Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

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Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

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Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

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L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

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In Madagascar si contano le vittime di un’alluvione

Ieri vi abbiamo portato in Kenya, Somalia ed Eritrea per parlarvi dell’invasione delle locuste. Oggi andiamo invece in Madagascar dove, ancora una volta nel silenzio generale, un’alluvione ha duramente colpito il Nord-Ovest dell’isola, lasciando dietro di sé morti e danni ingenti.

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Una foto pubblicata dal governo del Madagascar

I numeri dell’alluvione in Madagascar

Per l’ennesima volta ci ritroviamo a dover comunicare il numero delle vittime. Questa volta sono 31 ma difficilmente vedremo foto profilo personalizzate su Facebook, né tanto meno dichiarazioni da parte di qualsiasi Primo Ministro del mondo occidentale. Le persone che hanno subito danni per via dell’alluvione che ha colpito il Madagascar sono circa 107.000, sparse in sei regioni del paese. Gli sfollati sono più di 16.000. Il governo locale ha dichiarato, il 24 gennaio scorso, lo Stato di Emergenza.

Alcuni dei distretti sono rimasti isolati per giorni e il calcolo dei danni deve ancora essere ultimato. “Una perturbazione che si è formata in Mozambico il 17 gennaio 2020 ha colpito il nord-ovest del Madagascar il 22 gennaio – si legge sul sito di ReliefWeb – e il numero di dispersi è sicuramente maggiore di quello dei morti. Sono stati riportati ingenti danni a diverse infrastrutture come scuole, strade e case”.

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In pericolo anche le coltivazioni

Che l’Africa sia un continente in cui, per la popolazione, non sia facile reperire cibo è risaputo ormai da diverso tempo. Ma negli tempi, con l’avanzare degli effetti degli effetti del cambiamento climatico, sta diventando una missione particolarmente ardua, se non impossibile. Periodi di grave siccità si succedono a piogge torrenziali e alluvioni, con tutti i danni del caso.

Ad essere colpiti in prima persona in questo caso sono stati i coltivatori di riso del Madagascar che hanno visto i propri raccolti sparire sotto i colpi dell’alluvione. La sicurezza alimentare del paese, almeno per i prossimi mesi, è dunque a rischio. Proprio come nei paesi affetti dalla piaga delle locuste. Proprio come nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Australia e Brasile sì, Kenya e Madagascar no

Se per alcuni disastri ambientali, per lo meno da quando è entrata in scena Greta Thunberg, si inizia a vedere un minimo di risposta da parte dei media, quando si tratta di Africa tutto sembra tacere. Fino a quando a bruciare sono l’Australia o il Brasile se ne può discutere, per lo più indignandosi con i presunti responsabili. Ma quando ad essere colpite sono le zone più povere del mondo entra in gioco un’omertà generale che i più maliziosi potrebbero anche definire consapevole.

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Quest’estate, mentre l’Amazzonia guadagnava un ruolo di primo piano tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica, l’Africa era devastata da incendi che coprivano un’area addirittura maggiore rispetto a quella rilevata in Sud America. Mentre l’Australia bruciava, e tutti condividevano via social foto di koala ustionati, lo stesso fenomeno atmosferico, causato dai cambiamenti climatici e responsabile di aver inasprito la potenza degli incendi del New South Wales, stava causando alluvioni di portata apocalittica nell’Africa Orientale lasciando dietro di sé morti e distruzione e, allo stesso tempo, mettendo le basi per il proliferare delle locuste che stanno divorando la parte orientale del continente.

Il silenzio dei media sull’alluvione del Madagascar

Risulta ormai evidente come la crisi climatica sia trattata in modo palesemente iniquo da parte dei media. Se infatti da un lato questo tipo di notizie vengono spesso relegate come appartenenti ad un segmento di nicchia, dall’altro c’è anche una disparità di trattamento “interna” tra disastri ambientali, in virtù dell’importanza del ruolo che il paese colpito ricopre nei giochi di potere internazionali.

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Va precisato come questo ragionamento sia valevole non solo per stragi e notizie negative ma anche per quelle positive come poteva essere, ad esempio, quella dello stanziamento da parte dell’UE di 1.000 miliardi di euro per far fronte alla crisi climatica; una news che alcune delle testate di caratura nazionale, specialmente quelle di stampo negazionista, non ha neanche riportato. Il giorno in cui notizie di questo tipo riempiranno le prime pagine dei giornali non sono vicini ma forse, grazie soprattutto ai movimenti ambientalisti che stanno guadagnando forza ogni giorno che passa, neanche troppo lontani. Speriamo solo che quel giorno non arrivi troppo tardi.

Le locuste che stanno “mangiando” il Corno d’Africa

No, non siamo in un’interpretazione cinematografica della Bibbia e le immagini che arrivano dall’Africa orientale non raffigurano le piaghe d’Egitto. Ciò che sta letteralmente devastando Kenya, Etiopia e Somalia (qui lie immagini) è reale: un’invasione di locuste di dimensioni apocalittiche sta distruggendo tutti i raccolti che trova per la sua strada e mettendo a forte rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. E la situazione è destinata a peggiorare.

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I numeri dell’invasione delle locuste in Africa

Iniziamo subito dai numeri. In Kenya una tale invasione di locuste non si vedeva da 70 anni. In Somalia ed Etiopia da 25. Si tratta, per intendersi, di una delle peggiori catastrofi che possa colpire una popolazione, soprattutto in una regione in cui la scarsità di cibo è un problema già conclamato. Questi insetti, a differenza di altri, sono migratori e sono in grado di percorrere anche 150 chilometri al giorno. Ciò che lasciano dietro di loro è desolazione allo stato puro. Si nutrono praticamente di qualsiasi tipo di vegetale, foraggio destinato agli allevamenti compreso.

Le dimensioni degli sciami sono variabili. I più piccoli misurano circa 1 chilometro quadrato e possono contare su numero di elementi che varia dai 40 agli 80 milioni. I più grandi, invece, possono misurare anche centinaia di chilometri quadrati; più o meno quanto la superficie di una grande città. Una locusta ha bisogno di circa 2 grammi di cibo al giorno, l’equivalente del suo peso. Da questi dati ne deriva che uno sciame di dimensioni normali, come ad esempio può essere uno che conta 150 milioni di esemplari, è in grado di mangiare l’equivalente di cibo che altrimenti servirebbe a sfamare 35.000 persone. In un giorno. Non ogni settimana o ogni mese. Ogni giorno. La già precaria sicurezza alimentare delle popolazioni colpite è a rischio come non mai.

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Le cause che hanno portate le locuste fino al Corno d’Africa

Ma com’è possibile collegare un’invasione di locuste ai cambiamenti climatici? In realtà è piuttosto facile. La regione interessata, ovvero quella dell’Africa Nord Orientale, ha subito negli ultimi mesi del 2019 diverse alluvioni ed inondazioni. Questi eventi meteorologici estremi sono riconducibili alla medesima causa che ha portato ad altre due catastrofi ambientali che vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane, ovvero gli incendi Australiani e le alluvioni Indonesiane. Stiamo parlando di un anomalo ed eccessivo spostamento del Dipolo dell’Oceano Indiano, uno dei massimi sistemi climatici del pianeta (qui sotto un breve video in cui se ne parla), durante la sua fase positiva.

Gli effetti di questa anomalia sono stati a dir poco devastanti. Una lunga serie di alluvioni ed inondazioni ha colpito proprio le regioni dell’Africa in cui oggi stanno proliferando le locuste, mettendo in ginocchio le popolazioni locali che, quindi, erano già in grave difficoltà ben prima dell’arrivo degli insetti. Queste forti piogge hanno permesso alla vegetazione locale di proliferare andando a creare delle condizioni a dir poco ideali per le locuste che, a seguito di una delle loro migrazioni dallo Yemen, dopo aver attraversato il Mar Rosso hanno trovato quello che per loro era di fatto un vero e proprio paradiso terrestre. Oltre all’alta disponibilità di cibo, infatti, le condizioni climatiche ideali per le locuste sono alte temperature abbinate ad un alto tasso di precipitazioni.

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I pesticidi su larga scala come unica soluzione

Immediata la risposta della FAO che, sul suo sito, spiega così la criticità della situazione: “La velocità della diffusione dei parassiti e la dimensione delle infestazioni sono così oltre la norma che hanno portato al limite le capacità delle autorità locali e nazionali”. Ma una delle minacce più grandi giace nella grande capacità di riproduzione di questi insetti. Gli sciami hanno infatti già depositato le loro uova e nei prossimi mesi nelle aree interessate sarà tempo della stagione delle piogge. Ciò significa che la vegetazione riprenderà a crescere fornendo ulteriore cibo, non solo alle locuste già oggi presenti ma anche a tutte le nuove generazioni. Nella peggiore delle ipotesi, secondo l’ONU, il numero di esemplari potrebbe aumentare di 500 volte entro giugno.

Come se non bastasse i mezzi che le istituzioni locali hanno a disposizione per combattere questa piaga sono a dir poco ridotti. Il metodo migliore, probabilmente l’unico, per arrestare quest’invasione è, purtroppo, l’utilizzo di pesticidi su larghissima scala. I mezzi a disposizione dei governi dei paesi interessati sono ampiamente inadatti a combattere una crisi di tale portata. Le Nazioni Unite hanno già messo a disposizione circa 10 milioni di dollari ma ne serviranno sicuramente molti altri. Qualora non venissero fermati in tempo gli sciami potrebbero infatti a breve raggiungere anche i limitrofi territori di Uganda e, ancora peggio, Sud Sudan dove si è da poco conclusa una guerra civile da cui la popolazione non si è ancora ripresa.

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L’Africa è il continente che più soffrirà le conseguenze dei cambiamenti climatici, nonostante il suo contributo storico in termini di emissioni sia quasi ininfluente, se paragonato ai paesi più sviluppati. L’inasprirsi della crisi climatica avrà come effetto quello di allargare sempre maggiormente il gap che già separa gli Stati africani dal resto del mondo sotto svariati punti di vista. Un circolo vizioso profondamente ingiusto e fin troppo ignorato dai paesi del “primo mondo”. La congiunzione indissolubile tra crisi climatica e giustizia sociale è sempre più evidente. E l’effetto boomerang è dietro l’angolo.

Assegnato Nobel ambientale. Connessione tra “capitale naturale” e “umano”

Tra Oscar, Golden Globe e premi Nobel, quest’anno emerge tra l’opinione pubblica anche un premio ambientale molto prestigioso, il Tyler Prize. Si tratta di un premio assegnato fin dal 1973 dalla University of Southern California a chiunque apporti un valido contributo agli studi sul’ambiente. I vincitori di quest’anno sono  stati Pavan Sukhdev, economista ambientale nonché ambasciatore del programma ambientale delle nazioni unite e l’esperta di scienze ambientali dell’Università di Stanford Gretchen Daily. Insieme hanno apportato un grande contributo con il concetto del “capitale naturale”.

Il capitale naturale

La loro scoperta è il risultato di una ricerca che procede da anni e riguarda il cosiddetto capitale ambientale. Il concetto è quello di misurare in termini di denaro il valore della natura, una connessione apparentemente ossimorica.

L’ambientalismo è infatti una delle scienze, delle idee, dei valori che più di tutte si sono storicamente discostate dalla sfera economica, acquisendo negli anni un’aura un po’ romantica e un po’ hippie che ancora oggi fatica a scollarsi. Come invece hanno dimostrato Daily e Sukhdev, è necessario che l’ambiente diventi un valore diffuso per tutte le sfere della società e, quindi, anche quella economica.  

La quantificazione della natura

Gratchen Daily in particolare sostiene che una crescita economica che ignora l’ambiente non è sostenibile. Questo è un concetto tutt’altro che astratto e da figli dei fiori. Infatti,un ambiente impoverito non produce ricchezza, e non è più in grado di sostenere la vita umana.

Quindi una soluzione per “sfruttare” in modo sostenibile l’ambiente perché mantenga in vita una popolazione così numerosa è quindi la quantificazione del valore, dato a lungo per scontato, dei servizi forniti dall’ambiente.

Secondo Daily, la chiave è “pensare agli ecosistemi al pari di una sorta di capitale fisso: così come esistono asset come il capitale umano o finanziario, esiste anche un “capitale naturale” e la nostra sopravvivenza dipende interamente da questo”. Il capitale naturale è formato dalla disponibilità di suolo, di acqua e biodiversità, aria e quindi le foreste che catturino la CO2 prodotta dall’uomo. Daily ha quindi creato il progetto “NatCap” per permettere a chiunque di quantificare e mappare i guadagni di un investimento in natura.

Le api non erogano fatture

Sukhdev, invece, aveva esordito nell’econimia ambientale con uno studio commissionato dalla Commissione Europea nel 2007 per calcolare il costo economico della deforestazione e della distruzione degli ecosistemi.

Queste le sue parole: “Basta chiedere a un qualsiasi agricoltore costretto ad affittare delle api che impollinino i suoi campi, ora che le popolazioni selvatiche di questi insetti non sono più sufficienti per ottenerlo a costo zero. Il problema è che le api non emettono fattura, e per questo il valore dei servizi che erogano non era mai stato riconosciuto”.

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Sukhdev ha quindi dimostrato che un’ economia green può essere davvero un importante motore di crescita economica, capace di creare nuovi posti di lavoro e di alleviare gli effetti della povertà.

A questo tema ha anche fatto riferimento il Sole 24 Ore nel suo articolo in cui mette in guardia le banche a fronte dei cambiamenti climatici. Le catastrofi naturali e tutto ciò che di imprevedibile può causare il riscaldamento del globo, possono portare a una grave crisi finanziaria, che sarà quindi una delle cause dei disagi, emigrazioni, morti nel “primo mondo”. Quelle del “terzo mondo”, come stiamo vedendo, sono già iniziate. Il rapporto a quale l’articolo d riferimento, intitolato “Cigno verde. Cambiamenti climatici e stabilità del sistema finanziario: quale ruolo per banche centrali, regolatori e supervisori”, propone alcune soluzioni

Possibili soluzioni

Una di queste sarebbe i riuscire a individuare i rischi connessi al clima utilizzando modelli previsionali basati su metodologie prospettive. Questi rischi «devono essere integrati nella regolazione prudenziali per le banche e sottoposti al monitoraggio sulla stabilità finanziaria», che è una delle prerogative del Financial Stability Board. E ancora: spingere il settore privato a una maggiore comunicazione dei propri rischi legati ai cambiamenti climatici e alle emissioni di carbonio.

Infine, le banche centrali vengono chiamate a includere nella formazione dei loro portafogli i target di sostenibilità dell’Onu, quindi investire in strumenti finanziari green e a introdurre la sostenibilità tra gli obiettivi delle politiche monetarie. La del clima e la stabilità finanziaria iniziano quindi ad esere considerati comeconcetti interconnessi, per cui il capitale umano dipende strettamente e immprescindibilmente da quello naturale.

Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità

Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo fra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Da allora, il percorso per trovare la verità sulla sua vicenda non si è mai fermato, soprattutto grazie alla tenacia dei familiari, della loro avvocata Ballerini e di Amnesty International. Il silenzio più pesante resta però quello della politica italiana. La ricerca della verità sul caso Regeni è infatti ostacolata dagli ottimi rapporti economici e commerciali che l’Italia ha con l’Egitto. In particolare, la posizione di ENI nel paese e la nostra dipendenza dal gas e dal petrolio egiziano precludono una netta presa di posizione che rispecchi i principi dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani.

4 anni senza Giulio Regeni

I genitori di Giulio, Paola e Claudio, hanno appena pubblicato un libro dal titolo Giulio fa cose. Nel testo ricordano il figlio nei suoi momenti più riservati, ma allo stesso tempo ribadiscono che la loro battaglia per la verità è “per tutte le Giulie e i Giuli del mondo”. Infatti, Giulio era un ragazzo brillante, conosceva 6 lingue e aveva alle spalle un passato di viaggi; come tanti altri coetanei era stato costretto a lasciare l’Italia per cercare lavoro altrove. La sua morte è legata alle ricerche che stava svolgendo sui sindacati indipendenti egiziani. Il governo di Al Sisi ha ammesso di aver tenuto Regeni sotto sorveglianza, ma ha sempre negato il proprio coinvolgimento nell’uccisione del ragazzo italiano. Perché la sua storia riguarda tutti noi?

Per trovare la risposta possiamo partire dalle interessanti riflessioni di alcuni ricercatori italiani e britannici, raccolte nel libro Minnena. L’Egitto, l’Europa e la ricerca dopo l’assassinio di Giulio Regeni. In uno dei capitoli, Elisabetta Brighi sostiene che “la giustizia per Giulio è stata sacrificata sull’altare dell’interesse nazionale”. Pochi mesi prima dell’uccisione di Regeni, L’ENI aveva scoperto il giacimento Zhor: l’azienda stessa l’ha definito “la più grande scoperta di gas mai effettuata nel Mediterraneo”. Il 21 febbraio 2016, esattamente 18 giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio, il Ministero del Petrolio egiziano ufficializzò l’assegnazione del giacimento a favore dell’azienda italiana.

L’ENI e gli interessi italiani in Egitto

Il giacimento di Zhor ha svolto da allora un ruolo fondamentale nel rapporto fra l’Egitto e l’Italia. Nella conferenza stampa di inaugurazione, l’amministratore delegato di ENI Descalzi ha dichiarato che il nuovo contratto è frutto di “un matrimonio di lunghissima data”: “l’Egitto vede l’Italia come una nazione amica e vede l’Eni come il primo partner”. I dati del 2019 confermano questo connubio con un incremento in tutti i settori, dall’energia all’importazione di armi. Un articolo de Il Manifesto riporta una crescita del 31% nel 2019 per quanto riguarda le importazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e del +200% nelle importazioni di gas naturale.

Campagna di Fridays For Future Italia: #EniKiller

Fridays For Future Italia ha di recente denunciato le politiche dell’azienda petrolifera italiana con il lancio dello slogan #EniKiller. ENI era già stata presa di mira dal movimento per la giustizia climatica a causa della campagna Eni+1, che è costata all’azienda 5 milioni di multa per pubblicità ingannevole. Gli attivisti di Fridays For Future non si sono però fermati qui: hanno denunciato l’irresponsabilità degli investimenti presenti e futuri. Stando alle loro stime (riassunte in foto), ENI prevede 140 nuovi pozzi nel 2022 e 6,5 miliardi di investimenti nello sviluppo di riserve di idrocarburi, a fronte di soli 143 milioni per nuovi progetti di energia rinnovabile.

Leggi il nostro articolo: “Diesel “green”. Maxi multa a ENI per pubblicità ingannevole”

La campagna di Fridays For Future: #EniKiller

I ragazzi che scioperano per il clima hanno anche rischiato di essere a loro volta denunciati; nella notte del 24 gennaio hanno imbrattato di volantini i vari distributori ENI di 25 città italiane. Il cartello recitava: “Chiuso per crisi climatica”. Inoltre, hanno dedicato lo sciopero dello scorso venerdì interamente alla questione ENI, perché non accettano più la sottomissione della politica italiana agli interessi economici che distruggono il pianeta. La loro protesta è diventata virale dopo l’uscita della notizia sull’educazione ambientale nelle scuole: la formazione sul cambiamento climatico, inizialmente promossa dall’ex ministro dell’istruzione Fioramonti, sarebbe di recente stata affidata ad ENI.

La vicenda di Giulio Regeni si inserisce in questo quadro politico, ancora fortemente legato agli interessi economici e sottoposto ad una logica di profitto a breve termine. Ciò che è successo al giovane ricercatore riguarda tutti noi: non è ammissibile trascurare la morte di un cittadino italiano in nome di un “interesse nazionale” che, nel 2020, risponda ancora a dei principi di mero profitto e totale insostenibilità ambientale. Le varie campagne che promuovono la ricerca della verità per Giulio sono finora state promosse da organismi della società civile, come Amnesty International. Anche Banca Etica ha di recente dedicato la sala riunioni della sua sede principale a Giulio, augurandosi che il 2020 sia l’anno in cui la verità venga finalmente alla luce.

La politica e l’ “interesse nazionale”

L’unico segnale di speranza da parte della politica è arrivato ad aprile 2019, con l’istituzione di una Commissione d’Inchiesta sul caso Regeni, fortemente voluta dal Presidente della Camera Fico. Alla Commissione della Camera sono stati dati 12 mesi di tempo per indagare “fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all’accertamento giurisdizionale”. È ormai certo che le autorità egiziane abbiano avuto un ruolo principale in questa vicenda. Non si capisce come il lavoro della Commissione possa arrivare a certificare ciò e allo stesso tempo mantenere i solidi rapporti economici-commerciali sopra descritti.

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Il ritiro dell’ambasciatore italiano in Egitto sarebbe il minimo per rispettare il dolore dei familiari e dare un senso di credibilità a questa inchiesta. Dal canto loro, i cittadini possono aderire alla campagna per la verità e denunciare le politiche scellerate del nostro paese in materia ambientale. Non si può più giustificare l’operato dell’ENI con la semplice retorica “dà lavoro a molti italiani”; quei 6 miliardi e mezzo investiti per nuove esplorazioni potrebbero aggiungersi ai miseri 143 milioni dedicati alle energie rinnovabili. Inoltre, il caso Regeni presenta un chiaro esempio di violazione dei diritti umani. Come scrisse il direttore di Limes Lucio Caracciolo: “nessun paese può accettare che un suo cittadino sia rapito e massacrato dalla polizia di un altro Stato fermandosi alle proteste verbali. Se lo facesse, perderebbe ogni credibilità come partner politico ed economico”.

“Verità per Giulio Regeni”

Il nostro blog aderisce quindi alla campagna “Verità per Giulio Regeni” perchè si tratta di una vicenda dagli evidenti risvolti etici e ambientali. Chiedere verità per Giulio significa domandare un nuovo paradigma economico, energetico e sociale, che metta al centro le persone e l’ambiente, prima di ogni calcolo economico. Per Giulio, e per tutte le Giulie e i Giuli che abitano e abiteranno questo mondo.

Pif riporta a casa la bicicletta di Giulio Regeni. Video da La Repubblica

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BlackRock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza

BlackRock dichiara di volersi impegnare per una finanza sostenibile

La BlackRock

Il nome per esteso della società è BlackRock Asset Management e, per chi non la conoscesse, si tratta di una società globale di gestione del risparmio. Così perlomeno la BlackRock si autodescrive sul proprio sito, in pagine nelle quali, naturalmente, si descrive in maniera autopromozionale. Parole chiave nel sito sono, com’è prevedibile, l’aiuto nella realizzazione degli obiettivi di ognuno e la possibilità di mettere in mano ad ognuno il proprio futuro benessere finanziario.

In realtà dietro il nome BlackRock si cela, ma neppure troppo, una gigantesca creatura della finanza. Si tratta infatti della maggiore società mondiale di investimento, con sede principale a Manhattan ma operativa in 30 Paesi. Com’è ovvio, a causa delle proprie dimensioni e della amplissima portata delle sue attività finanziarie, BlackRock esercita una gigantesca influenza nel settore. Importanti testate che si occupano di finanza hanno definito la società la più grande banca ombra del mondo, paragonandola al wi-fi, in quanto invisibile eppure presente.

La sede del fondo BlackRock a Manhattan. Foto ANSA.

L’importanza di BlackRock nel mondo della finanza

A partire dal 1988, quando Larry Fink e Robert Kapito, assieme ad altri professionisti della finanza, iniziarono a fornire servizi di gestione patrimoniale con ricorso al rischio, BlackRock (allora Blackstone Financial Management) moltiplica annualmente il proprio valore. Si calcola che nel 2018 la società abbia riportato utili per oltre 4 miliardi di dollari. BlackRock conta partecipazioni in migliaia di aziende in tutto il mondo. Il fondo è stato o è attualmente il principale azionista di brand quali JPMorgan Chase, Bank of America, Citibank, Apple, McDonald’s, Nestlé, Shell ed Exxon Mobil. E’ un azionista di peso di gruppi come Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank, BNP e ING.

Solo negli ultimi due anni, a partire dal gennaio 2017, il valore azionario di BlackRock alla borsa di Wall Street è aumentato di circa il 40%. Il sistema di cartolarizzazione prestiti della Banca Centrale Europea è stato creato dagli esperti di BlackRock. La società è stata advisor della BCE nel 2016 per mettere a punto gli stress test di ben 39 banche europee. In Irlanda e Spagna il fondo ha giocato un ruolo di primo piano per assorbire la crisi sistemica che ha coinvolto i Paesi a seguito della crisi globale del 2009. Il sistema di analisi Aladdin, creato da BlackRock Solutions, è tra i più utilizzati dai grandi investitori. I tentacoli societari hanno da tempo svalicato i naturali confini del proprio portafoglio di attività.

La sostenibilità come standard

Una società come BlackRock, che come appena visto vanta quote in numerose multinazionali ben poco interessate al cambiamento climatico, quale posto può occupare all’interno de L’EcoPost? E’ notizia di questi giorni che Fink abbia messo la sostenibilità al centro della propria mission aziendale. Il CEO ha pubblicamente riconosciuto l’urgenza dei temi posti dal cambiamento climatico. A chiunque conosca l’operato recente di BlackRock questa affermazione appare in chiara discontinuità con il passato. All’inizio di gennaio BlackRock ha aderito alla campagna globale Climate Action 100 Plus. Pochi giorni dopo, Fink ha scritto una lettera aperta ai suoi clienti.

Il testo della missiva si può leggere integralmente sul sito di BlackRock, è però importante riproporre alcuni dei suoi passaggi essenziali.

Larry Fink, ceo di Blackrock. Foto ItaliaOggi

Inversione di rotta

Ogni governo, ogni azienda e ogni azionista devono fronteggiare il cambiamento climatico. Non gira molto intorno al problema il CEO di BlackRock, nell’incipit della lettera. Dal momento che “in un futuro più vicino di quanto molti anticipano avrà luogo una significativa riallocazione del capitale”, occorre che la sostenibilità diventi il nuovo standard nel mondo degli investimenti. “Ci si rende sempre più conto di come rischio climatico significhi rischio d’investimento”. “Quale impatto avranno le politiche climatiche sui prezzi, sui costi e sulla domanda economica nel suo complesso?””I mercati dei capitali anticipano sempre il rischio futuro.” Le considerazioni di Fink sono lapidarie, ciniche come cinico è il suo ambito professionale, eppure innegabilmente veritiere.

Come ben sappiamo, comunque, tra il dire e il fare vi è di mezzo il mare, e anche questa volta potrebbe essere così. Alcune ONG, oltre ad un nutrito numeri di investitori di primo piano, non hanno infatti perso tempo a criticare BlackRock. Tali critiche si devono soprattutto al fatto che, nonostante i proclami, la società di Fink non stia votando sempre a favore delle risoluzioni domandanti maggiore trasparenza verso la sostenibilità, all’interno delle aziende dov’è presente.

L’esempio di BlackRock

Naturalmente non siamo ancora in grado di dire se Fink e la sua BlackRock siano in buona fede o meno, nella stesura di questa dichiarazione d’intenti. Indipendentemente da ciò, ad ogni modo, la lettera ora esaminata è importantissima per la nostra epoca. Larry Fink non è uno scienziato. Non è un filosofo. Non è tantomeno un ambientalista, figurarsi. E’ il timoniere di uno tra i più importanti soggetti della finanza mondiale. E’ il simbolo stesso della spaccatura sociale e ambientale che il capitalismo più cieco e sordo sta causando al nostro pianeta.

I decani dell’economia e della finanza, da sempre, sacrificano tutto in nome del profitto: giustizia sociale, equità, ecologia e preservazione della Terra; tutto questo è secondario per gente come Fink, per chi conta solo gli 0 che chiudono il capitale societario. Prerogativa della riflessione ambientale, da Ralph Waldo Emerson a Greta Thunberg, è che sostenibilità e capitalismo sono antitetici. La presa di posizione di BlackRock potrebbe, potenzialmente, ribaltare questo dogma. La mossa di Fink è una rivoluzione finanziaria in potenza, un monito che ci auguriamo tutti i suoi colleghi e competitor prendano in attento esame. Potrebbe porre le basi di una nuova finanza etica, verde, pulita ed attenta al grido lancinante che il Pianeta sta gridando. O potrebbe perdersi nel vento, senza attecchire in alcun consiglio d’amministrazione, in alcun palazzo vetrato e ultramoderno che costella i quartieri finanziari delle capitali mondiali del business.

Non sappiamo se la lettera di Larry Fink troverà seguito, non sappiamo neppure se la BlackRock intraprenderà davvero questa strada. Sappiamo però che c’è stata una presa di coscienza da parte di alcuni soggetti di quel mondo e questo rappresenta un buon punto di partenza, un nuovo inizio. Come ci ha insegnato Biancaneve, c’è sempre speranza nei nuovi inizi.

Vuoto a rendere: i pregi di una pratica purtroppo dimenticata

Una pratica già molto diffusa in diversi paesi europei ma ancora decisamente poco adottata nel nostro paese è il vuoto a rendere. Vetro o plastica che sia, in Italia manca una vera e proprio cultura a riguardo. Come spesso accade a rimetterci è l’ambiente. E pensare che basterebbe così poco per agire in maniera più responsabile.

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I dati sul vetro e sul vuoto a rendere

Già vi abbiamo parlato, in un articolo di qualche tempo fa, della situazione riguardante le bottiglie di plastica. Questa volta analizziamo invece quella delle bottiglie in vetro, avvalendoci dei dati pubblicati da Milena Gabannelli in occasione dell’ultima puntata di DataRoom. Partiamo da una prima considerazione generale: l’Italia è il paese in cui viene consumata più acqua in bottiglia a livello mondiale. Ne beviamo circa 224 litri a testa all’anno. Tradotto in “bottiglie” questo numero diventa 11 miliardi. L’84% di queste è in plastica e solo una percentuale che si attesta tra il 10 e 15% viene poi riciclata.

Del 16% di bottiglie in vetro, invece, solo il 10% è vuoto a rendere. Se inoltre si considera che per fare un chilogrammo di PET (il materiale di cui sono composte le bottiglie in plastica) servono circa 2 chilogrammi di petrolio si capisce immediatamente quanto sia importante mettere fine a questa follia. Smettere di utilizzare bottiglie in plastica ci farebbe risparmiare 5,87 milioni di barili di petrolio in un anno. Un numero non trascurabile. Solamente osservando questi dati si capisce che la situazione è quanto meno migliorabile. Inoltre in questo caso, almeno una parte della colpa non può di certo essere attribuita a qualcun altro. Questi numeri sono infatti frutto di scelte individuali e individuarne i responsabili è molto più semplice che in altri casi.

I vantaggi del vuoto a rendere

Di esempi da prendere a modello per quanto riguarda la questione dei vuoti a rendere ce ne sono a bizzeffe. Nel Nord Europa, ad esempio, la percentuale di bottiglie in vetro che vengono restituite tramite la procedure del vuoto a rendere è del 70%. In questo modo una bottiglia di vetro può essere riutilizzata fino a 30 volte, generando grossi risparmi in termini di emissioni che altrimenti sarebbero necessari per la sua produzione ex-novo. Se infatti ci limitassimo a riciclare il vetro della bottiglia, questo dovrebbe comunque subire innumerevoli passaggi.

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Un primo camion la porterebbe infatti ad un centro di raccolta. Da qui andrebbe poi spostata verso l’impianto di frantumazione per poi essere trasportata alla vetreria dove, dopo un processo di fusione a 1.400 °C, la bottiglia viene ricreata per poi essere portata nuovamente dal produttore di acqua per l’imbottigliamento e, di nuovo, nello scaffale del supermercato. Non serve uno scienziato per capire che tutti questi step hanno un impatto ambientale non trascurabile. Con la logica del vuoto a rendere, invece, il numero di spostamenti necessari al riutilizzo della bottiglia si ridurrebbe a due: da casa nostra al deposito e poi al produttore che può quindi procedere con la sterilizzazione e il riutilizzo. Se la buona pratica del vuoto a rendere venisse adottata da tutti i consumatori si risparmierebbe ogni anno l’utilizzo di 5,9 milioni di barili di petrolio.

Gli ostacoli

Se da un lato risulta chiara la mancanza di domanda verso un servizio del genere, facendo ricadere parte della colpa sui consumatori, dall’altro è evidente che anche i produttori potrebbero sicuramente fare di più. Produrre una bottiglia ex-novo ha infatti un costo più alto rispetto all’alternativa della bottiglia riciclata. Gli attori del mercato dell’acqua in bottiglia dovrebbero tuttavia sostenere un investimento iniziale necessario alla costruzione di un impianto di lavaggio e sterilizzazione che sia situato in aree vicine alla fonte. I supermercati dovrebbero inoltre attrezzarsi creando delle aree apposite all’interno dei propri locali.

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Già nel 2017 il Ministero dell’Ambiente aveva provato a pubblicare un regolamento atto a iniziare una sperimentazione del vuoto a rendere su larga scala. Si è trattato, tuttavia, di un esperimento completamente fallito. I dati sul programma non sono infatti ritornati al Ministero e l’adesione da parte di bar, ristoranti, alberghi e supermercati è stata bassissima. Analizzando tutte queste problematiche si capisce subito come il problema sia duplice e abbia due origini ben distinte: da un lato i consumatori che dovrebbero far propria la logica del vuoto a rendere in maniera massiccia, dall’altro i produttori che dovrebbero sforzarsi maggiormente per rendere questa opzione molto più accessibile.

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Il modo più facile per far sì che si espanda questa buona pratica è tuttavia individuabile nella più vasta logica del mercato: se infatti i consumatori iniziassero in massa a comprare acqua solo da chi dà la possibilità di restituire la bottiglia, i produttori non ci metterebbero molto ad adeguarsi per non perdere la propria clientela a favore dei concorrenti di mercato che invece offrono questo servizio. Un ulteriore esempio di come ognuno di noi può essere parte integrante del cambiamento, senza neanche sforzarsi più di tanto.

UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free

europa

Durante una delle manifestazioni di Fridays For Future, una ragazza mostrava un cartello con scritto: “Dove metterai i tuoi soldi quando la tua banca sarà sott’acqua?” Dietro questo slogan d’impatto vi è un fondo, anzi un oceano di verità che l’Unione Europea non vuole più ignorare. Quindi, invece di lasciare i soldi bloccate nelle banche, che presto potranno essere vittima delle catastrofi naturali, decide di tentare il tutto per tutto e investirne una buona parte, (100 mila miliardi di euro), nella transizione sostenibile dell’Europa.

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Europa primo continente carbon neutral

La decisione è stata annunciata il 14 gennaio dalla Commissione Europea, la cui presidente Ursula von der Leyen aveva promesso che avrebbe guidato l’Europa verso un “Green New Deal“. Questo piano ha l’obiettivo di ridurre le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, e di azzerarle entro il 2050. Questo renderebbe l’Europa il primo continente al mondo con un’economia totalmente carbon neutral.

I 100 mila miliardi di euro però non arriveranno solamente dalle casse dell’Unione. Dal bilancio UE ne sarà presa solo la metà, che ammonta a 503 miliardi, da usare tra il 2021 e il 2027.

Un contributo importante verrà dai governi nazionali, ognuno dei quali metterà a disposizione 104 miliardi di euro.

Altri 279 miliardi arriveranno dal programma InvestEU, il cui scopo è quello di garantire un appoggio economico a chiunque voglia intraprendere iniziative sostenibili. In questo modo la Banca Europea per gli Investimenti, così come altri investitori privati, saranno più portarti a impegnare i loro soldi per iniziative green, che invece prima costituivano un alto fattore di rischio. Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha fieramente affermato che “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”. :

Infine, 50 miliardi derivano dai fondi per l’innovazione e la modernizzazione, che sono finanziati con una parte dei proventi del sistema di scambio delle emissioni.

Il Green New Deal spiegato in un’immagine
@Commissione Europea

Un occhio di riguardo ai lavoratori

Una tale transizione, però, non può avvenire senza un occhio di riguardo verso i lavoratori. Le aziende che basano il loro funzionamento sul carbon fossile dovranno infatti apportare radicali cambiamenti, investendo molti soldi nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Questi soldi spesso vengono tolti dalla busta paga dei dipendenti, che nei casi più estremi potranno anche perdere il lavoro.

Per supportare le aziende e i loro dipendenti in questa fase, quindi, l’Unione Europea ha stanziato 100 miliardi di euro dal 2021 al 2027, da destinare sia agli stati che ai privati. In dieci anni, si spera che possano ammontare a 147 miliardi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha dichiarato che “Al centro del green deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climate neutral entro il 2050, ci sono le persone. La trasformazione che ci si prospetta è senza precedenti e avrà successo solo se è giusta e va a beneficio di tutti”.

La Polonia e le nazioni carbonifere

Questo problema riguarderà in modo particolare nazioni che, come la Polonia, basano la loro economia interamente sui combustibili fossili. “Vogliamo consentire alle regioni carbonifere di abbracciare senza esitazione il Green Deal europeo”, ha affermato un alto funzionario della Commissione. “I lavoratori che perdono il lavoro dovrebbero essere aiutati per la riqualificazione. Ci sarà supporto per nuove infrastrutture, assistenza per la ricerca di lavoro, investimenti in nuove attività produttive. E anche le regioni in cui cesseranno le attività esistenti dovranno essere rigenerate” ha aggiunto.

La Polonia riceverà infatti ben 2 miliardi di euro dei 7,5 previsti dal Fondo per la Transizione Giusta. Secondo l’Ansa, entrata in possesso delle tabelle che sono state inviate agli ambasciatori, l’Italia riceverà 360 milioni di euro, ma dovrà versarne circa 900 per alimentare il fondo stesso.

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte si è complimentato con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e assicurandole che “l’Italia coglierà questa storica opportunità di crescita e lavoro, soprattutto per i giovani“.

Anche Paolo Gentiloni, attuale commissario all’Economia, ha dichiarato che l’Italia utilizzerà queste risorse per lo stabilimento dell‘ex Ilva di Taranto. Il commissario ha fatto presente come la Puglia e in particolare la zona di Taranto sia un’area in cui è necessaria la transizione verso l’utilizzo di energie carbon-free. Il che non vuol dire naturalmente che i problemi dell’Ilva saranno risolti dal Just Transition Fund, ma può essere sicuramente un grande aiuto.

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Per aiutare le piccole realtà nella transizione, entrano ancora in gioco l’InvestEU e la Banca Europea per gli Investimenti, che puntano a mobilitare rispettivamente 45 miliardi e 25-30 miliardi di capitali privati. Un’altra quota andrà poi a Stati e regioni con l’obiettivo di migliorare i trasporti, le infrastrutture, il sistema energetico, le reti digitali e così via.

Non è mai abbastanza

Questi soldi, per quanto sembrino una grande quantità, non bastano per raggiungere gli attuali obiettivi per il 2030 in materia di clima ed energia. Saranno infatti necessari investimenti aggiuntivi pari a 260 miliardi di euro l’anno fino a quella data.

Paolo Gentiloni ha mostrato di essere consapevole dei rischi che questi investimenti possano portare e infondendo la speranza che si possano tenere sotto controllo. “Vedremo il dibattito dopo la comunicazione su come trattare gli investimenti sostenibili all’interno delle regole di bilancio Ue, preservando naturalmente le salvaguardie contro i rischi per la sostenibilità del debito”.

Anche dal punto di vista legislativo non sarà una passeggiata. “Il Green Deal è la scommessa di un nuovo modello di sviluppo europeo. Per realizzarlo ci saranno 50 provvedimenti legislativi nei prossimi due anni. Il primo verrà presentato oggi, molto importante, e riguarda il Fondo di transizione giusta, che ha l’obiettivo di accompagnare la trasformazione, aumentare i posti di lavoro e non chiudere le aziende”, ha commentato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

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Il riassunto della prima giornata del World Economic Forum

Non capita spesso di vedere Greta Thunberg e Donald Trump nello stesso posto. Ieri, durante la prima giornata del meeting annuale del World Economic Forum, i due volti della crisi climatica hanno parlato di fronte ad una platea colma di personalità eccellenti. Inutile precisare che i due discorsi fatti dai rispettivi leader non avessero proprio lo stesso messaggio.

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Cos’è il World Economic Forum?

“Il Forum impegna i più importanti leader politici, culturali ed economici a dare forma all’agenda globale, regionale e industriale”. Questa è la definizione che dà di sé la fondazione no profit con sede a Ginevra, Svizzera. In altre parole si tratta di un’organizzazione che ha l’ambizione di riunire sotto di sé le personalità più influenti del mondo affinché queste possano stabilire strategie di sviluppo che rispettino i principi di giustizia sociale, economica e ambientale. Fondato nel 1971 il World Economic Forum organizza ogni anno un incontro nella città di Davos (Svizzera) in cui i rappresentanti delle realtà coinvolte possono incontrarsi per parlare, faccia a faccia, dei problemi da risolvere.

Negli ultimi due anni questo “annual meeting” ha avuto come tema centrale quello dei cambiamenti climatici. Si è discusso quindi delle possibili soluzioni che le imprese e i governi possono adottare per implementare la tanto necessaria svolta ecologica dell’economia su scala globale. Se gli esiti dell’evento dello scorso anno hanno lasciato interdetto il mondo ambientalista – il Forum si è infatti concluso con un nulla di fatto – quest’anno siamo di nuovo lì, ad aspettare che arrivi qualche buona notizia dal piccolo borgo situato nelle Alpi Svizzere. Difficile sapere già da ora se arriveranno o meno.

Il ritorno di Greta, un anno dopo la prima volta

Uno dei primi ospiti che ha preso parola durante la prima giornata del Forum è stata proprio Greta Thunberg. Un anno fa, sempre a Davos, Greta ha tenuto uno dei suoi primi discorsi. Da quel leggio ha pronunciato per la prima volta la celebre frase: “Our house is on fire”. Quest’anno, in un discorso di 8 minuti circa, la giovane attivista svedese ha ribadito, di fronte alle più influenti personalità dell’economia mondiale, la stringente necessità di iniziare ad agire ora se si vuole limitare l’innalzamento della temperatura media globale a 1,5/2 °C, come specificato nel Paris Agreement.

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La Thunberg ha poi ricordato come il nostro budget di carbonio, al ritmo di immissione di CO2 in atmosfera odierno e senza una svolta incisiva, verrà esaurito entro 8 anni. Questo dato è semplicemente uno dei tanti specificati nel report dell’IPCC pubblicato nel 2018 che, ad oggi, rappresenta “la migliore scienza disponibile”.

La traduzione del discorso di Greta Thunberg: “Cosa direte ai vostri figli?”

“La transizione non sarà affatto semplice. Se non iniziamo ad affrontarla ora, insieme e con tutte le carte scoperte in tavola, non saremo in grado di risolverla in tempo. Sono giunta qui con un gruppo di attivisti e la nostra richiesta è piuttosto semplice. Vogliamo che voi, i più potenti ed influenti leader economici e politici, iniziate ad attuare le misure necessarie. Chiediamo che i partecipanti del WEF – investitori, banche, aziende e istituzioni – blocchino immediatamente ogni tipo di investimento rivolto al settore dell’estrazione e dello sfruttamento dei combustibili fossili con un parallelo spostamento degli sforzi economici verso settori non inquinanti. Non vi chiediamo di farlo entro il 2050 o entro il 2040. E neanche entro il 2021. Vi chiediamo di farlo ora“.

“Ciò che stiamo chiedendo è solamente una minima parte dello sforzo necessario affinché questa battaglia possa essere vinta. Se non lo farete dovrete spiegare ai vostri figli perché vi siete arresi di fronte agli obiettivi degli Accordi di Parigi. Oltretutto senza neanche provare a raggiungerli. Sono qua per dirvi che, a differenza della vostra generazione, la mia non è disposta ad arrendersi senza lottare. Voi cercate di schivare il problema, pensando che le persone si stancheranno di parlarne perché è troppo deprimente. Ma non lo faranno. Siete voi che vi state arrendendo”.

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Mi chiedo quale sarà la giustificazione che darete ai vostri figli per il vostro fallimento che li avrà lasciati soli nell’affrontare il caos climatico che avrete consapevolmente portato sopra di loro. Gli direte che sembrava essere una cosa troppo negativa per l’economia? E che è questo il motivo per cui avete abbandonato l’idea di assicurare condizioni vivibili sulla terra alle future generazioni? Oltretutto senza neanche provarci? La nostra casa è ancora in fiamme e la vostra inazione le sta alimentando di ora in ora. Ciò che vi chiediamo è semplicemente di agire come se amaste i vostri figli sopra ogni cosa”.

La risposta di Trump

Poche ore dopo il discorso di Greta Thunberg ha preso parola, di fronte al Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il volto più celebre su scala mondiale del negazionismo climatico ha subito puntato il dito contro il pessimismo dei giovani attivisti aggiungendo che “vogliono vederci fare brutte figure ma non glielo permetteremo”. Dopo queste prime corrotte parole Trump ha lasciato spazio ad una serie di affermazioni palesemente ipocrite: “Io sono un grande sostenitore dell’ambiente. É molto importante per me. Quello che desidero sono aria e acqua pulita”. Delle dichiarazioni che sono decisamente in controtendenza rispetto alle politiche attuate dal tycoon americano.

L’ attuale inquilino della Casa Bianca ha poi portato all’attenzione dei presenti i dati sullo sviluppo dell’economia americana, affermando che l’American Dream, sotto la sua amministrazione, sta rinascendo “più forte e più grande di prima”. Peccato che, poco dopo, abbia preso la parola Joseph Stiglitz, professore di economia alla Columbia University, che ha di fatto smentito quanto sostenuto da Trump: “Una ricerca dimostra che il Presidente Trump dice in media 5/6 bugie al giorno. Ma oggi ha decisamente sforato. I dati ci dicono che la crescita economica degli Stati Uniti è stata ben maggiore sotto l’amministrazione Obama ed allo stesso tempo l’aspettativa di vita media dei cittadini americani è calata”.

Il programma “1 Trillion trees” del World Economic Forum

Una delle novità del meeting di quest’anno riguarda l’iniziativa “1 Trillion Trees”. Con questo programma il World Economic Forum ed i suoi sostenitori puntano a piantare 1.000 miliardi di alberi in tutto il mondo. E ben vengano iniziative di questo tipo. Peccato che permettano a chiunque ne faccia parte di portare avanti azioni comunicative di greenwashing, come fatto proprio da Trump che ha annunciato la volontà da parte della sua amministrazione di piantare 1 miliardo di alberi su suolo statunitense, come se bastasse questo a fermare la crisi climatica. I progetti di riforestazione sono volti a compensare le emissioni di anidride carbonica e in tal senso vanno sicuramente sostenuti.

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Greta Thunberg ha però voluto precisare come questi progetti, da soli, siano molto lontani dal risolvere il problema senza una parallela drastica riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera. Se inoltre si considera come contrappeso la quantità di alberi che ancora oggi vengono abbattuti ogni anno, si nota subito come questa misura sia totalmente insufficiente. Piantare alberi, insomma, aiuta ma non sarà mai abbastanza. Così come non lo sarà il meeting annuale del World Economic Forum se, a far da padrone, saranno gli ennesimi slogan pieni di buone intenzioni senza che questi si tramutino poi in fatti. Mancano ancora 3 giorni alla conclusione dell’incontro di Davos. Chissà se, questa volta, sarà servito a qualcosa.

Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione

In materia ambientale, tutti parlano del punto di non ritorno. Anche il titolo del film di Leonardo di Caprio è stato tradotto così: “Il punto di non ritorno”, mentre nella versione originale si intitolava Before the flood. Sono parole sempre più utilizzate, che descrivono la crisi climatica per quello che è: un processo che anno dopo anno sta diventando irreversibile. Ma come si fa a misurare il punto di non ritorno? Come fanno gli scienziati a stabilire che esiste un punto in cui il sistema terrestre smetterà definitivamente di avere un equilibrio? Abbiamo veramente solo otto anni per salvare il pianeta?

I fatti inconfutabili sulla crisi climatica

Partiamo dalle certezze. La temperatura terrestre si è alzata di un grado a livello globale rispetto ai livelli preindustriali, di cui 0.8 soltanto negli ultimi 40 anni. La NASA attesta che la maggior parte delle ricerche riconduce questo innalzamento al fattore umano. Si parla di sesta estinzione di massa perché la biodiversità ha subito perdite catastrofiche, sempre nell’arco di pochi decenni. Soltanto con gli incendi in Australia degli ultimi mesi, si è stimata una riduzione della popolazione dei koala del 30%.

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Questo è quello che è successo fino ad oggi. Certezze. Fatti. Solo pochi pazzi possono mettere in discussione questi dati. Il dibattito diventa più complicato quando si parla del futuro. Cosa succederà negli anni a venire? Gli scenari variano dalle stime più ottimistiche, che si augurano di rimanere entro la soglia di 1.5 o 2 gradi, a quelle più catastrofiche, nelle quali si prevede un aumento di temperatura fino a 4.6 entro fine secolo. Il nuovo rapporto UNEP ci offre delle cattive e delle buone notizie a questo riguardo.

La “buona notizia” è che lo scenario più pessimistico sembra ora molto più improbabile: grazie alle politiche ambientali adottate negli ultimi dieci anni e al crollo di prezzi delle energie pulite, lo scenario di 4.6 gradi è diventato “considerevolmente meno probabile”. Al momento saremmo quindi sulla strada di 3.2 gradi entro fine secolo. Non vi sembra una buona notizia? Non lo è infatti, perché aumentare di altri due gradi la temperatura media globale porterebbe a conseguenze inimmaginabili. E se questa viene venduta come “buona notizia”, qual è la cattiva?

Il punto di non ritorno: il budget di carbonio e i confini planetari

Il nuovo rapporto UNEP mette in guardia su come sia praticamente impossibile rimanere entro la soglia di 1.5 gradi. Il limite di 1.5 era stato adottato dall’IPCC nel 2018, rivedendo al ribasso le stime di qualche anno prima perché considerate troppo ottimistiche. Da quel rapporto era nata la famosa frase: “Abbiamo 10 anni per salvare il pianeta”. Seguendo i calcoli del nuovo rapporto UNEP, gli anni si sarebbero ridotti a 8. Avremmo cioè solamente otto anni con un budget di emissioni pari a quelle attuali per raggiungere una temperatura media globale di 1.5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali. Che siano dieci o otto, il tempo a nostra disposizione è di fatto un battito di ciglio paragonato alla vita della Terra, iniziata più di tre miliardi di anni fa.

Esistono anche altri modelli per calcolare il punto di non ritorno. Fra quelli più utilizzati, ci sono certamente i “confini planetari” (planetary boundaries) di Johan Rockstrom. Il gruppo dello Stockholm Resilience Centre da lui guidato cercò di individuare i principali settori dell’equilibrio terrestre e di stabilire uno “spazio operativo sicuro” oltre il quale si avrebbero conseguenze catastrofiche. Al momento della sua elaborazione nel 2009, tre settori su nove risultavano già oltre la soglia: il cambiamento climatico (inteso nel senso stretto di effetto serra e aumento della temperatura), il ciclo dell’azoto e del fosforo e la perdita di biodiversità.

La perdita di biodiversità

Il modello dei confini planetari ci offre una visione innovativa rispetto al calcolo di budget di carbonio: infatti, questo modello sottolinea come l’effetto serra, e il conseguente aumento di temperatura, sia solo uno spicchio di un sistema molto più complesso. Per esempio, dallo schema dei confini planetari si evince che attualmente il problema più grave consiste nella perdita di biodiversità (recentemente rinominata “integrità della biosfera”). È quindi la perdita di biodiversità che ci porterà al “punto di non ritorno”?

Rockstrom stesso ha rigettato il concetto di “punto di non ritorno”, ammettendo che è praticamente impossibile stabilire come e quando il mondo cesserà di avere un equilibrio. Egli sostiene però che, con i livelli attuali di perdita di biodiversità, rischiamo di avvicinarci “ad un punto critico”: “la composizione degli alberi, delle piante, dei microbi nel suolo, del fitoplancton negli oceani, dei grandi predatori negli ecosistemi…tutto questo costituisce uno dei fattori fondamentali che contribuiscono a regolare lo stato del pianeta”.

A cosa serve parlare del punto di non ritorno?

Non mancano anche in questo caso le critiche. Il ricercatore José Montoya sostiene per esempio che il modello dei confini planetari stia facendo più male che bene al fine di salvare il pianeta. Nella sua opinione, indicare dei livelli di irreversibilità dà l’impressione che ancora sia concesso emettere e danneggiare il sistema Terra, fintanto che non superiamo il limite. Quindi, il modello dei confini planetari promuoverebbe un atteggiamento “business-as-usual”, distraendoci dall’attuare azioni che sono urgentemente necessarie.

Il dibattito rimane aperto. Così come gli scenari sul futuro prossimo verranno nuovamente rivisitati e aggiornati. Resta un quesito che va oltre le dispute accademiche e che riguarda tutti noi: parlare del punto di non ritorno ci aiuta a passare all’azione? Infatti, se continuiamo a parlare del tempo che abbiamo a disposizione, rischiamo di finire sul serio il tempo che abbiamo a disposizione. Il modo in cui discutiamo della crisi climatica è cruciale: il messaggio chiave che dovrebbe passare non è tanto quando e come il mondo finirà, bensì quando e come iniziamo ad agire.

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Ciò che serve è passare all’azione

Il presente che abbiamo davanti agli occhi è già una prova inconfutabile che l’equilibrio terrestre si sta deteriorando. Fare ipotesi sul futuro è compito degli scienziati. La politica e l’opinione pubblica dovrebbero consultare questi scenari solo al fine di passare immediatamente all’azione nel presente. Altrimenti finiremo come nella famosa immagine di Cordal: con l’acqua fino al collo, a dibattere di ipotesi che sono già realtà, senza avere più tempo per agire.

Credit: Cordal, “Follow the leaders,” Berlin, Germany, April 2011

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