La questione del litio nel deserto del Cile

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In Cile vi è il luogo più arido della Terra ed è qui che sono presenti grandissime quantità di litio. Tra la cordigliera costiera cilena e quella andina infatti si sviluppa il deserto Salar de Atacama. Qui le piogge sono quasi del tutto assenti, a causa di una corrente fredda oceanica che costringe la zona ad alta pressione permanente. Le due cordigliere montuose, svettanti, riescono a bloccare qualsiasi influsso di aria fredda. Veri e propri temporali, da queste parti, si vedono solo una volta ogni 40 anni circa. Le città di Toconao e San Pedro Atacama, unici due considerevoli agglomerati nel deserto, riescono ad avere acqua per il loro fabbisogno grazie allo scioglimento delle nevi andine. I ruscelli e fiumi che dalle montagne sfociano nel deserto possono avere piene anche considerevoli. Aldilà dell’interesse turistico, ad ogni modo, il Salar fa notizia per un altro motivo.

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Il deserto dell’Atacama

Litio: sfruttamento e pericoli in Cile

“I Paesi che comprano il litio dovrebbero capire che se nel deserto non ci sarà più acqua per noi sarà la morte. Qui non c’è solo energia, stiamo combattendo per la nostra vita.” Non usa mezzi termini Sonya Ramos, attivista cilena e leader indigena delle popolazioni del Salar. La sua intervista, rilasciata al Guardian, che ha anche girato un video a riguardo, è stata rilanciata anche dall’Internazionale.

La fascia desertica salata dell’Atacama, nel nord del Cile, detiene circa il 30% delle riserve mondiali di litio. Questo prezioso metallo si ottiene tramite un processo di evaporazione dell’acqua. Non serve spiegare quanto essa sia rara nel deserto, nonostante, come si è detto poco prima, le comunità locali abbiano trovato il modo di sopperire alla scarsità di acqua grazie allo sfruttamento delle riserve andine. Il boom della tecnologia che utilizza il litio ha trasformato l’area in una delle zone minerarie più sfruttate sulla Terra. Il fragile ecosistema del deserto salato corre il rischio di essere distrutto. Se così fosse, le riserve idriche locali, non copiose, finirebbero per essere prosciugate e la triste previsione di Ramos per divenire realtà.

Poco distante dall’Atacama si trova il Salar de Uyuni, in territorio boliviano. Le caratteristiche sono del tutto simili a quelle cilene, per cui anche a tali latitudini le aziende che operano nell’estrazione di litio stanno spadroneggiando nel deserto, incuranti dell’habitat e della vita delle comunità locali.

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Il valore del litio

In forma pura, il litio è un metallo tenero color argento. Esso si ossida rapidamente a contatto con aria o acqua. Tra gli elementi solidi è il più leggero e i suoi impieghi principali sono nelle leghe, come conduttore di calore; in alcuni medicinali che combattono il disturbo bipolare e, soprattutto, nelle batterie ricaricabili dei dispositivi elettrici, come componente principale. Consideriamo che nel mondo si contano 7,9 miliardi di sim e, dunque, ci sono più cellulari (soprattutto smartphone) che persone, oltre naturalmente a laptop, console per videogiochi e altri dispositivi i quali utilizzano gli ioni di litio nelle loro batterie e ci rendiamo presto conto di quale sia la richiesta di questo metallo.

La tecnologia che utilizza il litio è a basso impatto e piuttosto facile da integrare. Il metallo è in grado di assorbire elettricità e immagazzinarla, dunque è perfetto per i dispositivi portatili dai quali siamo ossessionati. Calcoli recenti segnalano che passiamo addirittura 7 ore al giorno, in alcuni casi, ad additare il nostro device. A partire dal 2007, la domanda mondiale di batterie agli ioni di litio è aumentata a livello esponenziale. Negli ultimi 15 anni dunque, inevitabilmente, sempre più società hanno ampliato i propri sforzi per soddisfare le richieste internazionali e l’estrazione salina è divenuta la norma.

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Estrazione salina del litio

Elettrolisi del litio e applicazione all’elettronica di consumo

Il litio si produce tramite elettrolisi. Senza perderci oltre nell’affascinante chimica, ciò significa che subisce trasformazioni tramite apporto di energia elettrica. Nel corso di tale processo si utilizzano solitamente cloruro di litio e cloruro di potassio fusi, all’interno di celle in acciaio rivestite con materiale refrattario. Il litio fuso, al loro interno, si accumula presso un catodo in acciaio.

Elettrodo potentissimo, la bassa massa atomica del litio gli regala un alto rapporto potenza – peso e una carica elevata rispetto a metalli concorrenti. Una batteria agli ioni di litio può generare circa 3 V per cella. Una al piombo, ad esempio, non riesce ad andare oltre 2,1 V; una in zinco-carbone non supera neppure 1,5 V. Le batterie al litio sono usa e getta, utilizzabili come pile primarie. Quelle che abbiamo nei nostri cellulari sono agli ioni di litio, ricaricabili e con alta densità di energia.

La ricchezza del suolo del Cile e il suo sfruttamento selvaggio per il litio

A causa dell’alta presenza di litio nel suo suolo, il Cile è oggi un significativo campo di battaglia tra due antichi sfidanti ben noti a chi legge l’EcoPost: l’interesse economico e la tutela ambientale. Il Paese sudamericano è ricco di risorse. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e litio. A queste latitudini troviamo anche giacimenti di ferro, molibdeno, piombo, zinco, oro e argento. Nella parte meridionale del Paese è molto diffuso anche il carbone. L’attività estrattiva e l’export di minerali rappresenta circa un terzo del PIL nazionale.

Si stima che la richiesta di litio potrebbe raddoppiare entro il 2025. La Sociedad Quimica y Minera, azienda cilena operante nell’estrazione di litio, ha promesso che triplicherà la produzione di litio nel corso dei prossimi 10 anni. Azionista di maggioranza di SQM è la famiglia di Augusto Pinochet, alla quale, futile dirlo, interessa ben di più il proprio conto in banca che la tutela del territorio del Salar e di chi lo abita. Quando snoccioliamo i numerosi – e indiscussi, sia chiaro – vantaggi delle energie rinnovabili, consideriamo anche la doppia faccia di tale medaglia. Il mondo si sposta verso le fonti green, ci auguriamo, eppure per poter sfruttare le batterie delle auto elettriche e digitalizzare il lavoro diventeremo dipendenti dal litio. Se per ottenerlo dobbiamo desertificare l’America del Sud e l’Africa, potremmo davvero vantarci della transizione energetica? Il fine della riconversione fino a che punto giustifica l’ulteriore impoverimento delle aree più povere del mondo?

Sono decisioni politiche, ma pensiamoci quando decidiamo di comprarci il nuovo iPhone perché quello vecchio ha compiuto un anno, o quando al nostro smartphone affianchiamo uno smartwatch perché va di moda.

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Le proteste nell’Atacama per il litio del Cile

“Consideriamo il bacino del Salar dell’Atacama come un sistema vivente. La distruzione di una sola delle sue parti influenzerà necessariamente il resto. L’acqua nel Salar è vita e quindi intendiamo come dovere etico dello Stato garantirne la protezione per la conservazione della vita in tutte le sue forme.” Scrivono gli attivisti membri del comitato di difesa del Salar. “Comprendiamo l’importanza del litio come materia prima per le batterie utilizzate in settori come le energie rinnovabili e le auto elettriche. Non accettiamo però, in nessuna circostanza, che ciò implichi il sacrificio di acqua e vita nel nostro territorio. Le batterie al litio non sono ecologiche. La loro impronta ambientale viene semplicemente ignorata.”

Proteste per limitare lo sfruttamento nell’Atacama

Sonya Ramos e i suoi concittadini hanno percorso, a piedi, 350 km nel deserto cileno, giungendo fino alla città di Antofagasta, il capoluogo dell’omonima regione, per sollecitare le autorità a non ampliare l’attività estrattiva. La protesta è stata inevitabilmente travolta dall’ondata di proteste che ha affollato Santiago, la capitale cilena, negli scorsi mesi di disobbedienza civile. Il pueblo cileno, infatti, è sceso in piazza per protestare contro un governo considerato affamatore ed anacronistico. La voce degli attivisti, però, pare sia stata ascoltata. Resta ora da vedere se i toni concilianti delle istituzioni siano solo una strategia per tentare di calmare la mareggiata delle proteste che rischia di allagare le stanze dei bottoni cilene.

 

 

Api, una strage silenziosa: siamo al punto di non ritorno?

Sembra ormai segnato il destino delle api, meravigliosi animali essenziali per la sopravvivenza del genere umano e dell’ecosistema. Sempre più stremate dall’impatto antropico e dal clima che cambia, si rischia di raggiungere il punto di non ritorno nel giro di pochi anni, con conseguenze drammatiche per l’intero Pianeta.

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L’incessante sterminio (consapevole) delle api potrebbe portare al declino della specie umana.
Immagine: Beatrice Martini

Le api, un tesoro inestimabile (anche per le nostre tavole)

Grazie alla loro operosità, questi insetti permettono l’impollinazione di molti fiori e piante, spesso distanti tra loro, facilitandone anche il rimescolamento dei semi.

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Un’ape intenta nel riempire le sacche polliniche situate sulle zampe posteriori le quali, quando piene, si stima rappresentino circa il 30% del peso complessivo dell’animale.
Immagine: Beatrice Martini

Si calcola che siano responsabili del 70 % circa delle impollinazioni di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta, dando un contributo incredibile alla biodiversità.

Solo in Europa si stima che l’84% delle 264 specie coltivate dipendano dall’impollinazione degli insetti e che ben 4000 diverse varietà vegetali sopravvivano grazie alle api. Senza queste ultime molta frutta e verdura sparirebbe dalle nostre tavole per sempre.

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Le api, bioindicatori per il monitoraggio dell’inquinamento

Dal 1962, l’ape è stata sempre più impiegata nel monitoraggio dell’inquinamento ambientale, provocato dai metalli pesanti in ambito urbano e dai pesticidi nelle zone rurali. Due sono gli indicatori che attestano la malasanità di un ambiente: l’elevata mortalità dell’insetto o la presenza di metalli pesanti nel miele, nel polline e nelle sue larve.

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Le cause principali da associare alla drammatica moria delle api sono da ricercare in fattori quali l’inquinamento, malattie, pesticidi e perdita di porzioni del proprio habitat.

Tra i fattori che spingono questi insetti verso il punto di non ritorno: il cambiamento climatico, pesticidi e malattie. L’uomo, con le sue pratiche agricole ad alto impatto ambientale rappresenta la prima minaccia per la sopravvivenza degli impollinatori ed il conseguente equilibro dell’ambiente.

Che siano allevate o selvatiche, le popolazioni di api stanno subendo gravi perdite in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Giappone e in Africa, preannunciando l’imminente punto di non ritorno. Insieme alle api, per le stesse cause, si registra un declino drammatico anche di altri insetti impollinatori: bombi, farfalle e falene.

Grazie alla ricerca siamo in grado di affermare che la responsabilità di tale massacro è da imputare esclusivamente alle azioni dell’uomo; possiamo dunque parlare di un vero e proprio genocidio. Come scrivono Alessandro dal Lago, Antonio Volpe, Massimo Filippi nel loro libro Genocidio animale:

“Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?”

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E’ possibile un mondo senza api?

Senza il processo dell’impollinazione cesserebbero gli incroci di polline tra piante lontane, con gravissime conseguenza per gli organismi che direttamente o indirettamente dipendono da esse, uomo compreso. Le api dunque non sono solo mere produttrici di miele ma, bensì, regolatrici dell’ecosistema e dei raccolti su cui basiamo la nostra dieta.

Da tempo la comunità scientifica denuncia questa strage silenziosa ed i suoi carnefici: il timore è il raggiungimento del punto di non ritorno con il quale si dovrà fare presto i conti. Qualche passo nella giusta direzione, però, è stato fatto dall’Europa negli ultimi due anni.

Nel 2018 la Commissione europea ha presentato “l’iniziativa per gli impollinatori dell’UE“, la prima proposta sugli insetti impollinatori che coinvolge l’intera Comunità Europea. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sul tema, informare sul declino degli impollinatori e verificarne le cause.

Il 18 dicembre 2019 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per chiedere alla Commissione delle azioni più mirate alla tutela degli impollinatori selvatici, assegnando maggiori fondi per la ricerca e un’ulteriore riduzione nell’uso di pesticidi.

Soluzioni alternative ai pesticidi?

Il ripristino degli habitat naturali degli insetti impollinatori, insieme alla ripianificazione agricola, è probabilmente il modo più efficace per evitare l’ulteriore diminuzione o scomparsa delle loro popolazioni.

Preservare delle porzioni di prato accanto ai campi coltivati può incrementare l’abbondanza e la diversità di molte specie di impollinatori, che a loro volta migliorano la resa delle colture e la rimuneratività dell’azienda. Pratiche simili permettono la conservazione anche dei nemici naturali di quei parassiti che l’uomo solitamente contrasta con insetticidi e fungicidi.

Bee my Future: il progetto di Lifegate per salvare le api

Lifegate ha attivato il progetto “Bee my Future” che sostiene l’allevamento di 14 alveari, grazie al lavoro di un apicoltore esperto, nella provincia di Milano. Il miele in questione viene prodotto esclusivamente seguendo i principi del biologico ed il suo acquisto permette il finanziamento e l’aumento delle arnie.

L’idea nasce con l’intento di donare alle api il riparo necessario dai fattori che ne limitano la sopravvivenza soprattutto durante la sciamatura.

Il 20 maggio si celebra la Giornata Mondiale delle api

Concepita dall’ONU nel 2017, questa giornata punta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa l’affascinante mondo delle api e sulle problematiche ambientali che le stanno mettendo in ginocchio.

Leggi anche: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

L’informazione del singolo è essenziale per evitare il raggiungimento del punto di non ritorno. Per prepararvi a questa giornata, e ad una migliore comprensione del loro mondo, vi consigliamo alcune interessanti letture. Potete trovare i link all’acquisto sotto ogni immagine!

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Londra, 2000 scarpe da bambino per il clima

Londra clima

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Non è certo la prima volta che Extinction Rebellion, il provocatorio gruppo di attivisti per il clima di Londra, fa parlare di sé per una manifestazione. Sul nostro sito ne abbiamo parlato spesso. Ieri, lunedì 18 maggio, ci sono riusciti nonostante nessuno di loro sia sceso in piazza.

La protesta a Londra per riportare l’attenzione sul clima

L’idea del gruppo ambientalista, questa volta, è stata se possibile più provocatoria che una manifestazione fisicamente partecipata. Extinction Rebellion ha infatti posizionato 2000 scarpe da bambino in Trafalgar Square, una delle piazze più grandi e più importanti di Londra.

L’idea è quella di ricordare a tutti che la crisi climatica avrà degli effetti devastanti, oltre che su di noi, sulle generazioni future e, quindi, sui nostri stessi figli. Inoltre, la manifestazione serviva a richiamare l’attenzione sul tema del clima, che è stato dimenticato a causa della pandemia di Covid-19.

Boris Johnson riapre Londra

La protesta però nasce anche in seguito alle recenti disposizioni del premier britannico Boris Johnson, il quale ha annunciato l’imminente riapertura di Londra e di tutto il Regno Unito. Lo ha fatto, però, in perfetto stile capitalista, ovvero finanziando con i soldi pubblici le attività dell‘industria degli idrocarburi, un settore altamente inquinante.

Ironicamente, Boris Johnson ha annunciato una possibile riapertura delle scuole dal 1° giugno, guadagnandosi le ire di molti rappresentanti delle regioni, oltre che delle famiglie. Il consiglio della città inglese Hartlepool, per esempio, ha dichiarato che “dato che i casi di Coronavirus localmente continuano a salire, abbiamo concordato che le scuole non riapriranno lunedì 1 giugno”. Il tutto, ovviamente, per la salute degli insegnanti e dei bambini. I quali, ancora una volta, dovrebbero subire le conseguenze decisionali degli adulti.

Che fine fanno le scarpe da bambino?

Le scarpe utilizzate per la protesta, ovviamente, non sono state comprate, bensì fornite da genitori e insegnanti delle comunità locali. Verranno poi donate a Shoe Aid, un’associazione caritativa di assistenza ai più poveri.

Londra clima

Insomma, si può dire che questa protesta sia tutta incentrata sulla lotta all’egoismo. Quello a discapito dei bambini, in primis. Ma sicuramente anche quello che mette in secondo piano la crisi climatica a fronte di un’altra certamente grave, ma che con le giuste precauzioni è stata gestita. Lo striscione appeso nella piazza a Londra, a questo proposito, parla chiaro: “Covid today. Climate tomorrow. Act Now“.

Adesso occorre gestire il clima come problema altrettanto presente e pensare quindi al futuro del mondo, dei bambini e, quindi, dell’umanità.

 

 

Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

decreto rilancio ambiente

Quella del Covid-19 è stata una crisi senza precedenti, che ha costretto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a firmare il Decreto Rilancio. Il Decreto prevede una serie disposizioni per permettere all’economia italiana di ripartire. È anche, però, un’opportunità per mettere in atto delle pratiche virtuose ed iniziare la transizione verso un’economia a favore dell’ambiente.

Il decreto rilancio per l’efficienza energetica degli edifici

Il provvedimento maggiore è sicuramente quello che riguarda il sistema edilizio. Lo Stato infatti rimborserà il 110% degli interventi di efficientamento energetico sostenute dal 1° luglio fino al 31 dicembre 2020. I soldi verranno rimborsati in cinque quote annuali.Tali interventi sono:

  • Isolamento termico. La spesa per questa operazione deve ammontare ad un massimo di 60.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio .
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti centralizzati per il riscaldamento, raffrescamento o fornitura di acqua calda a condensazione. Tutti devono avere un’efficienza almeno pari alla classe A. Ovviamente è valido anche se abbinato all’installazione di impianti fotovoltaici.La spesa per queste operazioni, compreso lo smaltimento degli impianti sostituiti, non deve superare i 30.000 euro.
  • Tutti gli altri interventi di efficientamento energetico già previsti dalla legislazione vigente.

Importante: Ai fini dell’accesso alla detrazione, gli interventi devono assicurare il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Oppure il raggiungimento della della classe energetica più alta.

  • L’installazione di impianti solari fotovoltaici connessi alla rete elettrica. La spesa massima deve però essere di 48.000 e comunque nel limite di 2.400 per ogni kW di potenza.
  • L’installazione di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.
  • Interventi di efficientamento anti-sismico.

Sostegno per le Zone Economiche Ambientali (ZEA)

Il Decreto Rilancio stanzia anche 40 milioni di euro per l’anno 2020 a favore delle micro, piccole e medie imprese che svolgono attività economiche eco-compatibili. Queste comprendono anche le attività di guida escursionistica ambientale che hanno sofferto una riduzione del fatturato a causa del Covid-19. Per ricevere il denaro le imprese e gli operatori devono risultare attivi alla data del 31 dicembre 2019.

Devono inoltre avere sede legale e operativa nei comuni aventi almeno il 45% della propria superficie compreso all’interno di una ZEA. Infine, devono svolgere attività eco-compatibile ed essere iscritti all’assicurazione generale obbligatoria.

Mobilità sostenibile

  • Il governo predispone poi 120 milioni di euro per incentivare la mobilità sostenibile, a fronte della crisi che subirà il trasporto pubblico. A partire dal 4 maggio, con l’acquisto di una bicicletta, anche a pedalata assistita, un segway, un hoverboard o un monopattino, verrà rimborsato il 60% del prezzo originale. Bisogna però essere residenti in un comune con più di 50.000 abitanti. La detrazione è valida per una sola volta a persona.
  • Per gli anni 2021 e seguenti il Programma incentiva la rottamazione di autoveicoli e motocicli altamente inquinanti.
  • Saranno inoltre finanziati i progetti per la creazione, il prolungamento, l’ammodernamento e la messa a norma di corsie riservate per il trasporto pubblico locale e di piste ciclabili.
  • Infine, per le aziende con più di 100 dipendenti e situate in un comune con pi di 50.000 abitanti sarà obbligatorio predisporre un piano spostamenti casa-lavoro entro il 31 dicembre di ogni anno. Dovranno inoltre nominare un responsabile della mobilità aziendale (mobility manager).

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Il livello del mare potrebbe alzarsi di un metro entro il 2100

livello del mare

“Sono solo esagerazioni, dati portati all’estremo, per convincere i politici a fare qualcosa”. Qualcuno potrebbe commentare così il nuovo studio condotto dall’Università tecnologica di Nanyang di Singapore, il quale afferma che il livello globale del mare potrebbe salire di un metro entro il 2100.

Di quanto aumenterà il livello del mare?

Tralasciamo il fatto che, anche fosse un’esagerazione che considera solo le condizioni peggiori possibili, sarebbe comunque un motivo valido per responsabilizzare i politici e far sì che le condizioni non peggiorino ulteriormente. Il problema è che questa non è affatto un’esagerazione. Si tratta piuttosto dello scenario nel quale i Paesi del mondo si troveranno nel caso continuassero ad emettere la quantità di anidride carbonica attuale.

Comunque, per essere precisi, lo studio dice che il livello del mare potrebbe aumentare da 0,6 a 1,3 metri entro il 2100 e da 1,7 a 5,6 metri entro il 2300. Se invece, nello scenario migliore, riuscissimo a contenere le emissioni e mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, l’innalzamento del livello del mare potrebbe essere di “soli” 0,5 metri.

Come si può vedere, l’opzione “il mare non subirà un innalzamento” non è contemplata. È quindi accertato che per questo problema non si possa fare più nulla, se non contenerne gli effetti. Il co-autore dello studio Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research ha proposto un interessante parallelismo con il Coronavirus. “Come nella pandemia di Covid-19, il tempismo è fondamentale per prevenire la devastazione. Se si aspetta di avere un problema serio, è già troppo tardi. A differenza del Covid-19, però, una volta che le calotte glaciali sono state destabilizzate oltre i limiti, l’innalzamento del livello del mare non può essere fermato per secoli o addirittura per millenni”.

Come è stato condotto lo studio

L’epidemia di Covid-19 ci ha dimostrato anche un altro fatto importante: anche i più esperti scienziati possono contraddirsi tra loro, o comunque giungere a risultati differenti a seconda di quando, dove e in che modo hanno condotto i propri studi. Per questo, il coordinatore dello studio in questione Benjamin P. Horton ha deciso di contattare 106 specialisti da atenei di tutto il mondo selezionandoli in base al loro curricula. Questi ultimi dovevano contenere almeno sei recenti articoli scientifici sull’innalzamento del livello del mare a seguito del riscaldamento globale. Non solo, dovevano essere stati pubblicati dal 2014 ad oggi su accreditate riviste scientifiche. Gli autori dello studio hanno poi fatto una media dei dati riportati su queste ricerche. E i risultati, come si è visto, non sono stati affatto incoraggianti.

Per quanto infatti alcuni dati possano divergere, quello principale, ovvero che il livello del mare si innalzerà di molto nei prossimi anni, ricorre in tutti gli studi. Vi è solo un dato sul quale gli scienziati sono discordi o incerti ovvero il futuro delle calotte di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide. I dati satellitari e le misurazioni sul campo mostrano infatti che queste regioni si stanno sciogliendo più rapidamente di quanto previsto dagli scienziati. Pertanto è ancora difficile stimarne precisamente le conseguenze.

Conseguenze dell’innalzamento del livello del mare

I livelli medi del mare si sono alzati di circa circa 23 centimetri dal 1880. Di questi, circa 7 centimetri derivano dagli ultimi 25 anni. A fronte di questo innalzamento i danni sono già stati ingenti. Pensiamo però che questa non è nemmeno la metà dell’altezza stimata per il 2100, quando, a questo punto, le conseguenze per il mondo saranno disastrose. Il continente che più sarà colpito è l’Asia (Cina, Bangladesh, India, Vietnam, Indonesia,Thailandia, Filippine e Giappone), con il 70% dei suoi abitanti che dovranno abbandonare le loro case. Il New York Times ha scritto che alcune città come Mumbai (India) e Ho Chi Min (Vietnam) scompariranno, così come Shanghai. Dovremmo anche prepararci a dire addio ad alcuni patrimoni culturali, come a quello di Alessandria d’Egitto.

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Il cambiamento del livello del mare a livello globale nel corso degli anni. Fonte: Focus.it

L’innalzamento del livello del mare minaccia anche alcuni servizi basilari come l’accesso a Internet, dato che molte delle infrastrutture comunicative sottostanti le città si trovano proprio in prossimità del mare. Per non parlare degli effetti devastanti sugli habitat marini, degli uccelli e delle piante, dell’erosione delle coste, delle inondazioni, della contaminazione delle falde acquifere e del suolo agricolo con il sale marino.

Cosa ha già causato l’innalzamento del livello del mare

Un team di ricercatori australiani ha stabilito che sono cinque gli atolli scomparsi nelle Isole Salomone, una nazione insulare del Pacifico meridionale, a est della Papua Nuova Guinea. Gli scienziati russi hanno riportato che una piccola isola dell’Artico è scomparsa. Verso la fine del 2018 un giornale locale ha riportato che una piccola isola disabitata poco al largo della costa del Giappone potrebbe non riemergere mai più dopo essere scomparsa sotto il livello del mare.

Tutto questo è una finestra sul futuro – ha affermato Nunn della University of Sunshine Coast. – ci dice ciò che accadrà nei prossimi 20 anni in tutto il resto del mondo, e non solo in un contesto insulare. Può accadere a New Orleans, Los Angeles e tutte le altre città costiere. Prima iniziamo a pensarci, meno sarà doloroso”.

Infatti, senza necessariamente arrivare alla sommersione di interi continenti, si possono vedere questi effetti già nelle maggiori città del mondo. Rotterdam, nei Paesi Bassi, ha già da molti anni costruito la Maeslant Barrier, una barriera per gran parte sottomarina lunga come la Torre Eiffel. New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. New York stava vagliando, almeno prima che l’amministrazione Trump bloccasse i fondi per il progetto (leggi qui l’articolo in merito), la possibilità di costruire una gigantesca barriera al largo di Manhattan. Gli effetti dell’innalzamento del mare su Venezia, poi, li vediamo spessissimo sui notiziari.

Il caso delle Isole Kiribati

In alcuni luoghi del mondo, però non vi sono barriere che tengano. La Repubblica di Kiribati, un gruppo di 33 isole del Pacifico dove vivono 100 mila persone, si trovano a circa 2 metri sopra il livello del mare. Considerando le suddette previsioni degli scienziati, queste isole saranno prima o poi inabitabili. Infatti, per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera popolazione.

Le isole Kiribati si trovano a 1.8 metri sul livello del mare

Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che Kiribati sia già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di ciò che comporterà la crisi climatica. La quale, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.

Esiste una petizione online per tassare le emissioni

Tassare le emissioni carbonio è l’obiettivo della nuova petizione “StopGlobalWarming.eu“, che può essere firmata, senza costi e senza sforzi, tranquillamente dal divano di casa.

L’importanza di Internet e i Social Media

Non è certo la prima volta che Internet e i Social Media hanno avuto un ruolo decisivo per cambiamenti sociali importanti. Pensiamo al successo ottenuto dall’hashtag #Metoo, grazie al quale donne e uomini di tutto il mondo si sono fatti forza per combattere insieme una mentalità retrograda e maschilista. Oppure si pensi alla sempre maggiore popolarità della piattaforma di campagne sociali Change.org, il cui direttore Luca Francescangeli ha dichiarato che dal 2012 al 2017 sono state vinte ben 800 petizioni.

Un esempio è l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, dell’emendamento che riconosce il reato di revenge porn. E ancora, Fedez e Chiara Ferragni, grazie alla piattaforma di raccolta fondi Gofoundme hanno raccolto più di 4 milioni di euro da destinare all’ospedale San Raffaele di Milano perché sostenesse i costi dell’epidemia di Covid-19. Lo sciopero digitale per il clima di Fridays For Future ha registrato solo in italia più di 6000 presenze “virtuali”. E la lista potrebbe continuare.

petizione emissioni

Cosa prevede la petizione per ridurre le emissioni

Marco Cappato non si è fatto quindi intimorire dal lockdown e ha creduto nella potenza del web. La campagna StopGlobalWarming.eu è stata infatti promossa da Eumans!, il movimento di Cappato formato dai cittadini europei attivi sullo sviluppo sostenibile, insieme a Science For Democracy.

La proposta della campagna prevede, innanzi tutto, una tassa sulle emissioni (che aumenterà nel corso del tempo), abbassando al contempo le tasse sul lavoro e sui redditi più bassi. Propone poi di abolire il sistema di quote gratuite di CO2 per ogni Stato e introdurrebbe un prezzo fisso per le emissioni, in modo da ridurne le importazioni da parte dei paesi più inquinanti.

Come sappiamo, infatti, in seguito all’Accordo sul Clima di Parigi, è entrato in vigore il “comodo” sistema di scambio di emissioni. Semplificando molto, le nazioni più virtuose, che restano sotto il limite consentito di emissioni, hanno il diritto di vendere le emissioni restanti ad altri paesi, che invece hanno superato la soglia di agenti inquinanti emessi nell’atmosfera.

Questo meccanismo non ha, ovviamente, incentivato un miglioramento da parte delle nazioni più inquinanti, anzi. Ha invece fatto sì che queste continuassero a sforare i limiti senza particolari ripercussioni. Se non quelle, ovviamente, sul riscaldamento globale e sulle popolazioni che più risentono dei cambiamenti climatici (le quali sono anche, paradossalmente, quelle che inquinano meno).

Perché è importante firmare la petizione per ridurre le emissioni

Un altro punto importante della petizione prevede che il ricavato della tassa sul carbone sia destinato a progetti di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabile. “Con il prezzo del petrolio ai minimi e le pressioni per rimuovere i vincoli ambientali in nome dell’uscita dalla crisi, si rischia di tornare indietro a modelli di sviluppo disastrosi per l’ambiente – ha dichiarato Cappato -. L’Unione europea e gli Stati nazionali stanno per spendere migliaia di miliardi di soldi pubblici per uscire dalla crisi. Bisogna cogliere l’occasione per promuovere un modello di sviluppo sostenibile”.

La petizione, per poter essere presentata alla Commissione Europea, deve raggiungere quota un milione di firme in sette diversi paesi dell’Unione. Al momento ne sono state raggiunte 26.548. Perché il numero subisca un’impennata, dovrebbe passare il forte messaggio contenuto nel video della Banca Mondiale proprio in merito alla tassazione delle emissioni.

Non è questione di prendere le parti di qualcuno, bensì di pensare al futuro. L’inquinamento non è gratis e, se non controllato, causerà un danno globale senza precedenti. Molti paesi, però, emettono CO2 nell’atmosfera senza alcun costo. Questa bolletta la pagheremo noi, sotto forma di minacce alla salute pubblica, scarsità di cibo e di acqua e disastri naturali. Invece, quando l’inquinamento ha un prezzo, possono essere pagate l’efficienza e l’innovazione per le energie rinnovabili, che faranno risparmiare, sul lungo periodo, molti soldi.

Leggi anche: “Cala l’inquinamento. 11.000 morti in meno in Europa”

Ovviamente, noi crediamo che la tassazione delle emissioni sia solo un modo per favorire la transizione verso un mondo la cui economia non dovrà più basarsi sulla combustione del carbone per sopravvivere. I soldi risparmiati anche grazie all’implementazione delle energie rinnovabili dovranno essere utilizzati anche per un’educazione ambientale capillare, che eradichi la mentalità della ricerca del profitto fine a se stesso, oltre che quella del consumismo estremo. Questo perché il cambiamento di una società va di pari passo con i valori della società stessa. Nel frattempo, è necessario che i cittadini comunichino “ai piani alti” di essere pronti a questo cambiamento. E ora possono farlo.

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A che punto è la legge sulla Canapa in Italia

legge canapa

Quando si tratta di affrontare la legge sulla canapa i politici italiani assomigliano molto agli struzzi quando mettono la testa sotto la sabbia. Non fosse che gli animali lo fanno per reali ragioni di sopravvivenza, mentre i politici per il consenso, senza realmente informarsi sulle conseguenze delle loro azioni.

Gli sviluppi della legge sulla canapa in Italia

L’origine della legislazione sulla pianta di canapa risale agli anni ’30, con un divieto totale di coltivazione. Fu un durissimo colpo per l’economia dell’Italia, che era una delle nazioni leader nel mondo per la coltivazione della canapa, seconda solo alla Russia.

La coltivazione della canapa in Italia nel corso degli anni

Nel corso degli anni si sono alternate molte leggi sulla canapa e altrettante loro interpretazioni errate. Nel 2016 finalmente è stata fatta un po’ di chiarezza. La coltivazione industriale di canapa diventava ufficialmente legale, purché nelle varietà di canapa sativa, ovvero quelle al cui interno vi è una presenza irrisoria di THC, la sostanza psicotropa caratteristica della pianta comunemente nota come marijuana.

Un grave lacuna nella legge sulla canapa

Questa legge presenta però una grave lacuna: non viene menzionata la possibilità o meno di coltivare anche l’infiorescenza della canapa, più comunemente nota come cannabis light. D’altro canto, non essendone fatta menzione nella legge, non ne è stato nemmeno fatto divieto. Tanto che, a partire dal 2017, quando la legge è entrata in vigore, i negozi che vendevano cannabis light e i loro prodotti si sono moltiplicati nelle città italiane.

Allo stesso tempo, il settore canapicolo è proliferato. Sono infatti nate più di 3.000 aziende agricole che hanno assunto 10.000 lavoratori, sopratutto giovani, creando un notevole indotto economico alla nazione. In più, dovendo far meno ricorso alle importazioni, si stava aprendo la possibilità per l’Italia di tornare ad essere un’eccellenza mondiale nel settore della canapa.

La cannabis light non è pericolosa

Vi è però sempre stata una forte incertezza, da parte dei venditori di cannabis light, riguardo alla legittimità della loro attività. Sopratutto dopo lo scorso maggio quando Matteo Salvini, allora Ministro degli Interni, aveva ostruito l’attività di questi commercianti e la vendita di inflorescenze della canapa sembrava essere stata definitivamente vietata.

Tutto ciò si scontrava, come spesso accade, con i dati scientifici che riguardano la cannabis light. Le inflorescenze di canapa sativa, infatti, presentano anch’essi una quantità molto bassa di THC, nella maggioranza dei casi inferiore allo 0,5%. Pertanto, non è da considerarsi all’interno della lista stilata dal ministero della salute delle sostanze considerate stupefacenti. In parole semplici, non è da considerarsi una droga.

“Droga” sul balcone sì, cannabis light no: la legge si contraddice

Fra le altre cose, più passa il tempo più lo Stato si contraddice. Ad aprile di quest’anno infatti la Cassazione ha approvato l’assenza di reato per chi coltiva cannabis (non light!) in casa, in minime quantità e ad esclusivo uso personale.

legge canapa

Anche se questa è, a livello generale, una buona notizia, rivela delle contraddizioni e dei problemi da non sottovalutare. Giampaolo Grassi, primo ricercatore del Centro di Ricerca sulla canapa di Rovigo e membro del comitato scientifico di Federcanapa ha commentato così la notizia in un’intervista.

Sembra da schizofrenici. Da una parte danno battaglia a chi coltiva canapa industriale, dalla quale si potrebbe estrarre il CBD che manca all’industria farmaceutica, e dall’altra lasciano libera la coltivazione di varietà contenenti THC, senza alcun tipo di controllo. […] Dove si va ad acquistare il seme con THC e quali varietà? Commercianti poco scrupolosi vendono direttamente le piantine importate da Svizzera ed Austria. Oppure, peggio, provenienti dal mercato nero.

La legge sulla canapa del MS5 e la sua bocciatura

Lo stupore di Giampaolo Grassi deriva dalla bocciatura dell’ emendamento proposto alla Cassazione dal MS5 il quale recitava quanto segue.  “L’uso della canapa composta dall’intera pianta di canapa o di sue parti è consentito in forma essiccata, fresca, trinciata o pellettizzata ai fini industriali, commerciali ed energetici”.

Inoltre, l’emendamento introduceva una tassa sulle infiorescenze di fiori di canapa industriale, accomunandole di fatto ai prodotti di tabacco. In questo modo si legittimava una volta per tutte la produzione e la vendita di questo prodotto, mettendo un freno alle importazioni.

Le conseguenze del divieto

I coltivatori

La conseguenza più diretta ricade sui coltivatori in quanto, in assenza di una legge chiara sulle infiorescenze, questi temono ripercussioni. Giampaolo Grassi continua il suo commento così.

“Non abbiamo le varietà competitive, non abbiamo la semente, non ci sono regole chiare nel moltiplicare le piante, vi è confusione da parte dei giudici, che talvolta interpretano la legge in modo restrittivo. In pratica è ancora estremamente rischioso per un imprenditore investire in canapa.

legge canapa

Medicina e salute

Vi è poi un problema per il settore della medicina e della salute. Nella pianta di canapa è presente Il CBD, una sostanza antinfiammatoria che aiuta ad alleviare i dolori fisici, ma può anche combattere l’ansia, la depressione, lo stress. Con un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 12 luglio 2018, lo stato stabiliva che la cannabis terapeutica può essere prescritta per ogni tipo di dolore.

Adesso, però, vi è un problema di approvvigionamento. È chiaro che la possibilità di estrarre il CBD anche dalle infiorescenze della canapa e non solo dagli steli ne triplica la quantità disponibile per l’industria farmaceutica, che è invece costretta ad importare il CBD a prezzi maggiori e, talvolta, di qualità inferiore.

Industria del tabacco

Vi sono poi problemi legati all’industria del tabacco e al traffico di stupefacenti. Come dice Giampaolo Grassi, lasciando così le cose, il giro di affari che riguarda il tabacco resterà nelle mani delle quattro multinazionali che racimolano nel nostro paese circa 4 miliardi, investendone circa 0,15. Questo mentre i giovani che avevano creduto nell’opportunità di impiego della canapa rimarranno delusi e demotivati .

Traffico di stupefacenti

E continua. Rimarranno anche alti i traffici di stupefacenti e le mafie ringrazieranno. Nel 2017, primo anno in cui venne distribuita la Cannabis light, il numero dei sequestri di partite di Cannabis da droga è stato del 11-12% in meno rispetto all’anno prima in cui non c’era.

Secondo il Business Insider, che si basa a sua volta su uno studio dell’Università di New York, la cannabis light sottrae fino a 170 milioni all’anno alle organizzazioni criminali in Italia. Questa pianta, infatti, anche se non “sballa”, ha comunque un forte potere rilassante, grazie alla presenza di CBD. A fronte di ciò che dice Salvini, quindi, la cannabis light potrebbe essere un disincentivo al consumo di droghe più pesanti, piuttosto che il contrario.

Una giusta legge sulla canapa può aiutare l’ambiente

Ma arriviamo alla questione che più interessa l’Ecopost, ovvero l’ambiente. Anche se, come abbiamo visto da questo e molti altri articoli, i problemi ambientali, economici e sociali di una nazione sono sempre molto legati.

Se i coltivatori sono disincentivati da leggi fumose e politici bigotti al perpetuare la coltivazione della canapa, questa non svolgerà mai la sua funzione di “salvatrice dell’ambiente“. Perché sì, la canapa, come spieghiamo più nel dettaglio in questo articolo, è una pianta molto sostenibile e con moltissimi vantaggi per un’economia “verde”.

Una funzione disinfestante

Innanzi tutto cresce molto velocemente, non necessita di molta acqua e non ha bisogno di pesticidi. Infatti, avendo un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle erbe infestanti presenti nel terreno, la canapa ne impedisce la crescita. La canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti (CO2). Viene infatti utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati, aggiungendo, fra l’altro, materia organica al suolo.

Un incentivo all’economia circolare

La canapa inoltre potrebbe essere un elemento chiave per una nuova economia, basata sulla circolarità e il commercio di prodotti sostenibili. Della canapa, infatti, si usa tutto e non si butta niente.

  • Dalle sue fibre resistenti si ricavano i vestiti, molto più sostenibili rispetto a quelli in cotone, che richiede un’enorme quantità di acqua. Per non parlare di quelli in poliestere, i cui risvolti negativi per l’ambiente richiederebbero un intero articolo a parte.
  • Dallo stelo si può ricavare una variante della carta, risparmiando la vita a innumerevoli quantità di alberi. Sempre dallo stelo si può ricavare una bioplastica molto resistente e, appunto, biodegradabile.
  • Si può farne largo uso persino nella bioedilizia, rendendo le nostre città molto più green. In tempi recenti si stanno sperimentando alcuni biodiesel e batterie ricavate dalla canapa, che renderebbero più sostenibili i nostri consumi energetici.
  • Infine i semi di canapa e le tanto discusse infiorscenze possono essere un alleato prezioso in cucina. I semi sono molto versatili e contengono una grande quantità di proteine, sempre utili per chi ha adottato una dieta più sostenibile, come quella vegetariana o vegana. I fiori, poi, possono essere usati per infusi, tè e tisane dalle proprietà rilassanti.
legge canapa

La legge sulla canapa non è conveniente

È quindi assurdo come un mercato così conveniente, sostenibile, con un tale potenziale occupazionale ed economico (se proprio vogliamo parlare di soldi) sia ostruito da persone che non hanno la minima idea di come stanno davvero le cose.

E le cose stanno così: la canapa sativa è totalmente innocua e non potrebbe far altro che portare benefici alla nostra nazione, all’ambiente e alla specie umana.

L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Terra e dissenso: i volti che riflettono il territorio

Ulivi Salento

Abbiamo chiesto all’amico Matthias Canapini se voleva scrivere un articolo per L’EcoPost, lui che viaggiando ha visto angoli di mondo differenti, ognuno con le proprie specificità, ognuno con un rapporto col territorio a suo modo unico. La sua scelta è però ricaduta su luoghi prossimi, sia fisicamente che concettualmente, ai lettori di L’EcoPost, prevalentemente residenti in Italia. Terre e Dissenso è un viaggio, personale ancor prima che letterario, alla ricerca di quelle comunità che non vogliono cedere allo stravolgimento – imposto dall’alto – del territorio in cui vivono. Di Matthias si può dire che sia uno specialista nello stabilire una connessione con chiunque incontri sul proprio cammino.

L’intento da cui è nato Terre e Dissenso

Nel 2016 intrapresi un viaggio dalla Valsusa al Salento per conoscere alcuni dei movimenti popolari (o comitati cittadini) che si oppongono alle cosiddette “grandi opere”. Linee ferroviarie, gasdotti, discariche, basi militari. Impianti dannosi a livello ambientale, imposti dall’alto, spesso inutili.

Per circa cinque anni cercai risposte alle seguenti domande: quali sono i nomi, i volti e le storie di chi anima la resistenza civile? Cosa succede quando si mettono a confronto progresso, quotidianità e tradizione? E soprattutto, qual è il rapporto con la natura e come si sviluppa la salvaguardia del proprio ecosistema? 

La comunità

Si inizia manifestando spontaneamente per evitare la devastazione del territorio. Si finisce per riscoprirsi comunità, riunendosi attorno al fuoco e trovando nel dialogo una forza quasi rivoluzionaria, capace di far condividere incertezze, dissensi e prospettive. Ma a volte la comunità si disgrega, il movimento vacilla, abbattuto da multe, divieti, militarizzazione dell’area. Come raccontò Giuliana, un’attivista del movimento No Muos conosciuta in piazza Università a Catania:

“A volte non si rientrava nemmeno a casa. Con il passare del tempo ci sentivamo degli estranei in paese. Il presidio prendeva forma: tende, tendoni, capanne, recinto, orticello, caffè caldo, pane di ieri, frigorifero rotto, cani in cerca di cibo. C’era sempre tanta gente – ancor di più di sera – e spesso arrivava anche da lontano: si apriva il vino, il fuoco era sempre acceso. Sì ascoltavano storie di vite meravigliose. Le assemblee erano interminabili, esasperate, chiassose. Qualcuno cercava di prendere appunti, qualcuno andava via, qualcun’altro voleva prendersi a pugni. Alla fine erano le reazioni di pancia a decidere per tutti noi e per lungo tempo era la spontaneità a guidarci senza pensare alle conseguenze”.

I volti

I nomi e le storie che caratterizzano il dissenso alle grandi opere sono infinite. Come non ricordare Nicoletta, 71 anni, valsusina. C’era un tempo in cui la donna camminava libera in Val Clarea, raccogliendo funghi, odorando violette e salutando con rispetto i castagni centenari. “Prima che costruissero l’autostrada, il traforo ed il cantiere TAV, la Clarea era vergine e magnifica. Il danno è stato immediato. Parte del torrente ora è inglobato dal cantiere, i narcisi sono scomparsi da anni. I castagni sradicati. Tutto è stato soppiantato da muri, reti metalliche, filo spinato. Una prigione a cielo aperto per il profitto di pochi. La rabbia è così grande che piangere pare poco. Il cantiere sta portando un disequilibrio notevole nel regno animale, ma crediamo che cervi e gufi, marmotte e falchi siano più forti dei loro interessi. Essere No Tav significa essere contro le ingiustizie, battersi per un mondo migliore”.

Matthias Canapini - Terra e Dissenso
Terra e Dissenso: cantiere aperto in Valsusa.

E Maria Teresa, conosciuta migliaia di chilometri più a sud, nel profondo Salento? Pianse quel giorno che gli operai capitozzarono gli ulivi secolari per far spazio al gasdotto TAP proveniente da oltre mare. “Mio padre Cosimo, rimasto cieco per lo scoppio di una mina nel 1944, vagava per le campagne in solitaria, orientandosi con gli ulivi oggi scomparsi. Come posso non difendere questa terra quando ogni pietra parla della mia famiglia?” raccontò tra la polvere alzata dalle ruspe.

Ulivi Salento
Terra e Dissenso: la protesta in difesa degli ulivi in Salento.

Nel 2013, a Niscemi, dopo l’occupazione storica delle antenne Muos, Elvira stette male per via delle radiazioni “ingerite”. Vomito e mal di testa la tormentarono per circa due settimane. “Prima era tutto un bosco! Ora è un bosco di antenne. Tante querce secolari le hanno fatte sparire con la dinamite, per far spazio a ciò che vedi: parabole, inferriate, luci al neon. Tutto questa distesa di terra deturpata è all’interno della contrada Ulmo, in origine protetta e salvaguardata” mi disse, un giorno estivo come tanti.

Infine Lucia, intercettata durante la commemorazione per le vittime del Vajont. “La Storia di questa diga – disse indicando il blocco curvo di cemento – potrebbe insegnare tanto, se tutti imparassero ad ascoltare. Il senso di questo presidio è fare memoria ed educare le nuove generazioni alla consapevolezza che non si deve credere che il male non esista. È un grande successo ogni volta che qualcuno in più sa. Quando qualcuno non si gira dall’altra parte e preferisce credere che certe cose non possano succedere. E che i morti del Vajont li ha fatti la natura”.

Matthias Canapini - Vajont
Terra e Dissenso: in memoria dei morti del Vajont.

L’invito

Decisi di tornare nei luoghi elencati più volte. Chiomonte, Lecce, Venezia, Erto, Niscemi. Evitai volutamente grandi manifestazioni o scontri, e tentai comunque di stringere amicizia con montanari taciturni e pescatori estroversi. I locali, additati come facinorosi, violenti e sovversivi non diventarono altro che legittimi difensori delle proprie montagne, dei propri mari. Riportare a galla le quotidianità stravolte da opere simili, riaccese con la fiamma del dissenso popolare, fu il collante per lande tanto differenti.

Rimane l’invito di farsi una scampagnata sulle pendici del Roccia Melone per visitare poi il presidio-roccaforte di Venaus. O farsi un bagno nelle acque azzurre di San Foca e mangiare una focaccia presso il presidio di San Basilio. Troverete Marco, studente liceale. Bruno, pensionato. Gianmarco, operaio edile. Daniele, apicoltore. Sabrina, disoccupata. Il popolo. 

Siamo inglobati in un sistema che ci intontisce, lasciandoci in uno stato di subbuglio mentale col preciso scopo di non farci notare che una marmaglia di “potenti” sta divorando il mondo. Dietro conflitti armati, bandiere e orde di profughi c’è spesso quel raccapricciante accaparramento delle ultime risorse planetarie. Ultimamente siamo così anestetizzati e lontani dalla natura, asfissiati dalla tecnologia, da non fiutare più il pericolo. Guerre e cemento, veleni e povertà. Siamo pieni di speranze e paure ma ancora incapaci di sentire l’urlo boccheggiante della natura ridotta a colabrodo dal denaro.

Questo articolo è dedicato a tutti e tutte coloro che siederanno ancora attorno al fuoco.

Leggi il nostro articolo di recensione del libro Realismo Capitalista in riferimento al sistema nel quale viviamo e al suo rapporto con la natura

Matthias, intervistato a Fano (PU), dalla Radiotelevisione Svizzera

Leggi il nostro articolo sul Fondo Forestale Italiano per scoprire di più su questa onlus che ha come scopo il rimboschimento del territorio italiano

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Copertina del libro “Terra e dissenso. Voci in movimento” di Matthias Canapini, disponibile sul nostro store IBS

Cala l’inquinamento, 11.000 morti in meno in Europa

morti inquinamento

A fronte delle migliaia di tragedie che il COVID-19 sta causando, il calo drastico dell’inquinamento in tutto il mondo ne ha evitate altrettante. Lo si legge in uno studio del Center for Research on Energy and clean Air (CREA): 11.000 morti per inquinamento atmosferico evitati in Europa per il crollo del consumo di carbone e petrolio.

Perché l’inquinamento causa morti?

Potremmo già essere sicuri della veridicità dello studio utilizzando la logica, o semplicemente mettendo un piede fuori casa e respirando un’aria decisamente più pulita. Però è utile dare uno sguardo ai dati.

Secondo lo studio, le due sostanze più dannose presenti nell’aria sono il biossido di azoto e il particolato. Questi insieme causano ogni anno 470 mila morti per malattie quali insufficienza cardiaca (40%), disturbi polmonari come bronchiti ed enfisemi (17%), infezioni e diabete (17%), ictus (13%) e cancro (13%).

Il motivo per cui queste sostanze causano o alimentano queste malattie lo ha spiegato al World Economic Forum Guojun He, professore alla Facoltà di Ambiente e Sostenibilità dell’Università Scienza e Tecnologia di Hong Kong.

“Poiché le particelle sono così piccole – dice He – possono penetrare nei polmoni e nel sistema sanguigno. Da lì possono fluire attraverso tutto il corpo e arrivare al cuore e al cervello. Se qualcuno ha malattie respiratorie o cardiovascolari preesistenti, il particolato può innescare un infarto o un ictus.

Inoltre il corpo ha una risposta infiammatoria al particolato, poiché è proprio ciò che accade quando un corpo esterno entra nel sistema. Per impedire che faccia del male ad altri organi, il corpo invia le sue truppe, ovvero il sangue, verso il “nemico” e questo provoca infiammazione.

Non si tratta però solo un problema fisico. Quando le particelle di fumo entrano nel cuore e nel tuo cervello, sembra che queste possano danneggiare anche le capacità cognitive.

Italia primo paese per morti da inquinamento di NO2

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che le morti premature nel mondo per l’inquinamento raggiungano 4,2 milioni. Anche se, secondo recenti ricerche, ciò sottostimerebbe l’impatto delle malattie cardiovascolari.

Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente (2019) l’Italia è il primo Paese in Europa per morti premature da biossido di azoto, con 14.600 vittime l’anno. Questo è dovuto anche al fatto che l’Italia sfora sistematicamente i limiti di inquinamento atmosferico consentiti dall’UE. A gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo. Inoltre, l’età media italiana è molto più alta rispetto ad altri paesi europei e, quindi, vi sono più persone soggette a malattie respiratorie.

Con il lockdown questi livelli si sono abbassati drasticamente, come ha rilevato l’Esa grazie ai satelliti Copernicus che monitorano lo stato di salute del Pianeta. Madrid, Milano e Roma hanno visto una riduzione di circa il 45%, mentre Parigi un calo del 54%.

Leggi anche: “Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus”

Sempre secondo CREA, questo avrebbe evitato il maggior numero di decessi in Germania (-2.083), nel Regno Unito (1.752), in Italia (1.490), in Francia (1.230) e in Spagna (1.081).

Proiettando queste stime alla Cina, un paese che ospita 1/5 della popolazione mondiale, le morti evitate potrebbero essere miliardi. Il professor He, ai tempi dell’intervista ancora ignaro di ciò che il COVID-19 avrebbe provocato, ha affermato che “più di 3,7 miliardi di vite potrebbero essere salvate ogni anno in Cina se l’intera nazione mantenesse i livelli di particolato sotto i PM10”.

morti inquinamento
In occasione delle Olimpiadi 2008 a Beijing, in Cina, la comunità internazionale ha mostrato preoccupazione per i livelli di inquinamento del Paese. A fronte di questo, sono state implementate le regolamentazioni per ridurre le emissioni. Questo ha portato a una pulizia dell’aria di Beijing senza precedenti e il grafico mostra il calo impressionante della mortalità dopo i Giochi (la linea tratteggiata).

Meno inquinamento, meno malattie

Gli esperti sanitari hanno dichiarato che i risultati rispecchiano la loro esperienza durante la pandemia. Fermo restando che non sono state prese in considerazione le persone affette da COVID-19, il dottor LJ Smith, consulente di medicina respiratoria all’ospedale King’s College di Londra ha dichiarato al Guardian. “Abbiamo visto molti meno pazienti ricoverati con esacerbazioni di asma e polmonite nell’ultimo mese e non c’è dubbio che un calo dell’inquinamento atmosferico sia parte del motivo”.

Stando allo studio, questo miglioramento della qualità dell’aria potrebbe anche evitare 6.000 nuovi casi di asma nei bambini e 1.900 visite al pronto soccorso per attacchi di asma.

Non dobbiamo gioire, ma imparare la lezione

Nonostante i risultati positivi, l’autore dell’analisi Lauri Myllyvirta non ha esultato. “Sono molto in conflitto per tutto questo. – dice Myllyvirta – Le persone stanno morendo. Le misure che siamo stati costretti a prendere (a causa del virus, ndr.) stanno causando molte difficoltà economiche e di altro tipo. Questo però è un esperimento senza precedenti di riduzione del consumo di combustibili fossili”.

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E continua. “Spero che questo fatto possa indurre le persone a pensare E se avessimo questo tipo di qualità dell’aria non perché tutti sono costretti a stare seduti a casa ma perché siamo riusciti a passare al trasporto pulito e all’energia? Dobbiamo sperare che questo virus ci aiuti nella lotta ai cambiamenti climatici e ad altre sfide più grandi, piuttosto che riportarci indietro.

Il virus non sarebbe stato così mortale

Come ha affermato il fisico e membro del CNR Antonello Pasini in un’intervista insieme a L’Ecopost (che sarà pubblicata a breve) condotta dai Giovani Democratici di Prato, è facile che venga trasmessa l’idea che in questi giorni siamo costretti a scegliere tra la nostra salute e quella dell’aria. In realtà è tutto il contrario. Con un’aria più pulita il virus non sarebbe stato così mortale, poiché avrebbe trovato corpi più resistenti e meno affetti da patologie polmonari pregresse.

Per non parlare degli allevamenti intensivi e il nostro modello di consumo, che è stata causa diretta della diffusione del virus. Ma di questo parliamo in altri, più mirati articoli (come “Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere”).

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