodotti in contenitori di plastica per l’igiene e le pulizie. Fortunatamente in questi ultimi anni si è diffusa nuovamente la tendenza ad autoprodurre i prodotti necessari per la cura del corpo e della casa. Soprattutto in questo periodo in cui passiamo tanto tempo dentro le mura domestiche, possiamo sperimentare la produzione di saponi e cosmetici fai da te. E perché no, regalarli per natale ai nostri cari.

Oltre alla passione che ne può derivare, tanto che qualcuno ha trasformato questo hobby in un vero e proprio lavoro, l’autoproduzione costituisce senz’altro un risparmio economico. Il costo dei singoli ingredienti è infatti certamente minore rispetto al flacone confezionato che troviamo nel negozio. Più difficile è invece la scelta della ricetta o del tutorial giusto. Sul web circolano informazioni di ogni genere a riguardo, spesso noncuranti dell’impatto che questi prodotti possono avere sull’ambiente. L’autoproduzione deve quindi essere sempre accompagnata da un’attenta ricerca delle materie prime e da metodi di produzione sostenibili. Per orientarci al meglio, abbiamo chiesto aiuto alla beauty blogger Chiara Cosmesi Bio, fondatrice di Stay Bio.

cosmetici fai da te
Chiara Tomasello, fondatrice di Stay Bio

Leggi il nostro articolo: “Natale 2020: scegliamo regali sostenibili e Made in Italy”

Intervista a Chiara di Stay Bio

Chiara, come ti sei avvicinata alla sostenibilità e com’è nata la tua passione per la cosmesi naturale?

Mi sono avvicinata alla cosmesi naturale principalmente per necessità: avendo la pelle mista, il mio problema più grande è sempre stato legato all’acne e le impurità. All’età di 17 anni circa ho iniziato a realizzare le mie prime maschere viso, utilizzando ingredienti molto semplici come le argille, lo yogurt, il miele e così via, fino ad arrivare ad autoprodurre i miei primi cosmetici. I risultati c’erano eccome, i cambiamenti ed i miglioramenti sono arrivati quasi subito. La mia passione è cresciuta negli anni successivi e mi ha portata ad iscrivermi al corso Scienze farmaceutiche applicate (indirizzo Scienze Erboristiche) alla Sapienza di Roma.

Purtroppo per motivi familiari non ho potuto terminare il percorso ma ho continuato a studiare rimedi naturali ed a sperimentare, “spignattando” qua e là. Ho iniziato anche a “condividere” i miei cosmetici con amiche e parenti, riscontrando molto successo ed ho cominciato ad ottenere i miei primi “ordini”. Nel frattempo ho fondato il blog “Stay Bio – Beauty Blogger”, uno spazio dedicato al mondo bio e ed ecobio, collaborando con aziende del settore, cercando di farle conoscere alle persone che mi seguono. Attualmente sto studiando per diventare Naturopata.

Cosmetici fai da te ricette

Quali consigli daresti a chi volesse iniziare a creare cosmetici fai da te? Potresti suggerire qualche ricetta semplice da cui poter partire?

Innanzitutto, il consiglio primario è studiare la chimica per capire in particolar modo i processi. In secondo luogo, consiglio di leggere ed informarsi su come trattare la pelle e “curare” le varie problematiche. Esistono anche corsi di autoproduzione molto validi per chi parte da zero. Le ricette dalle quali partire secondo me potrebbero essere 3: l’autoproduzione di un impacco nutriente pre-shampoo, uno scrub labbra e una candela da massaggio.

IMPACCO CAPELLI PRE-SHAMPOO NUTRIENTE PER CAPELLI SECCHI E DANNEGGIATI

Ingredienti ed occorrente:

  • 1 barattolo di vetro con coperchio
  • 40 gr di burro di karité
  • 35 gr di olio d’oliva
  • 20 gr di olio ai semi di lino
  • 5 gr di olio di cocco

Procedimento: All’interno di un barattolino di vetro, pesate e sciogliete a bagnomaria tutti gli ingredienti. Lasciate raffreddare completamente ed applicate la quantità che vi occorre su tutte le lunghezze, tenendo in posa almeno per un’ora o per tutta la notte. La consistenza sarà simile a quella di un unguento. Potete utilizzare questa maschera anche una volta alla settimana.

Cosmetici fai da te: scrub e candele

SCRUB LABBRA COCCO E ZUCCHERO

Ingredienti ed occorrente:

  • 1 cucchiaino zucchero di canna
  • 1 cucchiaino di olio di cocco
  • 1/2 cucchiaini di cannella (facoltativo)

Procedimento: Unite lo zucchero di canna all’olio di cocco e mescolate il tutto. Aggiungete poi la cannella. Applicate sulle labbra e lasciate in posa qualche minuto. Sciacquate poi con acqua tiepida. L’azione esfoliante dello zucchero di canna unita a quella idratante dell’olio di cocco eliminano le cellule morte e le pellicine. Le vostre labbra saranno morbide e a “prova di bacio”. Realizzare questo scrub è una vera coccola specialmente per chi ama il sapore dolce.

CANDELA DA MASSAGGIO

Ingredienti ed occorrente:

  • 1 stoppino
  • 1 barattolo di vetro con coperchio
  • 45 gr di olio di mandorle dolci
  • 45 gr di burro di karitè
  • 35 gr di cera d’api
  • 25 gr di olio di cocco
  • 20 gtt di olio essenziale di arancio dolce o la profumazione che preferite
cosmetici fai da te

Procedimento: Incollate lo stoppino alla base del barattolo di vetro utilizzando la colla a caldo. Sciogliete a bagnomaria tutti gli ingredienti tranne l’olio essenziale che andrà aggiunto una volta tolto dal fuoco il composto. Versate il tutto all’interno del barattolino di vetro e lasciate raffreddare. Questa candela potete utilizzarla per effettuare un massaggio caldo e rilassante oppure regalarlo ad una vostra amica o al vostro partner.  

Stay Bio: una nuova linea di cosmetici

Nei tuoi canali social hai annunciato che stai per lanciare la tua prima linea di cosmetici bio. Potresti spiegarci meglio questo tuo progetto?

Tutti abbiamo un sogno nel cassetto ed il mio è sempre stato quello di avere una mia linea di cosmesi. Questo cassetto  è stato chiuso troppo a lungo ma ultimamente mi sono detta: “Perché non provare?”. Nel corso degli anni ho ricevuto molte richieste da parte di amiche e colleghe di lavoro, in particolare se potevo produrre per loro creme viso, corpo ed altri cosmetici, riscontrando molto successo. Per questo motivo ho deciso di mettere in pratica questo mio sogno e condividerlo con gli altri, iniziando a formulare dei prodotti artigianali e naturali. Gli ingredienti contenuti all’interno dei prodotti sono naturali e biodegradabili mentre il packaging è composto da plastica riciclabile che si può anche riutilizzare. La linea uscirà ufficialmente a gennaio 2021, iniziando così l’anno con una nuova avventura. Spero un giorno di poter creare nuove formule con affianco un team ed un laboratorio, sperimentando nuove tecniche per migliorare il benessere della nostra pelle.

Selezione di brand naturali

Oltre a proporre semplici ricette per produrre svariati prodotti, Chiara compie un’attenta ricerca di tutti i brand più sostenibili presenti sul mercato. Inoltre, come ha già detto lei stessa nell’intervista, Chiara sta per lanciare la sua linea di cosmesi bio. Questi prodotti saranno tutti pensati all’insegna di ingredienti vegetali e biologici. I suoi consigli sono quindi utili per tutti coloro che non hanno tempo o voglia per cimentarsi nell’arte dell’autoproduzione. Che sia per Natale o per la vita di tutti i giorni, possiamo autoprodurre cosmetici fai da te naturali o affidarci a brand biologici. Mettiamo sempre al primo posto la nostra salute e quella della Terra.

Leggi anche: “Pelle, ecopelle e similpelle. Quale alternativa è più sostenibile?”

Natale 2020: scegliamo regali sostenibili e Made in Italy

regali sostenibili

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Il Natale è alle porte e quest’anno sarà un Natale certamente diverso da quelli precedenti. Rimangono infatti ancora molte incognite sulle festività in arrivo riguardo il numero di invitati e la possibilità di spostarsi per ricongiungersi ai propri cari. Nonostante ciò, è già partita la corsa ai regali e molti stanno approfittando delle offerte previste per la giornata di oggi, il Black Friday. Ribattezzato da alcuni come “giornata mondiale del consumismo”, permette ai cittadini di tutto il mondo di comprare beni a prezzi stracciati, senza tenere conto che una giornata del genere è tutt’altro che da celebrare, viste le devastanti conseguenze che il consumismo provoca sugli equilibri della Terra. Il Natale però, è e può restare una festa da celebrare, se solo si adottano alcuni accorgimenti che lo rendano sostenibile dal punto di vista ambientale. Regali ecosostenibili, menù biologico, libri sull’ambiente: ecco una lista di cose che tutti noi potremmo fare durante queste vacanze nel rispetto del pianeta che ci ospita.

regali ecosostenibili

1. Regali ecosostenibili: locale e Made in Italy

Iniziamo dalla scelta dei regali. Esistono criteri molto semplici per scegliere in maniera ecosostenibile e far sì che i nostri amici o familiari siano comunque felici del dono ricevuto. La cosa più semplice da fare è rivolgersi ai negozi locali, evitando i grossi marchi gestiti da multinazionali. Quest’anno più che mai, abbiamo delle valide giustificazioni per sostenere l’economia locale, messa a dura prova dalla pandemia. Stanno infatti circolando sui social numerosi appelli dei cittadini italiani per spronare i propri conoscenti ad evitare Amazon. Il 2020 ci offre un’occasione perfetta per valorizzare il Made in Italy, e in particolare tutte quelle aziende italiane che operano per un’attenta ricerca delle materie prime.

Per chi volesse regalare scarpe, vestiti o borse, ricordiamo che il settore della moda è uno dei più inquinanti al mondo: i vestiti di bassa qualità che compriamo per pochi euro hanno una vita molto breve nei nostri armadi, ma diventano un rifiuto a lungo termine per la Terra e per i suoi abitanti futuri. Inoltre, il prezzo troppo basso ci segnala possibili anomalie nella catena produttiva, con il probabile sfruttamento dei lavoratori. Non ci stancheremo mai di ripetere che sostenibilità significa allo stesso tempo rispetto per la natura e per i lavoratori lungo tutta la filiera. Esistono innumerevoli brand italiani che sono nati all’insegna di questi principi. Nella nostra sezione Vivere Green potrete trovare alcuni spunti utili, come la recente intervista all’azienda calzaturiera Ragioniamo con i Piedi. Oppure la bellissima cassa Vaia, nata dal legno degli alberi caduti durante la tempesta del 2018 nelle Dolomiti.

Leggi il nostro articolo: “Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta”

Fai-da-te, riciclo e…attenti al packaging!

Quando compriamo qualcosa facciamo sempre attenzione al tipo di packaging scelto dell’azienda. Nel settore della cosmetica molti marchi stanno convertendo i propri imballaggi di plastica verso soluzioni più sostenibili. Per esempio, sempre più persone stanno sostituendo i detergenti in bottiglia con shampoo e bagno schiuma solidi. A questo proposito vogliamo ricordare che il regalo non deve essere per forza comprato: sono ormai di moda i regali fatti a mano, a partire dai saponi prodotti in casa. Oppure cornici con elementi naturali, barattoli da confetture, sciarpe e cappelli fatti ai ferri. Seguendo semplici tutorial su Internet, numerosi giovani stanno riscoprendo il gusto di creare regali fai-da-te. Inoltre, ben venga il riciclo: possiamo mettere in circolo dei beni di cui noi non facciamo più uso, se sono ancora in buono stato.

2. Regali ecosostenibili: un libro sull’ambiente

Per quanto riguarda il riciclo, un regalo veramente utile per l’ambiente e per tutti noi potrebbe essere un libro che riguarda il cambiamento climatico e che abbiamo nella nostra libreria. Per chi non riesce a rinunciare al gusto di comprare qualcosa di nuovo nei negozi, un libro rimane comunque un’ottima idea. L’anno scorso “Fridays For Future” aveva invitato le librerie e le biblioteche ad “inserire all’ingresso dei loro locali una bacheca o scaffale dedicato a libri, di generi diversi e per grandi e piccoli, sulla crisi climatica e sull’ambiente, da ora fino a poco prima di natale”. Nel 2020 quest’appello diventa ancora più importante, dato che l’attenzione sulla crisi climatica si è notevolmente abbassata a causa della pandemia. Se siete alla ricerca del titolo perfetto, ricordiamo che nel nostro blog c’è una sezione apposita in cui consigliamo libri sull’ambiente e sulla sostenibilità.

Leggi anche: “20 libri sull’ambiente per bambini e ragazzi”

3. Relazioni: sfruttiamo il Natale per contagiare chi ci circonda

Regalare un libro sul cambiamento climatico persegue il semplice obiettivo di aumentare la sensibilità ecologica di chi ci circonda. Infatti, è ormai noto che i principali ostacoli alla lotta al cambiamento climatico sono l’ignoranza, le fake news e l’indifferenza. Le vacanze natalizie sono un’occasione perfetta per coinvolgere i nostri parenti, i nostri amici e i colleghi. A tal fine, suggeriamo di evitare i moralismi e le prese di posizione troppo rigide. Il trucco migliore per contagiare è raccontare la propria esperienza: perché ci sta così a cuore questo problema e cosa stiamo facendo per contribuire a rendere il pianeta più sostenibile. Cerchiamo di appassionare le persone che amiamo, senza essere troppo pesanti, noiosi e soprattutto senza giudicare.

4. Cibo: scegliamo bene cosa mangiare a Natale

Un’altra scelta importante che possiamo compiere durante le feste riguarda il menù. Non sappiamo ancora se e come ci sarà permesso festeggiare il Natale, ma di certo non mancherà la voglia di ricreare l’atmosfera natalizia, anche solo fra pochi intimi. E allora rivolgiamo un consiglio a tutte le cuoche e i cuochi che stanno pensando alla cena della Vigilia o al pranzo di Natale. Come più volte evidenziato da questo blog, il cibo rappresenta un enorme fetta delle emissioni globali: il sistema agroalimentare inquina in ogni singola fase del processo, dai pesticidi nei campi ai sistemi di stoccaggio e imballaggio, dalla rete dei trasporti che transitano il cibo da ogni parte del mondo, fino agli sprechi alimentari.

Soprattutto, il settore dell’allevamento, e quindi della carne, incide enormemente sul cambiamento climatico. Per questo, la prima scelta che possiamo fare durante le feste riguarda il cibo che compriamo e mettiamo sulle nostre tavole. Possiamo prediligere prodotti biologici, senza farci ingannare dal prezzo lievemente maggiore, perché siamo ormai consapevoli che un prezzo giusto debba considerare il rispetto del pianeta e delle persone che hanno lavorato per far sì che quel prodotto arrivi nelle nostre mani. Possiamo inoltre raffinare la nostra ricerca, scegliendo produttori biologici e locali, con cui magari abbiamo un rapporto di fiducia e che possano garantire la sostenibilità dei propri prodotti.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

…alcuni accorgimenti sulla carne

Infine, possiamo fare dei piccoli accorgimenti al menù, evitando che la carne sia la portata principale. E se proprio non possiamo fare a meno della carne per il ripieno dei cappelletti o per i secondi, possiamo comunque verificare che la carne scelta non provenga da allevamenti intensivi. Ricordiamo infatti che negli allevamenti intensivi lo scopo principale è produrre quanto più prodotto nel minor tempo possibile. Questo avviene attraverso l’uso di antibiotici e ormoni, con enormi conseguenze sulla nostra salute (resistenza agli antibiotici tradizionali) e sull’ambiente (inquinamento delle falde acquifere). Una scelta accurata del menù ci aiuterà quindi ad abbassare notevolmente l’impronta ecologica del nostro Natale.

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Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

5. Viaggi: privilegiamo la natura

Per ultimo, le vacanze offriranno l’occasione di effettuare spostamenti o escursioni, seppur fortemente limitate dalle restrizioni anti-contagio. L’estate 2020 ci ha dimostrato che un altro tipo di turismo – più locale, più etico, più sostenibile – è possibile. L’Italia è piena di musei a cielo aperto, con una vasta scelta di sentieri, borghi, paesaggi. Le vacanze in arrivo saranno dunque un ulteriore occasione per esplorare il territorio che ci circonda, nel massimo rispetto delle norme indicate dal governo. Soprattutto nella situazione particolare che stiamo vivendo, il contatto con la natura rimane il modo più facile e primitivo per avere consapevolezza della ricchezza che abbiamo intorno e che potremmo perdere.

Leggi il nostro articolo: “Ridurre la plastica in viaggio. Ecco come fare”

Un Natale fatto di regali ecosostenibili

In definitiva, esistono numerose scelte che possiamo compiere nelle prossime settimane in nome della sostenibilità. Questo Natale sarà diverso da tutti gli altri, sotto innumerevoli aspetti. Dovremo rinunciare a grandi cenoni e a viaggi di lunga distanza, ma è possibile ricreare l’atmosfera natalizia seguendo principi ecosostenibili. Il Black Friday non è la nostra unica opzione. Al contrario, da qualche anno è partita una bellissima campagna che invita a modificare il nome di questa giornata in “Green Friday”: un’occasione per diffondere consapevolezza sulle conseguenze del consumismo e sulla promozione di valori alternativi. Scegliere regali sostenibili – fatti in casa, riciclati, comprati in aziende virtuose – è il primo passo che possiamo compiere. Da oggi al 25 dicembre, possiamo compiere piccole ma fondamentali scelte che contribuiscano al nostro bene, a quello della nostra comunità e del pianeta.  

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di dicembre”

Pelle, ecopelle e similpelle. Quale soluzione è più sostenibile?

ecopelle

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

Pelle, ecopelle e similpelle: il mercato offre diverse opzioni e capire quale sia la più sostenibile non è poi così facile. Il termine “ecopelle” potrebbe infatti richiamare un’attenzione maggiore nei confronti dell’ambiente, ma è comunque una pelle di derivazione animale. D’altro canto, l’alternativa vegana, chiamata comunemente similpelle, ha spesso al suo interno materiali plastici che rendono il prodotto altrettanto impattante sotto il profilo ambientale. Abbiamo intervistato Gigi Perinello di Ragioniamo con i piedi, che lavora da decenni nel mondo calzaturificio e ci spiega le sue scelte in termini di sostenibilità.

Pelle ed ecopelle significato: il sistema italiano

Iniziamo con il distinguere i due tipi di tessuti. Sebbene infatti nel titolo abbiamo distinto pelle ed ecopelle, in Italia questa differenza è pressoché irrilevante. Per ecopelle non si intende affatto una pelle di derivazione vegetale, ma una pelle di derivazione animale conciata con metodi a basso impatto ambientale. Nel nostro paese la legislazione è molto severa riguardo la concia dei pellami; perciò quasi tutta la pelle prodotta rientra nella definizione di ecopelle o sinonimi (pelle ecologica, ecocuoio, ecoleather). La parte più dannosa per l’ambiente deriva infatti dai sistemi di concia (a causa dell’alto impatto idrico, dell’uso di cromo e di altre sostanze chimiche che le industrie riversano nei fiumi).

Nella maggior parte dei sistemi conciari italiani vengono utilizzati impianti di purificazioni dell’acqua che, con le dovute certificazioni, rendono le pelli conciate in questi stabilimenti classificabili come “ecopelle”. È logico intuire che all’interno della macro-categoria ecopelle esistano differenti sistemi di produzione che rendono il prodotto finale più o meno ecologico. Ad esempio, esistono impianti di concia in cui si utilizzano sostanze di origine vegetale, come i tannini, che abbattono ulteriormente l’impatto ambientale delle pelli prodotte.

Ecopelle: la scelta delle materie prime

Un’altra forte discriminante affinché la pelle sia “sostenibile” deriva dalla scelta delle materie prime: la pelle può derivare da bestiame italiano, europeo o estero, ed essere quindi soggetto a diverse legislazioni per quanto riguarda le condizioni degli animali in allevamento. Può derivare dagli scarti dell’industria alimentare; in questo caso si tratta di un recupero di rifiuti che, se non venissero utilizzati, sarebbero altamente inquinanti e difficili da smaltire. Oppure può provenire da allevamenti di animali da pelliccia dove l’animale viene deliberatamente allevato e ucciso per produrre pellame destinato ai prodotti di moda. In questo secondo caso la sostenibilità è alquanto discutibile. Esistono numerose inchieste che accertano le condizioni penose in cui riversano gli animali in allevamenti da pelliccia (vedi la puntata di Report L’etichetta).

Similpelle: un prodotto sostenibile?

Prima di approfondire la sostenibilità della prima categoria, ovvero la pelle derivata dagli scarti delle industrie alimentari, è però opportuno definire l’altro tipo di tessuto presente nel titolo: la similpelle. La similpelle o pelle sintetica non è di origine animale, ma riproduce artificialmente l’aspetto della pelle. Sulla carta la similpelle rappresenta quindi un’alternativa vegana per chi vuole acquistare prodotti cruelty free. Tuttavia, il finto rivestimento di pelle viene prodotto prevalentemente con l’uso di materiale plastico. Si utilizzano sostanze sintetiche, poliammide e poliuretano, che dopo un’operazione di fissazione riproducono l’aspetto della pelle naturale.

Bisogna fare un distinguo per tutti quei nuovi materiali apparsi sul mercato che puntano alla produzione di similpelle grazie a materiali organici. Pelli fatte dalle bucce di arance, come quella proposta da Orange Fibers, o dagli scarti dell’industria vinicola, come ad esempio la WineLeather, aprono certamente una via esplorabile nel mondo della moda sostenibile. Questi esempi rappresentano tuttavia un’eccezione ancora fortemente di nicchia. Inoltre, è necessario verificare se questi tessuti siano adatti per tutti i tipi di oggetti di moda o siano utilizzabili soltanto nei capi o accessori più flessibili (vestiti, borse, cinture). Sostituire la pelle naturale in prodotti quali le scarpe invernali è assai più complicato. Spesso si corre il rischio di utilizzare tessuti ecologici solo in piccola percentuale, per poi ricorrere a materiali plastici o inquinanti per completare il prodotto. Un classico tentativo di greenwashing a cui siamo sempre più spesso abituati.

Intervista a Gigi Perinello di Ragioniamo con i piedi

Ecopelle o similpelle? Il lettore avrà sicuramente capito che è estremamente difficile prendere una decisione netta in termini di sostenibilità. Se da una parte c’è il voler smettere di sfruttare gli animali per soddisfare i vizi degli uomini, dall’altra c’è la reale necessità di procurarsi materiali che siano quanto più sostenibili nel lungo termine. L’ecopelle, se proveniente da scarti delle industrie alimentari che non processano carne da allevamenti intensivi, può comunque essere considerata un’alternativa sostenibile in un’ottica di economia circolare. Per questo abbiamo voluto intervistare Gigi Perinello, fondatore dell’azienda di scarpe Ragioniamo con i Piedi. Egli fa ricerca da molti anni per cercare di offrire un prodotto che sia quanto più vicino all’ambiente, sotto diversi punti di vista.

ecopelle
Gigi Perinello, fondatore de Ragioniamo con i Piedi

Gigi, quali criteri adotti per far sì che le tue scarpe siano a basso ridotto ambientale? Nel tuo sito spieghi che la sostenibilità della pelle non deve limitarsi al sistema di concia ma riguardare tutte le fasi di produzione. Che cosa distingue quindi le scarpe di Ragioniamo con i Piedi?

“Non c’è solo la concia che è importante per l’ambiente ma anche l’umanità che dobbiamo rispettare nel processo produttivo delle nostre scarpe. Dietro alle lavorazioni vi sono uomini e il bisogno di formare persone nel modo corretto, pagandole equamente e garantendo loro un sistema di solidarietà che caratterizza la comunità in cui il valore del lavoro è elevato ed ha una funzione educativa. Noi siamo una piccola fucina in cui i giovani vengono accolti e formati per entrare a far parte di un sistema che si affiderà a loro per svilupparsi”.

Ecopelle e Made in Italy

Nel tuo sito sottolinei spesso il fatto che i tuoi prodotti sono fatti per durare negli anni, perché deve essere permesso ai clienti di ripararle, oltre all’ottima qualità che cerchi di garantire. Inoltre, tieni molto al fatto che le scarpe di Ragioniamo con i Piedi siano Made in Italy, un concetto da molti abusato al giorno d’oggi. Cosa significa quindi per te “sostenibilità”?

“La nostra sostenibilità è garantire lavorazioni che rendano la scarpa riparabile e duratura. Può essere riparata da tutte le persone che fanno il lavoro dei ciabattini. E che quindi un po’ di conoscenza della scarpa ce l’hanno. Oppure direttamente da noi. Siamo anche in grado di assistere a distanza i ciabattini che ci interpellano. Non possiamo pensare più all’usa e getta ma a fare dei tagliandi di rigenerazione e manutenzione alle scarpe. Il made in Italy serio è fondamentale per garantirci queste opportunità”.

Ecopelle e ricerca di una sostenibilità a lungo termine

L’esperienza di Gigi non è sintetizzabile in queste poche righe. Nei suoi laboratori avviene un’attenta ricerca delle materie prime, facendo sì che provengano quanto più possibile dall’Italia o da paesi europei dove c’è un sicuro tracciamento. Si tratta di scarti di industrie alimentari che trattano carni di alta qualità e che quindi presumibilmente non provengono da allevamenti intensivi. Diciamo presumibilmente perché non esistono certificazioni a questo riguardo. Però, ci è stato spiegato che l’elevatissima qualità richiesta fa sì che la provenienza da allevamenti industriali sia da escludere.

Per fare pelli di alta qualità l’allevamento intensivo non è adatto perché gli animali mangiano mangime e non erba, non vivono all’aperto e quindi non strutturano una fibra della pelle che gli permetta di subire i freddi e i caldi della vita all’aperto (fattore determinante per la consistenza della pelle). Successivamente queste carni vengono conciate in impianti a bassissimo impatto ambientale grazie all’uso dei tannini. Infine, nei laboratori di Ragioniamo con i Piedi gli artigiani cercano di creare un prodotto su misura che rispetti i criteri di resistenza, lunga durata e riparabilità.

Un prestito dalla natura

Come si evince dalla panoramica di questo articolo non è affatto scontato saper scegliere fra le varie opzioni. Sia l’ecopelle che la similpelle hanno delle esternalità positive e delle esternalità negative sull’ambiente e sull’ecosistema nel suo insieme. Ciò che ci ha spinto a dar voce alla realtà locale di Gigi Perinello è la profonda ricerca in cui da anni egli è impegnato per trovare una soluzione realmente sostenibile, non solo come metodo propagandistico. Durante il nostro dialogo, ha definito la sostenibilità con queste parole: “dalla natura devo farmi prestare delle materie prime che una volta utilizzate gli devo restituire, questa è l’economia circolare cui punto”. Condividiamo appieno il suo messaggio e invitiamo tutti i lettori che sono interessati all’argomento a contattarlo direttamente agli indirizzi forniti su Ragioniamo con i Piedi. Ci auguriamo che la ricerca in questo campo prosegui per raggiungere prodotti che siano completamente biodegradabili e restituibili alla natura.

Staiy: il marketplace europeo di moda sostenibile

moda sostenibile
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Moda-sostenibile-cos-Staiy–le-commerce-della-sustainable-fashion-em249f

Il settore della moda è uno dei settori più inquinanti al mondo. Per questo ultimamente il pubblico sta rivolgendo sempre più attenzione alla moda sostenibile. Ovvero a tutti quei brand che cercano di adottare valori etici ed ambientali nella produzione di vestiti e accessori. I consumatori italiani lamentano però una carenza di offerta in questo settore; è ancora infatti troppo difficile trovare brand sostenibili e nelle principali catene si rischia di cadere nelle strategie di greenwashing. Per questo vogliamo dare spazio alle nuove realtà virtuose che puntano a colmare questo vuoto. Abbiamo intervistato Ludovico Durante, co-founder di Staiy, il fashion marketplace sostenibile con il più alto tasso di crescita in Europa. Staiy utilizza cinque criteri chiave per offrire prodotti sostenibili che siano di qualità e garantiscano trasparenza ai consumatori.

Intervista a Staiy, il marketplace di moda sostenibile

1) Ludovico, com’è nato il progetto? Quali sono gli obiettivi principali che perseguite attraverso Staiy?

Staiy è nato nel cuore di Berlino da quattro ragazzi italiani, per dare uno spazio digitale a tutta quella moda che rispetti i valori di etica, estetica ed innovazione. Vivendo in una città come Berlino è facile adottare uno stile di vita a minore impatto, grazie alle varie possibilità offerte dai business: dal riciclo delle bottiglie col pfand system ad una sharing economy molto vivace, fino alle molte opzioni di dieta vegetariana o vegana e varie startup innovative. Entrando a stretto contatto con una vibrante community di designer e brand sostenibili, ci siamo accorti del forte potenziale e di come mancasse un marketplace che mettesse in risalto tutti quei marchi che producono con valori autentici. Garantire la stessa accessibilità digitale alla moda sostenibile voleva dire fornire una alternativa al pubblico e ridurre l’impatto del settore moda, ad oggi il secondo più inquinante al mondo.

Questo è stato il punto di partenza di Staiy, che si prefigge obiettivi ambiziosi: tramite la moda vogliamo accelerare la transizione verso un lifestyle sostenibile, ridefinendo i valori del consumo e conferendo una nuova faccia alla sostenibilità. Un’immagine che parla di innovazione, ispirazione e rispetto delle risorse. Per questo Staiy rappresenta uno stile di vita che è abbracciato non solo dai nostri oltre 120 brand e designer, ma da una fitta rete di artisti, personalità e business che fanno capo agli stessi valori”.

Leggi anche: “Armani contro la fast fashion: è immorale”

I criteri di scelta dei brand su Staiy

2) Con quali criteri selezionate i vostri brand?

Estetica e sostenibilità sono i due punti fermi di Staiy, ed è proprio su questa base che i brand vengono selezionati per accedere alla piattaforma. Il primo passaggio della selezione riguarda l’identità digitale e visiva del marchio, la filosofia, la missione e l’allineamento con l’identità di Staiy. Se avviene l’approvazione di questi aspetti, si passa alla valutazione delle pratiche del marchio in produzione e come azienda. Questa valutazione della sostenibilità avviene tramite un processo standard, che rende comparabili tutti i marchi sulla piattaforma: 63 domande su 5 pilastri – acqua, aria, materiali, condizione del lavoratore e impegno del brand – ognuna collegata a due Sustainable Development Goals.

Su queste tematiche andiamo ad individuare le pratiche dei nostri partner lungo la filiera, con particolare attenzione alle certificazioni ottenute (tra cui i più rinomati GOTS e FWF). È molto importante il tema della misurabilità: il primo passo verso il progresso è la consapevolezza del proprio impatto attuale. L’accesso alla piattaforma è garantito solo a quei marchi che superano il punteggio minimo, e il risultato visibile agli utenti in ogni pagina prodotto”.

I cinque pilastri con cui vengono scelti i brand di Staiy

Moda sostenibile: consumatori sempre più attenti

3) Siete soddisfatti dei risultati fin’ora ottenuti? Pensi che sia in atto un cambio di prospettiva da parte dei consumatori nei confronti del mondo della moda?

La crescita di Staiy in meno di un anno è stata rapida, e siamo molto soddisfatti dell’appoggio ricevuto sia dai brand, in continua crescita, che dal pubblico. Sicuramente questo dimostra come il mondo della moda stia subendo una trasformazione, ma c’è bisogno di tempo perché anche i grandi marchi si adattino al passo. I consumatori sono invece molto attivi e curiosi, e qualcosa è cambiato forse a causa della pandemia. C’è più attenzione su cosa e come si acquista, le conseguenze del consumo e i processi di produzione, e c’è voglia di fare meglio.

Nel mio recente intervento ai Digital Innovation Days abbiamo proprio parlato di questo, e dei punti chiave che saranno fondamentali per riscoprire il valore intrinseco della moda. Si parla di storytelling, autenticità e trasparenza, ma anche di tracciabilità e nuove tecnologie – tutti elementi necessari per reinstaurare un rapporto genuino tra marchio e consumatore. È bello vedere come già oggi siamo riusciti a fare questo tramite Staiy ed il suo ecosistema, e ci auguriamo che questo stile di vita venga adottato sempre di più – con stile”.

Leggi il nostro articolo: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Un’altra azione per ridurre la propria impronta ecologica

Ludovico ha fatto emergere gli elementi chiave per far sì che la moda sia sostenibile sotto tutti i punti di vista. Infatti, sostenibilità significa non solo rispetto per l’ambiente, ma anche tutela dei lavoratori e relazioni trasparenti fra produttori e consumatori. Staiy rappresenta un esempio di network in cui si offre risposta alla domanda di indumenti e accessori sostenibili, in costante crescita negli ultimi anni. Come abbiamo ripetuto più volte nel nostro blog, sarebbe ideale avere pochi capi di cui conosciamo la provenienza e i metodi di produzione piuttosto che un armadio pieno di indumenti a basso prezzo e ad alto impatto ambientale come quelli prodotti dalla fast fashion. Scegliere la moda sostenibile è una delle tante azioni quotidiane che possiamo compiere per abbassare la nostra impronta ecologica. Un capo alla volta, anche in questo modo possiamo fare del nostro meglio nel rispetto della Terra.

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Ecologia umana: un unico rimedio alla sintomatologia della crisi ambientale

ecologia umana
ecologia umana

Le statistiche non mentono: la ricerca scientifica ha accertato le responsabilità umane nel progressivo aggravarsi degli squilibri ambientali in atto. Una volta che siano state individuate le attività dal più alto impatto ambientale, è indispensabile apportare le opportune correzioni, che si traducono in provvedimenti talvolta impopolari per la classe politica.

Secondo le stime dell’IPCC, i processi produttivi di elettricità e calore e le attività del settore primario (agricoltura, allevamento e deforestazione) rappresentano quasi il 50% delle emissioni globali, ma anche attività industriali (21%) e trasporti (14%) condizionano negativamente gli equilibri climatici. Mentre sui consumi di elettricità e calore converrà soffermarsi più avanti – poiché rientra nella prospettiva microscopica della questione -, le culture normalmente dominate da un’endemica scarsità di risorse naturali (si pensi alle grandi aree desertiche) o, al contrario, dalla forza incontenibile degli elementi naturali (ad esempio, la regione sub-sahariana o il Sud-Est asiatico) hanno molto da insegnare sulla necessità di co-esistere con la biodiversità del luogo, invece di piegarla alle esigenze umane.

La semplice scomparsa degli insetti impollinatori provoca squilibri devastanti sia sulle catene alimentari, sia sulla capacità riproduttive delle piante. Oltre alla tutela della biodiversità, attraverso la riforestazione da una parte e la messa al bando di pesticidi e fertilizzanti chimici dannosi per l’ambiente dall’altra, è bene selezionare le colture in base al consumo di acqua. Analogamente, posto che la produzione di carne richiede ingenti quantità di mangimi – dunque ancora di acqua -, andrebbe imposta una selezione del foraggio in base al consumo di acqua negli allevamenti intensivi.

Scarsità di risorse e demografia

In ogni caso, appaiono tutte iniziative non solo desiderabili, ma necessarie, se si esamina la combinazione futura di crescita demografica in aree del Sud del mondo svantaggiate per la disponibilità di risorse e rallentamento del settore agroalimentare per effetto del riscaldamento globale e della scarsità di risorse: se corrispondono al vero le stime secondo cui a un aumento della temperatura globale di un grado seguirà una riduzione media del 10% della produzione agricola, si può facilmente immaginare a cosa possa portare una riduzione del 50% della produzione agricola alla fine del secolo, come calcolato dai modelli climatici dell’IPCC, mentre la popolazione mondiale avrà superato la soglia dei 10 miliardi di abitanti nel 2057.

Mentre le politiche industriali meriterebbero un capitolo a parte, una riflessione critica va dedicata anche al trasporto delle merci nell’era della globalizzazione. Le teorie del commercio internazionale come il modello HOS, una teoria derivata dai vantaggi comparati di marca ricardiana, mettono in evidenza i vantaggi comparati della delocalizzazione senza tener conto dell’impatto ambientale della cosiddetta “global value chain”. Privilegiare, per esempio, le colture autoctone e la produzione “a chilometro zero” richiederebbe, senza dubbio, un massiccio intervento dello Stato, mediante alcune sovvenzioni che però finirebbero per gravare sui cittadini, ma limiterebbe la varietà di prodotti accessibili ai consumatori. Dunque, i benefici in termini ambientali sarebbero considerevoli.

L’ecologia umana come chiave di volta

Dai ragionamenti precedentemente sviluppati emerge velatamente come un mutamento del modello di sviluppo sia strettamente intrecciato con un cambiamento degli stili di vita. Non esiste stile di vita non negoziabile, neppure quello americano che ha spopolato in Europa nel secondo dopoguerra. Ancora una volta, accorre in soccorso l’idea di limite, che, sul piano microscopico della questione in esame, allude ai diritti delle generazioni future. “I diritti di coloro che ci succederanno siano inscritti nei doveri di coloro che esistono”, avvertiva Jacques-Yves Cousteau. Affinché i viventi non sfruttino fino in fondo la Terra pur di non dover rinunciare a una curva di utilità di poco più alta, occorre investire su campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale, soprattutto nelle scuole. In realtà, di precetti utili a tal proposito molti se ne possono trarre dalla saggezza antica, dal “nulla di troppo” di origine greca alle massime di Lao-Tsû, che esortano alla morigeratezza e alla sobrietà di costumi.

D’altra parte, attorno ai consumi ruotano i modelli più accreditati di micro- e macroeconomia e proprio i consumi superflui andrebbero ridotti al minimo: si tratta di una revisione dei consumi tanto più urgente se si considera la percentuale sulle emissioni globali riconducibile agli sprechi alimentari, ovvero il 6,7%. Non è assurdo immaginare che pochi punti di crescita di Pil siano sacrificati ogni anno per dare sollievo a una Terra ora febbricitante. Forse la chiave di volta sta qui: “se vuoi essere ricco, sii povero di desideri.” Un’autentica ecologia umana, che sia accompagnata da un’ecologia dei temi sociali, con il lavoro e la previdenza in cima all’agenda politica.

Articolo scritto da Francesco Laureti di Kritica economica.

Assorbenti lavabili. Come rendere il proprio ciclo sostenibile

prodotti sostenibili
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Negli ultimi anni sono state create numerose opzioni per una gestione sostenibile del ciclo mestruale. Quest’ultimo infatti ha un impatto ambientale non irrilevante, soprattutto per colpa degli assorbenti monouso che sono di difficile smaltimento. La principale alternativa usata dalle persone con mestruazioni è la coppetta mestruale, ma esiste anche un’altra soluzione: gli assorbenti lavabili. Morbidi, impermeabili e creati con materiali sostenibili, rappresentano la perfetta soluzione per chi volesse ridurre l’impronta ecologica del proprio ciclo mestruale.

L’impatto del ciclo sull’ambiente

Per capire l’impatto degli assorbenti sull’ambiente è necessario conoscere le abitudini di consumo di questi prodotti. Ciò non è così facile poiché il ciclo mestruale varia da persona a persona per quanto riguarda la durata e l’intensità del flusso. Alcune ricerche hanno però provato a fare una stima complessiva. Le mestruazioni durano in media fra i tre e i cinque giorni, e ogni giorno si utilizzano quattro assorbenti. Si ipotizzano quindi 13 cicli all’anno per una media di 40 anni di fertilità, arrivando a un consumo di 11.000 assorbenti pro-capite nel ciclo di una vita.

Il Royal Institute of Technology di Stoccolma ha calcolato l’impronta ecologica degli assorbenti, rilevando come la parte più inquinante sia costituita dalla produzione della plastica degli assorbenti interni e dalla striscia adesiva che fa aderire l’assorbente classico alle mutande. Entrambi sono fatti di polietilene (LDPE) e la sua produzione richiede un’enorme quantità di combustibili fossili. L’altro materiale principale presente negli assorbenti, il cotone, viene definito “coltura assetata” per l’enorme quantità idrica richiesta ed ha quindi un alto impatto ambientale. Inoltre, la produzione di assorbenti può prevedere altri agenti chimici, come la dioxina, il cloro e il rayon. Questi, una volta arrivati in discarica, vengono succhiati dal terreno per poi essere rilasciati come inquinanti sottoterra o nell’aria.

Leggi il nostro articolo: “Perché il cambiamento climatico colpisce di più le donne?”

Il difficile smaltimento. Perché passare agli assorbenti lavabili o alla coppetta

Uno degli aspetti più rilevanti dell’impatto ecologico degli assorbenti è infatti lo smaltimento. Ad oggi, esistono solamente pochi esempi virtuosi al mondo di impianti che riescono a separare i vari materiali contenuti in assorbenti e pannolini. A Treviso esiste il primo impianto italiano che scompone questi prodotti nelle tre componenti principali – plastica, cellulosa, e prodotto assorbente – che vengono poi rimessi in mercato. Lo stabilimento è gestito da Contarina S.p.A e costituisce un vero esempio di economia circolare. Quest’ultima però rappresenta purtroppo un’eccezione, poiché la norma vede invece la classificazione di pannolini e assorbenti come prodotti non riciclabili.

Gli assorbenti lavabili bio di Laboratorio Sostenibile

Per questo, da ormai parecchio tempo sono apparse sul mercato delle alternative più che valide per abbassare l’impatto del ciclo mestruale sull’ambiente. La prima e forse più utilizzata è la coppetta mestruale, di cui avevamo già parlato lo scorso anno. Ha una capienza di tre volte maggiore rispetto agli assorbenti classici e un ciclo di vita di 4-5 anni. Non esistono particolari controindicazioni ma è sconsigliato l’uso per le persone che sono soggette a frequenti infezioni vaginali, come per esempio la candida, e nella fase post-parto. In generale, per chi non si sente a suo agio con l’utilizzo di un prodotto interno, rimane l’opzione degli assorbenti lavabili.

Leggi il nostro articolo: “Coppetta mestruale per le donne e per l’ambiente”

Abbiamo voluto prendere ad esempio gli assorbenti lavabili prodotti da Laboratorio Sostenibile. La fondatrice del progetto, Camilla, ha scelto il PUL come materiale traspirante e impermeabile per lo strato esterno, mentre lo strato interno è creato con canapa e cotone biologico italiano. E’ possibile scegliere tra kit giorno e kit notte, a seconda del flusso, e fra diverse fantasie e colori. Inoltre, nel sito sono presenti le istruzioni per un corretto utilizzo e lavaggio. Laboratorio Sostenibile produce anche pannolini lavabili per i bambini. Camilla aveva infatti ben sottolineato in un’intervista a Greeda come i pannolini usati nella fase infantile rappresentino un problema ambientale tanto quanto gli assorbenti: “I pannolini usa e getta rappresentano il terzo rifiuto più comune nelle discariche di tutto il mondo ed ognuno di essi impiega dai 250 ai 500 anni per decomporsi, senza mai degradarsi completamente vista la loro composizione in materiali sintetici”.

assorbenti lavabili
Gli assorbenti lavabili di Laboratorio Sostenibile

L’impatto economico: il risparmio di coppetta e assorbenti lavabili

Infine, una ragione più che valida per cambiare abitudini mestruali oltre alla motivazione ambientale è l’aspetto economico. Un pacchetto di assorbenti classici può costare fra i 3 e i 5 euro a scatola, creando quindi un impatto non irrilevante sul portafoglio con una media di 126€ all’anno. A questo riguardo, nel 2019 in Italia è scoppiata una grande polemica a causa delle dichiarazione di Francesco D’Uva, Capogruppo alla Camera per il Movimento Cinque Stelle. Egli aveva giustificato la volontà del governo di non abbassare l’IVA sugli assorbenti (oggi ancora al 22%) con il fatto che questi prodotti sono altamente inquinanti. D’Uva aveva dunque consigliato di utilizzare coppette e assorbenti lavabili per inquinare meno, creando forte disappunto perché le persone con mestruazioni dovrebbero essere lasciate libere di scegliere come gestire il proprio ciclo. La coppetta e gli assorbenti lavabili hanno sicuramente un costo iniziale più alto, variabile fra i 20 e gli 80 euro a seconda del brand e del numero di ricambi. Questo viene però ammortizzato nel lungo termine grazie alla durata pluriennale dei prodotti sopraelencati. Consigliamo dunque di indagare le varie alternative sostenibili per contribuire con un altro gesto quotidiano alla salvaguardia del nostro pianeta.

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