Trump permette l’estrazione di carbone in due parchi protetti

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Sembra che Trump abbia cominciato il suo rush finale. A ormai pochi mesi dalle elezioni americane, l’attuale presidente si è infatti assicurato che più terra possibile fosse disponibile per lo sfruttamento delle sue risorse. Nella giornata di giovedì, lui e la sua amministrazione hanno finalizzato i piani per la perforazione del terreno e l’estrazione di fonti fossili in una vasta area nel sud dello Utah.

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Un’importanza naturale e culturale

Si tratta dei monumenti nazionali Grand Staircase-Escalante e Bear Ears. Il primo, caratterizzato da scogliere, canyon e cascate, è stato creato nel 1996, grazie a un provvedimento dell’ex presidente Bill Clinton. Il secondo è un terreno considerato sacro dalle tribù native ed ospita anch’esso vasti altipiani rocciosi, scogliere e canyon. Per la sua importanza naturalistica e culturale, il presidente Barack Obama l’ha reso un parco protetto nel 2016.

A proposito del parco Bear Ears le nazioni tribali e i gruppi di conservazione dei nativi americani hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. Questa afferma che i monumenti sono focolai di ricerca paleontologica, nonché di risorse archeologiche, culturali e naturali.

Vista del monumento nazionale Bear Ears. Fonte: www.barechange.org

Sarah Bauman, direttore esecutivo della Grand Staircase Escalante Partners, ha affermato che il monumento è un sito essenziale per la ricerca sulla crisi climatica. “Grazie al suo isolamento fisico, del minimo impatto umano, nonché della sua enorme diversità ecologica, il parco ci offre rare opportunità per studiare in modo unico i cambiamenti climatici”.

Trump il distruttore

Doveva arrivare Trump, per distruggere ciò che di buono era stato faticosamente raggiunto. Già dal 2017 la nuova amministrazione aveva ridimensionato l’area protetta del Grand Staircase Escalante dell’85% e del 50% quella del Bear Ears. Questi tagli costituiscono insieme il più grande passo indietro nella protezione delle terre pubbliche nella storia degli Stati Uniti.

Le parole di Bauman sono in questo senso esaustive: “Senza protezioni, queste opportunità andranno perse e con esse la nostra capacità di costruire conoscenze e risorse essenziali per mitigare i cambiamenti climatici”.

Per togliere totalmente la protezione a queste terre, mancava soltanto il rilascio di un documento formale che permette lo sfruttamento di ben 861.974 acri. In pratica, questo documento permetterà alle compagnie petrolifere di estrarre ovunque in quell’aerea senza troppi problemi. Anche gli allevatori beneficeranno di questa liberalizzazione, in quanto avranno più spazio per promulgare la loro attività.

Macchina estrattrice di petrolio

Secondo il New York Times, se un’azienda o un individuo scelgono di estrarre minerali o combustibili fossili da quella terra, potrebbero acquistare dal governo un contratto di locazione entro un anno.

Un barlume di speranza

Kimberly Finch, un portavoce del dipartimento interno del governo, ha dichiarato che “non c’è stato quasi alcun interesse per l’estrazione e la perforazione delle terre escluse dalla Grand Staircase”. Fortunatamente, quindi, sembra che nessuna compagnia abbia ancora approfittato di questi permessi.

Il Guardian ci infonde una speranza in più. Nel loro articolo si legge di Casey Hammond, assistente segretario per la gestione dei terreni e dei minerali. Egli ha affermato che le terre escluse dalla protezione restano comunque sotto il controllo federale e sono governate da “leggi collaudate nel tempo” e soggette alle normative ambientali. Ha poi respinto l’affermazione ripetuta spesso dai gruppi di conservazione e ambientalisti per i quali ci sarebbe un “via libera per tutti” per lo sfruttamento del terreno.

“Le insinuazioni sul fatto che queste terre e risorse saranno influenzate negativamente dal semplice atto di essere esclusi dai monumenti è semplicemente non vero”, ha detto Hammond. 

Un profitto milionario

L’amministrazione Trump, però, continua a fare pressioni per favorire lo sfruttamento di quella terra. A detta loro, questo andrebbe fatto per il “bene” dell’economia dello Utah, oltre che degli Stati Uniti. Secondo un’analisi economica del governo, infatti, si stima che la produzione di carbone potrebbe portare a 208 milioni di dollari di entrate annuali e 16,6 milioni di royalties sui terreni che non sono più all’interno dei confini dei parchi. Sempre secondo l’analisi, i pozzi di petrolio e gas in quell’area potrebbero produrre 4,1 milioni di dollari di entrate annuali.

Come sempre, quindi, il fine ultimo è quello del profitto, mentre gli interessi del Pianeta passano in secondo piano.

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BlackRock: quando la finanza diventa green

Il messaggio di BlackRock

Qualche settimana fa, avevamo già parlato dell’annuncio del fondo di investimento BlackRock di concentrarsi sulla sostenibilità finanziaria. Come ricorderete, il magnate Larry Fink, CEO di BlackRock nonché fondamentale pedina nella scacchiera finanziaria mondiale, ha scritto ai – numerosi – suoi clienti una lettera nella quale affermava come la sua società si sarebbe concentrata, nel prossimo futuro, solo su investimenti ambientalmente sostenibili. Di questa esternazione ha colpito molto la radicalità del messaggio, più che il tema trattato in sé, dal momento che, come ben sa chi legge più sovente L’Ecopost, ormai sono svariati i settori che mettono al centro delle loro attività ambiente ed ecologia.

Fink, uomo schivo seppur potentissimo, è stato chiaro. La sua BlackRock è pronta a votare contro, nei consigli delle società di cui è azionista, qualora non vedesse sufficienti progressi in materia di sostenibilità. In sostanza, viene espressamente richiesta la predisposizione di piani industriali che collochino al centro della propria azione il rispetto per l’ambiente. Considerando che gli asset gestiti da BlackRock ammontano a 7430 miliardi di dollari (dati aziendali di fine 2019), l’importanza di questa decisione è tangibile anche a chi non è un addetto ai lavori di Wall Street.

Il logo di BlackRock

L’incontro con il manager BlackRock

A seguito delle dichiarazioni societarie, Economia & Finanza, la sezione tematica di Repubblica, ha incontrato Stephen Cohen. Cohen è il responsabile EMEA di iShares, la piattaforma del gruppo BlackRock attiva nel settore dei fondi indicizzati ed ETF. Per chi facesse fatica ad orientarsi tra questi acronimi facciamo rapidamente chiarezza, affinché non si smarrisca la bussola nel prosieguo della lettura.

I responsabili EMEA sono top manager che si occupano dell’area geografica compresa tra Europa, Medio Oriente e Africa, una macro – area consuetamente unita dalle grandi corporation economiche – industriali.

I fondi indicizzati sono fondi di investimento comuni, non quotati in Borsa. Si caratterizzano per una gestione passiva del portafoglio; rappresentano un modo poco costoso di replicare la tendenza degli indici di mercato.

ETF è acronimo di Exchange Traded Fund. Con tale termine si indica una particolare tipologia di fondo d’investimento; esso viene negoziato in Borsa, esattamente come fosse un’azione e mira a replicare il benchmark (indice di riferimento) attraverso una gestione totalmente passiva. L’ETF riassume ed unisce in sé caratteristiche proprie e definite del fondo e dell’azione ed è dunque in grado di sfruttare punti di forza di entrambi gli strumenti.

Stephen Cohen, Foto: ETFWorld.it

La fase 2 del piano

Alle parole di Fink segue una strategia che si sta definendo in questo periodo ma appare già piuttosto chiara ascoltando Cohen. Il manager si è detto infatti certo del fatto che, grazie al piano ambientale aziendale, nei prossimi anni BlackRock raddoppierà l’offerta di fondi conformi a principi ESG. Il quadro ESG, stabilito dalle Nazioni Unite, incorpora parametri ambientali, sociali e di governance nelle analisi finanziarie e nei processi decisionali riguardanti gli investimenti.

Cohen ha dichiarato: “Punteremo su tre gamme di offerta per incontrare le esigenze della domanda. Una consentirà ai clienti di eliminare dall’universo di investimento settori e società non gradite; una permetterà di ottimizzare lo ESG Score del proprio indice, contribuendo ad abbattere le emissioni di carbonio; l’ultima favorirà investimenti nelle società con i migliori punteggi ESG e sarà caratterizzata da un numero elevato di filtri, fra cui uno escluderà l’esposizione ai combustibili fossili.”

Per favorire l’orientamento all’interno del mare degli investimenti finanziari, spesso in burrasca, occorrerebbe “promuovere una maggiore uniformità e trasparenza della metodologia di definizione dei benchmark di sostenibilità. Gli indici di riferimento ESG dovrebbero escludere società ad elevato rischio, ad esempio chi produce carbone termico.” Ha aggiunto Stephen Cohen. A sua detta, inoltre: “La mancanza di uno standard condiviso da tutto il mercato è un ostacolo. Ci auguriamo possa essere presto superato.” Tendenzialmente, comunque, si è detto ottimista: “L’attenzione crescente degli investitori verso la sostenibilità porterà inevitabilmente a maggiore trasparenza. Chi mette il proprio denaro in un portafoglio è sempre più attento alla sua destinazione.”

Il pensiero di Cohen sugli investimenti che mirano alla sostenibilità

La sostenibilità paga

Ha davvero senso per un colosso finanziario delle dimensioni di BlackRock questo impegno verso il clima? Oppure parliamo di due ambiti così distanti ed incompatibili che non ha senso tentare di farli comunicare? La campagna di Fink e dei suoi è puro marketing? Secondo quanto ci dicono i primi dati, parrebbe di no. Il fondo ETF dal complicato nome iShares ESG MSCI EM Leaders ETF ha debuttato a Wall Street ad inizio mese, venerdì 7 febbraio, attirando ben 600 milioni di dollari (dati aggiornati a giovedì 13 Febbraio da Wall Street Italia.) Naturalmente, si tratta del miglior debutto di un ETF statunitense nel corso del giovane 2020.

Che sia questo un segno del fatto che BlackRock non è l’unico attore a considerare il cambiamento climatico determinante nelle prospettive aziendali a lungo termine? Forse gli investimenti in realtà sensibili alla questione ambientale stanno finalmente prendendo piede, dopo anni di lentissima (seppur costante) crescita. La differenza potrebbe averla fatta la discesa in campo di un colosso come l’azienda di Larry Fink.

https://www.youtube.com/watch?v=IV_P0xGPgj8
I principi di BlackRock sulla sostenibilità

BlackRock: finanza e filantropia

E’ notizia recente un investimento, a nome BlackRock Foundation, per 589 milioni di dollari, sul fronte dell’economia sostenibile. Come riporta Citywire, BlackRock avrebbe utilizzato circa 15 milioni e mezzo di azioni PennyMac Financial Services per ottenere il capitale necessario. Il Social Impact Team aziendale ha identificato alcuni partner per testare soluzioni innovative ed ecologiche in vari settori, con un impatto sul lungo periodo misurabile. Nella prossima fase dei lavori della Foundation si provvederà a finanziare i suddetti partner, ponendo BlackRock in prima linea nell’impegno ambientale. “BlackRock Foundation supporterà la convinzione che la transizione verso un’economia più sostenibile debba essere inclusiva, leale e giusta.” Ha affermato Larry Fink dopo aver reso noti i dettagli dell’operazione.

Fink e i suoi sottoposti parlano molto bene e c’è da augurarsi che credano davvero in quel che affermano. Non dimentichiamo però che si tratta di squali, di pescecani metaforicamente pronti ad azzannare la preda non appena sentano l’odore del sangue. La tematica ambientale, al momento, è un’emorragia che non si riesce a tamponare. C’è da guadagnare cavalcando quest’onda, probabilmente tanto, e BlackRock non vuole lasciarsi scappare questa occasione. L’amara verità è che non esistono precedenti in cui capitalismo e sostenibilità abbiano parlato la stessa lingua. Auspichiamo che questa possa davvero essere la volta buona.

L’importanza di BlackRock nel mondo finanziario e non solo

Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione

Il progetto si chiama “The Great Green Wall”, la grande muraglia verde. Nato nel 2005 e operativo dal 2010, il piano prevede il rimboschimento di una fascia di 8000 chilometri, dall’Oceano Atlantino al Mar Rosso. Coinvolge 22 paesi africani e ha lo scopo di fermare la desertificazione nel continente, sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. Partecipano alla sua realizzazione numerosi partner locali e internazionali, e per questo motivo non poche sono le controversie attorno al progetto. Allo stesso tempo, la grande muraglia verde ha già dato i primi frutti, dimostrando che esistono strade percorribili per fermare il cambiamento climatico. A partire dagli alberi, la più naturale ed efficace risorsa per dare ossigeno al pianeta Terra.

Copertina del Numero di Febbraio della rivista Nigrizia, principale fonte del seguente articolo. Credit vignetta: Vauro

Le origini della grande muraglia verde

L’idea nacque nel 2005 in occasione della Conferenza dei Capi di Stato e di governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara. Si sottolineò l’esigenza di creare un piano comune che potesse arginare il fenomeno della desertificazione, e allo stesso tempo creare benefici sociali per combattere la povertà in Africa. Nei cinque anni successivi il progetto venne elaborato fino alla fondazione dell’Agenzia Panafricana della Gmv, il “Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative”.

Il progetto si è poi ramificato in diverse azioni multisettoriali, alcune di grande impatto, altre fallimentari o ancora allo stadio di progettazione. Nei casi di successo ha giocato un ruolo chiave il coinvolgimento della società civile, mentre in altri paesi il piano fa fatica ad avanzare a causa di guerre civili, conflitti di interesse fra le parti coinvolte o ingerenza dei privati stranieri, che hanno visto nella grande muraglia verde un’occasione per trarre profitto. Partiamo dall’analisi dei maggiori ostacoli.

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Criticità: conflitti istituzionali, zone di intervento

In primo luogo, sul piano istituzionale persiste una grande confusione sulla divisione dei ruoli di coordinamento, finanziamento e operazione sul campo. Fra i maggiori partner internazionali risultano la FAO, la Banca Mondiale, l’agenzia dell’ONU per la lotta alla desertificazione (Unccd) il Global Environmental Facility e l’Unione Europea. All’interno del Continente Africano invece, partecipano numerose organizzazioni coordinata da due organi, l’Unione africana e l’Agenzia panafricana per la Gmv. Come riporta il Report di Nigrizia, per i primi anni questi due organi si sono spesso intralciati, con una sovrapposizione di competenze e una deleteria mancanza di collaborazione. Il direttore scientifico dell’Agenzia panafricana, Abakar Zougoulou, ha commentato così questa problematica: “è come se ci fossero due capitani sulla stessa nave”.

Zougoulou ha sottolineato che negli ultimi tre anni si è cercato di risolvere questa ed altre criticità emerse. Ad esempio, in alcuni paesi è stata data scarsa attenzione all’adattabilità delle piante. Il mancato legame con le esigenze del territorio era stato un motivo di fallimento di precedenti piani di riforestazione: in Algeria e in Cina per esempio, non si era tenuto conto della necessità di utilizzare piante autoctone che si adattassero al clima e alle condizioni del suolo nella zona interessata. Inoltre, molti dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale per la grande muraglia verde agiscono al di fuori della zona prioritaria d’intervento, identificata nella fascia che va dal Maghreb all’Africa subsahariana, con un focus speciale sulle zone con la pluviometria più bassa, dai 100 ai 400 millimetri.

Il pericolo di neocolonialismo

La cospicua presenza di finanziatori stranieri è essa stessa motivo di forti critiche. Come infatti sappiamo, molto spesso questi piani di investimento prevedono che venga restituito qualcosa in cambio. È ormai noto che la Banca Mondiale abbia agito per decenni in questa direzione, fornendo grosse somme di denaro ai paesi “in via di sviluppo” e obbligando i beneficiari ad attuare i cosiddetti “piani di aggiustamento strutturale”. Vale a dire, riforme del sistema politico-istituzionale a favore del libero commercio tramite privatizzazioni e allentamento delle regole statali.

Anche la partecipazione dei singoli paesi e dell’Unione Europea va attentamente sorvegliata, per non far sì che la grande muraglia verde sia un modo come altri per perpetuare dinamiche di neocolonialismo in Africa. Non a caso fra i finanziatori si è aggiunta di recente la Cina, che da anni investe nel continente africano per allargare la sua zona d’influenza.

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La società civile per la grande muraglia verde

L’ultimo elemento di debolezza da evidenziare è lo scarso ruolo della società civile nella progettazione del Great Green Wall. Infatti, come succede spesso in questi piani dal grande respiro internazionale, si rischia di portare tecnologie o dinamiche esterne che vanno a peggiorare o esacerbare situazioni locali già in bilico. Alcune zone che erano precedentemente accessibili a tutti, per esempio, sono state interdette per alcuni, aumentando le diseguaglianze.

Trailer del film The Great Green Wall, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019

L’accesso equo alle risorse fondiarie è ora diventato un punto chiave del progetto: in alcune zone dove erano previste grosse zone boschive, ora vengono inseriti orti urbani, per non intralciare i villaggi e le comunità lungo il cammino. Di recente, si è posta l’attenzione sulla parità di genere, includendo le donne nella realizzazione di questi sistemi agrosilvopastorali. Si sta cercando infine di integrare la tecnologia con conoscenze autoctone, come il sistema degli zaї in Burkina Faso: una tecnica di fertilizzazione del terreno tramite piccoli buchi arricchiti di letame per raccogliere l’acqua.

Le prime stime sulla grande muraglia verde

Come evidenziato sopra, la grande muraglia verde presenta forti elementi di disputa che richiedono un lavoro di sorveglianza capillare. D’altra parte, bisogna riconoscere i successi finora ottenuti: le stime più ottimistiche dell’Unccd parlano di 28 milioni di ettari rigenerati e 12 milioni di alberi piantati. L’Agenzia Panafricana ridimensiona le stime: si tratterebbe di 3 milioni di ettari rigenerati e 11.000 posti di lavoro creati. Ci sono paesi che non hanno ancora la propria agenzia interna della Gmv e in cui nemmeno un albero è stato piantato.

Altri paesi africani hanno invece dimostrato un forte attivismo, a partire da Senegal, Niger, Ciad, Burkina Faso, Nigeria, Mali ed Etiopia. Quest’ultima ha riempito le pagine di tutto il mondo lo scorso luglio, quando in una sola giornata sarebbero stati piantati 350 milioni di alberi. Anche il nostro blog aveva testimoniato questa iniziativa, in occasione dell’Overshoot Day.

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Il momento migliore per piantare un albero è ora

Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e George Monbiot qualche mese fa: C’è una macchina ‘magica’ che aspira gas serra dall’aria, costa molto poco e cresce da sola. Si chiama albero”. La natura stessa ci fornisce le soluzioni per arginare la crisi climatica. La grande muraglia verde presenta sicuramente delle criticità, ma è allo stesso tempo un piano coraggioso che ci indica la strada più sostenibile da percorrere nei prossimi dieci anni. Come dice il proverbio: “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”.

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Antartide da…record: registrati per la prima volta 20°C

“Incredibile e anormale”. Questa è la definizione fornita da un gruppo di scienziati brasiliani per descrivere quanto accaduto lo scorso 9 Febbraio in Antartide. Nell’isola di Seymour sono stati infatti toccati per la prima volta, da quando sono disponibili i dati, i 20,75 °C. Un record allarmante che non va in alcun modo sottovalutato.

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Il record che non serviva in un’Antartide già sotto stress

L’Antartide è il più grande deposito di ghiaccio esistente nel pianeta e si sta sciogliendo, è proprio il caso di dirlo, come neve al sole. Carlos Schaefer, a capo della delegazione di scienziati che lavora per l’organizzazione brasiliana Terrantar, in un’intervista rilasciata al Guardian, ha descritto uno scenario a dir poco preoccupante: “Stiamo assistendo ad un trend di aumento della temperatura nella maggior parti dei siti che stiamo monitorando ma non abbiamo mai visto una cosa del genere”.

Terrantar monitora l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo in 23 diverse parti del continente. L’area che si sta scaldando più velocemente è quella occidentale dove l’aumento della temperatura oceanica sta mettendo a rischio la sopravvivenza degli enormi ghiacciai di Thwaites e Pine Island. Ad oggi questo non ha ancora effetti catastrofici in termini di aumento del livello dei mari ma, in caso di un ulteriore aumento della temperatura, potrebbe averne eccome.

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Le cause del triste record dell’Antartide

Le ragioni di queste anomalie sono individuabili in un cambiamento delle correnti oceaniche. Tra queste c’è anche il fenomeno climatico periodico meglio noto come El Niño. Schaefer ha infatti aggiunto che “stiamo assistendo a delle grosse oscillazioni in atmosfera, causate principalmente da delle grosse anomalie termiche che stanno subendo il permafrost, ovvero lo strato di ghiaccio sottostante la superficie, e gli oceani. Tutto ciò è strettamente intercollegato e riconducibile ai cambiamenti climatici”.

La regione più interessata è sicuramente quella della Penisola Antartica. Su un recente articolo del Guardian si legge infatti che “in un recente viaggio con Greenpeace, il Guardian ha visto ghiacciai che si sono ritirati per più di 100 metri nella Discovery Bay,oltre a larghi tratti di roccia nuda nella King George Island dove abbiamo assistito ad un massiccio scioglimento di neve in meno di una settimana”. Le colonie di Pigoscelidi Antartici, i pinguini che abitano la zona, si sono dimezzate nell’arco di pochissimo tempo.

Perché ci interessa

L’aumento del livello dei mari è forse una delle questioni più sottovalutate dall’opinione pubblica, soprattutto in un paese vulnerabile ad un simile scenario come lo è il nostro. La regione Antartica custodisce circa il 70% dell’acqua dolce dell’intero pianeta, sotto forma di neve e ghiaccio. Per intendersi, qualora si sciogliesse completamente, il livello dei mari si alzerebbe di circa 50 metri.

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Le previsioni fatte dagli scienziati ci dicono che entro la fine del secolo i mari si alzeranno di almeno 30 cm con la possibilità di arrivare fino a 1 metro e 10 rispetto al livello odierno, a seconda della velocità con cui la nostra società ridurrà le emissioni di CO2 in atmosfera. Anche nella sua versione più ottimistica un avvenimento di questo genere porterà enormi danni infrastrutturali al nostro paese. Intere città finirebbero sommerse, ed usare il condizionale è molto ottimistico, con tutte le terribili conseguenze del caso. Viene da sé che il record appena registrato in Antartide è ben più di un campanello d’allarme.

Non solo mitigazione, servono anche politiche di adattamento

Proprio in questo senso è urgente attuare delle politiche di prevenzione verso gli effetti dei cambiamenti climatici. Un’attività di cui nel nostro paese, al momento, non c’è neanche l’ombra. Per fare un esempio in Olanda, dove un’ampia fetta del territorio è sotto il livello del mare, hanno già da anni dei sistemi che sono in grado di salvare le città da eventi di questo tipo. Una chiara dimostrazione di come, con un minimo di pianificazione, alcuni effetti del cambiamento climatico possano essere contenuti.

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Se alle più che necessarie iniziative legate alla mitigazione dei cambiamenti climatici, in termini di riduzione delle emissioni, non verranno associate delle altrettanto importanti politiche di adattamento alle conseguenze che il riscaldamento globale avrà sulle nostre infrastrutture i risultati saranno catastrofici. Occorre agire, in fretta, in entrambe le direzioni, oppure, il rischio, è di fare l’ennesimo buco nell’acqua.

Primarie Democratici USA: Sanders vince in New Hampshire

L’11 Febbraio, 8 giorni dopo le votazioni dell’Iowa che hanno inaugurato le primarie dei Democratici negli USA. in cui Sanders ha ottenuto il 26,1 % dei voti, si è votato anche in New Hampshire. I risultati, pubblicati nella giornata di ieri, hanno sostanzialmente confermato il trend della settimana precedente in Iowa, con Sanders e Buttigieg a contendersi il primato e, più dietro, tutti gli altri, compreso quel Joe Biden che alla vigilia tutti davano come favorito.

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I risultati delle primarie dei Democratici USA in New Hampshire

Bernie Sanders è stato il candidato più votato con il 25,8% dei voti, tallonato da Pete Buttigieg con il 24,5%. A seguire, con il 19,9%, Amy Klobuchar mentre tutti gli altri candidati si sono attestati sotto il 10%. Per il momento, considerando anche i risultati dell’Iowa, le primarie del partito Democratico americano sembrano ridursi ad una lotta a 2 tra Sanders e, un po’ a sorpresa, Buttigieg. Due dei candidati che ai nastri di partenza sembravano poter dare filo da torcere a Sanders, ovvero l’ex vice-presidente di Barack Obama Joe Biden ed Elizabeth Warren, non stanno infatti rispettando le aspettative e potrebbero essere ben presto tagliati fuori dai giochi.

A questi primi caucus non ha partecipato però un altro candidato che inizierà la sua corsa solo a partire dal 3 marzo: Michael Bloomberg. Il multimiliardario, ex-sindaco di New York, non prenderà parte alle prima quattro votazioni. Una scelta singolare, le cui conseguenze negative potranno essere compensate dal suo strapotere economico e mediatico. Insomma, quella che ad oggi potrebbe sembrare la più classica delle corse a due potrebbe presto avere un ulteriore contendente da non sottovalutare.

I giovani sono con Sanders

C’è un minimo comune denominatore nei risultati di Sanders in questi primi due caucus: il voto dei giovani. Secondo un exit-poll condotto da Edison Media Research, Bernie avrebbe ottenuto il 51% dei voti dei giovani dell’Iowa. Per intenderci Buttigieg è il secondo di questa nicchia con il 20%. Una vittoria schiacciante, quindi, nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni. In Iowa la percentuale è stata lievemente minore ma ha comunque sfiorato il 50%.

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Il motivo? Sanders è il candidato con il più ambizioso Green New Deal del partito Democratico. Bernie è riuscito a mobilitare quella fascia di età che, negli USA, è storicamente più restia a votare, ovvero quella dei giovani. Parte del merito va dato anche all’esplicito appoggio della sua candidatura da parte di Alexandria Ocasio-Cortez. Insieme, i due rappresentanti della fascia più “estremista”, se così si può definire, del partito si sono apertamente schierati soprattutto sulle tematiche ambientali che, ci auguriamo, potrebbero essere l’arma vincente di queste elezioni.

La svolta che aspettiamo

È inutile nascondersi. Le elezioni americane che si terranno alla fine del 2020 potrebbero segnare il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti sono storicamente il paese che ha emesso più CO2 in atmosfera e sono quindi il più diretto responsabile dell’avanzare dei cambiamenti climatici. Qualora Donald Trump, il più celebre negazionista climatico su scala mondiale, si ritrovasse a governare per un altro mandato, le speranze di mantenere la temperatura media globale al di sotto della soglia di 1,5/2 °C rispetto all’era pre-industriale, come auspicato dagli scienziati dell’IPCC, si assottiglierebbe non di poco.

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In un momento in cui l’Unione Europea ha già preso una chiara posizione in termini di politiche ambientali ed in cui anche la Cina sta iniziando ad investire pesantemente nel settore dell’energia rinnovabile, un’ulteriore inversione di rotta da parte degli Stati Uniti, che negli ultimi anni di presidenza Trump hanno spalancato le porte dei palazzi di potere ai lobbisti del settore fossile, potrebbe davvero essere una svolta epocale. Se anche gli USA riprenderanno la strada battuta da Barack Obama, momentaneamente bloccata dall’amministrazione trumpiana, riuscendo inoltre ad alzare l’asticella delle ambizioni sui temi ambientali, come sta facendo proprio Bernie Sanders, la battaglia contro i cambiamenti climatici potrebbe davvero essere vinta. A 8 mesi dalle elezioni è presto per sapere come andrà a finire. Ma, di certo, gli ambientalisti sanno per chi fare il tifo.

L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti illeciti in Malesia

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Quello che leggerai ti sembrerà parecchio triste se fino ad ora la Malesia figurava nel tuo immaginario come la patria di una tigre bellissima e sfondo di racconti salgariani avventurosi, dove la natura selvaggia, prima ancora di Sandokan, era la protagonista indiscussa. Quella natura di cui ti raccontano gli amici, dopo un viaggio affascinante in Sud-Est Asiatico sfoggiando fotografie in fitte foreste incontaminate e spiagge sconfinate. Quella natura, però, non è e non sarà più così incontaminata a causa dei nostri rifiuti plastici.

Rifiuti bruciati o abbandonati

Grazie a una approfondita operazione di ricerca, con tanto di telecamere nascoste, Greenpeace ha scoperto che dal 2019 l’Italia ha spedito in Malesia 1300 tonnellate di plastica.

Oltre all’impatto ambientale che deriva dal trasporto stesso della plastica, le conseguenze peggiori sono dovute al fatto che su 65 spedizioni, 43 sono state inviate a impianti irregolari di smaltimento. Ciò significa che la plastica viene bruciata senza nessun rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Nello stesso report si può vedere la presenza di rifiuti plastici, di origine chiaramente straniera, abbandonati all’aperto senza alcun controllo né messa in sicurezza.

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Greenpeace ha anche attuato quella che si può chiamare controprova. La loro unità investigativa è infatti riuscita ad ottenere dal governo di Kuala Lumpur (capitale della nazione) alcuni documenti riservati.

In essi si nominano le 68 aziende malesi responsabili dell’importazione di rifiuti e Greenpeace le ha contattate. Alcune di queste erano disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti fittizi, compresa plastica contaminata e rifiuti urbani. Ma la parte più triste dell’inchiesta è sicuramente la testimonianza dei cittadini malesi, che hanno chiesto aiuto a Greenpeace prima che il loro territorio venga irrimediabilmente ricoperto di rifiuti.

Un traffico di lunga data

Il fenomeno però non è iniziato solo nel 2019. La nostra plastica di difficile riciclo viene mandata in Malesia già da qualche anno. Dopo lo stop della Cina alle importazioni di rifiuti di bassa qualità, dal 2017 la Malesia importa circa il 20 per cento dei residui plastici dell’Unione Europea. I dati di Eurostat, diffusi da un dossier di Greenpeace, indicano che l’Italia invia in Malesia un quantitativo di rifiuti che ha un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

L’Italia, poi, non è l’unica nazione che manda gli “avanzi” in Malesia. Anzi, si è aggiunta a una lunga lista in cui appaiono Bangladesh, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Nel maggio del 2019 la Malesia aveva provato a reagire, rispedendo all’Occidente 3 mila tonnellate di rifiuti. Le parole del ministro dell’ambiente malese erano chiare: “Se ci sono persone che vogliono vedere questo Paese come la discarica del mondo, stanno sognando, quindi noi rimandiamo indietro il carico”. Questa minaccia non è stata sufficiente perché i trafficanti di rifiuti terminassero i loro loschi affari.

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Non solo in Malesia

L’esportazione di rifiuti illeciti non riguarda soltanto la Malesia. Dopo il blocco cinese, i paesi occidentali hanno dovuto trovare altre “valvole di sfogo”. La Turchia, forse anche grazie alla maggiore accessibilità in termini di distanza, è stata la prima destinataria. Si pensi soltanto che, secondo i dati diffusi da Greenpeace, nel 2016 la Turchia importava “solo” 4.000 tonnellate di plastica. Nel 2018 le tonnellate sono diventare 20.000.

Lo dimostra un triste caso avvenuto in Turchia, a 30 chilometri da Smirne. Lo scorso 4 settembre un imprenditore italiano ha abbandonato in un terreno privato 500 tonnellate di ecoballe, per poi fuggire e sparire nel nulla.

In fondo non siamo così potenti

Il fatto che si sia trattato di un imprenditore, può far dedurre il motivo principale di questi traffici, sicuramente scontato: il vil denaro. Alle aziende di smaltimento italiane, infatti, costa meno inviare la plastica in un’altra nazione, la quale non chiederà altro che una quantità di denaro relativamente bassa. Questo porterà all’azienda italiana un grosso risparmio in termini di risorse umane ed energetiche riservate di solito allo smaltimento corretto della plastica.

Inoltre, in questo modo le nazioni in via di sviluppo sono tenute in pugno dal denaro di quelle che, in teoria, sono già ampiamente sviluppate. Bisognerebbe però chiedersi se questa superiorità che tanto pavoneggiamo sfoggiando cospicue mazzette, lo sia davvero.

Se fossimo un paese davvero avanzato utilizzeremmo i soldi che diamo loro illecitamente per rendere i nostri impianti di riciclaggio efficienti. A guidarci sarebbero dei valori morali che ci vieterebbero l’attuazione di un abuso di potere simile. Oltre al fatto che avremmo abolito già da molto tempo la famigerata plastica monouso. Ma questa è un’altra triste storia.

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Il discorso di Joaquin Phoenix alla Notte degli Oscar (VIDEO)

“Penso che ci siamo disconnessi dal mondo naturale. Molti di noi sono figli di una visione egocentrica del mondo, per questo crediamo di essere il centro dell’universo”. No, non siamo ad una manifestazione di Fridays For Future, né tanto meno ad un incontro di un circolo di Legambiente. Siamo alla notte degli Oscar e a pronunciare queste parole è stato Joaquin Phoenix, vincitore del premio come miglior attore protagonista per la sua performance nel film “Joker”.

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L’attore statunitense, dopo aver già più volte richiamato temi filoambientalisti nelle sue più recenti apparizioni in pubblico, ha tenuto un discorso sullo specismo e, più in generale, sull’amore verso la natura e verso il prossimo come unica via di fuga dai problemi dell’umanità.

Cos’è lo specismo

Il primo ad aver utilizzato la parola “specismo” è stato Richard Ryder, psicologo britannico, negli anni ’70. Si tratta di un termine coniato per indicare “l’attribuzione di un diverso valore e status morale agli esseri umani rispetto alle altre specie animali o, più in generale, alla natura stessa”. Joaquin Phoenix, vegano dall’età di 3 anni, ha deciso di rifarsi a questo concetto durante il suo discorso alla Notte degli Oscar confermando la sua affinità con i temi ambientalisti.

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Nominato persona dell’anno 2019 dalla Peta, un’organizzazione che si batte per i diritti degli animali, già durante la serata dei Golden Globe Phoenix aveva portato sotto i riflettori l’argomento dello specismo, spendendo anche parole per gli incendi in Australia del mese scorso: “Penso che tutti possiamo unirci per apportare mutamenti reali: il voto è importante, ma dobbiamo assumerci le responsabilità delle nostre azioni e fare qualche sacrificio nelle nostre vite. Per esempio potremmo anche evitare di prendere jet privati per andare a Palm Beach”.

Il discorso di Joaquin Phoenix

“Non mi sento in alcun modo elevato al di sopra dei miei colleghi o degli altri nominati o di chiunque altro in questa stanza. Condividiamo la stessa passione che è quella per il cinema. Questa forma di espressione mi ha dato la vita più straordinaria possibile. Non so dove sarei senza di esso. Ma penso che il dono più grande che è stato dato a me e a tanti altri di noi è l’opportunità di usare la nostra voce per chi non ce l’ha. Ho pensato molto ad alcuni dei più imperanti problemi che stiamo affrontando come collettività. A volte siamo convinti di sostenere cause diverse. Ma penso che abbiano tutte qualcosa in comune”.

La lotta contro l’ingiustizia

“Quando parliamo di disuguaglianza di genere, razzismo, diritti lgbtq, diritti degli indigeni o diritti animali, stiamo semplicemente parlando di lotta contro l’ingiustizia. Stiamo parlando della lotta contro la convinzione che una nazione, una persona, una razza, un genere o una specie abbia il diritto di dominare, controllare ed usarne un’altra senza che ciò venga punito. Ci siamo disconnessi dal mondo naturale. Ciò di cui molti di noi sono colpevoli è una visione egocentrica del mondo. La convinzione di essere il centro dell’universo. Andiamo nel mondo naturale e ne deprediamo le risorse. Ci sentiamo autorizzati ad inseminare artificialmente una mucca e non appena partorisce rubiamo il suo piccolo, nonostante i suoi versi di dolore siano inconfondibili. Poi prendiamo il suo latte, generato per allattare suo figlio, e lo mettiamo nel nostro caffè o nei nostri cereali”.

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“Penso che temiamo l’idea del cambiamento personale perché pensiamo di dover sacrificare qualcosa. Ma gli esseri umani, quando messi in condizione di farlo, sono così inventivi, creativi ed ingegnosi. Quando usiamo l’amore e la compassione come principi guida possiamo creare, sviluppare ed implementare sistemi di cambiamento in grado di portare benefici a tutti gli essere viventi e all’ambiente. Sono stato un disastro nella mia vita. Sono stato egoista, a volte crudele, un collega difficile, e sono grato a così tanti di voi in questa stanza per avermi dato una seconda chance. In queste situazioni diamo il meglio di noi. Quando ci supportiamo l’un l’altro. Non quando cerchiamo di escluderci a vicenda per degli errori passati. Ma quando ci confrontiamo per crescere, quando ci educhiamo e ci guidiamo verso la redenzione. Questo è il lato migliore dell’umanità. Quando aveva 17 anni mio fratello scrisse questi versi: “Corri in soccorso con amore e la pace ti seguirà”.

Joaquin Phoenix e le altre celebrità ambientaliste

Phoenix non è il primo personaggio famoso a schierarsi dalla parte dell’ambiente. Tra le varie celebrità conosciute per aver trattato con forza questi temi troviamo Jane Fonda, Leonardo di Caprio, Jennifer Aniston, Brad Pitt, Pamela Anderson, Alec Baldwin, Meryl Streep, Cate Blanchett, Pierce Brosnan, James Cameron, Robert Redford, Jared Leto, Sting, Moby, Woody Harrelson, Neil Young, i Coldplay e tanti altri. Se oggi la questione ambientale è riuscita a guadagnare un suo spazio all’interno del dibattito pubblico è anche merito loro. Un esempio dell’impatto che le loro voci stanno avendo all’interno della loro comunità riguarda la scelta del menù della cerimonia pre-Oscar, dove il menù scelto era completamente a base vegetale. Una buona fetta dei personaggi sopra elencati è infatti vegano ed è già capitato che nei loro discorsi abbiano denunciato il legame, ormai non più confutabile, che c’è tra allevamenti intensivi e cambiamento climatico.

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L’aiuto che personaggi così famosi possono apportare alla causa ambientalista è enorme sia in termini di mezzi, come dimostrato dal supporto economico che molte di queste celebrità danno alle più svariate organizzazioni, sia come cassa di risonanza di inestimabile valore per le cause ecologiste. La speranza è dunque che siano sempre di più le celebrità a schierarsi apertamente dalla parte dell’ambiente. Se questo avverrà al di sopra di ogni previsione il drastico cambiamento necessario per limitare la crisi climatica potrebbe non essere più un’utopia.

La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

L’inverno è già finito? Gennaio 2020 il più caldo di sempre

gennaio

Le piogge e le nevicate di dicembre ci stavano illudendo che, forse, questo inverno sarebbe rientrato nei canoni della normalità. Invece eccolo qui, il riscaldamento globale, che bussa alla porta del nuovo anno e ci ricorda tempestivamente che è ancora tra noi. Il gennaio 2020 è stato infatti il più caldo mai registrato.

I dati scientifici

Lo dimostrano i dati del Copernicus Climate Change Service, secondo il quale, a livello globale, le temperature del gennaio di quest’anno sono state di 0,03 gradi superiori a quello del 2016, fino ad ora il più caldo registrato.

A livello europeo, la differenza è ancora più marcata. Il gennaio più caldo era stato infatti nel 2007, durante il quale si erano registrate temperature più basse di 0.2 gradi rispetto ad oggi. Tornando ancora più indietro nella storia, se paragoniamo la temperatura media di gennaio nell’era preindustriale, era di ben 1.4 gradi inferiore rispetto ad oggi.

Non è la prima volta che notizie simili raggiungono i canali di informazione mondiali. Nel febbraio dell’anno scorso infatti era trapelata la notizia che gli ultimi cinque anni siano stati i più caldi mai registrati a livello planetario, così come il decennio 2010-2019.

Qualche esempio

Un esempio forse non propriamente scientifico è quello delle temperature dell’area di Bergamo che, nel momento in cui scrivo, si aggirano intorno agli 11 gradi. Giovedì prossimo, poi, si dovrebbero raggiungere i 15 gradi. Un po’ anomalo per il mese di febbraio in una città molto vicina alle Alpi e che solitamente vede le precipitazioni nevose arrivare fino a marzo inoltrato.

Allontanandosi dall’Italia, ma non troppo, il villaggio di Sunndalsora, nell’ovest della Norvegia ha visto i 19 gradi il 2 di gennaio. Questo corrisponde a più di 25 gradi più della media del mese. La cittadina svedese di Orebro, inoltre, il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

Il Washington Post riporta che Helsinki, la capitale della Finlandia, ha superato gli zero gradi tutti i giorni di gennaio, il che è molto strano considerando che le temperature massime in questo mese sono di -1.1 gradi. Se poi prima tutte le mattine erano caratterizzate da quasi -7 gradi, quest’anno soltanto sette ore sono andate sotto i -6.7.

https://twitter.com/mikarantane/status/1223557805522722817?s=20

Restando nel nord del mondo, la temperatura media di gennaio nella capitale russa è stata sopra lo zero (0,1 gradi) per la prima volta in assoluto.

Nell’ Antardide argentina, invece, all’inizio di febbraio sono state raggiunte le temperature più alte di sempre: +18,3 gradi. Hanno superato definitivamente quelle del torrido 2015, dove avevano raggiunto il picco di 17,5 gradi.

L’importanza dei ghiacci

Questa ondata di calore ha ovviamente avuto effetti negativi anche sui ghiacci dei poli. Anzi, i ghiacci sono l’area del Pianeta che subisce gli effetti più immediati del riscaldamento globale. La copertura glaciale si è infatti abbassata nel gennaio del 2020 rispetto alla media 1981-2010. In Antartide l’estensione del ghiaccio ha raggiunto i 4,6 milioni di km2, ovvero 0,9 milioni al di sotto della media 1981-2010 di gennaio. Il 2020 è il quarto anno consecutivo con un’estensione notevolmente inferiore alla media di gennaio.

E’ importante soffermarsi sui poli poiché i ghiacci hanno un’importanza cruciale nel regolare la temperatura terrestre. Le superfici bianche infatti sono le uniche a poter riflettere le radiazioni del sole. Anch’esse, oltre all’effetto serra provocato dall’anidride carbonica, possono causare un aumento della temperatura. Lo scioglimento dei ghiacci sarà quindi causa di un ulteriore riscaldamento, e si creerà così un circolo vizioso inarrestabile.

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Un mondo in fiamme

Anche nel resto del mondo, comunque, le temperature di questo gennaio sono state molto alte. Si pensi prima di tutto all’Australia, devastata dagli incendi per tutta la durata di gennaio. Ma, sempre secondo Copernicus, le temperature sono state molto al di sopra della media nella maggior parte degli Stati Uniti e del Canada orientale, in Giappone e in alcune parti della Cina orientale e del sud-est asiatico.

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Come ci ricorda la CNN, la comunità internazionale aveva dichiarato nell’accordo sul clima di Parigi che i paesi partecipanti si sarebbero adoperati per mantenere il riscaldamento globale limitato a 1,5 gradi.
Ma la media del mese scorso è stata tra gli 1,2 e 1,4 gradi celsius, avvicinandosi quindi molto pericolosamente a questa soglia.

L’infiltrazione di Eni nelle scuole

“Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”. Soprattutto quando si parla di Eni. Noi per primi avevamo accolto con gioia la notizia dell’introduzione della materia di educazione ambientale nelle scuole. Una misura d’avanguardia su scala internazionale. Ed ecco che, dopo appena un mese, bisogna ritirare quanto detto in precedenza e, per l’ennesima volta, provare un pizzico di vergogna e tanto sconforto pensando alle persone che occupano i luoghi di potere di questo paese.

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I seminari di Eni sull’educazione ambientale

Roma, 21 gennaio 2020. Antonio Giannelli, Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP), e Claudio Granata, Chief Services & Stakeholder Officer di Eni, siedono fianco a fianco presso la sede Eni con un sorriso stampato in volto. I documenti che si apprestano a firmare sanciscono un accordo che permetterà ad Eni di “formare il personale docente di ogni ordine e grado che avrà l’educazione civica come materia di studio obbligatoria. – si legge sul sito dell’Eni –  A partire da oggi ENI e ANP organizzeranno in tutta Italia dei seminari sulle tematiche ambientali, per affiancare le scuole e formare i docenti supportandone la capacità progettuale”.

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Un epilogo a dir poco deludente. E pensare che, durante la COP25, i delegati del nostro paese avevano sventolato questo provvedimento come se fosse una grande vittoria. L’Italia è infatti uno dei primi paesi ad introdurre l’educazione ambientale nelle scuole ma quest’intrusione di Eni rischia di vanificare tutto.

I tentacoli di Eni entrano nelle scuole

Inutile dire che la scelta di Eni come promotore di formazione sui temi ambientali nelle scuole sia palesemente inadatta. Per difendersi dagli attacchi degli ambientalisti, il colosso del settore oil &gas ha recentemente ricevuto un “A –“ nella valutazione indipendente del Carbon Disclosure Project Climate Change. La motivazione di questo riconoscimento è “giustificata” dal maggior impegno con cui l’azienda sta implementando azioni contro i cambiamenti climatici, se comparato alle aziende concorrenti. Peccato che, se il termine di paragone sono le altre compagnie petrolifere, risultare migliore delle altre non significa praticamente niente. Essere migliore di qualcun altro non basta di certo a renderti bravo in qualcosa. Eni resta comunque una delle aziende con il più alto contributo in termini di emissioni della storia dell’umanità e non ha alcuna intenzione di smettere.

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Andrea Poggio, responsabile nazionale per la mobilità e gli stili di vita sostenibili di Legambiente, ha dichiarato a Valori.it che “Eni fa solo un po’ di efficienza energetica, riduzione delle emissioni di metano dai pozzi e riduzione dei consumi. Ma il tutto è sempre e solo finalizzato all’estrazione di nuovi combustibili fossili. Non c’è traccia di decarbonanizzazione”. Basta un dato per spiegare cosa sia Eni e cosa voglia dal suo futuro prossimo. Secondo l’ultima relazioni di Mediobanca, di fronte ad un aumento del proprio fatturato del 13% tra il 2017 ed il 2018, che gli sono valsi un giro di affari di 75,8 miliardi di euro, nello stesso anno sono stati investiti nello sviluppo di progetti legati a fonti rinnovabili e all’ economia circolare solo 143 milioni di euro. Definirle briciole sarebbe a dir poco esagerato.

I dati sull’operato di ENI

Il 16 Luglio 2019 Legambiente ha pubblicato un rapporto denominato “Enemy of the planet”, in cui ha analizzato l’operato della multinazionale negli ultimi anni. I risultati non lasciano spazio ad alcun tipo di dubbio. Eni non ha nessuna intenzione di abbandonare i combustibili fossili. Tra il 2018 ed il 2019 l’azienda ha acquisito 29.300 km quadrati di nuovi terreni in cui effettuare nuove esplorazioni. Concessioni sparse tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco. Le sue attività di esplorazione e trivellazione sono aumentate costantemente nell’ultimo decennio.

Gli stabilimenti Eni sono ormai attivi in ogni parte del mondo: dall’Algarve (Portogallo) fino all’Alaska. E ancora Golfo del Messico, Venezuela, Oceano Indiano, Mar Caspio, Mare di Barents (Norvegia), Ghana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Nigeria. Sono enormi le conseguenze che i lavori di Eni hanno avuto sulle popolazioni di paesi più poveri come Ecuador e Nigeria dove, a causa di alcuni incidenti, sono state pronunciate delle sentenze a favore delle popolazioni locali che hanno fermato, almeno in parte, l’operato nelle suddette aree.

Val D’agri, Gela, Ragusa e canale di Sicilia: l’Eni che distrugge l’Italia

Restringiamo però il raggio d’azione e analizziamo alcuni dei disastri ambientali di cui è responsabile Eni nel nostro paese. In Val d’Agri, dove ha sede il più grande impianto di trivellazione su terra di tutto il continente europeo, i danni ambientali causati dal colosso petrolifero sono incalcolabili e perdureranno per diverse generazioni. In sedici anni sono stati contaminati circa 26mila metri quadri in un’area di 160mila, tra smaltimento illegale di rifiuti e fuoriuscite di petrolio.

Discorso simile per lo stabilimento di Gela. La raffineria sta per essere riconvertita per la produzione di olio di palma per un motivo preciso. Al momento è ancora aperto un processo in cui la procura accusa Eni di aver influito negativamente sulla salute dei cittadini. Nella vicina Ragusa, a partire dallo scorso Aprile, è invece in atto una fuoriuscita di petrolio dal pozzo Eni che andrà a inquinare le falde acquifere della zona. Sebbene la dirigenza aziendale abbia dichiarato di aver risolto il problema con l’innalzamento di barriere di contenimento e tecniche di pulizia dei bacini, Nadia Tumino, di Legambiente Ragusa, ha dichiarato, sempre a Valori.it, che “la fuoriuscita di petrolio continua e la collina percola e trasuda petrolio tutt’oggi”.

Ma non è finita qui. Sono stati registrati svariati incidenti anche negli impianti di trivellazione offshore, ovvero in mare. Nel canale di Sicilia, a 12 miglia circa dalla costa, giace la più grande piattaforma petrolifera fissa nel mare italiano ed anche qui è stato registrato un enorme sversamento che, secondo le stime del Ministero dell’Ambiente, ha recato danni per un equivalente di 69 milioni di euro.

Le scuole come punta dell’iceberg dell’infiltrazione di Eni in politica

La reazione delle associazioni ambientaliste ad una notizia di tale gravità non si è fatta attendere. Michele Carducci, professore ordinario di Diritto climatico all’Università del Salento, a nome del team di giuristi “Legalità per il clima”, sta già predisponendo, in collaborazione con i Teachers for Future italiani, una diffida indirizzata proprio ad Eni che verrà inviata al Ministero e, soprattutto, alla stessa ANP.

Peccato che, come raramente accade nel nostro paese, l’efficienza di Eni e di Anp, in questo caso, non abbia lasciato scampo. Tutti gli incontri sono stati infatti organizzati a massimo un mese di distanza dalla firma dell’accordo. L’ultimo si svolgerà a Bari il 20 febbraio.

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L’epilogo sarà dunque ancora una volta amaro. Un’amarezza figlia di un duplice problema che affligge il nostro paese quando si parla di Eni. Da un lato è ormai chiara l’influenza che un colosso di tale portata, che contribuisce in maniera decisiva all’economia italiana, ha sulle decisioni che vengono prese nel nostro paese. Dall’altro c’è, come sempre, una grave mancanza da parte dei mezzi di informazione sulle più svariate tematiche ambientali. Il fatto che questa notizia, ai limiti dello scandalo, sia passata totalmente in secondo piano la dice lunga sul ruolo marginale che la salvaguardia dell’ambiente svolge nel nostro paese. Più questa situazione si perpetuerà più aumentano le probabilità che Eni, o chi per lei, continuerà ad influire in maniera decisiva sulle politiche ambientaliste del nostro paese.