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Il glifosato

Il glifosato è un diserbante sistemico e non selettivo. E’ una sostanza solida ed inodore che viene assorbita per via fogliare (per tal motivo è sistemico) e poi dislocato in ogni altra parte della pianta tramite floema. Il diserbante viene assorbito in 5 o 6 ore e in una decina di giorni è già visibile il disseccamento della vegetazione. Il glifosato interrompe le vie metaboliche plantari, responsabili di sintetizzare fenilalanina, tirosina e triptofano, inibendo l’enzima denominato 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi. Tale enzima dal nome complicato è necessario alla sopravvivenza della pianta. Il glifosato, in sintesi, per chi non mastica molto di botanica, è un analogo aminofosforico della glicina.

Semplificando ancor di più si tratta di un composto chimico, sviluppato in laboratorio, noto ai più come l’erbicida totale. Il brevetto di produzione è scaduto nel 2001, rendendo il composto una libera produzione. Fino a quell’anno, a partire dal 1970, esso è appartenuto alla Monsanto Company.

Il diserbante a base di glifosato, originariamente brevetto Monsanto, è tra i pesticidi più utilizzati al mondo.

Cenni storici

Il composto tecnicamente denominato N – (fosfonometil)glicina, in formula C3H8NO5P, fu scoperto nel 1950. Lo compose per primo un chimico chiamato Henry Martin, dipendente della Cilag, la quale però non lo rese oggetto di pubblicazione.

Tra il termine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, nell’ambito di una ricerca sull’addolcimento idrico a partire da analoghi dell’acido aminometilfosforico, la Monsanto lo riscoprì. Alcuni di questi addolcitori mostrarono di possedere un blando potere erbicida. Interessata a produrre un diserbante efficace, la compagnia incaricò il suo capace chimico John E. Franz, di ricercare analoghi con il maggior potenziale erbicida. Il glifosato fu il terzo ad essere scoperto. Da quel momento, il mondo ha conosciuto il principe dei diserbanti.A seguito del suo lavoro sul glifosato, John Franz ha ricevuto onoreficenze importanti.

La questione glifosato

L’impiego di questo diserbante è al centro di vicende giudiziarie – anche complesse – da anni. L’eco di alcune di queste sentenze, soprattutto di quelle che, effettivamente, hanno condannato la multinazionale, ha originato anche ricerche scientifiche. Recentemente, il glifosato è stato dichiarato non cancerogeno, dopo che per anni il suo stato era invece quello di sostanza cancerogena.

In realtà, nonostante buona parte dell’opinione pubblica lo considerasse pericoloso, l’agricoltura ha sempre continuato ad utilizzarlo. Spesso e volentieri se n’è addirittura abusato, impiegandolo in maniera massiccia. Come si è scritto infatti, l’efficacia della sostanza è senza pari.

La IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, inserì nel 2015 il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”. Sconsigliandone l’uso ma non proibendolo, lasciando una porta socchiusa al legislatore e, soprattutto, all’enorme multinazionale Bayer – Monsanto. Nel biennio 2015 – 2017, il gruppo di ricerca sui pesticidi della FAO/OMS conferma la pericolosità del prodotto e, nei soli Stati Uniti, una class action di agricoltori intenta circa 18mila cause alla multinazionale. Le accuse sono che il loro prodotto a base di glifosato, denominato Roundup, li avrebbe esposti a rischio tumorale. Una stima del Sole 24 Ore, risalente ad agosto, certifica che la vicenda abbia comportato una perdita di valore aziendale pari al 31%. In soldoni, dato il non trascurabile fatturato di Bayer – Monsanto, parliamo di circa 30 miliardi di capitalizzazione.

Il RoundUp, uno degli erbicidi più utilizzati al mondo, è a base di glifosato, Foto: Agweek

La svolta

Tutto è però cambiato, poche settimane fa, in seguito all‘assoluzione della EPA (Environmental protection agency), l’agenzia statunitense per la tutela ambientale. I suoi studi non avrebbero identificato alcun rischio per la salute umana, né alcun rischio alimentare, dovuto all’esposizione al glifosato. Anche esperti italiani si sono schierati con la EPA, affermando come l’insorgenza di problemi, a seguito dell’utilizzo del glifosato, per l’uomo sia prossima allo 0.

La sede della EPA a Washington, Foto: QualEnergia

Angelo Moretto, il direttore del Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria e Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano, ha sostenuto come il glifosate sia certamente tra le molecole meno dotate di tossicità per i vertebrati, tra quelle utilizzate nei prodotti fitosanitari. Gli ha fatto eco Donatello Sandroni, giornalista e dottore in ecotossicologia. Secondo Sandroni, il margine di confidenza tra la quantità di composto assorbita dall’essere umano che consuma alimenti trattati con glifosato e la pericolosità del prodotto sarebbe astronomico. Donatello Sandroni ha condotto uno studio approfondito sul glifosato ed i suoi effetti. Il giornalista è tra i maggiori esperti italiani in merito.

Glifosato: un buono o un cattivo?

A quanto sembra, dunque, la questione sembrerebbe essersi risolta. La Bayer è riuscita ad evitare di tornare a processo, per il glifosato, in tempi recenti. Dopo l’assoluzione di cui abbiam parlato ora, sembrerebbe possibile, per la multinazionale, chiudere la questione con perdite all’interno dei 10 miliardi di dollari, ben meno di quanto stimava il Sole 24 Ore. Almeno stando ai numeri aziendali. La strategia degli avvocati della multinazionale, infine pare poter davvero pagare.

Ciò non toglie che sono arrivate a 18.400 le cause aperte negli USA contro il Roundup, prodotto sviluppato da Monsanto e diventato ora proprietà di Bayer. Il colosso tedesco acquisì infatti il leader mondiale di sementi e OGM tra il 2017 e il 2018, per una cifra vicina ai 65 miliardi di dollari, in uno degli accorpamenti più chiacchierati del decennio scorso. Alcune di queste cause, sono state perse dal gigante chimico. Inoltre, non mancano certo scienziati fortemente contrari all’impiego di glifosato. Tra questi segnaliamo il tossicologo francese Christopher Portier. Egli ha condotto uno studio sugli effetti cancerogeni del prodotto, per conto della rivista Environmental Health, dal quale emergono risultati ben diversi da quelli esaminati. Nelle cavie sottoposte a test, infatti, sarebbero state riscontrate insorgenze tumorali. Secondo Portier, il composto alla base del pesticida aumenterebbe le possibilità di contrarre ben 37 forme di cancro.

Dunque la scienza appare divisa, seppure il piatto della bilancia pesi più dalla parte favorevole all’impiego di glifosato. Dunque, che fare?

Approfondimento RAI sul glifosato, tratto dalla trasmissione Indovina chi viene a cena

L’inchiesta del Guardian

All’infuori di quali possano essere le personali convinzioni riguardo all’industria chimica e farmaceutica – di cui non ci occuperemo in queste righe poiché avremmo bisogno di uno spazio dedicato solo per tracciare un confine tra realtà e complottismo – la Monsanto non ha operato in trasparenza, per difendere il suo prodotto. Una recente inchiesta portata avanti dal Guardian ha infatti rivelato che l’azienda, nel 2017, ancora non controllata da Bayer, mise pressione ai ricercatori incaricati di accertare la pericolosità del composto. Monsanto finanziò una ricerca parallela, finalizzata ad indicare come il divieto di utilizzare Roundup avrebbe avuto un impatto molto grave su agricoltura e ambiente. Tale ricerca è poi stata impugnata dalla National Farmers Union, e altri organismi impegnati nel mondo dell’agricoltura, per chiedere il ritiro di una misura della UE datata 2017. L’Europa, con quel provvedimento, aveva vietato l’utilizzo del glifosato.

A seguito di questo deciso schieramento lobbista, però, la UE ritirò la misura, delegando la decisione ai singoli Stati membri. La NFU ha ora dichiarato, sui suoi canali, quale sia la fonte della ricerca su cui basa le sue convinzioni in merito al glifosato.

Bayer ha affermato prontamente che un simile comportamento viola i propri principi. Gli autori dello studio hanno dichiarato come il finanziamento non abbia in alcun modo influenzato il loro lavoro.

A seguito dell’acquisizione di Monsanto, nel 2018, Bayer è diventata una tra i principali attori, se non il principale, nel settore chimico

Dal glifosato al Dicamba

A questo punto è importante sottolineare un aspetto importante: come scrive anche Damian Carrington sul Guardian, è ampiamente riconosciuta, nella ricerca sulla tossicità chimica, una certa tendenza da parte dei risultati di studi scientifici a favorire comunque i loro finanziatori. Tale elemento va sempre tenuto presente, quando discerniamo informazioni basate su dati provenienti dalla ricerca.

Prima di chiudere, evidenziamo come la multinazionale Bayer – Monsanto abbia ricevuto, nel mese di febbraio, una missiva poco piacevole dal tribunale del Missouri. La corte sanzionava l’azienda per una cifra intorno ai 15 milioni di dollari e, contestualmente, recapitava una multa per danni punitivi pari a 265 milioni di dollari. Il motivo della condanna non sarebbe legato al glifosato, bensì a Dicamba. Si tratta di un’erbicida molto più giovane e utilizzato da meno tempo. Un coltivatore di pesche americano, residente nel sud-est del Missouri, ha dichiarato di aver ricevuto ingenti danni alle sue colture. I campi circostanti il suo frutteto, adibiti a piantagioni di cotone OGM (la legge statunitense consente tale coltivazione), sarebbero stati inondati con questo prodotto in quanto il cotone chimico è robusto e resistente agli erbicidi. Il Dicamba depositato ma non assorbito ha, letteralmente, avvolto il pescheto, seccandone le foglie e uccidendone gli alberi.

Una confezione dell’erbicida Dicamba

Chissà se davvero possa ritenersi chiusa la questione glifosato. E chissà se ora non se ne aprirà una Dicamba.

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