Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Come spesso accade in pieno inverno, nel nostro Paese, le percentuali di polveri sottili PM 10 e PM 2.5 sono alle stelle. La concentrazione del famigerato biossido di azoto (NO2) è altissima nelle aree più urbanizzate, a causa soprattutto di mezzi di trasporto e impianti di riscaldamento. L’istituto ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale) si occupa di inquinamento e, in un recente comunicato ,punta il dito contro il traffico veicolare. Il ruolo delle automobili e dei mezzi di trasporto è diretto ed indiretto, relativamente alle polveri; poiché le sostanze organiche volatili emesse si trasformano in particelle nocive.

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I blocchi del traffico

La cronaca di questi giorni ci informa che sono in corso, o arriveranno presto, blocchi del traffico nelle principali città. Milano, Como, Lodi, Cremona; Torino, Padova e Mantova sono solo alcuni dei nuclei urbani coinvolti. Le misure intraprese in queste città sono mirate naturalmente ad abbassare la liberazione aerea delle microparticelle. Blocchi parziali o totali della circolazione, però, sono davvero la soluzione alla ormai annosa questione dello sprigionamento delle polveri?

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Non ne sembrano troppo convinti all’ISPRA, dove c’è concordia nel dichiarare che occorra far di più per combattere le polveri sottili ed il biossido di azoto nell’atmosfera. Questi due agenti sono responsabili, come a breve vedremo, di danni alla salute, che sovente portano alla morte, per centinaia di migliaia di persone.

Come ridurre l’inquinamento

Giorgio Cattani è un esperto di ISPRA e ha detto la sua su come sarebbe opportuno attrezzarsi per ridurre efficacemente l’inquinamento da polveri sottili. Secondo lui, è necessario mettere in campo azioni integrate su più fronti: occorre partire da “misure strutturali che consistano, innanzitutto, nell’accelerazione della conversione del parco veicolare in modo che sia sempre meno inquinante. Poi bisognerà dare alternative credibili all’uso dell’auto, incentivando l’uso del mezzo pubblico che però, in molti casi, è ancora insufficiente.”

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Il vero obiettivo da raggiungere è quello di ridurre l’impatto delle PM e del biossido sulla salute, e lo si può fare solo diminuendo le concentrazioni. L’Unione Europea si è impegnata a diminuire le emissioni di un tasso tra il 40 e il 50% entro il 2030, obiettivo audace seppure, in realtà, troppo conservativo. Infatti già tenendo fede alla rinuncia allo sfruttamento del carbone, impegno preso da numerosi Stati membri, il vecchio continente dovrebbe riuscire a raggiungere quella percentuale tra 10 anni. Riguardo a ciò, l’Organizzazione Mondiale della Sanità gradirebbe soglie più stringenti, dal momento che, come ormai è sotto gli occhi di tutti, di inquinamento si muore sempre più spesso. L’OMS sta spingendo perché si abbassi il numero dei giorni in cui è consentito sforare il limite. Ora sono 35, vorrebbero portarlo a 3.

Tratto dalla fonte: Qualenergia

Polveri sottili come emergenza sanitaria

“Le PM 10 o le PM 2,5 non hanno una soglia reale al di sotto della quale ci si possa sentire al riparo” prosegue Cattani. L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ci conferma come il particolato fine sia uno spregiudicato assassino. Circa 412mila decessi prematuri avvenuti nel 2016 in territorio europeo si devono alle polveri sottili. Nel corso dell’anno 2017, nel 69% delle stazioni di rilevamento europee si sono attestate concentrazioni di PM troppo elevate. Stando agli ultimi dati disponibili, relativi appunto a 2 anni fa, in ben 7 Paesi europei si sono rilevate concentrazioni di polveri sottili troppo alte.

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Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Italia sono gli Stati troppo inquinanti. Stando alla analisi della EEA, il nostro Paese ha il primato dei decessi legati al biossido d’azoto. Solo questo dato dovrebbe chiarirci bene le idee su quale sia la principale tematica da affrontare in quest’epoca. Di fronte a questo bollettino di guerra, com’è possibile fare polemica riguardo all’opportunità di portare avanti i blocchi del traffico? “Come si può non farlo? L’azione serve sempre, anche a sensibilizzare i cittadini e le comunità” afferma Cattani. Difficile dargli torto. Anche se i blocchi non rappresentino la panacea, la soluzione decisiva al problema delle polveri sottili, sono un doveroso primo passo, un’operazione indispensabile per coinvolgerci in prima persona nella lotta per il clima.

Tratto dalla fonte: Il Salvagente

India: emergenza smog. Ora si paga per l’aria pulita

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Pagare per l’aria che respiriamo sembra una presa in giro. Invece in India, più precisamente nell’enorme agglomerato urbano di Nuova Delhi, è ormai quasi necessario a causa dell’ inquinamento.

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Ossigeno a cinque dollari

Aryavir Kumar era un albergatore quando ha deciso di creare quello che ora viene chiamato Oxygen bar. Qui le persone possono fermarsi e respirare aria pulita. Quindici minuti costano dai quattro ai sei dollari ed è possibile scegliere tra diverse fragranze tra cui lavanda, eucalipto e cannella. I clienti applicano al naso due piccoli tubi dai quali passa l’aria e tutto quello che devono fare è respirano normalmente.

Lisa Dwivedi, una donna di origine ucraina che vive in città, ha dichiarato al New York Times di andare all’ Oxygen bar poiché stanca di avere prurito agli occhi, naso che colava e gola gonfia. “Non so se sia psicologico, ma mi fa stare bene sapere di inalare aria pura, anche se solo per 15 minuti”, ha affermato Lisa.

A noi questo può sembrare assurdo, ma a Nuova Delhi l’inquinamento atmosferico è ormai diventato un problema quasi ingestibile. il 31 ottobre di quest‘anno è stata dichiarata l’emergenza di salute pubblica. Le scuole sono state chiuse, tutti i progetti di costruzione sono stati bloccati e le persone sono state esortate a rimanere all’interno delle abitazioni.

Caldo, trasporti e fuochi d’artificio

Non è la prima volta che Nuova Delhi incontra difficoltà di questo tipo. L’emergenza inquinamento occorre ogni anno nel periodo autunnale, quando gli agricoltori bruciano i loro raccolti per fare spazio a quelli nuovi. Inoltre, durante celebrazioni di Diwali, il festival indù della luce, che occorre il fine settimana del 27 ottobre, migliaia di famiglie utilizzano i fuochi d’artificio, notoriamente inquinanti. Il governo ne aveva vietato l’uso, oltre che aver illegalizzato i roghi dei campi agricoli. Ma l’amore per le tradizioni, cosi come la necessita di nuovi campi da coltivare, hanno prevalso.

Un’altra causa è sicuramente l’inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei mezzi di trasporto, che aumentano di anno in anno a causa dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita. Anche le temperature elevate dovute sia alla localizzazione geografica del paese e, ovviamente, anche al riscaldamento globale non sono di aiuto. Le particelle di aria fredda infatti, depositandosi nella parte bassa delle città, trattiene gli inquinanti, che poi possono essere allontanati e dispersi dal vento. Anche la pioggia potrebbe aiutare, in quanto una sola goccia può attirare decine di centinaia di minuscole particelle presenti nell’atmosfera prima di giungere al suolo.

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Soluzioni bizzarre

In assenza di un aiuto da parte della natura, quindi, durante il mese di novembre i funzionari della città hanno tentato di ridurre l’inquinamento limitando l’uso di veicoli privati a giorni alterni, consentendo solo alle auto con targhe di numeri dispari di guidare in date dispari e le auto con targhe di numeri pari in giorni pari.

Non è stato però un grande successo, anche perché Harsh Vardhan, ministro della salute indiano, non si è preoccupato di incoraggiare la popolazione a ridurre le loro emissioni quotidiane. Ha invece raccomandato di mangiare carote per combattere eventuali effetti dannosi dello smog. Un altro legislatore ha criticato coloro che hanno cercato di impedire ai contadini di bruciare i loro raccolti, e ha invece suggerito di pregare il dio indù della pioggia per ottenere sollievo.

L’inquinamento uccide

Ma la popolazione di nuova Delhi non ha sicuramente bisogno di questo, trovandosi ogni giorno in pericolo di vita. Milioni di indiani sono già morti per problemi di salute legati alla vita in città inquinate. I bambini potrebbero trovarsi di fronte a danni cerebrali permanenti causati dall’aria velenosa. Inoltre, l’esposizione prolungata a tali livelli di inquinamento atmosferico possono raggiungere l’equivalente del fumo di due pacchetti di sigarette al giorno.

Il dottor Arvind Kumar, un chirurgo toracico della città, ha dichiarato al New York Times che trent’anni fa il 90 percento dei pazienti con cancro ai polmoni erano fumatori. Oggi il rapporto è di uno a uno, con almeno il 10 percento dei suoi clienti di soli trent’anni. “Il cinquanta percento dei pazienti su cui opero durante tutto l’anno sono non fumatori”, ha affermato.

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Piu’ soldi meno ossigeno

Comunque, nonostante la noncuranza del governo e l’impotenza degli abitanti, sembra che la qualità dell’aria negli ultimi giorni stia leggermente migliorando a causa principalmente delle piogge e di leggeri brezze. Miglioramento, però, significa che la qualità dell’aria di lunedì mattina è stata classificata nella categoria “molto insalubre” e non “pericolosa”. Secondo L‘Indice di Qualita’ dell’Aria, infatti, la categoria “molto insalubre” ha un valore compreso tra 201 a 300 e se domenica a Delhi era di 254, lunedì e’ sceso a 218.

In una situazione di questo tipo, l’aria pulita e’ diventata un bene quasi di lusso e gli abitanti di Delhi,. ovviamente, non ne sono contenti. Qualcuno infatti si chiede il motivo del prezzo affatto economico. A questa domanda Kumar risponde: “Devi pagare anche per avere una bottiglia di acqua potabile, cosa che non facevi 20 anni fa”. I tempi quindi cambiano e, nonostante la crescita economica, non per il meglio. Forse, quindi, dovremmo chiederci se in futuro sara’ meglio non essere schiavi del denaro e respirare aria pulita oppure avere le tasche piene e poter cosi’ comprare ossigeno, magari con un buono sconto durante il black friday.

Polveri sottili: Italia prima in Europa per morti premature

Forse troppo spesso ci siamo concentrati sul raccontarvi quelle che sono le conseguenze che le nostre azioni stanno avendo sull’ambiente, tralasciando quelli che sono i danni che il nostro modo di vivere e di produrre reca alla nostra salute. Un ultimo, terrificante, report pubblicato dalla rivista The Lancet inchioda l’Italia. Siamo il primo paese in Europa per morti premature da polveri sottili. Undicesimi nel mondo. In poche parole sempre più persone in Italia stanno morendo per colpa dell’inquinamento dell’aria.

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Il report di The Lancet sulle polveri sottili

Lo studio pubblicato dalla rivista anglofona, che si occupa di divulgazione scientifica dalla metà del XIX secolo, è stato condotto da 35 università e 120 ricercatori sparsi per il mondo. Alla sua stesura ha partecipato anche l’OMS – Organizzazione Mondiale per la Salute. Intitolato “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change” viene pubblicato una volta all’anno, al fine di monitorare l’andamento della presenza di PM 10 e PM 2,5 nell’aria su scala globale.

Il video di The Lancet che riassume il report

La connessione tra i rischi legati alla salute delle persone e le cause del cambiamento climatico è sempre più chiara. Più inquiniamo, più si surriscalda il pianeta e più la nostra salute è a rischio. Questa è, in sintesi, la conclusione generale che si può trarre da questo documento. Il report approfondisce anche quelle che saranno le conseguenze, sempre in termini di salute umana, dell’aumento in intensità e frequenza di eventi atmosferici estremi come ondate di calore, alluvioni, siccità, aumento del livello dei mari e via dicendo. Chiunque voglia approfondire anche questi temi, e noi vi invitiamo a farlo, può scaricare gratuitamente l’intero documento registrandosi sul sito della rivista.

Cosa sono le polveri sottili PM 10 e PM 2,5

Questi due tipi di particolato rientrano nella macro-categoria delle polveri sottili, ovvero di quelle particelle inquinanti e nocive per il nostro corpo presenti nell’aria che respiriamo. Queste sono in grado di assorbire sulla loro superficie diverse sostanze tossiche come solfati, nitrati, metalli e composti volatili. Le principali fonti antropogeniche sono individuabili nell’attività industriale, nella circolazione di veicoli non elettrici, nei residui del manto stradale e, più generalmente, nell’utilizzo dei combustibili fossili.

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La differenza tra PM10 e PM2,5 giace nelle loro dimensioni. Le prime, così denominate per il loro diametro inferiore a 10 micrometri (µm), possono essere inalate dall’essere umano ma la maggior parte non riusciranno a penetrare oltre il tratto superiore dell’apparato respiratorio ovvero in quella zona che va dal naso alla laringe. Ciò di cui veramente dobbiamo preoccuparci sono le PM2,5. Anche in questo caso la denominazione è data dalla lunghezza del loro diametro che non supera i 2,5 µm. Questa loro inferiore dimensione fa sì che queste particelle possano spingersi fino alle parti più profonde dell’apparato respiratorio come ad esempio i bronchi, con tutte le complicazioni del caso. Va precisato come i bambini siano i soggetti più vulnerabili alla contrazione di malattie respiratorie causate, appunto, dall’inquinamento da PM.

La situazione in Italia e nel mondo

Le regioni del mondo che hanno il più alto numero di morti a causa dell’inquinamento dell’aria sono Cina, con 912.000 persone, e India, con 530.000. La situazione rimane critica, anche se non ai livelli dei due colossi asiatici, anche in Indonesia (89.000), Russia (93.000), Stati Uniti (65.000), Nigeria (141.000), Germania (44.000) e, più in generale, in Europa Orientale. Abbiamo estromesso da questa lista l’Italia poichè la situazione è particolarmente preoccupante e va analizzata individualmente. Le morti premature da polveri sottili nel nostro paese per l’anno 2016 sono ben 45.595, il dato più alto di tutta Europa. A livello globale siamo undicesimi.

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Sebbene la presenza di queste particelle nell’aria sia più intensa in paesi come la Cina e l’India, se andiamo a dividere la popolazione per il dato sui numeri dei morti pubblicato nello studio di The Lancet, la situazione è davvero terrificante. In Italia muore, a causa dell’inquinamento da PM nell’aria, una persona ogni 1.315. Tra i paesi sopra elencati, che di fatto costituiscono la black list dei paesi con l’aria più tossica, è il dato peggiore. In Cina la proporzione è di una ogni 1.572, in India una ogni 2.578, in Germania una ogni 1.909, negli Stati Uniti addirittura una ogni 5.000. Ebbene sì, in qualcosa siamo primi. Peccato che sia un dato sulla mortalità legata alle particelle PM 2,5 e PM10.

Le cause

Per ben capire come sia stato possibile arrivare ad una situazione di tale drammaticità basta guardarsi intorno. L’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di urbanizzazione e cementificazione del suolo. Allo stesso tempo non primeggia nelle classifiche che riguardano la quantità di aree verdi all’interno delle proprie città. Va inoltre precisato come il settore industriale sia uno di quelli prevalenti nel nostro paese, soprattutto al nord. La mobilità a basse emissioni è ancora molto indietro. Al momento non ci sono neanche grossi progetti di riforestazione in corso. La Pianura Padana, per fare un esempio, è una delle aree con l’aria più inquinata a livello globale. Sì, globale. Veleno puro.

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Questo vuol dire solo una cosa. Questo dato è destinato a peggiorare. La probabilità che i nostri figli inizieranno a contrarre patologie all’apparato respiratorio saranno sempre più alte, soprattutto per chi abita nelle aree con più alta concentrazione di PM2,5. Se a tutto ciò aggiungiamo la vulnerabilità del paese nei confronti di eventi meteorologici estremi, che a più riprese stanno causando ingenti danni alle nostre infrastrutture e non solo, risulta evidente la necessità di una netta inversione di rotta da parte del nostro paese sui temi ambientali. Il tempo c’è. Poco, ma c’è. Ed anche le soluzioni. Convertire l’economia verso un impatto zero, riforestare e costruire infrastrutture che siano in grado di difenderci dai fenomeni meteorologici. Impossibile? No. Ma bisogna darsi una mossa.

“UMBERTO”: il fumetto che invita alla lotta alle ingiustizie

La copertina del libro

Il fumetto è percepito da molti come una forma leggera di letteratura e per questo poco impegnata. Ma è una concezione che non rende giustizia. Il fumetto è un mezzo di comunicazione potente e versatile e come tale può essere usato sì per intrattenere, ma anche come strumento di lotta alle ingiustizie. Ed è proprio questo l’obiettivo di UMBERTO.

UMBERTO: la copertina del libro
La copertina del libro

Holdenaccio, al secolo Antonio Rossetti, classe 90 di Taranto, non si tira indietro e anzi, prende di petto due questioncine di non poco conto, quali la difesa dell’ambiente e l’immigrazione. Lo fa con un tratto sobrio, toni pacati e una semplicità sorprendente. Stiamo parlando di UMBERTO, pubblicato ad aprile da BAO Publishing e acquistabile sul suo sito, il primo graphic novel di Holdenaccio. Con cui abbiamo fatto una chiacchierata:

Come nasce UMBERTO e chi è il suo omonimo protagonista?

Umberto (l’uraniano alieno protagonista, ndr) è un sempliciotto. Il libro nasce dall’idea di fare diventare un sempliciotto il protagonista di una storia d’avventura, soprattutto per il messaggio molto attuale che ciò trasmette. Scemo o semplice che uno possa essere, se una cosa non gli sta bene, la prende e l’affronta. La risposta non è mai girarsi dall’altra parte. Viviamo in un periodo dove tutti quanti sembriamo essere guidati da uno scemo superiore che ci dice cosa fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato, mentre invece sta a noi capire e decidere quali sono le nostre sfide. La mia intenzione era quella di dare voce a uno scemo, proprio per far capire che anche lui può migliorarsi e migliorare tutto quello che non va intorno a sé.

Cosa spinge Umberto ad agire?

Umberto si rispecchia nel sogno di vivere e lottare per un universo libero, contro le ingiustizie, anche senza essere un tizio cazzutissimo. Umberto, tra l’altro, non è l’unico ad agire e non lo fa da solo. Si può dire che la vera anima della lotta (che incalza tra l’altro Umberto nel suo ruolo da protagonista) sia Camilla, una dei quattro terrestri che decide di lottare per un universo libero, per il giusto ideale. Camilla è una ragazza forte, intraprendente, dotata di spirito di critica, ma anche “punk” per come affronta le cose e come le percepisce. Sono molto contento di come sono riuscito a caratterizzare anche i quattro ragazzi. Lei inoltre, assomiglia tantissimo caratterialmente a Greta Thunberg, senza che questa fosse mia intenzione, dato che il fenomeno di Greta è nato successivamente.

Quale ruolo ha l’aspetto sociale, civile, all’interno della tua opera?

Il voler affrontare tematiche attuali come immigrazione e ambientalismo è l’elemento centrale del libro, rimandando a tematiche attuali e a me vicine come: Taranto e noTAP. L’escamotage è stato quello di trasferire questi temi dal contesto attuale e ordinario allo spazio. Affrontando queste questioni in maniera differente, ma comunque affrontandole.

La semplicità come base di partenza per affrontare questioni complicate che ci riguardano in prima persona. Anche il MUR (la Milizia Uraniana Ribelle, ndr) sembra puntarci molto.

UMBERTO: il volantino d'invito all'azione della Milizia Uraniana Ribelle
Il volantino d’invito all’azione della Milizia Uraniana Ribelle

A resistere rimane la Milizia Uraniana Ribelle, che cerca di opporsi allo spadroneggiare della Urangas, l’azienda multiversale che cerca di controllare i due pianeti, con “piccoli atti di quotidiana resistenza”! Volevo raccontare una storia fantasy senza abbandonare la realtà della cronaca, senza mai banalizzare. “Affinchè una storia fantastica sia efficace, bisogna che sia raccontata nei termini più semplici e pratici possibili” diceva Buzzati. Dietro la semplicità che pervade le pagine, ho inserito diverse chiavi di lettura che invitano il lettore alla riflessione e ad aprire gli occhi su quanto accade al nostro pianeta: potrebbe addirittura essere necessario un intervento extraterrestre per farci capire quanto sia importante la salvaguardia del proprio mondo anche attraverso questi “piccoli atti”.

Il tuo libro è pubblicato dalla casa editrice BAO che vanta tanti grandi nomi del Fumetto italiano. BAO Publishing sembra avere una certa sensibilità verso tematiche attuali, come quelle da te trattate nel libro. Quanto pensi abbia influito la scelta delle tematiche sulla decisione di pubblicare UMBERTO?

All’editore piacque tantissimo la storia di UMBERTO, soprattutto per la facilità di riuscire a mettere simili tematiche alla portata di tutti, giovani e non.

Un assaggio dell’universo di UMBERTo

Ex Ilva: nati 600 bambini malformati a Taranto. Dati occultati

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Il governo nazionale ha deciso di non presentare nel mese di maggio scorso i risultati dell’indagine epidemiologica “Sentieri” dell’Istituto superiore di Sanità su Taranto. Tra i dati presenti sul sito del Ministero dell’ambiente ne emerge uno allarmante: 600 bambini nati nei pressi dell’ex Ilva tra il 2002 e il 2015 presentano delle malformazioni congenite.

In un altro Paese sarebbe scandalo

Il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli si è quindi chiesto perché nessuno ne ha parlato, considerato che il rapporto era stato presentato nel 2018. “Perché – si chiede Bonelli – i ministri dell’Ambiente, della Salute, e dello Sviluppo economico Costa, Grillo e Di Maio hanno rinviato la presentazione dell’indagine epidemiologica a dopo le elezioni europee? Se ci trovassimo in un altro Paese europeo questo sarebbe uno scandalo che porterebbe alle dimissioni di membri del governo e non solo”.

Ma soprattutto bisognerebbe chiedersi perché, dopo anni di lotte, lo stabilimento siderurgico ArcelorMittal Italia di Taranto continua a operare ai danni dei cittadini. Una risposta si può trovare nel fatto che l’ex Ilva è la più grande fabbrica siderurgica d’Europa. Non solo quindi dà lavoro a migliaia di persone ma costituisce anche un ingente introito economico per l’intera Nazione. Questo, però, non dovrebbe mai giustificare danni del genere alla salute de cittadini e all’ambiente.

Controlli e indagini inutili

I controlli allo stabilimento sono iniziati negli anni ’80, a causa dell’aumento delle malattie tra i cittadini di Taranto e specialmente nel quartiere Tamburi, il più vicino all’area industriale. Le morti dovute alle patologie respiratorie e cardiovascolari sono state più di 11 mila in sette anni. La causa era la grande quantità di polveri sottili immesse nell’aria dall’industria stessa. Secondo i dati del registro Ines, negli anni che precedono il 2012 il 93 per cento di tutta la diossina prodotta in Italia e il 67 per cento del piombo derivavano proprio dall’Ilva.

La città di Taranto e l’Ex Ilva

Nel 2012 la procura di Taranto ha deciso di chiudere l’Ilva e di arrestare i dirigenti con l’accusa di gravissime violazioni ambientali che provocarono la morte di centinaia di persone. Però, per salvare l’economia italiana ed evitare di acquistare l’acciaio dall’estero a un prezzo maggiorato, si è deciso di salvare l’industria. Lo Stato ha quindi indetto una gara di appalti vinta poi dalla multinazionale indiana Arcelor Mittal. Inoltre, si è cercato di stabilire delle norme ambientali più restringenti anche se, a distanza di sei anni, sembra non sia cambiato nulla.

Polvere sotto il tappeto

Soltanto tre mesi fa e per l’ennesima volta, il sindaco di Taranto ha deciso di chiudere due scuole del quartiere Tamburi per trenta giorni e di trasferire gli studenti in altri istituti. Si può solo immaginare il disagio e l’improduttività di simili soluzioni in una regione nella quale l’abbandono scolastico, secondo i dati dell’ISTAT del 2018, è tra i più alti in Italia. Il commissario di Governo alla bonifica, Vera Corbelli, aveva anche predisposto di installare nelle scuole filtri ed impianti di ventilazione meccanica controllata con una spesa di milioni di euro. Di questi, però, non trapela più alcuna notizia.

Il tutto perché, invece di agire alla base del problema, si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto. Bisognerebbe invece chiudere definitivamente l’industria e investire i soldi destinati agli impianti di ventilazione e filtraggio in progetti di green-economy, di risanamento ambientale e urbano e valorizzazione del segmento turistico. Insomma, bypassando la monocoltura industriale dietro la quale, evidentemente, vi sono interessi che non ci è dato conoscere.

Collinette poco ecologiche

Altre soluzioni altrettanto insensate sono state attuate in passato, come la costruzione delle cosiddette “collinette ecologiche“. Queste avevano lo scopo di dividere l’area industriale da quella abitata. Inutile spendere parole per qualcosa che anche un bambino capirebbe, ovvero che nessuna collina può evitare che una tale quantità di sostanze inquinanti venga trasportata per via aerea nei dintorni della fabbrica. Ma non finisce qui. Nel febbraio del 2018 i Carabinieri del Noe insieme ad Arpa Puglia hanno avviato un’indagine sull’area occupata da tre collinette. Risultato? Le collinette ecologiche altro non sono che una enorme discarica abusiva di svariate tonnellate di rifiuti industriali derivanti dal polo siderurgico. Queste hanno poi riversato nei terreni e nell’ambiente sostanze altamente tossiche e cancerogene.

Il catamarano Le Manta ripulirà gli oceani dai rifiuti

A partire dal 2022 il primo catamarano Manta solcherà i mari del pianeta per recuperare i rifiuti di plastica. L’ideatore del progetto è lo skipper svizzero Yvan Bourgon, che auspica una massiccia produzione di queste imbarcazioni per contrastare nel più breve tempo possibile l’inquinamento degli oceani. Il processo di raccolta dei rifiuti inizia attraverso dei tapis roulant, posti sotto il catamarano, che aspirano gli oggetti. Invece, due gru posizionate a poppa recuperano le reti alla deriva e i rifiuti di grandi dimensioni. Questi sono poi smistati manualmente e, infine, compattati in blocchi di 1 metro cubo. La capacità massima di stoccaggio è di 600 blocchi, ovvero 250 tonnellate di rifiuti.

https://www.youtube.com/watch?v=E_0i0GjBkxg

I dettagli sul progetto del catamarano

Il progetto è stato presentato al Salone delle invenzioni di Ginevra del 2018 dall’associazione fondata da Bourgon solamente due anni prima, chiamata The Sea Cleaners. Con ben 70 metri di lunghezza, 49m di larghezza e 61m di altezza il Manta è soprannominato il “Gigante dei mari”. A bordo si dispone di avanzate tecnologie che rendono l’imbarcazione autonoma e alimentata da energie rinnovabili: due turbine eoliche (500kw/h) e un impianto fotovoltaico (100kw/h). L’energia prodotta aziona i quattro motori elettrici e un sistema di propulsione ibrida formato da quattro DynaRigs. Inoltre, è presente un impianto di pirolisi, ovvero quel processo che trasforma la materia non riciclabile in carburante.

La grande manovrabilità e velocità di questo catamarano permettono un intervento tempestivo in acque profonde, lungo le coste e nei delta dei dieci più grandi fiumi da dove derivano il 90% dei rifiuti di plastica del mondo.

il catamarano

Oltre la lotta all’inquinamento

Un occhio di riguardo è dato anche alla fauna, infatti il progetto prevede l’installazione di un apparecchio acustico che allontana i cetacei nei momenti di raccolta dei rifiuti. Inoltre, il Manta sarà equipaggiato di un laboratorio scientifico che permetterà di acquisire maggiori informazioni sullo stato di salute delle acque. Uno degli altri obiettivi dell’associazione è la crescita dei centri didattici, al fine che venga compreso appieno il problema dell’inquinamento degli oceani.

Infine: “i paesi che avranno maggiormente accesso a questi blocchi saranno quelli colpiti da catastrofi, in particolare quelli del sud-est asiatico e del continente africano” come afferma Bourgon in un’intervista all’emittente radiotelevisiva RSI.

Ecosistema: che cos’è e perché è importante

Esempio di ecosistema

Pensate a un ecosistema come a una torre di Jenga. Quando ci sono tutti i pezzi, la torre è stabile, in equilibrio e abbastanza resistente agli agenti esterni. Quando togliete qualche rettangolo inizialmente non succede nulla poiché le forze fisiche trovano il loro nuovo equilibrio senza che la struttura crolli. Quando però ne togliete tanti, il collasso sarà inevitabile e della torre non resterà niente, se non pezzi sparsi sul tavolo.

Definzione e significato di ecosistema

Il vocabolario online Treccani lo definisce così:

In ecologia, unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.).

ecosistema fragile

Alcuni esempi di ecosistema

Una torre di Jenga può essere un esempio perfetto per descrivere i vari tipi di ecosistemi, potenzialmente formato da tutti i “micromondi” che tutti noi conosciamo:

  • la foresta
  • la savana
  • la steppa
  • il deserto
  • la tundra
  • la Macchia Mediterranea
  • gli oceani
  • qualsiasi ecosistema marino

I rettangoli non sono altro che i componenti dell’ecosistema e sono sia esseri viventi (biodiversità) sia quelli non viventi (rocce, acqua, sabbia etc). Più elementi ci sono, più l’ecosistema sarà in grado di resistere alla scomparsa di qualcuno di loro, ripristinando con facilità l’equilibrio originario. Quando però iniziano ad essere tante le specie estinte, tutto il sistema diventa più debole fino a cadere.

Legami importanti

In Jenga, oltre alla quantità di rettangoli, è importante anche il modo in cui questi vengono estratti. Se per esempio togliamo solo quelli di sinistra, la torre crollerà dopo pochi step. Lo stesso accade se togliamo i rettangoli alla base della torre. Questo avviene perché ogni pezzo dipende dagli altri e soprattutto da quelli che reggono il tutto.

Anche negli ecosistemi tutti i componenti sono legati tra loro da rapporti di causa-effetto. Ad esempio, se l’acqua di un oceano diventa più fredda, alcuni pesci migreranno verso acque più tiepide e gli organismi che dipendevano da loro dovranno trovare altre fonti di sostentamento. Quelli che non sono in grado di adattarsi muoiono, gli altri sopravvivono, proliferano e si differenziano, mantenendo l’ecosistema vivo e fertile.

L’equilibrio come condizione di vita per un ecosistema

È importante però aggiungere che l’equilibrio è recuperabile soltanto se le specie si estinguono o si modificano gradualmente, secondo processi lenti e naturali. In Jenga, se si è troppo bruschi e veloci nelle proprie mosse il rischio del crollo aumenta, anche dopo un solo tentativo e anche togliendo un pezzo di poco conto. Allo stesso modo, se gli elementi naturali vengono danneggiati ed eliminati con grande velocità l’ecosistema non ha il tempo di trovare un nuovo equilibrio, creando un circolo vizioso che comprometterà l’intera stabilità.

Se il corallo muore velocemente e inaspettatamente, l’intero ecosistema viene colpito. I pesci che se ne nutrono o che lo usano come rifugio muoiono o si allontanano poiché non hanno avuto il tempo di adattarsi. I pesci più grandi che di essi si nutrivano restano quindi senza cibo, e si estinguono a loro volta.

Ma gli effetti a cascata non si fermano qui perché in natura tutte le “torri” dipendono le une dalle altre. Se il pesce scompare, gli uccelli che lo mangiano perdono la loro fonte di energia e le piante che prosperano grazie alle loro deiezioni si esauriscono. E, naturalmente, le persone che si affidano alle barriere coralline per il cibo, il reddito o il riparo dalle onde perdono la loro risorsa vitale.

ecosistema marino

Cosa sta accadendo nel mondo?

Questi non sono solo scenari fantascientifici, ma stanno accadendo proprio ora, mentre siamo tranquilli davanti allo schermo del computer. La National Academy of Sciences ha riferito che la Terra ha già cominciato la sesta estinzione di massa, che vedrà la flora e la fauna del mondo estinguersi. Le specie, comprese quelle non in pericolo, si sono ridotte a causa della perdita degli habitat, deturpati dall’agricoltura “intensiva”; dalla caccia, soprattutto quella illegale di specie protette; dall’inquinamento agricolo, con l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti, e dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua da parte dei gas serra.

Gli oceani hanno perso il 40% dei plancton negli ultimi 50 anni, una delle principali fonti di ossigeno per il pianeta (leggi l’articolo). Anche gli insetti, che stanno alla base della catena alimentare e che sono i maggiori responsabili dell’impollinazione delle piante, stanno diminuendo. Le api in particolare sono una risorsa preziosa per gli ecosistemi e sta subendo forti danni (leggi l’articolo).

Il crollo dell’ecosistema terrestre è una catastrofe non-naturale

Ecologicamente, la parola giusta per descrivere questi fenomeni è “catastrofe”. L’unica soluzione per preservare la biodiversità sarebbe l’interruzione delle suddette pratiche. Se la biodiversità aumenta, infatti, crescerà anche la sua capacità di recupero. Se ciò non dovesse accadere, il mondo probabilmente continuerà ad esistere, proprio come il tavolo sul quale giochiamo a Jenga: dopo il crollo della torre esso rimane intatto.

La Terra, però, non sarà più come noi la conosciamo. Nessun animale, nessun albero, nessun fiore, nessun uomo. Un paesaggio simile a quello lunare sarà l’unico che potremmo aspettarci. O che l’universo potrà aspettarsi, perché noi, per vederlo, non ci saremo.