I cambiamenti climatici si abbattono su un’Italia impreparata

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“L’Italia è diventata l’hotspot dei cambiamenti climatici”. È con questa frase che Marco Damilano, direttore de L’Espresso, ha introdotto, durante una puntata di Propaganda Live, la presentazione dell’ultimo libro di Stefano Liberti, intitolatoTerra bruciata“, in cui il giornalista d’inchiesta, già autore di diversi titoli e documentari di assoluto livello sul cambiamento climatico, spiega come il nostro paese sia diventato una delle aree geografiche più colpite dall’avanzare del riscaldamento globale. Gli ultimi esempi sono le inondazioni che durante questo weekend hanno colpito la Liguria e il Piemonte. Mentre i politici si facevano vanto del corretto funzionamento del Mose, che ha salvato Venezia dalla seconda “acqua alta” degli ultimi dodici mesi, le due regioni settentrionali stavano vivendo una tragedia annunciata.

Le inondazioni di Piemonte e Liguria

Partiamo dai fatti dello scorso weekend. Nella giornata di sabato una bomba d’acqua ha colpito la parte nord occidentale del Paese, con ingenti danni alle infrastrutture locali e non solo. Sono 20 le persone disperse, e ci sono anche due vittime già accertate.

A Ventimiglia, città di confine tra Italia e Francia, il fiume Roya ha rotto gli argini, devastando una città che ora si trova in ginocchio. I danni sono incalcolabili.

Il livello del fiume Sesia, in Piemonte, è salito fino a 8 metri e mezzo, provocando un alto numero di esondazioni in diverse aree della regione e stabilendo l’ennesimo record targato “climate change”. Le città di Borgosesia, Mergozzo e Candoglia sono state colpite da 214 mm di pioggia in 12 ore. Una serie di disgrazie che si aggiungono alla lunga lista di disastri ambientali a cui abbiamo dovuto assistere in quest’annata a dir poco travagliata. Nel mentre siamo costretti a raccogliere nuovamente i cocci di un paese che, come diciamo da tempo, sta subendo e continuerà a subire le conseguenze del riscaldamento globale, in un contesto aggravato da gravi problemi di cementificazione e dissesto idrogeologico. Due fattori che spianano la strada a catastrofi di questo tipo.

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L’hotspot dei cambiamenti climatici

L’espressione usata da Stefano Liberti e Marco Damilano per descrivere la situazione attuale è a dir poco azzeccata. La frequenza e l’intensità di fenomeni meteorologici estremi verificatisi nel nostro paese stanno aumentando a vista d’occhio. Solamente negli ultimi venti giorni ,oltre alle zone sopra citate, anche quelle di Livorno, Napoli e Milano hanno dovuto fare i conti con eventi simili.

A Rosignano Marittimo, in Toscana, tra il 25 e il 26 settembre, una tromba d’aria ha causato tre feriti e distrutto le case di quattro persone, che sono state evacuate. Ingenti i danni anche alle infrastrutture, con palestre scoperchiate, alberi caduti ed una tensotruttura completamente crollata.

Negli stessi giorni le condizioni meteorologiche avverse hanno spaventano anche i cittadini campani. Alla Pignasecca (Napoli), una tettoia si è staccata da un palazzo cadendo su alcune bancarelle del mercato. Solamente una fortunata coincidenza ha fatto sì che non ci fossero vittime. Allo stesso tempo Salerno veniva colpita da una tromba d’aria, con ingenti danni alle infrastrutture locali. Alcune frazioni della città sono restate isolate. Gli interventi dei vigili del fuoco sono stati più di quaranta.

Anche la Lombardia non è restata indenne. A Luvinate, un sessantunenne è rimasto ucciso mentre faceva jogging. A Tradate una tromba d’aria ha scoperchiato il tetto dell’ospedale, distruggendo anche alcune sale operatorie. A Castelvaccana due persone sono rimaste sommerse da fango e detriti all’interno della loro abitazione, con i vigili del fuoco che sono riusciti a soccorrerli solamente nella giornata successiva. A Lazzate, in Brianza, il tetto della scuola elementare è stato portato via da una tromba d’aria mentre si stavano regolarmente svolgendo le lezioni. Le risaie situate tra Pavia e Novara sono state vittima di una gradinata, facendo perdere, ad alcune aziende, il 100% del raccolto. Nell’alto Mantovano i campi di mais sono stati distrutti.

In Veneto, dove Venezia si è salvata solo grazie al Mose, una grandinata ha colpito vaste zone della regione, con chicchi grandi come palline da tennis. Nel frattempo in alcune località ad alta quota del Nord Italia sono arrivate le prime nevicate, in largo anticipo rispetto agli scorsi anni.

Tutto questo, lo ribadiamo, solamente nelle ultime due settimane.

Gli altri disastri ambientali

Se invece ci sforziamo di andare poco più a ritroso con la memoria, per ricordare gli eventi catastrofici che hanno messo in ginocchio diverse parti d’Italia negli ultimi dodici mesi, la lista si allunga ulteriormente:

Tutto questo solo in Italia, e solo nell’ultimo anno. E i media parlano ancora di “maltempo”, divenendo in questo modo complici di una classe politica che, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme, continua a non affrontare il problema con l’urgenza che merita. Immediata l’indignazione dei volti noti del panorama ambientalista italiano che, all’unisono, hanno posto l’attenzione sulla vera causa di queste catastrofi: il cambiamento climatico.

E non si può neanche dire che tutto questo non fosse prevedibile. Da decenni ormai gli scienziati del clima descrivono alcune delle conseguenze del riscaldamento globale come “un aumento nell’intensità e nella frequenza di fenomeni meteorologici estremi”. Così come si sa ormai da tempo che la nostra cara Italia sarà tra i paesi a subirne maggiormente i danni, sia per collocazione geografica, sia per composizione morfologica, in un contesto aggravato da un tasso di cementificazione tra i più alti del mondo. Eppure siamo ancora qui a raccontare di queste tragedie, mentre i politici del nostro paese postano compiaciuti sui social la messa in atto del sistema Mose, quando a 200 chilometri di distanza c’è gente che perde la vita sotto i colpi del riscaldamento globale e non è ancora stata messa nero su bianco una strategia credibile per decarbonizzare il paese nel più breve tempo possibile, tenendo anche conto delle misure di adattamento utili ad arginare i danni che fenomeni di questo tipo continueranno a causare nei decenni a venire.

Siamo in emergenza. È “collasso climatico”

Alla luce di questi avvenimenti e, soprattutto, delle migliaia di ricerche scientifiche portate a termine sul tema, non ci si può più nascondere dietro a slogan inconcludenti. Siamo nell’epoca dei cambiamenti climatici ed il nostro paese rischia il collasso, per non parlare di altre zone del pianeta che sono ancora più a rischio della nostra. Ormai non passa giorno senza che, in qualche parte del mondo, non si verifichi un disastro ambientale. Incendi, alluvioni, frane, ghiacciai che si staccano, morie di animali e pesci, sono tutti avvenimenti che ormai non sorprendono più, data la loro frequenza. Così come non va dimenticato che la pandemia globale in atto è direttamente associabile al delirio di onnipotenza che ha permesso all’uomo di devastare la natura che ci circonda. Ora più che mai è giunto il momento di interrogarsi su questi problemi, per proporre soluzioni globali ed inclusive che non lascino indietro nessuno. Proprio in questo senso, è fondamentale continuare ad alzare la voce per innalzare il cambiamento climatico a tema centrale all’interno del dibattito pubblico ed alfabetizzare la popolazione su un qualcosa che rischia di affossarci senza che la maggior parte di noi se ne accorga.

Fridays For Future ripartirà questo venerdì con lo sciopero globale e manifesterà anche nelle piazze italiane, in tutta sicurezza e secondo le normative anti Covid vigenti. Extinction Rebellion ha dato inizio ieri ad una settimana di “ribellione” a Roma. Migliaia di gruppi di attivisti in tutto il mondo stanno combattendo giorno dopo giorno, per assicurare alle future generazioni un pianeta che sia quanto meno vivibile. Quella che per decenni è stata “solo” una teoria scientifica senza riscontro effettivo, oggi è più reale che mai. E i cittadini di tutto il mondo, compresi quelli italiani, ne stanno pagando le conseguenze. Serve una svolta politica, mediatica e mentale, oltre ad un esame di coscienza collettivo che ci porti ad ammettere di aver sbagliato su, quasi, tutta la linea. Il tutto nel più breve tempo possibile. Solo a queste condizioni potremo salvarci dal “collasso climatico”.

Il libro di Stefano Liberti sugli effetti che il cambiamento climatico avrà nel nostro paese.
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Neve artificiale: unica possibilità per lo sci?

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La settimana bianca, il weekend sulla neve, la domenica di sci. Per i numerosi italiani che amano la montagna l’inverno offre opportunità meravigliose: le vette dolomitiche, le Alpi e persino gli Appennini propongono comprensori estremamente suggestivi e sorgenti di divertimento estremo nella stagione fredda. L’indotto montano, però, è seriamente minacciato dal surriscaldamento globale. Senza ricorrere all’utilizzo della neve artificiale, infatti, l’industria dello sci non sembra più in grado di reggere.

La nivometria del varesotto mostra quanto siano diminuite, negli ultimi 50 anni, le precipitazioni nevose. Grafico: Centro Geofisico Prealpino.

Bella questa neve artificiale

Il cambiamento climatico, responsabile del surriscaldamento globale ha comportato la sempre più decisa riduzione delle precipitazioni nevose. Soltanto negli ultimi 20 anni, è stato stimato che le nevicate si siano ridotte del 78%, un dato che impressiona. Per riuscire dunque a far partire la stagione sciistica è sempre più necessario sparare, come si suol dire, neve finta tramite appositi cannoni, e non solo alle quote più basse.

La motivazione che spinge ad affidarsi sempre di più alla neve programmata la rivela Valeria Ghezzi, presidente di ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari. “La neve artificiale è ormai fondamentale per diversi motivi. Il primo e principale è che rappresenta una polizza di assicurazione: Se non scende la neve, la fabbrichiamo e la stagione è salva. Ciò non vale soltanto per gli impianti sciistici. Questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna.” Ecco la verità sbattuta in faccia. Senza la neve tecnica, termine che più propriamente indica la neve artificiale, addio sci o quasi. Questo è l’impatto già evidente del surriscaldamento globale sulle nostre vite.

Senza sci bisognerebbe rinunciare agli introiti di un settore turistico che richiama annualmente 4 milioni di appassionati soltanto in Italia. Oltre a dover fare a meno del divertimento di scivolare giù dalle montagne, naturalmente, non quantificabile in termini economici ma altrettanto importante, se non di più, del sonante danaro. Fino al 2018, la montagna valeva qualcosa come l’11% del Prodotto Interno Lordo turistico nazionale. Il fatturato montano produceva 11 miliardi di euro ogni 12 mesi; 4,6 dei quali derivanti dallo sci in senso stretto. Nella stagione invernale successiva si è registrato un calo di presenze, così come nell’ultima, quando sugli spostamenti ha influito anche il nuovo coronavirus.

Quanto valgono le Alpi

Per avere contezza di quanto davvero significhino le Alpi e lo sci, dobbiamo tener conto di quanto affascinino. Nel mondo, uno sciatore su due si reca sulle Alpi per sfoggiare salopette e mascherina da sole. Le presenze sull’arco montano europeo sono da sempre numerosissime, seppure ultimamente stiano calando, proprio perché la neve è sempre meno copiosa. Per introiti e riconoscimento istituzionale internazionale, se le Alpi fossero una nazione sarebbero il secondo Stato europeo.

Dal Piemonte alla Slovenia, attraversando la Francia, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera incontriamo 48 regioni, abitate da 80 milioni di persone e in grado di produrre un PIL locale pari a 3 trilioni di euro ogni anno. Le Alpi sono il cuore ricco – una volta ricchissimo – del Vecchio Continente. Su di esse, però, aleggia lo spettro climatico: temperature sempre più alte e, dunque, montagne sempre meno bianche. Secondo la rivista Time, negli ultimi 60 anni la stagione della neve, lungo l’arco alpino, si è accorciata di 38 giorni. Oltre un mese perso a causa del surriscaldamento globale.

Neve artificiale per sopravvivere

Il turismo invernale è un patrimonio. In Italia contiamo 1820 impianti di risalita – i quali impiegano 840 mezzi speciali, denominati “gatti delle nevi” – e un indotto di oltre 400 aziende. Solamente gli impianti di risalita occupano 12mila persone in maniera diretta e ne impiegano altre 2000 in maniera indiretta nei rifugi, nel noleggio attrezzature e come istruttori di sci (dati ANEF). Va da sé che questo intero settore necessita di un manto nevoso costante e abbondante. Per garantirlo, non è più possibile prescindere dalla neve artificiale. Se non si vuole soffocare questo mondo, bisogna ricorrere all’innevamento programmato e sopperire all’irregolarità e alla carenza della neve naturale utilizzando la sofisticata tecnica nota come snowfarming. Più si abbassano le quote, maggiore è lo sfruttamento di queste tecnologie.

L’impatto di queste tecnologie però può diventare pesante, tanto in termini economici quanto ambientali.

Le temperature negative, sotto lo zero, sono sempre più rare e anche le più celebri località sciistiche, citiamo Madonna di Campiglio e Plan de Corones ma non sono le uniche, possono andare incontro a difficoltà nel conservare e mantenere la propria neve artificiale. Per distendere la coltre bianca, infatti, occorrono 100 ore di temperatura non superiore allo 0. Dal momento che tale condizione è sempre più rara, si stanno sviluppando anche macchine capaci di produrre e mantenere neve artificiale a temperature positive. Il brevetto à della azienda italiana Neve XN.

Quali sono i costi

Inevitabilmente, la produzione di neve artificiale aumenta, non di poco, i costi di esercizio. Alla stagione scorsa l’Italia contava più di 3200 chilometri di piste attive, sul 72% delle quali si trovavano macchinari per comporre la coltre bianca. Questi dispositivi hanno un costo che spazia tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro. La differenza la fanno fattori variabili quali esposizione al sole, natura del terreno e dislocazione dei bacini sfruttati per l’approvvigionamento idrico. La costruzione degli impianti ha invece un costo che oscilla tra i 100 e i 140mila euro per ettaro. Solitamente occorrono una ventina d’anni per il completo ammortamento della spesa di installazione. Le spese non gravano solo sul privato; sovente province, regioni e/o comunità montane contribuiscono all’esborso.

Diversamente da quanto qualcuno potrebbe pensare, non si usa alcun additivo chimico per produrre neve artificiale. Elementi chimici non sarebbero particolarmente utili e, soprattutto, metterebbero in pericolo l’utilità estiva dei terreni ove si scia, i quali sono adibiti a pascolo nella bella stagione. L’innevamento programmato ha un solo ingrediente: l’acqua. Essa viene prelevata da laghi e ruscelli poco distanti, siano essi naturali o artificiali. Da queste falde si conduce l’acqua alle macchine sfruttando i declivi montuosi o tramite pompe e condotte. I dispositivi poi la miscelano con aria a bassissima temperatura, sotto pressione, e predispongono l’azione dei generatori a ventola (i cannoni sparaneve) o delle lance, le quali hanno una gittata considerevolmente più ridotta. Talvolta vengono utilizzate vere e proprie macchine frigorifere, trasportabili con appositi veicoli.

Un generatore a ventola. Foto: Demaclenko.

Un aiuto dalla tecnologia

Nel corso degli ultimi 15 anni, l‘efficienza degli strumenti per produrre neve artificiale è enormemente migliorata. A parità di consumo idrico ed energetico, siamo oggi in grado di produrre una quantità di prodotto cinque volte superiore. Possiamo controllare i dispositivi e programmarli da remoto per funzionare soltanto nelle giornate più fredde, utilizzando meno energia. La coltre bianca generata in questa maniera, terminato il proprio ciclo, torna nell’ambiente sotto forma liquida. Insomma, i costi economici sono certamente elevati eppure non ci sono altre vie per mantenere l’industria bianca che profitta dalla stagione invernale. Spese a parte, però, qual è l’impatto della neve artificiale sull’ambiente?

Come si produce la neve artificiale. Approfondimento curato da Tecmania.

Neve artificiale: cosa comporta in termini ambientali

Per rispondere alla domanda non possiamo, sfortunatamente, basarci su analisi estese e complessive a livello nazionale – o regionale se è per questo – poiché non ne esiste alcuna. Lo studio che vi si avvicina maggiormente è stato condotto dall’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA). Esso è un ente pubblico, controllato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, finalizzato a ricerca, innovazione tecnologica e prestazione di servizi avanzati a imprese, pubblica amministrazione e cittadini. Gli ambiti di cui si occupa sono quelli dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico, purché sostenibile. I ricercatori dell’ente hanno preparato un dossier, intitolato Carbon and Water Footprint degli impianti di innevamento programmato, per il quale hanno monitorato 3 impianti collocati in aree geografiche e condizioni operative differenti. L’indagine non è più aggiornatissima, risalendo alle stagioni comprese tra il 2014 e il 2016 ma permette comunque una base di ragionamento.

I dati raccolti indicano che i tre impianti impattino, in termini di anidride carbonica CO2 equivalente, tra i 700 e 1300 chilogrammi per ettaro innevato, sull’intera stagione invernale. La differenza si deve principalmente al fatto che uno dei 3 impianti era alimentato con energia fossile, mentre gli altri due utilizzavano l’idroelettrico, fonte rinnovabile. Naturalmente, il primo impianto incide maggiormente relativamente alla produzione di gas serra, mentre gli ultimi due sono più costosi in termini di realizzazione di materiali necessari a condurre l’acqua al macchinario.

Non disponiamo di un censimento che misuri il dispendio energetico impianto per impianto, dunque i dati ora visti hanno un significato statistico piuttosto limitato. Secondo ANEF, ad ogni modo, i consumi degli impianti funiviari italiani ammonterebbero a 357 milioni di kWh annui. Soltanto il 40% di questo totale deriva da energia rinnovabile, non abbastanza. “Gli impianti a energia fossile sono vicini alle città, quelli prealpini. Qualcosa anche in Appennino, ove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità” ha affermato Valeria Ghezzi.

La montagna va a gasolio

A onor di cronaca, dobbiamo puntualizzare che per avere neve non basta spararla; essa va portata sulla pista, stesa e battuta in posizione. Queste operazioni, certamente indispensabili, sono avversate dagli ambientalisti. Esse, infatti, finiscono per disturbare il contesto naturale che le subisce. Gli aspetti di gestione e preparazione delle piste sono fattore di stress e alterano il normale assetto ambientale. Se a questo si aggiunge l’impatto che ha la costruzione delle tubature e di tutta quell’impiantistica atta all’innevamento meccanico, ecco che ci si rivela tutto il costo ambientale della neve artificiale.

Per stendere e posizionare il manto nevoso creato si utilizzano i battipista – i cosiddetti gatti delle nevi – presenti in Italia con una flotta di circa 840 unità. Essi sono veicoli alimentati a gasolio, in tutto paragonabili a camion motorizzati da una potenza che si avvicina ai 400 cavalli. Possiamo immaginarci facilmente il significato di questo dato in termini di inquinamento acustico e ambientale. A ciò dobbiamo poi aggiungere tutto l’inquinamento prodotto dai turisti che si recano in montagna in auto, ben maggiore, ma non dobbiamo comunque ignorare l’impatto dei battipista, il quale è considerevole.

In Germania stanno introducendo dei mezzi bimotore, ibridi, che utilizzano anche l’elettrico. I costi produttivi di un simile veicolo, però, restano ancora insormontabili. Questi mezzi, dopotutto, hanno necessità di potenza. Operano in pendenza, a temperature basse e dispongono di lame e frese che vanno messe e mantenute in funzione. È poco verosimile pensare che la montagna possa smettere, nel breve, di andare a gasolio.

Come comportarsi?

Dal momento che il surriscaldamento globale galoppa inarrestabile, a maggior ragione a seguito della pandemia che sta vanificando gran parte degli sforzi fatti in precedenza per combattere il cambiamento climatico – si pensi alle fabbriche riattivate al massimo della loro potenza per rimettere in moto l’economia o alle mascherine disperse ovunque nell’ambiente – avremo sempre più necessità della neve artificiale. Come si è scritto, il settore del turismo montano non vive altrimenti.

Come si deve comportare il turista? Al solito, innanzitutto è importante essere informati di che cosa significhi andare a sciare, di questi tempi. In secondo luogo, poi, il consiglio è quello di scegliere comprensori alti, in quota, ove l’impatto dell’innevamento industriale è minore. Qualora ciò non ci fosse possibile, per via dei costi o delle distanze, allora è consigliabile sfruttare i comprensori più vicini alla nostra residenza, magari quelli appenninici, riducendo così le emissioni dovute al nostro spostamento. Quest’ultimo, poi, non è detto che debba essere affrontato in auto, si può valutare di coprire la distanza in treno, magari. Ovviamente, fare la cosa green è sempre la scelta più faticosa; stare dalla parte dell’ambiente è la scelta più difficile ma anche l’unica possibile.

Ci auguriamo che la tecnologia riesca ad andare incontro al meglio alle esigenze di questo settore. Se così non fosse il turismo invernale diverrebbe un indotto sempre più inquinante, difficilmente sostenibile, quando non seriamente dannoso per l’ambiente.

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Tanto tuonò che piovve. Ci siamo ormai abituati, ahinoi, alle alluvioni estive nel nostro Paese. Solo nelle ultime settimane possiamo ricordare una bomba d’acqua a Milano, con esondazione del Seveso (24 luglio), il nubifragio a Verona (23 agosto) e l’allagamento a Cortina d’Ampezzo (24 agosto). Il trend, però, non è certo iniziato in questo poco fortunato 2020.

Il maltempo è conseguenza del cambiamento climatico

La Coldiretti, l’associazione dei coltivatori diretti, monitora costantemente l’andamento delle condizioni meteorologiche italiane. A detta loro, nel nostro Paese, si verificherebbero violenti temporali durante la stagione estiva ormai in maniera costante. Nella bella stagione 2020 che si appresta a terminare, in Italia, ci sarebbe stata la non invidiabile media di ben 3 grandinate ogni giorno.

“Siamo di fronte alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche in Italia l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma. La tendenza alla tropicalizzazione del clima si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo. Ciò compromette le coltivazioni con costi per oltre 14 miliardi di euro, in un decennio, tra perdite in produzione agricola nazionale e danni a strutture e infrastrutture nelle campagne.” L’associazione dei coltivatori ha spiegato così il suo rapporto annuale relativo all’estate 2020. In questa specifica fase stagionale – l’estate è un periodo chiave per numerose coltivazioni – è proprio la grandine il nemico più temuto.

Alluvioni estive e fenomeni estremi portano a estremi danni

L’elaborazione di Coldiretti muove da dati ESWD, European Severe Weather Database, e i risultati dati sono piuttosto preoccupanti per l’indotto del settore agricolo. La raccolta estiva della frutta, infatti, rischia di essere pesantemente minata dall’insorgenza di fenomeni atmosferici così estremi. Anche la vendemmia è in procinto di cominciare e si corre il rischio di perdere fino a un anno intero di lavoro qualora i fenomeni lambissero le vigne.

Naturalmente, per il benessere delle colture le precipitazioni sono necessarie, l’acqua è vita come ben sappiamo e la siccità è un pessimo nemico dell’agricoltura. La pioggia però occorre in maniera costante. Non è salutare avere periodi con precipitazioni nulle e poi nubifragi che ricordino le cataratte del cielo di biblica memoria. I forti temporali sono una minaccia poiché le precipitazioni violente causano frane e smottamenti. In un Paese dall’altissimo rischio idrogeologico come la nostra Italia, le alluvioni estive sono una calamità rilevante.

“I cambiamenti climatici con precipitazioni sempre più intense e frequenti, le bombe d’acqua che si abbattono su un territorio fragile per via della cementificazione e dell’abbandono sono una minaccia. Sono saliti a 7252 i comuni italiani a rischio frane e/o alluvioni secondo le elaborazioni Coldiretti su dati ISPRA. Si tratta del 91,3% del totale” precisa la stessa associazione di coltivatori.

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Un nuovo contesto climatico

L’Italia del Nord è stata falcidiata dal maltempo, negli ultimi giorni, e le alluvioni estive hanno portato danni ingenti e disperso persone. Grandine, pioggia e smottamenti si sono susseguiti a Milano, in Valtellina, nell’alessandrino, ad Asti e a Casale Monferrato. Il veronese, Mantova, Cremona e la provincia di Belluno sono tutti stati investiti dalle intemperie, così come il vicentino. In luglio una brutta alluvione estiva colpì invece la città siciliana di Palermo. Il nuovo contesto climatico estivo, nel nostro Paese, pare sempre più essere caratterizzato da periodi di caldo rovente proveniente dal deserto del Sahara alternati a fenomeni di estremo maltempo in zone più o meno circoscritte del nostro Paese.

Quando infatti agli anticicloni africani, i quali caratterizzano sempre più spesso la bella stagione nelle nostre regioni, si uniscono correnti atlantiche fresche e instabili; vengono innescati nubifragi, grandinate e alluvioni devastanti, portatrici di conseguenze distruttive, anche a causa della non ottimale condizione delle infrastrutture italiane, spesso sofferenti di scarsa manutenzione quando non proprio abbandonate al più totale disinteresse. Lo scontro tra diverse masse d’aria genera i presupposti necessari alla formazione di imponenti celle temporalesche, capaci di scaricare al suolo ingenti quantità di acqua in pochissimo tempo.

Il surriscaldamento globale potenzia le alluvioni estive

A ciò va aggiunta la nefasta azione che il surriscaldamento globale gioca sulle temperature dei mari. L’innalzamento di queste ultime, infatti, comporta una maggiore evaporazione. Di conseguenza, l’atmosfera si arricchisce sempre più di vapore acqueo, ovvero umidità. Possiamo pensare a questo elemento, come al vero catalizzatore per la formazione dei temporali. L’umidità in atmosfera, infatti, non è che energia potenziale per alimentare forti rovesci. La penisola italiana è circondata dal mare, dunque si trova spesso proprio al centro degli scontri tra masse d’aria calda e fredda, e la zona di conflitto nella quale esse si incontrano subisce l’influenza dell’evaporazione accelerata a causa dell’innalzamento delle temperature planetarie.

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Il nostro pianeta minacciato

Le estati non sono certo terribili solo a casa nostra. Oramai l’intero pianeta ha un problema con il surriscaldamento. Negli scorsi mesi abbiamo avuto 38 gradi a Londra, 40 a Madrid e addirittura 42 a Parigi, senza poi parlare del gran caldo siberiano, senza precedenti. Le alluvioni estive hanno colpito senza alcuna pietà Turchia, Corsica, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Ucraina, Polonia , Bulgaria, Giappone, Bangladesh e l’isola greca di Evian. Per i morti e i dispersi climatici, però, non esiste alcuna università John Hopkins a darci quotidianamente il numero di morti, feriti e dispersi. Sembra chiaro che il mondo reputi più pericolosa la pandemia della ben più insidiosa questione ambientale.

E poi c’è la situazione cinese. Il gigante asiatico è, da giugno, alle prese con una stagione delle piogge che pare infinita. Nella Cina rurale la catastrofe potrebbe essere epocale in termini di danni economici e vite umane perse. Eppure il governo di Pechino preferisce tenere tutto nascosto, insabbiando una vicenda che non farebbe certo buona propaganda. Le cifre che circolano raccontano di 219 morti, 64 milioni di cinesi vittime di esondazioni e, dunque, semisommersi, più di 50mila edifici crollati, 2 milioni di persone evacuate e 5 milioni di ettari di terre coltivate inondati. Le piogge però non accennano a smettere e questi numeri dovranno essere aggiornati.

I responsabili dietro al fenomeno delle alluvioni estive

Non basta però snocciolare dati che ogni estate si fanno più cupi, occorre invertire la tendenza che continua a soffiare sulle vele del surriscaldamento globale, occorre che la società si impegni davvero a cambiare la situazione. I principali responsabili delle alluvioni estive sono gli stessi che stanno alla base del fenomeno dell’innalzamento del clima a livello globale: gli uomini.

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Alluvioni estive e danni climatici, quali sono le colpe dell’uomo

La mano dell’uomo gioca un ruolo di assoluto primo piano nella propagazione e prosperazione dei fenomeni atmosferici estremi. La distruttività delle alluvioni estive, ad esempio, si deve a gravi mancanze ambientali che da tempo vengono messe in risalto da geologi e ambientalisti: la latitante manutenzione di sponde e argini fluviali, la selvaggia cementificazione dei letti e delle aree ad essi adiacenti, le canalizzazioni forzate, tutte queste operazioni condotte dall’uomo portano a un serio dissesto idrogeologico. È stato calcolato che in Italia si consumino ogni giorno circa 90 ettari di suolo. È naturale che, se aggiungiamo a questi dati il surriscaldamento globale, ci accorgiamo bene di quale sia la strada che stiamo percorrendo.

Degrado ecologico e innalzamento delle temperature non sono una buona accoppiata. Dobbiamo sforzarci di dividerla, eppure, sembra che la comunità umana mondiale sia piuttosto lieta di questo metaforico fidanzamento, tanto che continua a rafforzarlo, comportandosi in maniera sbagliata, incurante della salvaguardia ambientale. Se vogliamo evitare altri articoli che parlano di alluvioni estive e delle loro brutte conseguenze, occorre agire in fretta.

Evacuazione a Courmayeur: il ghiacciaio può crollare

evacuazione courmayeur

Quando scriviamo che i cambiamenti climatici sono già qui ci riferiamo anche a questo. Il 5 agosto 2020 sono state evacuate circa 70 persone che alloggiavano ai piedi del ghiacciaio di Planpincieux, a Courmayeur, nella bassa Val Ferret. Il caldo inusuale, infatti, potrebbe farlo crollare.

Un caldo inusuale

Il sindaco di Courmayeur, illustrando il motivo dell’evacuazione, ha chiarito la portata del rischio. Un’ enorme calotta di ghiaccio del volume di 500.000 metri cubi potrebbe staccarsi dal ghiacciaio da un momento all’altro. Sarebbe un po’ come se un Duomo di Milano composto di acqua e ghiaccio si riversasse sull’area ai piedi del Planpincieuxv. Per evitare una strage, residenti e turisti sono stati evacuati e al momento la piccola località è rimasta deserta.

La causa di un possibile crollo sarebbe da trovarsi, neanche a dirlo, nell’aumento delle temperature. In particolare, si è verificato uno shock termico dovuto a un clima decisamente troppo caldo per la zona, seguito da un’ondata di freddo improvvisa. Non stupisce, visto che l’Italia è una delle nazioni che più sta subendo l’aumento delle temperature globali. La temperatura media nazionale è infatti aumentata di circa 2,5°C rispetto al periodo 1880-1909, il doppio del valore medio globale.

I ghiacciai si sciolgono sotto i nostri occhi

Quella della Val Ferret è un’anomalia che sta sempre più diventando una norma.  L’ultimo Catasto dei ghiacciai italiani, pubblicato nel 2015, dimostra che in 50 anni la superficie dei ghiacciai italiani è passata da 527 kmq agli attuali 370 kmq, riducendosi di quasi un terzo. La stessa area del Massiccio del Monte bianco era già stata dichiarata a rischio lo scorso settembre, quando si era evidenziato il potenziale crollo di 250.000 metri cubi di ghiaccio. In pochi mesi il rischio è raddoppiato.

Il trend globale non è sicuramente rincuorante. Il Pianeta ha infatti già perso 5000 giga tonnellate di ghiaccio, una superficie grande quanto la Spagna. Il documentario Chansing Ice, sul quale abbiamo scritto un articolo, è illuminante a riguardo. Per esempio, mostra come il ghiacciaio Ilulissat, in Groenlandia, si stia ritirando molto più velocemente della norma. Ci sono infatti voluti 100 anni, dal 1900 al 2000, perché Ilulissat si ritirasse di 12 chilometri. Dopodiché, dal 2000 al 2010, in soli 10 anni, si è ritirato di 14,4 chilometri.

Vanda Bonardo, responsabile nazionale Legambiente Alpi, ha affermato che” l’emergenza climatica sta enormemente accelerando i crolli e la fusione dei ghiacciai. Seppur si tratti di un ghiacciaio da sempre soggetto a crolli e per questo monitorato costantemente da diverso tempo, ma si è vista una massa così grande in movimento. Chiediamo che il Paese affronti le emergenze climatiche al più presto in maniera sinergica e attraverso azioni e politiche di mitigazione e adattamento al clima di ampio raggio, ragionando al tempo stesso sul futuro dei territori montani e delle montagne, un ecosistema estremamente fragile che va difeso e tutelato”.

Estinzione: a rischio orsi polari e squali

La pesca distruttiva e insostenibile sta facendo crollare il numero di squali in molte barriere coralline e, se il riscaldamento climatico continuerà senza sosta, gli orsi polari andranno incontro ad estinzione certa entro la fine del secolo. Questo è quanto riportato in alcuni studi che mettono in luce lo stato di salute di due predatori essenziali per gli ecosistemi marini e terrestri.

Estinzione, cos’è?

Gli studiosi parlano di “annientamento biologico“, miliardi di popolazioni animali sono state perse negli ultimi decenni. L’annientamento della fauna selvatica in un così breve lasso di tempo è il risultato della sesta estinzione di massa ed è più grave di quanto si temesse.

Leggi il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Gli scienziati incolpano la sovrappopolazione umana ed il consumo eccessivo di risorse. Avvertono che tutto ciò minaccia la nostra sopravvivenza, con poco tempo in cui agire.

Negli ultimi 100 anni si sono estinte quasi 200 specie di vertebrati, circa 2 specie all’anno. Pochi si rendono conto, tuttavia, che in “natura” per raggiungere questi numeri non sarebbe bastato un secolo, ma almeno 10.000 anni. La IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ogni anno stila una “red list“. La Lista Rossa IUCN è un indicatore critico della salute della biodiversità nel mondo. 

Molto più di un elenco di specie e del loro stato di salute, è un potente strumento per informare e catalizzare l’azione per la conservazione della biodiversità e il cambiamento delle politiche, fondamentale per proteggere le risorse naturali di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Fornisce informazioni sulla dimensione della popolazione, habitat ed ecologia, minacce e azioni di conservazione.

Le estinzioni sono drammatiche ed a lungo termine, poiché tali perdite sono irreversibili e possono avere effetti profondi che vanno dall’esaurimento delle risorse al deterioramento della funzione e dei servizi dell’ecosistema.

Estinzione squali

Un nuovo studio ha scoperto che le pratiche di pesca insostenibili hanno portato a un calo del numero di squali nelle barriere coralline di tutto il mondo, sconvolgendo l’equilibrio ecologico degli ecosistemi marini. In effetti, gli squali sono già ” funzionalmente estinti ” dal 20 percento delle barriere coralline studiate.

Decenni di sfruttamento eccessivo hanno devastato le popolazioni di squali, lasciando notevoli dubbi sul loro stato ecologico. Tuttavia, gran parte di ciò che si sa su questi ultimi è stato dedotto dai registri delle catture della pesca industriale, mentre sono disponibili molte meno informazioni sugli squali che vivono in habitat costieri. 

Gli squali sono parte integrante delle barriere coralline. Agiscono come specie indicatrici (bio indicatori) che forniscono informazioni sulla salute a tutto tondo degli ecosistemi in cui vivono.

Gli ecologi sono preoccupati che la scomparsa degli squali potrebbe potenzialmente innescare un fenomeno chiamato “mesopredator release“, in cui popolazioni di predatori di medie dimensioni aumentano rapidamente negli ecosistemi dopo la rimozione di grandi carnivori. Tali aumenti rapidi possono forzare improvvisi cambiamenti nella struttura degli ecosistemi.

La pesca incontrollata, le ghost net e la perdita degli habitat in cui vivono hanno portato ad un drastico calo delle popolazioni mondiali di squali.

Leggi il nostro articolo: “Galapagos, flotta cinese nella riserva marina UNESCO”

Tuttavia, permangono opportunità per la conservazione degli squali di barriera: santuari, aree chiuse, i limiti di cattura e l’assenza di reti da pesca. Le popolazioni di squali avranno una possibilità di recupero solo se verranno intraprese risposte concrete.

Lo studio pubblicato su Nature

Lo studio ha coinvolto oltre 100 scienziati, che hanno utilizzato una rete di telecamere subacquee in 58 paesi, coprendo 371 barriere coralline, per osservare gli squali nel loro habitat naturale nell’arco di quattro anni. Le 15.000 ore di riprese video hanno mostrato che gli squali erano spariti da quasi una barriera corallina su cinque.

“In un momento in cui i coralli stanno lottando per sopravvivere in un clima che cambia, la perdita di squali di barriera potrebbe avere conseguenze terribili a lungo termine per interi sistemi di barriera. Potrebbe portare gli squali all’estinzione.”

Ciò è quanto dichiara al The Guardian il dott. Mike Heithaus del Dipartimento di Scienze Biologiche della Florida International University, che ha finanziato lo studio.

Forse non è troppo tardi

Ma non è troppo tardi. I ricercatori hanno scoperto che alle Bahamas, negli Stati Uniti, in Australia, nella Polinesia francese ed alle Maldive gli sforzi di conservazione stanno funzionando e gli squali sono in abbondanza. 

Pratiche come il divieto di determinate attrezzature da pesca e la limitazione del numero di squali che possono essere catturati hanno funzionato in queste regioni.

“Ridurre la mortalità a causa della pesca è la chiave per proteggere le popolazioni degli squali esistenti, ricostruire le popolazioni in cui sono diminuite ed evitarne così l’estinzione. Abbiamo scoperto che ci sono diverse opzioni di gestione per ricostruire efficacemente le popolazioni di squali. Tra queste, la messa al bando delle reti da imbrocco, la definizione dei limiti di cattura e la creazione di grandi aree protette o santuari. Dobbiamo davvero muoverci in modo sostanziale verso la conservazione e il recupero nel prossimo decennio, altrimenti saremo in guai seri”. 

Non esiste una soluzione unica per tutti. I paesi devono capire come affrontare al meglio i numeri in diminuzione nei loro territori, comprendendo quali fattori specifici dell’area (o combinazioni di fattori) siano responsabili del declino degli squali, per evitare la futura estinzione di uno dei predatori più importanti in natura.

Estinzione orsi polari

Secondo uno studio pubblicato sul magazine Nature Climate Change, la riduzione dei ghiacci costringerà gli orsi polari (Ursus maritimus) a terra per un periodo prolungato, privandoli della capacità di cacciare cibo e costringendoli a sopravvivere con il grasso accumulato.

Gli orsi polari saranno così costretti a digiunare per periodi più lunghi di quelli attuali mettendo a rischio la loro sopravvivenza, spiega la ricerca secondo la quale a essere maggiormente in pericolo sono i cuccioli, mentre le femmine adulte sarebbero le ultime a perire.

Il sempre più rapido scioglimento dei ghiacci provoca agli orsi polari serie difficoltà nel reperire le risorse necessarie a sopravvivere. La loro estinzione potrebbe avvenire entro il 2100.

Lo studio prende in esame 13 sottopopolazioni (l’80% della totale popolazione di orsi) e calcola l’energia necessaria a questi ultimi per sopravvivere. I dati vengono poi incrociati con le proiezioni al 2100 sui ghiacci, nel caso in cui il riscaldamento climatico procedesse ai livelli attuali.

Il risultato dello studio

Il risultato è che il lasso temporale per cui gli orsi potrebbero essere costretti a digiunare supera quello per cui sono in grado di restare senza cibo. In altre parole morirebbero di fame. Poiché non solo dovrebbero digiunare di più ma si troverebbero ad affrontare non pochi problemi nel reperire cibo quando possibile.

Nei periodi in cui vi è minor probabilità di reperire il cibo, gli orsi si muovono il meno possibile per risparmiare energia. Ma la riduzione dei ghiacci e il calo della popolazione crea problemi anche su questo fronte; allungando i tempi per trovare un compagno, costringendoli a muoversi di più ed a bruciare energia preziosa per la sopravvivenza.

Il destino degli orsi polari è da tempo al centro del dibattito sul cambiamento climatico causato dall’uomo, con gli ambientalisti da un lato e chi nega il problema riscaldamento dall’altro. Gli scienziati replicano mettendo in evidenza come nei precedenti periodi di temperature elevate gli orsi avevano accesso a fonti alternative, che ora non hanno più.

L’estinzione: un fenomeno dalla velocità mai vista

L’impatto antropico sempre maggiore che esercitiamo sul Pianeta terra, direttamente o indirettamente, sta mettendo a dura prova la gran parte delle specie che vivono al nostro fianco. I predatori all’apice delle catene trofiche sono solo un piccole esempio.

Lo sfruttamento incontrollato dei territori, l’inquinamento dei cieli, della terra e degli oceani, sta portando il fenomeno dell’estinzione ad una velocità mai vista. E’ la prima volta nella storia del Pianeta che una singola specie causa l’estinzione di altre e la distruzione del proprio habitat.

E’ necessario che le politiche mondiali inizino a prendere seriamente la crisi ambientale, in tutte le sue forme, prima che sia troppo tardi.

Nuovi migranti climatici da Somalia e Bangladesh

migranti climatici

Quando si parla di migranti climatici è difficile trovare un focus sul quale concentrarsi, viste le innumerevoli motivazioni che spingono milioni di persone a fuggire dalla propria terra a causa del clima che cambia. Oggi, però, parliamo in particolare delle alluvioni che hanno colpito Somalia e Bangladesh nelle recenti settimane.

I migranti climatici somali

In Somalia si è scatenata la terza alluvione in nove mesi. Il Paese, già provato dalla guerra che prosegue da decenni, dall’invasione delle locuste e, più recentemente, dalla pandemia di Covid-19, è stremato. Come denuncia Save the Children, circa 150.000 bambini, una delle categorie di persone più fragili e più numerose della nazione, sono in fuga insieme alle famiglie dalle loro case nel sud della Somalia. Hanno inoltre lasciato alle loro spalle ben 33 mila ettari di terreno ormai non più coltivabile nel breve periodo.

Leggi anche: Effetto serra effetto guerra. L’umanità che si autodistrugge.

L’Ufficio di Coordinamento per gli Affari Umanitari dell’Onu elenca dati ancora più strazianti. Si stima che 149.000 ettari di terreni agricoli siano stati danneggiati dalle inondazioni in 100 villaggi di Jowhar, nei distretti di Mahaday e Balcad, appartenenti alla regione del Shabelle. Soltanto il 14 e il 15 luglio 15 mila famiglia sono state sfollate e destinate ai campi profughi. Nel distretto di Balcad, il 23 al 25 luglio sono esondati dei fiumi che hanno provocato lo sfollamento di oltre 4.100 persone e inondato oltre 1.421 ettari di terreni agricoli. Questi sono solo alcuni dei tantissimi, tristi numeri che riguardano la Somalia e i suoi migranti climatici.

Le alluvioni in Bangladesh

Mentre il Bangladesh sta ancora cercando di riprendersi dopo il super ciclone Amphan che si è abbattuto sull’area il mese scorso, una crisi umanitaria ancora maggiore incombe su questi stessi territori. Infatti questa stagione monsonica è stata una delle più violente degli ultimi decenni. Secondo la Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, 9,6 milioni di persone sono state affette da disastri ambientali in Bangladesh, Nepal e India nord-orientale, delle quali 550 hanno perso la vita.

Anche qui, il problema non è soltanto relativo alla perdita di terreni e al dislocamento di milioni di persone. Come ha dichiarato Rezaul Karim Chowdhury, direttore esecutivo della ONG Coast, in Bangladesh, “il paese è stato bloccato per quattro mesi (a causa del Covid-19, ndr.) e questo ha avuto un impatto molto forte sul Paese. Il 40% del reddito degli abitanti delle zone rurali, infatti, proveniva dalle aree urbane e all’improvviso i lavoratori hanno smesso di inviare soldi a casa”.

Gli abitanti delle zone periferiche si sono trovati così a vivere con i pochi prodotti ricavati dai terreni. Terreni che ora non producono più nulla a causa del ciclone Amphan e dai monsoni. Un terzo della popolazione è quindi ora sotto la soglia di povertà.

Non solo alluvioni: il viaggio straziante dei migranti climatici

Assistere a un’alluvione deve essere un’esperienza terribile, da tutti i punti di vista. Per i migranti climatici, però, questo è solo l’inizio. Le persone colpite perdono tutto. Casa, terreni, talvolta le persone care. Sono poi costretti a vivere per mesi, forse anni in campi profughi sovraffollati, non attrezzati e che spesso sono un concentrato di sporcizia e malattie. Il Covid-19 ha infatti peggiorato la situazione di tutti i campi profughi del mondo. In più le acque stagnanti delle alluvioni attraggono le zanzare che, sopratutto nel caso dell’Africa, sono ancora veicolo di malattie come la malaria.

Se poi queste persone volessero spostarsi in un luogo più sicuro e con più opportunità per rifarsi una vita, la loro situazione si complica ulteriormente. Potrebbero infatti voler migrare fuori dalla nazione colpita o anche dallo stesso continente. Dovrebbero così affrontare tutti i pericoli e le problematiche di cui noi italiani abbiamo un assaggio ogni qualvolta un’imbarcazione viene intercettata nel mediterraneo.

La causa sono anche i cambiamenti climatici

Il tutto è ancora più grave se inserito nel quadro dei cambiamenti climatici. Le alluvioni non faranno che aumentare nel corso degli anni. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi. Inoltre, se prima questi eventi erano localizzati nella zona equatoriale, adesso si stanno spostando verso zone tradizionalmente più temperate, come la stessa Italia. Lo dimostrano le recenti alluvioni di Palermo e di Milano (leggi qui il nostro articolo su Palermo).

Secondo la Banca Mondiale entro il 2050 vi saranno oltre 140 milioni di profughi interni, che si muoveranno per cercare un clima più favorevole. Philip Alston, relatore speciale dell’ONU, ha affermato che il riscaldamento globale “potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in povertà entro il 2030. E lo sta già facendo.

Un altro aspetto da non sottovalutare è che fino ad oggi le abitudini di consumo che hanno causato la crisi climatica sono derivate dai paesi più sviluppati del mondo. Le conseguenze maggiori della crisi, però, si abbattevano su coloro che con le emissioni di gas fossili non avevano nulla a che fare (come, appunto, la Somalia e i paesi africani).

Sempre secondo Alston, i Paesi che sono responsabili di appena il 10% delle emissioni totali del pianeta, subiranno il 75% delle conseguenze del clima che cambia. Adesso, però, le cose stanno cambiando e, forse, quando i disastri ambientali colpiranno con sempre maggiore frequenza l’Occidente, la bilancia tornerà sul suo asse.

Leggi anche: “Solo i ricchi si salveranno. Allarme ONU sul climate change”.

Perdita di metano in Antartide, scienziati preoccupati

Perdita di metano in ANtartide

La rilevazione

Andrew Thurber è uno scienziato, un ricercatore presso l’università statunitense di Oregon State. In questi giorni si è detto “molto preoccupato” in quanto ha rilevato, insieme al suo gruppo di studio e ricerca che si occupa di Antartide, una perdita di metano attiva sul fondale dell’oceano che circonda il continente ghiacciato.

Perdita di metano in Antartide Andrew Thurber
Andrew Thurber (primo piano) in Antartide. Foto: Polar Journal

La motivazione di questa fuoruscita rimane un mistero. Non siamo a conoscenza del motivo per cui il gas sia fuoriuscito. La rilevazione è avvenuta nel braccio di oceano denominato Mare di Ross, una zona che la squadra di Thurber non ritiene vittima del surriscaldamento globale, per ora. Gli scienziati, però, si basano su dati risalenti al 2016, quando si sono recati in loco. Da quell’anno in avanti, il loro lavoro si è svolto esclusivamente in università. All’interno di un laboratorio molto lontano dall’Antartide.

Disgelo e perdita di metano in Antartide, i precedenti storici

Il timore degli scienziati è che questa perdita sia riconducibile a precedenti storici poco entusiasmanti. Dodicimila anni fa, al termine della cosiddetta Era Glaciale, la ritirata improvvisa e massiccia dei ghiacciai provocò consistenti emissioni di gas metano. Ciò fu dovuto all’azione di dissolvimento delle masse solide, ghiacciate, che liberarono numerose strutture, disseminate sul fondale del mare Artico, contenenti metano. La paura è che questo rilevazione possa essere una prima fase della ripetizione di questo fenomeno.

La fuga è stata individuata ad una profondità di circa 10 metri. La localizzazione precisa riporta le coordinate di Cinder Cones, nel McMurdo Sound. Il team di Thurber alla OSU è convinto che in quelle acque siano conservate enormi quantità di gas metano. Le pareti di ghiaccio le terrebbero imprigionate a quelle latitudini. Se però esse dovessero sciogliersi a causa dell’aumento della temperatura dell’acqua, le perdite gassose aumenterebbero rapidamente.

Il Video dell’università di Oregon State sulla fuga di metano in Antartide

Nel preciso momento in cui si scrive, non si riscontra un riscaldamento così significativo, nel Mare di Ross, da poter avvalorare questa tesi. Il rilascio di gas, dunque potrebbe essere dovuto ad altre cause. Il collegamento tra la perdita e il surriscaldamento, ad oggi, è puramente teorico.

Leggi anche: “Enormi teli anti – fusione sui ghiacciai alpini”

I microbi testimoniano la sofferenza del Pianeta

Che ci fosse qualcosa che non andava, a Cinder Cones, era stato già scoperto nel 2011. Alcuni sub immersi in quelle acque, infatti, si accorsero che la concentrazione di metano nell’acqua era troppo elevata. Passarono però ben 5 anni prima che fosse assemblata una squadra di scienziati – quella guidata da Thurber – e la si inviasse a studiare dettagliatamente il fenomeno.

Le loro osservazioni non sono troppo positive. Andrew Thurber ha affermato: “La scoperta più importante è il ritardo nel consumo del metano. Non è una buona notizia. Nella maggior parte degli oceani, quando fuoriesce metano dal fondale, viene consumato dai microbi sedimentati sul fondo o nella colonna d’acqua sopra la fuga. La lenta crescita dei microbi nel sito di Cinder Cones e la sua profondità, però, significano che il metano si diffonderà quasi sicuramente nell’atmosfera.” I microbi sono fondamentali nell’indicare lo stato di un giacimento gassoso. La presenza di una distesa di microbi bianchi lunga oltre 70 metri attesta la fuoriuscita. La riserva di gas potrebbe avere migliaia di anni.

Il motivo per il quale i microbi non riescono ad arrestare la fuoriuscita sarebbe che il metano sta consumando le alghe le quali formano i sedimenti ove questi agenti bianchi si annidano. Qualunque sia però la causa, su cui anche gli scienziati si stanno interrogando, la situazione non potrà che aggravarsi se il flusso del gas non sarà arrestato.

Leggi anche: “Ghost Net: le reti da pesca che soffocano gli oceani”

La perdita di metano in Antartide, i motivi di preoccupazione

“Ci sono voluti più di 5 anni prima che i microbi si manifestassero e, nonostante ciò, il metano fluiva rapidamente dal fondale marino. La grande domanda da farsi è: quanto è grande il ritardo dei microbi rispetto alla velocità con cui potrebbero potenzialmente formarsi nuove perdite?” In queste parole di Thurber ben si coglie la sua principale preoccupazione. Il timore è che la microfauna marina non riesca ad arrestare questa ed eventuali prossime esfiltrazioni gassose. “Potrebbero volerci anche 5 o 10 anni prima che una comunità di microbi si adatti completamente e inizi a consumare metano.” Ha concluso lo scienziato americano.

Perdita di metano in Antartide superficie

Dunque per un decennio il metano potrebbe trasferirsi dall’acqua all’aria, passando nell’atmosfera per evaporazione. Questo dato è molto preoccupante perché, come sappiamo, il nostro pianeta ha già un grave problema di emissioni, dovuto in larga parte alle attività umane. Mentre aumentano i motivi di preoccupazione, la comunità internazionale continua a fare troppo poco per affrontare questa battaglia che ci riguarda tutti. Chiunque voglia approfondire la ricerca di Thurber e dei suoi due assistenti, Sarah Seabrook e Rory M. Welsh, può farlo sulle pagine della Royal Society Publishing, in lingua originale.

Enormi teli anti-fusione sui ghiacciai alpini

ghiacciai alpini

L’enorme telo disposto sulla superficie del Rhone, il più antico dei ghiacciai alpini, il quale è situato in Svizzera, rappresenta l’enorme contraddizione nella quale ormai l’umanità si auto-costringe a vivere. Il fatto cioè che la tecnologia può costituire la soluzione alla crisi climatica, indotta proprio da quella stessa tecnologia.

Come funzionano i teli sui ghiacciai alpini

Questo tipo di tecnologia è stata già utilizzata nel corso degli anni su vari ghiacciai alpini e, non lo neghiamo, ha ridotto di molto lo scioglimento dei ghiacciai. Per esempio, il telo disposto sul Presena, appartenente al gruppo della Presanella, in Trentino-Alto Adige, ha ridotto lo scioglimento del ghiaccio del 52%. Questo avviene perché i teli sono di un materiale e di un colore (bianco molto acceso) che riflettono la luce e impediscono alla neve e al ghiaccio sottostanti di raggiungere temperature troppo elevate.

Questa temporanea vittoria, però, non deve illuderci che abbiamo tra le mani la soluzione al cambiamento climatico. Molte associazioni ambientaliste, Legambiente in testa, sono scettici a riguardo. Vanda Bonardo, responsabile Alpi per Legambiente e presidente del Comitato internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra) ha rivelato all’ANSA che i teli sono solo un palliativo o un accanimento terapeutico, ma non sono la soluzione. Anzi, sottolinea, rappresentano un rimedio solo temporaneo che trasmette però all’opinione pubblica una illusione errata, che i ghiacciai così si possano salvare“.

Telo sul ghiacciaio Presena

I media esultano per i ghiacciai alpini preservati

Lo dimostra l’articolo trionfante di Repubblica in merito ai teli sul Presena. Uno dei giornali più importanti e più letti in Italia, infatti, non solo esultava per i teli che preservavano i ghiacciai nei mesi estivi, ma elogiava anche gli sparaneve; i quali sono una contraddittoria soluzione per proteggere i ghiacciai durante l’inverno. Senza naturalmente sapere che i cannoni sparaneve sono una delle tecnologie più dannose per il clima.

In primo luogo, la neve artificiale ha un potere isolante molto inferiore a quella naturale. Per crearla è richiesta una enorme quantità di energia. Come abbiamo ampiamente trattato in questo articolo riguardo alla neve artificiale dell Ski Dubai, per produrre una tonnellata di neve si consumano circa 5,6 kWh. In una notte le macchine ne producono circa 50 tonnellate, consumando in questo lasso di tempo quello che un frigorifero di classe A consuma in un anno. Come se non bastasse, per coprire una pista lunga un chilometro, le tonnellate di neve necessarie sono 10 mila. Come ho accennato prima, poi, la neve artificiale ha una densità molto maggiore rispetto a quella naturale (400-500 km/ m³ contro 200-300 km/ m³) e per questo ne serve molta di più.

L’evidenza della contraddizione

Tornando ai teli, sarebbe interessante sapere di che materiale sono fatti e come verranno smaltiti. Si tratta infatti di enormi quantità di stoffa (sul Presenta si è arrivati a coprire 100 mila metri quadrati di ghiaccio). Non è poi da escludere che al suo interno sia contenuto anche del materiale plastico, proprio per il suo potere riflettente. La produzione del telo, quindi, sarebbe possibile soltanto tramite l’estrazione di petrolio e, quindi, alimenterebbe essa stessa il riscaldamento che sta sciogliendo i ghiacciai. La contraddizione, qui, è abbastanza evidente.

Non bastano quindi i dati allarmanti relativi allo scioglimento dei ghiacciai, alpini e non. Solo negli ultimi 100 anni i ghiacciai delle Alpi si sono infatti dimezzati. Di questo volume perso, il 70 per cento si è registrato solo negli ultimi 30 anni. Come ha affermato Renato Colucci, glaciologo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), tutti i ghiacciai che si trovano al di sotto dei 3500 metri di altitudine scompariranno nei prossimi 30 anni. Il che significa che quasi tutti i ghiacciai alpini non vedranno l’alba del 1 gennaio 2051.

L’unica vera e permanente soluzione è quella di tagliare le emissioni e cambiare il nostro stile di vita.

BlackRock pubblica l’elenco delle aziende poco attente al clima

blackrock

BlackRock è un colosso nel mondo degli asset management. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una società leader globale nella gestione del risparmio che si occupa principalmente di pianificazione finanziaria. L’obiettivo dichiarato della società è il raggiungimento del benessere finanziario dei propri clienti, siano essi privati o società. Specialmente queste ultime, rappresentano il core business aziendale. Di BlackRock abbiamo già parlato, qui su l’EcoPost, in seguito all’impegno aziendale di rilanciare gli investimenti che tutelino, o comunque non danneggino l’ambiente, strada intrapresa tra luci e ombre qualche mese fa.

In ottima forma

Sono stati dichiarati i conti di BlackRock per il secondo trimestre 2020. Gli utili sono stati migliori delle attese, con afflussi che ammontano a ben 100 miliardi di dollari anche durante il picco della volatilità del mercato dovuta alla pandemia. Tra aprile e giugno, la società ha evidenziato un EPS di 7,85 dollari per azione, in crescita di un sontuoso 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I soli ricavi del gruppo sono aumentati del 3,7% (dunque di 3,65 miliardi di dollari) mentre quelli dovuti alle attività gestite hanno registrato un aumento pari al 7%. Ammontano ora a 7,32 trilioni di dollari. Che cifra è? Lasciamo stare. Il consensus per l’azienda era fermo sotto i 7 dollari per azione. I risultati di BlackRock hanno ampiamente superato queste stime.

BlackRock Stocks

Rallentiamo un attimo per chi mastica meno la materia finanziaria. Gli indicatori appena utilizzati possono apparire complicati ma in realtà non è così. Per EPS (earnings per share, in italiano utile per azione) si intende la redditività, in un determinato momento, del titolo azionario della società. Il consensus, invece, rende in valore numerico quali siano le aspettative degli analisti finanziari sulle prospettive di un determinato titolo quotato in Borsa. Esso è la media matematica di tutte le previsioni realizzate dagli esperti del settore e relative ad un titolo o a una società. In definitiva, BlackRock appare in ottima forma. Che c’entri qualcosa il suo reiterato impegno per l’ambiente? Vediamo come stanno le cose, su quel fronte.

BlackRock fa sul serio per l’ambiente?

Larry Fink, CEO di BlackRock e autore della lettera con la quale, ad inizio 2020, l’azienda si impegnava a dedicarsi a investimenti favorevoli all’ambiente, sembrerebbe essere passato dalle parole ai fatti. Il gigantesco gruppo di risparmio ha individuato 244 aziende colpevoli di “compiere progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model.” La società di asset management non si è limitata a stilare una lista nera di bambini cattivi; ne ha anche mandati 191 dietro la lavagna. A questi gruppi, infatti, l’azienda di Larry Fink ha “notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di voto contrario nei confronti del management di tutte quelle aziende che non compieranno progressi sostanziali entro il 2021.” Nel caso delle altre 53 aziende, invece, BlackRock ha già votato contro, quest’anno. Insomma, un primo passo, da parte del gigante della finanza è stato compiuto.

Ricordiamo che BlackRock è presente, come principale partner finanziario, nei consigli di amministrazione di moltissime aziende. I tentacoli dell’azienda guidata da Fink sono robusti e potenti. Spesso BlackRock è un alleato di ferro del management delle aziende di cui fa parte, dal momento che nessuno ne mette in dubbio l’autorità. Uno strappo tra il CEO di una data società e il suo miglior consigliere finanziario, può tradursi in una sostituzione del CEO, quando non in un rimpasto profondo dell’intero consiglio di amministrazione. Per la prosperità e i guadagni di una compagnia, affinché gli investimenti siano quanto più redditizi possibile, è importante che BlackRock e la testa della ditta restino allineate.

Leggi anche: “Investimenti verdi: l’Unione Europea promuove la finanza sostenibile”

La lista dei bocciati di Fink

Numerosi brand, tra i 53 già bocciati da Blackrock, sono nomi noti. In alcuni casi, si tratta addirittura di aziende recidive, già celebri per non essersi impegnate a sufficienza per l’ambiente, anzi, spesso di averlo proprio trascurato volutamente. Per citare qualche nome, nell’elenco troviamo Exxon, Chevron, Daimler e Lufthansa. Exxon è una compagnia che porta avanti da tempo una condotta discutibile relativamente all’ambiente. BlackRock ha voluto bacchettare il colosso petrolifero per questo motivo. L’azienda ha affermato: “Ci stiamo confrontando con Exxon da parecchi anni sul tema della gestione del rischio climatico. Nel 2020 abbiamo manifestato all’azienda come continuiamo a vedere un gap nella trasparenza e nelle azioni del gruppo in relazione alle numerose componenti della gestione di questo rischio.” Così si legge nel report intitolato Il nostro approccio alla sostenibilità.

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Laurence “Larry” D. Fink, ceo di BlackRock. Foto: BlackRock.com

in sede del consiglio di amministrazione di Exxon, BlackRock ha auspicato un maggiore allineamento alle raccomandazioni della task force creata dal Financial Stability Board (FSB), un’organizzazione internazionale che monitora il sistema finanziario globale e dà linee guida alle imprese, e ai criteri di rendicontazione del Sustainability Accounting Standards Board (SASB), un board che identifica, gestisce e riporta quei criteri di sostenibilità che più interessano gli investitori. Gli standard SASB sono sviluppati a partire da feedback richiesti periodicamente a compagnie, investitori e a tutti gli altri attori dei mercati finanziari. Il processo è variabile di indagine in indagine, trasparente e tracciabile. La possibilità di verificare questi due parametri permetterebbe di capire al meglio se Exxon stia inserendo il rischio clima nella propria strategia a lungo termine. Il sospetto è che non lo stia facendo.

Business is business

L’operato di BlackRock appare netto e deciso. Il colosso finanziario è davvero diventato improvvisamente green? È più probabile che la svolta ambientale per il leader della gestione di asset sia una questione di affari. Torniamo a citare il documento aziendale che ritrae l’approccio di BlackRock alla sostenibilità. “Il nostro impegno nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento. Integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli può fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio.” Si può crederci o no. Sicuramente, però, una società importante come BlackRock non resta sorda all’opinione pubblica. Negli ultimi tempi la questione climatica è salita alla ribalta, come ben sa chi legge abitualmente le nostre pagine, e molto di questo merito si deve a quell’adolescente svedese che si chiama Greta Thunberg e al movimento che è riuscita a creare. Fink e i suoi squali non possono certo non cavalcare un’onda simile.

La questione però potrebbe non essere limitata al tenere alta la reputazione di BlackRock e ad arricchire i suoi clienti nell’immediato, dietro le quinte di questo improvviso impegno a favore del clima, si potrebbe annidare una strategia a lungo termine. Dobbiamo infatti considerare che i fondi previdenziali sono tra i principali clienti dell’azienda di Manhattan. BlackRock gestisce pensioni in tutto il mondo. Per stimolare e tutelare investimenti di questo tipo, che giocoforza sono legati alla conservazione dell’attuale stile di vita e al mantenimento delle condizioni sociali odierne, mostrarsi attenti e impegnati verso la tutela del Pianeta è una buona mossa. Non impegnandosi con convinzione su tale tema, si potrebbe andare a minare la fiducia di grandissimi investitori – anche istituzionali – forse fino al punto di stimolare in essi il disinvestimento.

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BlackRock, la compagnia padrona del mondo. Disegno: Investigate Europe

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BlackRock, il report sulla sostenibilità

Ritorniamo al report sulla sostenibilità. “Tutte le nostre attività di gestione degli investimenti mirano a promuovere prassi di governance aziendale in grado di creare valore a lungo termine per i nostri clienti. Nella stragrande maggioranza dei casi, essi investono per raggiungere obiettivi di lungo termine come la pensione. Abbiamo la responsabilità di verificare che le aziende gestiscano correttamente i rischi legati alla sostenibilità e provvedano adeguata informazione in materia.” Più chiaro di così.

L’impegno di BlackRock

Ad ogni modo, indipendentemente dalle sue reali motivazioni, l’azienda sta dimostrando un impegno concreto. Sta tenendo fede alle parole e agli impegni presi qualche mese fa. Questo fatto è quello che conta maggiormente. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, è proprio il caso di dirlo. L’impegno attivo di BlackRock per il clima si può declinare con due parole. La prima è engagement, termine inglese traducibile con la parola coinvolgimento. “Le nostre azioni di engagement relative al clima si concentrano su società operanti in settori ad alta intensità di carbonio. Nel loro insieme, esse rappresentano una quota significativa della capitalizzazione di mercato e delle emissioni di anidride carbonica nelle rispettive aree geografiche.” Si legge ancora sul Nostro approccio alla sostenibilità.

Anche il voto contrario in cda, tradizionale strumento della finanza, è una strada molto praticata dalla società, lo abbiamo visto in apertura. C’è chi sospetta che l’attivismo di BlackRock, però, si debba al fatto che, nel corso degli scorsi anni, l’azienda è stata spesso nell’occhio del ciclone. Il gruppo di Fink, infatti, è stato ripetutamente accusato di non aver mai applicato quei criteri di sostenibilità che ora pretende da altri.

In una intervista alla CNBC, Fink parla della posizione ambientale di BlackRock e di che cosa stia facendo la sua azienda per combattere il surriscaldamento globale. L’intervista è in lingua originale.

Giovanni Sandri, country head di BlackRock per l’Italia, ritiene che non sia così e plaude all’operazione. “Puntiamo sulla trasparenza e con questo report lo stiamo dimostrando. È un tema di educazione, anche per aiutare l’opinione pubblica a formarsi idee corrette e aiutare le aziende a fare meglio. Si tratta dell’unica maniera per progredire su questo versante.” Sandri ha ragione, ci auguriamo che sia solo questo l’obiettivo della sua azienda.

Continueremo a monitorare la situazione e a tenerci (e tenere voi lettori) al pari con i futuri sviluppi di questa vicenda. Come abbiamo già detto in passato, sarebbe un grande segnale se un gigante come BlackRock si impegnasse seriamente, in prima persona, nella lotta al cambiamento climatico.

Nubifragio Palermo: non siamo pronti alla crisi climatica

nubifragio palermo

Di fronte al cambiamento climatico l’umanità non è ancora pronta. Lo dimostra il nubifragio che ha colpito Palermo il 15 luglio 2020, che ha visto cadere oltre 130 mm di acqua in poco meno di 2 ore. Per avere un’idea, nei 3 i mesi estivi (giugno, luglio e agosto) la somma totale delle precipitazioni è di circa 55 mm. Questo valore non si raggiungeva dal 1790, da quando cioè si rilevano i dati. Fortunatamente non è stata registrata nessuna vittima, ma i danni alla città e alle sue infrastrutture sono stati ingenti.

Il dissesto idrogeologico

In Italia purtroppo sentiamo parlare spesso di dissesto idrogeologico. Questo fenomeno consiste nei danni reali o potenziali causati dalle acque, superficiali o sotterranee. Le manifestazioni più tipiche dei fenomeni idrogeologici sono frane, alluvioni, erosioni costiere, subsidenze e valanghe.

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Vi sono alcuni fattori che predispongono un territorio al rischio idrogeologico. Il primo è la conformazione geologica, ovvero l’insieme di rilievi e bacini idrografici di piccole dimensioni, quindi più predisposti alle piene. Conta poi la presenza di corsi d’acqua in una determinata area, e Palermo ne è ricca. Come ha affermato in un’intervista il professore Valerio Agnesi, geologo e direttore del Dipartimento di Scienze della terra e del mare dell’Università degli Studi di Palermo, il capoluogo siciliano era stato scelto dai Fenici per l’ingente presenza di acqua. In particolare vi erano due fiumi, il Kemonia e il Papireto, oggi scomparsi, che delimitavano l’antico centro storico. Con il tempo sono stati interrati e cementificati per permettere lo sviluppo urbano moderno. Ma la natura, prima o poi, vuole restituiti i suoi spazi.

Ecco che allora si aggiunge un altro importante fattore causa dell’aumento del rischio idrogeologico, cioè le attività umane. Tra queste spiccano la concentrazione di persone nelle città, il consumo di suolo e la cementificazione, il disboscamento, l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua.

Nubifragio Palermo: la città era già a rischio idrogeologico

La città di Palermo, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche sopraelencate, è la città italiana fanalino di coda per il rischio idrogeologico, per il verde fruibile e la cementificazione. Lo rivela il rapporto sull’ambiente dell’ISPRA del 2018 dal quale emerge che l’avanzamento della cementificazione in proporzione alla popolazione è aumentato più che in qualunque città italiana. Il consumo di suolo pro capite tra il 2016 e il 2017 a Milano è stato di 156 metri quadrati. A Palermo ha raggiunto i 230 metri quadrati.

La cementificazione in queste zone non risparmia nulla, nemmeno le aree che dovrebbero essere protette, come quelle a rischio sismico e lungo il litorale. In più, l’eliminazione del verde blocca l’azione di assorbimento che terreno e alberi possono implementare all’occorrere di piogge e alluvioni. Inoltre più cemento significa più cambiamenti del suolo e quindi un aumento del rischio di frane e dissesti. Secondo l’ISPRA, a Palermo 17 mila persone vivono in abitazioni a rischio frana, più del doppio di Messina e Catania. 

Perdita di denaro e abusivismo

Vi sono poi, fuori dai radar ufficiali, gli abusi edilizi. Palermo è la seconda città italiana per abuso edilizio dopo Catania, tanto che sono stati registrati quasi 5 mila abusi, cioè il 18 per cento del totale di tutta la Sicilia. Nella sostanza, ben 1,1 milioni di metri quadrati sono stati cementificati illegalmente e al di fuori delle norme urbanistiche.

Il tutto realizzato, probabilmente, con i soldi dei cittadini. Soldi che si aggiungono alle spese ingenti che comporta il consumo di suolo. Sempre secondo l’ISPRA Il consumo di suolo costa fino a 3 miliardi l’anno per la perdita dei servizi ecosistemici. Questi sono:

  • La produzione agricola e di legname
  • Lo stoccaggio di carbonio
  • Il controllo dell’erosione
  • L’impollinazione
  • La regolazione del microclima
  • La rimozione di particolato e ozono
  • La disponibilità e purificazione dell’acqua
  • La regolazione del ciclo idrologico
  • La qualità degli habitat.

In Sicilia la perdita in termini di denaro si aggira intorno ai 42 e 66 milioni di euro.

Nubifragio Palermo: il riscaldamento globale tra i protagonisti

Come se non bastasse, negli ultimi decenni si è aggiunto alla lista il problema del riscaldamento globale, che sta dando il colpo di grazia a una città, una regione, e una nazione già in crisi. L’aumento delle temperature ha interessato in particolare l’area mediterranea, che sta passando da un clima temperato a uno sempre più tropicale.

Nel Bel Paese infatti il termometro nel 2019 è arrivato a +1,56°C rispetto agli anni 1961-1990. L’aumento rispetto al più recente periodo 1880-1909 è invece di circa a 2,5°C, più del doppio del valore medio del riscaldamento globale.

Oltre alla desertificazione, problema che interessa ormai il 70% della Sicilia, e all’acidificazione dei mari, il riscaldamento globale comporta l’aumento dei fenomeni estremi. Proprio come nelle aree tropicali infatti le piogge sono diventate più intense, improvvise e circoscritte nel tempo. Come constatato dalla maggiore associazione agricola italiana Coldiretti, le bombe d’acqua sono aumentate del 22% solo nell’ultimo anno. Sono stati poi registrati 157 eventi estremi come nubifragi, frane, siccità e trombe d’aria che hanno causato la morte di 42 persone, 10 in più rispetto all’anno precedente.

Tutto questo avviene perché l’aumento generale delle temperature favorisce una maggior evaporazione dell’acqua che si traduce in alti tassi di umidità nell’aria e di conseguenza in un surplus di energia disponibile per la formazioni di violenti temporali.

Cosa è stato fatto e cosa si farà?

Come ha dimostrato il nubifragio della scorsa settimana e i danni conseguenti ad esso la condizione di Palermo non è migliorata negli ultimi anni, nonostante gli avvisi da parte di scienziati ed associazioni ambientaliste. Anche a causa dello spaventoso rapporto dell’ISPRA, nell’ottobre del 2019 erano stati stanziati dalla regione Sicilia 174 milioni di euro per contrastare il dissesto del territorio e l’erosione delle spiagge. Si trattava di ulteriori risorse che si aggiungevano ai 155 milioni euro già disponibili per la stessa causa.

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Secondo Legambiente però esisteva il rischio che queste risorse potessero finanziare progetti ispirati a logiche del passato e, quindi, che potessero non solo disattendere l’obiettivo del riequilibrio ambientale, ma provocare nuovi dissesti. Inoltre vi è il problema degli appalti, che vengono sempre vinti dalle stesse imprese, nonostante si siano rivelate fallimentari.

Pare che per il 2020 i comuni siciliani bandiranno le gare dei progetti finanziati da altri 630 milioni provenienti dai Fondi territorializzati del Po-Fesr. Di questi 300 milioni saranno dedicati a 352 progetti di riqualificazione urbana e di siti pubblici e culturali. L’assessore alle infrastrutture siciliano Marco Falcone aveva anche richiamato anche le imprese al senso di responsabilità, elencando tanti casi di lavori aggiudicati in tempi record per dare risposte alle emergenze dei territori e non ancora completati dopo molto tempo a causa delle crisi finanziarie delle aziende appaltatrici.

Il tempo fugge, la paura resta

Il tempo però fugge e ciò che rimane sono la paura e i disagi che hanno dovuto subire gli abitanti di palermo durante il nubifragio. I politici, compreso il sindaco della città Leoluca Orlando se ne sono lavati le mani, scaricando il barile sulla mancata allerta della protezione civile. Oltre un metro di pioggia è caduta a Palermo in meno di 2 ore – ha affermato il primo cittadino di Palermo. Una pioggia che nessuno, nemmeno i metereologi che curano le previsioni nazionali, aveva previsto, tanto che nessuna allerta di Protezione Civile era stato emanata per la nostra città. Se l’allerta fosse stata diramata, sarebbero state attivate le procedure ordinarie che, pur nella straordinarietà degli eventi, avrebbero potuto mitigare i rischi. 

La realtà dei fatti, però, è che da moltissimi anni Palermo si trova a rischio idrogeologico e da anni gli ambientalisti e gli scienziati mettono in guardia l’umanità sulla crisi climatica, senza però esser ascoltati o presi su serio.