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Voli “fantasma” che sorvolano i cieli, completamente vuoti. Litri e litri di carburante che vengono sprecati. Emissioni che vengono generate gratuitamente, senza che ce ne sia un vero motivo.

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Il Coronavirus e i voli vuoti

Con l’avanzare del temuto Co-vid19 è inevitabile che siano innumerevoli i voli ad essere rimasti vuoti. Su tutti, e a ragion veduta, quelli che transitano lungo le rotte dei paesi più colpiti quali, ad esempio, Italia, Cina, Hong Kong, Corea del Sud e via dicendo. La soluzione naturale sarebbe un calo nella frequenza di volo su determinate tratte ma per via di una regola, diciamo così, rivedibile dell’Unione Europea le compagnie sono costrette ad operare almeno l’80% dei voli già “prenotati” su quella rotta con il rischio, altrimenti, di vedere cancellata la propria priorità su determinate destinazioni.

Una regolamentazione che vale, per fortuna, solo per i voli intercontinentali. Ed ecco che, per far sì che la propria tratta non sia ceduta ad un concorrente, le compagnie sono costrette a far partire voli completamente vuoti generando un alto quantitativo di emissioni che, almeno in questa situazione, potremmo tranquillamente risparmiarci.

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Quali soluzioni

Una situazione che non porta vantaggi praticamente a nessuno e che preoccupa gli operatori del settore. Il Segretario dei Trasporti del Regno Unito, Grant Shapps, ha dichiarato di essere “particolarmente preoccupato. Per soddisfare questa la regola 80/20 le linee aree sono costrette a far decollare voli con pochissimi passeggeri. A volte sono addirittura vuoti. Il tutto solo per conservare i propri vantaggi. Uno scenario del genere non è accettabile. Non è negli interessi del settore, dei passeggeri né tanto meno dell’ambiente. Tutto ciò deve essere fermato”.

Delle preoccupazioni più che fondate soprattutto nel momento in cui la regola che sta costringendo le compagnie a percorrere queste tratte è stata momentaneamente sospesa per i voli che riguardano le zone asiatiche più colpite dal virus. La speranza è che sia solo questione di tempo prima che venga preso lo stesso provvedimento anche per le altre tratte.

Il “flight shaming” e le emissioni dei voli vuoti

È ormai risaputo che il trasporto aereo è quello che genera il maggior numero di emissioni per passeggero. Si stima che una cifra tra il 2 ed il 4 percento dei gas serra che immettiamo in atmosfera ogni anno è generata proprio da questo settore. Un dato che, oltre a sottolineare l’eccessivo utilizzo che facciamo di questo mezzo di trasporto, ha generato negli ambientalisti più coerenti una “vergogna di volare” nota, a livello internazionale, con la sua definizione inglese di “flight shaming”.

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Se dunque, da un lato, abbiamo delle persone che percorrono diverse centinaia di chilometri in treno o in autobus per evitare di prendere un volo, dall’altro, in questa situazione di emergenza tanto sanitaria quanto economica, abbiamo invece delle compagnie aeree che sono “costrette” a far percorrere tratte intercontinentali ai propri voli che sono, per lo più, vuoti. Due opposti che confermano la follia di un mondo i cui estremi si stanno allontanando sempre di più. Resta tuttavia una situazione ai limiti dell’assurdo, resa possibile dall’ennesimo vizio burocratico che, se corretto, permetterebbe alle compagnie aeree di lasciare alcuni dei propri aerei a terra, almeno per un po’, risparmiando denaro, emissioni e, perché no, un aumento del rischio di contagio da Co-vid19.

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In una fase del genere il buon senso non può essere messo da parte. Soprattutto da parte di chi, con una semplice decisione, può generare un effetto domino che creerebbe benefici a tutti gli interessati. E se per una volta ci guadagna anche l’ambiente, va bene lo stesso.

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