Tutti, durante il tempo libero, ci siamo imbattuti in quelle compilation divertenti in cui decine di cani colpevoli e consapevoli di esserlo si voltano dall’altra parte mentre il padrone li rimprovera. Ieri gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo pensando che, voltandosi dall’altra parte, la tempesta fosse presto passata senza troppi intoppi.
Solo un grande silenzio
E così è successo. Solo un grande silenzio da parte dei giornali americani online prima e dopo la giornata di ieri, in cui migliaia di città sono insorte per chiedere ai governi un cambiamento di rotta nelle loro economie (quelle sì) contro-natura. Il più grande e importante giornale degli Stati Uniti, il New York Times non ha nemmeno nominato il ClimateStrike. Il secondo giornale degli USA, il Washington Post, ha dedicato all’evento un piccolo paragrafo in fondo, nella sezione “mondo” (simile alla nostra “esteri”) come fosse qualcosa che non li riguarda, che appartiene al resto del pianeta.
Sul Los Angeles Times, edito in uno dei Paesi più progressisti degli Stati Uniti (per fare un esempio, nel 2018 in California un referendum ha legalizzato il possesso di marijuana a scopo ricreativo), l’articolo si trova in fondo, accanto a una galleria fotografica che mostra un trucchetto per tagliare velocemente un ananas. Il San Francisco Chronicle posiziona il Climate Strike nella colonnina di sinistra, sempre in fondo. Come tutti i giornali locali vuole portare acqua al suo mulino e nel titolo si legge che migliaia di studenti hanno protestato a San Francisco contro l’inazione per i cambiamenti climatici.
Meglio rispetto agli altri, ma a lettori poco informati potrebbe sembrare che sia stato solo un piccolo sciopero di una nicchia ambientalista. Nell’articolo non viene nominato lo sciopero mondiale, non Greta Thunberg, non le migliaia di piazze gremite di persone in tutto il mondo. Invece, si legge questo: duemila studenti (duemila! Soltanto a Milano ne sono stati stimati più di 100 mila), con la benedizione di insegnanti e parenti (fondamentale per tenere a bada questi violenti anarchici) hanno marciato da Mission Street fino a Union Square”. Non un commento, non piccolissimo segno di approvazione, solo una notizia che come tante domani uscirà dal suo ultimo posto nella colonnina di sinistra per far spazio ad altre importanti questioni.
Non puntiamo il dito
E questo silenzio non è stato così assordante. Oggi ho rilevato anche l’assenza di una denuncia aperta da parte degli altri media mondiali. Non è questione di un semplice puntare il dito, di riversare le colpe, di vedere lo spillo nell’occhio degli altri e non la trave nel nostro. Perché le travi responsabili della distruzione del pianeta per come noi lo conosciamo sono due e si trovano una nel nostro occhio, una in quello degli Stati Uniti. L’Europa e gli USA da sole, infatti, sono responsabili del 50% percento delle emissioni mondiali e l’altra metà si divide in tutte le altre nazioni.
Non solo le emissioni
E le emissioni non sono l’unico problema. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore mondiale di rifiuti, con 624.700 tonnellate al giorno, ovvero 2,58 kg a persona (1.71 kg il Giappone, 1.79 kg del Regno Unito e 1.92 kg la Francia). Inoltre gli statunitensi sono i più grandi compratori di vestiti della Terra con 37 kg a testa all’anno, seguiti dagli australiani con 27 chili all’anno. E sappiamo tutti che quei capi vengono dai Paesi in via di sviluppo, dove gli occidentali sfruttano la manodopera e le materie prime a basso costo (Qui l’articolo su The True Cost)
Sarà impossibile sopravvivere
La lista potrebbe continuare, ma i dati da soli non servono a molto se i media non li riportano, se nelle scuole non se ne parla, se i politici non prendono soluzioni. Il problema dell’America è, quindi, culturale. Su uno degli innumerevoli cartelli durante gli scioperi in Italia si leggeva: “Il problema è il capitalismo”. Una frase ormai usata e abusata sin dal novecento e fa paura pensare a quanto ancora sia attuale, a quanto ancora faccia effetto.
La cultura capitalista che ha trovato i suoi natali proprio negli Stati Uniti e di cui poi si sono fatti promotori, è incentrata sulla crescita incessante, che vede i soldi non come un mezzo, ma come un fine, che rende il guadagnare fine a se stesso e possibilmente infinito. Ma questa terra infinita non è. Le risorse sono limitate e già in questo momento noi stiamo utilizzando 1,3 pianeti per soddisfare i nostri bisogni. E siamo 7 miliardi di persone. In pochi anni saremo 10 miliardi e allora sarà davvero impossibile sopravvivere. Perché è di questo che si tratta.
Saremo noi a morire
Troppo spesso in questi giorni ho sentito e letto la frase “salviamo il pianeta”. Ma il pianeta sarà l’unico a restare intatto, saremo noi a morire. Noi e tutte le specie viventi, animali e piante. Il “salvare il pianeta”, quindi, significa salvarlo per come è adesso. E, comunque, bisognerebbe chiedere alla Terra cosa davvero vuole. Continuare ad essere di bell’aspetto, colorata, con prati, oceani, foreste e con la musica, l’arte, la poesia, la danza. Oppure vuota e grigia ma, almeno, libera da noi per poter rinascere in futuro. Prendendosi, insomma, una tregua.
Le foto del ClimateStrike in USA
Ora vogliamo comunque rendere omaggio agli studenti americani che hanno sfidato il boicottaggio nazionale e hanno sfilato per le strade delle cittadine americane. Perché, che i media ne parlino o no, anche loro vogliono un futuro migliore. Anzi, vogliono un futuro e basta.

New York 


Buffalo 
Middlebury 
Middlebury 
New York 
Le ragazze di School_Strike_For_Climate_LA a Pasadina (LA)
Le ragazze di School_Strike_For_Climate_LA a Pasadina (LA)
San Francisco 
Le ragazze di School_Strike_For_Climate_LA a Pasadena (LA) 
Cleveland
Un grazie particolare alle studentesse di @school_strike_for_climate_LA.



