Acqua, un bene comune a rischio

Acqua bene comune

Un prezioso tesoro chiamato acqua

È un bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme conosciute. È il principale costituente di ogni singolo ecosistema esistente sul nostro pianeta. Si tratta dell’elemento da cui ha avuto origine la vita, ai tempi della cosiddetta abiogenesi, circa 4,4 miliardi di anni fa. Non sbagliamo se diciamo che nulla di quel che conosciamo esisterebbe se l’acqua, nel suo stato liquido, non fosse mai comparsa sulla Terra.

Il principale costituente del corpo umano è l’acqua ed essa ricopre circa il 71% della superficie terrestre. Una percentuale destinata ad aumentare, dato il ben avviato scioglimento delle calotte polari e del permafrost, questa però è una storia per un altro giorno.

In termini chimici, quando due atomi di idrogeno si legano tramite legame covalente polare ad uno di ossigeno creano un sistema bifase che, in normali condizioni di pressione e temperatura, si presenta come un liquido incolore e in odore. L’acqua può anche trovarsi allo stato gassoso, sotto forma di vapore acqueo, oppure solido, sotto forma di ghiaccio. Da qui ha avuto origine tutto ciò che conosciamo. L’acqua è uno dei beni più preziosi che possediamo come comunità vivente sul pianeta Terra.

La delicata situazione delle risorse idriche mondiali

Ciononostante, troppo spesso l’acqua viene considerata una merce, piuttosto che un indispensabile strumento di vita. Sul nostro pianeta, l’acqua potabile comincia a scarseggiare. Il sostentamento necessario alla vita di ogni organismo, all’agricoltura e alla produzione industriale, si fa sempre più raro. Dobbiamo tenere sempre presente, infatti, che l’acqua in natura non è quasi mai pura. Grazie alla sua capacità di solvente universale, infatti, contiene al suo interno numerose sostanze disciolte. La maggior parte di queste è di dimensioni microscopiche.

Si stima che sulla Terra siano presenti 1 miliardo e 360 milioni di chilometri cubi di acqua, circa un millesimo del volume complessivo del pianeta. La presenza di acqua potabile in questa cubatura è risibile. Oltre il 97% di questo totale è acqua marina, soprattutto quella che forma gli oceani; il 2% del totale è racchiusa nei ghiacciai e nelle calotte polari; l’1% si trova nelle falde acquifere del sottosuolo mentre appena lo 0,02% è quella presente negli oceani e nei fiumi. L’atmosfera imprigiona, sotto forma di vapore acqueo, circa 13mila chilometri cubi di acqua.

L’acqua dolce, quindi, riveste una percentuale che oscilla poco sopra il 2,5% di questo totale. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia, essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Va dunque da sé che, ogni metro cubo di ghiacciaio perduto, è un metro cubo di acqua che i viventi non possono più utilizzare, poiché essa si discioglie nel mare contaminandosi con le sostanze nocive contenute nell’acqua marina. La restante acqua potabile è contenuta in falde sotterranee o, per una percentuale vicina all’1% del totali di acqua dolce disponibile, in fiumi e laghi. Quest’ultima porzione è la più facilmente accessibile.

L’acqua dolce è sempre più rara

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Chi controlla l’acqua

Chiunque abbia ben presente questa situazione e disponga dei mezzi economici necessari ha già iniziato la partita per il controllo e la gestione delle fonti idriche. Il settore dell’acqua non è più terreno di pertinenza delle multinazionali dell’imbottigliamento; ultimamente, numerosi gruppi finanziari e fondi d’investimento hanno deciso di entrare con prepotenza in questo campo. È facile prevedere che chiunque controllerà le risorse idriche del nostro pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione o ancora gestirà le tecnologie di decontaminazione, si ritroverà un immenso tesoro tra le mani.

Partnership pubblico – privato: un bene o un male?

Il cosiddetto oro blu è materia in grado di alimentare business formidabili e conflitti drammatici. L’ONU, nel 2010, ha ufficialmente definito “l’acqua potabile e i sevizi igienico-sanitari un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani.” Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente ultimamente piuttosto bistrattato, ritiene che il 55% delle strutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo sia privo dei servizi idrici basilari. Spesso infatti, nel Sud del mondo, l’accesso all’acqua rimane al di fuori degli ospedali, rendendo difficile anche l’operazione del lavaggio delle mani.

Per favorire la distribuzione di acqua dolce a chi ne ha più bisogno occorrono però importanti investimenti, troppo esosi per i governi dei paesi in via di sviluppo. Il pubblico infatti non ha i fondi per rallentare una crisi idrica che viene continuamente accelerata dal cambiamento climatico che intensifica la siccità, ampliando le zone aride; per rimediare alla diffusa cattiva gestione di acquedotti e infrastrutture idriche, un problema noto anche nei Paesi sviluppati, figurarsi nel terzo mondo; per interrompere l’inquinamento delle falde e contenere l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. L’acqua è una perfetta sintesi di che cosa significhi la parola globalizzazione, ne rispecchia tutti i vantaggi e gli svantaggi. Qualora intervenissero investitori privati, si potrebbe ottimizzare considerevolmente la gestione dell’acqua. Come si possono però garantire criteri etici, almeno parzialmente, in queste finalità?

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Timori per il futuro

Mentre i ghiacciai continuano a dissolversi come ghiaccioli al sole di Ferragosto e le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 saremo 9 miliardi di abitanti, è facile nutrire pessimismo per il futuro. Nella complessità di questo scenario è verosimile attendersi che nei prossimi anni svariati Paesi raggiungeranno il fatidico day zero. Il giorno in cui le risorse idriche si esauriranno prima del tempo e dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua. Negli ultimi anni questa crisi è già stata sfiorata in alcuni centri densamente popolati: Città del Capo (Sudafrica), San Paolo (Brasile) e Chennai (India). Nel 2017, come qualcuno ricorderà, la città di Roma corse lo stesso rischio. Il livello del lago di Bracciano, la riserva idrica della capitale, scese drasticamente, tanto da far temere un parziale prosciugamento dello specchio d’acqua.

Un rapporto, datato 2019, redatto dall’OMS e da UNICEF certifica come nel mondo una persona su tre abbia un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico – sanitari di base. Nelle aree rurali e meno sviluppate, il problema è più grave. Sebbene negli ultimi 20 anni 1,8 miliardi di persone abbia ottenuto accesso all’acqua potabile, “persistono gravi disuguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi.”

Preservare e tutelare acqua dolce per il prossimo futuro richiederà ingenti risorse economiche. Sappiamo però bene che ogni grande crisi non fa nascere soltanto grandi bisogni, bensì anche grandi opportunità per chiunque sappia leggere la situazione e abbia i capitali per guadagnarci sopra.

Acqua in vendita

Nel sistema economico in cui viviamo, come sappiamo, tutto è business. Stanno dunque spuntando, nelle sale Borsa mondiali, i cosiddetti mercati idrici. Questi rappresentano forme di investimento che cedono i diritti di utilizzi dell’acqua per poterli poi rivendere. In altre parole, un investitore o un fondo può giocare con le forniture idriche di una città o una regione, cedendole al miglior offerente. Ancor peggio, potrà decidere di dissetare una provincia o uno Stato per preservare il proprio investimento. È accettabile che qualcuno abbia la facoltà di aprire e chiudere i rubinetti a piacimento? Non saremmo più sicuri se la fornitura idrica restasse in mano agli Stati piuttosto che essere gestita da attori che si chiamano Barclays, Credit Suisse, Goldman Sachs e Blackstone? Tutti questi facoltosi player della finanza stanno già allungando le proprie mani sulle riserve idriche.

La proprietà e la gestione delle fonti, nella maggior parte dei Paesi, appartiene allo Stato, come nel caso dell’Italia che ha tenuto un referendum dedicato nel 2011. Qualora un governo decidesse di affidare a privati la gestione delle sue fonti, quei privati sarebbero chiaramente obbligati a pagare un canone ma avrebbero poi il diritto di rivendere l’acqua ai loro prezzi. I potenziali guadagni derivanti da questa compravendita sono enormi. Per tal motivo, in alcune zone particolarmente aride e povere, come ad esempio regioni africane o asiatiche, è già cominciata, nel consueto disinteresse occidentale, l’odiosa pratica del land grabbing e quella associata del water grabbing. Chiunque acquisisca un terreno, infatti, è contrattualmente proprietario anche delle eventuali falde acquifere sottostanti.

La politica dei ricchi

Lo Swaziland è un piccolo Stato africano. Il Paese ha una fiorente cultura di canna da zucchero, un ingrediente fondamentale nella produzione della bibita più amata al mondo: la Coca Cola. Non a caso la multinazionale di Atlanta ha una presenza massiccia a quelle latitudini e ha acquistato i diritti di utilizzo di tutte le fonti idriche del territorio. Poiché la canna da zucchero, nella sua maturazione, necessita di ingenti quantità di acqua, gran parte delle risorse idriche vengono sottratte alla popolazione civile, la quale soffre di una cronica scarsità d’acqua per utilizzo domestico.

In questo processo non vi è assolutamente nulla di illegale. La Coca Cola ha stipulato un contratto chiaro e preciso con il Re dello Swaziland, che non ha potuto tirarsi indietro di fronte al massiccio investimento dell’azienda, la quale rappresenta ora il principale datore di lavoro del Paese. Il governo ha privilegiato l’occupazione e il benessere economico dei suoi cittadini, così facendo, però, ha di fatto reso Coca Cola padrona della sua acqua. Naturalmente, l’azienda privilegia le colture alle esigenze della quotidianità della vita degli swazi, non è dal loro benessere che dipendono i dividendi degli azionisti.

C’è il concreto rischio che questa situazione si replichi ovunque, qualora l’acqua fosse privatizzata. Gran parte dell’opinione pubblica italiana, forse pure mondiale, resta favorevole all’acqua pubblica, alla gestione statale di questo bene. Sappiamo però bene come le multinazionali riescano molto spesso ad ottenere ciò che desiderano per incrementare sempre più il giro dei loro affari. Le mire sull’acqua, dunque, non possono che destare sospetto poiché una cosa è certa: la corsa all’acqua è già cominciata.

L’elefante ucciso dall’ananas e dai petardi: ipocrisia o disinformazione?

La notizia ha fatto il giro del mondo in men che non si dica. In uno stato meridionale dell’India, più precisamente nel Ketara, una femmina di elefante incinta è rimasta uccisa da un ananas imbottito di petardi. Un’immagine indubbiamente straziante, che però ha messo a nudo la mancanza di conoscenza dei più sulle questione ambientali o più prettamente sullo stato attuale delle cose per quanto riguarda ciò che stiamo facendo al mondo animale.

elefante petardi ananas

L’ananas riempito di petardi come metodo di difesa dagli elefanti: un’usanza consolidata

Ed ecco che, nel giro di poche ore, le testate di mezzo mondo riportano la tragica notizia, rilanciata poi da centinaia di milioni di utenti sui vari social. Una cassa di risonanza che, a prima vista, avrebbe potuto giovare alla questione del nostro delirio di onnipotenza verso il mondo animale e naturale. Artisti di fama internazionale hanno iniziato a riprodurre vignette. Persone che molto raramente si interessano di ambiente e dei problemi ad esso legati si sono alzate in piedi per gridare il proprio sdegno e la propria sofferenza, con i soliti slogan di chi, sicuramente mosso da un reale dispiacere momentaneo, il giorno dopo è tornato alla propria vita senza curarsi più della questione ambientale. Almeno fino a quando non ci sarà un’altra notizia con la quale fare una bella figura con i propri contatti Facebook o Instagram.

Ciò che pochissime testate hanno riportato è la dinamica dell’accaduto. Quella di mettere degli esplosivi all’interno di ananas o di altri frutti di cui gli animali selvatici sono ghiotti, è una pratica molto diffusa in India, atta per lo più a scacciare cinghiali o altre specie, ree di rovinare i raccolti. Tant’è che proprio un mese fa era accaduta la stessa cosa, con l’unica differenza che l’elefantessa rimasta uccisa non era incinta e che i giornali non hanno cavalcato la notizia. Una tecnica, quella dell’ananas riempito con petardi, decisamente discutibile, che però viene utilizzata da tantissimi anni e che, verosimilmente, ha già ucciso centinaia se non migliaia di animali, nel silenzio generale e senza che nessuno si indignasse per l’accaduto. Proprio come accade ogni giorno in ogni parte del mondo, dove l’uomo sta poco a poco spazzando via ecosistemi su ecosistemi nell’impunità generale.

Sia chiaro. L’EcoPost si schiera apertamente dalla parte dei diritti degli animali, specialmente per quelli in via d’estinzione come lo sono gli elefanti asiatici e la nostra attività lo dimostra con coerenza. Ciò che si vuole portare all’attenzione del lettore con questo pezzo riguarda il modo, a nostro modo di vedere di dubbia coerenza, con cui alcune persone di ogni età, sesso e provenienza hanno sfruttato la notizia per fare, di fatto, del greenwashing sulla propria immagine, diventando animaliste per un giorno prima di tornare ad ignorare la lunga lista di problemi che vengono più generalmente accorpati in termini più generali come antropocentrismo o riscaldamento globale.

Alcune notizie che dovrebbero fare più scalpore dell’elefante ucciso dall’ananas imbottito di petardi

Restando in tema di morti di animali, proprio mentre si faceva largo l’indignazione generale per quanto accaduto in India, in Etiopia i bracconieri uccidevano cinque elefanti per poter vendere l’avorio delle loro zanne. Qualche giorno prima il Guardian pubblicava un articolo in cui riportava uno studio pubblicato dal giornale del Proceedings of the National Academy of Sciences, in cui si afferma che la sesta estinzione di massa sta accelerando.

Per chi non fosse familiare con quest’ultima locuzione, la sesta estinzione di massa è un processo in corso, causato dall’uomo, per via del quale le popolazioni della maggioranza delle specie di animali selvatici sono in declino verticale. Eccovi qualche numero per contestualizzare il problema. Si stima che, al ritmo attuale di distruzione della natura, entro qualche decina di anni il 75% delle specie attualmente presenti in natura scomparirà, ma alcuni studi sono anche più pessimisti. Per meglio capire la strage di cui si parla, basti dire che al momento conosciamo, all’incirca, due milioni di specie animali e vegetali, a cui si aggiungono altri svariati milioni di specie che vivono nei fondali marini o nelle foreste tropicali con cui ancora non siamo entrati in contatto. Ognuna di queste specie può arrivare a contare, o almeno poteva farlo prima della nostra mania distruttiva, miliardi di esemplari. Dei numeri così alti che diventa anche difficile stabilire quanti altri animali sono morti per mano dell’uomo nel lasso di tempo necessario a condividere una vignetta commovente sulla morte di un animale, che altro non è che una goccia nell’oceano di atrocità a cui sottoponiamo la natura giorno dopo giorno.

La IUCN – International Union for Conservation of Nauture stila ciclicamente una “lista rossa delle specie a rischio”. Il 27% delle specie animali che ha analizzato sono state segnalate come “in pericolo”, per una cifra totale di 31.000. Sì, potete andare a controllare. 31.000 specie esistenti in natura sono a rischio estinzione. Tutti questi animali non muoiono di vecchiaia, ma sono uccisi per mano, diretta o indiretta, dell’uomo senza che lo sdegno generali monopolizzi i nostri social network.

Le cause sono ormai conclamate: deforestazione e perdita di habitat naturale, inquinamento da plastica, pesca intensiva, caccia ed utilizzo di pesticidi su vastissima scala solo per citarne alcune.

I giornali a caccia di click

Se il post di indignazione di una persona qualunque può essere parzialmente giustificabile da una colpevole mancanza di informazioni sulla questione, che tuttavia sono ormai facilmente reperibili in quell’oggetto che teniamo continuamente tra le nostre mani, il modo in cui la notizia è stata immediatamente cavalcata dai media senza che fosse stata sollevata la questione sopra riportata, è quanto meno discutibile. Titoli pieni di parole di cordoglio per l’accaduto hanno iniziato a riempire i siti web di ogni testata, con la notizia che ci perseguitava ovunque guardassimo. L’elefantessa uccisa dall’ananas riempito di petardi ha iniziato ad essere “di moda”, e i giornalisti hanno iniziato a corrergli dietro per dividersi qualche milione di click. Non è difficile immaginarsi la lotta interna tra professionisti della stessa testata, per accaparrarsi il titolo più in voga del giorno, mentre si preparano a far uscire prima del concorrente una notizia che pulisce le coscienze di chi ha urlato “al lupo, al lupo!”, mentre il nostro genocidio della natura continuava imperterrito da un’altra parte del mondo. Chissà quante scimmie cappuccine sono finite sotto a un bulldozer in Amazzonia per difendere la propria casa nello stesso giorno, senza che nessuno disegnerà mai una vignetta per loro. Chissà quanti pesci sono rimasti soffocati dalla plastica, o quanti rinoceronti sono stati uccisi per avere il loro corno, o quanti milioni di animali sono stati macellati negli allevamenti intensivi in quelle ventiquattro ore. Questi sono solo alcuni degli esempi che evidenziano la nostra totale parzialità di giudizio, corrotta da un’informazione superficiale e sempre più lavativa.

Il modo in cui i giornali ignorano deliberatamente la maggior parte delle notizie legate alla crisi climatica e alle sue cause, che sfociano anche nella distruzione più totale del mondo animale, per poi scrivere parole struggenti in difesa di un’elefantessa innocente, denota una profonda incoerenza di fondo. Chi si occupa di comunicazione conoscerà sicuramente il termine agenda setting: si tratta di una pratica che, di fatto, permette a chi detiene il potere di informare, di decidere quale sia l’argomento di cui tutti parleranno quel giorno. Nel nostro paese, e non solo, è ormai evidente come le gaffe televisive di Salvini o i battibecchi interni alla maggioranza per le questioni più svariate, siano considerate più importanti delle 80.000 morti premature causate ogni anno dall’inquinamento atmosferico in Italia, solo per fare un esempio.

La crisi climatica è alle porte e il modo in cui i media la stanno ignorando, potrebbe esserci fatale. La questione CoronaVirus può esserci d’esempio in questo senso. Da un giorno all’altro tutti i giornali hanno iniziato a parlarne, portando alla luce gli enormi rischi legati al dilagare del contagio. E così la maggioranza delle persone si è adeguata di conseguenza, rinunciando a tanti aspetti della propria vita in virtù del bene comune. Se la stessa dialettica fosse utilizzata per un problema altrettanto grave, come quello del cambiamento climatico, non ci vorrebbe molto prima che la società accetti come consolidata la necessità di cambiare radicalmente le proprie abitudini per preservare il pianeta ed il benessere delle future generazioni. Chi acquisterebbe una nuova macchina a benzina o a diesel verrebbe redarguito, al pari di chi oggi entra in un supermercato senza la mascherina. Ed il cambiamento epocale necessario alla risoluzione di questa crisi diventerebbe presto qualcosa di più vicino e tangibile.

La potenza dell’indignazione collettiva, se usata con coerenza

Con quest’articolo non si vuole puntare il dito contro chi ha compianto un animale innocente, ucciso ingiustamente dall’uomo. Ben vengano questi momenti di empatia con il mondo naturale. Ma che siano costanti, e non ad intermittenza. La lotta ambientalista non ha bisogno di chi si lava la coscienza con un post sui social, condiviso di tanto in tanto. Ciò che serve è una presa di posizione collettiva, capace di spingerci fino ai piani alti della nostra società in maniera unita, affinché un coro unico chieda una conversione ecologica nel più breve tempo possibile.

Il celebre “tifoso occasionale”, che salta fuori solo quando c’è da accaparrarsi qualche like, nuoce gravemente a questa battaglia che va combattuta con urgenza e con consapevolezza. Per cui informiamoci in maniera approfondita e coerente, scendiamo in piazza a manifestare, chiediamo a pieni polmoni un’inversione di rotta, agiamo in maniera coscienziosa e rispettiamo il mondo che ci circonda. Non solo tre, quattro volte all’anno, ma tutti i giorni. Di fronte a questi numeri di distruzione più totale, indignarsi per la morte di un elefante mentre il mondo naturale è al collasso denota una grande confusione generale sullo stato delle cose. La morte di milioni, miliardi di animali è sulle nostre coscienze. Su quelle di tutti coloro che guardano con indifferenza all’avanzare della deforestazione, della pesca intensiva, dell’utilizzo di pesticidi su miliardi di ettari di campi e delle trivellazioni continue. Magari foraggiando con i propri consumi i responsabili. Stimoliamo il cambiamento con le nostre azioni, le nostre parole e le nostre decisioni, ma facciamolo con coerenza e costanza. Solo così ci potremo salvarci dalla sesta estinzione di massa.

Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio

caldo record

Si dice che chi parla del meteo non ha nulla da dire. Constatare l’eccezionalità del caldo record in Siberia, però, significa avere moltissimo di cui parlare. Per esempio che il riscaldamento globale non è più solo un pericolo che incombe sull’umanità bensì, come diciamo sempre, il riscaldamento globale è già qui.

I luoghi in cui è stato registrato un caldo record a maggio

La Siberia è sicuramente l’area della terra in cui il caldo record ha fatto più scalpore. Nella città di Khatanga, situata a nord del circolo polare artico, il 22 maggio sono stati registrati 25,4°. Quello che più spaventa è la differenza con la temperatura di questa cittadina in questo stesso giorno negli anni passati, che era in media di 0°. Fino ad ora il record era stato di 12 gradi.

Anche ad est del Mediterraneo le temperature sono state decisamente anomale, nonostante questa zona sia molto calda. La scorsa settimana nella città di Ghor El Safi in Giordania le temperature hanno toccato i 46,5°. In Turchia vi è stato un caldo record per il mese di maggio: 44,5°.

Non esente al caldo è anche il Bel Paese, in particolare il Sud. La Sicilia è la protagonista del caldo record italiano, con picchi di 40°, ma anche in Calabria si sono toccati i 38°. Queste temperature battono ogni record di maggio, non solo regionale, ma anche nazionale.

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Cosa comporta il caldo record

Le ripercussioni del caldo non hanno tardato ad arrivare. La calotta di ghiaccio siberiano che dal fiume Yanisey si è spostata nel mare di Kara, nel nord della regione, ha iniziato a sciogliersi un mese prima del solito. Come sappiamo, i ghiacci sono un elemento fondamentale per mantenere basse le temperature poiché riflettono la luce solare evitando che questa venga assorbita dalla superficie terrestre. Senza i ghiacci la temperatura, già in aumento, aumenta ancora di più, innescando il cosiddetto feedback positivo.

Non solo. Questo fenomeno può essere dato anche dal fatto che sotto al permafrost ghiacciato si nascondo enormi quantità di metano, un gas 20 volte più riscaldante del’anidride carbonica, il quale rischia di essere rilasciato nell’atmosfera. Spieghiamo meglio questi meccanismi nel nostro articolo “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”.

Nella Repubblica di Komi, in Russia, le inondazioni di maggio 2020 sono state definite le più gravi degli ultimi anni. Roshydromet e le agenzie assicurative mondiali prevedono un aumento delle catastrofi naturali in Russia nel prossimo futuro.

Viviamo nel pirocene?

Si temono inoltre gli incendi, che sono già divampati in tutto il mondo qualche mese fa a causa di caldo e aridità. Oltre alla stessa Siberia, l’Amazzonia ha subito gravi danni, così come le foreste australiane e l’area intorno a Chernobyl. Raffaella Lovreglio,ricercatrice del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, ha affermato che stiamo assistendo a un cambiamento epocale, che potrebbe indurci a chiamare il periodo in cui viviamo con il nome di Pirocene.

Per non parlare, poi, della siccità che colpirà le aree più calde del globo, non esclusa l’Italia. Nel nostro Paese infatti la siccità dell’estate 2020 incombe mostruosamente, come un Idra le cui teste sembrano moltiplicarsi di anno in anno. I danni sul lungo termine, poi, silenziosi ma deleteri, sono incalcolabili: acidificazione degli oceani, sbiancamento dei coralli, alterazione degli habitat e distruzione degli ecosistemi, estinzione delle specie, guerre, fame, migrazioni. E l’elenco potrebbe continuare con molti, troppi punti.

Cosa si sta facendo per combattere il caldo record?

Innanzi tutto è doveroso dire che, purtroppo, a questo punto non possiamo più fare molto per il caldo che si imbatterà sul pianeta quest’anno e quelli a venire. Possiamo solo attutirlo, anche se l’arco di tempo a nostra disposizione è davvero breve: abbiamo solo 8 anni prima che le conseguenze del riscaldamento globale diventino catastrofiche.

Quindici organizzazioni ambientaliste russe, guidate da Greenpeace e Fridays For Future Russia, hanno così inviato una lettera al presidente Vladimir Putin per chiedergli di concentrarsi, nelle misure per la ripresa dal Covid-19, sullo sviluppo verde. Per il momento, però, il governo russo non ha ancora accolto la richiesta degli ambientalisti e non sembra voler combinare la ripresa economica con la protezione del clima. È importante notare che per la Russia il riscaldamento globale sta giocando un ruolo decisivo nel portare soldi nelle casse dello stato.

Lo scioglimento dei ghiacci sta infatti liberando le rotte nel mare dell’Artico e sta rendendo molto più semplici le trivellazioni per attingere all’enorme quantità di petrolio che si trova ancora intoccato sotto le calotte di ghiaccio (ne parliamo nell’articolo “Artico, la battaglia per il Grande Nord”). Pensare che Putin possa rinunciare a questi introiti e arrendersi durante l’ennesimo braccio di ferro con gli Stati Uniti, è altamente improbabile. Bisogna solo sperare che, a fronte del caldo inusuale che coglierà lui e la popolazione russa questa estate, egli non si limiti ad accendere l’aria condizionata.

 

 

 

New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare

new york

L’ennesimo scandaloso Tweet di Trump lo aveva preannunciato. La barriera che doveva proteggere New York dall’innalzamento del livello del mare e dai sempre più frequenti disastri naturali non si farà.

Il lupo non ha perso il vizio

Il 19 gennaio, dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo in cui illustrava i progetti per la protezione dell’area newyorkese, Trump ha twittato ciò che segue.

Un gigantesco muro marino da 200 miliardi di dollari costruito intorno a New York per proteggerla da rare tempeste è un’idea costosa, stupida e dannosa per l’ambiente, la quale, quando servirà, probabilmente non funzionerà comunque. Sarebbe anche terribile a vedersi. Mi dispiace, ma dovrete preparare secchi e stracci!

L’infelice battuta finale, non adatta a un presidente né tanto meno all’argomento, ovvero disastri naturali che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone, non è nemmeno commentabile. Ma, oltre alla mancanza di tatto, in questo Tweet si cela anche tutta l’impulsività, l’intento manipolatorio, la disinformazione che ha caratterizzato la politica di Donald Trump dalla sua elezione ad oggi.

Innanzi tutto per la costruzione della barriera non sono stati stimati 200 miliardi di dollari, bensì 119, che successivamente sono scesi a 62 miliardi. Certo, sono cifre importanti che devono essere ben valutate prima di essere spese. Ma era proprio quello che l’Army Corps of Engineers stava facendo mentre vagliava non solo una, bensì cinque opzioni per mitigare gli effetti dell’innalzamento del mare e dei disastri naturali sull’area di New York.

Una Grande Muraglia a New York

Il progetto che più plausibilmente sarebbe stato approvato prevedeva la costruzione di un muro lungo quasi 10 chilometri lontano dalle coste di Manhattan. Molti sostengono che quella fosse la soluzione migliore per proteggere il maggior numero delle persone, di proprietà e di attrazioni, compresa la Statua della Libertà, senza privare la città dal suo lungomare.

Catherine McVay Hughes, che è stata presidente del consiglio comunale di Lower Manhattan durante l’uragano Sandy, ha rivelato al New York Times che, se il muro fosse costruito a ridosso della costa, dovrebbe essere sufficientemente alto da scongiurare le più grandi alluvioni e sarebbe, quindi, sgradevole alla vista.

Problemi ambientali

Vi è però chi critica questo progetto, compresi alcuni ambientalisti, poiché il muro difenderebbe la città soltanto dalle mareggiate dovute alle tempeste. Non sono state invece considerate le inondazioni dovute al deflusso delle tempeste stesse, oltre che il semplice innalzamento del livello del mare.

Vi è anche un altro punto critico, portato sul tavolo da Kimberly Ong, esponente del Consiglio di difesa delle risorse naturali. I rifiuti di New York potrebbero infatti essere spinti dall’acqua piovana all’interno della baia formata dalla barriera. “Saremmo sostanzialmente immersi in una vasca da bagno piena dei nostri escrementi”, ha affermato Ong.

Molti ambientalisti hanno inoltre affermato che qualsiasi barriera cambierebbe il flusso naturale dei sedimenti, influenzando le migrazioni e la catena alimentare marina.

Ipocrisia portami via

L’ipocrita Donald Trump non si è fatto sfuggire l’occasione di salire sul treno ambientalista, guarda caso soltanto quando questo lo aiuterebbe a raggiungere i suoi sporchi interessi. Nel suo Tweet infatti Trump fa riferimento ai problemi ambientali che la barriera comporterebbe, quando invece di questi non si è mai interessato nel corso di tutta la sua carriera.

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Semplicemente Trump e la sua amministrazione non vogliono utilizzare quei fondi per la ricerca e la realizzazione della barriera. I progetti ai quali potrebbero essere destinati, al momento, non ci è dato saperli. Certo è che le recenti approvazioni alla costruzione di nuovi oleodotti, agli scavi nei parchi naturali e alle centrali a carbone, potrebbero darci un’idea.

Con lo scoppio della pandemia, poi, Trump troverà sicuramente il modo di far passare non in secondo, ma in ultimo piano il progetto di mitigazione del cambiamento climatico che la barriera rappresenta.

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Il presidente può tutto

Il presidente degli USA però può permettersi di farlo perché, proprio come i virus che si diffondono maggiormente tra la popolazione meno abbiente e che non può permettersi le cure, anche i disastri ambientali seguono la stessa linea. E Donald Trump, a causa del suo multimiliardario ego, non si è mai dimostrato attento ai diritti delle minoranze.

I danni degli uragani passati sono stati maggiormente sentiti da coloro che vivevano in zone meno centrali e con meno infrastrutture. Oppure da coloro che non avevano la possibilità di spostarsi, o per motivi economici o per mancanza di un altro luogo dove andare (per esempio una seconda casa in villeggiatura).

Ovviamente, poi, queste persone sono anche le più colpite sul lungo termine, poiché non in possesso delle risorse per ricostruirsi una vita in tempi brevi.

“Rare tempeste” o disastri naturali?

I disastri naturali non sono solo, come li ha definiti il presidente americano, “rare tempeste”. Possono confermarlo i familiari dei 1800 morti che l’uragano Katrina ha causato nel 2005, così come quelli dei più di 150 morti provocati dall’uragano Sandy nel 2012. Quest’ultimo, fra l’altro, ha allagato anche tutta la regione di New York causando un’ innumerevole quantità di sfollati. Nel solo anno 2017 vi sono stati ben due uragani, Irma e Harvey, che insieme hanno ucciso quasi 150 persone.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

È ormai certo che l’aumento di questi fenomeni è strettamente legato al cambiamento climatico. Se quindi le temperature non saranno contenute, i disastri non faranno che incrementare, sia nel numero che nell’intensità.

Da non sottovalutare è anche l’innalzamento del livello del mare, che rende i disastri ambientali come uragani e inondazioni molto più difficile da gestire. Il Global Risk Report 2019 del World Economic Forum riporta che circa il 90% di tutte le aree costiere sarà interessato dall’innalzamento del livello del mare.

Le morti legate a questi fenomeni, invece, stanno diminuendo. Questo però avviene proprio perché la quantità di disastri ambientali ha costretto interi popoli a reagire e mettere in atto opere di resilienza.

Le barriere nel mondo

In tutto il mondo vengono di continuo progettate opere di protezione dai mari sempre più minacciosi. La Russia, per esempio, nel 2010 ha completato una barriera di 24 chilometri che ha protetto San Pietroburgo da una catastrofica tempesta avvenuta l’anno successivo.

I Paesi Bassi, Nazione leader delle barriere marine, hanno reso Rotterdam una delle città più sicure al mondo grazie alla Maeslant Barrier, che è lunga come la Torre Eiffel ed è per il 90% sotto il livello del mare.

Nel 2014, la Cina ha lanciato la cosiddetta iniziativa “sponge city“. Le autorità della città di Hyderabad hanno infatti iniziato a raccogliere l’acqua piovana, sopratutto quella delle alluvioni, per compensare la domanda di acqua durante la stagione delle piantagioni. Lo stesso ha fatto la cittadina di Vinh in Vietnam.

Shanghai ha costruito 520 km di aree protettive che circondano le isole di Chongming, Hengsha e Changxing. Shanghai ha anche installato enormi cancelli meccanici per regolare le fuoriuscite di acqua dai fiumi.

Tornando negli Stati Uniti, dopo l’uragano Katrina, New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. Anche se questo progetto può essere considerato un mezzo fallimento in quanto si sono registrati fenomeni di cedimento. Una delle barriere, inoltre, sta addirittura affondando.

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Non solo Venezia: il caso italiano

In Italia ne sappiamo qualcosa di incidenti legati alle barriere marine. Il più eclatante è quello del Mose (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), ovvero una barriera protettiva che separa la laguna di Venezia dal mare aperto.

Secondo i suoi progettisti dovrebbe essere ultimato nel 2021. Una sua parte potrebbe anzi già essere utilizzata per prevenire i sempre più numerosi fenomeni di acqua alta nella meravigliosa città veneta. Ma numerosi intoppi hanno bloccato questo enorme progetto, già costato alla nazione 6 miliardi di euro.

L’inchiesta del 2014 che ha smascherato un vasto giro di corruzione sui lavori e la rilevazione di tremori sospetti dopo alcune prove di apertura sono state la causa di numerosi stop al progetto.

Il Mose di Venezia

Nel gennaio di quest’anno, prima che il virus colpisse duramente l’area di Lombardia Piemonte e Veneto, il collaudo del Mose sembrava essere andato a buon fine. “Stanotte la prima prova sul Mose è andata bene, se si ripresenterà l’emergenza potremo alzare le paratie”. Così aveva dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli.

A marzo sembrava addirittura che i lavori non si sarebbero fermati anche a fronte del coronavirus. Negli ultimi giorni però il Provveditorato veneziano ha richiesto un urgente intervento del Governo perché il Mose sia completato ed entri in funzione prima possibile.

Forse le pressioni del Consiglio Comunale Veneziano sono dovute alla volontà che non vi siano altri danni, sia sanitari che economici. Quelli causati dall’epidemia saranno infatti più che sufficienti. E, aggiungerei, anche quelli che il nostro Paese dovrà affrontare in seguito all’innalzamento del livello del mare. Sono infatti state individuate 40 aree costiere a rischio inondazione. Tredici di queste sono state mappate, per un totale di 384,8 km di costa. La quale, se allagata, causerebbe una perdita di territorio italiano pari a 5686,4 chilometri quadrati.

L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3.5°

La piattaforma scientifica Copernicus Climate Change Service ha da poco pubblicato i dati sul clima dell’inverno appena trascorso e il risultato è a dir poco scioccante. In Europa la media delle temperature è stata di 3.5° sopra la media del trentennio 1981-2010. Un dato che supera di gran lunga la media entro la quale la crescita della temperatura globale deve mantenersi se vogliamo evitare la catastrofe climatica, ovvero di 1.5°.

Esempi concreti

Le prove di questo anomalo trend sono sotto i nostri occhi tutti i giorni. Quest’inverno siamo stati bombardati di notizie provenienti dalle regioni scandinave che lamentavano un caldo inusuale per le temperature polari di quelle terre. Per esempio, in Norvegia sono stati registrati 19 gradi il 2 gennaio, ovvero 25 gradi più della media di questo mese. Analogamente in Svezia il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

A Helsinki, in Finlandia, si sono superati gli zero gradi tutti i giorni del mese di gennaio, un trend particolare considerando che per la Finlandia anche solo un giorno sopra lo zero durante l’inverno è anomalo. Solitamente le temperature massime durante questo mese a Helsinki non superano i -1,1 gradi. In Germania la produzione del cosiddetto “Ice-wine” è fallita a causa delle alte temperature durante tutto l’inverno.

A livello globale l’anomalia è stata “soltanto” di 0,8° in più, con picchi di caldo su vaste regioni in Europa, Siberia, l’Asia Centrale e l’Ovest dell’Antartide. E, parlando di Polo Sud, nell’isola di Seymour in Antartide sono stati registrati 20,75%, la temperatura più alta in assoluto da quando sono disponibili i dati.

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Anomalie mensili della temperatura rispetto alla media globale ed europea, confrontate con il periodo 1981-2010, da gennaio 1979 a febbraio 2020. Le barre colorate più scure indicano i valori di febbraio. Fonte dei dati: ERA5. Crediti: Copernicus Climate Change Service / ECMWF.

Le variazioni delle temperature sono normali?

Li sentiamo già, coloro che millantano il fatto che variazioni di questo tipo sono già occorse nella storia della terra, e che le anomalie sono, paradossalmente, fenomeni “normali”.

Ma, come dice Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, “l’Europa ha vissuto il suo inverno più mite in assoluto. Anche se questo è stato un evento davvero estremo a sé stante, è probabile che sia stato reso ancora più estremo dal riscaldamento globale“. E continua: “Un inverno così caldo è sconcertante, ma non rappresenta una tendenza climatica. Le temperature stagionali, soprattutto al di fuori dei tropici, variano significativamente di anno in anno. Noi però confrontiamo i dati climatici risalenti all’era preindustriale per accertare le tendenze climatiche a lungo termine”.

E, come abbiamo visto, i cambiamenti delle temperature nel lungo termine sono stati significativi. Guarda caso hanno anche coinciso con un altro evento anomalo, questa volta sicuramente causato dall’uomo: l’aumento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Il motivo per cui le emissioni provocano un aumento della temperatura ve lo spieghiamo nel nostro articolo “Riscaldamento Globale, perché aumenta la temperatura?”.

Qui accenno solo al fatto che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è sempre oscillata tra i 180 e 280 parti per milione (ppm), con il picco più basso durante le ere glaciali e quello più alto nei periodi più caldi. Oggi abbiamo superato in modo stabile i 400 ppm. Nel 2013 le emissioni globali di anidride carbonica superavano del 60% quelle del 1990.

Cosa comporta l’aumento delle temperature

Nel corso degli anni la politica ha iniziato a capire la gravità del fenomeno, anche se non abbastanza. L’accordo di Parigi del 2015 è stato forse il più significativo, poiché molti stati del mondo, Stati Uniti compresi, si sono impegnati per ridurre le emissioni. L’obiettivo era allora di mantenere l’aumento delle temperature medie globali sotto i 2°.

In modo lungimirante, Naomi Klein nel suo libro “Una rivoluzione ci salverà” pubblicato proprio nel 2015 lamentava però come anche il limite dei 2 gradi non fosse abbastanza virtuoso. Infatti, già solo con un aumento della media delle temperature di 0,8 gradi gli impatti sul pianeta sono stati allarmanti. La calotta glaciale groenlandese si è sciolta a velocità mai viste prima, gli oceani si sono acidificati, le specie si stanno estinguendo una dopo l’altra.

Inoltre, come riporta l’EM-DAT (The International Disaster Database), nel corso degli anni settanta nel mondo sono stati riportati 660 disastri naturali. Negli anni duemila ce ne sono stati 3322, ovvero cinque volte di più. A questo proposito, un rapporto della Banca Mondiale del 2012 aveva avvertito sul fatto che, continuando di questo passo, saremmo andati incontro a un riscaldamento di 4 gradi in più rispetto alla media.

Questo avrebbe creato un ambiente assolutamente non vivibile per gli esseri umani. Kevin Anderson, vicedirettore del Tyndall Centre per la ricerca sul cambiamento climatico ha affermato ancora più duramente che il riscaldamento di 4 gradi è “incompatibile con una comunità globale organizzata, equa e civilizzata”.

Bisogna fare qualcosa. Ora.

L’obiettivo dei 2° è quindi stato aggiornato a 1.5°. Anche se, a dire il vero, il cambiamento è dato dal fatto che negli scorsi anni non si sono attuate misure sufficienti per raggiungere l’obiettivo prefissato. A cominciare, ovviamente, dagli Stati Uniti, che si sono sfilati dall’Accordo di Parigi dopo l’elezione di Donald Trump.

Le conseguenze sono abbastanza logiche: più si va avanti con il “business as usual” più dovremo aumentare gli sforzi per mantenere le temperature terrestri stabili. Gli scienziati affermano che questo decennio sarà decisivo per le sorti dell’umanità.

Infatti il summit ONU sul clima del 2020 che avrebbe dovuto tenersi a Glasgow questo novembre sarebbe stato fondamentale per indurre i governi di tutto il mondo a un cambiamento radicale. A causa della pandemia globale il Summit è stato però rimandato al 2021. Bisogna solo sperare che con esso non vengano ulteriormente rimandate anche le decisioni riguardo al clima.

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Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

Chasing Ice, un documentario che insegue i ghiacciai

ghiacciai

Mi trovo all’ultimo piano del Perlan Museum, poco fuori dal centro città di Reykjavík, capitale dell’Islanda. E’ la parte più toccante dell’esposizione, quella che mostra come il cambiamento climatico sta compromettendo la nazione, a partire dai suoi immensi, splendidi ghiacciai.

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Un video illuminante

Mi soffermo su un video che mostra il Sólheimajökull, il ghiacciaio sul quale pochi mesi prima avevo camminato e del quale già sapevo la triste storia. Il video mi ha ulteriormente informato di quanto effettivamente il ghiacciaio si sia ridotto a partire dai primi anni 2000 fino ad oggi.

Mi sono poi anche chiesta chi fosse stato così lungimirante, oltre che ben organizzato, da riprendere quello e molti altri ghiacciai nella loro lenta (ma allo stesso tempo veloce) scomparsa. Ed ecco che l’universo, per dirla alla “new age”, mi ha risposto. Il documentario “Chasing Ice” riguarda proprio James Balog, l’ideatore del progetto Extreme Ice Survey (EIS), grazie al quale oggi abbiamo dei video bellissimi e spaventosi di questi ghiacciai morenti.

Marzo 2008. Un enorme iceberg si è staccato dalla calotta groenlandese, ed è circondato da ninfee di ghiaccio in procinto di rompersi ai confini della baia di Disko

Tanti ghiacciai, un unico problema

Balog è un famoso fotografo innamorato e assiduo frequentatore della terra islandese. Dopo aver realizzato che il ghiacciaio Sólheima si stava riducendo per ampiezza e spessore ad una velocità mai vista prima, egli ha deciso di documentare il tutto. Ha posizionato e programmato delle fotocamere alimentate a energia solare in modo che scattassero a intervalli regolari, per poi unire i frame e formare una sorta di gigantesco time-lapse. Ha poi fatto lo stesso con altri ghiacciai presenti in Groenlandia, Alaska, Canada e successivamente in molte altre parti del mondo.

Non senza problemi tecnici e fisici Balog ha terminato il progetto, portando alla luce, oltre ad alcune immagini impressionanti che dimostrano la ritirata dei ghiacciai, anche alcuni terribili dati.

In soli tre anni, per esempio, il ghiacciaio Columbia in Alaska si è ritirato di 3 chilometri e la sua profondità si è ridotta di 400 metri, più dell’altezza della Torre Eiffel o dell’Empire State Building. E questi cambiamenti non sono statici, ma aumentano esponenzialmente.

Il ghiacciaio Ilulissat, Groenlandia

Il ghiacciaio Ilulissat in Groenlandia riversa più ghiaccio negli oceani di tutti gli altri ghiacciai dell’emisfero settentrionale messi insieme. Ebbene, a partire dagli anni novanta Ilulissat ha duplicato la sua velocità di scioglimento.

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La parte a mio avviso più scioccante del documentario è verso la fine, quando viene mostrata la potenza distruttiva del riscaldamento globale sul ghiacciaio Ilulissat. Dalle riprese si vede infatti come il ghiaccio si stacca dalla calotta centrale, si riversa su se stesso e prende il largo verso l’oceano, creando uno scenario a dir poco apocalittico.

Secondo i dati scientifici, ci sono voluti 100 anni, dal 1900 al 2000, perché Ilulissat si ritirasse di 12 chilometri. Dopodiché, dal 2000 al 2010, quindi in soli 10 anni, si è ritirato di 14,4 chilometri.

Ci siamo arresi?

E poi vi sono le immagini che più mi stanno a cuore, quelle del ghiacciaio Sólheima. Ho visto infatti con i miei occhi che lì, proprio dove pochi anni fa vi era un enorme, imponente ghiacciaio, adesso vi è un lago.

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Il lago davanti al ghiacciaio Solheima

E proprio lì l’anno scorso le guide turistiche islandesi hanno iniziato a tenere corsi di Kayak. A questo proposito, si prevede che tra meno di 10 anni la camminata sul ghiaccio lascerà totalmente il posto alle attività lacustri. Resilienza, ci ha detto la guida.

O forse dovremmo iniziare a chiamarla con il proprio nome, ovvero una resa? La stessa Greta Thunberg ha riscontrato questo atteggiamento di rassegnazione nei parlamentari dell’Unione Europea, dopo che hanno promesso un azzeramento delle emissioni entro il 2050.

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Da qui a quella data, però, dovranno passare 30 anni. Trenta lunghi anni durante i quali i ghiacciai si scioglieranno a una velocità sempre maggiore. Come si vede in Chasing Ice tutto quel tempo non ce l’abbiamo e i video scioccanti ma estremamente utili di James Balog, forse, ce ne faranno rendere conto.

Il documentario è fruibile su Netflix oppure si può noleggiare su Apple iTunes e Google Play.

Dopo la pandemia le emissioni potrebbero aumentare

emissioni

Il drastico calo delle emissioni a causa della pandemia di coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo potrebbe non essere duraturo. Anzi, probabilmente causerà un aumento delle emissioni anche più sostanzioso rispetto al periodo precedente il virus. O almeno così si legge in un articolo di Internazionale, dal quale prendo spunto per affermare ciò che segue.

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Crisi climatica in secondo piano

E’ ancora presto per fare previsioni, visto che non sappiamo ancora quando avverrà il picco dei contagi in Italia e nel resto del mondo la “vera” epidemia non è ancora iniziata. Possiamo però intuire come la crisi climatica sia giustamente passata in secondo piano a fronte di un’emergenza che, per essere contenuta, richiede misure repentine e a brevissimo termine.

Come si legge nel suddetto articolo, la lotta al cambiamento climatico scenderà parecchio nella percezione delle priorità globali, e servirà un impegno diplomatico ancora più deciso per evitare un fallimento. Purtroppo, però, la pandemia ha già provocato la cancellazione di alcuni incontri preliminari alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima che dovrebbe svolgersi a Glasgow a novembre. E, molto probabilmente, la conferenza stessa sarà rinviata.

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Soldi per salvare l’economia (fossile)

Oltre che dal punto di vista politico, la crisi climatica subirà un disinteresse anche da quello economico. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, la pandemia potrebbe ridurre la crescita del Pil globale nel 2020 dal 3,5% all’1,5%.

Per questo, Giuseppe Conte ha scongelato 25 miliardi di euro per “curare” l’Italia, mentre Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato di voler mettere a disposizione dell’Unione ben 750 miliardi di euro.

Queste notizie giungono dopo pochi mesi dall’annuncio dell’Unione Europea di un Green New Deal per azzerare le emissioni entro il 2050. A questo scopo, molti soldi pubblici dovevano essere mobilitati per sostenere le industrie nella transizione e per crearne di nuove.

Infatti, come ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, il 70% degli investimenti mondiali in energia pulita dipende dalle finanze pubbliche. Se questi soldi verranno utilizzati per risollevare le economie delle nazioni colpite dalla crisi, ad oggi basate sui combustibili fossili, il Green New Deal verrà probabilmente declassato.

Uscendo dal panorama europeo, è anche possibile che la Cina, così come gli Stati Uniti, rilancino la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia.

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Memoria storica

Queste ipotesi si basano anche su dati storici, dal momento che a seguito di ogni crisi economica avvenuta nel mondo dopo la rivoluzione industriale vi è stato un aumento delle emissioni ancor maggiore.

Questo fenomeno si spiega con il fatto che normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo grazie al progresso tecnologico, che va di pari passo con quello economico. L’efficienza energetica migliora, così come la diffusione di fonti di energia meno inquinanti. Con una crisi economica il progresso potrebbe interrompersi e, quindi, farci tornare al punto di partenza.

Un incremento delle attività già in atto, senza puntare a nuovi investimenti, sarebbe una delle soluzioni più plausibili. In Cina il governo ha promesso sussidi statali alle imprese che avessero ricominciato a produrre. Pare che alcune stiano addirittura fingendo l’attività, accendendo i condizionatori e i macchinari a vuoto per poter accedere agli incentivi. Nel colosso asiatico hanno già riaperto 42 store della Apple e la Toyota riprenderà la produzione nel suo maggiore stabilimento a Guangzhou. E noi, gli iPhone e le auto continueremo imperterriti a comprarle, forse più di prima.

Una frustrazione pericolosa

Internazionale non ha toccato la questione sociale del problema. Provo a farlo io, basandomi sui dati ufficiali ma anche sulla percezione che ho sviluppato riguardo al mondo durante questa strana condizione di isolamento. Sia chiaro, quindi, che non giudicherò, anzi mi sento parte di coloro che hanno attivato il meccanismo mentale che a breve trasformerò in parole.

La brama di tornare a impossessarci dei lussi che durante la quarantena sono diventati meno accessibili, toccherà prima o poi il fondo della molla. Per esempio, già dopo poco tempo dall’inizio della quarantena italiana e, poi, mondiale, Amazon ha aumentato spaventosamente i suoi incassi. La compagnia ha anzi annunciato di voler e dover assumere 100 mila nuovi dipendenti per rispondere alla crescente domanda di questi giorni.

Gli incassi di Amazon nell’ultima settimana.
Fonte: fool.com ( https://www.fool.com/quote/nasdaq/amazon/amzn/#InteractiveChart )

Le persone, poi, si renderanno conto che ricevere la merce a casa è molto conveniente. Gli ordini di Amazon potrebbero quindi non diminuire dopo la pandemia. Aumenteranno così le emissioni dovute ai trasporti dei prodotti acquistati online. Verrà inoltre alimentato il mercato dei prodotti low-cost che sfruttano in modo insostenibile sia la manodopera sia le risorse del pianeta.

Si sta inoltre diffondendo una crescente frustrazione psicologica e sociale che porterà molti a voler abbandonare il proprio nido dopo oltre un mese di “reclusione”. Questo sia per respirare la perduta libertà di viaggiare intorno al mondo, diventata ormai un must per la classe media occidentale.

Ma anche per ricongiungersi con persone lontane, magari lontanissime, dopo che improvvisamente ci siamo resi conto di quanto le relazioni interpersonali siano preziose nella nostra vita. Tutto bello, tutto legittimo, ma l’impennata delle emissioni di milioni di aerei che ricominceranno a solcare i cieli, forse più di prima, sarà un probabile dato di fatto.

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Un barlume di speranza

Vi sono, certo, anche dei fattori che potrebbero far sperare in un proseguo di questa pulizia atmosferica globale di questi funesti mesi. Per esempio la inevitabile difficoltà economica nella quale tutti ci ritroveremo alla fin della pandemia. Senza contare la mancanza di tempo per prenderci ulteriori pause durante l’estate. Tutto questo impedirà a molti di realizzare il proprio desiderio di spiccare il volo una volta che la gabbia verrà aperta.

Dal punto di vista economico, è ancora Birol ad ipotizzare che i politici prenderanno questa pausa totale come un’occasione per ripartire da zero, dando la precedenza all’economia verde.

Inoltre, dice Birol, i governi potrebbero approfittare del crollo del prezzo del petrolio per ridurre i sussidi pubblici agli idrocarburi senza provocare grosse reazioni, e investire quelle risorse nella sanità.

Infine, fino a poco tempo fa era opinione diffusa che solo un rallentamento dell’economia degli Stati Uniti avrebbe impedito la rielezione di Donald Trump a novembre. Ora quel rallentamento sta accadendo e Trump dovrà giocare molto bene le sue carte per non perdere consensi.

Un esempio simile è quello del presidente inglese Boris Johnson, che sta gestendo la situazione in modo tutt’altro che corretto e sta, quindi, perdendo la fiducia di molti dei suoi elettori. E’ logico quindi come un’eventuale caduta dei governi conservatori e spesso anti-verdi che stanno spopolando in tutto il mondo, non potrebbe che rappresentare un lume di speranza per i polmoni del nostro pianeta.

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“Lettera dal virus”: l’avvertimento di Madre Natura (VIDEO)

Alcuni di voi lo avranno già visto in giro per i social, altri ancora no. Noi, per capirne a pieno il messaggio, abbiamo voluto vederlo diverse volte e, soprattutto, trascriverne le parole. L’autrice del video “Lettera dal Virus”, che conta già quasi 1 milione di visualizzazioni su Youtube e molte altre a mezzo social, è Darinka Montico, una travel blogger che possiamo definire “a impatto zero”. Una clip  con un messaggio profondo che merita sicuramente di essere vista.

Il video ed il testo di “Lettera dal Virus”

Fermatevi. Semplicemente. Alt. Stop. Non muovetevi. Non è più una richiesta, è un obbligo. Sono qui per aiutarvi. Questa montagna russa supersonica ha esaurito le rotaie. Basta. Aerei, treni, scuole, centri commerciali, incontri. Abbiamo rotto il frenetico vortice di illusioni e obblighi che vi hanno impedito di alzare gli occhi al cielo, guardare le stelle, ascoltare il mare, farvi cullare dai cinguettii degli uccelli, rotolarvi nei prati, cogliere una mela dall’albero, sorridere a un animale nel bosco, respirare la montagna, ascoltare il buon senso.

https://www.youtube.com/watch?v=EJll-54MR-4
Lettera dal Virus: un video per fermarsi a riflettere

Abbiamo dovuto romperlo. Non potete mettervi a fare Dio. Il nostro obbligo è reciproco, come è sempre stato. Anche se ve lo siete dimenticati. Interromperemo questa trasmissione: l’infinita trasmissione cacofonica di divisioni e distrazioni per portarvi questa notizia. Non stiamo bene. Nessuno di noi. Tutti noi stiamo soffrendo. L’anno scorso le tempeste di fuoco che hanno bruciato i polmoni della terra non vi hanno fermato. Né i ghiacciai che si disintegrano. Né le vostre città che sprofondano. Né la consapevolezza di essere i soli responsabili della sesta estinzione di massa. Non mi avete ascoltato.

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È difficile ascoltare essendo così impegnati lottando per arrampicarsi sempre più in alto sull’impalcatura delle comodità che vi siete costruiti. Le fondamenta stanno cedendo. Si stanno inarcando sotto il peso dei vostri desideri fittizi. Io vi aiuterò. Porterò le tempeste di fuoco nel vostro corpo. Inonderò i vostri polmoni. Vi isolerò come un orso polare su un iceberg alla deriva. Mi ascoltate adesso? Non stiamo bene. Non sono un nemico. Sono un mero messaggero. Sono un alleato. Sono la forza che riporterà l’equilibrio. Ora mi dovete ascoltare. Sto urlando di fermarvi.

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Fermatevi. Tacete. Ascoltate. Ora, alzate gli occhi al cielo. Come sta? Non ci sono più aerei. Quanto vi serve che stia bene per godere dell’ossigeno che respirate? Guardate l’oceano. Come sta? Guardate i fiumi. Come stanno? Guardate la terra. Come sta? Guardate voi stessi. Come state? Non puoi essere sano in un ecosistema malato. Fermati. Molti hanno paura adesso. Non demonizzate la vostra paura. Non lasciatevi dominare. Lasciate che vi parli. Ascoltate la sua saggezza. Imparate a sorridere con gli occhi. Vi aiuterò. Se mi ascoltate.”

Il virus siamo noi

In queste ultime settimane tutti i redattori del blog si sono soffermati, a turno, su una riflessione in particolare. Perché un virus è stato in grado di scatenare una reazione così unita da parte della società intera mentre la crisi climatica, i cui rischi su scala globale sono ben maggiori rispetto a quelli implicati da qualsiasi virus, non riesce a generare lo stesso sentimento di solidarietà e di disponibilità a cambiare le proprie abitudini? Sono tanti gli esperti che hanno provato a dare risposta a questa domanda e in tal senso siete invitati, per chi non lo avesse già fatto, a leggere il nostro articolo di ieri. Ciò che si vuole sottolineare, commentando questo video, riguarda un possibile ribaltamento della prospettiva.

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Sì, in questi due mesi il nostro paese, e non solo, è stato messo in ginocchio da un virus. Ma, dati alla mano, la vera malattia del mondo che viviamo siamo noi e noi soltanto. Ad oggi le conseguenze di ciò che abbiamo fatto negli ultimi 160 anni sono molto limitate rispetto a ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni. Incendi vasti come nazioni, alluvioni che mettono in ginocchio città intere, ghiacciai che continuano a ritirarsi a velocità mai viste prima, siccità, invasioni di insetti ed epidemie che dilagano. Per ognuna di queste voci ci sono state delle vittime e si tratta solo di un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta, specialmente nel caso in cui non verranno implementate delle politiche di adattamento e di mitigazione su larga scala in tempi ragionevoli. Tra 20 o 30 anni, se non verrà fatto quanto necessario, il ricordo della sofferenza causata virus sarà poca cosa.

Saremo disposti a darci la colpa?

C’è, tuttavia, una grande differenza nella natura di queste due catastrofi. Da una parte abbiamo un virus, un qualcosa che ci è stato trasmesso da un “nemico” esterno e di cui siamo, fondamentalmente, vittime. Dall’altra abbiamo invece i cambiamenti climatici. Una minaccia molto più grande che però ha un solo ed unico responsabile: la nostra società.

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Ciò che più manca, in questo momento in cui la crisi climatica ha guadagnato un minimo di attenzione da parte dei media, non è tanto la consapevolezza del problema – seppur anche questo costituisca un aspetto ancora ampiamente insufficiente – quanto il coraggio da parte della nostra società di ammettere di aver sbagliato e di essere gli unici responsabili della più grande minaccia che la razza umana abbia mai trovato di fronte a sé.

Prendersela con un virus è facile. Farlo con noi stessi, guardando alle sofferenze che già oggi i nostri stili di vita stanno generando e che sono destinate ad aumentare esponenzialmente, lo è molto meno. Fino a quando non riusciremo a fare questo passo, la lotta alla crisi climatica sarà in salita. E, forse, ciò che faremo non sarà comunque bastato.

Cambiamenti climatici e CoronaVirus: la prova che cambiare è possibile

A parte qualche piacevole aspetto romantico della quarantena obbligata, legati principalmente al tornare in possesso del proprio tempo, ci troviamo certamente a vivere un periodo quantomeno drammatico. Oggi per almeno qualche settimana siamo tutti costretti a rimanere a casa, allarmati, impauriti, perché che con la salute non si scherza siamo tutti d’accordo. Ma non c’è forse un legame tra cambiamenti climatici e corona virus? E perché allora non ci muoviamo allo stesso modo, con la stessa sinergia e determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici?

Tutti speriamo che questa rinuncia alla normalità possa servire ad arginare il contagio e consentirci così nel periodo più breve possibile di tornare a condurre la vita così come la conosciamo. Ma qualcosa sarà cambiato. Questo evento ci avrà dimostrato ciò che fino a poche settimane prima sembrava impensabile: che cambiare (anche radicalmente) si può.

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Il ritorno alla normalità con una consapevolezza in più

Quando l’allarme sarà rientrato e ci sarà di nuovo permesso di uscire di casa e circolare liberamente e indiscriminatamente si parlerà di “ritorno alla normalità”. Sarà una riconquista importante, alla quale si susseguiranno svariate analisi e considerazioni su come si sia intervenuti più o meno tempestivamente, più o meno adeguatamente; ma alla fine dei conti tutti saranno felici di averla scampata e saranno un po’ orgogliosi di aver contribuito, proprio tramite le proprie rinunce, a sconfiggere quella minaccia. Debellare il corona virus o quantomeno non avergli permesso di dilagare sarà un merito condiviso da tutti.

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Nella memoria collettiva dell’intera popolazione italiana (ma probabilmente lo stesso varrà per tanti altri paesi europei ed extraeuropei) sarà presente il ricordo di questo evento e la consapevolezza che nei casi più difficili siamo in grado di reagire, e di farlo sia individualmente che collettivamente.

Tutto questo non sappiamo ancora quando avverrà. Non ci è dato sapere quanto la quarantena si prolungherà. Ma questo non ci impedisce di attenerci a quanto ci viene detto di fare. Lo si fa perché lo si deve fare, in cambio della promessa della riconquista di quella libertà data tanto per scontato fino ad ora.

Minacce invisibili: i cambiamenti climatici e il corona virus

Difficile da crederci, ma il corona virus ci offre un’opportunità meravigliosa. Per rendersene conto basta smettere di focalizzarsi sul corona virus e iniziare a interpretare quanto sta avvenendo come un monito, una prova generale, un invito a unire le forze per un intento comune: arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’antropocentrismo più sfrenato.

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La minaccia dei cambiamenti climatici ha dei caratteri comuni con il corona virus. Entrambe sono: destinate ad acuirsi esponenzialmente con il passare del tempo, tanto subdole e apparentemente impercettibili quanto potenzialmente mortali, e globali. L’unica differenza è che, al contrario del covid19, i cambiamenti climatici interessano più i giovani e meno le fasce più anziane della popolazione.

Crisi è sinonimo di opportunità: l’Italia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici

Ormai da settimane l’Italia e gli italiani sono sotto gli occhi di tutto il mondo per essere il secondo paese più colpito, sia per numero di contagi che di morti, dopo la Cina. Questo ci sta dando la possibilità di proporci – ahinoi -come uno dei paesi di riferimento per la gestione di questa crisi sociale e sanitaria che riguarda il mondo intero. Da qui l’opportunità.

Chi si interessa di politica sa che l’Italia fatica a trovare spazio tra i grandi del mondo, a far sentire il proprio peso. Facendo tesoro della situazione attuale, il Paese Italia potrebbe assumersi il ruolo di trascinatore nella lotta ai cambiamenti climatici. Potendo ora meglio comprendere quelle che saranno le sfide – quelle sì impossibili – imposte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

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Ora consci del fatto che cambiare è possibile, che rinunciare a qualcosa si può, che nessuno è solo nell’affrontare le grandi minacce del suo tempo. Non trarre beneficio e vantaggio da questa situazione sarebbe decisamente un errore. In molti durante questi lunghi giorni di quarantena avranno avuto modo di riscoprire tante belle attività, tra le quali prendersi cura di sé e di ciò che si ha. Proprio questo potrebbe essere uno spunto per far ripartire l’economia messa in ginocchio da questa crisi. Con investimenti finalizzati a un ritorno sociale e ambientale oltre che economico.

Visto che ci siamo e che cambiare si può, ci avventuriamo tanto in là da dire che forse è il caso di ripensare il motto “prima gli italiani”. Rendendolo uno slogan di progresso sociale. Prima gli italiani non per diritti, ma per senso di responsabilità e unione d’intenti. Per essere arrivati prima degli altri a capire in quanto popolo qual è la sfida che ci attende. E fieri, prenderli per mano e accompagnarli in un mondo bello, naturale, vivibile, per tutti, come potrebbe essere quello là fuori, che oggi come non mai è così lontano e così vicino al contempo.