BlackRock: quando la finanza diventa green

Il messaggio di BlackRock

Qualche settimana fa, avevamo già parlato dell’annuncio del fondo di investimento BlackRock di concentrarsi sulla sostenibilità finanziaria. Come ricorderete, il magnate Larry Fink, CEO di BlackRock nonché fondamentale pedina nella scacchiera finanziaria mondiale, ha scritto ai – numerosi – suoi clienti una lettera nella quale affermava come la sua società si sarebbe concentrata, nel prossimo futuro, solo su investimenti ambientalmente sostenibili. Di questa esternazione ha colpito molto la radicalità del messaggio, più che il tema trattato in sé, dal momento che, come ben sa chi legge più sovente L’Ecopost, ormai sono svariati i settori che mettono al centro delle loro attività ambiente ed ecologia.

Fink, uomo schivo seppur potentissimo, è stato chiaro. La sua BlackRock è pronta a votare contro, nei consigli delle società di cui è azionista, qualora non vedesse sufficienti progressi in materia di sostenibilità. In sostanza, viene espressamente richiesta la predisposizione di piani industriali che collochino al centro della propria azione il rispetto per l’ambiente. Considerando che gli asset gestiti da BlackRock ammontano a 7430 miliardi di dollari (dati aziendali di fine 2019), l’importanza di questa decisione è tangibile anche a chi non è un addetto ai lavori di Wall Street.

Il logo di BlackRock

L’incontro con il manager BlackRock

A seguito delle dichiarazioni societarie, Economia & Finanza, la sezione tematica di Repubblica, ha incontrato Stephen Cohen. Cohen è il responsabile EMEA di iShares, la piattaforma del gruppo BlackRock attiva nel settore dei fondi indicizzati ed ETF. Per chi facesse fatica ad orientarsi tra questi acronimi facciamo rapidamente chiarezza, affinché non si smarrisca la bussola nel prosieguo della lettura.

I responsabili EMEA sono top manager che si occupano dell’area geografica compresa tra Europa, Medio Oriente e Africa, una macro – area consuetamente unita dalle grandi corporation economiche – industriali.

I fondi indicizzati sono fondi di investimento comuni, non quotati in Borsa. Si caratterizzano per una gestione passiva del portafoglio; rappresentano un modo poco costoso di replicare la tendenza degli indici di mercato.

ETF è acronimo di Exchange Traded Fund. Con tale termine si indica una particolare tipologia di fondo d’investimento; esso viene negoziato in Borsa, esattamente come fosse un’azione e mira a replicare il benchmark (indice di riferimento) attraverso una gestione totalmente passiva. L’ETF riassume ed unisce in sé caratteristiche proprie e definite del fondo e dell’azione ed è dunque in grado di sfruttare punti di forza di entrambi gli strumenti.

Stephen Cohen, Foto: ETFWorld.it

La fase 2 del piano

Alle parole di Fink segue una strategia che si sta definendo in questo periodo ma appare già piuttosto chiara ascoltando Cohen. Il manager si è detto infatti certo del fatto che, grazie al piano ambientale aziendale, nei prossimi anni BlackRock raddoppierà l’offerta di fondi conformi a principi ESG. Il quadro ESG, stabilito dalle Nazioni Unite, incorpora parametri ambientali, sociali e di governance nelle analisi finanziarie e nei processi decisionali riguardanti gli investimenti.

Cohen ha dichiarato: “Punteremo su tre gamme di offerta per incontrare le esigenze della domanda. Una consentirà ai clienti di eliminare dall’universo di investimento settori e società non gradite; una permetterà di ottimizzare lo ESG Score del proprio indice, contribuendo ad abbattere le emissioni di carbonio; l’ultima favorirà investimenti nelle società con i migliori punteggi ESG e sarà caratterizzata da un numero elevato di filtri, fra cui uno escluderà l’esposizione ai combustibili fossili.”

Per favorire l’orientamento all’interno del mare degli investimenti finanziari, spesso in burrasca, occorrerebbe “promuovere una maggiore uniformità e trasparenza della metodologia di definizione dei benchmark di sostenibilità. Gli indici di riferimento ESG dovrebbero escludere società ad elevato rischio, ad esempio chi produce carbone termico.” Ha aggiunto Stephen Cohen. A sua detta, inoltre: “La mancanza di uno standard condiviso da tutto il mercato è un ostacolo. Ci auguriamo possa essere presto superato.” Tendenzialmente, comunque, si è detto ottimista: “L’attenzione crescente degli investitori verso la sostenibilità porterà inevitabilmente a maggiore trasparenza. Chi mette il proprio denaro in un portafoglio è sempre più attento alla sua destinazione.”

Il pensiero di Cohen sugli investimenti che mirano alla sostenibilità

La sostenibilità paga

Ha davvero senso per un colosso finanziario delle dimensioni di BlackRock questo impegno verso il clima? Oppure parliamo di due ambiti così distanti ed incompatibili che non ha senso tentare di farli comunicare? La campagna di Fink e dei suoi è puro marketing? Secondo quanto ci dicono i primi dati, parrebbe di no. Il fondo ETF dal complicato nome iShares ESG MSCI EM Leaders ETF ha debuttato a Wall Street ad inizio mese, venerdì 7 febbraio, attirando ben 600 milioni di dollari (dati aggiornati a giovedì 13 Febbraio da Wall Street Italia.) Naturalmente, si tratta del miglior debutto di un ETF statunitense nel corso del giovane 2020.

Che sia questo un segno del fatto che BlackRock non è l’unico attore a considerare il cambiamento climatico determinante nelle prospettive aziendali a lungo termine? Forse gli investimenti in realtà sensibili alla questione ambientale stanno finalmente prendendo piede, dopo anni di lentissima (seppur costante) crescita. La differenza potrebbe averla fatta la discesa in campo di un colosso come l’azienda di Larry Fink.

https://www.youtube.com/watch?v=IV_P0xGPgj8
I principi di BlackRock sulla sostenibilità

BlackRock: finanza e filantropia

E’ notizia recente un investimento, a nome BlackRock Foundation, per 589 milioni di dollari, sul fronte dell’economia sostenibile. Come riporta Citywire, BlackRock avrebbe utilizzato circa 15 milioni e mezzo di azioni PennyMac Financial Services per ottenere il capitale necessario. Il Social Impact Team aziendale ha identificato alcuni partner per testare soluzioni innovative ed ecologiche in vari settori, con un impatto sul lungo periodo misurabile. Nella prossima fase dei lavori della Foundation si provvederà a finanziare i suddetti partner, ponendo BlackRock in prima linea nell’impegno ambientale. “BlackRock Foundation supporterà la convinzione che la transizione verso un’economia più sostenibile debba essere inclusiva, leale e giusta.” Ha affermato Larry Fink dopo aver reso noti i dettagli dell’operazione.

Fink e i suoi sottoposti parlano molto bene e c’è da augurarsi che credano davvero in quel che affermano. Non dimentichiamo però che si tratta di squali, di pescecani metaforicamente pronti ad azzannare la preda non appena sentano l’odore del sangue. La tematica ambientale, al momento, è un’emorragia che non si riesce a tamponare. C’è da guadagnare cavalcando quest’onda, probabilmente tanto, e BlackRock non vuole lasciarsi scappare questa occasione. L’amara verità è che non esistono precedenti in cui capitalismo e sostenibilità abbiano parlato la stessa lingua. Auspichiamo che questa possa davvero essere la volta buona.

L’importanza di BlackRock nel mondo finanziario e non solo

Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione

Il progetto si chiama “The Great Green Wall”, la grande muraglia verde. Nato nel 2005 e operativo dal 2010, il piano prevede il rimboschimento di una fascia di 8000 chilometri, dall’Oceano Atlantino al Mar Rosso. Coinvolge 22 paesi africani e ha lo scopo di fermare la desertificazione nel continente, sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. Partecipano alla sua realizzazione numerosi partner locali e internazionali, e per questo motivo non poche sono le controversie attorno al progetto. Allo stesso tempo, la grande muraglia verde ha già dato i primi frutti, dimostrando che esistono strade percorribili per fermare il cambiamento climatico. A partire dagli alberi, la più naturale ed efficace risorsa per dare ossigeno al pianeta Terra.

Copertina del Numero di Febbraio della rivista Nigrizia, principale fonte del seguente articolo. Credit vignetta: Vauro

Le origini della grande muraglia verde

L’idea nacque nel 2005 in occasione della Conferenza dei Capi di Stato e di governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara. Si sottolineò l’esigenza di creare un piano comune che potesse arginare il fenomeno della desertificazione, e allo stesso tempo creare benefici sociali per combattere la povertà in Africa. Nei cinque anni successivi il progetto venne elaborato fino alla fondazione dell’Agenzia Panafricana della Gmv, il “Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative”.

Il progetto si è poi ramificato in diverse azioni multisettoriali, alcune di grande impatto, altre fallimentari o ancora allo stadio di progettazione. Nei casi di successo ha giocato un ruolo chiave il coinvolgimento della società civile, mentre in altri paesi il piano fa fatica ad avanzare a causa di guerre civili, conflitti di interesse fra le parti coinvolte o ingerenza dei privati stranieri, che hanno visto nella grande muraglia verde un’occasione per trarre profitto. Partiamo dall’analisi dei maggiori ostacoli.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Criticità: conflitti istituzionali, zone di intervento

In primo luogo, sul piano istituzionale persiste una grande confusione sulla divisione dei ruoli di coordinamento, finanziamento e operazione sul campo. Fra i maggiori partner internazionali risultano la FAO, la Banca Mondiale, l’agenzia dell’ONU per la lotta alla desertificazione (Unccd) il Global Environmental Facility e l’Unione Europea. All’interno del Continente Africano invece, partecipano numerose organizzazioni coordinata da due organi, l’Unione africana e l’Agenzia panafricana per la Gmv. Come riporta il Report di Nigrizia, per i primi anni questi due organi si sono spesso intralciati, con una sovrapposizione di competenze e una deleteria mancanza di collaborazione. Il direttore scientifico dell’Agenzia panafricana, Abakar Zougoulou, ha commentato così questa problematica: “è come se ci fossero due capitani sulla stessa nave”.

Zougoulou ha sottolineato che negli ultimi tre anni si è cercato di risolvere questa ed altre criticità emerse. Ad esempio, in alcuni paesi è stata data scarsa attenzione all’adattabilità delle piante. Il mancato legame con le esigenze del territorio era stato un motivo di fallimento di precedenti piani di riforestazione: in Algeria e in Cina per esempio, non si era tenuto conto della necessità di utilizzare piante autoctone che si adattassero al clima e alle condizioni del suolo nella zona interessata. Inoltre, molti dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale per la grande muraglia verde agiscono al di fuori della zona prioritaria d’intervento, identificata nella fascia che va dal Maghreb all’Africa subsahariana, con un focus speciale sulle zone con la pluviometria più bassa, dai 100 ai 400 millimetri.

Il pericolo di neocolonialismo

La cospicua presenza di finanziatori stranieri è essa stessa motivo di forti critiche. Come infatti sappiamo, molto spesso questi piani di investimento prevedono che venga restituito qualcosa in cambio. È ormai noto che la Banca Mondiale abbia agito per decenni in questa direzione, fornendo grosse somme di denaro ai paesi “in via di sviluppo” e obbligando i beneficiari ad attuare i cosiddetti “piani di aggiustamento strutturale”. Vale a dire, riforme del sistema politico-istituzionale a favore del libero commercio tramite privatizzazioni e allentamento delle regole statali.

Anche la partecipazione dei singoli paesi e dell’Unione Europea va attentamente sorvegliata, per non far sì che la grande muraglia verde sia un modo come altri per perpetuare dinamiche di neocolonialismo in Africa. Non a caso fra i finanziatori si è aggiunta di recente la Cina, che da anni investe nel continente africano per allargare la sua zona d’influenza.

Leggi il nostro articolo: “Ecosia: piantare alberi navigando sul web”

La società civile per la grande muraglia verde

L’ultimo elemento di debolezza da evidenziare è lo scarso ruolo della società civile nella progettazione del Great Green Wall. Infatti, come succede spesso in questi piani dal grande respiro internazionale, si rischia di portare tecnologie o dinamiche esterne che vanno a peggiorare o esacerbare situazioni locali già in bilico. Alcune zone che erano precedentemente accessibili a tutti, per esempio, sono state interdette per alcuni, aumentando le diseguaglianze.

Trailer del film The Great Green Wall, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019

L’accesso equo alle risorse fondiarie è ora diventato un punto chiave del progetto: in alcune zone dove erano previste grosse zone boschive, ora vengono inseriti orti urbani, per non intralciare i villaggi e le comunità lungo il cammino. Di recente, si è posta l’attenzione sulla parità di genere, includendo le donne nella realizzazione di questi sistemi agrosilvopastorali. Si sta cercando infine di integrare la tecnologia con conoscenze autoctone, come il sistema degli zaї in Burkina Faso: una tecnica di fertilizzazione del terreno tramite piccoli buchi arricchiti di letame per raccogliere l’acqua.

Le prime stime sulla grande muraglia verde

Come evidenziato sopra, la grande muraglia verde presenta forti elementi di disputa che richiedono un lavoro di sorveglianza capillare. D’altra parte, bisogna riconoscere i successi finora ottenuti: le stime più ottimistiche dell’Unccd parlano di 28 milioni di ettari rigenerati e 12 milioni di alberi piantati. L’Agenzia Panafricana ridimensiona le stime: si tratterebbe di 3 milioni di ettari rigenerati e 11.000 posti di lavoro creati. Ci sono paesi che non hanno ancora la propria agenzia interna della Gmv e in cui nemmeno un albero è stato piantato.

Altri paesi africani hanno invece dimostrato un forte attivismo, a partire da Senegal, Niger, Ciad, Burkina Faso, Nigeria, Mali ed Etiopia. Quest’ultima ha riempito le pagine di tutto il mondo lo scorso luglio, quando in una sola giornata sarebbero stati piantati 350 milioni di alberi. Anche il nostro blog aveva testimoniato questa iniziativa, in occasione dell’Overshoot Day.

Leggi il nostro articolo: Green Legacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Il momento migliore per piantare un albero è ora

Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e George Monbiot qualche mese fa: C’è una macchina ‘magica’ che aspira gas serra dall’aria, costa molto poco e cresce da sola. Si chiama albero”. La natura stessa ci fornisce le soluzioni per arginare la crisi climatica. La grande muraglia verde presenta sicuramente delle criticità, ma è allo stesso tempo un piano coraggioso che ci indica la strada più sostenibile da percorrere nei prossimi dieci anni. Come dice il proverbio: “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”.

Leggi anche: “1.200 miliardi di alberi per salvarci dai cambiamenti climatici”

Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

Leggi il nostro articolo: “Fine. il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio”

Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il New Green Deal”

Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

Leggi anche: “Blackrock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza”

L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

Leggi il nostro articolo: “UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon free”

Assegnato Nobel ambientale. Connessione tra “capitale naturale” e “umano”

Tra Oscar, Golden Globe e premi Nobel, quest’anno emerge tra l’opinione pubblica anche un premio ambientale molto prestigioso, il Tyler Prize. Si tratta di un premio assegnato fin dal 1973 dalla University of Southern California a chiunque apporti un valido contributo agli studi sul’ambiente. I vincitori di quest’anno sono  stati Pavan Sukhdev, economista ambientale nonché ambasciatore del programma ambientale delle nazioni unite e l’esperta di scienze ambientali dell’Università di Stanford Gretchen Daily. Insieme hanno apportato un grande contributo con il concetto del “capitale naturale”.

Il capitale naturale

La loro scoperta è il risultato di una ricerca che procede da anni e riguarda il cosiddetto capitale ambientale. Il concetto è quello di misurare in termini di denaro il valore della natura, una connessione apparentemente ossimorica.

L’ambientalismo è infatti una delle scienze, delle idee, dei valori che più di tutte si sono storicamente discostate dalla sfera economica, acquisendo negli anni un’aura un po’ romantica e un po’ hippie che ancora oggi fatica a scollarsi. Come invece hanno dimostrato Daily e Sukhdev, è necessario che l’ambiente diventi un valore diffuso per tutte le sfere della società e, quindi, anche quella economica.  

La quantificazione della natura

Gratchen Daily in particolare sostiene che una crescita economica che ignora l’ambiente non è sostenibile. Questo è un concetto tutt’altro che astratto e da figli dei fiori. Infatti,un ambiente impoverito non produce ricchezza, e non è più in grado di sostenere la vita umana.

Quindi una soluzione per “sfruttare” in modo sostenibile l’ambiente perché mantenga in vita una popolazione così numerosa è quindi la quantificazione del valore, dato a lungo per scontato, dei servizi forniti dall’ambiente.

Secondo Daily, la chiave è “pensare agli ecosistemi al pari di una sorta di capitale fisso: così come esistono asset come il capitale umano o finanziario, esiste anche un “capitale naturale” e la nostra sopravvivenza dipende interamente da questo”. Il capitale naturale è formato dalla disponibilità di suolo, di acqua e biodiversità, aria e quindi le foreste che catturino la CO2 prodotta dall’uomo. Daily ha quindi creato il progetto “NatCap” per permettere a chiunque di quantificare e mappare i guadagni di un investimento in natura.

Le api non erogano fatture

Sukhdev, invece, aveva esordito nell’econimia ambientale con uno studio commissionato dalla Commissione Europea nel 2007 per calcolare il costo economico della deforestazione e della distruzione degli ecosistemi.

Queste le sue parole: “Basta chiedere a un qualsiasi agricoltore costretto ad affittare delle api che impollinino i suoi campi, ora che le popolazioni selvatiche di questi insetti non sono più sufficienti per ottenerlo a costo zero. Il problema è che le api non emettono fattura, e per questo il valore dei servizi che erogano non era mai stato riconosciuto”.

Leggi il nostro articolo: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

Sukhdev ha quindi dimostrato che un’ economia green può essere davvero un importante motore di crescita economica, capace di creare nuovi posti di lavoro e di alleviare gli effetti della povertà.

A questo tema ha anche fatto riferimento il Sole 24 Ore nel suo articolo in cui mette in guardia le banche a fronte dei cambiamenti climatici. Le catastrofi naturali e tutto ciò che di imprevedibile può causare il riscaldamento del globo, possono portare a una grave crisi finanziaria, che sarà quindi una delle cause dei disagi, emigrazioni, morti nel “primo mondo”. Quelle del “terzo mondo”, come stiamo vedendo, sono già iniziate. Il rapporto a quale l’articolo d riferimento, intitolato “Cigno verde. Cambiamenti climatici e stabilità del sistema finanziario: quale ruolo per banche centrali, regolatori e supervisori”, propone alcune soluzioni

Possibili soluzioni

Una di queste sarebbe i riuscire a individuare i rischi connessi al clima utilizzando modelli previsionali basati su metodologie prospettive. Questi rischi «devono essere integrati nella regolazione prudenziali per le banche e sottoposti al monitoraggio sulla stabilità finanziaria», che è una delle prerogative del Financial Stability Board. E ancora: spingere il settore privato a una maggiore comunicazione dei propri rischi legati ai cambiamenti climatici e alle emissioni di carbonio.

Infine, le banche centrali vengono chiamate a includere nella formazione dei loro portafogli i target di sostenibilità dell’Onu, quindi investire in strumenti finanziari green e a introdurre la sostenibilità tra gli obiettivi delle politiche monetarie. La del clima e la stabilità finanziaria iniziano quindi ad esere considerati comeconcetti interconnessi, per cui il capitale umano dipende strettamente e immprescindibilmente da quello naturale.

BlackRock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza

BlackRock dichiara di volersi impegnare per una finanza sostenibile

La BlackRock

Il nome per esteso della società è BlackRock Asset Management e, per chi non la conoscesse, si tratta di una società globale di gestione del risparmio. Così perlomeno la BlackRock si autodescrive sul proprio sito, in pagine nelle quali, naturalmente, si descrive in maniera autopromozionale. Parole chiave nel sito sono, com’è prevedibile, l’aiuto nella realizzazione degli obiettivi di ognuno e la possibilità di mettere in mano ad ognuno il proprio futuro benessere finanziario.

In realtà dietro il nome BlackRock si cela, ma neppure troppo, una gigantesca creatura della finanza. Si tratta infatti della maggiore società mondiale di investimento, con sede principale a Manhattan ma operativa in 30 Paesi. Com’è ovvio, a causa delle proprie dimensioni e della amplissima portata delle sue attività finanziarie, BlackRock esercita una gigantesca influenza nel settore. Importanti testate che si occupano di finanza hanno definito la società la più grande banca ombra del mondo, paragonandola al wi-fi, in quanto invisibile eppure presente.

La sede del fondo BlackRock a Manhattan. Foto ANSA.

L’importanza di BlackRock nel mondo della finanza

A partire dal 1988, quando Larry Fink e Robert Kapito, assieme ad altri professionisti della finanza, iniziarono a fornire servizi di gestione patrimoniale con ricorso al rischio, BlackRock (allora Blackstone Financial Management) moltiplica annualmente il proprio valore. Si calcola che nel 2018 la società abbia riportato utili per oltre 4 miliardi di dollari. BlackRock conta partecipazioni in migliaia di aziende in tutto il mondo. Il fondo è stato o è attualmente il principale azionista di brand quali JPMorgan Chase, Bank of America, Citibank, Apple, McDonald’s, Nestlé, Shell ed Exxon Mobil. E’ un azionista di peso di gruppi come Intesa Sanpaolo, Deutsche Bank, BNP e ING.

Solo negli ultimi due anni, a partire dal gennaio 2017, il valore azionario di BlackRock alla borsa di Wall Street è aumentato di circa il 40%. Il sistema di cartolarizzazione prestiti della Banca Centrale Europea è stato creato dagli esperti di BlackRock. La società è stata advisor della BCE nel 2016 per mettere a punto gli stress test di ben 39 banche europee. In Irlanda e Spagna il fondo ha giocato un ruolo di primo piano per assorbire la crisi sistemica che ha coinvolto i Paesi a seguito della crisi globale del 2009. Il sistema di analisi Aladdin, creato da BlackRock Solutions, è tra i più utilizzati dai grandi investitori. I tentacoli societari hanno da tempo svalicato i naturali confini del proprio portafoglio di attività.

La sostenibilità come standard

Una società come BlackRock, che come appena visto vanta quote in numerose multinazionali ben poco interessate al cambiamento climatico, quale posto può occupare all’interno de L’EcoPost? E’ notizia di questi giorni che Fink abbia messo la sostenibilità al centro della propria mission aziendale. Il CEO ha pubblicamente riconosciuto l’urgenza dei temi posti dal cambiamento climatico. A chiunque conosca l’operato recente di BlackRock questa affermazione appare in chiara discontinuità con il passato. All’inizio di gennaio BlackRock ha aderito alla campagna globale Climate Action 100 Plus. Pochi giorni dopo, Fink ha scritto una lettera aperta ai suoi clienti.

Il testo della missiva si può leggere integralmente sul sito di BlackRock, è però importante riproporre alcuni dei suoi passaggi essenziali.

Larry Fink, ceo di Blackrock. Foto ItaliaOggi

Inversione di rotta

Ogni governo, ogni azienda e ogni azionista devono fronteggiare il cambiamento climatico. Non gira molto intorno al problema il CEO di BlackRock, nell’incipit della lettera. Dal momento che “in un futuro più vicino di quanto molti anticipano avrà luogo una significativa riallocazione del capitale”, occorre che la sostenibilità diventi il nuovo standard nel mondo degli investimenti. “Ci si rende sempre più conto di come rischio climatico significhi rischio d’investimento”. “Quale impatto avranno le politiche climatiche sui prezzi, sui costi e sulla domanda economica nel suo complesso?””I mercati dei capitali anticipano sempre il rischio futuro.” Le considerazioni di Fink sono lapidarie, ciniche come cinico è il suo ambito professionale, eppure innegabilmente veritiere.

Come ben sappiamo, comunque, tra il dire e il fare vi è di mezzo il mare, e anche questa volta potrebbe essere così. Alcune ONG, oltre ad un nutrito numeri di investitori di primo piano, non hanno infatti perso tempo a criticare BlackRock. Tali critiche si devono soprattutto al fatto che, nonostante i proclami, la società di Fink non stia votando sempre a favore delle risoluzioni domandanti maggiore trasparenza verso la sostenibilità, all’interno delle aziende dov’è presente.

L’esempio di BlackRock

Naturalmente non siamo ancora in grado di dire se Fink e la sua BlackRock siano in buona fede o meno, nella stesura di questa dichiarazione d’intenti. Indipendentemente da ciò, ad ogni modo, la lettera ora esaminata è importantissima per la nostra epoca. Larry Fink non è uno scienziato. Non è un filosofo. Non è tantomeno un ambientalista, figurarsi. E’ il timoniere di uno tra i più importanti soggetti della finanza mondiale. E’ il simbolo stesso della spaccatura sociale e ambientale che il capitalismo più cieco e sordo sta causando al nostro pianeta.

I decani dell’economia e della finanza, da sempre, sacrificano tutto in nome del profitto: giustizia sociale, equità, ecologia e preservazione della Terra; tutto questo è secondario per gente come Fink, per chi conta solo gli 0 che chiudono il capitale societario. Prerogativa della riflessione ambientale, da Ralph Waldo Emerson a Greta Thunberg, è che sostenibilità e capitalismo sono antitetici. La presa di posizione di BlackRock potrebbe, potenzialmente, ribaltare questo dogma. La mossa di Fink è una rivoluzione finanziaria in potenza, un monito che ci auguriamo tutti i suoi colleghi e competitor prendano in attento esame. Potrebbe porre le basi di una nuova finanza etica, verde, pulita ed attenta al grido lancinante che il Pianeta sta gridando. O potrebbe perdersi nel vento, senza attecchire in alcun consiglio d’amministrazione, in alcun palazzo vetrato e ultramoderno che costella i quartieri finanziari delle capitali mondiali del business.

Non sappiamo se la lettera di Larry Fink troverà seguito, non sappiamo neppure se la BlackRock intraprenderà davvero questa strada. Sappiamo però che c’è stata una presa di coscienza da parte di alcuni soggetti di quel mondo e questo rappresenta un buon punto di partenza, un nuovo inizio. Come ci ha insegnato Biancaneve, c’è sempre speranza nei nuovi inizi.

Vuoto a rendere: i pregi di una pratica purtroppo dimenticata

Una pratica già molto diffusa in diversi paesi europei ma ancora decisamente poco adottata nel nostro paese è il vuoto a rendere. Vetro o plastica che sia, in Italia manca una vera e proprio cultura a riguardo. Come spesso accade a rimetterci è l’ambiente. E pensare che basterebbe così poco per agire in maniera più responsabile.

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I dati sul vetro e sul vuoto a rendere

Già vi abbiamo parlato, in un articolo di qualche tempo fa, della situazione riguardante le bottiglie di plastica. Questa volta analizziamo invece quella delle bottiglie in vetro, avvalendoci dei dati pubblicati da Milena Gabannelli in occasione dell’ultima puntata di DataRoom. Partiamo da una prima considerazione generale: l’Italia è il paese in cui viene consumata più acqua in bottiglia a livello mondiale. Ne beviamo circa 224 litri a testa all’anno. Tradotto in “bottiglie” questo numero diventa 11 miliardi. L’84% di queste è in plastica e solo una percentuale che si attesta tra il 10 e 15% viene poi riciclata.

Del 16% di bottiglie in vetro, invece, solo il 10% è vuoto a rendere. Se inoltre si considera che per fare un chilogrammo di PET (il materiale di cui sono composte le bottiglie in plastica) servono circa 2 chilogrammi di petrolio si capisce immediatamente quanto sia importante mettere fine a questa follia. Smettere di utilizzare bottiglie in plastica ci farebbe risparmiare 5,87 milioni di barili di petrolio in un anno. Un numero non trascurabile. Solamente osservando questi dati si capisce che la situazione è quanto meno migliorabile. Inoltre in questo caso, almeno una parte della colpa non può di certo essere attribuita a qualcun altro. Questi numeri sono infatti frutto di scelte individuali e individuarne i responsabili è molto più semplice che in altri casi.

I vantaggi del vuoto a rendere

Di esempi da prendere a modello per quanto riguarda la questione dei vuoti a rendere ce ne sono a bizzeffe. Nel Nord Europa, ad esempio, la percentuale di bottiglie in vetro che vengono restituite tramite la procedure del vuoto a rendere è del 70%. In questo modo una bottiglia di vetro può essere riutilizzata fino a 30 volte, generando grossi risparmi in termini di emissioni che altrimenti sarebbero necessari per la sua produzione ex-novo. Se infatti ci limitassimo a riciclare il vetro della bottiglia, questo dovrebbe comunque subire innumerevoli passaggi.

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Un primo camion la porterebbe infatti ad un centro di raccolta. Da qui andrebbe poi spostata verso l’impianto di frantumazione per poi essere trasportata alla vetreria dove, dopo un processo di fusione a 1.400 °C, la bottiglia viene ricreata per poi essere portata nuovamente dal produttore di acqua per l’imbottigliamento e, di nuovo, nello scaffale del supermercato. Non serve uno scienziato per capire che tutti questi step hanno un impatto ambientale non trascurabile. Con la logica del vuoto a rendere, invece, il numero di spostamenti necessari al riutilizzo della bottiglia si ridurrebbe a due: da casa nostra al deposito e poi al produttore che può quindi procedere con la sterilizzazione e il riutilizzo. Se la buona pratica del vuoto a rendere venisse adottata da tutti i consumatori si risparmierebbe ogni anno l’utilizzo di 5,9 milioni di barili di petrolio.

Gli ostacoli

Se da un lato risulta chiara la mancanza di domanda verso un servizio del genere, facendo ricadere parte della colpa sui consumatori, dall’altro è evidente che anche i produttori potrebbero sicuramente fare di più. Produrre una bottiglia ex-novo ha infatti un costo più alto rispetto all’alternativa della bottiglia riciclata. Gli attori del mercato dell’acqua in bottiglia dovrebbero tuttavia sostenere un investimento iniziale necessario alla costruzione di un impianto di lavaggio e sterilizzazione che sia situato in aree vicine alla fonte. I supermercati dovrebbero inoltre attrezzarsi creando delle aree apposite all’interno dei propri locali.

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Già nel 2017 il Ministero dell’Ambiente aveva provato a pubblicare un regolamento atto a iniziare una sperimentazione del vuoto a rendere su larga scala. Si è trattato, tuttavia, di un esperimento completamente fallito. I dati sul programma non sono infatti ritornati al Ministero e l’adesione da parte di bar, ristoranti, alberghi e supermercati è stata bassissima. Analizzando tutte queste problematiche si capisce subito come il problema sia duplice e abbia due origini ben distinte: da un lato i consumatori che dovrebbero far propria la logica del vuoto a rendere in maniera massiccia, dall’altro i produttori che dovrebbero sforzarsi maggiormente per rendere questa opzione molto più accessibile.

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Il modo più facile per far sì che si espanda questa buona pratica è tuttavia individuabile nella più vasta logica del mercato: se infatti i consumatori iniziassero in massa a comprare acqua solo da chi dà la possibilità di restituire la bottiglia, i produttori non ci metterebbero molto ad adeguarsi per non perdere la propria clientela a favore dei concorrenti di mercato che invece offrono questo servizio. Un ulteriore esempio di come ognuno di noi può essere parte integrante del cambiamento, senza neanche sforzarsi più di tanto.

UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free

europa

Durante una delle manifestazioni di Fridays For Future, una ragazza mostrava un cartello con scritto: “Dove metterai i tuoi soldi quando la tua banca sarà sott’acqua?” Dietro questo slogan d’impatto vi è un fondo, anzi un oceano di verità che l’Unione Europea non vuole più ignorare. Quindi, invece di lasciare i soldi bloccate nelle banche, che presto potranno essere vittima delle catastrofi naturali, decide di tentare il tutto per tutto e investirne una buona parte, (100 mila miliardi di euro), nella transizione sostenibile dell’Europa.

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Europa primo continente carbon neutral

La decisione è stata annunciata il 14 gennaio dalla Commissione Europea, la cui presidente Ursula von der Leyen aveva promesso che avrebbe guidato l’Europa verso un “Green New Deal“. Questo piano ha l’obiettivo di ridurre le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, e di azzerarle entro il 2050. Questo renderebbe l’Europa il primo continente al mondo con un’economia totalmente carbon neutral.

I 100 mila miliardi di euro però non arriveranno solamente dalle casse dell’Unione. Dal bilancio UE ne sarà presa solo la metà, che ammonta a 503 miliardi, da usare tra il 2021 e il 2027.

Un contributo importante verrà dai governi nazionali, ognuno dei quali metterà a disposizione 104 miliardi di euro.

Altri 279 miliardi arriveranno dal programma InvestEU, il cui scopo è quello di garantire un appoggio economico a chiunque voglia intraprendere iniziative sostenibili. In questo modo la Banca Europea per gli Investimenti, così come altri investitori privati, saranno più portarti a impegnare i loro soldi per iniziative green, che invece prima costituivano un alto fattore di rischio. Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha fieramente affermato che “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”. :

Infine, 50 miliardi derivano dai fondi per l’innovazione e la modernizzazione, che sono finanziati con una parte dei proventi del sistema di scambio delle emissioni.

Il Green New Deal spiegato in un’immagine
@Commissione Europea

Un occhio di riguardo ai lavoratori

Una tale transizione, però, non può avvenire senza un occhio di riguardo verso i lavoratori. Le aziende che basano il loro funzionamento sul carbon fossile dovranno infatti apportare radicali cambiamenti, investendo molti soldi nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Questi soldi spesso vengono tolti dalla busta paga dei dipendenti, che nei casi più estremi potranno anche perdere il lavoro.

Per supportare le aziende e i loro dipendenti in questa fase, quindi, l’Unione Europea ha stanziato 100 miliardi di euro dal 2021 al 2027, da destinare sia agli stati che ai privati. In dieci anni, si spera che possano ammontare a 147 miliardi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha dichiarato che “Al centro del green deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climate neutral entro il 2050, ci sono le persone. La trasformazione che ci si prospetta è senza precedenti e avrà successo solo se è giusta e va a beneficio di tutti”.

La Polonia e le nazioni carbonifere

Questo problema riguarderà in modo particolare nazioni che, come la Polonia, basano la loro economia interamente sui combustibili fossili. “Vogliamo consentire alle regioni carbonifere di abbracciare senza esitazione il Green Deal europeo”, ha affermato un alto funzionario della Commissione. “I lavoratori che perdono il lavoro dovrebbero essere aiutati per la riqualificazione. Ci sarà supporto per nuove infrastrutture, assistenza per la ricerca di lavoro, investimenti in nuove attività produttive. E anche le regioni in cui cesseranno le attività esistenti dovranno essere rigenerate” ha aggiunto.

La Polonia riceverà infatti ben 2 miliardi di euro dei 7,5 previsti dal Fondo per la Transizione Giusta. Secondo l’Ansa, entrata in possesso delle tabelle che sono state inviate agli ambasciatori, l’Italia riceverà 360 milioni di euro, ma dovrà versarne circa 900 per alimentare il fondo stesso.

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte si è complimentato con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e assicurandole che “l’Italia coglierà questa storica opportunità di crescita e lavoro, soprattutto per i giovani“.

Anche Paolo Gentiloni, attuale commissario all’Economia, ha dichiarato che l’Italia utilizzerà queste risorse per lo stabilimento dell‘ex Ilva di Taranto. Il commissario ha fatto presente come la Puglia e in particolare la zona di Taranto sia un’area in cui è necessaria la transizione verso l’utilizzo di energie carbon-free. Il che non vuol dire naturalmente che i problemi dell’Ilva saranno risolti dal Just Transition Fund, ma può essere sicuramente un grande aiuto.

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Per aiutare le piccole realtà nella transizione, entrano ancora in gioco l’InvestEU e la Banca Europea per gli Investimenti, che puntano a mobilitare rispettivamente 45 miliardi e 25-30 miliardi di capitali privati. Un’altra quota andrà poi a Stati e regioni con l’obiettivo di migliorare i trasporti, le infrastrutture, il sistema energetico, le reti digitali e così via.

Non è mai abbastanza

Questi soldi, per quanto sembrino una grande quantità, non bastano per raggiungere gli attuali obiettivi per il 2030 in materia di clima ed energia. Saranno infatti necessari investimenti aggiuntivi pari a 260 miliardi di euro l’anno fino a quella data.

Paolo Gentiloni ha mostrato di essere consapevole dei rischi che questi investimenti possano portare e infondendo la speranza che si possano tenere sotto controllo. “Vedremo il dibattito dopo la comunicazione su come trattare gli investimenti sostenibili all’interno delle regole di bilancio Ue, preservando naturalmente le salvaguardie contro i rischi per la sostenibilità del debito”.

Anche dal punto di vista legislativo non sarà una passeggiata. “Il Green Deal è la scommessa di un nuovo modello di sviluppo europeo. Per realizzarlo ci saranno 50 provvedimenti legislativi nei prossimi due anni. Il primo verrà presentato oggi, molto importante, e riguarda il Fondo di transizione giusta, che ha l’obiettivo di accompagnare la trasformazione, aumentare i posti di lavoro e non chiudere le aziende”, ha commentato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

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La California si oppone a Trump e al fracking forsennato

Una causa contro lo Stato

Lo Stato della California non ne può più. Per fare in modo di tenere il governo federale statunitense fuori dai propri giacimenti di olio e gas, a Sacramento hanno deciso di passare alle vie legali. L’amministrazione Trump, notoriamente sorda alla tematica ambientale e prima sostenitrice mondiale della a dir poco dannosa tecnica del fracking, vorrebbe consentire la perforazione su oltre un milione di ettari pubblici. Nessuno dell’amministrazione californiana è d’accordo con questa scelta di Washington e allora ecco la decisione: una causa contro lo U.S. Bureau of Land Management.

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Il governo Trump intende aumentare la produzione energetica da fonti fossili su suolo pubblico (spesso addirittura in riserve protette e parchi), in barba alle direttive di molte amministrazioni locali. Diversamente dalla Casa Bianca, c’è chi ha programmi di tutela ambientale. La California ha recentemente promulgato una legge ad hoc per contrastare il piano di Washington e, immediatamente dopo, ha deciso di contattare un avvocato.

fracking
Donald Trump

I dettagli dell’azione legale

La causa federale porta la firma di Xavier Becerra, General Attorney per lo Stato della California. Becerra, democratico, ha intentato l’azione legale su mandato del suo ufficio e del governatore Gavin Newsom. Lo scorso venerdì, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso il suo ufficio di Sacramento, Becerra aveva precisato come la causa fosse stata aperta in quanto l’amministrazione Trump si stava comportando come se fosse al di sopra della legge. La maggior parte delle attività estrattive federali in California si svolge vicino agli insediamenti delle comunità più vulnerabili. Tali comunità, ha tenuto a sottolineare Becerra, sono già sovraesposte all’inquinamento e la salute dei residenti ne risente. Aggiungere a questa già delicata situazione nuove operazioni di fracking peggiorerebbe ulteriormente le cose. La decisione di Washington, a detta di Becerra, è “insensata e palesemente pericolosa”.

Xavier Becerra

Fracking: favorevoli e contrari

Le posizioni del Bureau per la gestione del suolo e dell’amministrazione californiana sulla fratturazione idraulica, più comunemente chiamata fracking, sono distanti quanto i due Poli terrestri. Secondo Becerra e Newsom “i rischi connessi al fracking per l’ambiente e le persone sono semplicemente troppo grandi per essere ignorati.” La posizione dell’ufficio federale, diametralmente opposta, attesta invece come i rischi siano pressoché nulli. Ogni sito estrattivo riceverà una dedicata analisi ambientale e non si procederà con le operazioni laddove venga evidenziato un tasso di criticità non accettabile.

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Ma che cos’è il fracking e perché è da sempre un’operazione così controversa? Il termine deriva dalla contrazione dell’inglese hydraulic fracturing, sviluppata agli inizi del Novecento per estrarre petrolio e gas naturale dalle rocce di scisto. Tali conformazioni rocciose, presenti nel sottosuolo, sono le più facili da sfaldare. Per raggiungerle si perfora il terreno fino allo strato di sottosuolo che contiene gli agglomerati di scisto. In seguito si inietta, tramite un getto ad altissima pressione, acqua mista a sabbia ed elementi chimici. Tale operazione provoca l’emersione in superficie del gas.

I rischi del fracking

La fratturazione idraulica ha rivoluzionato il mondo dell’approvvigionamento energetico, soprattutto negli Stati Uniti. Accanto a ciò, però, ha anche sollevato una questione ambientale che ultimamente è diventata un polverone, ora che ci stiamo rendendo conto di quel che stiamo facendo al nostro Pianeta.

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L’esplorazione dei siti e l’estrazione del gas richiede quantitativi ingenti di acqua, causando sprechi e costi ambientali da impallidire. Inoltre, le sostanze chimiche iniettate nel sottosuolo, potenzialmente dannose per la salute, possono finire con il contaminare le falde acquifere attorno al sito dell’estrazione; si calcola infatti che solo l’80% circa delle acque iniettate nel sottosuolo per il fracking risalga in superficie come riflusso, mentre la percentuale restante rimanga sepolta. Se ciò non bastasse, bisogna pure prendere in considerazione la teoria (che in quanto tale, resta tutta da dimostrare) secondo la quale la fratturazione idraulica sia correlata, forse addirittura in una relazione di causa ed effetto, con il verificarsi di scosse sismiche di lieve entità.

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Nel novembre del 2011, in Oklahoma, si verificò un terremoto di magnitudo 5,7. Un impianto vicino aveva appena iniettato acqua ad altissima pressione nel sottosuolo. Non ci sono prove che il fracking abbia causato la scossa, sebbene tale possibilità non sia mai stata smentita.

La tecnica del fracking: cos’è e come funziona

La fratturazione delle speranze

Secondo le organizzazioni ambientaliste, nessuna delle principali esclusa, la tecnica del fracking sarebbe l’ultima trovata delle compagnie petrolifere per ritardare l’adozione di politiche energetiche basate sulle fonti rinnovabili. La fratturazione idraulica è il più avanzato sistema di sfruttamento delle risorse fossili. Per quanto meno sporco del carbone, il fracking rappresenta un sistema antiquato di produrre energia. Esso è la quintessenza dello sfruttamento di combustibili dai quali dovremmo liberarci, per proiettarci finalmente in un futuro energetico rinnovabile.

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La California è uno degli Stati americani più ricchi di petrolio e presenta già una regolamentazione piuttosto severa in termini di estrazione di questa risorsa. La decisione di questa causa contro il governo americano rappresenta un positivo precedente all’interno della lotta mondiale contro il cambiamento climatico. “I californiani non consentiranno all’industria petrolifera di inquinare ancora acqua ed aria”, è stato il commento del Centro per la Diversità Biologica. Il Centro, che ha sede in Arizona, è stato fiero sostenitore dell’azione legale.

E’ importante fare nostro tale messaggio. In fondo, alla parola californiani, si può sostituire l’aggettivo relativo ad una qualsiasi comunità.

La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci

Il clima belligerante di questi giorni ci ricorda una cosa fondamentale: in tempi di guerra, gli stati sono in grado di mobilitare delle risorse che prima non c’erano. Risorse monetarie, temporali, emotive. Quando si alza la tensione e scoppia un conflitto, i governi tirano fuori miracolosamente i soldi, riescono a mobilitare la popolazione e a convertire l’intero sistema statale in un arco di tempo molto breve. La storia ce l’ha dimostrato con le due guerre mondiali del Novecento e durante la Guerra Fredda. Come mai, allora, nessuno sta considerando la crisi climatica come una guerra mondiale che necessita di una celere mobilitazione su larga scala?

Otto anni per salvare il pianeta: troppi o troppo poco?

Abbiamo otto anni per salvare il pianeta. Sembrano pochi, per altri sono troppi. Il dibattito sul cambiamento climatico viene polarizzato da queste voci contrastanti: da una parte ci sono i rassegnati, quelli che dicono che non c’è più tempo. Dicono che, se anche cambiassimo tutto e smettessimo di emettere oggi stesso, sarebbe già troppo tardi. Il loro pessimismo si basa sul fatto che, effettivamente, la catastrofe è già davanti ai nostri occhi. Dalle fiamme dell’Amazzonia all’acqua alle caviglie di Venezia, dall’Australia in fiamme all’Indonesia inondata. Il mondo sembra ormai ribellarsi e dimostrare che non c’è più spazio di manovra.

Ricordiamo per esempio, che la maggior parte del calore sprigionato negli ultimi 150 anni è stato intrappolato dagli oceani, che fungono da enorme serbatoio a lento rilascio. Ce lo ricorda anche l’ONU nell’obbiettivo 14 dell’Agenda 2030: “gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento globale sulla Terra”. Usando la parola “mitigazione”, sembra quasi un effetto positivo. Bisogna però tener conto che un aumento della temperatura oceanica provoca conseguenze irreparabili anche sulla terra ferma, perché aumenta l’umidità e quindi l’intensità e la frequenza degli uragani.

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Zero emissioni entro il 2030: una guerra già persa in partenza?

Dall’altra parte del dibattito sul cambiamento climatico ci sono i conservatori dello status quo; coloro cioè, che ritengono sia impossibile modificare l’intero sistema mondiale nel giro di un decennio. Queste le motivazioni principali addotte: l’industria fossile sfama migliaia di famiglie, sarebbe contro la crescita economica, solo i pazzi della “decrescita felice” sono in grado di immaginarsi un mondo a zero emissioni nel 2030. E difatti tutti i piani di transizione verde fin’ora elaborati fissano i loro obiettivi ad un minimo di venti anni; ad esempio, il piano appena varato dalla Commissione Europea prevede la “neutralità climatica dell’UE entro il 2050”. Solo il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez ambisce a una società zero-emissioni entro il 2030. La giovane deputata americana si pone così fuori dai due spettri, per lei non è né troppo tardi né troppo presto: bisogna agire ora.

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I paragoni con le guerre precedenti

La potenza del messaggio di Alexandria Ocasio-Cortez sta nella dimostrazione che in passato è stato fatto. La mobilitazione della Grande Guerra, così come il New Deal di Roosevelt, la conversione bellica della Seconda Guerra Mondiale e il Piano Marshall, ci offrono esempi tangibili della possibilità di cambiare tutto e in fretta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le industrie vennero rapidamente convertite e il personale si adattò al cambiamento, passando dalla produzione di saponi a quella di armi, dalla produzione di vestaglie da notte a quella di divise militari. I modelli di consumo vennero totalmente reindirizzati perché servivano combustili e cibo per le truppe schierate.

Nel frattempo, tramite l’utilizzo di radio e televisioni, i personaggi famosi e la Walt Disney ripetevano giorno e notte degli slogan per sostenere lo sforzo bellico. Come scrive Foer nel suo ultimo libro (recensito di recente sul nostro blog), durante la seconda guerra mondiale ogni singolo americano contribuì alla vittoria grazie a dei piccoli gesti: fu chiesto loro, per esempio, di spegnere le luci dopo le 19 di sera, così da risparmiare energia e indirizzarla ai bisogni della guerra. Sempre per risparmiare, un altro messaggio diffuso dai media spronava gli americani a viaggiare in gruppo, anticipando quello che oggi viene chiamato “car-pooling”: “se viaggi da solo, viaggi con Hitler!”, recitava lo slogan.

Una mobilitazione di massa

Naomi Klein riporta i seguenti dati: “tra il 1938 e il 1944 l’utilizzo dei trasporti pubblici salì dell’87 per cento negli Stati Uniti e del 95 per cento in Canada. Nel 1943 negli Stati Uniti venti milioni di famiglie, tre quinti della popolazione, avevano in giardino un ‘orto della vittoria’ in cui crescere ortaggi freschi, che ammontarono al 42 per cento del totale consumato quell’anno”.

Allo stesso tempo, la giornalista canadese ci mette in guardia dal pericolo di fare comparazioni con il passato: “Le mobilitazioni in tempo di guerra e gli enormi sforzi postbellici per la ricostruzione furono sicuramente ambiziosi, ma furono anche trasformazioni fortemente centralizzate, imposte dall’alto. Se deleghiamo in questo modo ai governi centrali la lotta alla crisi climatica, possiamo solo aspettarci misure fortemente inficiate dalla corruzione, che concentrerebbero ancora di più il potere e la ricchezza nelle mani di pochi grandi protagonisti, per non parlare delle aggressioni sistematiche ai diritti umani”.

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Le giovani generazioni ci stanno guardando

Quindi, le guerre del passato non sono certamente da prendere da esempio. Non abbiamo bisogno di una guerra ed è bene ribadirlo, in questi giorni belligeranti. La guerra ci serve come metro di paragone per rispondere a tutti coloro che dicono che è troppo presto, o troppo tardi. La crisi climatica “è la nostra guerra, la nostra Seconda Guerra Mondiale”, dice la Ocasio-Cortez. “Le giovani generazioni ci stanno guardando e urlano a gran voce: il mondo finirà in 20 anni e la vostra più grande questione è dove troveremo i soldi?”.

L’unica guerra che ha il diritto di esistere

Come detto pochi giorni fa, se si compisse la transizione verde di cui stiamo parlando, molti dei conflitti oggi presenti sulla Terra non avrebbero più ragione di esistere. Perciò vogliamo sottolineare ancora una volta che le uniche truppe che hanno diritto di marciare sono quelle che scendono in piazza il venerdì: se solo prendessimo sul serio i loro slogan, se le televisioni e i social fossero invasi ogni minuto in ogni nazione, con la stessa capillarità usata durante la Seconda Guerra Mondiale, forse le persone farebbero lo sforzo di consumare meno, usare i trasporti pubblici, avere un orto dentro il giardino. Si convincerebbero che l’unica guerra da combattere è quella contro la crisi climatica. Smetterebbero di parlare di terza guerra mondiale perchè sarebbero finalmente consapevoli che nessuna altra guerra sarebbe possibile senza un pianeta su cui combattere.

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Heliogen: la startup che può abbattere il 10% delle emissioni

Raccogliere l’energia della radiazione solare grazie a degli specchi che concentrano il calore dei raggi fino a raggiungere temperature di 1.000 °C. Questa è, in sintesi, l’idea di Heliogen. Una startup, finanziariamente riconducibile a Bill Gates, di Pasadina, California.

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Copyright: CNN

L’idea di Heliogen

“Rimpiazzare i combustibili fossili con la luce del sole”. Questo è lo slogan di Heliogen che ha perfezionato una tecnologia, già esistente, che permette di raggiungere temperature elevatissime all’interno di uno specifico edificio. Il prototipo, ad esempio, ha come punto di raccoglimento del calore una torretta. Fino ad oggi progetti simili non erano però riusciti a superare la soglia dei 600°C. Il modello della startup californiana permetterebbe, invece, di abbattere totalmente le emissioni di settori altamente inquinanti che necessitano di altissime temperature per la lavorazione dei propri prodotti finiti come, ad esempio, il cemento.

https://www.youtube.com/watch?v=Ts_M4sQ5T20

Quello dei cementifici è, da solo, responsabile del 7% delle emissioni su scala globale. La tecnologia è tuttavia applicabile anche per la produzione del vetro ed in futuro, grazie ad uno suo ulteriore miglioramento, potrebbe essere utilizzata anche per la produzione di acciao che, però, necessità di temperature che vanno dai 1370 °C ai 1500 °C. Secondo un articolo uscito su Wired, inoltre, questo sistema sarebbe anche in grado di ottenere idrogeno dall’acqua riuscendo così ad immagazzinare ulteriore energia. Il tutto, ovviamente, a zero emissioni.

Una svolta epocale?

La vera buona notizia non sta nel fatto di riuscire a reperire energia e calore dai raggi solari, cosa che era già stata implementata anche da altre realtà, ma la possibilità di applicarla proprio all’industria pesante. Questo settore è infatti uno dei più inquinanti su scala mondiale e si era ancora ben lontani dall’individuare tecnologie che fossero in grado di abbattere queste emissioni. Senza Heliogen l’obiettivo degli Accordi di Parigi di far raggiungere alle economie mondiali l’impatto zero entro il 2050 sarebbe stato sicuramente molto più utopistico. Ora, invece, ci sono le basi per approfondire il tutto tentando di applicarlo a dei casi specifici.

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Bill Gross, fondatore e CEO di Heliogen, in un’intervista rilasciata a CNN Businees ha così espresso il suo compiacimento: “Stiamo implementando una tecnologia in grado di battere il prezzo dei combustibili fossili e anche di non produrre emissioni di CO2. E questo è il Santo Graal”. Come dargli torto. Se la loro idea riuscisse a rispettare quelle che sono le attuali previsioni saremmo di fronte ad una vera e propria svolta che potrebbe dare grande speranza per il futuro. Un esempio lampante di come lo sviluppo tecnologico possa portare grandi benefici ambientali permettendo alla società del ventunesimo secolo di rendere carbone, gas e petrolio solo un brutto e lontano ricordo. Non resta che incrociare le dita e sperare che Heliogen porti a termine la sua missione.