In Africa si sta progettando l’oleodotto più lungo del mondo

I governi del mondo intero stanno cercando di sconfiggere la pandemia decretando nuovi lockdown e impedendo così alle persone di uscire di casa. Nelle aree agricole più remote dell’Africa Orientale, vi è invece chi la propria casa la sta perdendo a causa dei lavori di costruzione dell’oleodotto più lungo del mondo, l’East African Crude Oil Pipeline. Oltre agli sfratti, se la costruzione di questo ecomostro venisse portata a termine, avrà conseguenze terribili sugli uomini, sugli animali e sull’incontaminata natura africana.

L’oleodotto più lungo del mondo

È stato ormai comprovato che una delle cause della pandemia sia da attribuirsi allo sfruttamento ambientale e all’inquinamento dovuto ai gas serra e alle fonti fossili. Nonostante ciò le compagnie petrolifere continuano a scavare alla ricerca di preziose riserve. È quel che sta accadendo in Uganda, in seguito alla scoperta di una vastissima riserva di petrolio nel sottosuolo. La nota compagnia petrolifera francese Total insieme alla China National Offshore Oil Corporation hanno quindi iniziato i lavori di costruzione di un oleodotto per poterlo trasportare verso il porto più vicino e di lì in altri continenti.

L’oleodotto dovrebbe originare dall’area circostante il Lago Albert, al confine della Repubblica Democratica del Congo ed estendersi per 1443 chilometri fino al porto di Tanga in Tanzania. Se terminato, l’East African Crude Oil Pipeline sarebbe il tubo per il trasporto del petrolio più lungo del mondo, anche più della molto criticata Dakota Access Pipeline (di cui parliamo qui), negli Stati Uniti. Per la sua costruzione sarà necessario un investimento di 3,5 miliardi di dollari. Molti, direte voi. In realtà, però, non così tanti se si considera che le due compagnie petrolifere hanno già speso altri 4 miliardi per le infrastrutture atte alla costruzione di cinquecento pozzi nei pressi dei giacimenti.

Loschi motivi

I motivi ufficiali per la costruzione dell’oleodotto sono in primo luogo, quello di rimpinzare le riserve di petrolio. Ovviamente in barba alle speranze e alle necessità di un cambiamento verso le energie rinnovabili. In secondo luogo i CEO dei giganti petroliferi e i leader dei paesi interessati hanno sottolineato il beneficio economico che l’Uganda e le nazioni limitrofe ne trarrebbero. Il portavoce del governo della Tanzania Hassan Abassi ha dichiarato che il Paese guadagnerà circa 3,24 miliardi di dollari una volta che il progetto sarà operativo. Inoltre, l’impianto creerà più di 18.000 posti di lavoro nei prossimi 25 anni.

Un occhio superficiale potrebbe legittimare quest’ultima motivazione. Persino l’Onu nel recente rapporto sull’alimentazione ha riconosciuto che in alcuni Stati più poveri le emissioni di carbonio potrebbero inizialmente dover aumentare per consentire a tali paesi di raggiungere gli obiettivi di nutrizione. Non è però questo il modo di farlo. Questo tipo di progetto, infatti, porterà guadagni ai paesi importatori della materia prima, oltre che alle compagnie addette allo scambio. Come ha scritto sul New Yorker Bill McKibben, fondatore dell’Organizzazione ambientalista 350.org, “attualmente la quantità di paesi esportatori che registrano la minore crescita del PIL è disarmante.” E ha aggiunto che “la storia insegna che i benefici dell’oleodotto non saranno ampiamente condivisi“. In altre parole, ritiene che i benefits di cui parlano gli investitori sono in realtà destinati soltanto a poche élites. Le quali, appunto, lucrano su un territorio incontaminato e una popolazione povera. Entrambi, quindi, facilmente sfruttabili.

Danno alle persone

Non solo l’ambiente e le persone non riceveranno particolari benefici, ma subiranno maggiormente i danni, reali o potenziali, dell’oleodotto. Questo nonostante le aziende petrolchimiche coinvolte abbiano presentato un certificato di idoneità sociale e ambientale. Per esempio, avrebbero scelto un percorso che riduce al minimo il numero di persone che dovranno trasferirsi.

Gli abitanti intervistati, però, non sono d’accordo. In molti hanno già dovuto lasciare le loro case per fare spazio ai lavori. Inoltre, anche se sfrattassero soltanto una persona per la costruzione del tubo, questo non sarebbe giusto. Come abbiamo imparato durante i mesi più difficili della pandemia, dietro ai numeri si celano persone, diritti, storie, emozioni. Si sarebbero anche verificati episodi di corruzione, come intimidazioni agli abitanti costretti a firmare i fogli di idoneità ambientale e sociale contro la loro volontà.

Quasi un terzo dell’oleodotto verrà inoltre costruito nel bacino del lago Vittoria, dal quale dipende la vita di circa trenta milioni di persone. Secondo l’agenzia Global facility for disaster reduction and recovery, “una fuoriuscita di petrolio potrebbe avere effetti catastrofici sulle fonti d’acqua locali. Ma anche sull’ambiente (per esempio gli ecosistemi acquatici, ndr.) e sulle comunità che ci abitano”. La zona attraversata dal tubo è inoltre a medio rischio sismico, che aumenterebbe il rischio di un incidente.

Danni all’ambiente

Un ulteriore problema riguardante l’oleodotto è riconducibile al fatto che attraverserebbe un’area la cui biodiversità è tanto ricca quanto delicata. In un resoconto del 2017 il Wwf Uganda annunciava che la pipeline avrebbe probabilmente causato disordini significativi, una frammentazione e un aumento del bracconaggio in un habitat naturale dalla biodiversità molto importante. La riserva naturale Biharamulo, per esempio, ospita una delle ultime cinque colonie di scimmie Piliocolobus. Inutile dire cosa comporterebbe la presenza umana per un gruppo di animali a rischio estinzione, abituati a vivere in quasi completo isolamento all’interno di una foresta. I cui alberi, oltretutto, saranno per buona parte abbattuti.

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Da non dimenticare, poi, è il sempre incombente riscaldamento globale, causato dalle emissioni di natura antropica e che anche in questo caso faranno la loro funesta parte. Innanzi tutto quelle derivate dai lavori di costruzione per l’intero impianto estrattivo. In più, per permettere al petrolio di scorrere costantemente attraverso il tubo sarà necessaria l’energia termodinamica. Come si legge nello studio di Science Direct, per permettere al petrolio di scorrere a 50, 60, 70, 80, 90 e 100 metri cubi all’ora serve rispettivamente una temperatura di 55, 60, 65, 70–75 °C e una pressione altrettanto alta. Il calore necessario verrà generato da fonti fossili e, pertanto, si emetteranno gas serra in atmosfera.

Inoltre il petrolio che arriva in Tanzania verrà trasportato (con mezzi veloci e ad alte emissioni) verso gli impianti di lavorazione internazionali. Di lì prenderà il via tutta quella filiera estremamente inquinante che già conosciamo e che alimenta moltissimi mercati, da quello della plastica a quello della benzina a quello del riscaldamento delle nostre case.

L’oleodotto oggi

Al momento la costruzione dell’oleodotto è bloccata, ma si tratta più che altro di un disaccordo interno sulle tasse per la costruzione dell’impianto in Uganda. Dal punto di vista politico – ed etico – non vi sarebbero invece stati dubbi. L’oleodotto era da fare. Il presidente ugandese Yoweri Museveni e quello della Tanzania Hassan Abassi hanno infatti recentemente firmato un accordo tra loro e con la Total per continuare i lavori di costruzione.

In un momento in cui l’umanità sta lottando per la sopravvivenza della sua stessa specie un nuovo oleodotto era l’ultima cosa di cui necessitava. Ma, probabilmente, è stato proprio a causa di questa dilagante e momentanea distrazione che i signori del petrolio hanno sparato il loro ennesimo colpo.

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