Mascherine, guanti e sanificazione: quali rischi ambientali?

Mascherina COVID

Qualcuno se ne ricorderà. Già qualche settimana fa, in tempi meno sospetti, quando la pandemia marciava ancora a regimi molto alti e la fase 2 non era che un miraggio, L’EcoPost aveva avvertito dai potenziali rischi che i DPI avrebbero portato all’ambiente. I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, in questi giorni sono nostri compagni inseparabili. In numerose regioni, ci sono ordinanze che obbligano i cittadini ad indossarli, in altre sono vivamente consigliati. Dal 4 maggio in poi, fino a quando saranno date nuove indicazioni, le mascherine andranno indossate nei luoghi pubblici chiusi. Una mascherina va sostituita ogni 5 ore circa. Per i guanti il ciclo di vita è ancora inferiore. Ognuno di questi dispositivi è un rifiuto speciale. Non differenziabile.

Un guanto monouso gettato a terra, Foto: GoNews

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Legambiente Marche lancia l’allarme

La situazione, naturalmente, si fa critica quando all’enorme utilizzo di questi prodotti si aggiunge l’inciviltà. Legambiente Marche, in seguito ad alcune segnalazioni nel maceratese, ha lanciato un grido di allarme. “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto segnalazioni di DPI abbandonati in strada. Sui marciapiedi, nei parcheggi dei supermercati, vicino a farmacie o esercizi commerciali aperti. Nella crisi sanitaria, molti cittadini si stanno purtroppo lasciando andare a comportamenti incivili e inaccettabili. Tutto questo non è tollerabile.” La comunicazione di Legambiente Marche appare piuttosto perentoria.

Parliamo di strumenti potenzialmente contaminati, dunque possibilmente infetti. Com’è ovvio, i guanti e le mascherine dismessi e abbandonati in strada sono un rischio sanitario per chiunque vi entri in contatto. Pensiamo soprattutto agli operatori ecologici, i quali devono entrarci in contatto a causa della brillantezza della persona che li ha gettati, nella più completa noncuranza del suo prossimo. Essi rischiano di infettarsi inavvertitamente per la leggerezza, potrei usare anche altre parole, di chiunque abbia smaltito i suoi DPI in tale sciagurata maniera.

Mascherine usate ritrovate in mare, al largo di Ancona. Foto: Corriere Adriatico

Mascherine e guanti, la difficoltà dello smaltimento

Il potenziale danno ambientale dovuto a questi prodotti è considerevole. Muoviamo dal ragionamento di Legambiente Marche per generalizzare a livello mondiale il problema. Macerata è naturalmente una piccola cittadina di provincia, poco nota a chiunque stia leggendo lontano dalle Marche, non fosse per un bruttissimo episodio di cronaca nera capitato in città qualche anno fa. Se in ogni conglomerato urbano troviamo la stessa problematica denunciata dall’associazione ambientalista – com’è davvero probabile – la situazione si fa seria.

I DPI sono realizzati in fibra di polipropilene o poliestere, ovvero plastica. Alternativamente, soprattutto i guanti, possono essere realizzati in lattice, nitrile, pvc o altri materiali sintetici. La facciamo semplice? Questi prodotti non hanno nulla nella loro composizione di anche solo lontanamente naturale. Ragioniamo un attimo su che cosa significhi abbandonare queste protezioni sul ciglio della strada. Alla prima precipitazione copiosa, mascherine e guanti buttati in terra, o ancor peggio in mezzo ad aiuole e cespugli, rischiano di essere trascinati dal flusso dell’acqua piovana. Tale veicolo li condurrà inevitabilmente all’interno dei reticoli idrografici superficiali, o dei tombinati. Da lì, naturalmente, il passo successivo è lo sbocco in mare.

L’intelligenza è il principale alleato

Non dovrebbe servire scriverlo ma dal momento che farlo non costa nulla procederemo. Evitiamo di abbandonare guanti e mascherine in strada. Non liberiamoci di questi prodotti in una maniera tanto sciocca, pericolosa e nociva del decoro urbano (oltre che dell’ambiente). L’ideale è gettarle nella raccolta indifferenziata, qualora fosse possibile dedicando un sacco apposito alle protezioni sanitarie. Nel caso si fosse positivi, poi, ogni rifiuto diventa automaticamente speciale. In tal caso occorre sospendere completamente la raccolta differenziata, chiudere in maniera vigorosa i sacchetti della spazzatura, conservarla in un ambiente nel quale non possano accedere animali domestici e, naturalmente, avvertire chi gestisce la raccolta dei rifiuti nel municipio di residenza.

Nello schema, come disporre correttamente dei DPI dopo il loro utilizzo

Mascherine, guanti e sanificazione

Ritornando al comunicato di Legambiente Marche, l’associazione ha aggiunto come occorra prestare attenzione anche al modo in cui si effettuano le sanificazioni. La questione principale, a tal riguardo, è l’utilizzo di ipoclorito di sodio. L’abuso di tale sostanza infatti è nocivo per l’ambiente. Legambiente raccomanda di sanificare solo i luoghi ove sia strettamente necessario farlo e, comunque, sempre in aree circoscritte. “Ai forti dubbi sulla reale utilità delle attività di disinfezione su larga scala in esterni, si accompagna la forte preoccupazione per l’uso di ipoclorito di sodio” afferma l’associazione ambientalista per bocca del suo direttore generale, Giorgio Zampetti. Stando anche a quanto riportato nelle note dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISPRA, infatti, gli interventi con ipoclorito di sodio sono impropriamente definiti sanificazione, poiché corrono il rischio di essere troppo invasivi per persone ed ambiente.

Il prodotto, ci dice la stessa Legambiente, è “corrosivo per la pelle e dannoso per gli occhi. Potenzialmente in grado di liberare sostanze pericolose e per l’ambiente con conseguente esposizione della popolazione a gravi rischi.”

Disinfezione di una strada con ipoclorito di sodio. Molti sono i dubbi sull’utilità del prodotto per la sanificazione batterica all’aperto

L’ipoclorito di sodio

Perché mai Legambiente ha sottolineato questo prodotto? Che cos’è l’ipoclorito e per quale motivo dobbiamo fare attenzione al suo utilizzo? L’ipoclorito è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. In chimica, lo si indica in formula NaCIO.

Il suo caratteristico colore giallo paglierino e il suo ancor più caratteristico odore penetrante lo rendono facilmente riconoscibile. Quasi nessuno, però, lo chiama con il suo nome. Usato comunemente come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito è noto più comunemente come candeggina, varichina, o ancora, secondo il nome registrato da Angelini Pharma, Amuchina. Naturalmente, in ognuno di questi prodotti, così come nelle loro varianti diffuse a livello regionale (nitorina, acquina, niveina, conegrina, acqua di Labarraque…) l’ipoclorito è diluito in soluzione acquosa, con una percentuale variabile tra l’1 e il 25%. Il prodotto non viene mai adoperato, né commercializzato, in forma pura.

L’ipoclorito, infatti, è un sale pentaidrato particolarmente instabile, che fonde già a soli 18 gradi e può decomporsi, per sfregamento così come per riscaldamento, in maniera anche particolarmente violenta. Per tal motivo, la percentuale del 25% è solitamente ritenuta la misura massima di concentrazione nel suo utilizzo comune. Viste queste sue proprietà, occorre prestare cautela nel suo utilizzo.

Attenzione alla Fase 2

Naturalmente, siamo tutti piuttosto sollevati dal pensiero che stiamo entrando nella fase 2 e presto assisteremo ad un alleggerimento delle misure di distanziamento. Come ben sappiamo però, è necessario fare attenzione, in questa fase, a rispettare tutte le regole che ci verranno date. Se ciò vale per ognuno di noi, nella lotta al contagio e nel contenimento dell’emergenza sanitaria, lo stesso discorso vale dal punto di vista ambientale. “Auspichiamo che i Comuni adoperino con buon senso ed accortezza quei 70 milioni di euro in arrivo per la sanificazione degli uffici, dei mezzi e degli ambienti.” Il riferimento è alla somma che il Governo ha destinato ai presidi locali per disinfettare gli spazi. Non possiamo che unirci all’auspicio di Legambiente.

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Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

Milano

Milano, sabato pomeriggio. Un rumore fortissimo, seguito da una deviazione incontrollabile del manubrio mi costringono ad accostare. Ero terrorizzata, ma non sentivo alcun male. Inizialmente pensavo fosse stata l’adrenalina ad aver bloccato qualunque sensazione di dolore fisico, per darmi la possibilità di reagire e togliermi dalla strada. Poi mi sono resa conto di non essermi fatta nulla. L’unico danno lo aveva subito lo specchietto della macchina che, sfrecciando verso il semaforo rosso successivo, aveva sfiorato la mia bicicletta noleggiata. Il piano Strade Aperte previsto per Milano nel post-epidemia di coronavirus forse eviterà che questo e molti altri fatti spiacevoli si perpetuino nel capoluogo lombardo.

Cosa prevede il piano

Il Piano Strade Aperte annunciato il 20 aprile per la città di Milano è stato definito dal Guardian molto ambizioso. Prevede infatti la riconversione di 35 chilometri di strade in piste ciclabili, marciapiedi, aree pedonali, oltre che l’abbassamento dei limiti di velocità a 30km/h in molte più zone. Il tutto potrebbe essere già pronto prima dell’estate, specialmente per quanto riguarda le strade più importanti, come gli 8 chilometri di Corso Buenos Aires.

I motivi di questa decisione sono riscontrabili nell’impatto del coronavirus sulla vita della città, sia attualmente che dopo la fine dell’epidemia. Innanzi tutto l’inquinamento atmosferico si è ridotto notevolmente poiché la congestione del traffico si è ridotta del 75%. Dalla pagina “Aria di Milano”, che raccoglie giornalmente i dati dell’Air Quality Index, si può vedere quanto durante questi mesi l’aria di Milano sia migliorata. Dal 1 aprile al 25 aprile, infatti, sono state registrate 17 giornate in cui l’aria ha raggiunto lo stato “eccellente”, con un AQI sotto ai 50. In tutto il mese di gennaio ne erano stati registrati soltanto 2. Sempre a gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo.

L’importanza delle azioni individuali

La speranza è che tutto questo aumenterà la consapevolezza, da parte dei cittadini, dell’importanza che le nostre azioni individuali hanno sulla collettività. A ridurre l’inquinamento non è stata infatti chissà quale scoperta scientifica o macchina futuristica. È stato ognuno di noi, recandosi all’alimentari più vicino invece che al grande centro commerciale in periferia, limitando gli spostamenti inutili e lavorando da casa. Tutte pratiche che si spera verranno perpetrate, dove possibile, anche dopo l’epidemia.

Leggi anche: “Coronavirus, il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento smart working”.

La speranza, però, non basta. Molti esperti infatti prevedono che accada il contrario, ovvero un aumento delle emissioni dovuto ai più frequenti spostamenti tramite automobile. Questo perché i mezzi di trasporto pubblici subiranno, durante la fase due, alcune restrizioni.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha annunciato su Facebook che “Il traffico in metro sarà del 25% in meno rispetto a prima. Potremo far entrare massimo 75 persone alla volta. Se non si trovano altre formule, non se ne esce più: quindi anche l’idea di parlare di piste ciclabili non è una scelta ideologica, ma è una scelta di visione e anche di necessità”. Nella metropolitana sono già stati disegnati sul pavimento i segni per permettere alle persone di rispettare le misure di distanziamento sociale.

Fonte: Adkronos

La crisi dei mezzi pubblici, bike e car sharing

Queste restrizioni causeranno non pochi disagi per chi deve recarsi al lavoro, vista l’usuale congestione della metropolitana durante le ore di punta. Qualcuno potrebbe non fidarsi della mia esperienza personale, che spesso prevedeva la rinuncia all’entrata nel vagone troppo affollato e l’attesa della corsa successiva. I dati però confermano che il 55% degli abitanti di Milano utilizza i mezzi pubblici per andare al lavoro. Se gran parte di questi iniziasse ad utilizzare la macchina, il problema dell’inquinamento, già poco gestibile, andrebbe definitivamente fuori controllo.

Inoltre pratiche come car sharing e bike sharing saranno giustamente considerate dalle persone potenziali pericoli per la diffusione del virus. Di qui la probabile scelta di utilizzare l’auto privata, ritenuta più sicura e igienica. Ecco allora l’importanza del progetto Strade Aperte: non costringere le persone ad utilizzare l’auto privata più di prima ma facilitare gli spostamenti a piedi, con il monopattino elettrico o con la bicicletta privata.

Un modo per salvare l’economia

Inoltre, come ha fatto notare al Guardian Marco Granelli, vice sindaco di Milano, una nuova mobilità aiuterebbe anche l’economia cittadina. “Abbiamo lavorato per anni per ridurre l’uso dell’auto. Se tutti guidano una macchina, non c’è spazio per le persone, non c’è spazio per muoversi, non c’è spazio per attività commerciali al di fuori dei negozi.”

E continua: “Pensiamo di dover reimmaginare Milano nella nuova situazione. Dobbiamo prepararci; ecco perché è così importante difendere anche questa parte dell’economia, sostenere bar, artigiani e ristoranti. Quando sarà finita, le città che hanno ancora questo tipo di economia avranno un vantaggio, e Milano vuole essere in quella categoria “.

Il progetto per Corso Buenos Aires.

Una città all’avanguardia

Milano è una città che cambia velocemente, di anno in anno, e che non ha nulla da invidiare alle maggiori e più sviluppate metropoli mondiali. Tanto che, anche per le questione ambientali, ha già preso iniziative esemplari per il mondo intero.

Un esempio è il “Bosco Verticale“, l’innovativo palazzo di Stefano Boeri la cui costruzione è terminata nel 2014. Questo edificio rappresenta un progetto pilota per una nuova generazione di edifici eco-sostenibili. Come ha affermato uno dei progettisti, “Il Bosco Verticale è un progetto di riforestazione metropolitana che contribuisce alla rigenerazione dell’ambiente e alla biodiversità senza espandere la città sul territorio. (…) In ogni Bosco Verticale è presente una quantità di alberi che occuperebbe una superficie di 20.000 mq.

Il sistema del Bosco Verticale aiuta nella creazione di uno speciale microclima, produce umidità e ossigeno, assorbe particelle di CO2 e polveri sottili. (…) I diversi tipi di vegetazione creano un ambiente che può anche essere colonizzato da uccelli e insetti, trasformandolo in un simbolo della ricolonizzazione spontanea della città da parte di piante e animali”. Ironicamente questo progetto può rappresentare in piccolo quello che è successo durante il lockdown da coronavirus, ovvero la riappropriazione, da parte della natura, degli spazi cittadini.

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Un altro esempio della virtù milanese è stata l’inaugurazione, nel febbraio dell’anno scorso, della ZTL più grande d’Italia e la seconda in Europa. Un progetto che limita la circolazione in tutta la città, specialmente per le automobili a Diesel. Il provvedimento ampliava le misure già restrittive della zona centrale, dove è vietato circolare se non muniti di un permesso acquistabile alla non modica cifra di 5 euro al giorno.

Un esempio per tutti

Provvedimenti in stile “Strade Aperte” serviranno in tutte le grandi città per sviluppare la cosiddetta mobilità attiva (pedonalità e ciclabilità), oltre che della micromobilità (hoverboard, segway, monopattini elettrici). E, come ha dimostrato Janette Sadik-Khan, l’ex commissario per i trasporti di New York, dichiarando di guardare a Milano per il futuro della mobilità della città più importante degli Stati Uniti, Milano potrebbe diventare un esempio positivo per tutto il mondo.

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Dakota Access: l’oleodotto della discordia

Dakota Access può rappresentare un serio rischio per l'ambiente e le comunità indigene

Dakota Access: l’infrastruttura

Lo chiamano DAPL, acronimo di Dakota Access Pipeline. Aldilà del nome musicale e scorrevole però, si tratta di un nuovo smacco autorizzato, firmato e sottoscritto dall’amministrazione Trump nei confronti dell’ambiente. Si tratta di un oleodotto interrato statunitense lungo 1886 km. Il condotto ha origine nel North Dakota occidentale, ove è localizzata la riserva petrolifera denominata Bakken. A partire da questo Stato, la pipeline si snoda sotto i territori del South Dakota, dell’Iowa e dell’Illinois, fino a terminare nei pressi di Patoka. Assieme al suo oleodotto gemello, Energy Transfer Crude Oil Pipeline – il quale nasce a Patoka per concludersi in Texas – forma il celeberrimo sistema Bakken, una delle più discusse infrastrutture energetiche statunitense. Il Bakken è tempio e simulacro di quanto inquinante ed arretrato sia l’approvvigionamento energetico degli States, la prima economia mondiale.

Il Dakota Access in costruzione, Foto: Lifegate

I proprietari di Dakota Access

L’oleodotto è di proprietà dell’azienda Energy Transfer, la quale detiene circa il 36,4% delle quote della MarEn Bakken Company LLC e di altri partner finanziari che sono proprietari di quote più piccole. La MarEn Bakken Company è un’azienda creata per supervisionare il sistema Bakken ed è di proprietà della Enbridge Energy Partners e di MPLX, un’associata di Marathon Petroleum. Marathon è una delle maggiori aziende operanti nel settore della raffinazione petrolifera; nei soli Stati Uniti possiede 16 raffinerie in grado di produrre, giornalmente, oltre 3 milioni di barili di petrolio raffinato. Nella lista Fortune 500 del 2018, quella che classifica le più redditizie aziende mondiali, Marathon era al numero 41. La digressione di questo paragrafo può apparire come stucchevole esercizio finanziario ma è stata riportata per far meglio comprendere, al lettore poco ferrato, quali interessi ruotino attorno a questo progetto.

Il settore petrolifero è una sorta di buco nero, nonostante gli sforzi mirati a convertire l’approvvigionamento energetico mondiale, è ancora uno dei campi più redditizi a livello mondiale. La lobby del petrolio è stata capace. nel corso del ‘900 di allungare i suoi tentacoli ovunque.

Politica ed economia

L’oro nero batte ancora abitualmente cassa a Wall Street e uno squalo come Donald Trump lo sa bene. Stando alla dichiarazione dei redditi del Presidente, egli deteneva, nel maggio 2016, dunque prima di venire eletto, circa 50mila dollari di azioni della Energy Transfer. L’anno precedente aveva dichiarato di detenere una quota azionaria aziendale ancora maggiore (si parla di una cifra tra i 500mila e il milione di dollari). Il Presidente ha dichiarato di aver ceduto le sue quote nel corso dell’estate 2016, notizia riportata anche dal Washington Post. Qualunque sia la situazione del portafoglio azionario di Trump, nulla toglie che la sua trionfale campagna elettorale abbia ricevuto 103mila dollari da Kelcy Warren, il CEO di Energy Transfer Partners.

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Non stupiamoci dei legami tra politici e petrolieri, specialmente negli USA; l’ex governatore del Texas, Rick Perry, è stato membro del board dirigenziale di Energy Transfer fino al 2016. Quell’anno si è dimesso. A seguito della nomina ricevuta da Trump a segretario per l’energia. Dallo scorso anno, non ricopre più tale carica. In un intervento pubblico, il Presidente ha ammesso di appoggiare la realizzazione di DAPL. Secondo una nota del suo staff, la posizione di The Donald “non ha nulla a che fare con gli investimenti personali.”

Rick Perry e Donald Trump, Foto: Business Insider

Le caratteristiche dell’oleodotto

Il diametro della pipeline è di almeno 1,2 metri in ogni suo punto e la capacità è di ben 470mila barili al giorno (circa 75mila m3/d) di petrolio grezzo. La costruzione, partita nel giugno del 2016, si è conclusa ad aprile 2017. Il 14 maggio 2017 il primo barile di petrolio ha percorso il DAPL; il primo giugno seguente, l’oleodotto è diventato commercialmente operativo. Il progetto è costato circa 3,78 miliardi di dollari. Attivisti e politici, non solo statunitensi, hanno evidenziato l’impatto ambientale dell’opera. A seguito di un ricorso, un giudice distrettuale ha stabilito, nel mese di marzo 2020, che il governo non aveva studiato l’impatto ambientale del Dakota Access a sufficienza. In seguito a ciò, lo United States Army Corps of Engineers è stato incaricato di condurre una nuova verifica dell’impatto ambientale. A quasi 3 anni dall’inaugurazione.

Dakota Access e ambiente

Naturalmente, questo articolo non serve solo a constatare l’ovvio. Il centro della questione DAPL non è tanto la collusione tra politica e finanza, non è tanto quello di evidenziare come la lobby petrolifera sia ancora troppo potente da sconfiggere, per quanto entrambi questi due concetti sono molto importanti, all’interno della battaglia ambientale. Il nocciolo della questione, invece, è il fatto che un Paese avanzato come gli USA continuino, imperturbabilmente, ad investire sul fossile.

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La costruzione di un simile serpente di metallo, di un tale mostro ecologico, è stata fortemente avversata, fin dall’inizio della pianificazione. Era il lontano 2014 e il Presidente degli Stati Uniti era ancora Barack Obama; lo stesso che partecipava ai documentari di Leonardo Di Caprio, dicendo che la tutela ambientale doveva essere al centro dell’agenda politica, se ricordate. Obama si è dichiarato contrario alla realizzazione del DAPL e ha preso tempo finché ha potuto; la sua amministrazione però non ha mai fatto nulla di davvero concreto per impedirne la costruzione, accontentandosi di lasciare la palla in mano a chi ne avrebbe preso il posto.

Proteste tribali

Tra i primi ad opporsi alla costruzione vi sono stati i nativi americani della tribù Meskwaki, la cui capotribù, Judith Bender, ha da subito segnalato come il tracciato del Dakota Access corra il rischio di andare a prendere il posto dell’oleodotto Keystone XL, altra pipeline contro la cui realizzazione i nativi si stanno battendo. In merito al Keystone, i nativi sembrano avere il coltello dalla parte del manico, come si suol dire, e la sua effettiva costruzione è in serio dubbio. Le tribù Sioux di Standing Rock e Cheyenne River si sono presto unite alla protesta, poiché il progetto taglia diversi luoghi sacri delle comunità, luoghi che ricadono all’interno di riserve protette e, dunque, dovrebbero essere intoccabili. Dovrebbero, appunto.

Una mappa del tracciato dell’oleodotto. Su di essa è indicata anche la zona delle proteste; la riserva indiana di Standing Rock.

Un’annosa questione

L’argomentazione delle tribù è che la realizzazione dell’oleodotto minacci l’acqua, il popolo, la terra e lo stile di vita dei nativi. La verifica ambientale del 2015, prima che la costruzione cominciasse, ha autorizzato il cantiere. Le tribù hanno continuato a protestare per anni, fino a poche settimane fa, quando hanno accolto con gioia il ricorso giudiziario di cui si è scritto. Secondo alcuni ambientalisti e rappresentanti delle tribù, la prima verifica era intrisa di razzismo ambientale a danno delle tribù di nativi. Se così fosse, non sarebbe certo nulla di nuovo per gli Stati Uniti.

D’altra parte, i costruttori, nella fattispecie Energy Transfer per bocca di Kelcy Warren, sostengono di aver avuto poco meno di 400 incontri con oltre 50 tribù di nativi americani prima di iniziare la realizzazione. Secondo Warren, l’oleodotto non passa sotto alcuna proprietà tribale. I 389 incontri tra i costruttori e le tribù sono documentati e, similmente, difficilmente Warren mente, riguardo all’attraversamento di proprietà private. Come ci insegna la storia, però, le tribu dei cosiddetti indiani non basano la loro vita sul possesso e sulla proprietà privata. Per queste persone anche campi, montagne, alberi e fiumi possono essere sacri e nuclei religioso – spirituali della comunità. Ovviamente, nessuno ha la proprietà di questi elementi naturali se non lo Stato.

Documentario realizzato da VOX sulle proteste a Standing Rock

Praticamente dalla scoperta dell’America in poi, comunità bianche e di nativi americani continuano a scontrarsi sulla questione della proprietà privata. Da quando i colonizzatori europei hanno cominciato a recintare i propri spazi, le tribù si sono trovate praticamente in gabbia sulla loro stessa terra. Pensiamo alla loro situazione come a una perenne privazione di diritti e spazi, come un continuo lockdown. Naturalmente, l’EcoPost si occupa di ambiente e non di cultura angloamericana; in questo preciso contesto, però, le due cose sono legate molto strette.

La minaccia del Dakota Access

Nonostante le tribù native siano state i primi e, probabilmente, principali oppositori del progetto, anche altri americani hanno preso parte alle proteste. Gli Stati interessati dall’oleodotto sono, in gran parte, rurali. Numerosi agricoltori, specialmente quelli che vivono e lavorano in Iowa, si sono detti preoccupati dall’erosione del suolo e la riduzione della fertilità successiva alla realizzazione della pipeline. Il sottosuolo dell’Iowa è piuttosto ricco di risorse idriche, le quali corrono ora il rischio di contaminarsi o venire disperse. A ciò, va aggiunto che vi sono zone, lungo il tragitto del Dakota Access, suscettibili di allagamenti. Qualora si verificasse un simile fenomeno in un punto nel quale, malauguratamente, l’oleodotto avesse una perdita, ci troveremmo di fronte ad un disastro ambientale.

Da parte sua, il costruttore ha garantito che avrebbe riparato qualunque danno causato dagli operai, o dal loro lavoro, alle riserve interrate, facendosi carico dello sradicamento delle erbe infestanti presenti negli Stati, diffusesi inevitabilmente durante le fasi di scavo.

Servizio di FOX News sull’inizio dei lavori per il Dakota Access

Ambiente e salute

Numerose associazioni impegnate per l’ambiente si sono opposte con forza a questo progetto. Greenpeace e lo Science and Environmental Health Network, insieme a 160 scienziati impegnati in prima linea per la tutela ambientale, hanno firmato, a suo tempo, una petizione contro DAPL, rimasta inascoltata. Attivisti per l’ambiente in ogni angolo del mondo si sono scagliati contro la mancanza di considerazione ambientale dimostrata dai progettisti. Principale timore, come già denunciavano gli agricoltori, è la catastrofica possibilità di una perdita di petrolio nelle acque del fiume Missouri, fonte di acqua potabile per milioni di cittadini. Per quanto remoto possa apparire un tale rischio, teniamo presenti due dati che al lettore italiano saranno probabilmente sconosciuti.

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L’operatore dell’oleodotto, Sunoco Logistics, è sotto indagine per circa 200 perdite verificatesi negli impianti che gestisce. Nessun concorrente ha sprecato così tanto olio grezzo, da impianti onshore, dal 2010 ad oggi. Le stime della Pipeline and Hazardous Materials Safety Administration, l’autorità americana in merito, segnalano che la Sunoco abbia sprecato 3406 barili di petrolio (oltre 540 metri cubi) negli ultimi 10 anni.

Fin da subito, dal 2015, inoltre, gli ambientalisti hanno avviato una class action contro il costruttore, accusandolo di aver condotto una analisi ambientale incompleta. A parer loro, il rigore della prima analisi fu troppo poco, citando come progetti ben meno impattanti di DAPL richiedano analisi più approfondite e durature. Entrando nel merito, senza perderci in tecnicismi poco comprensibili, diciamo soltanto che Dakota Access non presenta alcuno spill response plan per il fiume Missouri e non ha dedicato luoghi vicini per il deposito di attrezzature necessarie alla prima risposta ad una crisi ambientale provocata da danneggiamento dell’oleodotto. In sostanza, non c’è nulla di pronto qualora si dovesse davvero fronteggiare un incidente con sversamento di petrolio nel fiume.

Prospettive future

Per tal motivo, il tribunale ha deciso di far condurre una nuova analisi ambientale. Comunque vada, però, gli ambientalisti hanno già perso. L’oleodotto è attivo e ha creato oltre 50 posti di lavoro, tutti già occupati da personale regolarmente assunto. Qualora la nuova analisi dimostri che il progetto è più pericoloso di quanto originariamente stabilito (com’è molto probabile), difficilmente un Paese come gli USA prenderà provvedimenti contro una infrastruttura la quale, nel solo Iowa, genera un indotto che coinvolge circa 4000 lavoratori e mette in circolo milioni di dollari tra produttore, fornitore e consumatore. In barba ai nativi, agli agricoltori, ai cittadini che dipendono dal Missouri e, in ultima analisi, a tutti noi che ci preoccupiamo della questione ambientale, il Dakota Access è al suo posto. Il lungo serpente metallico, incurante della minaccia che presenta all’ambiente, trasferisce petrolio lungo gli States.

Il Dakota Access può rappresentare una seria minaccia per l'ambiente e le comunità indigene
Nativi americani e attivisti festeggiano la sentenza che ordina una nuova verifica ambientale per l’impatto di DAPL, Foto: New York Times

Il Paese delle autostrade leggendarie e della libertà di movimento, concede lo stesso privilegio anche al petrolio. Finché ci sarà questa amministrazione difficilmente le cose cambieranno. In tutta onestà, le probabilità di vedere miglioramenti dal punto di vista ambientale sono molto poche, anche qualora il prossimo Presidente dovesse chiamarsi Joe Biden. L’ex vice di Obama è più noto per le sue gaffe che per la sua politica e le sue posizioni sono conservatrici, non certo progressiste, questo teniamolo bene a mente. Esattamente come nel 2016, la scelta presidenziale a novembre sarà de facto tra un repubblicano radicale ed uno moderato.

Ambiente: la chiave per ripartire

Smart working, l'economia può ripartire con un occhio di riguardo per l'ambiente?

Il titolare del Ministero per l’Ambiente, Sergio Costa, in una recente intervista riportata dall’ANSA, ha detto la sua riguardo al post-emergenza coronavirus. Gli scienziati, o perlomeno la maggior parte di essi, ci ripete come, in questi giorni, l’Italia stia affrontando il famoso “picco” del contagio. Un momento che attendevamo un pò come i bimbi attendono la mattina di Natale, rimandato di settimana in settimana fino a non molti giorni fa.

Sergio Costa, ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

L’ambiente al primo posto

Costa, naturalmente, ha messo al centro del suo ragionamento l’ambiente. Secondo il ministro, sarà però impensabile ripartire, quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia, senza agire con l’obiettivo di tutelare e proteggere l’ecosistema. “Nessuno vuole immaginare un mondo che rallenti o non produca. Vogliamo però che produca mettendo al primo posto la tutela della salute e dell’ambiente”. Così ha parlato il ministro, all’interno di una intervista rilasciata alla trasmissione L’Italia s’è desta, la quale va in onda sulle frequenze di Radio Cusano Campus.

“Approfittiamo di questa emergenza per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità completamente diversa.” Ha proseguito il ministro, chiamando in causa ogni cittadino. In fin dei conti, il rispetto e la tutela ambientale non sono certo pertinenza soltanto di industrie e governi. Come ben sappiamo, anche se fin troppo spesso ce ne dimentichiamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, una responsabilità importante verso il nostro pianeta. Questi giorni di reclusione morbida, di distanza sociale e di isolamento, si stanno dimostrando una vera e propria manna dal cielo per l’ecosistema, con emissioni inquinanti controllate e tollerabili pressoché in ogni dove. Esattamente quello a cui si riferivano tutti gli ambientalisti, così come spesso chi, proprio come noi su L’EcoPost, fa storytelling ambientale, quando affermavamo che è l’uomo il principale inquinante sul pianeta. Con buona parte dell’umanità in quarantena, la Terra respira.

La natura reclama i suoi spazi

Stanno girando il mondo le immagini di capre cashmere che passeggiano per le deserte cittadine del Galles, occupando strade e brucando siepi nei giardini. Similmente, in alcuni centri montani italiani, lupi e altri animali soliti vivere nel bosco, lontani dall’uomo, sovente si avvicinano ai nuclei urbani, approfittando dello spazio concesso loro dall’uomo in quarantena. L’ambiente muta, e lo sta facendo con forza durante questi giorni di isolamento per l’uomo. Con frequenza sempre maggiore, ad esempio, vengono avvistati branchi di lupi. Alcuni individui si avventurano anche in città costiere, ad esempio in Abruzzo, dove dalla Majella si spingono in centri urbani e periurbani.

Qualora ci dovesse capitare di imbatterci in qualche esemplare di questo splendido animale, o di altre specie che, approfittando del periodo, si avvicinano alla città, teniamo a mente le parole del veterinario Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco Nazionale della Majella. “Non minacciamo lupi, caprioli o cinghiali. Solitamente si allontanano non appena vedono persone. Allontaniamoci gradualmente, senza mostrare paura o aggressività. Se l’animale dovesse avere un comportamento troppo confidenziale, non va sfidato.”

Il trend della selvaggina in città non è dovuto solo al COVID, in Abruzzo è già attualità da qualche anno. La situazione attuale, però, ha rafforzato il fenomeno

Ambiente: il messaggio del ministro

Nell’intervista con cui ho aperto, il ministro Costa prosegue lanciando un messaggio importante, di cui dobbiamo tener conto. “Il mondo del dopo sarà molto diverso da quello pre – COVID. Cambiamo il paradigma produttivo, non solo per raggiungere un’economia più umana ma anche ambientalmente più sostenibile. Non è solo questione di allocare risorse in termini di fondi, quanto di modificare le norme. E lo stiamo facendo. In queste settimane in cui il Ministero ha rallentato l’attività, non abbiamo rallentato il pensiero.” Al momento, non si vede ancora, in concreto, una traduzione di questo più che condivisibile pensiero del ministro.

Milano, motore economico d’Italia, è deserta come numerose altre città durante il lockdown. Foto: Artribune

Naturalmente, siamo più che lieti di ascoltare questo suo impegno. Lo stile di vita che abbiamo condotto fino all’inizio della quarantena; la nostra società ossessionata dalla crescita senza alcun termine, senza alcun limite, senza alcuna verifica che il pianeta sia in grado di assorbire ed accettare gli scatti isterici del capitalismo delle disparità, ci hanno portato a minare gli equilibri dell’ecosistema e a mettere in crisi profonda il nostro habitat. La grande opportunità che ci è stata concessa da questo difficile periodo è sotto gli occhi di tutti. Gli sforzi, sociali ed economici, messi in atto per controllare la pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto ovunque l’impatto dell’attività economica, portando a miglioramenti localizzati, seppur decisi, della qualità dell’aria. La riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia, però, non può certo sostituirsi all’insieme di azioni concrete ancora necessario ad arginare il cambiamento climatico.

Come ci ha ricordato la Organizzazione Meteorologica Mondiale, però, è presto per trarre conclusioni definitive circa l’influenza che questo rallentamento, causa pandemia, delle emissioni avrà sulle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

Nell’elaborazione un raffronto tra la concentrazione di diossido di azoto NO2 sulla Pianura Padana. L’immagine di sinistra si riferisce al 31 gennaio, quella di destra al 15 marzo. L’elaborazione di Copernico, servizio che monitora l’atmosfera, vale più di molte parole

Burocrazia ed impegno quotidiano

“Quando si incrementa la burocrazia si rende più fragile il sistema e l’economia criminale riesce ad inserirsi, diventando intermediario. Stiamo semplificando il sistema, rendendolo più tracciabile” Ha affermato Sergio Costa, dimostrando di avere una visione piuttosto chiara del quadro che, fin troppo spesso e volentieri, lega a doppia mandata sfruttamento ambientale e criminalità organizzata, spesso al soldo della finanza e dell’economia speculativa.

In chiusura del suo intervento, il ministro ha voluto ricordare che cosa possiamo fare individualmente, nell’isolamento casalingo, per l’ambiente. “Tutti siamo chiamati a restare in casa. Questo può essere un modo per scoprire nuovi percorsi, per cambiare atteggiamento. Dobbiamo ricostruire una mentalità nuova per quando ripartiremo. Questa mentalità nuova inizia dalle famiglie. La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato.” Il riferimento è alla campagna ministeriale #ricicloincasa.

Anche l’ambiente è in crisi

La pandemia, ovviamente, si è presa, in questo periodo, la totalità dei riflettori. Qualunque medium consultiamo in questo periodo, il tema principale – persino l’unico, abbastanza di consueto – è il COVID – 19, l’appiattimento delle curva e questa fantomatica fase 2 che profuma di leggenda. Non che ciò sia evitabile, l’argomento caldo è questo e la stampa, così come chiunque orbiti nel mondo dell’informazione, incluso questo spazio, ne scrive e/o ne parla. Non scordiamoci però, tra una fuga a fare la spesa e una serata di fronte al computer, tra la lettura di un buon libro e l’invasione della cucina per provare questa o quell’altra ricetta che mai più realizzeremo nel corso della nostra vita, di quella che era una crisi seria e impegnativa già da prima: quella ambientale.

Ci stiamo scordando di quella battaglia, e ciò è preoccupante, poiché corriamo seriamente il rischio di dover rifar tutto al termine di questo momento. Quando questo periodo si sarà concluso, ricominceremo a trascurare le emissioni per riportare l’industria ai livelli precedenti alla pandemia? Lo faremo in nome di quella crescita di cui sopra? Se così fosse, e ahinoi è una possibilità tutt’altro che remota, ci ritroveremo daccapo. Le emissioni tornerebbero a crescere velocemente e le belle misure di cui ci riempiamo la bocca alle conferenze sull’ambiente crollerebbero come castelli di carte su tavolini di vetro. Sull’EcoPost ne abbiamo parlato in dettaglio.

Concretizzare l’impegno

Dobbiamo davvero augurarci che il ministro Costa non abbia torto, che le sue parole non lascino il tempo che trovano, ma siano invece fondamento di un ripensamento vero del sistema economico post – pandemia. Vediamo esempi virtuosi in questo periodo, i quali potrebbero divenire casi studio nei prossimi mesi. Ci riferiamo a numerose aziende, molte delle quali italiane, le quali hanno riconvertito gran parte delle proprie linee di produzione per rifornire gli Stati di prodotti atti a combattere il contagio. Questi esempi di cambiamento ci lasciano ben sperare. Una transizione ecologica dell’economia potrebbe essere davvero possibile.

Ritengo positivo, speranzoso e necessario il pensiero del ministro, che sottoscrivo in pieno. La politica però, troppo spesso ci ha abituato a belle parole cui poi non seguono i fatti. Auspico che non sia così questa volta e che il mondo dimostri veramente un’attenzione all’ambiente, quando giungerà il momento di ripartire. Quel giorno non appare più così lontano. Per tal ragione, ho riempito di spunti questo articolo, rilanciando altri articoli che abbiamo pubblicato sulla testata durante la quarantena. Abbiamo l’occasione di ripartire in maniera pulita e rispettosa dell’ecosistema Terra, non ci resta che dimostrare di essere all’altezza di questo compito.

Manifesto per la green economy, la strada che ci auguriamo sarà intrapresa con convinzione al termine di questa pandemia. Elaborazione grafica: Green Report Magazine

Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

Lo smog aiuta la diffusione del Coronavirus?

Noi questa domanda ce la portavamo dietro da ormai qualche tempo, senza che però ci potessimo sbilanciare. Ma ora possiamo farlo, grazie ad un “Position Paper” redatto da SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), Università di Bologna e Università di Bari ed intitolato: “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”. La risposta alla nostra domanda? Sembrerebbe un “sì”. Lo smog e l’inquinamento da PM10 e PM2,5 favorisce tanto la diffusione quanto la mortalità del CoronaVirus. L’unico nodo da sciogliere non riguarda “se” ma “quanto” sia forte questa correlazione.

smog-coronavirus

Smog e CoronaVirus, il caso della Pianura Padana

Come sempre, per ben capire il contesto della notizia, partiamo dai dati. Come ben sappiamo la regione che più sta accusando il colpo dell’offensiva del CoronaVirus è la Lombardia. Senza elencare il bollettino di guerra, che già troppo spesso intristisce le nostre giornate, è comunque utile soffermarsi su alcune rilevazioni. Nella regione lombarda la percentuale di contagiati, in rapporto al dato nazionale, è del 49,5%. Il tasso di mortalità da CoronaVirus si attesta invece all’11%, contro il 5,6% del resto del paese. Un lombardo ogni 568 è risultato positivo al virus, mentre nel resto delle regioni è stato riscontrato un caso ogni 2.794 abitanti (dati aggiornati al 20 marzo).

Risulta evidente come ci sia una forte disparità di diffusione e di letalità del virus tra la Lombardia e le altre zone d’Italia. Le altre regioni più colpite da questa epidemia risultano essere Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Cos’hanno in comune queste 4 regioni? Respirano l’aria più inquinata d’Europa, ovvero quella della Pianura Padana.

Le province lombarde campionesse d’inquinamento

Sono ormai innumerevoli le statistiche che condannano questa regione dal punto di vista ambientale. Legambiente pubblica ogni anno il rapporto “Mal’Aria” che, analizzando i dati delle ARPA e delle Regioni, stila una classifica delle province con l’aria più inquinata. In particolare ciò che viene rilevato è la presenza di polveri sottili nell’aria. Più nello specifico si parla di PM2,5 e PM10. 7 delle prime 10 città capoluogo in classifica sono, indovinate un po’, lombarde.

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La presenza di queste particelle nell’aria è soggetta a diversi tipi di restrizioni, tanto nazionali quanto globali. Anche l’OMS ha stabilito un limite oltre il quale la presenza di queste particelle è nociva per la salute. Secondo la legge italiana questo limite non può essere sforato per più di 35 giorni all’anno. La provincia di Brescia lo ha sforato per 135 giorni nel 2018, ovvero più di uno su 3. Quella di Lodi per 149. Monza 140, Milano 135, Pavia 115, Bergamo e Cremona 127.

La tesi del Position Paper sulla relazione tra smog e diffusione del CoronaVirus

Il Position Paper citato all’inizio dell’articolo, che ora andremo ad analizzare, porta la firma di 12 docenti e ricercatori specializzati negli studi di diffusione dei virus. Partiamo dalla sua conclusione dove viene affermato, in maniera piuttosto chiara, che: “Si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier (trasportatore) e di boost (amplificatore)”.

Uno spezzone del Paper

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Questo studio, che verosimilmente sarà il primo di tanti sull’argomento, è stato condotto sulla base di una bibliografia già presente sul tema, a cui si sono andati ad aggiungere i dati sulla diffusione del COVID-19 in Italia e sull’inquinamento dell’aria nelle zone più colpite. “Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento di PM10 dei territori – si legge nel paper – coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali”.

Smog e particolato come veicolo ideale per la trasmissione del CoronaVirus

Tutto ciò è possibile per via di un semplice meccanismo. Le polveri sottili fungerebbero da carrier, ovvero da trasportatore del virus che, a sua volta, è in grado di “attaccarsi” al particolato atmosferico. Queste particelle possono rimanere in atmosfera per giorni o settimane, aumentando così la probabilità di contrazione del virus anche da parte di chi non vi è entrato direttamente in contatto. In altre parole, come ha spiegato a Repubblica uno dei firmatari del paper, Leonardo Setti: “Le alte concentrazioni di smog e polveri sottili registrate nel mese di Febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del CoronaVirus”.

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Insomma, che i virus si “attacchino” al particolato è un fatto consolidato. Che in questo particolare caso queste particelle siano state uno dei vettori che ha contribuito maggiormente alla diffusione del CoronaVirus in Lombardia non è ancora da affermare con assoluta certezza, data la scarsità di ricerche effettuate su questo caso particolare, ma è altamente probabile. Questa è in sintesi la conclusione che si può trarre dal Paper qui preso in esame.

Smog e mortalità del CoronaVirus

Anche su questo tema, al momento, non si può essere certi della relazione tra inquinamento e letalità del virus. Tuttavia le opinioni delle varie testate e dei loro illustri intervistati che hanno valutato questa ipotesi, vanno tutte nella stessa direzione. L’Espresso, in un articolo di questi giorni, ha riportato il risultato di una ricerca effettuata sulla Sars, ovvero un virus “antenato” del CoronaVirus: “Successivi esperimenti confermano che il particolato atmosferico Pm 2.5 incrementa l’infiammazione polmonare e uno studio ecologico del 2003 sulla prima Sars da coronavirus in Cina mostra una mortalità maggiore dell’84% nelle aree con peggiore indice di qualità dell’aria.”.

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Anche l’Huffington Post è dello stesso avviso: “L’esposizione prolungata all’aria inquinata, in particolare da particolato, causa effetti noti, studiati da decenni, che comprendono anche rilevanti aumenti della vulnerabilità delle vie respiratorie nei confronti di virus patogeni. Persone che da più anni sono esposte a livelli elevati di inquinamento dell’aria – quindi anche più anziane – hanno una più alta probabilità di essere colpite da effetti irritanti, infiammatori e da una riduzione della funzione polmonare. Più alta e prolungata è l’esposizione a PM10, più elevata quindi è la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e sia più vulnerabile per le gravi complicazioni polmonari generate dal CoronaVirus.”

Insomma, per farla breve, chi vive in aree con l’aria più inquinata è più incline a contrarre infezioni alle vie respiratorie che, a loro volta, risulterebbero essere già in parte defezionate proprio a causa dello smog, aumentando così la percentuale di casi di pazienti infetti e, successivamente, deceduti.

Non “se” ma “quanto”

La conclusione che si può trarre dai documenti analizzati è questa. L’alta concentrazione atmosferica di polveri sottili ha quasi certamente contribuito alla diffusione del virus nelle aree più colpite. Discorso simile per quanto riguarda l’effetto dello smog sulla mortalità del virus. Affermare quanto sopra con certezza potrebbe, al momento, essere azzardato, principalmente per la mancanza di studi di medio-lungo termine sul caso specifico Coronavirus. Tuttavia gli indizi fino ad ora raccolti dagli studiosi sembrano puntare proprio in quella direzione. Insomma non si tratta di chiedersi “se” COVID-19 ed inquinamento abbiano una qualche correlazione, ma in che misura la compromessa salubrità dell’aria Padana abbia influito sull’aggravarsi della situazione.

La politica se ne accorgerà?

Il fatto che questa probabile correlazione non sia mai stata citata dalla politica, che di fatto non ha in alcun modo preso posizione sull’argomento, suscita qualche preoccupazione. Un’ammissione di questo tipo significherebbe dover fare i conti con un grosso problema. Il modello rappresentato dalle regioni italiane che, a livello economico, sono considerate il motore d’Italia, è incompatibile, oltre che con il più ampio problema della riduzione delle emissioni necessaria a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, anche con i rischi legati alla diffusione dei virus.

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Ed è proprio qui che scatta un ulteriore campanello d’allarme. In un’intervista rilasciata a Europa Today, Sascha Marschang, segretario generale della European Public Health Alliance, ha dichiarato che: “la scienza ci dice che epidemie come COVID-19 si verificheranno con frequenza crescente”. Di fronte a questo problema c’è una soluzione piuttosto chiara: ridurre l’inquinamento dell’aria. Come? Riducendo le emissioni e iniziando, in maniera seria e credibile, una transizione ecologica in grado di salvare vite. Una strada non facile da percorrere ma che sarà sempre più problematica con il passare del tempo. Prima si inizia ad agire e meglio è. Sperare di poter evitare di farlo o di potere attendere ancora un po’ di tempo, avendo allo stesso tempo l’ambizione di preservare la salute dei cittadini, è una presa di posizione altamente irresponsabile.

Glifosato Killer? Era tutto uno scherzo!

Un agricoltore sparge pesticidi sui suoi campi

Il glifosato

Il glifosato è un diserbante sistemico e non selettivo. E’ una sostanza solida ed inodore che viene assorbita per via fogliare (per tal motivo è sistemico) e poi dislocato in ogni altra parte della pianta tramite floema. Il diserbante viene assorbito in 5 o 6 ore e in una decina di giorni è già visibile il disseccamento della vegetazione. Il glifosato interrompe le vie metaboliche plantari, responsabili di sintetizzare fenilalanina, tirosina e triptofano, inibendo l’enzima denominato 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi. Tale enzima dal nome complicato è necessario alla sopravvivenza della pianta. Il glifosato, in sintesi, per chi non mastica molto di botanica, è un analogo aminofosforico della glicina.

Semplificando ancor di più si tratta di un composto chimico, sviluppato in laboratorio, noto ai più come l’erbicida totale. Il brevetto di produzione è scaduto nel 2001, rendendo il composto una libera produzione. Fino a quell’anno, a partire dal 1970, esso è appartenuto alla Monsanto Company.

Il diserbante a base di glifosato, originariamente brevetto Monsanto, è tra i pesticidi più utilizzati al mondo.

Cenni storici

Il composto tecnicamente denominato N – (fosfonometil)glicina, in formula C3H8NO5P, fu scoperto nel 1950. Lo compose per primo un chimico chiamato Henry Martin, dipendente della Cilag, la quale però non lo rese oggetto di pubblicazione.

Tra il termine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, nell’ambito di una ricerca sull’addolcimento idrico a partire da analoghi dell’acido aminometilfosforico, la Monsanto lo riscoprì. Alcuni di questi addolcitori mostrarono di possedere un blando potere erbicida. Interessata a produrre un diserbante efficace, la compagnia incaricò il suo capace chimico John E. Franz, di ricercare analoghi con il maggior potenziale erbicida. Il glifosato fu il terzo ad essere scoperto. Da quel momento, il mondo ha conosciuto il principe dei diserbanti.A seguito del suo lavoro sul glifosato, John Franz ha ricevuto onoreficenze importanti.

La questione glifosato

L’impiego di questo diserbante è al centro di vicende giudiziarie – anche complesse – da anni. L’eco di alcune di queste sentenze, soprattutto di quelle che, effettivamente, hanno condannato la multinazionale, ha originato anche ricerche scientifiche. Recentemente, il glifosato è stato dichiarato non cancerogeno, dopo che per anni il suo stato era invece quello di sostanza cancerogena.

In realtà, nonostante buona parte dell’opinione pubblica lo considerasse pericoloso, l’agricoltura ha sempre continuato ad utilizzarlo. Spesso e volentieri se n’è addirittura abusato, impiegandolo in maniera massiccia. Come si è scritto infatti, l’efficacia della sostanza è senza pari.

La IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, inserì nel 2015 il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”. Sconsigliandone l’uso ma non proibendolo, lasciando una porta socchiusa al legislatore e, soprattutto, all’enorme multinazionale Bayer – Monsanto. Nel biennio 2015 – 2017, il gruppo di ricerca sui pesticidi della FAO/OMS conferma la pericolosità del prodotto e, nei soli Stati Uniti, una class action di agricoltori intenta circa 18mila cause alla multinazionale. Le accuse sono che il loro prodotto a base di glifosato, denominato Roundup, li avrebbe esposti a rischio tumorale. Una stima del Sole 24 Ore, risalente ad agosto, certifica che la vicenda abbia comportato una perdita di valore aziendale pari al 31%. In soldoni, dato il non trascurabile fatturato di Bayer – Monsanto, parliamo di circa 30 miliardi di capitalizzazione.

Il RoundUp, uno degli erbicidi più utilizzati al mondo, è a base di glifosato, Foto: Agweek

La svolta

Tutto è però cambiato, poche settimane fa, in seguito all‘assoluzione della EPA (Environmental protection agency), l’agenzia statunitense per la tutela ambientale. I suoi studi non avrebbero identificato alcun rischio per la salute umana, né alcun rischio alimentare, dovuto all’esposizione al glifosato. Anche esperti italiani si sono schierati con la EPA, affermando come l’insorgenza di problemi, a seguito dell’utilizzo del glifosato, per l’uomo sia prossima allo 0.

La sede della EPA a Washington, Foto: QualEnergia

Angelo Moretto, il direttore del Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria e Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano, ha sostenuto come il glifosate sia certamente tra le molecole meno dotate di tossicità per i vertebrati, tra quelle utilizzate nei prodotti fitosanitari. Gli ha fatto eco Donatello Sandroni, giornalista e dottore in ecotossicologia. Secondo Sandroni, il margine di confidenza tra la quantità di composto assorbita dall’essere umano che consuma alimenti trattati con glifosato e la pericolosità del prodotto sarebbe astronomico. Donatello Sandroni ha condotto uno studio approfondito sul glifosato ed i suoi effetti. Il giornalista è tra i maggiori esperti italiani in merito.

Glifosato: un buono o un cattivo?

A quanto sembra, dunque, la questione sembrerebbe essersi risolta. La Bayer è riuscita ad evitare di tornare a processo, per il glifosato, in tempi recenti. Dopo l’assoluzione di cui abbiam parlato ora, sembrerebbe possibile, per la multinazionale, chiudere la questione con perdite all’interno dei 10 miliardi di dollari, ben meno di quanto stimava il Sole 24 Ore. Almeno stando ai numeri aziendali. La strategia degli avvocati della multinazionale, infine pare poter davvero pagare.

Ciò non toglie che sono arrivate a 18.400 le cause aperte negli USA contro il Roundup, prodotto sviluppato da Monsanto e diventato ora proprietà di Bayer. Il colosso tedesco acquisì infatti il leader mondiale di sementi e OGM tra il 2017 e il 2018, per una cifra vicina ai 65 miliardi di dollari, in uno degli accorpamenti più chiacchierati del decennio scorso. Alcune di queste cause, sono state perse dal gigante chimico. Inoltre, non mancano certo scienziati fortemente contrari all’impiego di glifosato. Tra questi segnaliamo il tossicologo francese Christopher Portier. Egli ha condotto uno studio sugli effetti cancerogeni del prodotto, per conto della rivista Environmental Health, dal quale emergono risultati ben diversi da quelli esaminati. Nelle cavie sottoposte a test, infatti, sarebbero state riscontrate insorgenze tumorali. Secondo Portier, il composto alla base del pesticida aumenterebbe le possibilità di contrarre ben 37 forme di cancro.

Dunque la scienza appare divisa, seppure il piatto della bilancia pesi più dalla parte favorevole all’impiego di glifosato. Dunque, che fare?

https://www.youtube.com/watch?v=SM7nw-65lgw
Approfondimento RAI sul glifosato, tratto dalla trasmissione Indovina chi viene a cena

L’inchiesta del Guardian

All’infuori di quali possano essere le personali convinzioni riguardo all’industria chimica e farmaceutica – di cui non ci occuperemo in queste righe poiché avremmo bisogno di uno spazio dedicato solo per tracciare un confine tra realtà e complottismo – la Monsanto non ha operato in trasparenza, per difendere il suo prodotto. Una recente inchiesta portata avanti dal Guardian ha infatti rivelato che l’azienda, nel 2017, ancora non controllata da Bayer, mise pressione ai ricercatori incaricati di accertare la pericolosità del composto. Monsanto finanziò una ricerca parallela, finalizzata ad indicare come il divieto di utilizzare Roundup avrebbe avuto un impatto molto grave su agricoltura e ambiente. Tale ricerca è poi stata impugnata dalla National Farmers Union, e altri organismi impegnati nel mondo dell’agricoltura, per chiedere il ritiro di una misura della UE datata 2017. L’Europa, con quel provvedimento, aveva vietato l’utilizzo del glifosato.

A seguito di questo deciso schieramento lobbista, però, la UE ritirò la misura, delegando la decisione ai singoli Stati membri. La NFU ha ora dichiarato, sui suoi canali, quale sia la fonte della ricerca su cui basa le sue convinzioni in merito al glifosato.

Bayer ha affermato prontamente che un simile comportamento viola i propri principi. Gli autori dello studio hanno dichiarato come il finanziamento non abbia in alcun modo influenzato il loro lavoro.

A seguito dell’acquisizione di Monsanto, nel 2018, Bayer è diventata una tra i principali attori, se non il principale, nel settore chimico

Dal glifosato al Dicamba

A questo punto è importante sottolineare un aspetto importante: come scrive anche Damian Carrington sul Guardian, è ampiamente riconosciuta, nella ricerca sulla tossicità chimica, una certa tendenza da parte dei risultati di studi scientifici a favorire comunque i loro finanziatori. Tale elemento va sempre tenuto presente, quando discerniamo informazioni basate su dati provenienti dalla ricerca.

Prima di chiudere, evidenziamo come la multinazionale Bayer – Monsanto abbia ricevuto, nel mese di febbraio, una missiva poco piacevole dal tribunale del Missouri. La corte sanzionava l’azienda per una cifra intorno ai 15 milioni di dollari e, contestualmente, recapitava una multa per danni punitivi pari a 265 milioni di dollari. Il motivo della condanna non sarebbe legato al glifosato, bensì a Dicamba. Si tratta di un’erbicida molto più giovane e utilizzato da meno tempo. Un coltivatore di pesche americano, residente nel sud-est del Missouri, ha dichiarato di aver ricevuto ingenti danni alle sue colture. I campi circostanti il suo frutteto, adibiti a piantagioni di cotone OGM (la legge statunitense consente tale coltivazione), sarebbero stati inondati con questo prodotto in quanto il cotone chimico è robusto e resistente agli erbicidi. Il Dicamba depositato ma non assorbito ha, letteralmente, avvolto il pescheto, seccandone le foglie e uccidendone gli alberi.

Una confezione dell’erbicida Dicamba

Chissà se davvero possa ritenersi chiusa la questione glifosato. E chissà se ora non se ne aprirà una Dicamba.

Bocciato ampliamento aeroporti di Heathrow e Firenze: progetto illegale

Aerei della British Airways a Heathrow

Heathrow il gigante

L’Aeroporto di Londra Heathrow, noto più o meno a tutti essendo il principale approdo ad una delle città più visitate del pianeta, è il settimo aeroporto mondiale e il primo per volume di traffico in Europa. Una rapida visita al sito ufficiale dell’aeroporto ci restituisce i dati relativi ai suoi passeggeri annuali. Ogni 12 mesi, da quelle parti, passano tra i 70 e gli 80 milioni di persone. Non ci sono aeroporti al mondo che registrano un maggior numero di visitatori internazionali. Heathrow è il principale landing spot della capitale britannica ed è hub di due compagnie aeree importanti come British Airways e Virgin Atlantic. Il sistema aeroportuale londinese è il più trafficato a livello mondiale e ciò rende l’Inghilterra, e di riflesso l’intero Regno Unito, sempre che unito rimanga davvero, una sorta di hub mondiale del trasporto aereo, con status ufficialmente riconosciuto dalle compagnie aeree del globo.

L’aeroporto di Heathrow è situato circa 30 km ad ovest del centro di Londra, occupa una superficie di oltre 12 km quadrati e si compone di due piste parallele, in direzione est – ovest, sviluppate accanto ai terminal. Ciò è particolarmente rilevante per la community dell’Ecopost in quanto, proprio in queste settimane, si discuteva di un ulteriore ampliamento aeroportuale. Tale ipotesi, ad ogni modo, sembra esser decaduta ora che il progetto di ampliamento è stato dichiarato illegale.

Mappa dell’aeroporto di Heathrow; Foto: Pinterest

La longa manus della Brexit

Come sanno anche i muri, in Gran Bretagna si stanno oliando gli ingranaggi che porteranno il Regno Unito, al termine del 2020, fuori dall’Unione Europea. Il fautore della Brexit, nonché primo ministro, Boris Johnson, ha indicato la via della prosperità britannica in uno sviluppo senza precedenti dell’economia e della finanza. Una sorta di Britain First che sta generando più ombre che luci, agli occhi di tutti tranne che di quei britannici che l’hanno votata nel 2016.

Oltre a rappresentare la principale negazione ad un avveniristico ed incoraggiante progetto di democrazia e cooperazione sovrannazionale, com’è la UE – nonostante i suoi non pochi problemi – la Brexit potrebbe infatti finire con il rivelarsi un clamoroso autogol, per alcuni analisti addirittura il peggiore errore dai tempi della repressione indiana. C’è molta divisione sul futuro del Regno Unito, e forse interpretare la Brexit come una sorta di controparte economica del massacro di Amritsar è forse eccessivo, comunque, di fronte a Johnson e ai suoi connazionali, non sembrano esserci mesi semplici.

A detta di alcuni, un ruolo importante nella nuova strategia britannica, avrebbe dovuto rivestirlo l’espansione dello scalo di Heathrow. Se n’è detto più che convinto il ceo dell’aeroporto, John Holland – Kaye, in un recente intervento. A suo dire: “La Gran Bretagna non può portare a termine i progetti del governo a meno che non vengano accelerati i piani per costruire una terza pista. Heathrow è fondamentale per il futuro dell’economia. Ampliare i rapporti economici con Asia, Cina, India e Sud America è vitale. Dobbiamo essere chiari mentre pianifichiamo la visione di un Regno Unito globale tramite la Brexit. Nessuna espansione di Heathrow, nessuna Gran Bretagna globale.” Holland – Kaye, ad ogni modo, ha tutto l’interesse a tirar proverbialmente acqua al proprio mulino.

John Holland – Kaye, Foto: The Guardian

La questione third runway

Fu il dimissionario governo guidato da Theresa May ad autorizzare inizialmente l’espansione dello scalo di Heathrow. In seguito alle note vicissitudini politiche britanniche, l’autorizzazione fu messa in stallo e, nella giornata di giovedì 27 febbraio, abbiamo avuto l’atteso pronunciamento della corte suprema a riguardo. Nel 2018, ai tempi del semaforo verde del governo May, numerose associazioni ambientaliste si mossero, per vie legali, nei confronti di una decisione che apparì da subito criminale, in termini ambientali.

La motivazione della sentenza emessa dal giudice Lindblom, membro dell’alta corte del Regno Unito recita, nel suo passaggio più significativo: “E’ necessario che la segreteria di Stato tenga in considerazione gli accordi di Parigi. La pianificazione statale non ha tenuto conto della sottoscrizione di tali accordi”. La realizzazione della terza pista, infatti – intervento da 40 milioni di sterline – avrebbe consentito il transito di 700 voli giornalieri aggiuntivi dal 2028, con tutto quel che ne consegue in termini di emissioni inquinanti.

Holland – Kaye e la sua idea di espansione di Heathrow, in una intervista di qualche anno fa

Boris Johnson e Heathrow

Nonostante i proclami di Holland – Kaye e dei suoi colleghi, non è affatto vero che la Gran Bretagna abbia bisogno di un’espansione di Heathrow. Più che avere uno scalo titanico e molti altri medio – piccoli, avrebbe più senso potenziare l’intera rete regionale del Regno Unito. In tal modo, si riuscirebbe ad avere un sistema aeroportuale più potente sull’intera isola. Quando era sindaci di Londra, Boris Johnson si era apertamente schierato contro la third runway. Aveva personalmente portato avanti una campagna di lotta all’idea della terza corsia, assieme al suo vassallo di mille battaglie, ora Ministro per l’Ambiente, Zac Goldsmith. Se il cognome del Ministro accende qualche lampadina al lettore interessato di finanza, ricordo volentieri allo stesso che sua moglie (la seconda) si chiama Alice Rothschild, giusto per dare una prova del 9 di quale sia il background di Goldsmith.

Nell’anno 2015, da sindaco di Londra in chiusura di mandato, BoJo era stato cristallino nell’esprimere la sua opinione in merito all’ampliamento dell’aeroporto. Con la sua caratteristica dialettica, affermò che si sarebbe steso di fronte ai bulldozer, al fine di impedire l’inizio dei lavori.

Boris Johnson, spesso chiamato semplicemente BoJo, primo ministro britannico, Foto: Wired

Il Primo Ministro e l’ambiente

Diversamente da quanto si possa pensare, soprattutto se si segue poco la politica britannica, Johnson è stato un buon sindaco. Londra era naturalmente già Londra prima di lui ma BoJo è riuscito a svilupparla sotto ogni aspetto. Economia, turismo, urbanistica, viabilità, sicurezza… lo staff di Johnson mise mano ad ogni dossier. Una narrazione europeista e superficiale vuole farci passare Boris come il Trump di Londra, enfatizzandone gli aspetti negativi. Tale analisi non è interamente corretta. L’ex giornalista ha una visione economica molto simile a quella dell’inquilino della Casa Bianca, ciò è indubbio. Vi sono però anche sensibili differenze. Ambientalmente parlando, seppur BoJo sia sempre stato abbastanza ambiguo, occorre ricordarlo come quello che andava al lavoro in bicicletta ogni giorno, quando era mayor. Egli ha affermato più volte di voler portare la Gran Bretagna ad emissioni zero entro il 2050. Teniamo presente il quadro completo, non soffermiamoci alla sua pregevole cornice.

In questa ottica, una espansione di Heathrow avrebbe poco senso. Johnson e Goldsmith ora hanno in mano le redini del Paese, dovranno dar seguito alla loro battaglia e dimostrare che le loro belle parole non fossero soltanto tali. E’ lecito dubitare di un figlio del capitalismo più becero e forsennato come Ministro per l’Ambiente e di un conservatore protezionista come Primo Ministro. Come già accennato però, Johnson ha sovente tirato in ballo l’ambiente e ha lasciato trasparire una certa sensibilità al tema.

Nonostante la sentenza, non è detto che questa storia sia chiusa. Una spokeswoman di Heathrow, infatti, ha subito dichiarato che i suoi datori di lavoro faranno ricorso. Dallo scalo sottolineano come la corte si sia appellata solo alla questione del cambiamento climatico, non dipendente dal solo traffico aeroportuale londinese, senza far cenno alcuno ai problemi di inquinamento atmosferico e acustico.

Da sindaco di Londra, Johnson era solito recarsi al lavoro in bicicletta, Foto: Politico

I risvolti ambientali di una espansione di Heathrow

Una sezione intera, sul sito dell’aeroporto di Heathrow, è interamente dedicata alla tematica ambientale. Lo staff dello scalo ammette le proprie responsabilità, come importante attore dell’industria dell’aviazione, riguardo al surriscaldamento globale. Accanto a ciò si dice anche consapevole del fatto che la sua impronta di carbonio sia parte integrante della questione. D’altra parte, comunque, afferma di avere una carbon strategy seriamente avviata per supportare i viaggiatori di oggi e domani, dall’utilizzo di energie rinnovabili alla scelta di combustibili sostenibili. Sfortunatamente, però, nessuna di queste misure cambia il fatto che l’industria dell’aviazione è il principale inquinante mondiale. E buona parte dell’industria dell’aviazione passa da Heathrow.

A Londra la questione Heathrow scotta da tempo. L’aeroporto è già la principale fonte di inquinamento per la comunità, trovandosi in una posizione piuttosto desueta per un hub così vasto. Heathrow è infatti circondato da case, autostrade e infrastrutture viarie di capitale importanza, nella zona più densamente abitata dell’intero Paese. Naturalmente è difficile non essere circondato da infrastrutture, in un’area urbana che conta oltre 8 milioni e mezzo di abitanti come Londra, ma gli altri aeroporti londinesi non presentano lo stesso problema, trovandosi in zone meno popolate. Lo scalo genera inquinamento dell’aria e inquinamento sonoro, oltre al chiaro rischio sicurezza dovuto a voli intercontinentali che atterrano e decollano da una simile metropoli. La terza pista, comunque, non è solo affar di Londra.

Extinction Rebellion ha protestato per mesi contro l’ampliamento di Heathrow

L’ampliamento dell’aeroporto come questione nazionale

L’accentramento di investimenti su Londra e il suo vicinato e il monopolio economico del Sud del Paese, sono storia vecchia nel Regno Unito. Madre di tutti i problemi britannici è, probabilmente, l’aura della City, il distretto finanziario di Londra sede di banche, fondi di investimento e società di brokeraggio che operano sull’intero scacchiere mondiale. Il fior fiore degli economisti britannici è convinto che lo sviluppo economico e la prosperità britannica, nel prossimo futuro, passino da qui. Johnson e i suoi ministri sono d’accordo, per cui, un ulteriore potenziamento delle infrastrutture londinesi è, sostanzialmente, auspicato da chiunque.

La costruzione della terza pista porterebbe però strascichi deleteri all’aviazione britannica. Aeroscali come quello di Manchester, di Birmingham e delle East Midlands, di Newcastle e di Leeds Bradford, vedrebbero una brusca riduzione del loro traffico. Oltre alla chiara ricaduta economica sugli aeroporti stessi, ciò comporterebbe anche delle difficoltà per ogni compagnia e azienda che non operi su Londra. Persino passeggeri privati e turisti avrebbero delle complicazioni; chiunque non fosse diretto a Londra si vedrebbe costretto ad arrivare a Heathrow e poi sobbarcarsi chilometri di strada su un altro mezzo per giungere a destinazione. Accade già abitualmente così oggi, figurarsi con 700 ulteriori voli sulla capitale.

Le conseguenze della sentenza

Il Regno Unito non può certo onorare il proprio impegno nella lotta al cambiamento climatico, costruendo una terza pista in uno degli aeroporti più trafficati al mondo. Fatte le dovute proporzioni, questa affermazione resta valida ovunque, atteniamoci però al Regno Unito in queste righe. Nel render nota la propria decisione, la corte non ha comunque vietato ogni ampliamento dello scalo. Essa si è limitata a decretare come il progetto varato nel 2018, non sia in alcun modo compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura mondiale al di sotto degli 1.5 gradi centigradi. La corte non esclude la possibilità di riproporre un’espansione ambientalmente meno invasiva. Naturalmente, lo stesso consesso ha chiarificato di non sapere se ciò sia possibile.

Ad oggi, come ci ricordano gli attivisti britannici, si vedono solo tre possibili strade qualora si procedesse con l’apertura della terza pista. La prima sarebbe la sconfitta nella battaglia al surriscaldamento globale; la seconda sarebbe la limitazione delle emissioni da qualche altra parte, ovvero la chiusura di qualcuno degli altri scali dello UK citati prima; la terza sarebbe l’impossibilità dell’utilizzo della terza pista, in quanto troppo inquinante, dopo la sua realizzazione. L’ultima possibilità rappresenterebbe un incredibile capitolazione della società al capitalismo estremo, la costruzione di un elefante bianco, di una incredibile ed inspiegabile cattedrale nel deserto innalzata tramite un assurdo spreco di suolo e risorse. Ne uscirebbe, sostanzialmente, un’opera senza alcun senso come quelle che, ahinoi, ben conosciamo in Italia; dove ne contiamo oltre 60.

Una vittoria per gli ambientalisti, lo stop al progetto della terza pista

Il caso Heathrow come apripista

Il sistema giudiziario britannico è molto influente nel resto del mondo; si pensi a quanti sistemi sono modellati a sua immagine e somiglianza, nel Commonwealth e non solo. La decisione sulla terza pista presa in questi giorni, dunque, potrebbe rappresentare un importante precedente. Questa sentenza può potenzialmente influenzare decisioni future in molti dei 195 Paesi che sugli accordi di Parigi hanno apposto la propria firma.

Una buona notizia che si somma a quella della bocciatura dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze da parte del Consiglio di Stato che si è pronunciato a sfavore della richiesta di Toscana Aeroporti. Il ricorso che era stato presentato non ha consentito al Ministero dell?Ambiente di fare “una corretta valutazione di compatibilità ambientale”. Il progetto presentato era infatti molto vago ed il rischio di penalizzare ulteriormente l’area circostante l’aeroporto era più che concreto. Il sindaco di Sesto Fiorentino ha così commentato la decisione: “Finalmente aboliamo un progetto del tutto incompatibile con il nostro territorio”. Due casi che, quindi, potrebbero fare da apripista per il contenimento di un settore che risulta tra i più inquinanti al mondo, ovvero quello del trasporto aereo.

In definitiva, è lecito ritenere che le istituzioni del Regno Unito stiano cominciando a prendere più seriamente in considerazione la tematica ambientale, diversamente da quanto stanno facendo a Bruxelles. Ora va richiesto anche ai cittadini uno sforzo ulteriore, in particolare ai turisti. Occorre smettere di fingere che la richiesta di voli sempre più economici, verso quella spiaggia o quella capitale, possa essere compatibile con l’abbassamento delle emissioni verso lo 0. Il vuoto nella tassazione internazionale delle rotte aeree che rende possibili viaggi a bassissimo costo deve essere interrotto, per scoraggiare voli sulle piccole distanze. La sempre maggiore richiesta di vacanze esotiche, in location distanti, come si sposa con la necessità di regolamentare le emissioni inquinanti? Quando siamo al computer o in agenzia viaggi, intenti a scegliere dove passare il Capodanno o quale isola tropicale visitare per prenderci una pausa dall’inverno, pensiamo mai a queste implicazioni?

La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

La California si oppone a Trump e al fracking forsennato

Una causa contro lo Stato

Lo Stato della California non ne può più. Per fare in modo di tenere il governo federale statunitense fuori dai propri giacimenti di olio e gas, a Sacramento hanno deciso di passare alle vie legali. L’amministrazione Trump, notoriamente sorda alla tematica ambientale e prima sostenitrice mondiale della a dir poco dannosa tecnica del fracking, vorrebbe consentire la perforazione su oltre un milione di ettari pubblici. Nessuno dell’amministrazione californiana è d’accordo con questa scelta di Washington e allora ecco la decisione: una causa contro lo U.S. Bureau of Land Management.

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Il governo Trump intende aumentare la produzione energetica da fonti fossili su suolo pubblico (spesso addirittura in riserve protette e parchi), in barba alle direttive di molte amministrazioni locali. Diversamente dalla Casa Bianca, c’è chi ha programmi di tutela ambientale. La California ha recentemente promulgato una legge ad hoc per contrastare il piano di Washington e, immediatamente dopo, ha deciso di contattare un avvocato.

fracking
Donald Trump

I dettagli dell’azione legale

La causa federale porta la firma di Xavier Becerra, General Attorney per lo Stato della California. Becerra, democratico, ha intentato l’azione legale su mandato del suo ufficio e del governatore Gavin Newsom. Lo scorso venerdì, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso il suo ufficio di Sacramento, Becerra aveva precisato come la causa fosse stata aperta in quanto l’amministrazione Trump si stava comportando come se fosse al di sopra della legge. La maggior parte delle attività estrattive federali in California si svolge vicino agli insediamenti delle comunità più vulnerabili. Tali comunità, ha tenuto a sottolineare Becerra, sono già sovraesposte all’inquinamento e la salute dei residenti ne risente. Aggiungere a questa già delicata situazione nuove operazioni di fracking peggiorerebbe ulteriormente le cose. La decisione di Washington, a detta di Becerra, è “insensata e palesemente pericolosa”.

Xavier Becerra

Fracking: favorevoli e contrari

Le posizioni del Bureau per la gestione del suolo e dell’amministrazione californiana sulla fratturazione idraulica, più comunemente chiamata fracking, sono distanti quanto i due Poli terrestri. Secondo Becerra e Newsom “i rischi connessi al fracking per l’ambiente e le persone sono semplicemente troppo grandi per essere ignorati.” La posizione dell’ufficio federale, diametralmente opposta, attesta invece come i rischi siano pressoché nulli. Ogni sito estrattivo riceverà una dedicata analisi ambientale e non si procederà con le operazioni laddove venga evidenziato un tasso di criticità non accettabile.

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Ma che cos’è il fracking e perché è da sempre un’operazione così controversa? Il termine deriva dalla contrazione dell’inglese hydraulic fracturing, sviluppata agli inizi del Novecento per estrarre petrolio e gas naturale dalle rocce di scisto. Tali conformazioni rocciose, presenti nel sottosuolo, sono le più facili da sfaldare. Per raggiungerle si perfora il terreno fino allo strato di sottosuolo che contiene gli agglomerati di scisto. In seguito si inietta, tramite un getto ad altissima pressione, acqua mista a sabbia ed elementi chimici. Tale operazione provoca l’emersione in superficie del gas.

I rischi del fracking

La fratturazione idraulica ha rivoluzionato il mondo dell’approvvigionamento energetico, soprattutto negli Stati Uniti. Accanto a ciò, però, ha anche sollevato una questione ambientale che ultimamente è diventata un polverone, ora che ci stiamo rendendo conto di quel che stiamo facendo al nostro Pianeta.

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L’esplorazione dei siti e l’estrazione del gas richiede quantitativi ingenti di acqua, causando sprechi e costi ambientali da impallidire. Inoltre, le sostanze chimiche iniettate nel sottosuolo, potenzialmente dannose per la salute, possono finire con il contaminare le falde acquifere attorno al sito dell’estrazione; si calcola infatti che solo l’80% circa delle acque iniettate nel sottosuolo per il fracking risalga in superficie come riflusso, mentre la percentuale restante rimanga sepolta. Se ciò non bastasse, bisogna pure prendere in considerazione la teoria (che in quanto tale, resta tutta da dimostrare) secondo la quale la fratturazione idraulica sia correlata, forse addirittura in una relazione di causa ed effetto, con il verificarsi di scosse sismiche di lieve entità.

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Nel novembre del 2011, in Oklahoma, si verificò un terremoto di magnitudo 5,7. Un impianto vicino aveva appena iniettato acqua ad altissima pressione nel sottosuolo. Non ci sono prove che il fracking abbia causato la scossa, sebbene tale possibilità non sia mai stata smentita.

La tecnica del fracking: cos’è e come funziona

La fratturazione delle speranze

Secondo le organizzazioni ambientaliste, nessuna delle principali esclusa, la tecnica del fracking sarebbe l’ultima trovata delle compagnie petrolifere per ritardare l’adozione di politiche energetiche basate sulle fonti rinnovabili. La fratturazione idraulica è il più avanzato sistema di sfruttamento delle risorse fossili. Per quanto meno sporco del carbone, il fracking rappresenta un sistema antiquato di produrre energia. Esso è la quintessenza dello sfruttamento di combustibili dai quali dovremmo liberarci, per proiettarci finalmente in un futuro energetico rinnovabile.

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La California è uno degli Stati americani più ricchi di petrolio e presenta già una regolamentazione piuttosto severa in termini di estrazione di questa risorsa. La decisione di questa causa contro il governo americano rappresenta un positivo precedente all’interno della lotta mondiale contro il cambiamento climatico. “I californiani non consentiranno all’industria petrolifera di inquinare ancora acqua ed aria”, è stato il commento del Centro per la Diversità Biologica. Il Centro, che ha sede in Arizona, è stato fiero sostenitore dell’azione legale.

E’ importante fare nostro tale messaggio. In fondo, alla parola californiani, si può sostituire l’aggettivo relativo ad una qualsiasi comunità.