Allarme in America Latina: stop all’export di plastica USA

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Un primato poco invidiabile

Non è una novità per nessuno. Come tutti ben sappiamo, Stati Uniti e Cina guerreggiano a distanza, per così dire, al fine di conquistare la leadership economica mondiale. Il principale settore nel quale le due superpotenze sono avverse è quello economico. Chi riuscirà ad arricchirsi maggiormente sarà infatti anche in grado di attrarre a sé la maggior parte dei Paesi mondiali, tramite accordi commerciali maggiormente vantaggiosi. Come spesso accade, però, ancora una volta è l’ambiente la vittima di questi schemi. Secondo un recente report, riportato sulle pagine del Guardian, gli USA sarebbero recentemente diventati primatisti tra i Paesi produttori del maggiore inquinamento da plastica. La conquista, per così dire, di questa vetta avrebbe dato modo agli States di togliere da quel plateau proprio la bandiera cinese. Precedentemente, infatti, era lo stesso dragone il Paese che produceva il maggior inquinamento da plastica a livello mondiale.

Ciò si deve principalmente all’ultima frontiera tecnologica, alle nuove tecniche che consentono di generare plastica monouso a un costo stracciato. La pandemia in questo non ha certo aiutato: pensiamo soltanto alle mascherine, alle loro confezioni sterili in plastica monouso o a tutte le siringhe contenenti le dosi di vaccino che restano vuote dopo la somministrazione. Per rispondere a una domanda emergenziale, si è accelerata la ricerca per arrivare a una produzione rapida di prodotti plastici. Quello a cui non pensiamo è cosa accada al termine del ciclo vitale di quella plastica. Consideriamo che buona parte di essa termina negli oceani, dove ferisce o uccide fauna e flora marine, danneggia gli ecosistemi e, da ultimo, contamina la catena alimentare per chiunque consumi pesce, esseri umani compresi.

L’avvento della plastica

Dal 1960 in avanti, quando si è cominciata a usare massicciamente la plastica, un materiale per l’epoca rivoluzionario e che sembrava essere una vera e propria manna vista la sua duttilità di utilizzo, il consumo di plastica nel mondo è sempre aumentato. Gli Stati Uniti sono da sempre tra le nazioni più innamorate di questo materiale.

I dati statunitensi sull’utilizzo di questo materiale fanno impallidire. Il Paese produce ogni anno 42 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Per relazionarci meglio al grande numero, pensiamo che è come dire che ogni americano produce, da solo, 130 chili di rifiuti in plastica ogni 12 mesi. Se sommiamo la massa di rifiuti in plastica prodotta da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, nello stesso periodo, non arriviamo a quel totale. Le infrastrutture per il riciclo operative negli USA non riescono a stare al passo e, per tal motivo, un’altissima percentuale di questa plastica non viene riciclata e deve essere smaltita in altro modo.

Secondo alcune stime, ogni anno 8,8 milioni di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. È come gettare un camion pieno di scorie plastiche in mare ogni 60 secondi. Di questo passo nel 2030, dunque fra neanche 10 anni, potremmo raggiungere l’incredibile totale di 53 milioni di rifiuti in questo materiale scaricati annualmente in acqua, poiché la produzione si sta moltiplicando. Questa cifra è circa il 50% del peso totale dei pesci che peschiamo ogni anno. Gli USA hanno un ruolo di primo piano in questo, a causa della loro infatuazione per la plastica.

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La tratta della plastica

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Foto di Darkmoon_Art da Pixabay 

Gli Stati Uniti hanno un problema non da poco: cosa fare con i rifiuti plastici? Pare che la soluzione trovata dagli States sia quella di spedirli in altre regioni del mondo. Secondo un dossier redatto da alcune associazioni ambientaliste in America Latina, Gli USA avrebbero raddoppiato l’esportazione dei rifiuti di plastica verso la regione. I dati si riferiscono ai primi 7 mesi dell’anno 2020 e non ne abbiamo a disposizione di più recenti. Sapendo però quanta plastica giri in America settentrionale, non stupiamoci se la tendenza fosse riconfermata dai dati più recenti.

L’America del sud, geograficamente prossima agli Stati Uniti, vanta un costo del lavoro ben più basso di quello USA. Da quando, nel 2015, la Cina annunciò di non voler più essere la discarica del mondo e serrò i porti alle navi che trasportavano rifiuti, dopo essere stata per decenni la destinazione privilegiata di questi container, gli USA si sono visti costretti a diminuire l’export di immondizia verso Oriente.

Il Messico accetta oltre il 75% dei rifiuti di plastica inviati in America Latina. Tra il gennaio e l’agosto del 2020, il periodo di cui si è occupato il dossier, lo Stato centramericano ha ricevuto oltre 32.650 tonnellate di rifiuti, più di quelli spediti in El Salvador ed Ecuador. Last Beach Cleanup, un gruppo ambientalista con sede in California ha eseguito i calcoli.

Una normativa preistorica

Il diritto internazionale tassa, in maniera pesante, e restringe l’export di rifiuti nocivi e tossici. In realtà però, i controlli effettivi sono abbastanza scarsi nei maggiori porti mondiali. Inoltre la normativa sugli scarti in plastica è cambiata solo nello scorso gennaio 2021. Precedentemente a tale data, infatti, la plastica esportata per il riciclo non sottostava a questa norma. Ciò significa che era davvero semplicissimo etichettare container pieni di rifiuti nel materiali come da riciclare e poi mandarli a riempire discariche nel terzo mondo, in Paesi che non sono in grado neppure di riciclare la propria spazzatura, ma accettano volentieri quella che l’Occidente gli spedisce, dietro pagamento.

Un report firmato GAIA (Global Alliances for Incinerator Alternatives) stima che il settore dei rifiuti in plastica è destinato ad aumentare nel prossimo futuro, in America Latina. Imprese statunitensi e cinesi sarebbero infatti pronte ad aprire poli di riciclo a queste latitudini. Ciò comporterebbe l’effettiva esistenza di centri per riciclare in loco ma anche la loro destinazione estera e non locale. Di fatto, la plastica dell’America del Nord dovrebbe farsi un viaggio lungo mezzo oceano – con tutto il costo connesso in termini di emissioni – per venire riciclata in Cile, Perù o Brasile. Arriveremmo al colonialismo 2.0, quello ambientale.

Plastica, greenwashing e rigurgiti coloniali

“L’esportazione di rifiuti in plastica è, probabilmente, una delle espressioni più nefaste della commercializzazione di beni non comuni. È una occupazione coloniale di territori del Sud del mondo per sfruttamento, per renderli zone sacrificabili. I Caraibi e l’America Latina non sono il cortiletto degli USA, bensì territori sovrani. Domandiamo rispetto per la nostra gente e la nostra natura.”

Ha affermato Fernanda Solìz, direttrice dell’area salute presso l’Università Simon Bolivar in Ecuador, al Guardian.

Nel 2019 la maggior parte delle nazioni del mondo sottoscrisse l’abbandono della creazione di rotte commerciali che spostassero i rifiuti in plastica dal nord economicamente più sviluppato del Pianeta verso il secondo e terzo mondo. Si tratta del cosiddetto emendamento sulla plastica alla convenzione di Basilea. L’accordo impedisce specificamente l’export di rifiuti plastici da entità statunitensi private ad aziende site in Paesi in via di sviluppo, in mancanza di una esplicita autorizzazione dei governi di tali nazioni. Gli States sono uno di quei Paesi che non ha firmato l’accordo e ha continuato, in maniera indisturbata, a spedire i suoi rifiuti in America Latina, Africa e Sud-est asiatico.

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Foto di Maruf Rahman da Pixabay 

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Pesci grossi e pesci piccoli

La posizione di forza della potenza economica USA crea un circuito per il quale, tristemente, ai Paesi in via di sviluppo conviene accettare questi rifiuti. La tratta della plastica, infatti, è un’attività redditizia per entrambe le parti: gli States investono nei Paesi che avvelenano, edificando poli di riciclo che creano lavoro e/o contribuendo in altri progetti di sviluppo economico locali, in cambio del benestare dei governi meno abbienti. Come afferma Camila Aguilera, portavoce di GAIA, però, in questa maniera:

“I governi regionali falliscono in due aspetti: Il primo è quello della dogana. Non sempre, infatti, sappiamo con certezza che cosa sia contenuto nei rifiuti accettati per il riciclo. In secondo luogo, questi esecutivi hanno firmato il trattato di Basilea e così facendo lo tradiscono puntualmente. È importante poi acquistare contezza relativamente al riciclo. Le economie del nord mondiale sono orgogliose di riciclare, tanto da non porsi neppure il problema di sviluppare la propria economia e organizzarsi per compiere il passo successivo, quello che farebbe davvero bene al Pianeta: ridurre la produzione di rifiuti mirando all’impatto zero. Nessun governo tratta la plastica alla stregua di un rifiuto tossico ma, in realtà, le due cose sono davvero molto simili.”

Aguilera si riferisce al fatto che, alla dogana, nessun funzionario si prende la briga – e il rischio sanitario connesso – di verificare che cosa sia davvero contenuto all’interno dei container che trasportano rifiuti in plastica destinati al riciclo. È dunque possibile che le aziende inquinanti del primo mondo approfittino di questa assenza di controlli per spedire rifiuti pericolosi, magari tossici e chissà, forse addirittura radioattivi, in questi Paesi, al fine di lavarsene le mani.

Transizione ecologica, modelli troppo contrastanti

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Le alluvioni in Germania, una catastrofe climatica

Il meteo impazzito assedia l’Europa occidentale. Nel momento in cui scrivo questo articolo il conteggio totale delle vittime ha superato quota 180. I dispersi, invece, sono impossibili da quantificare poiché le linee di comunicazione sono collassate nei Länder tedeschi vittime della recente alluvione. La cancelliera Angela Merkel, visitando i luoghi del disastro, ha parlato di immagini spettrali. Quello che è accaduto in Germania ci ricorda che stiamo scherzando con il fuoco – nel caso non lo avessimo ancora realizzato – continuando a fare poco più di nulla per preservare il nostro pianeta.

Le alluvioni che hanno sferzato l’Europa occidentale si sono ora spostate sull’Austria, dove si è cominciato a monitorare attentamente il livello del Danubio, con il peggio che sembrerebbe comunque passato. Come già scritto, la situazione è ancora in evoluzione e i dati che trovate sull’articolo potrebbero essere totalmente sbagliati nel momento in cui esso verrà letto. Inevitabilmente, queste parole non sono che una foto, un istante congelato in questa tragedia e il lavoro prezioso dei soccorritori va avanti instancabile.

Le 180 vittime di cui scritto non sono tutte tedesche, stando al report di Rainews sarebbero 156 i morti in Germania e 27 in Belgio. Il totale europeo sarebbe dunque di 183. 110 di questi defunti erano cittadini del Land tedesco della Renania-Palatinato, il più colpito assieme al confinante Nordreno-Vestfalia. Le cause del disastro sono state attribuite anche dai politici, senza giri di parole, al cambiamento climatico. La catastrofe tedesca ha riportato la questione della transizione ecologica sulle primissime pagine dei quotidiani di attualità.

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Le strade a Meissen, in Sassonia, in seguito a un alluvione del fiume Elba. Foto: LucyKaef da Pixabay 

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Il discorso alla popolazione di una scioccata cancelliera Merkel

La cancelliera, visibilmente scioccata, si è sforzata di vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile naturalmente, durante la sua visita a Adenau:

“Grazie a Dio il nostro Paese può far fronte a quanto accaduto finanziariamente. Provvederemo a stretto giro. La lingua tedesca non conosce alcuna parola che possa descrivere quanto è accaduto qui.”

Ha affermato Angela Merkel, prima di aggiungere:

“C’è bisogno di una politica che tenga in considerazione natura e clima, ben più di quanto non si sia fatto negli ultimi anni. Vediamo con quanta violenza la natura possa agire. La contrasteremo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Saremo il primo continente a diventare neutrale in quanto a CO2. Dovremo però dedicare anche molta più attenzione per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso.”

Naturalmente il discorso può apparire strumentale, visto il luogo e il momento in cui è stato pronunciato, nonché il ruolo che il capo di stato Merkel deve tenere, in virtù della sua carica, di fronte a una popolazione devastata dalla catastrofe. Non è tanto però per il desiderio di condividere una dialettica scontata che riporto questo pensiero, bensì perché subito dopo Angela Merkel arriva a toccare un punto importantissimo, fondamentale direi in un’ottica di transizione ecologica continentale.

La transizione ecologica secondo Angela Merkel

Il governo federale tedesco sta approvando proprio in questi giorni un pacchetto straordinario di aiuti per le popolazioni colpite. Non si vuole infatti perdere tempo prezioso per aiutare concretamente chiunque ne abbia bisogno. L’idea è concedere alle zone alluvionate fondi immediati ma anche aiuti sul medio e lungo periodo. La parola d’ordine è ricostruire tutto. La cancelliera ha anche chiesto donazioni a tutti i cittadini che abbiano possibilità di fornirne.

Durante la sua visita nelle regioni colpite dal dramma – mentre alcuni Länder confinanti come, ad esempio, l’Alta Baviera stanno evacuando le fasce di popolazione più a rischio – Angela Merkel ha voluto sottolineare un aspetto di cui parliamo spesso, qui sulle pagine de L’EcoPost:

“Quello che investiremo nella difesa del clima ci costerà molto. Quello che però non faremo, finirà per costarci molto di più. Se vediamo i danni degli ultimi anni, o degli ultimi decenni, comprendiamo perché dobbiamo impegnarci ancora moltissimo.”

Non c’è altro da aggiungere; l’importanza della transizione ecologica sta tutta in queste parole. Certo, avremmo gradito che ci si fosse arrivati senza la necessità di dover seppellire tutti questi morti ma questo è quel che ci attende se continueremo a trascurare il problema del cambiamento climatico. È tempo di agire. Il pensiero di Merkel non deve finire come uno degli ultimi discorsi importanti di una cancelliera a termine mandato – dopo 15 anni di mandato, la leader della CDU ha già annunciato che non si ricandiderà – bensì dovrebbe essere un piano d’attacco per l’intera UE. E ci auguriamo che lo sia, dal momento che anche a capo della Commissione abbiamo una politica tedesca, il cui pensiero non differisce troppo, almeno nelle dichiarazioni, da quello del suo Capo di Stato.

Interventi a sostegno della popolazione

In Alta Baviera, sono state evacuate circa 130 persone perché si è verificata l’esondazione di un fiume che poi, fortunatamente, non ha riportato le drammatiche coincidenze che si temevano.

Le criticità ora sembrano essere terminate, dal momento che i fiumi sono in ritirata e l’ondata di maltempo si sta allontanando. Restano impresse le parole di uno dei soccorritori, il quale ha affermato: “Le auto sono diventate come una palla da fuoco per l’enorme massa d’acqua.” Angela Merkel ha promesso interventi a sostegno delle popolazioni, per rimediare a danni che sono stati stimati intorno ai 4 o 5 miliardi di euro.

Le parole della cancelliera sull’ambiente hanno fatto il giro del mondo e la passerella dei politici che si sta dirigendo a Napoli per il G20 monotematico dedicato al tema hanno dimostrato di averle colte. Ora occorre passare ai fatti ed è proprio in questa fase che si teme un cortocircuito, il quale finirebbe per portarci di fronte all’ennesimo nulla di fatto. In fin dei conti, il nostro ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha da subito fatto capire che la sua idea non è proprio allineata con quella di Merkel.

La transizione ecologica e le parole del Ministro

Pressapoco in concomitanza con i tremendi fatti che avvenivano in Germania, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani confidava alla stampa alcune sue preoccupazioni riguardo al pacchetto europeo denominato Green New Deal. Com’è noto si tratta del provvedimento per raggiungere la neutralità climatica nella UE entro il 2035. Esso impone – tra le altre cose – ai costruttori di autovetture di produrle esclusivamente a propulsione elettrica da qui a 15 anni.

Muovendo da qui, Cingolani ha lanciato quello che i media hanno definito un allarme. A detta del Ministro, se anche le supercar dovranno essere elettriche al 100% – cosa più che probabile, in quanto anche le supercar sono automobili – l’Italia sarà costretta a chiudere la sua Motor Valley. Con questa definizione anglosassone intendiamo l’Emilia di Ferrari, Lamborghini, Pagani e Maserati, le cui linee di produzione generano un considerevole indotto. A detta di Cingolani, il tempo tra oggi e la data di passaggio all’elettrico è insufficiente per convertire i cicli di produzione industriali.

Il pensiero di Cingolani

Per non snaturare il pensiero del Ministro alla Transizione Ecologica, riportiamo qui le sue parole. Le esternazioni sul distretto dei motori vanno viste all’interno di un ragionamento più ampio. Poiché spesso l’informazione dei media ci abitua a decontestualizzare un ragionamento per ottenere il titolo sensazionalistico, ho preferito prendere qualche riga per riportare l’intervista.

“C’è una grandissima opportunità nell’elettrificazione. È stato però comunicato dalla Commissione UE che anche le produzioni di nicchia come Ferrari, Lamborghini, Maserati e McLaren si dovranno adeguare al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante e con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo.”

Sono le parole di Cingolani, riportate dal Corriere della Sera.

“Se oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche, d’emblée, non avremmo le materie prime per farlo né alcuna grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche supersport si riadattino è impensabile.”

“C’è un fattore chiave che le persone non considerano. La transizione ecologica deve avere un tempo specifico. Se siamo troppo lenti falliremo come homo sapiens. Se andiamo troppo veloci, falliremo come società. Dobbiamo affrontare la disuguaglianza a livello locale che non rende la transizione facile a livello globale. Noi siamo relativamente fortunati. Possiamo parlare di riconversione, idrogeno, mobilità verde… ma che dire di altri 3 miliardi di persone sul pianeta che hanno problemi più urgenti? Dobbiamo trovare regole comuni e sostenere i Paesi emergenti.”

Ha concluso il Ministro.

Cattive notizie per la transizione ecologica dunque?

Alla luce del ragionamento di Cingolani, dunque, come possiamo concludere? Alcune delle argomentazioni del Ministro hanno senso, gli va riconosciuto. Consideriamo di quali automobili stiamo parlando e di quali macchinari hanno a disposizione questi costruttori. Uno come Horacio Pagani, che italiano non è in quanto proveniente dall’Argentina ma che lavora nel bolognese da decenni, produce le sue hypercar in un laboratorio artigianale che nulla a che vedere con uno stabilimento automobilistico.

Ciò non toglie, comunque, che sentir parlare in questo modo un Ministro alla Transizione Ecologica faccia veramente accapponare la pelle. A maggior ragione se pensiamo che si tratta di chi dovrà coordinare il vertice ambientale delle prime 20 economie del mondo. Naturalmente i costruttori di automobili – così come gran parte di altre imprese – avranno delle difficoltà anche serie a riconvertire la loro produzione. Se però consideriamo le potenziali problematiche di ogni attore economico, quando mai inizieremo questo processo vitale per il futuro?

Qualora il pensiero di Cingolani divenisse predominante, se tutti gli altri Ministeri incaricati di agevolare la transizione ecologica per tutelare aziende o distretti produttivi, neanche cominceremmo mai a mettere in pratica una qualunque forma di riconversione.

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Tesla fa soltanto automobili elettriche e ha dimostrato che è possibile coniugare alte prestazioni a motorizzazioni ecologiche. Foto: Pixabay.

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Un esempio virtuoso

Cingolani dà l’idea di volersi arroccare sul passato e difendere l’esistente, come hanno sottolineato sulle pagine virtuali di vaielettrico.it. Nello stesso articolo, troviamo anche un esempio assolutamente virtuoso e in netto disaccordo con la tesi del Ministro.

Ci sono infatti anche costruttori di automobili sportive e di lusso che stanno già cavalcando da tempo l’elettrico e ne apprezzano le possibilità. La Porsche ha lanciato il suo primo modello elettrico nel 2019 – La Ferrari E non è attesa prima del 2025 – e ha annunciato risultati di vendita sorprendenti per il primo semestre 2021. L’elettrica Taycan vende ormai praticamente tanto quanto l’immortale 911, la quale la stacca per 20mila 611 consegne contro 19mila 822, davvero un pugno di unità.

“Il tasso di elettrificazione sta crescendo ovunque. Questo conferma il percorso intrapreso con la nostra strategia. In Europa, circa il 40% delle auto attualmente in consegna dispone di un motore elettrico, puro oppure ibrido plug-in. La nostra massima priorità continua a essere quella di realizzare i sogni dei nostri clienti.”

Dice Detlev von Platen, responsabile Sales&Marketing del marchio Porsche. A quanto pare, dunque, anche i clienti di questi marchi possono accettare l’elettrico; non a caso a Stoccarda lanceranno presto la loro seconda proposta completamente elettrica, la Macan, e hanno già annunciato che farà seguito un’intera gamma di auto con propulsione green. Qualcuno avvisi Cingolani.

Stratosfera sempre più ristretta: CO2 nuovamente responsabile

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Chi segue L’EcoPost con maggiore assiduità lo sa bene: la CO2 è altamente nociva per il nostro pianeta e chi lo abita. Altre volte abbiamo descritto come l’anidride carbonica agisca disturbando i cicli di vita del nostro habitat. Questa sostanza è una dei principali attori responsabili del surriscaldamento globale. E non solo, a quanto sembrerebbe. Una ricerca congiunta ha dimostrato che la CO2 abbia enormi responsabilità anche nel restringimento della stratosfera.

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Uno spessore sempre più contenuto

La rivista specializzata Environmental Research Letters (ERL) è incentrata sulla gestione del cambiamento climatico. Sulle sue pagine, nel numero di maggio 2021, è uscita una ricerca congiunta di studiosi tedeschi, austriaci, spagnoli, cechi e statunitensi. I loro risultati sono allarmanti per quanto riguarda la salute della stratosfera: essa si sarebbe ridotta di ben 400 metri dal 1980 a oggi e diminuirà di un intero altro chilometro entro il 2080 qualora le emissioni non vengano tagliate. Ciò finirà per danneggiare in maniera sensibile l’operatività satellitare, il sistema GPS e le telecomunicazioni in genere.

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Foto di Jerry Xavier da Pixabay 

L’importanza della stratosfera

Che cos’è la stratosfera? Come mai dovremmo curarcene? Come ricorderà chiunque abbia qualche reminiscenza dalle scuole, l’atmosfera terrestre viene convenzionalmente divisa in 5 diversi strati, noti come sfere. Allontanandoci dalla superficie terrestre incontriamo, in ordine, dapprima la cosiddetta tropopausa e poi gli strati appena citati. Quello più vicino alla Terra si chiama troposfera. In seguito, continuando ad allontanarci, incontriamo stratosfera, mesosfera, termosfera ed esosfera, la più lontana dalla superficie.

Si definisce stratosfera quello strato che si origina a una distanza di circa 12 chilometri dalla superficie terrestre. Tale numero è una media. La conformazione terrestre infatti – che come sappiamo non è lineare sebbene qualcuno continui a volercelo far credere – comporta che lasciando i poli e allontanandosi da essi in verticale ci si trovi nella stratosfera dopo essersi alzati di 8 km. Un astronauta che parta da coordinate equatoriali dovrà innalzarsi di 20 km prima di poter dire lo stesso. Questo strato si conclude ad un’altezza di circa 50 km dalla Terra, prima di lasciar posto alla mesosfera. Intorno al confine alto della stratosfera, la temperatura massima è di -3 gradi Celsius, al massimo. A separarla dallo strato successivo troviamo la stratopausa, una zona di transizione che non possiede dimensioni proprie e segnala il passaggio tra le due sfere.

Peculiarità della stratosfera

Questa porzione di atmosfera è caratterizzata da un gradiente termico verticale positivo, molto piccolo. In altre parole, ciò significa che la temperatura della stratosfera – per strano che possa sembrare – aumenta leggermente mano a mano che si sale. Nello strato precedente, la troposfera più vicina alla Terra, avviene il contrario.

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Foto di Richard Gatley su Unsplash

Questo contenuto aumento di temperatura si deve a una particolare reazione chimica che coinvolge le molecole di ozono presenti in stratosfera. Questo gas, noto in chimica con la formula O3, si compone appunto di tre molecole di ossigeno. Nel momento in cui i raggi ultravioletti emessi dal sole vanno a urtarle, esse si dissolvono, separandosi. Dunque le tre molecole di ossigeno si dissociano e questo processo dà vita ai due fenomeni che caratterizzano la stratosfera: produzione di calore e arresto dei raggi ultravioletti.

Maggiori sono le dissociazioni, più alta sarà la produzione di calore. A questo si deve il gradiente termico particolare di questa sfera. Questa emanazione di calore fa sì che la temperatura aumenti al salire di quota. I raggi ultravioletti sono dannosi per la vita. L’importanza della stratosfera nel rallentarne – o addirittura impedirne – l’arrivo sulla superficie terrestre, è capitale. Ciò deve preoccuparci mentre leggiamo che lo spessore di questo strato atmosferico è in così forte riduzione.

Le cause

La ricerca congiunta avrebbe individuato due principali cause per le quali la stratosfera si sta riducendo con questa velocità. Entrambe le ragioni hanno a che fare con i pericolosi gas serra. Da un lato, infatti, essi si espandono a macchia d’olio nell’atmosfera sottostante, schiacciando sempre più verso l’alto il limite inferiore dello strato superiore, in maniera instancabile. Per tal ragione, il confine basso – per così dire – della stratosfera si alza sempre più.

Non solo. I gas serra abbassano le temperature della stratosfera, raffreddandola. In questa maniera la fanno restringere. Per quale motivo? Poiché assorbono il calore e l’aria calda è più dilatata di quella fredda. Così facendo riducono la dispersione nello spazio del calore solare che arriva sulla Terra.

Riduzione della stratosfera: motivi di preoccupazione

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Foto di EMANUELE CRAVA da Pixabay 

La ricerca si è basata su dati risalenti agli ultimi 40 anni, dal 1980 in poi. Non sono disponibili misurazioni antecedenti a questa data. Gli studiosi hanno espresso alcune preoccupazioni perché la stratosfera non è soltanto parte integrante di quella atmosfera che protegge il nostro pianeta rendendolo abitabile per l’umanità, bensì è anche fondamentale per la corretta traiettoria dei satelliti, la propagazione delle onde radio e l’efficienza del sistema di posizionamento GPS. La precisione di tutti questi strumenti potrebbe finire per risentire di questo fenomeno dovuto principalmente – tanto per cambiare – alla nefasta azione dell’uomo sul pianeta.

Se continueremo a emettere gas serra nell’atmosfera, l’assottigliamento stratosferico sarà sempre più netto e deciso. L’impatto umano sulla Terra è troppo marcato e sta causando gravi danni al pianeta. Stiamo alterando addirittura una zona atmosferica che dista 60 chilometri da dove viviamo quotidianamente; dobbiamo fermarci. All’interno della stratosfera si trova quello strato di ozono di cui sentiamo spesso parlare, il quale assorbe le nocive radiazioni solari ultraviolette. Nonostante l’importante firma del protocollo di Montreal (1989), il quale vietò i clorofluorocarburi (CFC) che stavano devastando l’ozono come un tritatutto alle prese con della gelatina, la riduzione dello strato di ozono è continuata. Ciò si deve alla CO2 e a come il suo aumento nell’aria provochi una costante contrazione della stratosfera, accentuando i gravi fenomeni riportati nel paragrafo precedente.

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Disastro nucleare di Fukushima: è passato un decennio

11 marzo 2011, ore 14:46 locali; al largo della costa del Giappone settentrionale, alla profondità di 30 km si verificò un sisma di magnitudo 9 con successivo tsunami, che portò ad uno dei disastri nucleari più gravi al Mondo. Quello di Fukushima. L’11 marzo di quest’anno si è celebrato un decennio da quel terribile evento. Un giorno che le Nazioni di tutto il Pianeta hanno vissuto con sgomento e con il terrore di aver ripetuto il dramma di Chernobyl.

Fukushima: cosa accadde?

Lo tsunami, quel giorno, mise fuori uso l’impianto elettrico di backup della centrale nucleare; questa, rimasta senza elettricità, non riuscì più a garantire il raffreddamento dei reattori. L’interruzione dei sistemi e di ogni fonte di alimentazione elettrica, nelle ore successive causò la perdita di controllo di tre reattori che erano attivi al momento del terremoto. Nel corso delle ore e dei giorni successivi vi furono quattro distinte esplosioni, causate da fughe di idrogeno; alcune distrussero strutture superiori degli edifici di due reattori.

I noccioli di tutte e tre le Unità coinvolte subirono il meltdown completo, in momenti diversi. Oltre al rilascio di materiale radioattivo iniziale, uno dei maggiori problemi è ora la rimozione delle milioni di tonnellate di acqua radioattiva usata nel raffreddamento delle barre, ancora presente nell’impianto. Il lavoro di ripulitura costerà decine di miliardi di dollari e potrebbe protrarsi per i prossimi 40 anni.

Sopra l’unità 1 attualmente è in costruzione una gigantesca copertura (che sarà terminata nel 2023) in cui saranno sepolti polveri e detriti; mentre la rimozione del combustibile è pianificata per il 2027. L’unità 2, invece, ospiterà una struttura che, a partire dal 2024, sarà usata per stoccare 615 fasci di barre di combustibile. Quasi ultimati invece i lavori nell’unità 3, sovrastata da una struttura in acciaio in cui questo mese si dovrebbe completare la rimozione di altro combustibile. E infine c’è l’unità 4, in cui non è presente alcun detrito.

Secondo le stime della Tepco, saranno necessari almeno altri 30 anni per recuperare il combustibile non danneggiato e quello che si è sciolto e poi solidificato, per sbarazzarsi dell’acqua usata per il raffreddamento e per disassemblare i reattori. Sono in particolare i primi due punti a preoccupare di più, dal momento che ancora non si sa con certezza dove siano tutti i detriti e quindi non se ne può pianificare con precisione il recupero. Nel 2022 gli addetti alla bonifica proveranno a intervenire con un braccio meccanico sull’unità 2 per recuperare piccole quantità di detriti che si pensa giacciano sul pavimento.

Fukushima oggi

Oggi le cose sono cambiate solo superficialmente. Per gli isotopi radioattivi, infatti, dieci anni rappresentano un tempo irrisorio e la contaminazione è ancora presente, nonostante i tentativi del governo di decontaminare e di abolire la zona di esclusione.

Il prelievo di 5 cm di terra nelle zone limitrofe alla centrale, ha abbassato di molto il livello di contaminazione rilevabile in superficie, ma ha anche lasciato degli interrogativi senza risposta. Per esempio, sulla tipologia di analisi effettuate, visto che gli elementi radioattivi sono svariati. La maggior parte delle analisi, però, si concentra sulla rilevazione del Cesio 137. Oppure sulle condizioni delle falde acquifere o del terreno finalizzato alle coltivazioni. Le particelle radioattive, con le piogge, vengono mano a mano assorbite dal terreno ma ritornano in circolo dopo essere state assimilate dalle piante.

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Il governo giapponese ha revocato quasi per intero l’iniziale zona di evacuazione; lasciando giusto alcune aree, in particolare quelle dei comuni più a ridosso della centrale, Ookuma e Futaba. Il resto del territorio è ad oggi ufficialmente una zona in cui è permesso rientrare. Come è possibile? La politica giapponese, la quale punta molto sulle prossime Olimpiadi per mostrare al Mondo che l’incubo nucleare sia svanito, ha iniziato ad abolire i sussidi abitativi e l’assistenza sanitaria agli sfollati.

Tantissime persone si stanno rifiutando di rientrare in quei territori, in cui sarebbe impossibile ricominciare una vita. Non solo a causa del pericolo radioattivo, ma anche per un sistema economico completamente distrutto; inoltre, vi è una grave mancanza di servizi primari, come ospedali o supermercati. La zona di Fukushima è sempre stata un paradiso verde del Giappone, famosa per i suoi tantissimi prodotti come riso e carni pregiate. La popolazione viveva grazie a quei settori che non potranno più essere ripristinati.

Acque radioattive in mare?

La Tepco, la compagnia giapponese che gestisce la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, potrebbe dover riversare enormi quantità di acque radioattive nel Pacifico, quando lo spazio di stoccaggio sarà esaurito.

L’acqua è attualmente stazionata in oltre 1000 enormi-serbatoi che tuttavia nel 2022 saranno pieni. Il piano di Tokyo è quello di gettarla in mare, previo trattamento, attraverso un processo di rimozione multi-nuclide che tuttavia non è in grado di filtrare alcune sostanze pericolose.

Le taniche contenenti le acque radioattive di Fukushima.
Crediti: Issei Kato/Reuters

Alcuni studi confermano come anche dopo il trattamento l’acqua sia ancora contaminata e quindi pericolosa per la salute umana e per l’ambiente. Le rassicurazioni offerte dalle autorità giapponesi si baserebbero su dati sperimentali incompleti e, dunque, ancora inaffidabili. Tra le sostanze contenute nell’acqua contaminata, il trizio che secondo alcune ricerche può provocare morti fetali, leucemia infantile e sindrome di Down.

A preoccupare sono anche gli effetti a lungo termine dell’acqua trattata sull’ecosistema marino, con le sue inevitabili conseguenze per l’economia locale che vive di pesca. L’unica certezza è che una volta riversato nell’oceano, il materiale radioattivo rimarrà in mare.

La Tepco è da anni alle prese con l’accumulo di acqua radioattiva. L’acqua di falda che scorre sotto la struttura si contamina quando entra in contatto con quella usata per impedire che i nuclei danneggiati dei tre reattori fondano. Il governo nipponico ha investito 34,5 miliardi di yen (291 milioni di euro) per costruire una barriera ghiacciata sotterranea. Questa dovrebbe impedire all’acqua di falda di raggiungere i reattori, ma la struttura è riuscita soltanto a ridurre il flusso da 500 a 100 tonnellate al giorno.

Il Giappone ed il nucleare oggi

Il disastro di Fukushima non ha fermato il nucleare nel paese. Alcuni impianti sono tornati presto in funzione dopo uno stop generale cautelativo subito dopo l’incidente. Attualmente sono 9 i reattori giapponesi di nuovo in funzione dopo il disastro; altri 6 hanno già passato la revisione e possono essere rimessi in funzione. Infine, 12 reattori sono ancora in revisione.

In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Economia del Giappone Hiroshi Kajiyama ha affermato:

L’energia nucleare sarà essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050.

A marzo 2019 il mix elettrico giapponese era ancora ben distante dagli obiettivi fissati lo scorso dicembre per il prossimo decennio: le fossili erano al 77%, le rinnovabili al 17% e il nucleare al 6%.

Nel nuovo piano mancano i dettagli per l’energia dall’atomo, ma il governo ha fatto sapere che intende riservargli uno spazio più ampio. Nel vecchio piano del 2018, il nucleare avrebbe dovuto coprire nel 2030 il 20-22% del mix. Praticamente lo stesso ruolo riservato alle rinnovabili. I giapponesi pare la pensino diversamente. Secondo un sondaggio pubblicato il mese scorso dal quotidiano nipponico Asahi Shimbun, il 53% della popolazione non vuole il riavvio dei reattori. Un terzo invece si dichiara a favore, percentuale che cala al 16% tra gli abitanti di Fukushima. Il cambio di rotta è ancora molto lontano.

“Abbiamo la responsabilità di consegnare alle future generazioni un ambiente in cui possano vivere in sicurezza e con la massima tranquillità. In un mondo che ci è stato consegnato non possiamo più guardare alla realtà solo in termini utilitaristici, orientando l’efficienza e la produttività solo al nostro profitto individuale. La solidarietà tra generazioni non è un optional, ma una questione elementare di giustizia”

Papa Francesco, “Laudato si”

La domanda che tutti dovremmo porci è: siamo davvero sicuri che l’energia nucleare sia davvero pulita ed economica come molto spesso si crede?

Disastro ambientale in Nigeria: Shell ammette le sue colpe

Dopo una battaglia durata 8 lunghi anni, la compagnia petrolifera anglo-olandese Shell è stata condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia per aver provocato un enorme disastro ambientale.

Le terre circostanti al delta del fiume Niger sono state danneggiate a causa di ingenti fuoriuscite di petrolio

Gli abitanti del luogo saranno finalmente risarciti.

Non è un incidente, ma un volontario disastro ambientale 

1640 barili è la quantità di petrolio che gli impianti di Shell hanno riversato sulle terre circostanti al delta del fiume Niger, distruggendole completamente.

Per capire l’entità del danno considerate che un barile di petrolio equivale circa a 159 litri. Pensate ora di versare sul terreno l’equivalente di 130.380 bottiglie di acqua da due litri ciascuna, però contenenti petrolio. 

La stima è stata realizzata da Accufacts Inc, mentre Amnesty International, ente che ha diffuso la notizia, ha stimato addirittura una quantità superiore ai 100.000 barili.

Sì, perché a diffondere la notizia ovviamente non sono stati i media. Se non fosse per merito di Amnesty International, questo gravissimo disastro ambientale sarebbe finito direttamente nel dimenticatoio.

Una causa durata 13 anni

La documentazione dimostra che da anni, precisamente dal 2008, la compagnia petrolifera era a conoscenza delle perdite degli impianti ormai obsoleti, ma aveva deciso di non assumersi alcuna responsabilità.

Ha scelto per anni di non tenere in considerazione la vita degli abitanti del luogo che sono soliti coltivare le terre o dedicarsi alla pesca per ricavare cibo per vivere una vita dignitosa.

Inutile ribadire a questo punto che, anche questa volta, gli interessi economici di un’azienda sono stati più importanti della vita delle persone residenti in questa zona del mondo, già di per sé sicuramente non ricca.

Shell ha avuto il coraggio di arrecare consapevolmente un danno inestimabile ad una popolazione povera.

Ricordiamo inoltre che l’aspettativa di vita nella zona attorno al delta del Niger è di 10 anni inferiore rispetto a quella nel resto della Nigeria.

Le persone non hanno uno standard di vita alto e senza dubbio non hanno bisogno di terre e acque inquinate, che contaminano il raccolto e la pesca di sostanze tossiche per la salute.

Sono state esaminate le acque di alcuni pozzi, utilizzati dalla popolazione per la propria igiene personale, per bere e cucinare che presentavano livelli altissimi di benzene, una sostanza ultra cancerogena per l’organismo.

Le acque presentavano valori di mille volte superiori alla soglia tollerata dalla legge nigeriana di 3 µg/L.


Già nel 2008 fu avviata una causa contro la compagnia petrolifera e durante il procedimento in tribunale vennero a galla le responsabilità dell’azienda, che lasciava in funzione gli impianti pur sapendo che fossero difettati e vecchissimi.

La Shell tuttavia si giustificò affermando che le perdite dell’impianto riguardavano nello specifico la filiale situata in Nigeria e che quindi avrebbe dovuto rispondere al danno in base alle normative vigenti nel Paese.

Un piccolo riscatto per la popolazione

Gli abitanti del luogo, insieme alla filiale olandese dell’ ONG Friends of the Heart, hanno portato avanti le loro accuse nei confronti della Shell per 13 lunghi anni.

Secondo quanto afferma la Common Law inglese, le persone che subiscono gravi danni a causa di carenze in materia di salute, sicurezza e ambiente in una filiale estera di una multinazionale inglese devono essere assistite.

Ora, infatti, Shell è stata obbligata a:

  • risarcire gli abitanti dei villaggi di Oruma, Goi, Ikot Ada Udo;
  • bonificare tutti i 400 metri quadri di suolo danneggiato dalle emissioni di petrolio

La responsabilità del disastro ambientale non è quindi solo della sede Nigeriana, ma anche della società madre, Royal Dutch Shell, che avrebbe dovuto fin da subito mettere in sicurezza l’impianto con un sistema di rilevazione delle perdite, cosa che adesso è obbligata ad installare.

Channa Samkalden, avvocato della parte lesa, afferma: ‘’C’è finalmente giustizia ma questo caso mostra anche che le società europee devono comportarsi in modo responsabile all’estero’’.

Senza dubbio un grande passo in avanti, ma è indicativo il fatto che ci siano voluti tutti questi anni per arrivare ad una conclusione.

Le condizioni ambientali nel frattempo sono peggiorate sempre di più. Se Shell avesse ammesso i suoi errori fin dall’inizio, si sarebbe evitato il disastro ambientale, bonificando subito la zona interessata.

Il problema è che questa causa vinta non è all’ordine del giorno: di solito risulta veramente difficile schiacciare le grandi multinazionali, anche se si porta avanti una causa più che legittima.

Il ‘’coltello dalla parte del manico’’ appartiene sempre al ricco a prescindere dall’eticità delle sue azioni e le multinazionali del petrolio hanno il controllo sulle terre circostanti al delta del Niger da oltre mezzo secolo.

È chiaro che questa sentenza rappresenta una vittoria per tutti gli ambientalisti ma, affinché le aziende si mettano una mano sul cuore (e non come sempre, solo sul portafogli), è necessario che vengano redatte norme internazionali per la tutela dei territori.

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1 persona su 5 muore a causa dell’inquinamento

inquinamento

Viviamo in una società in cui chi non fuma ha una maggiore probabilità di morire per malattie respiratorie rispetto ai tabagisti stessi. Lo ha rivelato un recente studio sull’inquinamento atmosferico condotto da alcuni ricercatori di prestigiose università. Nel 2018 infatti sono morte 8,7 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, ovvero il 18% di tutti i decessi del mondo. Queste cifre superano di gran lunga quelle rivelate precedentemente in altri studi. A cambiare è stato l’utilizzo, da parte dei ricercatori, di un metodo di rilevazione più preciso, oltre che alla considerazione di un più ampio ventaglio di fattori.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Morti da inquinamento: le metodologie dello studio

Il numero di morti da inquinamento atmosferico dovuto alla combustione di fonti fossili nel 2018 ha superato quello dei decessi causati dal tabacco e dalla malaria messi insieme. Per arrivare a questa conclusione, gli studiosi dell’Università di Harvard, di Birmingham, di Leicester e dello University College di Londra hanno utilizzato la tecnologia GEOS-Chem. Quest’ultima permette, attraverso l’osservazione satellitare, di dividere il globo in una griglia di riquadri ad alta definizione e osservare i livelli di inquinamento in ogni singolo riquadro.

Questa tecnologia permette anche di distinguere esattamente da dove provengano le fonti inquinanti, e non ricorrere semplicemente al generico termine “particolato” (PM 2,5). Uno dei co-autori dello studio, Karn Vohra dell’Università di Birmingham, spiega: Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano.

I dati sono relativi agli anni 2012 e 2018. Quest’ultimo è stato scelto perché comprende i risultati della diminuzione delle emissioni da parte della Cina. La decisione di questa nazione di ridurre drasticamente il rilascio di gas serra in atmosfera è stata in grado di determinare l’andamento dei dati relativi alla mortalità globale. Eloise Marais, co-autrice dello studio, evidenzia che i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché sia la popolazione sia l’inquinamento sono ingenti. Tagli simili in altri Paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sui numeri della mortalità globale.

La colpa è sempre e solo una: i combustibili fossili

Comunque, la Cina rimane una delle aree del mondo con il più alto tasso di mortalità per l’inquinamento atmosferico. Il 62% dei decessi ha infatti luogo proprio nella nazione del sol levante (3,9 milioni). A seguire l’India dove nel 2018 sono morte 2,9 milioni di persone. Gli Stati Uniti e l’Europa coprono anch’esse una larga parte delle statistiche. In Europa il 16,8 percento dei decessi totali sono dovuti all’inquinamento. Gran parte di questi si trovano proprio in Italia, nella Pianura Padana, come approfondiamo in questo articolo. Negli Stati Uniti invece i decessi da smog costituiscono il 13,8% del totale. L’America latina e l’Africa hanno invece un tasso di mortalità da smog molto inferiore.

Inoltre,come sottolinea il Guardian, esiste una differenza di mortalità tra categorie diverse di persone, anche all’interno dello stesso Paese. I più fragili sono i bambini, tanto che lo studio prende in considerazione la mortalità dovuta a infezioni respiratorie negli individui di età inferiore ai 5 anni. Particolarmente colpiti sono poi gli anziani, le persone a basso reddito e quelle di colore. Di solito, infine, le persone che vivono nelle aree urbane con un’alta concentrazione demografica subiscono gli impatti peggiori dell’inquinamento.

Per inquinamento, ricordiamolo, si intende il particolato atmosferico derivante dal riscaldamento, dai motori delle macchine e sopratutto dalle combustioni industriali. Le particelle di particolato sono molto piccole, ma proprio per questo motivo hanno la capacità di penetrare nei tessuti polmonari e causare complicazioni, sopratutto a livello respiratorio. In questo articolo parliamo più nel dettaglio delle polveri sottili.

Inquinamento e pandemia: un triste confronto

Sebbene sia noto che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. Così hanno affermato i ricercatori di Harvard. In particolare Eloise Marais sottolinea come la salute pubblica possa e debba costituire un campanello di allarme per i governi proprio come lo è stato la pandemia, nonostante quest’ultima abbia causato molti meno morti.

Questo, ovviamente, non significa che le misure per il contenimento del Covid-19 siano esagerate, anzi. Quello che si vuole dire è che le soluzioni prese per contrastare i morti da inquinamento atmosferico non sono abbastanza. Considerando poi che la mortalità della pandemia è imputabile all’indebolimento del sistema respiratorio, a sua volta dovuto all’inquinamento, non ci si spiega perché i governi si ostinino a finanziare le industrie del fossile.

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I dati sull’inquinamento dovrebbero risvegliare le coscienze dei politici

I combustibili fossili hanno un impatto molto grande sulla salute, il clima e l’ambiente e abbiamo bisogno di una risposta più immediata, ha affermato Marais. Alcuni governi hanno obiettivi carbon neutral, ma forse dobbiamo portarli più lontano visto l’enorme danno alla salute pubblica. Abbiamo bisogno di molta più urgenza.

Riportiamo le parole di Karn Vohra, dell’università di Birmingham. La nostra ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche. Per esempio, la decisione della Cina di ridurre le emissioni di combustibili fossili quasi della metà nel 2018 ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni nella Cina stessa. E la Marais incalza: Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili sia dannoso per la salute globale. Non possiamo quindi continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando conosciamo i gravi effetti sulla salute. Inoltre sappiamo anche che esistono alternative praticabili e più pulite.

Stretto di Messina e l’incubo della plastica nei fondali

Nello stretto di Messina vivono i mostri. Non stiamo parlando di Scilla e Cariddi, che resero difficile il viaggio a Ulisse. A minacciare questo braccio di mare, che divide la Calabria dalla Sicilia, ci sono i rifiuti, che inquinano il fondale marino, danneggiando l’intero ecosistema. Uno studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters e condotta dall’Università di Barcellona, insieme ad altri centri di ricerca internazionali, ha denunciato la situazione.

I residui di materiali vari, che si depositano o vengono trascinati dalle correnti, diventano cibo per gli animali. Gli esperti si sono concentrati sull’identificazione delle esigenze su cui incentrare il monitoraggio, per poter, finalmente, arrivare ad alcune soluzioni durature. Si sono basati sulla definizione di rifiuti marini, che il Programma Ambientale dell’ONU ha descritto come “qualsiasi materiale solido persistente, fabbricato o lavorato, scartato, smaltito o abbandonato nell’ambiente marino e costiero”. Insomma, il microcosmo, in cui ci stiamo per tuffare, è alterato dalle azioni dell’uomo.

Stretto di Messina: il “mare di spazzatura” con la più alta densità di rifiuti al mondo

Gettato direttamente dalle navi o da altre piattaforme marine oppure finito in modo accidentale tra le onde, tutto lo scarto che produciamo viaggia o si sedimenta sul fondale, cambiandone o, addirittura, stravolgendone l’equilibrio. Solamente nel 2010, si è stimato che più di 8 milioni di tonnellate di rifiuti, abbandonati sulla terraferma, siano arrivati nei mari. E le prospettive sono ancor più negative. Si pensi che alcune previsioni indicano come si potrebbero monitorare fino a 90 milioni di tonnellate di emissioni plastiche negli ecosistemi acquatici entro il 2030. Se già sotto questa lente la situazione è allarmante, conoscere cosa succede sotto lo stretto di Messina è utile per comprendere ancora una volta quanto sia necessario cambiare rotta. In alcune parti del fondo, si riscontra la presenza di più di un milione di oggetti per chilometro quadrato.

A complicare il quadro si inserisce la poca conoscenza del fondale, tanto è vero che, nel 2019, gli studi in questo senso hanno rappresentato meno del 25% di tutti gli studi sui rifiuti marini, microplastiche escluse e un 1/7, includendole. La dispersione è diversa: ci sono degli inquinanti leggeri, a bassa densità, che rimangono sospesi per periodi variabili. Altri, invece, si inabissano. Nessun luogo è escluso da questo tipo di cambiamento e i dati permettono di stabilire che vi è un incremento di articoli monouso, lattine e plastiche. Nemmeno la Fossa delle Marianne è stata risparmiata: a 10900 metri, è stato registrato un sacchetto. In alcuni punti, i rifiuti superano il numero degli esseri viventi presenti. Talvolta, li ingeriscono, scambiandoli per prede, mentre si nutrono di altri organismi o quando sono a caccia di banchi. Come se non risultasse abbastanza, potrebbero mangiarli in maniera secondaria, ossia scegliendo organismi che si erano cibati di detriti in precedenza.

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Come monitorare i rifiuti dei fondali marini

Per fare in modo di riuscire a condurre studi approfonditi e fornire delle soluzioni concrete, bisogna fare un passo fondamentale: monitorare i fondali marini. Se quello dello Stretto di Messina è risultato particolarmente inquinato, è stato anche grazie alla messa a punto di strategie diversificate, così da permettere di incrociare i dati e avere una panoramica più completa possibile. Gli esperti, all’interno della loro ricerca, hanno fornito alcuni spunti. Innanzitutto, indagare le acque poco profonde, così da scandagliare il territorio. In secondo luogo, usare le reti a strascico, che possono essere utilizzate per valutare la densità di rifiuti su vasta scala degli stock ittici.

Questo secondo sistema, però, ha dei punti a suo sfavore più forti rispetto al primo. Potrebbe alterare -ancora una volta- l’equilibrio, riportando a galla o smuovendo detriti e rendendo l’ambiente ancora più dinamico. Un secondo elemento da tenere in considerazione è la pericolosità, dovuta al rischio di cattura di munizione inesplose. Si stima che sia circa un milione di tonnellate di armi chimiche giacciano sui fondali globali. Una minaccia per fauna, flora ed esseri umani. Un altro tipo di osservazioni sono quelle visive, con immagini subacquee in grado di studiare quantità e distribuzione. Per quanto la risoluzione delle immagini possa essere ottima, di sicuro non riuscirà a intercettare inquinanti microscopici. Inoltre, sono operazioni complesse, che necessitano di procedure ad hoc e, talvolta, pericolose. Esistono, infine, piattaforme per l’acquisizione di immagini di rifiuti marini. Tutte le informazioni devono essere analizzate, elaborate, annotate e gestite adeguatamente.

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Perché lo Stretto di Messina non diventi il primo “stretto di plastica”

Sentiamo spesso parlare di sensibilizzazione, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti. Ormai, siamo abituati a situazioni di degrado ambientale, che, però, non devono diventare la normalità. Tutelare i nostri mari e, prima ancora, i nostri fiumi, non è solo indicatore di civiltà. È un modo per responsabilizzarci e intervenire, provando a smaltire le enormi quantità di materiale inorganico e nocivo che produciamo e abbandoniamo.

La pianta marina che combatte la plastica: la Posidonia oceanica

Vi sarà sicuramente capitato, durante una passeggiata sulla spiaggia, di incontrare delle palline color marrone e non capire di cosa si trattasse. In questo articolo vi introdurremo ad una pianta marina essenziale per l’equilibrio dei nostri mari, ai rischi che corre e al suo aiuto nella battaglia contro la plastica: stiamo parlando della Posidonia oceanica.

La Posidonia oceanica, elemento chiave

La Posidonia oceanica è una pianta adattata alla vita subacquea, endemica del Mediterraneo, cioè presente solo lungo le coste di questo bacino; si tratta di un elemento chiave per la conservazione degli ecosistemi del Mar Mediterraneo. Difatti, questa è in grado, come tutte le piante, di catturare la CO2 dall’atmosfera e, di conseguenza, modificare l’acidità dell’acqua oltre ad ossigenarla. Inoltre, svolge la funzione di habitat e nutrimento per un gran numero di specie di pesci ed invertebrati, in particolare larve e i giovani esemplari, creando vere e proprie “nursery”.

Crediti: Marevivo

Le piante di Posidonia oceanica crescono formando ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Per un a crescita ottimale ha bisogno di acque estremamente limpide. Per questo motivo, la presenza di fitte e grandi praterie è un chiaro segno della qualità delle acque. Vengono considerate per questo dei “bioindicatori”.

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La funzione delle praterie è paragonabile a quella delle foreste tropicali e delle zone umide: essa svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’equilibrio ecologico del mare.

I posidonieti svolgono un ruolo importante nei processi relativi agli ecosistemi costieri e alle dune, nella modellazione dei processi sedimentari e nella compattazione delle spiagge di sabbia. Le foglie morte di Posidonia oceanica agiscono come un naturale bacino di riduzione dell’energia delle onde; portando al minimo l’erosione del suolo, della spiaggia e delle dune.

Una valida alleata nella lotta contro la plastica

I ricercatori hanno scoperto che queste piante sottomarine intrappolano le microplastiche in fasci di fibre naturali, noti come “palline di Nettuno”. Secondo lo studio “Seagrasses provide a novel ecosystem service by trapping marine plastics”, queste sono in grado di filtrare e “intrappolare” le plastiche disperse in mare, specialmente nelle aree costiere. Gli scienziati hanno svolto la conta delle particelle presenti in queste sfere riversatesi sulle spiagge in Spagna.

“Ciò dimostra che i detriti di plastica sul fondo del mare possono essere intrappolati nei residui algali, lasciando infine l’ambiente marino riversandosi sulla spiaggia”, ha riferito Anna Sanchez-Vidal, biologa marina dell’Università di Barcellona.

“Questa pulizia rappresenta una continua eliminazione dei detriti di plastica dal mare”, ha aggiunto.

Ancorandosi in acque poco profonde, aiutano a prevenire l’erosione della spiaggia e ad attenuare l’impatto delle mareggiate distruttive.

 ‘Neptune balls’, è ben visibile la plastica intrappolata nelle fibre.
Photograph: Marta Veny/UNIVERSITY OF BARCELONA/AFP/Getty Images

Crescendo dall’Artico ai tropici, la maggior parte delle specie ha foglie lunghe e erbose che possono formare vasti prati sottomarini. Non è chiaro se la raccolta della plastica danneggi le alghe stesse. Sanchez-Vidal e il suo team hanno studiato solo la Posidonia oceanica; ma si pensa che anche altre Fanerogame possano svolgere la medesima funzione.

Le minacce alla Posidonia oceanica

Le principali minacce per le praterie di Posidonia oceanica sono le costruzioni marittime, l’inquinamento delle acque costiere; l’ancoraggio, le spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte di Posidonia oceanica dalla spiaggia e le specie aliene.

I posidonieti, che occupano circa 500.000 km2, sono in declino a livello mondiale, con un tasso di perdita stimata del 1-2% all’anno; quattro volte il tasso di perdita delle foreste tropicali e la percentuale sale e raggiungere il 5% nel Mediterraneo. Inoltre, la lenta crescita di queste piante (2 cm/anno) fa si che le perdite siano irreversibili, e che i tempi di recupero della pianta richieda diversi secoli.

Un’altra minaccia ai posidonieti sono le specie aliene, come la Caulerpa taxifolia, conosciuta come “alga killer”. All’inizio degli anni ’80 l’alga è sfuggita dall’Acquario di Monaco attraverso le acque di pulizia delle vasche e ha iniziato a colonizzare il Mediterraneo ad una velocità impressionante. Ai tempi la questione fu sottovalutata perché non si pensava che un’alga marina originaria delle acque tropicali degli oceani Indiano, Pacifico e Atlantico sarebbe riuscita a superare le temperature invernali del Mediterraneo.

Oggi l’alga è invece diffusa in gran parte del Mediterraneo (la colonia più settentrionale è in Croazia) ma anche in California e nell’Australia meridionale. Ora sono considerate una delle 100 peggiori specie invasive a livello mondiale.

Cresce rapidamente soffocando le forme bentoniche delle zone costiere soprattutto se l’ambiente è già disturbato, ad esempio da scarichi di acque usate. Producono una tossina repellente che le rende sgradevoli, così da non avere predatori in natura.

Progetto “Rispetta il tuo Capitale” di Marevivo

Il progetto “Rispetta il tuo capitale” di Marevivo, in collaborazione con Pramerica SGR, ha permesso la riqualificazione, il ripristino ed il monitoraggio di un’importante area marina Italiana, concretizzandone poi i risultati in uno studio in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e l’Università degli Studi di Genova.

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In particolare l’associazione si è occupata di effettuare interventi ambientali innovativi nell’area di Marina di Cecina, in Toscana, per la tutela della Posidonia oceanica.

Le attività condotte hanno permesso un pieno riutilizzo delle risorse necessarie per l’ambiente ed un corretto trattamento dei rifiuti antropici rinvenuti durante le operazioni. La Posidonia spiaggiata è stata recuperata e trasformata in fertilizzante naturale; la sabbia depurata è stata riportata sulla spiaggia di appartenenza e gli scarti sono stati correttamente smaltiti secondo i principi della raccolta differenziata.

Il progetto è proseguito nei mesi di giugno e luglio 2020 in zona Secche di Vada, a nord di Marina di Cecina; con un intervento finalizzato alla pulizia dei fondali marini per liberare il mare e la Posidonia dai rifiuti. Sono stati recuperati grandi quantità di plastica, copertoni di auto e camion, reti abbandonate e altri attrezzi da pesca; tutti materiali potenzialmente pericolosi per gli animali marini e per la crescita e lo sviluppo della Posidonia.

La tutela della Posidonia

I posidonieti sono stati considerati un ecosistema prioritario dalla Comunità Europea con la direttiva n° 43/92 CEE relativa alla “conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche”, recepita nell’ordinamento italiano dal D.P.R. n° 357 del 08/09/1997.

La Posidonia oceanica è specie protetta in quanto inclusa nell’allegato II alla Convenzione di Berna del 19/11/1979 relativa alla “Conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa” ratificata in Italia con la legge n° 503 del 05/ 08/ 1981.

La Posidonia oceanica è inserita nell’Annesso II alla Convenzione di Barcellona del 1995 per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ratificata in Italia con legge n° 175 del 27/05/99.

Plastic Bali, l’isola indonesiana sommersa dalla plastica

Non è una novità che le candide spiagge dell’isola di Bali vengano periodicamente sommerse dalla plastica, proveniente dal grande Blu. Secondo gli esperti, questo dramma ecologico sta diventando un appuntamento annuale fisso, durante la stagione dei monsoni; a causa della cattiva gestione dei rifiuti e per via della sempre più crescente crisi globale da inquinamento marino. L’ultimo episodio ha inaugurato il 2021, dando il via ad un altro anno all’insegna del vero mostro dei mari: la plastica.

Plastic Bali

No, non è il titolo di un nuovo film in uscita nelle sale a gennaio, ma lo scenario davanti al quale si sono ritrovati i balinesi nei primi giorni dell’anno nuovo. La sabbia bianca delle tipiche spiagge indonesiane lascia il posto a tonnellate di materiali plastici.

I litorali maggiormente colpiti sono quelli di Kuta, Legian e Seminyak collocati a nord dell’isola. In due giorni sono state raccolte circa 90 tonnellate di rifiuti, e durante il secondo giorno di raccolta la quantità è raddoppiata fino a 60 tonnellate.

La stagione monsonica porta alla luce lo scorretto modello di gestione dei rifiuti a Bali.

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Wayan Puja, dell’agenzia per l’ambiente ed i servizi igienico-sanitari della zona di Badung, maggiormente colpita, ha dichiarato:

“Abbiamo lavorato molto duramente per ripulire le spiagge, tuttavia la spazzatura continua ad arrivare. Ogni giorno impieghiamo il nostro personale e camion”.

Nel 2010 l’Indonesia ha prodotto 3,2 milioni di tonnellate di plastica. Circa la metà è finita in mare. 

Perchè la plastica arriva a Bali?

La dott.ssa Denise Hardesty, ricercatrice presso l’agenzia australiana CSIRO ed esperta di inquinamento da plastiche, ha affermato che attualmente ne viene raccolta una “quantità enorme” dalle spiagge e che la situazione peggiora di anno in anno. Ma perché?

“Non è un fenomeno nuovo e non ci si deve sorprendere; accade ogni anno, ma è aumentato nell’ultimo decennio. La spazzatura probabilmente non viaggia molto e ci sono molte altre spiagge dell’arcipelago indonesiano che subiscono il medesimo destino.

Nel sud-ovest di Bali le spiagge tendono a raccogliere rifiuti quando piogge monsoniche e venti soffiano da ovest a est (annualmente).

La crescente quantità di plastica portata dal mare è in linea con l’aumento globale della produzione di quest’ultima. Le spiagge di tutto il mondo stanno assistendo ad un aumento dei rifiuti, ma nei paesi monsonici troviamo un effetto stagionale molto più forte.”

La dott.ssa Hardesty ha affermato che la comunità locale sta diventando sempre più attiva nel tentativo di ridurre l’uso della plastica, utilizzando una serie di approcci per affrontare il problema alla radice.

Alcune delle cause principali risiedono nel pessimo trattamento e negli inefficaci sistemi di gestione dei rifiuti in Indonesia; Bali e Java hanno appena iniziato a riorganizzarlo.

Il governatore di Bali, Wayan Koster, ha sollecitato un’azione seria per ripulire le spiagge dalla plastica, enorme attrazione turistica.

“L’amministrazione Badung dovrebbe disporre di un sistema di gestione dei rifiuti a Kuta Beach completo di attrezzature e risorse umane adeguate, in modo che possano lavorare rapidamente per ripulire i rifiuti che giungono sulla spiaggia. Inoltre, nella stagione delle piogge, quando ci sono turisti in visita, i sistemi di trattamento dei rifiuti dovrebbero funzionare 24 ore al giorno. Non si può più aspettare”.

Migliaia di turisti sarebbero normalmente a Bali in questo periodo dell’anno, ma la pandemia da Covid-19 ha duramente colpito l’economia dell’isola e decimato l’industria del turismo, con solo arrivi nazionali.

Le strategie: dall’educazione alla Tourist Tax

A Bali manca l’infrastruttura – o un piano – per affrontare la situazione rifiuti. Se le spiagge sono sempre più piene di bottiglie e buste è anche a causa del turismo, di abitudini molto radicate e di una scarsa consapevolezza del ciclo di vita della plastica, dal momento in cui si butta al mare che la riporta a riva sotto forma di rifiuto.

A fine 2018 il governatore balinese Wayan Koster ha annunciato la messa al bando di polistirolo, buste e cannucce di plastica.

Il governo indonesiano si è ripromesso di ridurre i rifiuti di plastica nel mare del 70% entro il 2025. E l’amministrazione di Bali sta convertendo la discarica di Suwung, che con oltre 30 ettari è la più grande dell’isola e si trova nella capitale Denpasar, in un parco ecologico con termovalorizzatore.

Una delle spiagge più famose di Bali, completamente invasa dai rifiuti.

Sempre nel 2018 è stato redatto un nuovo regolamento che include una tassa di $10 per i visitatori stranieri. Il governatore di Bali ha affermato che le entrate derivate dalla tassa andrebbero a favore di programmi che aiutano a preservare l’ambiente e la cultura balinese. La nuova tassa viene proposta alla luce della continua battaglia dell’isola contro i rifiuti di plastica, che inquinano le spiagge e le acque circostanti.

Altrettanto essenziale è la sensibilizzazione del singolo cittadino al tema dei rifiuti; di questo, per esempio, se ne occupa la ONG “Bye Bye Plastic Bags” fondata dai giovani del luogo e che mira ad aumentare la consapevolezza sull’impatto dannoso che la plastica ha sul nostro ambiente, animali e salute, condividendo anche come essere parte della soluzione. 

Norvegia: la sentenza della Corte Suprema favorisce i petrolieri

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Qualche settimana fa, in occasione di una collaborazione con gli amici di Kritica Economica, avevamo già parlato di Norvegia e di come gli ambientalisti locali – e non solo – avevano portato di fronte alla Corte Suprema la questione delle esplorazioni petrolifere nel mar Artico, in acque statali. In data 4 novembre 2020, il massimo organo giudiziario del paese scandinavo aveva preso in esame i ricorsi di numerosi gruppi ambientalisti. Questi contestano infatti da tempo la strategia economica norvegese che punta fortissimo sul fossile, in particolar modo sul petrolio, sepolto in grande quantità sotto il mar Artico. Per il 23 dicembre si attendeva un pronunciamento della Corte Suprema su future concessioni esplorative. Gli ambientalisti erano ottimisti sull’esito della sentenza e contavano che l’organo giudiziario si sarebbe schierato dalla loro parte, limitando o addirittura cancellando la possibilità di future esplorazioni petrolifere. È avvenuto esattamente il contrario.

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Una piattaforma petrolifera in mare nel Nord Europa. Foto: Thomas G./ Pixabay

Il verdetto della Corte

La Norvegia ha ogni diritto di moltiplicare le trivelle in Artico e di espandere licenze e operazioni. Non lascia spazio a fraintendimenti la sentenza della Corte Suprema del paese scandinavo. Si sono così gelati – e non a causa del rigido clime norvegese di dicembre – gli animi di Greenpeace Norway e Nature and Youth, le due principali associazioni ambientaliste coinvolte in questa lotta, i due gruppi che più di tutti avevano spinto per una decisione in tribunale.

L’approfondimento video di Euronews sulla vicenda.

Tutto era nato qualche anno fa, a cavallo tra 2015 e 2016. Equinor e altre compagnie che, come lei, operano nel settore del petrolio si erano aggiudicate un’asta governativa per l’assegnazione delle licenze dei prossimi anni. Gli ambientalisti si erano subito attivati. Tale asta avrebbe violato la costituzione norvegese – la quale ha un articolo che tutela l’ambiente e ordina di preservarlo a vantaggio delle generazioni future – e sarebbe andata contro le risoluzioni della Conferenza di Parigi, la quale, all’epoca, era storia fresca seppure oggi, oltre 5 anni dopo, sembra che chiunque se ne sia dimenticato. Quasi nessuno tra gli Stati firmatari, infatti, è al passo con gli impegni presi per mantenere sotto controllo il surriscaldamento globale.

Gli argomenti ambientalisti sono stati integralmente rigettati dalla Corte. All’interno dell’organismo, che si compone di 14 giudici totali, 11 si sono schierati con il governo. Oslo può tranquillamente continuare ad estrarre idrocarburi. Esplorazione ed estrazione petrolifera, secondo la Corte, non entrano in diretto conflitto con il diritto a godere di un ambiente pulito. L’esecutivo non può essere ritenuto responsabile delle emissioni causate dall’esportazione di petrolio.

L’economia della Norvegia

Le argomentazioni della Corte Suprema possono trovare in disaccordo numerosi tra i lettori. Esse appaiono come una forzatura, un cieco meccanismo per giustificare altro sfruttamento ambientale. Dal punto di vista ambientalista, è proprio così. Dobbiamo però indossare gli stessi occhiali dei giudici della Corte Suprema se vogliamo comprendere le motivazioni del loro verdetto. Nuovamente, ci troviamo su quel territorio di confine che divide economia ed ecologia, PIL ed ambiente. Non ci dobbiamo stupire se, ancora una volta, si è scelta la lobby.

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Caratteristico porto norvegese. Si notano barche, la caratteristica architettura nordica e… un silos per lo stoccaggio del petrolio. Il settore del fossile è il principale per l’economia norvegese. Foto: Pixabay

La Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale. Ogni giorno estrae circa 4 milioni di barili di petrolio equivalente. La politica energetica ed ambientale del governo ha inevitabilmente molto a cuore questo settore, il quale è il principale per l’economia locale. La speranza delle associazioni che avevano firmato i ricorsi era quella di riuscire ad imbrigliare Oslo e le sue politiche a riguardo. Greenpeace e Nature and Youth si erano concentrate su 10 licenze, sperando di creare un precedente valido anche per ogni altra autorizzazione. La Corte Suprema ha però dato loro torto.

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Le reazioni degli ambientalisti

Si tratta di una grave sconfitta per le associazioni ambientaliste che si erano battute per questa vicenda e, in definitiva, per l’intero Pianeta. Natur og Ungdom, norvegese per Nature and Youth, natura e gioventù, se l’è presa molto, in seguito alla sentenza. In un tweet al veleno non ha risparmiato accuse, neppure troppo velate, al governo della Norvegia.

https://twitter.com/NaturogUngdom/status/1341312299341066241?s=20

Il loro messaggio in italiano suona più o meno così: “Ai giovani di oggi manca una protezione giuridica fondamentale. Che li protegga da quei danni ambientali che mettono a repentaglio il nostro futuro. Abbiamo un messaggio per i giovani e tutti gli altri a cui importa: le elezioni arriveranno presto.” Il riferimento alle urne non esprime solo la speranza che un governo diverso si dimostri più attento all’ambiente, è anche un preciso rimando alla sentenza. Tra le varie motivazioni portate dai giudici a giustificazione del diritto governativo di procedere con le licenze, una è politica. Le toghe hanno infatti inserito un passaggio che rimanda alle posizioni espresse dai deputati in parlamento. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte Suprema, infatti, un’ampia maggioranza parlamentare ha ripetutamente respinto le proposte per porre fine all’estrazione di petrolio.

Torniamo al ragionamento di partenza, con cui abbiamo aperto il paragrafo. Gli interessi economici sono troppo vasti, troppo importanti per sacrificarli sull’altare della lotta ambientale. Una volta in più, ci si rifiuta di riconoscere il cambiamento climatico come la sfida più importante del nostro tempo. Di nuovo, si pone l’economia sul più alto gradino decisionale.

La Norvegia e il suo petrolio

Il governo norvegese, naturalmente, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema. Le associazioni ambientaliste, invece, hanno parlato di danni incalcolabili per il futuro. “Fa davvero male al cuore. Non perché abbiamo perso ma per le conseguenze che ci troveremo a pagare.” È il pensiero di Frode Pleym, responsabile di Greenpeace Norway. “Questa sentenza stabilisce, in sostanza, che i politici possono privarci di un ambiente vivibile.” Ha affermato Therese Hugstmyr Woie di Nature and Youth.

La Corte Suprema, nel prender questa decisione, non ha neppure tenuto conto della volontà popolare. La stessa Greenpeace, infatti, aveva proposto un sondaggio ai norvegesi prima che il tribunale prendesse una decisione. Da esso, era emerso come la maggior parte della popolazione del Paese scandinavo preferisse porre fine, una volta per tutte, allo sfruttamento petrolifero del Mar Artico. La decisione si deve alla sensibilità climatica degli abitanti. Il loro governo, però, ha scelto di non dar loro ascolto e lo stesso ha fatto la Corte Suprema.

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