Parlamento Europeo per l’ambiente: voto a favore delle api

Senza le api, il mondo come noi lo conosciamo non esisterebbe. Un fatto che non ha impedito alla Commissione Europea e agli Stati Membri di proporre l’indebolimento di una legge che tutelava le api. Fortunatamente a fermarli ci ha pensato il nostro Parlamento Europeo. Con 533 voti a favore, 67 contro e 100 astensioni ha bloccato la proposta.

api

Le linee guida per i pesticidi

Nella mozione di protesta viene chiamata in causa l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha sede a Parma) che nel 2013 aveva elaborato alcune linee guida riguardo all’utilizzo di pesticidi sulle piante. L’Autorità sottolineava l’importanza di testare tutti i prodotti fitosanitari, al fine di proteggere le api dall’esposizione a sostanze per loro dannose. Se queste sostanze fossero state trovate nei prodotti testati, sarebbe subito scattato il divieto di commercializzazione. Secondo la Commissione Europea e alcuni Stati membri però questa regolamentazione era troppo rigida e andava modificata.

È inaccettabile che gli Stati Membri si oppongano alla piena attuazione delle linee guida delle api dell’EFSA del 2013“, si legge nella risoluzione parlamentare adottata mercoledì. Il progetto “non introduce modifiche per quanto riguarda la tossicità acuta per le api mellifere, ma rimane in silenzio sulla tossicità cronica, nonché sulla tossicità per bombi e api solitarie“. Inoltre, il testo della Commissione “non considera gli sviluppi più recenti delle conoscenze scientifiche e tecniche”, afferma il testo. 

Un problema mondiale

Nella mozione dei parlamentari si fa anche riferimento al problema del declino delle api in tutto il mondo. Come ben sappiamo, numerose specie di impollinatori sono infatti a rischio estinzione e purtroppo alcune sono già estinte. Durante lo scorso inverno, gli apicoltori statunitensi hanno perso il 37% delle colonie di api, registrando il maggior declino in tredici anni di monitoraggio. Il nuovo sistema di localizzazione potrebbe mostrare come i pesticidi danneggiano le colonie di api

Oltre a cause naturali come i parassiti, l’uomo ha contribuito in grande parte a questa enorme perdita. Il riscaldamento globale e la perdita degli habitat, ma anche e soprattutto l’utilizzo di prodotti chimici su fiori e piante hanno rappresentato una potente minaccia, non solo per le api, ma per l’intero ecosistema. 

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Nella sola UE, circa l‘84% di frutta e verdura coltivate e il 78% delle specie di fiori selvatici dipendono, almeno in parte, dall’impollinazione. Gli insetti impollinatori quindi rappresentano un introito annuale di quasi 15 miliardi di euro, parte del quale è già stato ampiamente perduto. Non svanisce, però, la speranza, specialmente quando una forza politica di tale importanza quale il Parlamento Europeo fa sentire la propria voce in difesa delle api e, quindi, del nostro intero pianeta. 

Articolo scritto in collaborazione con Make You Greener

Greta rifiuta premio da 47mila euro: “Al clima non serve”

“Al clima non servono premi”, ha scritto Greta Thunberg su Instagram dopo aver vinto il premio ambientale di Stoccolma. L’attivista svedese era stata infatti nominata per questo riconoscimento sia dalla Svezia che dalla Norvegia. Martedi 29 ottobre il Nordic Council, ente regionale per la cooperazione interparlamentare, ha annunciato la sua vittoria.

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L’importanza di ascoltare la scienza

Un rappresentante della sedicenne fondatrice del movimento Fridays for Future ha pero’ riferito al consiglio che la giovane Greta avrebbe rifiutato il premio. L’ingente somma di 46.800 euro non ha influenzato la sua decisione. Secondo Greta, infatti, l’ambiente non ha bisogno di premi. “L’unica cosa di cui ha bisogno – si legge nel suo post di Instagram – è che i nostri politici e le persone al potere inizino ad ascoltare la migliore e piu’ recente scienza disponibile.” Rimanendo fedele al suo stile ribelle, ai limiti del rivoluzionario, dopo aver ringraziato il Nordic Council per il premio, Greta ha criticato gli stessi Paesi Nordici per non essere all’altezza della loro grande reputazione sulle questioni climatiche

Nello stesso post di Instagram ha affermato, appunto, che questi paesi “non lesinano su vanti e belle parole . Ma quando si considerano le emissioni e l’impronta ecologica per capita, inclusi i nosti consumi, le nostre importazioni, i voli e le spedizioni, allora e’ tutta un’altra storia.” In Norvegia, ad esempio, il governo ha recentemente rilasciato un numero record di permessi per la ricerca di petrolio e gas. Secondo il WWF, in Svezia le persone conducono uno stile di vita che richiederebbe quattro interi pianeti Terra e lo stesso vale per gli altri Paesi del Nord Europa.

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Continuiamo a non fare nulla

“L’accordo di Parigi, che tutti i Paesi nordici hanno firmato – continua Greta – si basa pero’ sull’equità, il che significa che i paesi più ricchi dovrebbero aprire la strada a tutti gli altri. Apparteniamo ai paesi che hanno la possibilità di fare di più, eppure continuiamo a non fare praticamente nulla. Quindi, fino a quando non inizieremo ad agire in conformità con ciò che la scienza dice, il che è necessario per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi o addirittura 2 gradi centigradi, I Fridays for Future svedesi scelgono di non accettare il premio ambientale del Nordic Council.“

Cosa è rimasto della strage di alberi nel Nord Italia. Un anno dopo

È passato un anno dalla strage di alberi più imponente avvenuta nel Nord Italia. Fra il 29 e il 30 ottobre 2018, la tempesta Vaia, con venti fino a 280 chilometri orari, ha raso al suolo milioni di alberi che da secoli o decenni rivestivano le vette dei nostri monti in Trentino, Friuli e Veneto. Dico “nostri” perché ognuno di noi almeno una volta nella vita ha trascorso qualche giorno immerso nella bellezza delle Alpi, per una vacanza in famiglia o un weekend di sci con gli amici. Ed è per questo che le immagini con interi versanti di alberi abbattuti hanno fatto il giro della penisola, creando un moto di commozione e sbalordimento collettivo. Oggi, ad un anno da quella strage, viene da chiedersi che fine abbiamo fatto tutti quegli alberi: Sono ancora lì? Oppure sono stati raccolti? E a beneficio di chi? Ma soprattutto, quanto tempo ci vorrà perché la situazione torni come prima?

Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino. Foto dell’autrice, Settembre 2019

14 milioni di alberi abbattuti. Il ruolo del cambiamento climatico

8 milioni di metri cubi di alberi. Questa la cifra indicativa di alberi abbattuti dopo il passaggio della tempesta Vaia. Per quanto i negazionisti proveranno ad obiettare, è difficile non riconoscere anche in questo disastro naturale il contributo del cambiamento climatico. Le tempeste violente si sono sempre verificate, ma in questo caso si sta parlando di una quantità di legname pari a sette o otto anni di taglio normale annuo. Una quantità che porta con sé allo stesso tempo un’inaspettata forma di mercato nel breve termine e conseguenze molto negative in una visione ad ampio raggio.

Il mancato governo e il mercato di legname

Infatti, se si guarda all’immediato, la strage di alberi dello scorso ottobre ha spalancato la porta ai mercanti di legname. Ottimo legno a prezzi stracciati. È così che si sono affacciati sul nostro mercato acquirenti stranieri, perlopiù austriaci, sloveni, ma anche cinesi. Come biasimarli. La colpa non è di certo loro, che fanno il loro mestiere. Né è delle autorità e delle imprese locali, che preferiscono vendere al ribasso piuttosto che lasciare a terra quantità enormi di ottimo legno. Resta quindi da chiedersi cosa abbia fatto il governo italiano: “è mancata una regia complessiva”, ha affermato Emanuele Orsini, presidente di FederLegno Arredo, in un’intervista al Sole 24 Ore.

E continua: «Sarebbe servita una task force centrale a supporto delle aziende nella rimozione degli alberi e nello stoccaggio in aree collettive, attraverso un consorzio nazionale sostenuto dalle banche e con la garanzia del governo». La strategia del governo è stata invece quella di stanziare fondi di emergenza e derogare alle singole Regioni o Province Autonome il compito di gestire la situazione. Per il resto è stata creata una “filiera solidale” in mano a Pefc, l’ente certificatore delle foreste italiane; l’invito è rivolto alle aziende di legname del nostro paese, che attraverso il logo Pefc possono riconoscere il legno proveniente dalle zone delle Dolomiti e preferirlo all’importazione di legno straniero.

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Una corsa contro il tempo per “salvare” gli alberi

Perché quel legno non rimarrà ottimo per sempre. Si parla di un lasso di tempo che va dai sei mesi ai due anni per poter usufruire del legno degli alberi abbattuti. Dopodiché il legname perde di valore o diventa inutilizzabile a causa dell’arrivo di parassiti che proliferano nel legno morto. Ed è per questo motivo che la strage di alberi rappresenta un pericolo anche nel lungo termine: il legno abbandonato intaccato da parassiti potrebbe contaminare tutte le piante adiacenti rimaste ancora in piedi. Un altro rischio per la zona è costituito dallo sradicamento delle enormi radici su cui poggiavano quegli alberi. In caso di forti nevicate, le radici estirpate o mal ancorate potrebbero causare colate di fango o valanghe, così mettendo in pericolo le valli sottostanti.

In una recente inchiesta de L’Espresso, si stima che il 50% del legname sia stato rimosso e che il mercato sia ora prevalentemente gestito da imprese dell’Est Europa. Difficile constatare se quella cifra sia reale o un po’ troppo ottimistica. Un servizio del Tg2 parla infatti di un misero 20%. Nel mio recente viaggio in Trentino, precisamente nel parco naturale Paneveggio Pale di San Martino, ho potuto constatare che pochissimi alberi sono stati rimossi, a fronte di interi versanti ancora ricoperti da migliaia di tronchi. Uno scenario spettrale. Si percorrono sentieri totalmente al sole dove fino all’anno scorso c’era solo ombra. Gli abitanti locali raccontano che non hanno mai vissuto nulla di paragonabile a quella notte, con il vento forte e l’acqua che si abbatteva alle finestre. Sono rimasti isolati per tre giorni a causa delle strade interrotte; anche loro fanno riferimento all’arrivo dei cinesi per accaparrarsi il legno ad un prezzo stracciato.

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Nuovi alberi crescono

È stato stimato che ci vorranno cento anni, come minimo, per far tornare la situazione come prima. Molti si stanno prodigando per riparare ciò che la strage di alberi ha spazzato via in una sola notte. Aveva fatto notizia, ad esempio, il colossale sforzo della Magnifica Comunità di Fiemme: 400mila baby alberi coltivati nei vivai per diventare le future cime delle Dolomiti. Un lavoro di estrema cura, che necessita di un’osservazione costante per un periodo di 4 anni prima della piantumazione nelle aree previste. Come ci testimonia Ilario Cavada, tecnico forestale della Magnifica Comunità di Fiemme, “quando sono piccoli, anche un filo d’erba rappresenta una minaccia”.

Una storia di premura che ci ricorda il famoso racconto francese intitolato L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Narra di un pastore che con la sua sola costanza decise di riforestare un’intera zona delle Alpi francesi. Così recita il breve racconto allegorico: “Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”.

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Una strage di alberi, la crisi climatica è qui e ora

Ritengo che questa ultima frase debba rimanere impressa nelle nostre menti. È opportuno sottolineare una volta ancora che la strage di alberi delle Dolomiti non può essere considerato un fenomeno naturale. Fa parte invece delle ormai quotidiane testimonianze che la crisi climatica esiste. Una crisi climatica che ognuno di noi ha contribuito a creare. Gli scienziati ammettono che è complicato trovare una diretta correlazione fra il cambiamento climatico e ogni singolo evento meteorologico estremo. D’altra parte però, in un convegno organizzato a Dicembre 2018 per analizzare cause e conseguenze della tempesta Vaia, tutti hanno convenuto che il primo e principale fattore a scatenarla sia stato il cambiamento climatico, che porta ad eventi sempre più frequenti ed estremi nelle Alpi.

In definitiva, ci teniamo a far presente che diviene sempre più urgente riconoscere l’emergenza climatica a livello nazionale, con un piano verde e di transizione energetica coraggioso e mirato. La piantumazione di alberi, in questo caso, deve essere una priorità assoluta. Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e il giornalista George Monbiot alla vigilia dell’ultimo Climate Strike: “Esiste una macchina magica che aspira il carbonio dall’aria, costa pochissimo e si costruisce da sola. Si chiama albero”. Come ci ricorda il racconto sopracitato, l’essere umano è stato bravissimo a distruggere, ma potrebbe essere altrettanto efficace per riparare, ripristinare, rigenerare. Cominciamo dagli alberi.

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Approvata alla Camera la legge “salvamare” per la lotta alla plastica

Nella giornata del 24 ottobre il Parlamento si è riunito per deliberare in merito ad una proposta di legge molto importante per combattere il problema della plastica in mare. La legge “salvamare” ha ottenuto l’approvazione della Camera dei Deputati con 242 voti favorevoli e 139 astenuti. Dopo la discussione in Senato, per cui il Ministro Costa si è dichiarato ottimista, i pescatori potranno riportare a terra i rifiuti raccolti in mare durante le battute di pesca.

salvamare

Chi ha voluto la legge “salvamare”

La proposta di legge salvamare era da tempo sul tavolo dei parlamentari. Il Ministro Costa è stato uno dei suoi primi promotori e non ha esitato a comunicare via social la propria gioia per l’approvazione del decreto che ora passerà alle votazioni del Senato per essere definitivamente approvata. Fa sorridere vedere la composizione dei 139 astenuti. Inutile forse dover specificare chi siano ma lo facciamo per dovere di cronaca. Si tratta di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

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La coalizione che da pochi mesi siede all’opposizione ha perso una buona occasione per dimostrare di giudicare in maniera obiettiva le proposte che gli si parano davanti e prendere seriamente il proprio lavoro. Non votare a favore di una legge del genere dimostra per l’ennesima volta come alla coalizione del centro destra dell’ambiente, e più in generale del buon senso, importi poco o niente. A poco serve andare in televisione a dire “io ci tengo all’ambiente”, come ha fatto Salvini durante il testa a testa con Matteo Renzi a Porta a Porta, se poi quando si vanno ad analizzare i fatti la coerenza diventa un optional di cui poter fare a meno. Hanno votato a favore tutte le altre forze presenti in parlamento.

Cosa dice il DDL salvamare

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di andare a coprire un buco normativo piuttosto singolare. Ai pescatori era vietato riportare a terra i rifiuti, plastici e non solo, che venivano accidentalmente portati a bordo. Genera sgomento apprendere che questi, fino ad oggi, dovevano essere rigettati in mare, pena delle multe molto salate. Il testo, lievemente modificato prima della discussione alla Camera, comprende anche una parte relativa alle biomasse vegetali. Anche queste potranno essere infatti riportate a terra in modo che possano essere valorizzate e, tra le altre cose, produrre energia.

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Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha così commentato il risultato ottenuto: “L’approvazione della legge Salvamare alla Camera ci rende particolarmente felici perché rappresenta un tassello fondamentale per il nostro progetto di liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica […] la Commissione Ambiente della Camera ha sostanzialmente migliorato l’impianto normativo e adesso riponiamo le nostre speranze nel Senato per un’approvazione rapida di questa legge importantissima per la salute del mare”.

Bene la lotta alla plastica, ma come la mettiamo col resto?

La lotta alla plastica è sicuramente uno dei temi ambientali che più ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. L’approvazione di questa legge è probabilmente volta anche ad intercettare questa dimostrazione di interesse da parte della popolazione. Il passaggio di questo decreto è tuttavia una vittoria del buon senso, vista l’assurdità delle restrizioni precedentemente in vigore. E ben vengano provvedimenti di questo tipo.

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Resta tuttavia un grosso vuoto da colmare affinché le politiche ambientali siano congrue alla crisi climatica in atto. La lotta alla plastica e quella al cambiamento climatico vengono spesso messe sullo stesso piano, quando in realtà una è un piccolo sottoinsieme dell’altra. Risolvere il primo avrà un impatto non particolarmente incisivo sul secondo. La plastica in sé per sé, sebbene sia un derivato del petrolio e rechi effettivamente dei danni all’ambiente sotto diversi punti di vista, ha un contributo molto basso in termini di immissione di CO2 in atmosfera a livello assoluto. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, dunque, sarebbero ben altre le misure da prendere in considerazione.

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Una strategia di mitigazione degli effetti del riscaldamento globale passa inevitabilmente, oltre che da un forte miglioramento dei processi di economia circolare, anche dalla decarbonizzazione del settore energetico e della mobilità, da normative più stringenti nel settore agricolo e da massicci progetti di riforestazione. Dare la possibilità ai pescatori di riportare la plastica a terra è sicuramente un fatto positivo e da festeggiare. Tuttavia non va dimenticato che solo qualche giorno fa è stato approvato un Decreto Clima che assomiglia tanto ad una presa in giro atta ad accaparrarsi i voti di qualche ambientalista male informato. Viva la lotta alla plastica, ma non usiamola per pulirci la coscienza su tutto il resto.

Disastro ambientale Brasile: 2.100 km di coste invase dal petrolio

Sud America, costa nordorientale brasiliana. Nella giornata del 2 settembre 535 tonnellate di petrolio hanno invaso le spiagge di 9 stati. Si tratta del peggiore disastro ambientale mai accaduto in Brasile. Le spiagge coinvolte sono più di 200 per un totale di 2.000 chilometri di costa.

disastro ambientale brasile

La nave “fantasma” che ha ricoperto il Brasile di petrolio

Dopo alcuni rilevamenti non è ancora chiaro chi sia il responsabile del disastro ambientale che ha devastato il Brasile. Da una parta abbiamo Petrobras, l’azienda petrolifera statale che si occupa del petrolio in Brasile, che ha colpevolizzato una “nave fantasma” venezuelana accusandola di trasportare del greggio clandestinamente per via delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto proprio sul greggio del Venezuela. Dall’altra abbiamo il governo di Maduro che nega un suo coinvolgimento. Non è stato tuttavia possibile risalire all’origine vera e propria di questo disastro ambientale che ha colpito il Brasile, ragion per cui questo crimine ambientale rimarrà verosimilmente impunito con buona pace degli ambientalisti e di chi in quelle zone ci vive.

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Il problema più grande di questa fuoriuscita di petrolio, stando a quanto dichiarato da Reuters Bim, giace proprio nelle caratteristiche del greggio. Il petrolio disperso in mare è solito venire a galla, rendendo relativamente facile una sua individuazione e, conseguentemente, la sua asportazione dalle zone interessate. In questo caso invece la particolare densità del liquido ne compromette il galleggiamento, rendendolo dunque visibile solo una volta che si deposita sulla riva.

Disastro ambientale Brasile: il peggiore della storia

A fare i conti con questo disastro ambientale nel nord del Brasile, vista la già citata assenza delle istituzioni, sono stati volontari ed indigeni che per giorni si sono ritrovati a ripulire le coste dal catrame depositatosi. Tra le aree interessate troviamo anche diverse spiagge, fiore all’occhiello del turismo brasiliano come Ilheus, Pedro do Sal e Praia Do Futuro ma il numero di lidi colpiti sarebbe di almeno 201.

Diversi gli animali trovati morti a causa della fuoriuscita: tartarughe, gabbiani e una quantità indefinibile di pesci. Non quantificabile il danno ambientale. Lo Stato più colpito è quello di Alagoas dove alcuni volontari, intervistati da Al Jazeera, hanno dichiarato di “non sapere quanto ci vorrà per ripulire il tutto”. Potrebbero volerci mesi, forse anni. L’Agenzia di Protezione Ambientale del Brasile, IBAMI, ha inoltre aggiunto che “non esiste una soluzione rapida per risolvere il problema”.

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Il timore più grande è quello di non riuscire ad identificare la fonte da cui fuoriesce il greggio. Se questo mistero non verrà risolto è verosimile ipotizzare che il petrolio continuerà ad invadere le spiagge del Brasile senza sapere quando e come si fermerà. Se questa situazione si verificasse risulta difficile immaginare come tutto ciò possa essere contenuto semplicemente grazie all’impegno dei volontari. Sono già partiti diversi appelli che invitano Bolsonaro a prendere contromisure adeguate, senza tuttavia che questi abbia ancora fornito risposte congrue all’emergenza in atto.

Non solo Brasile. Le altre vittime del petrolio

Quello che vi stiamo raccontando è il quarto incidente di questo tipo degli ultimi 2 mesi. Il disastro ambientale che ha colpito il Brasile non era particolarmente inaspettato. Alle Bahamas, dopo il passaggio dell’uragano Dorian, sono state scoperchiate 6 cisterne di petrolio appartenenti ad una compagnia norvegese con successiva fuoriuscita del greggio. In Louisiana, verso la fine di Agosto, hanno preso fuoco decine di pozzi di gas naturale. Le fiamme sono durate per più di un mese. A Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia, il 17 settembre scorso si è alzata un’enorme colonna di fuoco da una raffineria Eni. Questo solo per citare i disastri ambientali legati ai combustibili fossili di cui si ha notizia negli ultimi 60 giorni. È giunto il momento di dire basta. Il nostro modello di società basato sui combustibili fossili sta fallendo. Abbiamo commesso un errore, tutti quanti. C’è però il tempo di redimersi. Lasciamoli dove sono e non ci recheranno più danno.

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Boom dei Verdi alle elezioni in Svizzera

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La nuova sensibilità ecologica mossa dai movimenti ambientalisti sta iniziando ad ottenere i risultati sperati. Dopo il boom dei Verdi alle elezioni europee arriva un’altra vittoria in campo politico. Il risultato delle elezioni che si sono tenute in Svizzera nello scorso weekend ha visto infatti il partito ecologista, guidato da Regula Rytz, ottenere il miglior risultato della sua storia guadagnando il 13% dei consensi e rivelandosi la quarta forza in Parlamento.

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Regula Rytz, capo politico dei Verdi in Svizzera

I Verdi riscrivono la storia della politica Svizzera

I Verdi hanno di fatto riscritto la storia delle elezioni in Svizzera. Da quando, nel 2019, è stato istituito il modello proporzionale mai nessun partito era riuscito ad incrementare così tanto il numero dei seggi in parlamento nell’arco di una sola tornata elettorale. Il partito ecologista ha visto incrementare il numero dei propri seggi dai 9 della precedente legislatura ai 26 di questa, migliorando il proprio bottino di 16 punti.

Ma le buone notizie non finiscono qua. C’era un’altra lista ecologista, quella dei Verdi Liberali. Anche in questo caso i risultati hanno dato ragione a chi sta puntando forte sull’ecologia anche in ambito politico. Dopo il deludente 4,6% delle elezioni politiche del 2015, il partito guidato da Jurg Grossen è riuscito ad incrementare il proprio consenso di più di 3 punti percentuali (7,99%). Risultato che gli consentirà di entrare in parlamento con 15 seggi rispetto ai 7 del precedente governo. Sommando i risultati dei due partiti si ottiene una percentuale del 21%. Ciò significa che 1 persona su 5 in Svizzera reputa la lotta ai cambiamenti climatici come prioritaria rispetto alle altre.

Leggi il nostro articolo: “Europee 2019. Il boom dei Verdi alimenta la speranza”

Parallelamente all’ascesa dei partiti filoecologisti si è verificato un calo dei consensi per tutti gli altri. L’UDC, nonostante una perdita del 4% dei consensi rispetto alle elezioni 2015, si è confermato come primo partito con il 25,8% dei voti. A seguire PS con 16,6%, in calo del 2%, e PLR con 15,3% (-1%).

Dopo le Europee i Verdi esultano anche in Svizzera

Già abbiamo assistito ad un risultato sorprendente degli European Greens in sede di elezioni europee. Il Partito ecologista era infatti risultato essere il secondo più votato in Germania, il terzo in Francia ed aveva sforato il tetto del 10% in tanti altri paesi come Finlandia (16%), Lussemburgo (19%), Regno Unito (11%), Svezia (11%), Olanda (10%), Irlanda (13%), Danimarca (13%), Repubblica Ceca (11%) e Austria (14%).

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Quella che arriva dalla Svizzera è dunque un’ulteriore conferma dell’impatto che i movimenti ambientalisti stanno avendo sulla società. Nella maggior parte dei paesi Europei sta nascendo una sensibilità ecologica senza precedenti. L’urgenza del problema dei cambiamenti climatici sta iniziando ad essere compreso anche dall’elettorato.

E i Verdi italiani?

La nota negativa di questa ondata Verde Europea giace proprio nel nostro paese. I Verdi italiani faticano infatti ad attirare elettori, come confermato dal 2,7% ottenuto alle scorse Europee. Un dato poco rassicurante e che, verosimilmente, è frutto di qualche errore visto il crescente consenso che gli Euopean Greens stanno ottenendo in tutto il continente. Nota positiva di questi ultimi tempi è tuttavia un sondaggio commissionato dall’ONG Hope not Hate che ha rivelato come il cambiamento climatico sia tra le principali dell’80% degli italiani.

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Una tendenza che, però, non si è ancora tradotta in una vera e propria rivoluzione elettorale ma che ha quanto meno spinto i nostri politici di primo livello ad iniziare a mettere mano al problema. Resta da vedere se questa attenzione sia davvero risultato di una nuova coscienza ambientalista o se, invece, sia atta solo ad attirare i consensi degli elettori più attenti al tema dei cambiamenti climatici. L’inizio non è stato granché, con l’approvazione di un Decreto Clima che non è in alcun modo adatto ad affrontare la crisi climatica in atto.

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Restano comunque ancora grandi speranze per quanto riguarda l’operato dei prossimi 5 anni in Consiglio Europeo, dove i sorprendenti risultati delle scorse elezioni potrebbero davvero iniziare a fare la differenza. In attesa della proposta del nuovo “Green New Deal” europeo non ci resta che gioire per l’ennesimo risultato sorprendente dell’ambientalismo in campo politico. Se a un solo anno dalla nascita di Fridays For Future ed Extinction Rebellion i risultati sono questi, è più che lecito sperare. I risultati in campo politico stanno iniziando a darci ragione. Speriamo di poterne vedere gli effetti nel più breve tempo possibile. D’altronde se è proprio il verde il colore della speranza, forse un motivo ci sarà.

Aggiornamento su Extinction Rebellion: 1.400 arresti a Londra

Continuano le proteste e le azioni di disturbo del movimento ambientalista Extinction Rebellion. Dopo 11 giorni dall’inizio delle manifestazioni le istituzioni stanno iniziando a dare le prime risposte. Purtroppo, però, non sono quelle che si aspettavano gli attivisti. Nel Regno Unito sono già più di 1.400 gli arresti. Ma XR non ha alcuna intenzione di fermarsi.

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Non solo arresti. Sgomberato anche un climate camp di Extinction Rebellion

Le forze dell’ordine inglesi sono state incaricate dal governo di iniziare ad usare il pugno duro contro i manifestanti. Così, nella notte tra il 14 ed il 15 ottobre, la polizia ha iniziato a sgomberare il climate camp di Trafalgar Square. Alcuni attivisti hanno deciso di incatenarsi per non essere portati via. Altri hanno invece raccolto le proprie cose per spostarsi in altre zone della città occupate da XR.

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Il tutto, come sempre, in maniera totalmente pacifica e non violenta. Immediate le critiche dei portavoce dell’organizzazione: “Le persone hanno il diritto di protestare e ciò che stanno facendo è potenzialmente illegittimo”. Molti protestanti si sono trasferiti al campo base di Vauxhall ma non è da escludere che ben presto anche quell’area venga sgomberata.

Anche George Monbiot in manette

Il celebre giornalista George Mobiot, collaboratore del Guardian e non solo, si è già da tempo apertamente schierato a favore delle proteste.

Solamente qualche settimana fa ha iniziato a circolare in rete un video di sensibilizzazione sul tema del climate change in cui compare proprio Monbiot insieme a Greta Thunberg. Nella giornata del 16 ottobre il giornalista inglese ha deciso deliberatamente di farsi arrestare, come confermato anche da un suo articolo pubblicato sul Guardian lo stesso giorno: “Da nessuna parte sulla faccia della Terra le azioni dei governi sono proporzionali alla catastrofe che dovremo affrontare. Uno dei problemi principali è proprio l’assenza di dibattito sul tema e la necessità di informare l’opinione pubblica riguardo questa crisi”.

Più di 1.000 arresti anche tra gli attivisti di Extinction Rebellion a Bruxelles

Le proteste proseguono, non solo nella capitale inglese, ma anche in altre 60 città sparse in tutto il globo. Le peggiori immagini provengono però da Bruxelles, città simbolo dell’Unione Europea. Proprio lì dove andrebbero prese le più radicali decisioni su come affrontare il problema dei cambiamenti climatici la polizia ha provato ad allontanare i protestanti dalle aree occupate utilizzando dei cannoni ad acqua.

Come se non fosse abbastanza, e visto il perdurare delle proteste, i manifestanti sono stati colpiti anche da spray urticanti. Gli arresti di attivisti di Extinction Rebellion, anche nella capitale belga, sono più di 1.000. Una serie di contromisure a dir poco esagerate se si pensa che si tratta di una protesta totalmente pacifica e non-violenta che ha il solo scopo di reclamare a gran voce un diritto al futuro che, fino a quando non cambierà nessun atteggiamento da parte delle istituzioni, ad oggi viene calpestato ogni giorno che passa.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: continuano le proteste”

La resistenza di Extinction Rebellion. Non basteranno un migliao di arresti

Nonostante si trovino di fronte ad una situazione che potrebbe degenerare da un momento all’altro, gli attivisti di Extinction Rebellion stanno dando un grande esempio di coerenza e fermezza a tutto il mondo. Non ci sono arresti o cannoni ad acqua che tengano. I protestanti proseguono imperterriti con le loro attività di disturbo. Hanno infatti più volte dichiarato che non si fermeranno fino a quando non saranno accolte le loro richieste. Poco importa se il prezzo da pagare darà alto.

Il movimento, nato meno di un anno fa, si aggrappa a dei forti ideali e ad una organizzazione di ferro. Tutti gli attivisti vengono costantemente formati, soprattutto per quanto riguarda il concetto della non-violenza. Sui canali social dell’organizzazione è anche spuntato un video in cui due manifestanti sono saliti sul tetto di un treno della Metropolitana londinese con diversi cittadini intenti a lanciargli oggetti per farli desistere. Le proteste continuano e noi continueremo ad aggiornarvi. Se lo scopo è quello di far cambiare marcia alle istituzioni riguardo la crisi climatica, non resta che continuare a manifestare. Prima o poi dovranno ascoltare.

Leggi il nostro articolo: “Chi è il vincitore del Nobel per la Pace Abiy Ahmed”

Google finanzia compagnie negazioniste. La rivelazione del Guardian

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Il Guardian, si sa, non ha mai troppi peli sulla lingua. Nemmeno quando si tratta di smascherare e criticare una delle più importanti e potenti compagnie del mondo: Google. Il colosso americano finanzia compagnie negazioniste.

Nomi e cognomi

Secondo il giornale inglese, infatti, Google finanzia molte compagnie e associazioni negazioniste, tanto oggi quanto nel recente passato. Prima tra tutte la Competitive Enterprise Institute (CEI), un gruppo politico conservatore che ha svolto un ruolo cruciale nel convincere Trump ad uscire dall’accordo di Parigi. Google è anche uno degli sponsor dello State Policy Network (SPN), un’organizzazione che ha di recente aperto un sito “impegnato per il clima” dove negano apertamente l’esistenza di una crisi climatica. E ancora, Google finanzia l’American Conservative Union, il cui presidente, Matt Schlapp, ha lavorato per dieci anni nella multinazionale Koch Industries e anch’egli ha influenzato le politiche contro l’ambiente alla Casa Bianca.

Google ha anche donato soldi al Cato Institute, che si è opposto alla legislazione sul clima. Anche il Mercatus Center, un thinktank finanziato da Koch riceve denaro dalla compagnia regina di Internet, e così anche la Heritage Action, un gruppo che ha contribuito alla diffusione delle false informazioni sul clima.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

La difesa di Google

Google, comunque, non si è fatto troppi problemi a rendere pubblica la lista delle compagnie da esso finanziate. Complice è sicuramente il fatto che dal 2007 Google opera come società a emissioni zero. Inoltre, per il secondo anno consecutivo ha utilizzato 100% di energia rinnovabile per le operazioni globali. La società ha anche dichiarato di aver esplicitamente richiesto “un’azione forte” alla conferenza sul clima di Parigi nel 2015 e ha sponsorizzato il vertice Global Climate Action a San Francisco dell’anno scorso.

In risposta alle recenti accuse, poi, Google si difende dicendo che, se sponsorizza organizzazioni indiscriminatamente dalle loro posizioni politiche, purché sostengano una forte politica energetica. Inoltre, afferma un portavoce di Google, “siamo stati estremamente chiari sul fatto che, anche se sponsorizziamo un’azienda, non significa che concordiamo con le loro idee“.

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Il vero motivo per cui Google finanzia le compagnie negazioniste

Per Google, però, fornire sostegno finanziario a gruppi come il CEI e il Cato Institute, è soltanto un tentativo di ottenere il favore dei conservatori a Washington. Vi è infatti una sezione della legislazione degli Uniti che deve essere difesa, poiché vale miliardi di dollari per l’azienda. La legge – nota come sezione 230 del Communications Decency Act – è stata istituita negli anni ’90, quando Internet era appena agli inizi. La legge offriva l’immunità legale alla società per commenti di terze parti, considerandole a tutti gli effetti distributori di contenuti e non editori. In questo modo giganti come Google e Facebook sono potuti crescere smisuratamente senza intoppi e così continueranno a fare.

Attivisti ambientalisti e altri critici affermano però che, per un’azienda che dichiara di sostenere la lotta ai cambiamenti climatici, tali compromessi non sono accettabili. Sheldon Whitehouse è un senatore democratico del Rhode Island e uno dei fautori più entusiasti dell’azione climatica al Congresso. Egli ha affermato che “dovrebbe essere squalificante sostenere chi nega la crisi climatica”. Google dovrebbe imporsi e, alle organizzazioni commerciale alle lobby che interferiscono nella lotta ai cambiamenti climatici, dovrebbe dire “noi siamo fuori”. Punto.

Leggi il nostro articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”.

Il Guardian ha infine denunciato la contraddizione, da parte di Google, di vantare una politica di “trasparenza”, ma poi, alla domanda “quanti soldi date a queste aziende?” Google non ha voluto rispondere.

Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO

Oggi è il “World Food Day”, la giornata internazionale dedicata a cibo e alimentazione. Come ogni anno in questa occasione, la sede centrale della FAO a Roma ospita una settimana di eventi su questa tematica. In particolare, è in corso il Summit annuale del CFS (Committee on World Food Security), l’organismo esecutivo che si occupa di sicurezza alimentare a livello globale. In Italia pochi sanno che, fra i tanti organismi di cui è composta l’ONU, la FAO è stata l’unica a intraprendere un percorso di riforma dopo la grande crisi del 2008-2009. Infatti, il suo organismo interno, denominato CFS, è stato interamente ripensato per rispondere alle seguenti domande: perché è avvenuta la crisi? Quali mancanze ci sono state in termini di sicurezza alimentare? Che cosa possiamo fare per evitarne un’altra? Il punto focale della riforma risiede nell’inclusione della società civile, fino ad allora esclusa da qualsiasi decisione presa in materia di cibo.

Sovranità alimentare: accesso e controllo del cibo

Il CFS è stato fondato nel 1974 come organismo intergovernativo interno alla FAO con lo scopo di monitorare le politiche sulla sicurezza alimentare nel mondo. È poi diventato un ente autonomo nel 2009 a seguito della crisi, che ha avuto tragici risvolti dal punto di vista della sicurezza alimentare. Si calcola infatti che nel solo 2008 il numero di persone che soffrono per la fame crebbe da 800 milioni a 1 miliardo. In quegli anni si era già diffusa la necessità di un cambio di rotta, soprattutto spinto dal movimento internazionale La Via Campesina. È in quel periodo che si inizia sostituire il termine “sicurezza alimentare” con “sovranità alimentare”: con il primo si intendeva il diritto all’accesso fisico, sociale ed economico al cibo; introducendo la parola “sovranità” si è invece voluto porre l’accento sul diritto ad accedere e controllare le risorse alimentari, mettendo quindi in discussione dove, come e da chi viene prodotto il cibo.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Questo movimento ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo, la FAO appunto, a prendere importanti decisioni per fronteggiare la crisi allora in atto ed evitarne altre in futuro. Il CFS è stato riorganizzato in modo tale che le persone della società civile – agricoltori, pescatori, allevatori, consumatori, accademici – potessero partecipare alle decisioni che vengono prese sulla sicurezza alimentare. Perché gli accordi e i trattati definiti all’interno della FAO si ripercuotono sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Per non dire miliardi, dato che ognuno di noi è in qualche modo parte della filiera del cibo, anche solo come consumatore finale.

Cibo e clima. Il ruolo chiave della società civile

Per questo motivo la riforma del CFS ha previsto un organismo interno, il Civil Society Mechanism (CSM) grazie al quale i membri della società civile possono avere voce in capitolo al pari degli altri apparati: gli Stati Membri, i soggetti privati e le organizzazioni filantropiche come la Bill and Melinda Gates Foundation. Il CSM sta svolgendo un ruolo chiave perché ha portato in primo piano l’esigenza di collegare la sovranità alimentare con il cambiamento climatico. Come precedentemente attestato dal nostro blog, il sistema alimentare è una delle maggiori cause dell’attuale crisi climatica, con un impatto stimabile fra il 14 e il 50%, se si tengono conto di tutti gli aspetti coinvolti in filiera (fertilizzanti chimici nei campi, stoccaggio, trasporto, distribuzione e gestione rifiuti). Viceversa, la crisi climatica sta enormemente incidendo sulla produzione di cibo per eventi estremi come cicloni, siccità e inondazioni.

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L’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 prevede di “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. Il CSM ha avanzato con grande forza la necessità di indirizzare il sistema del cibo verso metodi biologici che siano allo stesso tempo rispettosi per l’ambiente e per le comunità in cui gli alimenti vengono prodotti. Ad esempio, il tema del Forum di quest’anno è l’agroecologia, un approccio “socialmente giusto verso un’agricoltura sostenibile”. L’agroecologia cerca di imitare i cicli naturali della Terra invece che introdurre input esterni come i pesticidi chimici. Inoltre, mette in primo piano le conoscenze detenute dagli agricoltori invece che imporre teorie “scientifiche” costruite in modo artificiale dentro laboratori o università.

Una conoscenza “dal basso”

Un altro punto fondamentale della riforma del CFS è stato infatti il riconoscimento che la crisi è stata fomentata da diverse teorie cosiddette “scientifiche”, che si sono rivelate parziali o totalmente scorrette. Per questo, oltre all’inclusione della società civile, il nuovo CFS ha visto un’importante innovazione nel modo in cui raccoglie i dati. I Report che vengono presentati ed approvati nelle sessioni annuali di ottobre sono redatti da un comitato di esperti, HLPE (High Level Panel of Experts), il quale basa le proprie analisi su conoscenze provenienti sia dal mondo accademico “scientifico”, sia dalla diretta esperienza di agricoltori e membri della società civile. Il suo scopo è quindi fornire delle linee guida che siano quanto più comprensive e diversificate possibili, con il coinvolgimento diretto di chi contribuisce al sistema alimentare nella vita quotidiana.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

Ovviamente la riforma appena descritta non ha eradicato la fame del mondo nel giro di un decennio. Anzi, se guardiamo gli ultimi dati rilasciati, si attesta un preoccupante aumento delle persone che non hanno accesso al cibo o muoiono per malattie legate all’alimentazione. Più di 820 milioni di individui che non hanno da mangiare, un numero in crescita per il terzo anno consecutivo. A tal punto che l’ONU ha dichiarato che l’obiettivo di azzerare la fame (#ZeroHunger) entro il 2030 è una “sfida immensa”. Alcuni infatti hanno criticato le celebrazioni di oggi e hanno suggerito di rinominare la giornata sostituendo la parola cibo con fame: “World Hunger Day”.

Il cibo come diritto di tutti

D’altra parte però, la riforma ha sicuramente portato una nuova visione e le decisioni vengono prese tramite modalità innovative, con il diretto coinvolgimento di gente comune. In questo modo vengono trattate tematiche che prima erano semplicemente ignorate. I diritti e la sovranità alimentare sono in primo piano, la crisi climatica è costantemente nominata e si propongono soluzioni dieci anni fa inimmaginabili, come ad esempio l’agroecologia. In quanto cittadini e consumatori, è importante essere a conoscenza di questa riforma e di monitorare eventuali evoluzioni. Nel frattempo, nella giornata mondiale dedicata al cibo e alla nutrizione, ricordiamo che le nostre scelte quotidiane in materia di cibo incidono enormemente sul cambiamento climatico. Scegliere dove e come riempire il carrello della spesa è il primo passo per dare un vero significato a questa giornata.

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre”

Chi è il vincitore del Nobel per la Pace Abiy Ahmed

In tanti si aspettavano l’assegnazione di uno dei premi più nobili del panorama mondiale a Greta Thunberg. Ed invece il Premio Nobel per la Pace del 2019 è stato assegnato al primo ministro Etiope Abiy Ahmed, uno dei più importanti capi politici africani che, grazie ad una serie di riforme, sta rilanciando il proprio paese. Sicuramente ci sarà chi avrà gioito della mancata vittoria della giovane attivista svedese. Tuttavia questa scelta non fa altro che rinforzare l’importanza della battaglia che Greta sta combattendo.

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Abiy Ahmed e la piantumazione di 350 milioni di alberi in un solo giorno

Il primo ministro etiope è considerato un visionario da buona parte degli addetti ai lavori. Un uomo deciso e di polso che vuole cambiare radicalmente l’Etiopia rendendola un esempio virtuoso all’interno del continente africano. A pochi mesi dal suo insediamento Abiy Ahmed è stato in grado di porre fine alla guerra con l’Eritrea che durava da più di 20 anni, ha assegnato metà dei posti di lavoro disponibili nei Ministeri a delle donne e ha messo in atto un vero e proprio restyling della capitale Addis Abeba che, oggi, è una delle città più all’avanguardia dell’intero continente.

Tra le varie iniziative che hanno caratterizzato la sua attività politica ne troviamo una in particolare che ha riscosso l’interesse del mondo ambientalista. Come già riportato qualche mese fa, lo scorso 29 luglio in Etiopia sono stati piantati 353 milioni di alberi in meno di un giorno con lo scopo di far fronte all’avanzamento dello stato di desertificazione dei terreni che sta colpendo l’Africa a causa, neanche a dirlo, dei cambiamenti climatici. Un’ulteriore riprova di come sia cruciale al giorno d’oggi abbinare delle politiche ambientaliste di rilievo a qualsivoglia provvedimento possa venir preso in ambito economico o sociale.

L’esempio di Abiy Ahmed che scuote l’Africa

Come sostenuto da decenni da parte degli scienziati del clima, le aree che prima sono state colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici sono proprio quelle in prossimità dell’equatore. L’Africa è infatti uno dei continenti in cui l’avanzare della desertificazione sta più mettendo a rischio i terreni agricoli e la loro produttività. Proprio per questo motivo sono diversi i paesi che stanno prendendo contromisure simili a quanto fatto da Abiy Ahmed in Etiopia. In questi giorni la Tanzania ha deciso di voler riforestare tutta l’area del Kilimangiaro con 50 milioni di alberi.

É già in atto un piano per erigere un “muro verde” che si estenderà per tutto il continente, da est a ovest, denominato “The great green wall”. Non è un caso che tutta queste serie di iniziative stiano prendendo forma proprio lì dove gli effetti del riscaldamento globale sono ben visibili. Il fatto che tutto ciò stia accadendo a migliaia di chilometri di distanza non significa che possiamo ignorare questi problemi. Qualora infatti non si riuscisse ad arginare il processo di desertificazione che sta aggredendo il continente i flussi migratori saranno sempre di maggiore. Allo stesso modo non va affatto escluso che un giorno non troppo lontano anche i terreni dei paesi che si affacciano nel Mediterraneo possano essere colpiti dall’avanzamento dello stato di desertificazione dei terreni.

Leggi il nostro articolo: “Abbiamo bisogno del vostro aiuto”. L’appello di Fridays For Future Rojava

E in Italia?

Anche l’Italia va ovviamente inclusa nella lista di paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Motivo per cui iniziative di questo genere sono indispensabili per mitigare l’effetto che i cambiamenti climatici potrebbero avere in un paese in cui il settore primario è uno dei più importanti dal punto di vista economico. Una buona notizia in questo senso è lo stanziamento di 30 milioni di euro per la messa a dimori di nuovi alberi in tutto il territorio, una misura inserita nel nuovo “Decreto Clima”. Questo provvedimento è sicuramente uno dei più positivi del documento. Gli alberi sono la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici. Per fortuna stiamo, lentamente, iniziando a capirlo. Meglio portarsi avanti, prima che sia troppo tardi.

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