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L’ennesimo scandaloso Tweet di Trump lo aveva preannunciato. La barriera che doveva proteggere New York dall’innalzamento del livello del mare e dai sempre più frequenti disastri naturali non si farà.

Il lupo non ha perso il vizio

Il 19 gennaio, dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo in cui illustrava i progetti per la protezione dell’area newyorkese, Trump ha twittato ciò che segue.

Un gigantesco muro marino da 200 miliardi di dollari costruito intorno a New York per proteggerla da rare tempeste è un’idea costosa, stupida e dannosa per l’ambiente, la quale, quando servirà, probabilmente non funzionerà comunque. Sarebbe anche terribile a vedersi. Mi dispiace, ma dovrete preparare secchi e stracci!

L’infelice battuta finale, non adatta a un presidente né tanto meno all’argomento, ovvero disastri naturali che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone, non è nemmeno commentabile. Ma, oltre alla mancanza di tatto, in questo Tweet si cela anche tutta l’impulsività, l’intento manipolatorio, la disinformazione che ha caratterizzato la politica di Donald Trump dalla sua elezione ad oggi.

Innanzi tutto per la costruzione della barriera non sono stati stimati 200 miliardi di dollari, bensì 119, che successivamente sono scesi a 62 miliardi. Certo, sono cifre importanti che devono essere ben valutate prima di essere spese. Ma era proprio quello che l’Army Corps of Engineers stava facendo mentre vagliava non solo una, bensì cinque opzioni per mitigare gli effetti dell’innalzamento del mare e dei disastri naturali sull’area di New York.

Una Grande Muraglia a New York

Il progetto che più plausibilmente sarebbe stato approvato prevedeva la costruzione di un muro lungo quasi 10 chilometri lontano dalle coste di Manhattan. Molti sostengono che quella fosse la soluzione migliore per proteggere il maggior numero delle persone, di proprietà e di attrazioni, compresa la Statua della Libertà, senza privare la città dal suo lungomare.

Catherine McVay Hughes, che è stata presidente del consiglio comunale di Lower Manhattan durante l’uragano Sandy, ha rivelato al New York Times che, se il muro fosse costruito a ridosso della costa, dovrebbe essere sufficientemente alto da scongiurare le più grandi alluvioni e sarebbe, quindi, sgradevole alla vista.

Problemi ambientali

Vi è però chi critica questo progetto, compresi alcuni ambientalisti, poiché il muro difenderebbe la città soltanto dalle mareggiate dovute alle tempeste. Non sono state invece considerate le inondazioni dovute al deflusso delle tempeste stesse, oltre che il semplice innalzamento del livello del mare.

Vi è anche un altro punto critico, portato sul tavolo da Kimberly Ong, esponente del Consiglio di difesa delle risorse naturali. I rifiuti di New York potrebbero infatti essere spinti dall’acqua piovana all’interno della baia formata dalla barriera. “Saremmo sostanzialmente immersi in una vasca da bagno piena dei nostri escrementi”, ha affermato Ong.

Molti ambientalisti hanno inoltre affermato che qualsiasi barriera cambierebbe il flusso naturale dei sedimenti, influenzando le migrazioni e la catena alimentare marina.

Ipocrisia portami via

L’ipocrita Donald Trump non si è fatto sfuggire l’occasione di salire sul treno ambientalista, guarda caso soltanto quando questo lo aiuterebbe a raggiungere i suoi sporchi interessi. Nel suo Tweet infatti Trump fa riferimento ai problemi ambientali che la barriera comporterebbe, quando invece di questi non si è mai interessato nel corso di tutta la sua carriera.

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Semplicemente Trump e la sua amministrazione non vogliono utilizzare quei fondi per la ricerca e la realizzazione della barriera. I progetti ai quali potrebbero essere destinati, al momento, non ci è dato saperli. Certo è che le recenti approvazioni alla costruzione di nuovi oleodotti, agli scavi nei parchi naturali e alle centrali a carbone, potrebbero darci un’idea.

Con lo scoppio della pandemia, poi, Trump troverà sicuramente il modo di far passare non in secondo, ma in ultimo piano il progetto di mitigazione del cambiamento climatico che la barriera rappresenta.

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Il presidente può tutto

Il presidente degli USA però può permettersi di farlo perché, proprio come i virus che si diffondono maggiormente tra la popolazione meno abbiente e che non può permettersi le cure, anche i disastri ambientali seguono la stessa linea. E Donald Trump, a causa del suo multimiliardario ego, non si è mai dimostrato attento ai diritti delle minoranze.

I danni degli uragani passati sono stati maggiormente sentiti da coloro che vivevano in zone meno centrali e con meno infrastrutture. Oppure da coloro che non avevano la possibilità di spostarsi, o per motivi economici o per mancanza di un altro luogo dove andare (per esempio una seconda casa in villeggiatura).

Ovviamente, poi, queste persone sono anche le più colpite sul lungo termine, poiché non in possesso delle risorse per ricostruirsi una vita in tempi brevi.

“Rare tempeste” o disastri naturali?

I disastri naturali non sono solo, come li ha definiti il presidente americano, “rare tempeste”. Possono confermarlo i familiari dei 1800 morti che l’uragano Katrina ha causato nel 2005, così come quelli dei più di 150 morti provocati dall’uragano Sandy nel 2012. Quest’ultimo, fra l’altro, ha allagato anche tutta la regione di New York causando un’ innumerevole quantità di sfollati. Nel solo anno 2017 vi sono stati ben due uragani, Irma e Harvey, che insieme hanno ucciso quasi 150 persone.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

È ormai certo che l’aumento di questi fenomeni è strettamente legato al cambiamento climatico. Se quindi le temperature non saranno contenute, i disastri non faranno che incrementare, sia nel numero che nell’intensità.

Da non sottovalutare è anche l’innalzamento del livello del mare, che rende i disastri ambientali come uragani e inondazioni molto più difficile da gestire. Il Global Risk Report 2019 del World Economic Forum riporta che circa il 90% di tutte le aree costiere sarà interessato dall’innalzamento del livello del mare.

Le morti legate a questi fenomeni, invece, stanno diminuendo. Questo però avviene proprio perché la quantità di disastri ambientali ha costretto interi popoli a reagire e mettere in atto opere di resilienza.

Le strade ai piedi del Manhattan Bridge a Brooklyn dopo l’Uragano Sandy nel 2012

Le barriere nel mondo

In tutto il mondo vengono di continuo progettate opere di protezione dai mari sempre più minacciosi. La Russia, per esempio, nel 2010 ha completato una barriera di 24 chilometri che ha protetto San Pietroburgo da una catastrofica tempesta avvenuta l’anno successivo.

I Paesi Bassi, Nazione leader delle barriere marine, hanno reso Rotterdam una delle città più sicure al mondo grazie alla Maeslant Barrier, che è lunga come la Torre Eiffel ed è per il 90% sotto il livello del mare.

Nel 2014, la Cina ha lanciato la cosiddetta iniziativa “sponge city“. Le autorità della città di Hyderabad hanno infatti iniziato a raccogliere l’acqua piovana, sopratutto quella delle alluvioni, per compensare la domanda di acqua durante la stagione delle piantagioni. Lo stesso ha fatto la cittadina di Vinh in Vietnam.

Shanghai ha costruito 520 km di aree protettive che circondano le isole di Chongming, Hengsha e Changxing. Shanghai ha anche installato enormi cancelli meccanici per regolare le fuoriuscite di acqua dai fiumi.

Tornando negli Stati Uniti, dopo l’uragano Katrina, New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. Anche se questo progetto può essere considerato un mezzo fallimento in quanto si sono registrati fenomeni di cedimento. Una delle barriere, inoltre, sta addirittura affondando.

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Non solo Venezia: il caso italiano

In Italia ne sappiamo qualcosa di incidenti legati alle barriere marine. Il più eclatante è quello del Mose (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), ovvero una barriera protettiva che separa la laguna di Venezia dal mare aperto.

Secondo i suoi progettisti dovrebbe essere ultimato nel 2021. Una sua parte potrebbe anzi già essere utilizzata per prevenire i sempre più numerosi fenomeni di acqua alta nella meravigliosa città veneta. Ma numerosi intoppi hanno bloccato questo enorme progetto, già costato alla nazione 6 miliardi di euro.

L’inchiesta del 2014 che ha smascherato un vasto giro di corruzione sui lavori e la rilevazione di tremori sospetti dopo alcune prove di apertura sono state la causa di numerosi stop al progetto.

Il Mose di Venezia

Nel gennaio di quest’anno, prima che il virus colpisse duramente l’area di Lombardia Piemonte e Veneto, il collaudo del Mose sembrava essere andato a buon fine. “Stanotte la prima prova sul Mose è andata bene, se si ripresenterà l’emergenza potremo alzare le paratie”. Così aveva dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli.

A marzo sembrava addirittura che i lavori non si sarebbero fermati anche a fronte del coronavirus. Negli ultimi giorni però il Provveditorato veneziano ha richiesto un urgente intervento del Governo perché il Mose sia completato ed entri in funzione prima possibile.

Forse le pressioni del Consiglio Comunale Veneziano sono dovute alla volontà che non vi siano altri danni, sia sanitari che economici. Quelli causati dall’epidemia saranno infatti più che sufficienti. E, aggiungerei, anche quelli che il nostro Paese dovrà affrontare in seguito all’innalzamento del livello del mare. Sono infatti state individuate 40 aree costiere a rischio inondazione. Tredici di queste sono state mappate, per un totale di 384,8 km di costa. La quale, se allagata, causerebbe una perdita di territorio italiano pari a 5686,4 chilometri quadrati.

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