Italia sara’ prima nel mondo a insegnare clima nelle scuole

Se vi è qualcosa in cui l’Italia eccelle è l’alto livello di conoscenze teoriche che la scuola infonde nei giovani, con tutte le conseguenze sia positive che negative del caso. Non stupisce, quindi, che il nostro Paese sia il primo al mondo a voler introdurre nelle scuole una nuova materia di studio: il Clima.

Un’ora a settimana

“Da settembre prossimo – ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti – tutte le scuole dedicheranno 33 ore all’anno, circa un’ora a settimana, ai cambiamenti climatici”. Ma non finisce qui. Fioramonti ha aggiunto che “molte materie tradizionali, come geografia, matematica e fisica, saranno studiate in una nuova prospettiva legata allo sviluppo sostenibile”. Ha aggiunto inoltre che “l’intero ministero sta cambiando affinché la sostenibilità e il clima siano al centro del modello educativo”.

Il fatto di introdurre lo studio dello sviluppo sostenibile anche in altre materie è sicuramente positivo. La speranza è che sia un incentivo per integrare quella che è l’istruzione tradizionale italiana, molto teorica, con una più pratica e attuale.

Alcuni rischi

Vi è anche però il rischio che accada il contrario, ovvero che il clima e lo sviluppo sostenibile siano trattati in maniera puramente informativa, senza incentivare gli alunni a mettere in pratica le nuove conoscenze. Il ministro pentastellato non ha rivelato nulla riguardo, per esempio, al metodo con cui questa materia verrà insegnata, né con quali criteri verranno selezionati gli insegnanti. Sopratutto, non si sa da dove attingeranno i fondi per pagare persone adeguatamente qualificate.

Vincenzo Cramarossa, portavoce di Fioramonti, ha dichiarato alla CNN che, per iniziare, un gruppo di esperti scientifici, tra cui Jeffrey D. Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University e il teorico social-economico americano Jeremy Rifkin, aiuteranno il ministero a riqualificare il curriculum nazionale così da prestare maggiore attenzione ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità.

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Viene però da chiedersi se un’ora alla settimana sia sufficiente per un argomento che tratta di una crisi impellente, che deve essere risolta, o gestita, il più velocemente ed efficacemente possibile. Fioramonti stesso ha dichiarato che i giovani devono essere consapevoli di quello che stiamo vivendo. Sopratutto devono sapere cosa ci riserva il futuro se non verranno attuate determinate azioni per invertire la tendenza.

Un’ora a settimana, però, è quella solitamente dedicata all’ora di religione. Molti potrebbero vederla come una materia aggiuntiva poiché trattata velocemente, senza probabilmente un sistema di valutazione adeguato agli standard delle altre materie. Inoltre, integrare lo sviluppo sostenibile agli altri insegnamenti sarà compito di ogni singolo insegnate. Questo, vista l’assenza in Italia di una preparazione in materia, potrebbe quindi non prendere particolarmente in considerazione questa direttiva.

Meglio di niente

Criticare, però, una decisione potenzialmente positiva e ancora in stato embrionale non sarebbe costruttivo. Il ministro Fioramonti sta sicuramente agendo in buona fede, cercando forse di imprimere un cambiamento nell’educazione italiana in modo dolce e senza strappi.

D’altra parte il Ministro ha sempre supportato i giovani di Fridays for Future e ha anche proposto l’introduzione della tassa sui voli aerei, sulla plastica e gli alimenti zuccherati, ricevendo per questo non poche critiche. E, in ogni caso, un’informazione capillare di qualunque tipo, sopratutto a livello scolastico, è sempre meglio di nessuna informazione.

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Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento

Se non fossimo sull’orlo di una crisi climatica farebbe quasi ridere. Ma purtroppo non è così. Venezia, 12 Novembre. Durante una seduta del Consiglio Regionale del Veneto, l’aula in cui si stava tenendo l’incontro ha iniziato ad allagarsi. I consiglieri hanno dovuto darsela a gambe in fretta e furia. A denunciare l’accaduto è Andrea Zanoni, rappresentante del PD che stava prendendo parte alla riunione. Un’immagine simbolo di una politica che ha commesso un’infinita serie di errori e che stenta tutt’ora a prendere decisioni sensate per affrontare la crisi climatica.

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Foto di Palazzo Ferri Fini dai profili Social di Andrea Zanoni

C’è chi lo definirebbe Karma

E pensare che i rappresentanti del centro-destra veneto avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi questa figuraccia. Secondo quanto riportato da Zanoni, infatti, le possibilità di allagamento dell’aula erano ampiamente previste: “I numerosi e precisi bollettini sull’acqua alta e soprattutto le sirene in azione ci dicevano solo una cosa: evacuare Palazzo Ferro Fini. E invece il Presidente del Consiglio e i rappresentanti della Lega hanno voluto proseguire ad oltranza creando una serie di disagi aggiuntivi comprese le gravi difficoltà degli addetti ai servizi di trasporto via acqua che hanno dovuto azzardare anche manovre pericolose. Intanto le acque invadevano tutto il piano terra di palazzo Ferro Fini defluendo come un torrente (il rumore era proprio quello) nelle zone piu’ basse come la sala mensa, la Sala del Leone, la sala Giunta, le cucine, la guardiola e purtroppo l’aula consigliare: l’aula dell’assemblea legislativa del Veneto”.

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La bocciatura degli emendamenti green per Venezia ed il Veneto

Fa ancora più rabbia sapere che pochi minuti prima dell’accaduto la maggioranza – composta da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – aveva bocciato gli emendamenti proposti dal PD per contrastare i cambiamenti climatici. “Bocciati o respinti gli emendamenti che chiedevano finanziamenti per le fonti rinnovabili – continua Zanoni – per le colonnine elettriche, per la sostituzione degli autobus a gasolio con altri più efficienti e meno inquinanti, per la rottamazione delle inquinantissime stufe, per finanziare i Patti dei Sindaci per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), per ridurre l’impatto della plastica, ecc.. Tutti emendamenti presentati perché il bilancio di Zaia non contiene alcuna azione concreta per contrastare i cambiamenti climatici”.

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A Venezia la “sicurezza” del centro-destra non si vede

Sembra una barzelletta mal riuscita. Mentre Venezia affoga sotto quasi 2 metri d’acqua, i politici che dovrebbero fare di tutto per preservarne l’integrità si riuniscono in un aula che sapevano si sarebbe allagata. L’ordine del giorno? Bocciare una serie di proposte incentrate sulla green economy. Nel frattempo sono stati diversi i personaggi autorevoli, tra cui anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ed il Sindaco di Venezia Brugnoni, che hanno attribuito la colpa dell’inondazione ai cambiamenti climatici. Una serie di eventi raccapriccianti che lasciano poco spazio ad interpretazioni.

La vecchia classe politica veneta, quella che è stata investita tra le altre cose dallo scandalo MOSE con tanto di condanna per l’ex Presidente della Regione Gianfranco Galan (Forza Italia), sta tradendo i propri cittadini. Che Venezia fosse vulnerabile sotto questo punto di vista non è cosa nuova. Questi scenari sono stati ampiamente previsti dagli scienziati. La mancanza di infrastrutture adeguate per combattere queste emergenze è sicuramente attribuibile al centro destra, che governa la regione dal 1995. E non ci vorrà certo troppo tempo prima che il problema si espanda a macchia d’olio in altre parti della regione e non solo.

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Se infatti si vanno ad effettuare delle simulazioni sull’aumento del livello dei mari, in relazione a quanto si alzerà la temperatura media globale, salta subito all’occhio come una delle aree italiane che ne subirà i danni più ingenti sia proprio la Pianura Padana. In alcuni periodi dell’anno finirà completamente sott’acqua anche con aumento della temperatura media globale di soli 3C°. Va precisato come, ai ritmi attuali e senza una netta inversione di rotta, il pianeta si scalderà ben più di così. Lo scenario appena descritto potrebbe dunque addirittura essere considerato ottimistico, almeno per il momento. Serve a poco farsi paladini della “sicurezza”, parola troppo spesso usata a vanvera dalla destra italiana, se poi non si è nemmeno in grado di prendere decisioni coscienziose per salvaguardare l’incolumità delle proprie città. D’altronde, chissà quali interessi privati ci sono dietro la bocciatura di quegli emendamenti.

Basterebbe prendere esempio

Questa triste successione di eventi palesa un’evidente mancanza di volontà politica in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Allo stesso modo, ed è questo forse un fatto ancora più grave, questa lunga serie di errori è anche sintomo di inadeguatezze a livello tecnico e, diciamolo, mancanza di umiltà. Sono numerosi infatti gli esempi di aree del pianeta vulnerabili tanto quanto Venezia che, però, non sono finite sott’acqua per due anni di fila. Basterebbe prendere spunto da posti in cui le cose funzionano. Ed invece no, siamo qua a piangere una tragedia.

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L’Olanda, ad esempio, ha il 40% del proprio territorio sotto il livello del mare. Nonostante ciò i suoi sistemi di prevenzione la proteggono da eventi di questo tipo. Stesso discorso per quanto riguarda la Gran Bretagna, più che preparata ad eventuali inondazioni del Tamigi, o New Orleans, dove dopo gli ingenti danni causati dall’uragano del 2005 sono stati costruiti nuovi anelli di dighe e barriere. Basterebbe guardarsi intorno e mettersi ad ascoltare chi è più bravo di noi. Invece no. Meglio (non) fare da soli. Meglio raccogliere i cocci, aspettando che se ne rompano altri. Per poi raccoglierli nuovamente. Tanto, quello che conta, è vincere le elezioni. E chissene di tutto il resto.

Matera e Venezia in emergenza: il “nuovo normale”?

Stanno facendo il giro delle televisioni e del web le immagini apocalittiche di due fiori all’occhiello del nostro paese letteralmente sommersi dall’acqua. Matera e Venezia come Atlantide. Al pari di tante altre zone dell’Italia, un paese morfologicamente fragile dove eventi di questo tipo rischiano di diventare il “nuovo normale” man mano che gli effetti dei cambiamenti climatici inizieranno a manifestarsi più di frequente.

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Matera © Meteoweb.eu

La causa delle alluvioni di Matera e della Basilicata

L’Italia si è trovata nel bel mezzo della traiettoria di un Ciclone Mediterraneo che ha colpito principalmente il Sud. La Basilicata tutta, in particolare, è stata una delle regioni più devastate. Sono nell’ordine delle decine le località in cui sono cadute piogge al di sopra dei 55mm con picchi di 97 mm a Pisticci e di 82 mm a Matera. Diverse sono anche le località pugliesi vittime del maltempo. A Vieste sono stati toccati gli 86 mm. Danni ingenti saranno registrati anche nelle città di Francavilla Fontana, Martina Franca ed Ostuni solo per citarne una piccola parte. A peggiorare la situazione salentina è stato anche lo scirocco che sta soffiando a velocità che hanno raggiunto i 151 km/h, ampliando inevitabilmente gli effetti delle alluvioni.

Preoccupa l’allerta degli esperti che ci raccontano di un ciclone che continuerà a far danni in tutto il resto del Sud Italia: Calabria, Sicilia e Campania, oltre che la parte più meridionale del Lazio, rischiano di fare la stessa fine. Difficile, almeno per ora, quantificare i danni. Ciò che resta è una ferita profonda che difficilmente si rimarginerà in tempi brevi. Le scuole sono chiuse da giorni e vaste aree delle città sono inaccessibili. E non è finita qua.

A Venezia si contano anche le vittime

Anche la città di Venezia sta vivendo ore drammatiche. Quella che si sta verificando nel capoluogo veneto è infatti la seconda alluvione più dannosa della sua storia, dopo l’”acqua granda” del 1966 che ha visto la città andare sotto 194 centimetri d’acqua. Questa volta i centimetri sono “solo” 187. Piazza San Marco, simbolo della città, è stata sommersa da oltre un metro d’acqua con ingenti danni che sono stati arrecati proprio alla Cattedrale. La cripta del Presbiterio è finita sotto più di un metro d’acqua. A tratti struggente l’appello del Sindaco Brugnaro che ha subito richiesto lo stato di calamità chiedendo aiuto al Governo: “Questa volta bisognerà fare la conta dei danni. E saranno tanti. Non ce la potremo fare da soli. Ci servirà una mano per sostenere i costi”.

Ai danni strutturali della città vanno aggiunte anche due vittime degli allagamenti. “Venezia continua a essere angustiata dalle acque alte eccezionali. L’anno scorso, quest’anno uguale.” – prosegue Brugnoli – Qui si rischia di non farcela più. Preoccupanti anche le dichiarazioni di Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori: “È una devastazione: i danni sono ingentissimi e non è finita qui. Stanno continuando le alte maree ed essendo saltato i quadri elettrici gli hotel non hanno nemmeno più le pompe disponibili per far uscire l’acqua”.

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Come si evince dalle parole degli sfortunati protagonisti di questa tragedia Venezia non è nuova ad eventi di questo tipo. La sua natura lagunare, combinata con la totale assenza di elevazione rispetto al livello del mare, rende la città una vittima preannunciata di calamità ambientali come quella che si sta verificando in questi giorni.

Solidarietà ai cittadini di Matera, Venezia e degli altri comuni colpiti

Il primo pensiero va ovviamente alle vittime delle catastrofi. Fa male vedere due bellezze del nostro paese del calibro di Matera e Venezia sopperire sotto gli schiaffi di eventi meteorologici sempre più estremi. Fa ancora più male sapere che i campanelli d’allarme suonano da tempo e, fino ad oggi, poco o nulla è stato fatto per quanto riguarda l’adattamento delle nostre città ad avvenimenti di questo tipo.

Gli scienziati ci stanno avvertendo da decenni e, sebbene non sia possibile associare un singolo fenomeno atmosferico ai cambiamenti climatici, le loro previsioni parlavano di un aumento nell’intensità e nella frequenza di eventi meteorologici estremi come siccità – vedi Zimbabwe, Australia e California – ed alluvioni, solo per citarne alcuni. Risulta ragionevole dedurre che, forse, ci avevano preso.

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In questo senso sarà necessario iniziare ad attuare politiche serie sotto diversi punti di vista. Se da un lato la situazione di Matera e della Basilicata potrebbe essere un’anteprima di ciò che ci aspetta da un punto di vista meteorologico, dall’altro, quella di Venezia, mette in luce le enormi pecche infrastrutturali del nostro paese, al momento non adatte a rispondere in maniera adeguata ad eventi di questo tipo. Ad un massiccio intervento nella riduzione delle emissioni e, quindi, alla fondamentale mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, vanno affiancate serie politiche di adattamento e resilienza all’interno delle città. L’Italia, al momento, non è affatto a buon punto in nessuno di questi aspetti. Se non si inizia da subito a correggere il tiro a pagarne le conseguenze saremo noi tutti. Meglio darsi una svegliata, prima che sia troppo tardi.

Ottobre da record: è stato il più caldo mai registrato

I dati non mentono, mai. Almeno in un mondo dove regna il buon senso. Nel nostro, invece, dove la disinformazione, anche volontaria, regna sulla ragione e su un’analisi onesta dei fatti non è così. Ottobre si aggiunge alla lunga lista dei mesi del 2019 che sono stati i più caldi mai registrati. Le temperature medie mondiali del mese appena trascorso sono state di 0,69°C sopra la media del periodo che va dal 1981 al 2010. Questo è quanto si evince da un comunicato del Copernicus Climate Change Service (C3S), gestito dal Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a medio termine.

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Com’ è stata condotta l’analisi

Il C3S è un ente dell’Unione Europea che conduce delle analisi meteorologiche costanti pubblicandone i risultati con cadenza mensile. Grazie al suo metodo è in grado di rilevare i cambiamenti delle temperature, e non solo, su scala globale comparandoli con i dati relativi agli anni trascorsi. Il risultato è dato dall’intreccio di miliardi di rilevazioni provenienti da satelliti, navi, aerei e stazioni meteo sparsi per tutto il mondo. Oltre a rilevare i cambi delle temperature a livello mondiale il Copernicus Climate Change Service riesce ad ottenere anche altri tipi di dati che permettono di individuare eventuali variazioni a livello locale. 

Nel comunicato sono state inserite anche una serie di altre informazioni più che rilevanti per capire le aree in cui la situazione è peggiore. Nella regione Artica, ad esempio, le temperature sono state molte più alto rispetto alla media. Nel continente Europeo è stato registrato un aumento molto più lieve ad eccezione delle parte nord-orientale dove sono state registrate temperature più o meno in linea con gli anni passati. Mentre nell’America settentrionale la media delle temperature per il mese di Ottobre è stata più bassa rispetto a quella degli anni scorsi.

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Ottobre è il quinto mese consecutivo da record del 2019

Il mese appena passato, come si poteva immaginare, non è un esempio isolato. Le rilevazioni fatte dal Copernicus Climate Change Service ci dicono infatti che Ottobre è il quinto mese consecutivo a battere il record di temperatura media su scala globale. Risulta verosimile anticipare che, più in generale, quello che sta trascorrendo sarà l’anno con la temperatura media più alta mai registrata. Va specificato che, sebbene non tutti gli altri mesi abbiano infranto questo record negativo, la maggior parte di essi c’è andata comunque vicino.

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Si suol dire che “due indizi fanno una prova”. Solamente in un comunicato da parte del C3S ne abbiamo ben 5, come i mesi appena trascorsi. Se a questi aggiungiamo la lunghissima serie di notizie che continuano a mostrare chiaramente come il nostro pianeta sia in palese difficoltà, risulta veramente difficile capire come ci sia ancora chi sminuisce il problema o, peggio, lo nega senza di fatto avere argomenti che possano essere considerati tali. La scienza ci dice altro. I campanelli d’allarme continuano a suonare, da ogni parte del mondo. Sarebbe meglio iniziare a darsi una mossa.

Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni

Sempre più spesso sentiamo risuonare la frase “tutta colpa di Cina e India” quando si parla di emissioni e cambiamento climatico. Sebbene ci sia un sostanziale fondo di verità in questa accusa, sentiamo il dovere di spiegare con dati alla mano che il problema è tanto cinese quanto italiano, inglese e soprattutto americano. Infatti, analizzando il quadro storico, le responsabilità pro-capite e le cause di emissione, ricaviamo un quadro che tutto ci permette tranne che continuare ad avere il nostro solito stile di vita ed accusare Cina e India dal nostro smartphone. Smartphone che con ogni probabilità è stato prodotto proprio in quei paesi, ordinato su Amazon, e che ha quindi richiesto una quantità enorme di anidride carbonica per arrivare fino alle nostre mani.

Cina e India al primo e terzo posto

È vero, Cina e India sono fra i grandi inquinatori del mondo. Risultano rispettivamente primo e terzo nella classifica mondiale, intervallati dagli Stati Uniti. Nel 2017 la Cina ha emesso circa 10 miliardi di tonnellate di CO2, ricoprendo quindi il 27,2% delle emissioni globali, mentre l’India è stata responsabile del 6.8% con un’emissione pari a 2,4 miliardi di tonnellate. È innegabile quindi attribuire ai due colossi asiatici una responsabilità enorme nel quadro del cambiamento climatico. Ed è altrettanto vero che questa tendenza va assolutamente fermata, se si vuole evitare il collasso ecologico di cui tanto sentiamo parlare.

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D’altra parte però, bisogna rintracciare le coordinate storiche, i motivi politici e le ragioni economiche che stanno dietro a questi numeri. In primo luogo, se si analizza l’arco di tempo che parte dalla rivoluzione industriale, ovvero da quando le emissioni hanno iniziato a crescere su larga scala, i dati soprariportati vengono fortemente ridimensionati. Infatti, come riporta Chivers nel libro The No-nonsense Guide to Climate Change, la Cina scende al terzo posto per responsabilità storiche, preceduta da Stati Uniti e Russia. L’India è invece settima, attestandosi dopo Germania, Gran Bretagna, Giappone e Francia. Cosa ha causato allora il forte aumento degli ultimi anni? L’inizio delle emissioni sregolate da parte di Cina e India va attribuito in parte alle regole stabilite dal Protocollo di Kyoto, il primo storico accordo in materia di riscaldamento globale.

Cina e India “in via di sviluppo”. La crescita che ferisce la Terra

L’accordo aveva infatti diviso i vari paesi del mondo in tre categorie: paesi sviluppati, paesi sviluppati con “economie in transizione” e paesi in via di sviluppo. Cina e India furono inserite nell’ultimo gruppo come paesi in via di sviluppo. L’accordo non impose loro nessun vincolo di emissioni per permettere di perseguire il “progresso” già ottenuto dai paesi cosiddetti industrializzati, in gran parte situati in Occidente. Questo perchè negli ultimi quarant’anni ha predominato un’idea di sviluppo misurato in termini puramente economici, senza tener conto delle conseguenze devastanti che una crescita annua di PIL fra i 6 e i 10 punti percentuali possa creare sull’ecosistema.

Quante terre servono a un cittadino occidentale?

Un altro fattore interessante da indagare è l’emissione pro-capite: infatti, Cina e India risultano fra i principali paesi nelle classifiche su base nazionale; un indicatore più veritiero riguarda invece le emissioni prodotte da ogni individuo nei singoli paesi. Come riporta Il Fatto Quotidiano, “nel 2017 un cinese emetteva circa un terzo della CO2 emessa da uno statunitense, e un indiano meno di un terzo di un cittadino italiano”. Avete presente l’Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità finisce le risorse naturali previste per quell’anno?

Quando andiamo a calcolare l’impronta ecologica delle singole nazioni, notiamo che paesi come gli Stati Uniti già negli anni Sessanta utilizzavano una quantità di risorse naturali pari a cinque volte le disponibilità del pianeta. La Cina invece, ha iniziato il suo “deficit” nei confronti della terra solo nel 1999 (al momento ha un’impronta ecologica di 2.2 pianeti per sostenere lo stile di vita dei suoi abitanti). I dati disponibili sul sito Global Footprint Network ci mostrano che l’India è addirittura dentro la biocapacità della Terra. Gli italiani ultimamente chiamano spesso in causa cinesi e indiani, ma l‘impronta ecologica del nostro paese si attesta attorno a 2.72 pianeti; nel complesso, l’Italia ha superato i limiti di biocapacità già nel 1965.

Le emissioni per necessità e le emissioni di lusso

Inoltre, dobbiamo considerare la concentrazione della ricchezza. I dati Oxfam ci ricordano che il 10% più ricco della popolazione produce da solo il 50% delle emissioni globali. La metà più povera della popolazione situata nel mondo, pari a 3.5 miliardi, è responsabile di un misero 10% delle emissioni totali di Co2. Questi dati generali non considerano neanche il tipo di fonte delle emissioni. In India, ad esempio, il riscaldamento e la cottura del cibo vengono ancora in gran parte generati da metodi altamente inquinanti, come le biomasse. Riscaldamento e cottura del cibo devono essere considerati bisogni primari e non possono valere quanto le infinite emissioni date da attività di svago o lusso dei paesi sviluppati.

Per fare un esempio su tutti, a Dubai esiste una pista da sci artificiale all’interno di un centro commerciale, con una temperatura esterna media fra i 25 e i 40 gradi. Immaginiamo l’immensa quantità di energia per creare una temperatura ideale per sciare all’interno. Nella stessa città, i clienti che fanno shopping a volte lasciano la macchina con aria condizionata accesa fuori dai negozi; così che, al loro ritorno nel veicolo, non soffrono troppo per lo sbalzo di temperatura interno-esterno. Quanto è giusto comparare le emissioni indiane per riscaldare la cena con l’assurdo sfizio occidentale di divertirsi e sentirsi freschi?

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Cina e India: i nostri ordini su Amazon

Infine, bisogna considerare che il continente asiatico inquina anche per soddisfare le richieste dei consumatori occidentali. Ovvero tutti noi, cittadini italiani, americani, francesi, che dal nostro divano ordiniamo prodotti su Amazon o altre piattaforme con un semplice click dello smartphone. La Cina da sola, rappresenta il 54% del mercato globale e-commerce. Per contro, uno studio americano ha calcolato che circa il 15% dei cittadini di New York riceve come minimo un pacchetto al giorno. Jose Holguin-Veras, Professore all’Università di Rensselaer ha commentato così questo fenomeno: “Quante di queste consegne sono veramente urgenti? Forse il 2% o il 5%?”. Anche lui, ci ricorda che il nostro ruolo di consumatori ha un grosso peso nella crisi climatica: “Noi, come clienti, stiamo guidando il processo. In un certo senso, siamo noi ad avere creato tutto ciò”.

Responsabilità globale, in nome della giustizia climatica

Al netto di tutte queste considerazioni, vogliamo sottolineare che nessuno può esonerare Cina, India e gli altri paesi emergenti dalle emissioni prodotte nei propri paesi. Nessuno stato può ormai esimersi dalla responsabilità storica e intergenerazionale di adeguare i propri concetti di sviluppo, modernità e crescita ai confini planetari del pianeta. Tuttavia, è bene tenere a mente gli argomenti sopraelencati prima di puntare il dito e compiere l’ennesimo tentativo di greenwashing delle nostre coscienze. Sarebbe certo più comodo lasciare che siano gli altri ad agire. Potremmo continuare imperterriti con i nostri stili di vita pieni di sfizi ad alto contenuto di emissioni. Sarebbe più comodo, ma la crisi climatica richiede che tutti facciano la propria parte. Ogni stato e ogni cittadino deve fare qualcosa, tenendo conto delle proprie responsabilità passate, delle possibilità presenti e dei benefici futuri.

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Scienziati: “Emergenza clima, ci aspettano sofferenze indicibili”

Allo scoccare del quarantesimo anniversario dalla prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra (1979), non vi e’ assolutamente nulla da festeggiare. 11 mila scienziati hanno infatti lanciato l’ennesimo allarme sulla rivista BioScience, rivolgendosi non solo ai politici, ma a tutti noi. La popolazione mondiale dovra’ affrontare “sofferenze indicibili a causa della crisi climatica” a meno che non ci siano importanti trasformazioni nella società. Si legge nello studio, che prende in considerazione 40 anni di dati scientifici ed e’ stato condotto da ricercatori provenienti da 153 paesi, guidati da William J Ripple della Oregon State University.

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Non e’ stato abbastanza

Nonostante in questo lasso di tempo si siano registrati alcuni miglioramenti, come la decelerazione della perdita della foresta Amazzonica e una lieve decrerscita della natalita’, questo non e’ stato abbastanza per prevenire il riscaldamento globale. La foresta amazzonica ha infatti ripreso la sua decrescita dopo l’elezione di Bolsonaro e il calo demografico e’ rallentato negli ultimi 20 anni. Inoltre, La temperatura, l’acidita’ degli oceani, il clima estremo, gli incendi, le tempeste, il livello del mare, le inondazioni, la scomoparsa dei ghiacci, sono tutti in aumento – ha affermato Ripple. E conclude: Questi rapidi cambiamenti evidenziano l’urgente necessità di agire.

Cosa fare?

Lo studio pero’ non solo denuncia l’emergenza climatica, ma suggerisce anche soluzioni concrete per uscirne. Innanzi tutto e’ necessario cambiare il sistema di produzione di energia, prediligendo le fonti rinnovabili ai combustibili fossili e tassando questi ultimi il piu possibile. E’ poi importante proteggere gli ecosistemi quali foreste, praterie e torbiere per favorire il massimo svolgimento della loro funzione ecologica e l’assorbimento dell’ anidride carbionica. E’ inoltre necessario ridurre le emissioni di metano, idrofluorocarburi e altri inquinanti. Cosi’ facendo, sarebbe possibile ridurre il riscaldamento del pianeta del 50 percento nei prossimi decenni.

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Una delle maggiori fonti di metano sono gli allevamenti animali. Per questo e’ fondamentale che tutti riducano il consumo di carne e prodotti animali, prediligendo frutta, verdura e legumi. In questo modo, oltre a ridurre le emissioni, si ottimizzerebbe la distribuzione delle risorse alimentari, ricavando piu’ cibo in meno tempo e con meno spazio. Questo sarebbe positivo su molti fronti, visto che ad oggi nel mondo un terzo del cibo ancora commestibile viene sprecato. Gli scienziati inoltre ci ricordano che la popolazione mondiale cresce di 200 mila unita’ al giorno. Un fenomeno non sostenibile, sopratutto se tutti loro conducono, o aspirano a condurre, uno stile di vita agiato e pieno di lussi come quello occidentale.

Inquinamento a Shanghai, Cina

Educazione e giustizia sociale

Un’altra importante iniziativa che tutte le Nazioni dovrebbero implementare e’ quella dell’educazione, ambientale e non, sopratutto femminile. Infine, dobbiamo allontanarci dalla mentalita’ della crescita incessante del Prodottio Interno Lordo e della ricerca constante della ricchezza. La buona e paradossale notizia, infatti e’ che un tale cambiamento che prevede giustizia sociale ed economica per tutti, promette un benessere generale molto maggiore rispetto al continuare con business as usual, hanno detto gli scienziati.

La loro vera speranza pero’ risiede nei giovani e nei movimenti nati di recente in tutto il mondo, primo fra tutti i Fridays for Future di Greta Thunberg. Se infatti i giovani di oggi sono gli adulti di domani, forse siamo in buone mani.

Gli incendi che stanno devastando la California

Per anni è stato definito il “Golden State”, un paradiso in terra. Oggi la California ha invece sembianze più simili all’inferno, tanto che il San Francisco Chronicle non ha avuto paura ad affermare che “parti della California sono diventate troppo pericolose per abitarci” o, ancora, che ormai “è diventato un deserto invivibile”. In questi giorni più di 200.000 persone sono state evacuate a causa degli incendi che stanno devastando lo stato. Uno scenario a cui i californiani dovranno abituarsi.

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Photo: U.S. Air Force photo/Tech. Sgt. Roy. A. Santana

Dichiarata l’emergenza per gli incendi in California

Gli accadimenti, che ormai sarebbe superficiale definire “sfortunati”, hanno spinto il governatore Gavin Newsom a dichiarare lo stato di emergenza il 27 Ottobre scorso. Migliaia di pompieri sono da giorni al lavoro per spegnere gli incendi sparsi per la California senza che se ne possano vedere risultati tangibili. I roghi più grandi sono quelli scatenatisi a Santa Clarita Valley ed il Kincade Fire nella contea di Sonomy. Sono centinaia di migliaia le persone che sono state costrette a lasciare le proprie case. Nell’ordine dei milioni, invece, il numero di quelle rimaste senza elettricità. I ripetuti blackout hanno infatti spinto la società energetica locale a sospendere i servizi per limitare i danni alle infrastrutture, già altamente danneggiate dagli eventi.

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Lo scopo di questa decisione è anche quello di scongiurare lo scatenarsi di nuovi roghi a causa delle scintille che i cavi elettrici in funzione potrebbero innescare. Nello scorso weekend i venti hanno toccato i 160 chilometri orari contribuendo ad alimentare ulteriormente il fuoco peggiorando drasticamente la situazione. Steve Anderson, meteorologo del National Weather Service assegnato alla zona di San Francisco, ha dichiarato di “non aver mai visto, in 30 anni di servizio, niente di simile”.

Gli incendi della California sono il nuovo normale?

La California non è nuova ad eventi di questo tipo, soprattutto nella stagione autunnale. Il dato più sorprendente riguarda infatti la ridotta portata degli incendi di quest’anno rispetto alle annate passate. La conta dei morti del biennio 2017/18 si attesta a 130. Quest’anno, per fortuna, il numero di vittime è ancora fermo a zero ma i problemi sussistono. Sono moltissime infatti le persone che avevano da poco finito di ricostruire la propria casa e che sono state costrette ad evacuarla di nuovo, nell’attesa di scoprire se questa volta resisterà o meno agli incendi.

Cosa c’entra col cambiamento climatico?

In un report della California Natural Resources Agency, datato 27 agosto 2018, gli esperti hanno confermato che l’inasprimento della stagione degli incendi in California è legata agli effetti del cambiamento climatico. La regione sarà infatti sempre più soggetta a periodi di lunga siccità che causano la morte degli alberi rendendone gli arbusti estremamente secchi. Queste condizioni rendono vaste aree verdi il nido ideale per il proliferare di incendi di questa portata. Se a tutto ciò aggiungiamo l’aumento nella forza dei venti che invadono la California nel periodo autunnale, viene da sé che i roghi diventano difficilmente arginabili proprio per la velocità e l’intensità con cui si espandono in un lasso di tempo relativamente breve.

La spiegazione del Guardian

Per non parlare di ciò che potrebbe accadere nella stagione invernale. Oltre ad essere vulnerabile agli incendi, la regione californiana è stata in passato anche colpita da diverse alluvioni. Questo potrebbe generare grossi problemi in termini di ricollocazione degli sfollati e di ricostruzione delle infrastrutture.

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I soldi non bastano per salvarsi dai cambiamenti climatici

Fino ad oggi il benessere del pianeta è stato di fatto sacrificato in favore del proliferare dell’economia di alcuni paesi. L’ironia della sorte ha voluto che proprio in quella che è la quinta regione al mondo per PIL si manifestassero prima che in altri posti gli effetti dei cambiamenti climatici. Va tuttavia specificato come proprio nel “Golden State” sia già da qualche anno nata una forte coscienza ecologica che ha spinto sia il settore pubblico sia quello privato ad investire ingenti somme di denaro nella green economy, senza che questo sia bastato a salvarli.

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Questa successione di eventi spinge a trarre un’unica conclusione. Con l’avanzare del riscaldamento globale le aree del pianeta più vulnerabili ad esso saranno di fatto inabitabili, poco importa se e quanto la comunità locale avrà agito per risolvere il problema. Siamo di fronte ad un circolo vizioso di ingiustizia sociale che non colpirà solo la California.

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In Zimbabwe, recentemente, sono stati toccati i 51 gradi centigradi ed alcune zone delle Cascate Vittoria, uno dei bacini idrici più importanti dell’Africa, sono quasi a secco. Si tratta della peggiore siccità che ha colpito l’area negli ulitmi 40 anni. Sono 7 milioni le persone che rischiano di pagarne le conseguenze ed alcune di esse lo faranno con la vita. Questo solo per citare due degli avvenimenti più recenti. Siccità, alluvioni, uragani, ondate di calore, gelate o, più in generale, fenomeni atmosferici più marcati. Che ne dicano i negazionisti questi sono tutti scenari ampiamente previsti dagli scienziati e sono legati ai cambiamenti climatici. Vedremo cos’altro dovrà accadere prima che se ne accorgano tutti.

Le province italiane più green del 2019

Il Sole24Ore ha pubblicato il 26esimo rapporto Ecosistema Urbano, redatto in collaborazione con Legambiente e Ambiente Italia. Una speciale classifica che raggruppa tutti i capoluoghi delle province del paese in base ad una serie di indicatori green raggruppati in 5 macroaree: aria, acqua, mobilità, rifiuti e ambiente.

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I parametri della classifica

Per stilare la classifica è stato creato un ipotetico sistema di punteggi che, sommati, possono arrivare ad un massimo di 100 punti. Come metro per l’attribuzione dei punti è stato utilizzato il rispetto delle leggi ambientali in vigore insieme ad una valutazione generale della qualità ambientale per ognuno degli indicatori presi in considerazione. Le 5 macrocategorie sono a loro volta composta da 18 voci che insieme vanno a creare una valutazione complessiva ma che, allo stesso tempo, mostrano anche quali siano i punti forti o di debolezza delle varie province.

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Entrando più nello specifico le sottocategorie includono Solare termico e fotovoltaico, Verde urbano, Alberi, Isole pedonali ed Uso efficiente del suolo (macro-categoria ambiente); Ozono, Pm10 e Biossido di Azoto (macro-categoria aria); Capacità di depurazione, Dispersione della rete idrica, Consumi idrici domestici (macro-categoria acqua); Piste ciclabili, Incidenti stradali, Tasso di motorizzazione, Offerta del trasporto pubblico, Passeggeri del trasporto pubblico (macro-categoria mobilità); Raccolta differenziata e Produzione di rifiuti urbani pericolosi (macro-categoria rifiuti)

La top 10 delle province green

Il primo dato che salta all’occhio riguarda il distacco che c’è tra Nord e Sud Italia. L’unica provincia meridionale a piazzarsi nella top 10 è quella di Oristano. Le restanti posizioni sono saldamente occupate da province situate nella parte settentrionale della penisola. Prima classificata è quella di Trento. A completare il podio troviamo Mantova e Bolzano. A seguire, tra le 10 province più green del paese, Pordenone, Parma, Pesaro-Urbino, Treviso, Belluno e Ferrara.

Alcuni focus sul report

Se allarghiamo il cerchio andando ad analizzare la top 50 troviamo un’ulteriore conferma del divario tra queste due zone d’Italia. Le uniche province meridionali a comparire tra i primi 50 nomi sono, oltra alla già citata Oristano, Cosenza (14esimo posto), Catanzaro (31esimo), Nuoro (35esimo), Cagliari (45esimo), Benevento (47esimo) e Potenza (50esimo). Un misero 14%. Viene da sé che le regioni più rappresentate nei primi 50 posti siano principalmente quelle settentrionali: Lombardia, Trentino, Friuli, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Marche.

La flop 10 delle province green

Come sempre quando viene stilata una classifica oltre a dei vincitori ci saranno sempre anche degli sconfitti. A comporre la schiera delle 10 province meno green d’Italia troviamo Catania, Ragusa, Palermo, Isernia, Latina, Trapani, Massa, Alessandria, Crotone, Matera e Frosinone. Inutile dire che per le amministrazioni di queste province è giunto il momento di iniziare a prendere seriamente in considerazione l’attuazione di una serie di misure incisive atte a mitigare il problema.

Il commento del report da parte di uno dei redattori

Altalenante, invece, la situazione delle province più popolose. Roma e Torino si piazzano rispettivamente all’88esimo e 89esimo posto su 102, peggio di Bari, Foggia e Napoli che rientrano comunque nelle 20 province meno green del paese. Milano è 32esima, Firenze 24esima, Venezia 16esima mentre Bologna si piazza al 13esimo posto.

L’utilità del Rapporto Ecosistema Urbano

Il lavoro portato avanti, con costanza e giudizio, dai redattori del rapporto è di una preziosità unica. Con i dati raccolti dagli addetti ai lavori ogni amministrazione ha infatti la possibilità di analizzare in maniera dettagliata quali siano i propri punti di forza e quali quelli di debolezza in materia ambientale. Tutto ciò rende, potenzialmente, molto più facile il lavoro delle amministrazioni locali che possono quindi indirizzare gli investimenti green in maniera oculata e mirata. Senza considerare la allettante possibilità di esportare in altre province i modelli che si sono rivelati vincenti in determinate aree territoriali e per un preciso indicatore tra quelli presi in considerazione nella classifica.

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Il problema, però, spesso giace non tanto nella disponibilità di questi dati, che più pubblici di così non possono essere, quanto proprio nella rilevanza che le varie istituzioni danno ai temi ambientali. La molla che deve scattare all’interno dei palazzi istituzionali riguarda proprio il valore aggiunto che una rivoluzione green potrebbe dare al nostro paese sia dal punto di vista economico sia da quello della valorizzazione del territorio. Fino a quando non avverrà questa transizione, soprattutto in quelle zone del paese che sono rimaste più indietro, la strada resterà in salita.

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Vuoi vedere come si piazza la tua provincia? Consulta la classifica completa interattiva disponibile sul sito del Sole24Ore

Brasile, ucciso guardiano della foresta Amazzonica

foresta

“E’ in corso una distruzione di massa della Natura. Dobbiamo preservare questa vita per il futuro dei nostri figli”. Sono le parole rilasciate da Paulino Guajajara durante un’intervista a Reuters. Paulino era leader di un gruppo indigeno che protegge la riserva dell’Arariboia, nello stato di Maranhao in Brasile. Sabato 2 novembre i membri della sua tribu’ hanno riferito che Paulino e’ stato ucciso durante un’incursione illegale dei taglialegna nel suo territorio. Un altro leader indigeno, Laercio Souza Silva, e’ rimasto gravemente ferito durante lo scontro e uno dei taglialegna risulta al momento disperso.

I guardiani della foresta

Paulino era membro di un gruppo chiamato “I guardiani della foresta”. Essi cercano, giorno dopo giorno, di proteggere la Foresta Amazzonica, nonche’ la loro casa, dallo sfruttamento umano. Adesso piu’ che mai l’attivita’ di questi gruppi indipendenti e’ necessaria e anche, purtroppo, pericolosa. Il presidente brasiliano Bolsonaro ha infatti promesso di aprire allo sviluppo economico le terre indigene protette. Bolsonaro, inoltre, ha seminato sentimenti di odio nei confronti delle popolazioni indigene abitanti della foresta, incentivando cosi’ le azioni violente di taglialegna e chiunque ricavi profitto dalle risorse forestali.

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Uno Stato incostituzionale

Greenpeace Brasile ha denunciato l’accaduto con queste parole: “Paulino è l’ultima vittima dell’incapacità dello Stato brasiliano di adempiere al suo dovere costituzionale di proteggere le terre indigene. I “Guardiani della foresta” hanno assunto questo ruolo per se stessi e tutti i rischi ad esso associati.” Un altro leader indigeno dell’area ha detto che le guardie forestali avevano gia’ ricevuto minacce e che erano costretti a indossare giubbotti protettivi mentre pattugliavano. “Abbiamo informato le agenzie federali delle minacce ma non hanno fatto nulla”, ha affermato Sonia Guajajara, leader dell’organizzazione pan-indigena APIB del Brasile.

Nonostante l’evidente pericolo pero’ Paulino non voleva darsi per vinto: “A volte ho paura – ha detto nella stessa intervista – ma dobbiamo alzare la testa e agire. Stiamo proteggendo la nostra terra e la vita su di essa, gli animali, gli uccelli, anche il gruppo Awa che vive qui”. Paulino e’ stato colpito in pieno viso, ed e’ morto a poco piu’ di vent’anni lasciando un figlio e una casa – la foresta – sempre piu’ indifesi.

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Il Cile non ospiterà più la COP25

Ciò che sta succedendo in questi giorni in Cile è sulle pagine dei notiziari di tutto il mondo. Le proteste che stanno invadendo il paese sudamericano hanno, purtroppo, indotto il Presidente Sebastiàn Pinera ad annunciare, nella giornata del 30 ottobre, che il suo paese non potrà ospitare la COP25; una conferenza organizzata dall’ONU con cadenza annuale per discutere delle possibili soluzioni attuabili contro i cambiamenti climatici, in quanto il suo governo al momento ha la priorità di “ristabilire l’ordine pubblico”. Una decisione ragionevole che però finisce per spaventare chi questo evento lo attende con ansia da quasi un anno.

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La COP25 si farà o non si farà?

La paura più grande che sorge tra tutti gli ambientalisti riguarda proprio questa domanda. L’annullamento di un evento del genere potrebbe infatti peggiorare drasticamente la situazione. Per affrontare i cambiamenti climatici è necessario un simultaneo impegno da parte di tutti i governi del mondo. Eventi di questo tipo contribuiscono in questo senso a rafforzare i rapporti e la collaborazione tra essi, o quanto meno tra quelli di maggior buonsenso.

Il video dell’annuncio

Risulta tuttavia difficile capire, a solo pochi giorni dall’annuncio, se la Conference of Parties, giunta alla sua 25esima edizione, sarà definitivamente annullata o se invece cambierà semplicemente la sua cornice. Giovedi’ si e’ aperta una piccola speranza in quanto il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez ha proposto Madrid come sede sostitutiva dell’evento. La Segretaria Esecutivo sul Cambiamento Climatico dell’Onu, Patricia Espinosa ha affermato che l’offerta della Spagna è un segno “incoraggiante” del multilateralismo e consentirebbe agli organizzatori di attenersi ai tempi originali del vertice.

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Mai nella storia della COP un paese aveva rinunciato ad ospitare l’evento con così breve preavviso. La conferenza si sarebbe dovuta tenere tra il 2 ed il 13 dicembre. Riuscire a riorganizzare l’evento in un solo mese è quanto meno un compito arduo. L’UNFCCC e’ infatti ancora in attesa di una lettera ufficiale dalla Spagna ed e’ atteso per venerdi’ a Bonn un incontro tra i funzionari spagnoli e le Nazioni Unite.

La maledizione della COP25

La 25esima edizione sembra essere maledetta. Proprio nell’anno in cui il problema dei cambiamenti climatici ha iniziato a scalare le gerarchie dei media, grazie soprattutto alle proteste dei giovani di Fridays For Future e non solo, l’evento più importante dell’anno rischia di saltare.

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Il paese inizialmente designato per ospitarla era infatti il Brasile. Purtroppo però, nel Novembre scorso, una delle prime decisioni prese dal neopresidente Bolsonaro, è stata proprio quella di cancellare la propria disponibilità a farsi carico dell’organizzazione della conferenza. Un fatto che non sorprende ma che, per dovere di cronaca, riportiamo affinchè il ritratto di Jair Bolsonaro, definitiivamente ascrivibile nella lista degli amici del cambiamento climatico, possa essere arricchito da questa brutta figura.

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Tra i candidati per ospitare la COP25 c’era in principio anche la Costa Rica che ha poi ritirato la propria candidatura per paura delle spese che avrebbe dovuto affrontare.

E adesso?

Trovare una location alternativa prevede costi organizzativi molto alti, oltre che non pochi problemi logistici. Suggestiva, ma senza ancora nessun riscontro dai piani alti, l’idea lanciata via social da Fridays for Future. Onde evitare l’emissione di tonnellate di CO2 generate dagli innumerevoli jet privati dei vari politici che avrebbero dovuto recarsi in Sud America, perché non trovare un modo per far sì che la conferenza possa tenersi virtualmente?

Cosa di meglio, piuttosto che l’ennesima conferenza localizzata – con i soliti infiniti voli transcontinentali e annesse tonnellate di emissioni, e che il più delle volte finisce nelle solite belle parole, con tanta aria fritta e zero impegni – di un bel “conference-change”: che la COP25 sia la prima COP a zero emissioni, ma col pieno di contenuti e impegni veri! #CaroAntonioGuterres: per essere il primo vero summit del futuro, che la COP25 si tenga “virtualmente”, e carbon-free

Fridays For Future

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Gli attivisti del movimento targato Greta Thunberg, che proprio in questi giorni era in viaggio per recarsi in Cile dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza, hanno colto l’occasione per sottolineare come questa sia un’opportunità più unica che rara per iniziare a razzolare bene, oltre che predicare e basta. Una delle più costanti critiche mosse dai movimenti ambientalisti ad eventi di questo tipo riguarda infatti proprio la loro mancanza di concretezza. Troppo spesso abbiamo assistito a discorsi pieni di enfasi e di belle promesse infrangersi di fronte alla realtà dei fatti. Di bei propositi ne abbiamo sentiti fin troppi. Ora è giunto il momento della coerenza.