Perdita di metano in Antartide, scienziati preoccupati

Perdita di metano in ANtartide

La rilevazione

Andrew Thurber è uno scienziato, un ricercatore presso l’università statunitense di Oregon State. In questi giorni si è detto “molto preoccupato” in quanto ha rilevato, insieme al suo gruppo di studio e ricerca che si occupa di Antartide, una perdita di metano attiva sul fondale dell’oceano che circonda il continente ghiacciato.

Perdita di metano in Antartide Andrew Thurber
Andrew Thurber (primo piano) in Antartide. Foto: Polar Journal

La motivazione di questa fuoruscita rimane un mistero. Non siamo a conoscenza del motivo per cui il gas sia fuoriuscito. La rilevazione è avvenuta nel braccio di oceano denominato Mare di Ross, una zona che la squadra di Thurber non ritiene vittima del surriscaldamento globale, per ora. Gli scienziati, però, si basano su dati risalenti al 2016, quando si sono recati in loco. Da quell’anno in avanti, il loro lavoro si è svolto esclusivamente in università. All’interno di un laboratorio molto lontano dall’Antartide.

Disgelo e perdita di metano in Antartide, i precedenti storici

Il timore degli scienziati è che questa perdita sia riconducibile a precedenti storici poco entusiasmanti. Dodicimila anni fa, al termine della cosiddetta Era Glaciale, la ritirata improvvisa e massiccia dei ghiacciai provocò consistenti emissioni di gas metano. Ciò fu dovuto all’azione di dissolvimento delle masse solide, ghiacciate, che liberarono numerose strutture, disseminate sul fondale del mare Artico, contenenti metano. La paura è che questo rilevazione possa essere una prima fase della ripetizione di questo fenomeno.

La fuga è stata individuata ad una profondità di circa 10 metri. La localizzazione precisa riporta le coordinate di Cinder Cones, nel McMurdo Sound. Il team di Thurber alla OSU è convinto che in quelle acque siano conservate enormi quantità di gas metano. Le pareti di ghiaccio le terrebbero imprigionate a quelle latitudini. Se però esse dovessero sciogliersi a causa dell’aumento della temperatura dell’acqua, le perdite gassose aumenterebbero rapidamente.

Il Video dell’università di Oregon State sulla fuga di metano in Antartide

Nel preciso momento in cui si scrive, non si riscontra un riscaldamento così significativo, nel Mare di Ross, da poter avvalorare questa tesi. Il rilascio di gas, dunque potrebbe essere dovuto ad altre cause. Il collegamento tra la perdita e il surriscaldamento, ad oggi, è puramente teorico.

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I microbi testimoniano la sofferenza del Pianeta

Che ci fosse qualcosa che non andava, a Cinder Cones, era stato già scoperto nel 2011. Alcuni sub immersi in quelle acque, infatti, si accorsero che la concentrazione di metano nell’acqua era troppo elevata. Passarono però ben 5 anni prima che fosse assemblata una squadra di scienziati – quella guidata da Thurber – e la si inviasse a studiare dettagliatamente il fenomeno.

Le loro osservazioni non sono troppo positive. Andrew Thurber ha affermato: “La scoperta più importante è il ritardo nel consumo del metano. Non è una buona notizia. Nella maggior parte degli oceani, quando fuoriesce metano dal fondale, viene consumato dai microbi sedimentati sul fondo o nella colonna d’acqua sopra la fuga. La lenta crescita dei microbi nel sito di Cinder Cones e la sua profondità, però, significano che il metano si diffonderà quasi sicuramente nell’atmosfera.” I microbi sono fondamentali nell’indicare lo stato di un giacimento gassoso. La presenza di una distesa di microbi bianchi lunga oltre 70 metri attesta la fuoriuscita. La riserva di gas potrebbe avere migliaia di anni.

Il motivo per il quale i microbi non riescono ad arrestare la fuoriuscita sarebbe che il metano sta consumando le alghe le quali formano i sedimenti ove questi agenti bianchi si annidano. Qualunque sia però la causa, su cui anche gli scienziati si stanno interrogando, la situazione non potrà che aggravarsi se il flusso del gas non sarà arrestato.

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La perdita di metano in Antartide, i motivi di preoccupazione

“Ci sono voluti più di 5 anni prima che i microbi si manifestassero e, nonostante ciò, il metano fluiva rapidamente dal fondale marino. La grande domanda da farsi è: quanto è grande il ritardo dei microbi rispetto alla velocità con cui potrebbero potenzialmente formarsi nuove perdite?” In queste parole di Thurber ben si coglie la sua principale preoccupazione. Il timore è che la microfauna marina non riesca ad arrestare questa ed eventuali prossime esfiltrazioni gassose. “Potrebbero volerci anche 5 o 10 anni prima che una comunità di microbi si adatti completamente e inizi a consumare metano.” Ha concluso lo scienziato americano.

Perdita di metano in Antartide superficie

Dunque per un decennio il metano potrebbe trasferirsi dall’acqua all’aria, passando nell’atmosfera per evaporazione. Questo dato è molto preoccupante perché, come sappiamo, il nostro pianeta ha già un grave problema di emissioni, dovuto in larga parte alle attività umane. Mentre aumentano i motivi di preoccupazione, la comunità internazionale continua a fare troppo poco per affrontare questa battaglia che ci riguarda tutti. Chiunque voglia approfondire la ricerca di Thurber e dei suoi due assistenti, Sarah Seabrook e Rory M. Welsh, può farlo sulle pagine della Royal Society Publishing, in lingua originale.

Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno

polveri sottili

Le polveri sottili sono l’insieme di micro particelle, sia solide che liquide, presenti nell’aria. Il termine tecnico è particolato atmosferico ed è costituito da pulviscoli di origine sia naturale che antropica, in grado di minare la nostra salute.

Composizione delle polveri sottili

Le polveri sottili possono essere costituite da diversi componenti chimici quali metalli pesanti, solfati, nitrati, ammonio, carbonio organico, idrocarburi aromatici policiclici, diossine/furani. In particolare, il particolato costituito da ossidi di azoto (NOx) e biossidi di zolfo (SO2) si formano tramite processi di combustione di materiali che contengono impurità. Le maggiori responsabili di questo tipo di particolato sono le industrie.

Il particolato costituito da ammonio, invece, deriva dall’ammoniaca la cui presenza in atmosfera è dovuta principalmente dalle attività agricole. Il carbonio organico (OC) è un composto di origine sia naturale che antropogenica ed è prodotto principalmente da traffico, riscaldamento, industrie, combustione di biomasse. I metalli possono essere sia di origine naturale come le polveri sahariane e la risospensione di materiale crostale, che antropogenica. In questo caso le polveri sottili derivano dalla combustione, dalle industrie, dal traffico, dall’usura dei freni e della strada).

Quanto sono grandi?

Le due categorie principali di polveri sottili sono il particolato grossolano, che è costituito da particelle con un diametro di più di 10 micron, e il particolato fine. Di quest’ultimo si divide in due tipi:

  • PM10 (PM = Particulate Matter): è anche detto particolato grossolano. Si tratta di particelle con un diametro di 10 micron o inferiore.
  • PM2.5 : è anche detto particolato fine. Si tratta di particelle con un diametro di 2.5 micron o inferiore.

Il diametro di un capello è di circa 70 micron. Queste particelle, quindi, sono molto fini e pertanto inalabili. Il particolato grossolano è in genere trattenuto dalla parte superiore dell’apparato respiratorio (naso e laringe). Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore e oltre (naso, faringe e trachea). Il PM2.5 può penetrare profondamente nei polmoni, specialmente con la respirazione dalla bocca. Il particolato ultra fine penetra fino agli alveoli, mentre quello costituito da particelle con un diametro misurabile in nanometri (1 nanometro corrisponde a PM 0,001) può arrivare a raggiungere il nucleo delle cellule. Il particolato ultra-fine, misurabile in nanometri (fino a 600nm) rappresenta più dell’80% del numero totale nm) di particelle, mentre diminuisce notevolmente passando alle dimensioni maggiori.

Gli effetti negativi delle polveri sottili sulla salute

L’esposizione acuta al particolato può causare difficoltà respiratorie. Quella prolungata è associata a un aumento di malattie respiratorie quali bronchiti croniche, asma e riduzione delle funzionalità respiratorie. L’esposizione cronica, specialmente alle polveri più fini che penetrano in profondità nel sangue, è associata a un incremento del rischio di tumore delle attività respiratorie.

Secondo Legambiente, sono oltre 412 mila all’anno le morti premature in Europa dovute a un’eccessiva esposizione alle polveri sottili. L’Italia si trova al primo posto di questa classifica. Solo nel 2019 sono morte 60 mila persone per malattie respiratorie acute, patologie polmonari ostruttive, ischemia, tumore ai polmoni e infarto. Dei 3,9 milioni di persone che in Europa sono minacciate da Pm2,5 e 10, ben il 95% vive in Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, che è tra le aree più inquinate d’Europa. La legge prevede che per il PM10 non si superino i 50 microgrammi per metro cubo. A Gennaio 2019, però, è Milano sono stati registrati 90 microgrammi per metro cubo, a Torino 94 microgrammi per metro cubo.

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E quelli sull’ambiente

Il particolato è dannoso anche per l’ambiente. Essendo infatti le particelle molto fini, vengono facilmente trasportate su lunghe distanze dal vento e posarsi su acque e terreni. A seconda della loro composizione chimica, gli effetti sull’ambiente possono includere:

  • Acidificazione dei corsi d’acqua
  • Alterazione dell’equilibrio nutrizionale delle acque costiere e dei grandi bacini fluviali
  • Esaurimento dei nutrienti del suolo
  • Danneggiamento delle foreste e delle colture
  • Compromissione della varietà ecosistemica
  • Acidificazione delle piogge

I possibili rimedi per l’inquinamento da polveri sottili

La principale causa della presenza di particolato nell’aria è il riscaldamento domestico. Non a caso la concentrazione di polveri sottili nell’aria nella zona di Miano, per fare un esempio, è molto più alta nel periodo invernale. Anche i veicoli a motore giocano la loro parte. Tutti i combustibili fossili utilizzati per far funzionare le automobili sono additabili come colpevoli. Il peggiore, in questo senso, è la benzina. Ma anche il Diesel che, oltretutto, è la peggiore alternativa in termini di emissioni di CO2. Un ruolo primario è anche giocato, più in generale, dall’inquinamento derivante dalle fabbriche.

I possibili rimedi sono dunque individuabili in tutte quelle alternative a basse emissioni: riscaldamento alimentato da pompe di calore, veicoli elettrici o, più in generale, mobilità sostenibile ed una conversione olistica del sistema economico. Tutte alternative già esistenti, la cui implementazione deve essere stimolata tanto dallo Stato quanto dalla volontà dei cittadini. Le polveri sottili causano, solo in Italia, 80.000 morti premature all’anno. È ora di correre ai ripari.

Fonti:

United States Environmental Protectiion Agency

Ministero della salute

Report Mal’Aria di città 2020 di Legambiente

Il Post

Acqua inquinata in Veneto: c’è una zona rossa

Acqua inquinata in Veneto

È allarme acqua inquinata in Veneto: gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona lamentano patologie inusuali, in un numero di casi alto e inconsueto. La causa sembrerebbe essere l’inquinamento dell’acqua della falda locale, causato da una società chimica che ha operato per oltre 50 anni in provincia di Vicenza.

Acqua rubinetto

L’azienda chimica Miteni

La Miteni era una importante società chimica italiana. La sede aziendale era a Trissino, un centro abitato da circa 8700 persone nel vicentino. La società fu fondata nel 1965 come centro di ricerca al servizio dell’azienda tessile Marzotto. Il suo primo nome, infatti, fu RiMar (Ricerche Marzotto). Il suo principale lavoro era la produzione di acidi carbossilici perfluorurati, utilizzati per impermeabilizzare i tessuti. I processi chimici per produrre questi acidi sono lo scambio di alogeno (HALEX) – che impiega cloro e trifluoruro di antimonio, il cosiddetto reagente di Swarts – o l’impiego di sali di diazonio.

Nel 1988 la società viene rilevata da Mitsubishi ed EniChem (oggi Syndial, la petrolchimica del gruppo ENI) e acquisisce il nome Miteni, il quale non è altro che una crasi delle due aziende controllanti: Mitsubishi ed Eni. Da quel momento la società si concentra sulla produzione di intermedi contenenti fluoro. I suoi clienti di riferimento sono gli attori del settore agrochimico e farmaceutico. Pochi anni dopo, nel 1996, il gruppo Mitsubishi acquisisce il 100% della proprietà delle azioni di Miteni, diventandone proprietario unico. Ricordiamo che la società giapponese non è solo un grande produttore di automobili e condizionatori; si tratta infatti della principale holding finanziaria del Paese orientale, nonché di una delle più importanti al mondo.

Il fallimento

Nel 2009, un nuovo cambio al vertice ha visto il gigantesco gruppo ICIG acquisire l’azienda di Trissino. La Miteni fu collocata nel gruppo di aziende di chimica raffinata del gruppo, raggruppate sotto l’egida di WeylChem. Alcuni anni dopo si monitorò la contaminazione della falda freatica di Trissino. Nell’acqua, furono ritrovati depositi di tensioattivi perfluorurati (PFAS) pericolosamente alti; tracce di sostanze nocive come PFOA, GenX e C6O4 furono rinvenute all’interno della riserva locale di acqua potabile. Il 26 ottobre del 2018 il cda di Miteni deliberò il deposito di un’istanza di fallimento. Un paio di settimane dopo, con una sentenza risalente al 9 novembre 2018 la Miteni S.p.A. è stata dichiarata fallita. Le sue scorie, però, galleggiano ancora nelle acque di Trissino.

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Acqua inquinata in Veneto: veleno da bere

L’8 giugno scorso, presso il tribunale di Vicenza. si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro la Miteni. L’accusa mossa all’azienda è quella di inquinamento colposo. Un gruppo di genitori era davanti al tribunale, facilmente riconoscibile per via delle magliette indossate. Sulle t-shirt era scritto “State avvelenando i nostri figli”. Oltre a questo grido di rabbia, che è simultaneamente anche una richiesta di aiuto, era stato stampato un nome e il referto di un’analisi del sangue.

L’iniziativa è del comitato Mamme no PFAS, nato 3 anni fa con lo scopo di proteggere il diritto di tutti all’acqua pulita. L’inviato in Italia della testata francese Libération, Eric Jozsef, le ha incontrate e ne ha intervistato una fondatrice: Michela Piccoli, infermiera. Essa ha affermato: “Mia figlia Maria ha 18 anni. Nel sangue ha un tasso di acido perfluoroottanoico (PFOA) di 86,9 nanogrammi per millilitro. Normalmente, tale tasso varia tra 1,5 e 8 ng/ml.”

La falda freatica interessata dalle scorie della Miteni si estende per circa 700 chilometri quadrati, l’ampiezza del Lago di Garda. Essa fornisce acqua dolce alle province di Verona, Vicenza e Padova. Secondo le campionature, risulterebbe completamente contaminata. La Miteni avrebbe riversato, in un fiume che scorre nella zona di Trissino, sostanze perfluoroalchiliche(PFAS) fino ad una concentrazione di 1,2 milioni di nanogrammi per litro. Gli intossicati a causa dell’acqua inquinata in Veneto ammonterebbero a 350mila persone.

Acqua inquinata in Veneto

PFAS nell’acqua

Che cosa sono i PFAS? Per quale motivo sono così pericolosi? Gli acidi perfluoroacrilici sono una famiglia di composti chimici. Il loro impiego prevalente è nel campo dell’industria. Si tratta di catene alchiliche idrofobiche fluorurate, per semplificare, sono acidi molto forti. Vengono utilizzati allo stato liquido e la loro struttura chimica è in grado di conferirli stabilità termica e resistenza ai principali processi naturali di degradazione. Per questi motivi sono pericolosi inquinanti e hanno contaminato completamente la falda acquifera veneta in questione.

Hanno caratteristiche di impermeabilizzazione notevoli. I PFAS sono oleo e idrorepellenti. Vengono impiegati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, nel rivestimento di padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico. Allo stato attuale della ricerca medica, si ritiene che gli acidi perfluoroacrilici agiscano sul sistema endocrino – compromettendo crescita e fertilità – e che siano cancerogeni. La lunga esposizione a PFAS può favorire l’insorgenza di tumori (a reni e testicoli), sviluppare malattie tiroidee, dare origine a ipertensione gravidica e coliti ulcerose.

Come avviene la contaminazione delle acque

In caso di smaltimento non corretto nell’ambiente o, ancor peggio, di sversamento illegale, i PFAS penetrano facilmente nelle falde acquifere. Giunti nell’acqua, la inquinano e, attraverso essa, raggiungono campi e prodotti agricoli. Dunque gli alimenti di cui ci nutriamo. Un’alta concentrazione di queste sostanze non è tossica solo per l’uomo, bensì anche per ogni altro organismo vivente. Gli acidi perfluoroacrilici, infatti, si accumulano nell’organismo attraverso un processo di bioamplificazione. Tale fenomeno avviene quando gli organismi al vertice della piramide alimentare ingeriscono quantità inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente. Prendiamo ad esempio l’uomo che si nutre di animali e vegetali già imbevuti di PFAS, esso resterà vittima di bioamplificazione.

A partire da ottobre 2018, la Giunta Regionale del Veneto ha imposto limiti stringenti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua. Sembra però proprio uno di quei proverbiali casi nei quali si serra la stalla soltanto dopo la fuga dei buoi.

Acqua inquinata in Veneto: le accuse

“Per il numero degli abitanti coinvolti e la dimensione della falda freatica, la seconda più grande d’Europa, si tratta di una vicenda eccezionale. L’azienda era al corrente da molto tempo della contaminazione. Aveva l’obbligo di segnalarla alle autorità ma non lo ha fatto. Solo nel 2017 abbiamo saputo della gravità della situazione, all’esito delle prime analisi del sangue.” Afferma Matteo Ceruti, avvocato di decine di mamme no PFAS che si sono costituite parte civile nel processo a Miteni.

Lo scandalo ha cominciato ad assumere le proporzioni attuali nel 2013. Durante uno studio commissionato dall’Unione Europea sulla presenza di sostanze perfluorate nei fiumi, è stato individuato l’inquinamento dell’acqua in Veneto causato da Miteni. A seguito delle ultime rilevazioni, il commissario per la crisi PFAS in Veneto, Nicola Dell’Acquanomen omen – ha ammesso: “Per decenni l’acqua, così com’è, non potrà essere utilizzata.”

All’interno della zona rossa già descritta, il 90% delle persone riporta valori anomali di PFAS nel sangue. La media locale è di 78 nanogrammi per millilitro di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue. Un dato agghiacciante, se consideriamo che gli abitanti dell’Ohio, contaminati dai PFAS dell’azienda DuPont, registrano valori più bassi di due terzi, in media. “Le sostanze accumulate possono restare nell’organismo anche più di 10 anni.” Specifica Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova. Sui territori interessati si stanno costruendo 60 chilometri di tubazione per bypassare il problema dell’acqua inquinata in Veneto utilizzando le riserve montane. Ogni rubinetto è stato dotato di filtri per la purificazione idrica.

Acqua potabile rubinetto

Veneto in Cattive Acque

A febbraio è uscito anche in Italia il film Cattive Acque, interpretato da Mark Ruffalo. Racconta la storia dell’avvocato Robert Bilott, il quale portò in tribunale la DuPont a seguito dell’inquinamento delle acque di Parkersburg, causato dalle emissioni aziendali di PFAS. Al termine di una lunghissima battaglia, la quale lo provò duramente anche nella sfera privata, Bilott riuscì ad ottenere un importante risultato. Obbligò l’azienda a rimborsare ben 671 milioni di dollari per risolvere la class action nella quale l’avvocato coinvolse ogni singola vittima di quell’acqua inquinata.

Trailer italiano del film Cattive Acque. La vicenda raccontata somiglia molto a quella veneta di cui si occupa l’articolo

Come spesso accade nei film, la vicenda della DuPont ha avuto un lieto fine. Anche nella realtà l’industria chimica di Wilmington ha dovuto sborsare tale cifra. Non sappiamo che cosa avverrà all’interno delle aule del tribunale di Vicenza ma ci auguriamo che anche per la Miteni si possa arrivare ad una simile soluzione. Il precedente statunitense sarà sicuramente incluso tra le carte processuali.

Nessun rimborso, neppure il più insperato, potrà ripulire il sangue ai veneti. L’acqua inquinata in Veneto significherà malessere e patologie per i locali ancora per molto tempo. È tempo di cominciare a prendere atto di come stiamo distruggendo le nostre riserve idriche e del male che ci stiamo causando autonomamente. La falda freatica inquinata avanza verso Venezia al ritmo di un chilometro e mezzo all’anno. Come dice Nicola Dell’Acqua: “In Europa ci sono altre Miteni. Se si fissano limiti soltanto in una regione, le industrie chimiche si sposteranno in un’altra.”

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Inquinamento dei mari, falliti gli obiettivi per il 2020

inquinamento dei mari

Nel lontano 2008 era stata redatta dall’UE una Direttiva il cui obiettivo era quello di raggiungere un “Buono Status Ambientale delle acque” entro il 2020. Nel 2020, però, la situazione è ancora problematica e gli obiettivi per la riduzione dell’inquinamento del mare sono stati rimandati al 2030.

Mancato obiettivo per limitare l’inquinamento del mare

L’ambiente marino è un patrimonio prezioso che deve essere protetto, preservato e, ove possibile, ripristinato. L’obiettivo finale è quello di mantenere la biodiversità e far sì che oceani e mari siano puliti, sani e produttivi. Queste le esatte parole della lunghissima direttiva del 2008, i cui obiettivi non sono ovviamente ancora stati raggiunti.

Il punto 29 cita l’anno 2020, allora probabilmente visto come appartenente a un futuro lontano anni luce, data la poca tempestività con la quale sono state attuate le misure atte a contenere il riscaldamento climatico. Gli stati membri dovrebbero prendere le misure necessarie per raggiungere e mantenere un buono status ambientale del mare. Anche se dovrebbe essere riconosciuto che questo obiettivo non potrà essere raggiunto prima del 2020.

Un quadro contrastante

Alcuni progressi, certo, sono stati fatti. A tal proposito si possono leggere alcuni dati nella relazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sugli ecosistemi marini europei (giugno 2020). Alcuni ecosistemi marini sono in recupero a causa di significativi, spesso decennali, sforzi per ridurre gli impatti ambientali delle attività umane. Lo stato di qualità dei mari europei dipinge però un quadro dai colori contrastanti. Se infatti alcune specie mostrano segni di ripresa (le aquile dalla coda bianca nel Mar Baltico sono in crescita), nell’Oceano Artico norvegese, nel Grande Mare del Nord e nel Mar Celtico, negli ultimi 25 anni si è registrato un calo del 20% degli uccelli marini.

La pesca intensiva è diminuita nell’Atlantico nord-orientale e nel Mar Baltico, ma il Mar Mediterraneo e il Mar Nero rimangono fortemente sovrasfruttati. Mentre le norme UE che regolano le sostanze chimiche hanno portato a una riduzione dei contaminanti, si registra un aumento dell’accumulo di plastica e di residui chimici nella maggior parte delle specie marine.

L’ecosistema del Mediterraneo è tuttora tra i più ricchi al mondo, con 17mila specie, ma solo il 6,1% dei suoi stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7% della sua area non riscontra problemi di inquinamento (ANSA)

inquinamento del mare

Il danno dell’inquinamento del mare può essere irreversibile

La relazione dell’ AEA, quindi, più che una celebrazione dei pochi successi ottenuti, costituisce un monito. Stiamo infatti esaurendo il tempo a disposizione per invertire decenni di incuria ed uso improprio delle risorse del mare. Il danno ai mari può infatti essere irreversibile. Alcune delle cause sono l’inquinamento dei mari e quindi l’alterazione chimico-fisica delle acqua, ma anche il riscaldamento globale che comporta l’acidificazione degli oceani, la scomparsa dei coralli, la formazione di enormi zone morte, senza più alcun barlume di vita.

Ma il danno i mari non comporta soltanto, come si potrebbe pensare, l’estinzione di qualche piccolo mollusco invisibile all’occhio umano. Vi sono conseguenze dirette anche sulle popolazioni europee. Le condizioni dei mari determinano infatti la loro capacità di fornire ossigeno, cibo, un clima abitabile e materie prime, oltre che a sostenere le attività ricreative e la salute. In grande scala, poi, tale situazione ha ripercussioni sulla qualità della vita, sui mezzi di sostentamento e sull’economia

La speranza resta (almeno fino al 2030)

Gli autori dello studio sono speranzosi che entro il 2030 la situazione dei mari possa migliorare drasticamente. Abbiamo ancora una possibilità di ripristinare gli ecosistemi marini se agiamo in modo deciso e coerente e realizziamo un equilibrio sostenibile tra il modo in cui utilizziamo i mari e il nostro impatto sull’ambiente marino. Così ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.

Questa relazione è infatti un’ulteriore spinta per gli Stati Membri ad agire a favore dei mari del continente. La Commissione ha inoltre prodotto una serie di criteri dettagliati e standard metodologici per aiutare gli Stati membri ad attuare la direttiva sui mari. Alcuni esempi pratici? Ridurre la pesca eccessiva e le pratiche di pesca non sostenibili, ridurre i rifiuti di plastica, i nutrienti in eccesso, il rumore subacqueo e tutti gli altri tipi di inquinamento dei mari. Insieme alla nuova strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, tra i cui i obiettivi vi è quello di rendere almeno il 30% dei mari una zona protetta, e al Green Deal europeo si dovrebbe poter raggiungere gli obiettivi originari entro il 2030.

Leggi il nostro articolo riguardo alla Strategia Europea sulla biodiversità 2020

Quanto inquinano le multinazionali del latte

Multinazionali del latte

Recentemente, lo IATP, Institute for Agriculture and Trade Policy, ha rilasciato un dettagliato rapporto, intitolato Milking the Planet: How Big Dairy is heating up the planet and hollowing rural communities. Tradotto dall’inglese, lingua in cui il documento è stato stilato dalla ONLUS statunitense – tedesca con sede nel Minnesota, il titolo del rapporto suona più o meno così in italiano: mungere il Pianeta: in che modo le multinazionali del latte stanno riscaldando la Terra e svuotando le comunità rurali. Questa intestazione lascia ben poco spazio all’immaginazione. Andiamo ad approfondire la spinosa questione.

Logo del report, Foto: IATP

I gas ad effetto serra

Il rapporto di cui sopra è impietoso. Secondo gli studi riportati nel documento, le emissioni totali combinate di gas serra di 13 tra le maggiori aziende lattiero- casearie sono aumentate dell’11% soltanto nel biennio tra il 2015 e il 2017.

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Aumento delle emissioni delle multinazionali del latte, grafico: IATP

Il GHG (greenhouse gas) di cui si parla è un terribile inquinante poiché è capace di intrappolare il calore nell’atmosfera. I principali GHG sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs, ove la s finale sta per il plurale inglese) e perfluorocarburi (PFC). Anche il vapore acqueo gioca un ruolo importante come agente dell’effetto serra ma si tratta di una formazione naturale, non influenzato direttamente dalle attività umane – le quali causano invece tutte le emissioni precedentemente elencate – dunque non viene incluso tra i gas ad effetto serra.

Ci sarebbe dunque un legame tra l’espansione del settore lattiero – caseario a livello industriale e l’aumento delle emissioni di gas serra. I numeri ora analizzati ce lo dimostrano. Come se il solo problema ambientale non bastasse, la lotta che i grandi poli industriali fanno alle piccole aziende agricole, già impari, si è ulteriormente sbilanciata a seguito della crisi causata dalla pandemia.

Le multinazionali non si curano della propria impronta ambientale

Davvero preoccupante è l’affermazione dello IATP, riportata nel rapporto, secondo la quale nessuna delle 13 multinazionali esaminate ha preso impegni chiari per ridurre le proprie emissioni. L’impronta di carbonio di queste lunghe catene di approvvigionamento del latte non sembra importare ai manager. A onor del vero, 3 di queste aziende hanno stilato obiettivi climatici. Tali target ambientali, messi nero su bianco, coinvolgono l’interezza della loro filiera. Sull’altro piatto della bilancia però, tristemente, troviamo un peso maggiore. Meno della metà delle multinazionali prese in esame riporta le proprie emissioni. Nuovamente, non sembrano neppure interessarsi al problema.

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L’incuranza delle multinazionali di fronte alle loro emissioni, Grafico: IATP

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Vigilare sull’irresponsabilità

“Due anni dopo aver riportato le nostre prime stime, il nuovo studio dimostra come l’industria lattiero – casearia resti irresponsabile. I governi devono regolamentare le potenti società che controllano il latte. Queste multinazionali vanno obbligate a pagare il conto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica. ” Evidenzia Shefali Sharma, direttore di IATP Europa e autore del rapporto. “I paesi industrializzati si sono dati il compito di aumentare le proprie ambizioni climatiche eppure queste aziende continuano ad espandersi in potenza. La loro produzione aumenta mentre le comunità rurali soffrono. I governi possono e devono reindirizzare i fondi pubblici per consentire ad agricoltori e allevatori di produrre e salvaguardare il loro sostentamento, oltre che il pianeta. Quelle politiche che forniscono le maggiori possibilità di fermare la sovrapproduzione e garantire prezzi equi ai produttori sono le stesse che possono aiutare a ridurre le emissioni.” Ha aggiunto Sharma, alla pubblicazione del suo report.

A Parigi, nel dicembre 2015, durante la celebre conferenza COP21, i governi decisero di frenare le emissioni globali. Nel corso del solo anno 2017, però, le emissioni di gas serra sono aumentate di 32,3 milioni di tonnellate sull’anno precedente. L’equivalente di 6,9 milioni di auto in strada per un anno intero, per un consumo di 13,6 miliardi di litri di benzina. In quello stesso anno, le emissioni combinate delle multinazionali e della grande industria lattiero – casearia, hanno superato quelle dei principali produttori di carbonio. Ci riferiamo alla BHP e alla ConocoPhilips, aziende che vivono producendo combustibili fossili.

Le multinazionali del latte dimostrano irresponsabilità e si curano ben poco delle proprie emissioni. È dunque necessario che vi sia qualcuno a vigilare su di esse e punirle all’occorrenza. Sono in grado di farlo i governi? Occorre che ci pensino le istituzioni internazionali? Vanno creati enti ad hoc?

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L’illecito vantaggio delle multinazionali

I due anni sui quali il rapporto si concentra, quelli tra il 2015 e il 2017, hanno visto la produzione di latte aumentare dell’8% a livello mondiale. Ciononostante, in quello stesso biennio, migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, o di piccole dimensioni, hanno dichiarato fallimento. Sia in Europa, sia negli Stati Uniti, sia in India, sia in Nuova Zelanda (le quattro principali regioni produttrici del latte), gli agricoltori hanno visto il proprio debito aumentare e il proprio reddito diminuire. È terribile per un piccolo produttore, è un colpo da ko tecnico. Le grandi compagnie, invece, stabili e a prova di crisi, hanno saputo resistere stoicamente anche al COVID-19, con una flessione dei loro guadagni ma nessuna delle loro emissioni.

Le brutte immagini degli agricoltori che gettavano il loro latte, che abbiamo visto anche in Italia, evidenziano le fragilità di un sistema in avaria, concentrato nelle mani di pochi abbienti. Come ricorda il report, è ora di chiedere con maggior forza una gestione dell’offerta che contempli prezzi più equi, limitando al contempo la sovrapproduzione e tutti gli sprechi che ne conseguono.

Il cammino del latte, dalla mucca alla tavola

Quale soluzione?

In conclusione, il rapporto firmato da Shefali Sharma suggerisce una possibile via d’uscita a questa ingiusta – ed inquinante – situazione. “Poiché il settore lattiero – caseario si disintegra in ampie operazioni sotto il controllo di alcune multinazionali, la soluzione sta nella creazione di politiche pubbliche concrete. In tal modo si può affrontare la sovrapproduzione e si possono creare programmi in grado di gestire meglio l’offerta. Vanno create politiche agricole, commerciali e concorrenziali competitive e complementari.”

Un report non prende decisioni, non decide il da farsi. Un report analizza una situazione, ne espone i problemi e ne suggerisce le soluzioni. Fatto questo, ha esaurito il suo scopo. La palla ora deve rimbalzare nel cortile dei governi e delle istituzioni politiche sovranazionali. La decisione adesso diventa politica e abbiamo bisogno di qualcuno che la assuma. Ci dimostrino che le belle parole dette e scritte sull’ambiente negli ultimi tempi non sono finite vittima del nuovo coronavirus.

Video risposta a “I Fatti Vostri”, che buttano un oggetto in mare

i fatti vostri

La puntata de “I Fatti Vostri” andata in onda sulla Rai il 12 giugno 2020 trasmette un messaggio sbagliato e irrispettoso per chiunque cerchi di combattere la crisi climatica e fare qualcosa di buono per il pianeta e per gli altri.

La plastica inquina i mari e la Rai non lo sa?

In particolare, durante gli ultimi 6 minuti, va in onda un servizio che riguarda una ragazza che ha l’abitudine di gettare tutti gli anni in mare una bottiglia di plastica con al suo interno alcuni messaggi di speranza. Questa bottiglia è stata poi trovata da un volontario di ReTake Mola, un’associazione che si occupa di preservare la bellezza del territorio di Mola di Bari.

Lungi da noi mettere alla gogna pubblica questa ragazza, che sicuramente non aveva idea del danno che apporta all’oceano gettando una bottiglia di plastica in mare, la colpa maggiore è della Rai. La più famosa rete televisiva italiana, infatti, dovrebbe avere tutte le informazioni necessarie riguardo a questo argomento, ma del problema dell’inquinamento del mare non fa cenno. Anzi, quasi idolatra la ragazza, con il rischio di influenzare altre persone a fare lo stesso.

La plastica biodegrdabile è comunque dannosa

Invece, la presentatrice pensa bene di fare ricorso a una bottiglia di plastica biodegradabile e di gettarla in mare, facendo quindi passare il messaggio sbagliatissimo che gettare oggetti biodegradabile in mare non sia un’azione altrettanto deplorevole.

La bottiglia di plastica biodegradabile che la presentatrice ha gettato è infatti composta di amido di mais, il quale per biodegradarsi impiega dai 6 mesi all’anno e mezzo. Un mozzicone di sigaretta ci mette un anno. Quindi possiamo dire che una presentatrice Rai ha gettato un mozzicone di sigaretta nel mare in diretta nazionale davanti a un volontario che si occupa di pulire il mare e le spiagge dai rifiuti.

A voi giudicare questo episodio. Noi siamo sconcertati e speriamo che con questo video possiamo fornire qualche informazione in più riguardo al problema della plastica in mare.

Leggi anche: Ripristinare gli oceani entro il 2050. La sfida della scienza

Disastro ambientale in Siberia

Disastro ambientale in Siberia

Geografia della zona

Ci troviamo a Norilsk, nel territorio di Krasnojarsk, in piena Siberia settentrionale. Questa località è la seconda città al mondo, per popolazione, oltre la linea del Circolo Polare Artico, preceduta soltanto dalla più nota Murmansk. Il centro, sorgendo ad una latitudine di 69 gradi nord, è il più settentrionale della Siberia. La città sorge su suolo completamente ghiacciato, che non disgela mai nel corso dell’anno, il cosiddetto permafrost. È la mattina del 29 maggio e tutto appare solito e consueto, non vi è alcun sentore che si sta per verificare un incidente cui seguirà un disastro ambientale di dimensioni storiche.

Il clima subartico e il fatto di essere uno dei 10 luoghi più inquinati al mondo, non giocano certo a favore dell’appeal turistico di Norilsk. L’impianto industriale cittadino dell’azienda NorNickel è, singolarmente, il polo produttivo più inquinante sul nostro pianeta. L’aria in città è tossica; un’alta percentuale dei circa 105mila abitanti di Norilsk soffre di malattie respiratorie. Tra i cittadini il cancro si manifesta con una probabilità due volte superiore a quella della media russa. L’aspettativa di vita da queste parti è più corta di ben 10 anni rispetto alle altre regioni del vasto Paese.

I fatti dell’ultimo tra i disastri ambientali del mondo

Ora che conosciamo la remota, per noi centro-europei, zona di Norilsk, andiamo a vedere cosa è successo il 29 maggio. All’interno di una centrale termoelettrica nei pressi della città è improvvisamente crollato un serbatoio di carburante. Tale contenitore era colmo di gasolio. In seguito al suo crollo, le oltre 20mila tonnellate di combustibile liquido si sono riversate nel fiume Ambarnaya, che scorre accanto alla centrale. In brevissimo tempo, le acque del fiume si sono tinte di un rosso acceso. Le immagini sono tanto spettacolari quanto terribili; si tratta di una inondazione di gasolio la quale, inevitabilmente, andrà a devastare gli ecosistemi della rete fluviale locale.

https://www.youtube.com/watch?v=Yb4jG47cZtM

Un disastro ambientale ed ecologico

L’evento rappresenta un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. L’associazione ambientalista Greenpeace ha paragonato l’accaduto all’incidente della petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Le conseguenze di tale misfatto, nel quale, come qualcuno ricorderà, si versò in mare una quantità di petrolio incredibile, pari a circa 41 milioni di litri, in seguito all’incagliamento di una superpetroliera nello stretto di Prince William, stretta insenatura del golfo di Alaska.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza per l’intera regione, chiedendo ai gestori della centrale di assumersi le proprie responsabilità. In seguito, però, appurato che la centrale è in gestione alla ditta NTEK – sussidiaria di NorNickel, il gigante estrattivo cui abbiamo accennato in apertura – e che NorNickel è di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca russo, naturalmente miliardario e naturalmente prezioso alleato dello zar del nuovo millennio, si è deciso di non sostituire il CEO e di non nazionalizzare l’impresa.

Putin ha dichiarato pubblicamente che si attiverà presto, assieme ai suoi funzionari, per modificare la normativa in modo da evitare che in futuro si ripetano simili disastri ambientali e ha criticato duramente le autorità locali, ree di non aver risposto in maniera coordinata ed efficace allo sversamento in acqua di tutto questo gasolio. Teniamo presente che la situazione è stata insabbiata per diversi giorni, prima che il 3 giugno la peculiare colorazione dei fiumi contaminati non rendesse nota a chiunque la situazione.

Ci auguriamo che il presidente Putin sia in buona fede e speriamo che il suo governo, dal potere pressoché infinito, riesca a trovare una quadra per evitarci di dover descrivere un simile disastro anche tra qualche tempo. Resta comunque il fatto che, ad oggi, abbiamo 20mila tonnellate di gasolio le quali stanno arrivando in mare dai fiumi siberiani. Questo disastro ambientale, non può attendere la prossima normativa.

Leggi anche: “Giornata Mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Ecosistemi condannati dall’ennesima catastrofe ambientale

Lo stato di emergenza garantisce lo stanziamento di ampie risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente. Al fine di capire a cosa sia dovuto il crollo del serbatoio, è stata avviata un’indagine. È però sotto gli occhi di tutti come si sia perso fin troppo tempo prezioso. Putin si è personalmente lamentato di essere stato informato troppo tardi e di aver appreso la notizia dai social network. Il governatore della regione di Krasnojarsk, Alexander Uss, ha dichiarato di essere stato informato solamente nella giornata di domenica 31 maggio.

Se ciò non bastasse, ricordiamo che non è la prima volta che NorNickel si trova coinvolta in simili incidenti. Già nel 2016 la società era stata responsabile di un disastro ambientale. In tale occasione del materiale inquinante stipato in un impianto metallurgico si era riversato nel fiume Daldykan. Anche tale corso d’acqua, in quella occasione, si era tinto completamente di rosso.

Alexei Knizhnikov, rappresentante dell’associazione ambientalista WWF per la Russia, ha confermato che il volume di gasolio disperso nell’Ambarnaya sarebbe notevolmente superiore a quello fuoriuscito nel Mar Nero, 13 anni fa, a causa dell’incidente dello stretto di Kerch. In tale occasione, una nave cisterna affondò rilasciando in acqua 5mila tonnellate di gasolio. Secondo Svetlana Radionova, responsabile dell’agenzia russa per la tutela ambientale, in seguito al crollo del serbatoio a Norilsk, la concentrazione degli elementi inquinanti nell’Ambarnaya è ora decine di migliaia di volte superiore al massimo consentito dalla già piuttosto generosa normativa locale attuale.

La chiazza rossa dovuta al gasolio disperso, Foto: Vistanet.it

L’ecosistema del fiume Ambarnaya e dei suoi confluenti e affluenti è condannato da questo insostenibile inquinamento, non ci è dato sapere se e quando si riprenderà.

Le cause del disastro ambientale

Nel momento in cui si scrive la situazione è ancora in sviluppo. Come sappiamo infatti, fiumi e corsi d’acqua sono dominati dalle correnti e questo significa che ora dopo ora, giorno dopo giorno, la macchia rossa di gasolio si sposta, nonostante i tentativi di contenerla e gli sforzi delle autorità russe che agiscono in stato di emergenza.

Attualmente la superficie interessata è ampia circa 350 chilometri quadrati, con il combustibile che ha percorso un diametro di 12 chilometri dal punto della sua dispersione. I dati sono però naturalmente in continuo aggiornamento e, a seconda di quando questo articolo verrà  letto, potrebbero essere già cambiati, ci auguriamo in meglio.

A quanto è stato ricostruito, i pilastri a sostegno della cisterna contenente il gasolio avrebbero cominciato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, causata dall’innalzamento delle temperature. È soltanto un’ipotesi, per il momento. Se confermata, però, sarebbe un altro insindacabile segnale di quanti danni stiamo facendo al nostro Pianeta. Non si escludono comunque neppure le ipotesi di usura eccessiva o danneggiamento strutturale.

Individuazione del colpevole e misure contenitive

Nel corso dell’inchiesta aperta non appena il disastro ambientale è stato reso pubblico è già stato effettuato un arresto. Viatcheslav Starostine, responsabile della centrale elettrica, si trova in fermo provvisorio. Durante i prossimi giorni le forze dell’ordine russe faranno maggior chiarezza.

Al fine di impedire ulteriore diffusione al carburante, il governo ha preso misure importanti: innanzitutto la sistemazione di barriere di contenimento contro la propagazione del gasolio nell’acqua e, in secondo luogo un monitoraggio continuo della marea rossa. Serve però capire in quale modo eliminare il combustibile; bruciandolo? Diluendolo con forti reagenti? Pompandolo nella tundra adiacente? L’ultima soluzione pare la meno percorribile, in quanto la zona è già satura di carburante, mentre le altre due sono al vaglio delle autorità. Ad ogni modo, il diesel non attende certo di sapere quale sarà la decisione finale e sta già cominciando a dissolversi in acqua.

A complicare le operazioni di pulizia ci si mettono anche le caratteristiche del letto del fiume, poco profondo, e quelle dell’area paludosa che lo ospita. Una stima prevede che la pulizia potrebbe durare tra i 5 e 10 anni e il costo superare 1,3 miliardi di euro. Tempi grami attendono la Siberia.

Disastri ambientali anche nel prossimo futuro?

Se l’inchiesta confermasse lo scioglimento del permafrost come responsabile di questo crollo, ci troveremmo di fronte ad un pessimo precedente. In tempi recenti, numerose ondate di caldo hanno interessato la Siberia. La comunità scientifica sospetta che si stia verificando, in numerose località della regione russa, una fusione dello strato di ghiaccio permanente. Una ricerca del 2013 sosteneva che un aumento annuo della temperatura globale pari a 1,5 gradi centigradi sarebbe stato sufficiente a sciogliere completamente il permafrost siberiano. Questo fenomeno si sta svolgendo più velocemente del previsto.

Oltre al surriscaldamento globale, anche la geologia ci sta mettendo del suo. Sono state osservate, sotto la coltre perennemente ghiacciata del suolo siberiano, circa 7000 bolle di gas metano. Queste bulgunyakh, come si chiamano in lingua locale, finiscono quasi sempre per esplodere, rilasciando il gas nell’atmosfera. Qualora tutte queste bolle dovessero scoppiare, o anche se lo facesse solo la maggior parte di esse, un’enorme quantità di gas serra sarebbe rilasciata nell’aria. Il gas fuoriuscito da esse, infatti, contiene una concentrazione di metano 1000 volte più alta di quella normalmente riscontrata nell’atmosfera e un quantitativo di anidride carbonica 25 volte più alto del consueto.

Ancor più preoccupante è il fatto che, all’interno dei crateri formati nello strato di ghiaccio permanente, la concentrazione di metano continua a restare alta per molto tempo dopo l’esplosione del bulgunyakh. Tali bolle, dunque, potrebbero essere il colpo di grazia per il delicato ecosistema siberiano, uno dei più minacciati dal global warming.

Il permafrost, uno strato di ghiaccio permanente sotto la terra, Foto: Blue Planet Earth

Leggi anche: “Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio”

Rischi e pericoli connessi alla fusione del permafrost

I ricercatori non si accontentano di capire le cause a cui sia dovuta la comparsa di queste bolle, essi vogliono anche riuscire a stabilire quali bulgunyakh esploderanno per primi. In tal modo sarà possibile stabilite quali fette di popolazione correranno i maggiori rischi e in quale momento.

Il gas serra, ad ogni modo, non è l’unico rischio connesso al disgelo. Dobbiamo infatti anche considerare come l’emisfero nord del nostro Pianeta sia la principale riserva mondiale di mercurio. Secondo uno studio firmato Geophysical Research Letters, infatti, nel suolo perennemente ghiacciato alle latitudini settentrionali della Terra troviamo una quantità di questo elemento tossico doppia rispetto a quello presente in tutti gli altri terreni, negli oceani e nell’atmosfera. Messi assieme. Il mercurio, infatti, si lega ai materiali organici presenti nel suolo, finisce ricoperto di sedimenti prima e di ghiaccio poi, restando intrappolato sotto chiave finché, naturalmente, il surriscaldamento globale non lo liberi dalla sua fredda prigione.

Il cambiamento climatico, contribuendo in prima persona alla fusione del permafrost, rischia di scatenare un disastro ambientale incontenibile. Pensiamo a che cosa succederebbe se il disgelo liberasse non solo la quantità industriale di mercurio di cui abbiamo appena scritto, ma anche le centinaia di batteri e virus rimasti intrappolati nelle carcasse congelate di specie animali e nei residui vegetali ancora non completamente decomposte a causa del ghiaccio.

A causa del surriscaldamento globale, il permafrost è a rischio fusione, Foto: Notizie Scientifiche

Dal disgelo al disastro ambientale

La fusione del permafrost consentirebbe al mercurio di liberarsi nell’aria, avvelenando in un sol colpo le comunità locali che vivono di pesca in Alaska e in Siberia, interrompendo la loro catena alimentare e condannando quelle aree allo spopolamento o alla morte. Ma non solo. Tramite i venti e le correnti d’aria, la tossicità raggiungerebbe anche aree e zone ben distanti da quelle interessate dal ghiaccio permanente, magari densamente popolate.

Il mercurio correrebbe il rischio di viaggiare in maniera inarrestabile nella catena alimentare. Parallelamente, ogni altra sostanza nociva, ogni altro pericolo rimasto intrappolato per secoli sotto la spessa coltre ghiacciata, sarebbe libero di tornare a circolare. Ci viene semplice immaginare, ad esempio, uno scenario con virus in circolazione incontrollata, visto che stiamo ancora lottando contro il nuovo coronavirus. Pensiamo ai batteri portatori di patologie che consideriamo debellate annidati sotto il ghiaccio perenne.

Le minacce nascoste sotto il ghiaccio perenne sono numerose, sarebbe molto difficile affrontarle tutte. Non è che un altro motivo per batterci per la tutela e conservazione del nostro Pianeta, contro lo sfruttamento e il surriscaldamento.

 

 

 

 

Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto

Con la sua risoluzione 63/111 del 5 dicembre 2008, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno come Giornata mondiale degli oceani. La condizione nella quale versano gli universi liquidi di tutto il mondo è drammatica; l’inquinamento, la pesca intensiva e la devastazione degli ecosistemi marini per mano antropica stanno mettendo in ginocchio gli oceani, con conseguenze gravissime per l’uomo.

L’importanza degli oceani

Pensiamo ad un mondo senza oceani; avremmo un pianeta come Marte e nessun ecosistema di supporto alla vita. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nel funzionamento del pianeta terra. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo deriva dagli oceani, i quali fungono anche da importanti serbatoi di anidride carbonica.

oceani

Possiamo considerare gli oceani come un termostato planetario. Infatti, regolano il clima mondiale: la loro presenza attenua gli sbalzi di temperatura diurni e stagionali, mantenendo le temperature dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Sono grandi serbatoi d’acqua e costituiscono il nodo più importante nel ciclo di quest’ ultima sulla terra: da essi l’acqua evapora e sale nell’atmosfera per poi cadere a terra sotto forma di precipitazioni. Infine torna agli oceani attraverso i fiumi.

Leggi anche il nostro articolo: “Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli”

Gli oceani sono veri e propri serbatoi di biodiversità ed ospitano il primo polmone del mondo. A dispetto di ciò che si pensi, 3/4 dell’ossigeno vengono prodotti dai Cianobatteri, organismi fotosintetici che vivono negli strati più superficiali della colonna d’acqua.

L’uomo e gli oceani: una convivenza difficile

Senza l’oceano non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe l’uomo. Dalle acque oceaniche si ricavano infatti grandi quantità di alimenti essenziali per la nostra dieta ed altrettante quantità enormi di petrolio e metano, contenute nei giacimenti sottomarini. L’utilizzo incontrollato delle risorse ittiche ed il massiccio inquinamento delle acque mondiali causano ogni giorno severi e, spesso, insanabili cambiamenti all’equilibrio oceanico.

La baja di Guerrero Negro. Crediti: Lucia Vinaschi

L’overfishing

L’overfishing, o sovrapesca, indica l’impoverimento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca. In un mondo in cui la richiesta di cibo aumenta esponenzialmente non ci si poteva aspettare risultati diversi.

Questa sempre maggior domanda impedisce alle specie ittiche di crescere, svilupparsi e spesso riprodursi; inoltre, per sostenere i ritmi attuali di pesca, si è arrivati a sottrarre dall’ambiente esemplari sempre più piccoli, atto ritenuto illegale in molti paesi.

Un terzo delle risorse ittiche mondiali hanno subito un collasso, ovvero una diminuzione fino a meno del 10% della loro abbondanza massima osservata. Inoltre, se l’attuale andamento dovesse mantenersi costante, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni.

Tecniche di pesca dannose, come quella a strascico, permettono di attingere in acque sempre più profonde e vergini, cominciando così a minacciarne i delicati ecosistemi e le specie ittiche che vi abitano. Questa pratica non solo sottrae all’ambiente biomassa, ma al loro passaggio le reti sradicano interi ecosistemi lasciandosi dietro depauperamento e morte.

La plastica

Possiamo affermare con assoluta certezza che l’uomo stia “soffocando” gli oceani. Si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno, creando una minaccia crescente. Questo potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio dell’ecosistema marino.

Il Pacific Trash Vortex, noto anche come isola di plastica o Great Pacific Garbage Patch, rappresenta alla perfezione l’uso che stiamo facendo dei nostri mari. Un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, cominciatosi a formare a partire dagli anni 80. Si stima che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia in totale di 3 milioni di tonnellate. L’estensione è maggiore di quella della Francia.

Le microplastiche sono state rilevate in ogni angolo degli oceani e del Pianeta. Questo è il motivo per cui il problema dell’inquinamento marino da plastica non può essere risolto a livello nazionale o regionale o solo con misure volontarie. Richiede un’azione coordinata e una responsabilità condivisa.

L’inquinamento e le alterazioni chimico-fisiche dell’acqua

È oramai scientificamente comprovato che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera (dovuta all’inquinamento), e la conseguente acidificazione degli oceani, abbiano un grave effetto sull’ecosistema acquatico, influenzando gli habitat marini e i pesci associati. Ciò sottolinea l’importanza di ridurre le emissioni di gas serra per salvaguardare le risorse oceaniche per il futuro.

Alcune specie avranno successo in condizioni sempre più acidificate, mentre molte altre no. Di conseguenza, quelle specie ittiche che fanno affidamento su risorse specifiche durante le loro diverse fasi di vita, potrebbero scomparire. Ciò porterebbe a enormi cambiamenti nella diversità dei pesci nel prossimo futuro, con conseguenze potenzialmente gravi per il funzionamento dell’ecosistema marino, insieme ai beni e servizi che forniscono.

Tutti noi beneficiamo dei combustibili fossili; carbone, gas, petrolio, ma a quale prezzo? Ogni anno nuovi giacimenti petroliferi vengono sfruttati e quantità immense di CO2 riversate nell’atmosfera. Prodotti come i fertilizzanti, usati indiscriminatamente in molte parti del mondo per aumentare i raccolti, una volta raggiunto il mare ne trasformano ampie porzioni in “zone morte”, ovvero carenti si ossigeno. Quella del Golfo del Messico è una delle più famose ma si stiamo che ne esistano ormai più di 400 nel mondo.

Leggi anche il nostro articolo: “Gli oceani si sono ammalati”

La zona morta (in giallo) nel Golfo del Messico. Crediti: Ocean for future

 

Madison Stewart: Shark Girl

Madison Stewart è una giovane filmmaker subacquea, divemaster e conservazionista australiana che ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia dell’oceano ed, in particolare, di alcuni suoi abitanti: gli squali. Avendo trascorso gran parte della sua infanzia in acqua ed avendo visto le drammatiche conseguenze dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini, la passione di Madison per l’oceano è diventata una vera e propria missione nella vita.

Nel 2019, in Indonesia, crea la Project Hiu Foundation, con lo scopo di convertire i pescatori di squali in guide nel settore dell’eco-turismo.

Leggi anche il nostro articolo: “Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario”

Madison in uno dei mercati di squali a Lombok

Il problema di molte realtà attiviste, infatti, è l’approccio con il quale denunciano certe ingiustizie; spesso viene puntato il dito contro le persone sbagliate, ovvero l’ultimo anello della catena. Davanti a tanta barbarie non si riesce a comprendere che gli stessi carnefici non siano i nemici ma la chiave per un reale cambiamento.

Le maggiori richieste di pinne e carne di squalo provengono dalla Cina, Australia e Stati Uniti. Il mercato della pesca agli squali ha trovato terreno fertile in Indonesia e, proprio a causa della povertà dilagante, molte famiglie sono costrette a ripiegare su questa pratica, rischiando la vita in mare per settimane.

Crediti: Project Hiu

Project Hiu ha dato a questi pescatori un’altra possibilità, impiegando alcuni di loro nell’area di Lombok, aiutando l’isola e la scuola locale con materiali didattici, acqua pulita e beni primari di cui una comunità povera necessita. “E’ stato il mio modo più efficace per influenzare il commercio degli squali” afferma. Non è stato di certo un processo veloce, ma alla fine è riuscita a trattenere le barche di un pescatore e della sua famiglia per un anno intero.

Documentari e libri

Quale modo migliore per celebrare questi meravigliosi universi liquidi se non attraverso l’informazione? Conoscere meglio gli oceani e capire la loro importanza ci permetterà di pretendere una loro maggiore tutela.

Documentari:

  • Chasing coral
  • Mission blue
  • Our planet (acque costiere e mare aperto)
  • A plastic ocean
  • Sharkwater
  • Pacificum
  • Una scomoda verità 1 e 2
  • Before the flood

Libri:

Api, una strage silenziosa: siamo al punto di non ritorno?

Sembra ormai segnato il destino delle api, meravigliosi animali essenziali per la sopravvivenza del genere umano e dell’ecosistema. Sempre più stremate dall’impatto antropico e dal clima che cambia, si rischia di raggiungere il punto di non ritorno nel giro di pochi anni, con conseguenze drammatiche per l’intero Pianeta.

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L’incessante sterminio (consapevole) delle api potrebbe portare al declino della specie umana.
Immagine: Beatrice Martini

Le api, un tesoro inestimabile (anche per le nostre tavole)

Grazie alla loro operosità, questi insetti permettono l’impollinazione di molti fiori e piante, spesso distanti tra loro, facilitandone anche il rimescolamento dei semi.

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Un’ape intenta nel riempire le sacche polliniche situate sulle zampe posteriori le quali, quando piene, si stima rappresentino circa il 30% del peso complessivo dell’animale.
Immagine: Beatrice Martini

Si calcola che siano responsabili del 70 % circa delle impollinazioni di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta, dando un contributo incredibile alla biodiversità.

Solo in Europa si stima che l’84% delle 264 specie coltivate dipendano dall’impollinazione degli insetti e che ben 4000 diverse varietà vegetali sopravvivano grazie alle api. Senza queste ultime molta frutta e verdura sparirebbe dalle nostre tavole per sempre.

Leggi anche: “Riscaldamento globale e criminalità: aumentano i ladri di api”

Le api, bioindicatori per il monitoraggio dell’inquinamento

Dal 1962, l’ape è stata sempre più impiegata nel monitoraggio dell’inquinamento ambientale, provocato dai metalli pesanti in ambito urbano e dai pesticidi nelle zone rurali. Due sono gli indicatori che attestano la malasanità di un ambiente: l’elevata mortalità dell’insetto o la presenza di metalli pesanti nel miele, nel polline e nelle sue larve.

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Le cause principali da associare alla drammatica moria delle api sono da ricercare in fattori quali l’inquinamento, malattie, pesticidi e perdita di porzioni del proprio habitat.

Tra i fattori che spingono questi insetti verso il punto di non ritorno: il cambiamento climatico, pesticidi e malattie. L’uomo, con le sue pratiche agricole ad alto impatto ambientale rappresenta la prima minaccia per la sopravvivenza degli impollinatori ed il conseguente equilibro dell’ambiente.

Che siano allevate o selvatiche, le popolazioni di api stanno subendo gravi perdite in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Giappone e in Africa, preannunciando l’imminente punto di non ritorno. Insieme alle api, per le stesse cause, si registra un declino drammatico anche di altri insetti impollinatori: bombi, farfalle e falene.

Grazie alla ricerca siamo in grado di affermare che la responsabilità di tale massacro è da imputare esclusivamente alle azioni dell’uomo; possiamo dunque parlare di un vero e proprio genocidio. Come scrivono Alessandro dal Lago, Antonio Volpe, Massimo Filippi nel loro libro Genocidio animale:

“Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?”

Leggi anche: “Parlamento europeo per l’ambiente: voto a favore delle api”

E’ possibile un mondo senza api?

Senza il processo dell’impollinazione cesserebbero gli incroci di polline tra piante lontane, con gravissime conseguenza per gli organismi che direttamente o indirettamente dipendono da esse, uomo compreso. Le api dunque non sono solo mere produttrici di miele ma, bensì, regolatrici dell’ecosistema e dei raccolti su cui basiamo la nostra dieta.

Da tempo la comunità scientifica denuncia questa strage silenziosa ed i suoi carnefici: il timore è il raggiungimento del punto di non ritorno con il quale si dovrà fare presto i conti. Qualche passo nella giusta direzione, però, è stato fatto dall’Europa negli ultimi due anni.

Nel 2018 la Commissione europea ha presentato “l’iniziativa per gli impollinatori dell’UE“, la prima proposta sugli insetti impollinatori che coinvolge l’intera Comunità Europea. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sul tema, informare sul declino degli impollinatori e verificarne le cause.

Il 18 dicembre 2019 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per chiedere alla Commissione delle azioni più mirate alla tutela degli impollinatori selvatici, assegnando maggiori fondi per la ricerca e un’ulteriore riduzione nell’uso di pesticidi.

Soluzioni alternative ai pesticidi?

Il ripristino degli habitat naturali degli insetti impollinatori, insieme alla ripianificazione agricola, è probabilmente il modo più efficace per evitare l’ulteriore diminuzione o scomparsa delle loro popolazioni.

Preservare delle porzioni di prato accanto ai campi coltivati può incrementare l’abbondanza e la diversità di molte specie di impollinatori, che a loro volta migliorano la resa delle colture e la rimuneratività dell’azienda. Pratiche simili permettono la conservazione anche dei nemici naturali di quei parassiti che l’uomo solitamente contrasta con insetticidi e fungicidi.

Bee my Future: il progetto di Lifegate per salvare le api

Lifegate ha attivato il progetto “Bee my Future” che sostiene l’allevamento di 14 alveari, grazie al lavoro di un apicoltore esperto, nella provincia di Milano. Il miele in questione viene prodotto esclusivamente seguendo i principi del biologico ed il suo acquisto permette il finanziamento e l’aumento delle arnie.

L’idea nasce con l’intento di donare alle api il riparo necessario dai fattori che ne limitano la sopravvivenza soprattutto durante la sciamatura.

Il 20 maggio si celebra la Giornata Mondiale delle api

Concepita dall’ONU nel 2017, questa giornata punta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa l’affascinante mondo delle api e sulle problematiche ambientali che le stanno mettendo in ginocchio.

Leggi anche: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

L’informazione del singolo è essenziale per evitare il raggiungimento del punto di non ritorno. Per prepararvi a questa giornata, e ad una migliore comprensione del loro mondo, vi consigliamo alcune interessanti letture. Potete trovare i link all’acquisto sotto ogni immagine!

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Cala l’inquinamento, 11.000 morti in meno in Europa

morti inquinamento

A fronte delle migliaia di tragedie che il COVID-19 sta causando, il calo drastico dell’inquinamento in tutto il mondo ne ha evitate altrettante. Lo si legge in uno studio del Center for Research on Energy and clean Air (CREA): 11.000 morti per inquinamento atmosferico evitati in Europa per il crollo del consumo di carbone e petrolio.

Perché l’inquinamento causa morti?

Potremmo già essere sicuri della veridicità dello studio utilizzando la logica, o semplicemente mettendo un piede fuori casa e respirando un’aria decisamente più pulita. Però è utile dare uno sguardo ai dati.

Secondo lo studio, le due sostanze più dannose presenti nell’aria sono il biossido di azoto e il particolato. Questi insieme causano ogni anno 470 mila morti per malattie quali insufficienza cardiaca (40%), disturbi polmonari come bronchiti ed enfisemi (17%), infezioni e diabete (17%), ictus (13%) e cancro (13%).

Il motivo per cui queste sostanze causano o alimentano queste malattie lo ha spiegato al World Economic Forum Guojun He, professore alla Facoltà di Ambiente e Sostenibilità dell’Università Scienza e Tecnologia di Hong Kong.

“Poiché le particelle sono così piccole – dice He – possono penetrare nei polmoni e nel sistema sanguigno. Da lì possono fluire attraverso tutto il corpo e arrivare al cuore e al cervello. Se qualcuno ha malattie respiratorie o cardiovascolari preesistenti, il particolato può innescare un infarto o un ictus.

Inoltre il corpo ha una risposta infiammatoria al particolato, poiché è proprio ciò che accade quando un corpo esterno entra nel sistema. Per impedire che faccia del male ad altri organi, il corpo invia le sue truppe, ovvero il sangue, verso il “nemico” e questo provoca infiammazione.

Non si tratta però solo un problema fisico. Quando le particelle di fumo entrano nel cuore e nel tuo cervello, sembra che queste possano danneggiare anche le capacità cognitive.

Italia primo paese per morti da inquinamento di NO2

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che le morti premature nel mondo per l’inquinamento raggiungano 4,2 milioni. Anche se, secondo recenti ricerche, ciò sottostimerebbe l’impatto delle malattie cardiovascolari.

Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente (2019) l’Italia è il primo Paese in Europa per morti premature da biossido di azoto, con 14.600 vittime l’anno. Questo è dovuto anche al fatto che l’Italia sfora sistematicamente i limiti di inquinamento atmosferico consentiti dall’UE. A gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo. Inoltre, l’età media italiana è molto più alta rispetto ad altri paesi europei e, quindi, vi sono più persone soggette a malattie respiratorie.

Con il lockdown questi livelli si sono abbassati drasticamente, come ha rilevato l’Esa grazie ai satelliti Copernicus che monitorano lo stato di salute del Pianeta. Madrid, Milano e Roma hanno visto una riduzione di circa il 45%, mentre Parigi un calo del 54%.

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Sempre secondo CREA, questo avrebbe evitato il maggior numero di decessi in Germania (-2.083), nel Regno Unito (1.752), in Italia (1.490), in Francia (1.230) e in Spagna (1.081).

Proiettando queste stime alla Cina, un paese che ospita 1/5 della popolazione mondiale, le morti evitate potrebbero essere miliardi. Il professor He, ai tempi dell’intervista ancora ignaro di ciò che il COVID-19 avrebbe provocato, ha affermato che “più di 3,7 miliardi di vite potrebbero essere salvate ogni anno in Cina se l’intera nazione mantenesse i livelli di particolato sotto i PM10”.

morti inquinamento
In occasione delle Olimpiadi 2008 a Beijing, in Cina, la comunità internazionale ha mostrato preoccupazione per i livelli di inquinamento del Paese. A fronte di questo, sono state implementate le regolamentazioni per ridurre le emissioni. Questo ha portato a una pulizia dell’aria di Beijing senza precedenti e il grafico mostra il calo impressionante della mortalità dopo i Giochi (la linea tratteggiata).

Meno inquinamento, meno malattie

Gli esperti sanitari hanno dichiarato che i risultati rispecchiano la loro esperienza durante la pandemia. Fermo restando che non sono state prese in considerazione le persone affette da COVID-19, il dottor LJ Smith, consulente di medicina respiratoria all’ospedale King’s College di Londra ha dichiarato al Guardian. “Abbiamo visto molti meno pazienti ricoverati con esacerbazioni di asma e polmonite nell’ultimo mese e non c’è dubbio che un calo dell’inquinamento atmosferico sia parte del motivo”.

Stando allo studio, questo miglioramento della qualità dell’aria potrebbe anche evitare 6.000 nuovi casi di asma nei bambini e 1.900 visite al pronto soccorso per attacchi di asma.

Non dobbiamo gioire, ma imparare la lezione

Nonostante i risultati positivi, l’autore dell’analisi Lauri Myllyvirta non ha esultato. “Sono molto in conflitto per tutto questo. – dice Myllyvirta – Le persone stanno morendo. Le misure che siamo stati costretti a prendere (a causa del virus, ndr.) stanno causando molte difficoltà economiche e di altro tipo. Questo però è un esperimento senza precedenti di riduzione del consumo di combustibili fossili”.

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E continua. “Spero che questo fatto possa indurre le persone a pensare E se avessimo questo tipo di qualità dell’aria non perché tutti sono costretti a stare seduti a casa ma perché siamo riusciti a passare al trasporto pulito e all’energia? Dobbiamo sperare che questo virus ci aiuti nella lotta ai cambiamenti climatici e ad altre sfide più grandi, piuttosto che riportarci indietro.

Il virus non sarebbe stato così mortale

Come ha affermato il fisico e membro del CNR Antonello Pasini in un’intervista insieme a L’Ecopost (che sarà pubblicata a breve) condotta dai Giovani Democratici di Prato, è facile che venga trasmessa l’idea che in questi giorni siamo costretti a scegliere tra la nostra salute e quella dell’aria. In realtà è tutto il contrario. Con un’aria più pulita il virus non sarebbe stato così mortale, poiché avrebbe trovato corpi più resistenti e meno affetti da patologie polmonari pregresse.

Per non parlare degli allevamenti intensivi e il nostro modello di consumo, che è stata causa diretta della diffusione del virus. Ma di questo parliamo in altri, più mirati articoli (come “Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere”).

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