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La Ferrari ha annunciato la propria conversione per produrre respiratori. Bulgari sostituirà i profumi con i gel per le mani. Le fabbriche di Calzedonia si stanno invece dedicando alla fabbricazione di mascherine. Armani farà camici monouso. E ancora, Geox, Gucci, Prada, Moschino, H&M. Sono alcuni dei nomi delle aziende, abitualmente concorrenti fra loro, scese in campo nell’emergenza Coronavirus. Questo modello di rapida conversione, già sperimentato ai tempi della Seconda guerra mondiale, ci indica che cambiare è possibile. La crisi attuale rappresenta l’ultima chiamata per attuare la transizione ecologica. L’alternativa di un ritorno al passato sarebbe insostenibile sotto tutti i punti di vista.

L’appello della Protezione Civile alle fabbriche italiane

È ormai lunga la lista di aziende che stanno applicando una conversione delle proprie fabbriche per far fronte alle carenti scorte di materiale sanitario degli ospedali italiani. Primo fra tutti: mascherine, respiratori e gel disinfettante. L’appello era partito dalla Protezione Civile: “si dovrebbero poter comprare i ventilatori da terapia intensiva nei supermercati e le mascherine ad ogni angolo, e invece stiamo faticando”, aveva detto Angelo Borrelli il 24 marzo. In una settimana, si è creato un consorzio di imprese solidali che, a detta del Commissario straordinario Arcuri, sarà capace di soddisfare metà del fabbisogno nazionale entro due mesi.

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La solidarietà ovviamente non è l’unico fattore in campo. Infatti, le aziende in conversione potranno beneficiare dei contributi del decreto “Cura Italia”. Sul fronte economico, queste imprese riceveranno finanziamenti agevolati o altri tipi di incentivi per correre contro il tempo. Una conversione trasversale che sta impegnando tutti i settori. Per esempio, ha fatto il giro del web la notizia delle maschere subacquee donate dalla Decathlon e convertite in respiratori grazie all’idea di giovani ingegneri italiani. Molti stanno paragonando ciò che sta avvenendo ai due conflitti mondiali avvenuti nel XX secolo. Se c’è un paragone utile con la Seconda guerra mondiale, è proprio riguardo alla conversione industriale.

La conversione delle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale

Jonathan Safran Foer ha riportato numerosi esempi di fabbriche convertite in quegli anni belligeranti: “Già nel 1942, le aziende che in precedenza realizzavano automobili, frigoriferi, lavatrici e mobili in metallo per uffici si erano riconvertite alla produzione militare. Le fabbriche di biancheria intima cominciarono a sfornare reti mimetiche da camuffamento, le calcolatrici si reincarnarono sotto forma di pistole, i sacchetti da aspirapolvere furono trapiantati a mo’ di polmoni nei corpi delle maschere antigas. (…) Il governo impose – e gli americani accettarono – il controllo dei prezzi sul nylon, le biciclette, le scarpe, la legna da ardere, la seta e il carbone. La benzina fu strettamente regolamentata e fu imposto a livello nazionale un limite di velocità di cinquantacinque chilometri orari per ridurre il consumo del carburante e delle gomme”.

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Giovannini: un ripensamento “oltre il Pil”

Il confronto con la Seconda guerra mondiale serve alla causa climatica per il seguente motivo: ciò che sembra impossibile in tempi normali, diventa realistico in situazioni d’emergenza. Le giustificazioni abitualmente addotte, come la mancanza di tempo o di soldi, spariscono per lasciar posto alla concretezza di riforme coraggiose. Il governo avrebbe quindi un enorme potenziale di cambiamento, inimmaginabile in situazioni ordinarie. Purtroppo però, l’ex ministro Enrico Giovannini ci ricorda che le crisi spesso non aiutano la questione ambientale, ma anzi, la eclissano.

Il Presidente dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) sottolinea come la crisi economica del 2008-2009 fosse un’occasione perfetta per attuare un ripensamento collettivo dell’economia con concetti che andassero “oltre il Pil”. Invece, si è rimasti nei binari preesistenti e ci sono voluti anni per riconsiderare la crisi climatica come una priorità a livello internazionale. Giovannini si augura che l’emergenza in corso non segua lo stesso corso: “L’Agenda 2030 affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’educazione. Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore”.

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Una conversione di occupazioni e competenze

Come fare, nel concreto? Giovannini lo ha descritto bene nel suo libro, L’Utopia Sostenibile, acquistabile nella nostra sezione Cultura Sostenibile. Nell’immediatezza di questa emergenza, bisogna “provare ad immaginare eventuali trasferimenti di occupazione e competenze da un settore all’altro. Certo è importante che i fondi pubblici vengano orientati alla ripresa della domanda e che si trasferiscano in spesa delle famiglie e delle imprese. Ma non abbiamo bisogno solo del sostegno al reddito, ma di sostegni all’avvio di nuove attività economiche su cui eravamo poco presenti o poco competitivi”.

Di fatto, i governi dovrebbero convogliare le risorse messe a disposizione verso settori strategici, stimolando la conversione ecologica. Dato che il 70% degli investimenti in materia energetica proviene dai governi, questa crisi offre un’opportunità senza precedenti. Lo ha detto Fatih Birol, intervistato dal Guardian: “le principali economie mondiali stanno preparando pacchetti di interventi. Stimoli ben disegnati possono offrire vantaggi economici e facilitare una svolta nel capitale energetico”. Il direttore esecutivo dell’IEA ritiene che, in assenza di giuste riforme, il declino derivato da questa crisi sarebbe “insostenibile”.

Le crisi e la Shock Doctrine

D’altronde, le crisi sono da sempre un periodo perfetto per attuare cambiamenti radicali, spesso in direzione autoritaria, a favore dei pochi e per niente eco-friendly. Ce lo ricorda magistralmente Naomi Klein con la dottrina “Shock Doctrine”. Lo stesso neoliberalismo, il sistema economico ed ideologico che ha contribuito maggiormente al declino della Terra, si fonda sulla teoria di sfruttamento dei momenti di crisi. Diceva Milton Friedman: “Solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento”.

Capitalismo del Coronavirus o conversione ecologica?

Le crisi hanno portato, nel passato, a grandi trasformazioni sociali come il New Deal di Roosevelt o a grandi fallimenti della storia come l’affermazione della dottrina neoliberale. Dai primi passi mossi dai governi, non sembra che la questione ambientale sia al momento considerata, come se, ancora una volta, si pensasse che la sfera economica sia distaccata dal resto. Il “capitalismo del Coronavirus”, così come l’ha definito la Klein, risulta la strada maestra, perlomeno negli Stati Uniti. Ci auguriamo che in Europa, dopo i grandi proclami degli scorsi due anni, non venga fatto lo stesso errore. La radice delle parole economia ed ecologia è appunto οίκος, che significa “casa”: non può esistere transizione economica che non sia sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

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