fbpx
Tempo di lettura 4 minuti

Acque pulite a Venezia, lepri nei parchi di Milano, delfini nel porto di Cagliari. Sono le immagini che stanno circolando sul web in queste settimane. Gli ambientalisti lo leggono come un segnale positivo della natura che non si ferma, ma che anzi si riappropria degli spazi fino a poco fa dominati dall’uomo. Altri hanno definito questo fenomeno inquietante perché ci mostra con potenza il motivo per cui non c’è nessuno in strada, ovvero la pandemia Coronavirus. I due sentimenti, gioia e inquietudine, sono entrambi legittimi, e devono spingerci ancora una volta a comprendere che la specie più a rischio resta quella umana, mentre la natura troverà il modo di evolversi, adattarsi, sopravvivere.

La memoria corta dell’uomo

La prima notizia che ha fatto scalpore riguarda le acque di Venezia. Abitualmente popolate da vaporetti che portano abitanti e turisti da una parte all’altra, con lo stop di queste settimane hanno riacquistato limpidità, tanto che in alcune zone è possibile vedere il fondo (video). E pensare che quegli stessi canali riempirono le pagine dei giornali anche qualche mese fa, per l’emergenza acqua alta che bloccò la città di Venezia e attirò l’attenzione di tutto il mondo. Proprio da qui possiamo cogliere i limiti della specie umana, incapace di unire i pezzi e di sentire quanto tutto sia intimamente collegato. La stessa natura che con ferocia mise in ginocchio la città per alcuni giorni a novembre scorso, si sta ora ripresentando nel suo volto più benevolo, sotto forma di acqua pulita. Il messaggio di fondo, però, rimane lo stesso: nella lotta contro la crisi climatica, non è il pianeta ad essere a rischio, bensì l’uomo stesso.

Il punto di non ritorno riguarda la specie umana, non la natura

E infatti, anche i nostri lettori sono ben consapevoli della posta in gioco. Qualche mese fa abbiamo pubblicato un articolo sul cosiddetto tipping point, il “punto di non ritorno”. Un osservatore attento ha voluto sottolineare come gli otto anni che avremmo a disposizione non siano per salvare il pianeta “ma per evitare la nostra estinzione. Sono due cose completamente diverse. Noi ci estingueremo, la Terra vivrà anche dopo di noi”.

In questa direzione, sono molti gli studiosi ad evidenziare la capacità rigenerativa della natura, anche in ecosistemi messi fortemente a rischio dall’attività umana. Bob Holmes, in un interessante articolo di Internazionale, prende ad esempio l’area nelle vicinanze di Chernobyl, lasciata deserta dopo il disastro nucleare del 1986. La presenza dell’uomo è stata sostituita da un ricco ecosistema, con una fitta proliferazione di fauna locale: topi, cani selvatici, cinghiali e persino lupi.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Naturale versus artificiale

L’autore riporta numerose testimonianze di accademici che hanno lavorato nell’area di Chernobyl. La capacità di infiltrazione delle piante, prima di ogni cosa, risulta stupefacente: È incredibile vedere come le piante riescono a invadere ogni più piccolo angolo. Questo fenomeno vale per tutti gli ecosistemi presenti nella Terra, con più o meno capacità di ripresa. Per esempio, nelle foreste canadesi dell’Alberta settentrionale, è stato stimato che servirebbero 50 anni per riacquisire l’80% delle superfici in cui l’uomo ha costruito strade e condutture. In quell’area infatti, la ricchezza delle specie indigene è stata solo parzialmente intaccata, mentre in altre zone del pianeta dove ha prevalso la logica delle monoculture la ripresa sarebbe molto più lenta.

Non tutte le situazioni sono reversibili. Il pianeta ha perso specie che non rivedrà mai più, ma l’assenza di attività umana gioverebbe la natura in una prospettiva di lungo termine. Con le parole di Holmes: “Tutto sommato basterebbero poche decine di migliaia di anni al massimo per veder sparire ogni traccia della nostra presenza. (…) Un fatto che dovrebbe renderci più umili, ma anche confortarci, è che la Terra ci dimenticherebbe molto presto“.

La potenza della natura in due cortometraggi

La rivincita della natura sul dominio umano è la protagonista del corto Wrapped, realizzato dalla scuola cinematografica tedesca Film Academy Baden-Württemberg e presentato in più di 100 festival in tutto il mondo. Nel cortometraggio, riportato qui sotto, la città di New York risulta deserta come in questi giorni di quarantena. A differenza della situazione odierna, il filmato costruisce un’immaginario di completa sparizione degli uomini, dove le piante inglobano i grattacieli e le strade, fino alla fioritura e al trionfo del naturale sull’artificiale.

Un altro famoso video di qualche anno fa richiama la stessa logica. L’attrice Julia Roberts prestò la voce a Madre Natura per rispondere a tutti gli appelli che recitano “salviamo il pianeta” o “facciamolo per l’ambiente”. La natura ci ricorda che dovremmo agire principalmente per noi esseri umani, poiché lei troverà il modo di sopravvivere come ha sempre fatto: “In un modo o in un altro, le tue azioni determineranno il tuo destino. Non il mio. Io sono la natura. Io vivrò ancora. Sono pronta a evolvermi. E tu? La natura non ha bisogno dell’uomo. L’uomo ha bisogno della natura”.

Non dimentichiamocene quando l’emergenza finirà

Lo scenario attuale, da molti definito “apocalittico”, ci sta offrendo immagini di altrettanta potenza. I satelliti spaziali testimoniano il drastico calo di polveri sottili nel Nord Italia, i delfini non hanno paura di avvicinarsi al porto in Sardegna, gli animali selvatici invadono le strade comunemente abitate da macchine e moto nelle metropoli. Il minimo che possiamo fare, nel tempo infinito che ci costringe nelle nostre case, è riflettere sulla bellezza della natura che resiste, sui suoi tentativi di rigenerarsi nonostante tutto. E portare queste riflessioni al di là della quarantena, quando ci verrà ridata la possibilità di scegliere come relazionarci con l’ambiente che ci circonda.

Guarda anche: “Lettera dal virus”: l’avvertimento di Madre Natura (video)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: