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Che la pandemia di coronavirus sia scoppiata in seguito allo sfruttamento delle risorse ambientali non è più un mistero. Forse però è meno chiaro che un’altra pandemia potrebbe diffondersi per lo stesso motivo. Lo dimostra il fatto che i politici non sembrano aver attuato efficaci politiche ambientali globalmente diffuse. Di questo parliamo nel nostro recente articolo.

La pandemia può derivare dalla deforestazione

L’enorme e complesso ecosistema della Foresta Amazzonica è il luogo ideale per lo sviluppo dei virus come il COVID-19. Questi, però, vivono indisturbati e in equilibrio con tutte le altre specie, che ormai hanno sviluppato gli anticorpi. Il problema arriva quando l’equilibrio viene spezzato. La deforestazione, per esempio, distrugge l’habitat naturale di molte specie di animali, i quali saranno costretti a spostarsi, portando con sé i virus. Non solo, nelle aree senza alberi si creano spesso nuovi insediamenti umani, che quindi entrano in contatto con gli esseri viventi che abitano quelle zone.

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La deforestazione dell’Amazzonia, di cui abbiamo ampiamente parlato sul nostro sito, è un problema che non stenta ad estinguersi, anzi. Dopo l’elezione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro il disboscamento della foresta Amazzonica è aumentato dell’85% rispetto all’anno precedente. Il tutto si aggiunge ai devastanti incendi scoppiati nell’area nell’agosto del 2019, che hanno provocato la perdita di oltre 12 milioni di ettari di foresta.

Un mercato redditizio, nonostante la pandemia

Non solo gli incendi, ma nemmeno la pandemia ha arrestato il disboscamento dell’Amazzonia. Secondo l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe), dall’inizio dell”anno sono già stati rasi al suolo altri 1.205 chilometri quadrati di foresta, un aumento del 55 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scopo è immaginabile.

Il presidente brasiliano vuole far fruttare queste aree ora libere dagli alberi per la crescita economica del paese e, presumibilmente, per gonfiare le sue stesse tasche. Gli allevamenti, le colture di soia, ma anche la caccia sono infatti mercati molto fruttuosi. Non fosse che questi favoriscono il contatto tra l’uomo e gli animali che un tempo abitavano la foresta.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima

Ovviamente, lo sfruttamento delle risorse non è rappresentato solo dalla deforestazione, ma anche dagli allevamenti intensivi. Il Covid-19 è stato trasmesso da un pipistrello tramite un pangolino, entrambi animali selvatici venduti nei mercati di strada. Anche l’influenza aviaria si è manifestata per la prima volta in Asia Meridionale. Il suo epicentro sono stati gli allevamenti intensivi di polli e, anche in questo caso, la vendita di questi animali vivi nei mercati.

Lo stesso è accaduto con il virus dell’ebola in Africa, introdotto nelle comunità umane attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi di animali selvatici infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie. L’ebola è stata trasmessa con il consumo alimentare di questi animali, ma è molto probabile che il contrabbando illegale abbia giocato un ruolo decisivo nella diffusione del virus. Infatti, le specie che sono minacciate di estinzione a causa di attività umane come la deforestazione, il bracconaggio o il commercio illegale ospitano due volte più virus zoonotici rispetto ad animali le cui popolazioni stanno diminuendo per cause non legate all’uomo.

Non bisogna quindi incolpare gli animali per la Pandemia attuale e quelle che verranno. Come ha dichiarato al Business Insider David Lapola, un ecologo dell’Università di Campinas, Brasile, la colpa è invece da cercare nelle pratiche che disturbano gli ecosistemi, e che costringono le specie ad adattarsi ad altri ambienti.

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