Greta Thunberg domani in piazza a Torino

L’ha annunciato ieri sui suoi canali social: Greta Thunberg domani sarà in piazza a Torino. “Non vedo l’ora di prendere parte allo sciopero per il clima questo venerdì a Torino in Italia, nel mio viaggio per tornare a casa! Ci vediamo in Piazza Castello (Torino) alle 15!”. Sono parole che hanno riempito di entusiasmo tutti gli attivisti di Fridays For Future Italia, che negli ultimi mesi hanno seguito le orme della giovane svedese ogni venerdì nelle principali piazze italiane.

Greta, una ragazza come le altre

I ragazzi degli scioperi per il clima hanno avuto pochissimo preavviso, ma come loro stessi ricordano nei canali social della pagina, Greta va considerata una semplice ragazza come tutti gli altri: “ci teniamo a sottolineare che si tratterà di un presidio normale, e che Greta è prima di un simbolo e una figura famosa, una persona”. Una ragazza che sciopera assieme ai suoi coetanei italiani, tutto qui.

Del resto, anche Greta ripete spesso che lo scopo della sua battaglia non è tanto vincere premi e finire sulle copertine dei giornali, bensì fare in modo che la scienza venga ascoltata. Quella scienza che da anni pubblica report sempre più allarmanti e con tempi sempre più ristretti. Infatti, anche nel suo recente discorso alla COP25, Greta Thunberg ha ribadito che niente di significativo è stato ancora fatto: “Stiamo scioperando da un anno ma non è successo ancora nulla. Si sta ignorando la crisi climatica e finora non c’è una soluzione sostenibile”.

Leggi il nostro articolo: Al via la COP25. Guterres: “La scelta è tra speranza e capitolazione”

Il discorso di Greta alla COP25

Ecco un estratto della sua relazione ai leader mondiali: “Vi sto dicendo che ho visto la speranza. Ma non viene né dai governi né dalle grandi aziende. Viene dalle persone, quelle persone che erano ignoranti e che ora si stanno svegliando. E una volta che diventiamo consapevoli, cambiamo. Le persone possono cambiare. Le persone sono pronte al cambiamento. E questa è la speranza perché abbiamo la democrazia. La democrazia sta avendo luogo ogni giorno, non solo nel giorno delle elezioni, ma ogni secondo e ogni ora. È l’opinione pubblica che governa il mondo libero. Infatti, ogni grande cambiamento della storia è venuto dalla mobilitazione delle persone. Non dobbiamo aspettare. Possiamo iniziare il cambiamento proprio ora. Noi, le persone comuni”.

Una settimana ricca di colpi di scena

Greta arriva in Italia in una settimana ricca di novità per quanto riguarda le politiche ambientali. Il parlamento italiano ha finalmente approvato lo stato di emergenza climatica alla Camera. La mozione chiede al governo di impegnarsi a fare lo stesso e ad intraprendere un coraggioso percorso di decarbonizzazione, efficienza energetica e sostenibilità. Nella stessa giornata, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato il Green Deal europeo. La neo commissaria ha definito la questione ambientale una priorità assoluta e ha promesso che la sostenibilità sarà la Stella Polare di questo quinquennio.

In un articolo del Guardian scritto da lei stessa per presentare il Green Deal europeo, la von der Leyen ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è diventare il primo continente ad impatto zero dal punto di vista ambientale, mettendo freno al riscaldamento globale e mitigando i suoi effetti. Questo è un compito per la nostra generazione e la seguente, ma il cambiamento deve iniziare proprio ora – e sappiamo di potercela fare. Questa nuova strategia di crescita permette ad ogni cittadino di fare la propria parte”.

Leggi il nostro articolo: “L’Unione Europea ha dichiarato lo stato di Emergenza Climatica”

Merito di Greta e degli scioperi per il clima?

La dichiarazione di Emergenza Climatica, il Green Deal europeo…sarebbero comunque avvenuti senza la mobilitazione di Greta e dei ragazzi di Fridays For Future? Forse sì, non possiamo saperlo. Ma dobbiamo riconoscere che solo un anno fa, l’ambiente era un tema per pochi fanatici. Ed ora è sulla bocca di tutti. I ragazzi del venerdì, pronti ad accogliere Greta a Torino, si prendono così la loro rivincita su chi li ha accusati di perdere tempo: “A chi dice che protestare è inutile: ebbene, nove mesi fa tutto questo non sarebbe stato pensabile. Questo risultato ha richiesto grande impegno e fatica da parte di tutti e tutte, e ancora siamo lontani dall’essere soddisfatti. Ma finalmente abbiamo la prova – non solo l’impressione – che i nostri scioperi stiano davvero cambiando le cose”. Per chi può, per chi vuole, ci vediamo domani in Piazza Castello a Torino. Come recita uno degli slogan gridati nelle piazze: “Con Greta, per il pianeta!”.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Le province italiane più green del 2019

Il Sole24Ore ha pubblicato il 26esimo rapporto Ecosistema Urbano, redatto in collaborazione con Legambiente e Ambiente Italia. Una speciale classifica che raggruppa tutti i capoluoghi delle province del paese in base ad una serie di indicatori green raggruppati in 5 macroaree: aria, acqua, mobilità, rifiuti e ambiente.

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I parametri della classifica

Per stilare la classifica è stato creato un ipotetico sistema di punteggi che, sommati, possono arrivare ad un massimo di 100 punti. Come metro per l’attribuzione dei punti è stato utilizzato il rispetto delle leggi ambientali in vigore insieme ad una valutazione generale della qualità ambientale per ognuno degli indicatori presi in considerazione. Le 5 macrocategorie sono a loro volta composta da 18 voci che insieme vanno a creare una valutazione complessiva ma che, allo stesso tempo, mostrano anche quali siano i punti forti o di debolezza delle varie province.

Leggi il nostro articolo: “Cosa è rimaste della strage di alberi del Nord Italia. Un anno dopo”

Entrando più nello specifico le sottocategorie includono Solare termico e fotovoltaico, Verde urbano, Alberi, Isole pedonali ed Uso efficiente del suolo (macro-categoria ambiente); Ozono, Pm10 e Biossido di Azoto (macro-categoria aria); Capacità di depurazione, Dispersione della rete idrica, Consumi idrici domestici (macro-categoria acqua); Piste ciclabili, Incidenti stradali, Tasso di motorizzazione, Offerta del trasporto pubblico, Passeggeri del trasporto pubblico (macro-categoria mobilità); Raccolta differenziata e Produzione di rifiuti urbani pericolosi (macro-categoria rifiuti)

La top 10 delle province green

Il primo dato che salta all’occhio riguarda il distacco che c’è tra Nord e Sud Italia. L’unica provincia meridionale a piazzarsi nella top 10 è quella di Oristano. Le restanti posizioni sono saldamente occupate da province situate nella parte settentrionale della penisola. Prima classificata è quella di Trento. A completare il podio troviamo Mantova e Bolzano. A seguire, tra le 10 province più green del paese, Pordenone, Parma, Pesaro-Urbino, Treviso, Belluno e Ferrara.

Alcuni focus sul report

Se allarghiamo il cerchio andando ad analizzare la top 50 troviamo un’ulteriore conferma del divario tra queste due zone d’Italia. Le uniche province meridionali a comparire tra i primi 50 nomi sono, oltra alla già citata Oristano, Cosenza (14esimo posto), Catanzaro (31esimo), Nuoro (35esimo), Cagliari (45esimo), Benevento (47esimo) e Potenza (50esimo). Un misero 14%. Viene da sé che le regioni più rappresentate nei primi 50 posti siano principalmente quelle settentrionali: Lombardia, Trentino, Friuli, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Marche.

La flop 10 delle province green

Come sempre quando viene stilata una classifica oltre a dei vincitori ci saranno sempre anche degli sconfitti. A comporre la schiera delle 10 province meno green d’Italia troviamo Catania, Ragusa, Palermo, Isernia, Latina, Trapani, Massa, Alessandria, Crotone, Matera e Frosinone. Inutile dire che per le amministrazioni di queste province è giunto il momento di iniziare a prendere seriamente in considerazione l’attuazione di una serie di misure incisive atte a mitigare il problema.

Il commento del report da parte di uno dei redattori

Altalenante, invece, la situazione delle province più popolose. Roma e Torino si piazzano rispettivamente all’88esimo e 89esimo posto su 102, peggio di Bari, Foggia e Napoli che rientrano comunque nelle 20 province meno green del paese. Milano è 32esima, Firenze 24esima, Venezia 16esima mentre Bologna si piazza al 13esimo posto.

L’utilità del Rapporto Ecosistema Urbano

Il lavoro portato avanti, con costanza e giudizio, dai redattori del rapporto è di una preziosità unica. Con i dati raccolti dagli addetti ai lavori ogni amministrazione ha infatti la possibilità di analizzare in maniera dettagliata quali siano i propri punti di forza e quali quelli di debolezza in materia ambientale. Tutto ciò rende, potenzialmente, molto più facile il lavoro delle amministrazioni locali che possono quindi indirizzare gli investimenti green in maniera oculata e mirata. Senza considerare la allettante possibilità di esportare in altre province i modelli che si sono rivelati vincenti in determinate aree territoriali e per un preciso indicatore tra quelli presi in considerazione nella classifica.

Leggi il nostro articolo: “La fast-fashion è il patibolo del pianeta”

Il problema, però, spesso giace non tanto nella disponibilità di questi dati, che più pubblici di così non possono essere, quanto proprio nella rilevanza che le varie istituzioni danno ai temi ambientali. La molla che deve scattare all’interno dei palazzi istituzionali riguarda proprio il valore aggiunto che una rivoluzione green potrebbe dare al nostro paese sia dal punto di vista economico sia da quello della valorizzazione del territorio. Fino a quando non avverrà questa transizione, soprattutto in quelle zone del paese che sono rimaste più indietro, la strada resterà in salita.

Leggi il nostro articolo: “Disastro ambientale in Brasile. 2.100 km di costa devastati dal petrolio”

Vuoi vedere come si piazza la tua provincia? Consulta la classifica completa interattiva disponibile sul sito del Sole24Ore

Google finanzia compagnie negazioniste. La rivelazione del Guardian

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Il Guardian, si sa, non ha mai troppi peli sulla lingua. Nemmeno quando si tratta di smascherare e criticare una delle più importanti e potenti compagnie del mondo: Google. Il colosso americano finanzia compagnie negazioniste.

Nomi e cognomi

Secondo il giornale inglese, infatti, Google finanzia molte compagnie e associazioni negazioniste, tanto oggi quanto nel recente passato. Prima tra tutte la Competitive Enterprise Institute (CEI), un gruppo politico conservatore che ha svolto un ruolo cruciale nel convincere Trump ad uscire dall’accordo di Parigi. Google è anche uno degli sponsor dello State Policy Network (SPN), un’organizzazione che ha di recente aperto un sito “impegnato per il clima” dove negano apertamente l’esistenza di una crisi climatica. E ancora, Google finanzia l’American Conservative Union, il cui presidente, Matt Schlapp, ha lavorato per dieci anni nella multinazionale Koch Industries e anch’egli ha influenzato le politiche contro l’ambiente alla Casa Bianca.

Google ha anche donato soldi al Cato Institute, che si è opposto alla legislazione sul clima. Anche il Mercatus Center, un thinktank finanziato da Koch riceve denaro dalla compagnia regina di Internet, e così anche la Heritage Action, un gruppo che ha contribuito alla diffusione delle false informazioni sul clima.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

La difesa di Google

Google, comunque, non si è fatto troppi problemi a rendere pubblica la lista delle compagnie da esso finanziate. Complice è sicuramente il fatto che dal 2007 Google opera come società a emissioni zero. Inoltre, per il secondo anno consecutivo ha utilizzato 100% di energia rinnovabile per le operazioni globali. La società ha anche dichiarato di aver esplicitamente richiesto “un’azione forte” alla conferenza sul clima di Parigi nel 2015 e ha sponsorizzato il vertice Global Climate Action a San Francisco dell’anno scorso.

In risposta alle recenti accuse, poi, Google si difende dicendo che, se sponsorizza organizzazioni indiscriminatamente dalle loro posizioni politiche, purché sostengano una forte politica energetica. Inoltre, afferma un portavoce di Google, “siamo stati estremamente chiari sul fatto che, anche se sponsorizziamo un’azienda, non significa che concordiamo con le loro idee“.

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Il vero motivo per cui Google finanzia le compagnie negazioniste

Per Google, però, fornire sostegno finanziario a gruppi come il CEI e il Cato Institute, è soltanto un tentativo di ottenere il favore dei conservatori a Washington. Vi è infatti una sezione della legislazione degli Uniti che deve essere difesa, poiché vale miliardi di dollari per l’azienda. La legge – nota come sezione 230 del Communications Decency Act – è stata istituita negli anni ’90, quando Internet era appena agli inizi. La legge offriva l’immunità legale alla società per commenti di terze parti, considerandole a tutti gli effetti distributori di contenuti e non editori. In questo modo giganti come Google e Facebook sono potuti crescere smisuratamente senza intoppi e così continueranno a fare.

Attivisti ambientalisti e altri critici affermano però che, per un’azienda che dichiara di sostenere la lotta ai cambiamenti climatici, tali compromessi non sono accettabili. Sheldon Whitehouse è un senatore democratico del Rhode Island e uno dei fautori più entusiasti dell’azione climatica al Congresso. Egli ha affermato che “dovrebbe essere squalificante sostenere chi nega la crisi climatica”. Google dovrebbe imporsi e, alle organizzazioni commerciale alle lobby che interferiscono nella lotta ai cambiamenti climatici, dovrebbe dire “noi siamo fuori”. Punto.

Leggi il nostro articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”.

Il Guardian ha infine denunciato la contraddizione, da parte di Google, di vantare una politica di “trasparenza”, ma poi, alla domanda “quanti soldi date a queste aziende?” Google non ha voluto rispondere.

L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia

Il 4 ottobre è stato presentato a Roma il nuovo rapporto annuale sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. L’iniziativa è stata promossa dall’Asvis (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), fondata nel 2016 dall’ex ministro Enrico Giovannini con l’obiettivo di indirizzare la società italiana verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs). Il nuovo rapporto ha messo in luce un sostanziale miglioramento dell’Italia per alcuni settori, mentre si registrano stagnazioni e peggioramenti per altri importanti aree come povertà, agricoltura sostenibile e gestione delle acque.

Cosa sono gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile

Gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile vennero approvati nel 2015 dalle Nazioni Unite, assieme alla stipula dell’Agenda 2030. L’Agenda 2030 consiste in un “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che miri a trasformare il mondo nel breve e nel lungo termine. Nell’Agenda sono inseriti i 17 Obiettivi, a loro volta articolati in 169 target. Questa declinazione dettagliata permette all’ONU di monitorare di anno in anno i progressi (o regressi) di ogni paese. La novità dell’Agenda 2030 rispetto ai trattati precedenti risiede nella visione integrata dei problemi e delle soluzioni: viene riconosciuto quindi, che il modello attuale di sviluppo è insostenibile secondo molteplici punti di vista – ambientale, sociale, economico – e che le soluzioni devono essere altrettanto trasversali, così che “nessuno venga trascurato”.

Congiuntamente al monitoraggio svolto dall’ONU, l’Asvis si pone l’obiettivo di tenere traccia della situazione italiana. Inoltre, intende stimolare e promuovere gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile in ogni settore della società, coinvolgendo i politici, gli imprenditori, il mondo universitario e gli attori della società civile. Ogni anno nel mese di ottobre presenta un Report in cui vengono sintetizzati le performance italiane per ognuno dei 17 obiettivi stipulati dall’Agenda 2030. Enrico Giovannini ha presentato con queste parole il Report Asvis 2019: “Quasi quattro anni fa, quando abbiamo cominciato, la gente diceva: ‘Agenda 2030, ma di che cosa state parlando?’. Oggi invece non solo molti sanno di che cosa parliamo, ma sentiamo l’impegno di tanti che condividono questa straordinaria avventura di salvare il mondo”.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo”

BES: Benessere Equo e Sostenibile. Un’alternativa al PIL

Ex presidente dell’ISTAT e Professore presso l’Università Tor Vergata di Roma, Giovannini ha svolto un ruolo di primo piano per la promozione dello sviluppo sostenibile in Italia. Nel suo libro L’Utopia Sostenibile viene delineato il piano di riforme che un governo coraggioso dovrebbe adottare per mettersi in linea con l’Agenda 2030. Sotto il governo Letta fu denominato Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e, nonostante il breve mandato, fu capace di far approvare l’introduzione del BES, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile.

Il Presidente della Camera Roberto Fico, presente all’evento del 4 ottobre, ha ricordato che l’Italia è stata fra i primi paesi ad adottare questo innovativo indicatore, che si propone di essere un’alternativa al PIL. Il BES infatti valuta il progresso della società italiana, non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale ed ambientale. Il Presidente della Camera ha sottolineato che questi processi riformatori assumono valenza significativa solo se accompagnati da un completo orientamento del sistema politico italiano in questo senso. La Camera dei Deputati, con il potere legislativo di cui dispone, rappresenta il luogo ideale per dar forza e attuazione agli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Fico ha annunciato che, in occasione della COP 26 del 2020 ospitata da Italia e Gran Bretagna, il Parlamento italiano organizzerà un’assemblea sul tema del cambiamento climatico a cui potranno partecipare i parlamentari membri della COP 26.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

Lo Sviluppo Sostenibile in Costituzione

Infatti, il Presidente dell’Asvis Stefanini e il Portavoce Enrico Giovannini hanno entrambi fatto presente che la direzione presa dal neonato governo fa ben sperare, poiché sono state annunciate ambiziose riforme per la lotta al cambiamento climatico. Ad esempio, la volontà di inserire in Costituzione lo Sviluppo Sostenibile, così come l’intenzione di fare dell’Agenda 2030 il cardine del sistema socio-economico italiano. D’altra parte però, l’Asvis ricorda che l’Italia è ancora ben lontana dagli obiettivi prefissi nel 2015, quando l’Agenda 2030 è stata approvata. Inoltre, il tempo a disposizione per fronteggiare la crisi climatica si sta accorciando sempre più (rimangono 11 anni per evitare la catastrofe, secondo il Rapporto IPCC 2018).

Ma cosa dice nel concreto il Rapporto 2019 sulla sostenibilità italiana? Sono nove le aree in cui l’Italia risulta migliorata rispetto al passato: salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze. E ancora: condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e pace, giustizia e istituzioni solide e cooperazione internazionale. Per quanto riguarda il Goal 4 e 13, rispettivamente istruzione e lotta al cambiamento climatico, la situazione risulta sostanzialmente invariata; sono invece peggiorati i Goal 1, 2, 6, 7 e 14. Si tratta delle seguenti aree: povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Il Rapporto Asvis presenta anche il grado di attuazione dei singoli obiettivi regione per regione.

European Green New Deal

Il Rapporto presenta anche una panoramica generale sull’Europa, sottolineando pure in questo caso i buoni auspici nati con la nuova Commissione Europea. Alla presentazione del Rapporto Asvis 2019 è intervenuto Paolo Gentiloni, di recente nominato commissario europeo agli Affari Economici. L’ex premier ha fatto presente che la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’intenzione di varare un European Green New Deal e ha dato l’incarico ai singoli commissari di declinare gli SDGs nelle proprie aree di competenza.

Infine, ricordiamo che l’Asvis ha dato il proprio endorsement al fervente movimento di studenti che stanno scioperando per il clima; nel concreto, ha voluto fare la sua parte lanciando l’iniziativa Saturdays For Future. In linea con l’Obiettivo 12, “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”, l’Asvis lancia un appello ai consumatori: scegliere negozi e prodotti che rispettino i criteri della sostenibilità. L’idea di fondo, più volte ribadita dal nostro Blog, è che le trasformazioni possono partire anche dal basso: “il cambio di abitudini potrà innescare un processo virtuoso, incidere positivamente sui modelli di produzione e rendere le aziende più responsabili e più sostenibili, non solo sul piano ambientale ma anche su quello sociale, in primo luogo verso i propri dipendenti”.

Leggi il nostro articolo: “Birra dagli scarti del pane: l’idea di Toastale”

Il cambiamento è già in atto

Il Rapporto Asvis 2019 ha mostrato una situazione di luci e ombre sulla nostra penisola e sul nostro continente. Da una parte, i cittadini italiani ed europei possono finalmente sperare in un cambio di regime che ponga lo Sviluppo Sostenibile al centro della politica e degli assetti socio-economici; dall’altra, è necessaria una dose cospicua di coraggio che trasformi gli annunci in riforme concrete con risultati concreti. La nuova Legge di Bilancio, in programma per la prossima settimana, sarà il primo vero banco di prova. Seguirà poi l’organizzazione della COP 26 nel 2020. Nel frattempo, la società civile dovrà fare di tutto per dimostrare che il cambiamento è già in atto: “change is coming, whether you like it or not”.

Birra dagli scarti del pane: l’idea di ToastAle

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Si chiama ToastAle ed è stata fondata nel 2016 da Rob Wilson, a Londra. Un esempio lampante di come, quando ci sia la volontà di abbinare sensibilità ambientale e imprenditoria, si possa facilmente raggiungere un equilibrio che porta benefici tanto all’azienda quanto al mondo in cui viviamo. L’idea di partenza è piuttosto semplice. Reperire da fornai e panifici il pane che, alla fine della giornata, verrebbe buttato nella spazzatura per riutilizzarlo in una particolare ricetta che darà come prodotto finito della birra.

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ToastAle e la lotta allo spreco alimentare

Il problema dello spreco alimentare è uno di quelli che ha il maggiore impatto ambientale su scala globale. Il settore agroalimentare contribuisce a circa il 20% delle emissioni di gas serra antropogenici per tutta una serie di motivi: deforestazione, colture intensive, sovrasfruttamento dei mari, utilizzo di antibiotici e fertilizzanti e via dicendo. Con una popolazione mondiale in crescita verticale ed il parallelo peggioramento dello stato di salute del pianeta risulta piuttosto difficile da comprendere come una così alta quantità di cibo possa essere sprecato. Solo nel Regno Unito il 44% del pane prodotto non viene consumato.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

I dati FAO ci dicono che globalmente un terzo del cibo prodotto finisce nella spazzatura. Se lo spreco alimentare fosse una nazione sarebbe la terza in graduatoria per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina. Stiamo parlando di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti commestibili che vengono gettati ogni anno, per i motivi più svariati. Sebbene buona parte di questi vengano scartati durante le varie fasi del loro ciclo produttivo, dalla produzione alla vendita, è altrettanto vero che circa il 40% dello spreco alimentare avviene tra le mura domestiche.

Il procedimento di produzione della ToastAle

Il procedimento è piuttosto semplice. Una volta ritirato il pane dai vari panifici convenzionati, questo viene inserito nella miscela di grani che vengono utilizzati per fare la birra. La proporzione all’interno del composto è di circa 1/3 del totale. Le varietà di birra prodotte da ToastAle sono 4 ed il prezzo si aggira intorno alle 2 sterline a bottiglia. L’ammontare di fette di pane riciclate dalla sua nascita si aggira invece intorno al milione.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro di quello convenzionale”

L’azienda ha anche effettuato un conteggio sull’ammontare di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera grazie alla loro attività; una cifra che raggiunge le 32 tonnellate di CO2. Utilizza solo vetro e alluminio riciclato per il proprio packaging e devolve il 100% dei propri profitti in beneficienza, principalmente per finanziare progetti che combattono proprio lo spreco alimentare. L’azienda ha inoltre una lunga lista di certificazioni sia per meriti ambientali ma anche sociali come la certificazione B Corp. L’ “impact report” di ToastAle è consultabile sul loro sito web.

Imprenditoria ed ambiente possono convivere

Come se tutto ciò non bastasse ToastAle ha in serbo per i suoi fan un’ultima chicca. Iscrivendosi alla loro newsletter si riceverà via mail la ricetta di una delle loro birre con una scheda in cui vengono illustrati tutti i passaggi necessari per il confezionamento. ToastAle ha infatti già condiviso i propri segreti con altri 43 birrifici con lo scopo di espandere la lotta allo spreco del pane. La loro birra è acquistabile online o, ancora meglio, gustabile in una miriade di pub del Regno Unito. La lista dei pub in cui viene servita è consultabile sul loro sito web.

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre”

Un esempio virtuoso di imprenditoria green che dimostra ulteriormente, e come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, che profitto e sostenibilità ambientale sono due lati della stessa medaglia. É ancora presto per dire se ToastAle rivoluzionerà o meno il mondo della produzione della birra. Ciò che possiamo fare è brindare alla loro idea ed augurargli di riuscirci.  

Governo Conte-bis: arriva la promessa del Green New Deal

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Inizia una nuova stagione politica in Italia con il voto di fiducia al governo Conte-bis. Tra le novità che questa nuova legislatura si è promessa di portare avanti spicca l’annuncio di un Green New Deal.

Leggi il nostro articolo: “Tasse su voli e merendine. La prima mossa del neoministro Fioramonti?”

Sperare in una transizione ecologica nel governo precedente sarebbe stato quanto meno velleitario, soprattutto per via della presenza del pseudonegazionista leader della Lega Matteo Salvini. Tuttavia ora la coalizione tra M5S, PD e LeU potrebbe portare una ventata di novità su diverse questioni ambientali. La necessità di una conversione ecologica era già stata palesata da Giuseppe Conte durante il suo precedente discorso del 20 agosto. Ora che un Green New Deal è stato inserito nel nuovo programma di governo è lecito alzare le aspettative.

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Primo atto del Green New Deal. Conte: “Stop alle trivellazioni”

La prima tematica ambientale su cui si è soffermato Conte riguarda proprio le trivellazioni. Le sue parole in merito sono state a dir poco perentorie e avevano un destinatario ben preciso. Quel Matteo Salvini dichiaratamente a favore dell’estrazione di combustibili fossili: “Attueremo una normativa per evitare il rilascio di permessi per l’estrazione di idrocarburi. Chi verrà dopo di noi dovrà modificare questa legge e prendersi le responsabilità delle proprie azioni”.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare i cambiamenti climatici serve (anche) una rivoluzione popolare.”

Parole che alimentano la fiducia verso il governo Conte-bis che potrebbe finalmente aver deciso di iniziare a combattere seriamente e con urgenza il cambiamento climatico anche attraverso la stipulazione di un Green New Deal. Sia chiaro, non basterà fermare le trivellazioni per raggiungere un adeguato livello di credibilità sulle questioni ambientali ma da qualche parte bisognava pur cominciare. E questo governo pare intenzionato a farlo, almeno secondo le prime dichiarazioni.

M5S, PD e LeU: ci possiamo fidare?

La nuova composizione del governo Conte-bis è quanto meno variegata. Tuttavia l’inserimento del Green New Deal tra i 28 punti di cui vorrà occuparsi il neo-governo giallorosso alimenta la speranza. Il Movimento 5 Stelle deve una parte del suo consenso proprio alle tematiche ambientali su cui, fino ad ora più a parole che a fatti almeno da quando è al governo, si è sempre schierato in prima linea. Un’attitudine sottolineata anche dall’intervento di Di Maio durante la puntata di DiMartedì del 10 Settembre.

https://www.youtube.com/watch?v=NFGPZsp8swA
L’intervento di Luigi Di Maio a Di Martedì, 10/09/2019. Il Ministro degli Esteri annuncia la necessità di una transizione ecologica.

Leggi il nostro articolo: “Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati alle fossili”

Il PD invece, che proprio come il M5S nel momento in cui era al governo ha certamente fallito su diversi temi ambientali, sotto il nuovo segretariato di Nicola Zingaretti si è più volte schierato dalla parte dei ragazzi di Fridays For Future. Potrebbe certamente essere stata una mossa per aumentare i consensi, ma ciò che conta è che abbiano deciso di stare dalla parte giusta. Liberi e Uguali sin dal momento della sua fondazione ha posto al centro del proprio programma diversi punti che riguardano proprio l’ambiente. È dunque ipotizzabile che farà la sua parte in questo senso. Le basi per far qualcosa di buono ci sono, soprattutto ora che la Lega, è momentaneamente fuori dai giochi.

Cosa inserirà il Conte-bis nel Green New Deal

Sebbene sia prematuro ipotizzare quali misure verranno concretamente attuate dal governo sulle tematiche ambientali, è già possibile individuare alcuni punti critici che sono stati inseriti all’interno del Programma di Governo.

Il settimo punto del documento infatti recita: “Il Governo intende realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici. Occorre adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese; perseguire la piena attuazione della eco-innovazione; introdurre un apposito fondo che valga a orientare, anche su base pluriennale, le iniziative imprenditoriali in questa direzione. È necessario promuovere lo sviluppo tecnologico e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la “transizione ecologica” e indirizzare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto.”

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa”

Il punto 9 del programma di governo

Il Green New Deal voluto dal Conte-bis non si vuole tutta via fermare qui. A rinforzare la volontà di una transizione ecologica ecco anche il punto 9 del programma di governo, il cui testo recita: “Massima priorità dovranno assumere gli interventi volti a potenziare le politiche per la messa in sicurezza del territorio e per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche. È necessario accelerare la ricostruzione delle aree terremotate, anche attraverso l’adozione di una normativa organica che consenta di rendere più spedite le procedure.”

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

“Occorre intervenire sul consumo del suolo, sul contrasto alle agro-mafie, sulle sofisticazioni alimentari e sui rifiuti zero. Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione. Il Governo si impegna altresì a promuovere politiche volte a favorire la realizzazione di impianti di riciclaggio e, conseguentemente, a ridurre il fabbisogno degli impianti di incenerimento, rendendo non più necessarie nuove autorizzazioni per la loro costruzione.”

Meglio tardi che mai

Ebbene sì, è proprio il caso di dirlo. La crisi climatica è iniziata. Ci siamo dentro con entrambe le scarpe. Fino ad oggi poco o niente è stato fatto da parte delle istituzioni per iniziare a portare avanti delle contromisure adeguate al problema. Ora, forse, siamo giunti ad un momento di possibile svolta. Una presa di coscienza arrivata sicuramente tardi, ma forse non troppo. L’Italia ha enormi potenzialità per quanto riguarda lo sviluppo delle rinnovabili, la conversione ad un sistema agricolo sostenibile, lo sviluppo di una rete adeguata per l’economia circolare o, per dirla più in generale, per effettuare una transizione ecologica in tempi relativamente brevi e contenendo i costi.

Leggi il nostro articolo: “Le ripetute gaffe di Salvini sui cambiamenti climatici”

Le cose da fare sono tantissime e non basterà quello che resta di questa legislatura per risolvere tutti i problemi relativi alle tematiche ambientali. Tuttavia, ciò che si può fare, è prendere una direzione decisa effettuando scelte coraggiose e utilizzando una parte dei soldi pubblici per contrastare uno dei pochi problemi che colpirà indifferentemente tutti, ovvero il cambiamento climatico. Il governo Conte-bis sembra intenzionato a fare tutto ciò. Non resta che attendere e verificare se passerà dalle parole ai fatti.

In Cina l’energia rinnovabile costa meno di quella fossile

La Repubblica Popolare Cinese è la nazione più popolosa al mondo e, quindi, quella che genera la più alta quantità di emissioni antropogeniche. Un primato non invidiabile visto anche l’enorme sviluppo economico che ha travolto il paese negli ultimi anni. C’è però una rivoluzione che si sta facendo spazio all’interno del gigante asiatico e, a renderlo noto, è la rivista scientifica Nature. Secondo un loro report, infatti, oggi in Cina alimentare la propria abitazione grazie ad energia proveniente da fonte rinnovabile, non autoprodotta e quindi acquistata da fornitori terzi, abbassa il costo della bolletta. Un sorpasso già auspicato da tempo e che, finalmente, è divenuto realtà. Complici gli enormi investimenti che sono stati fatti dal paese in questo settore.

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Un risultato frutto di una strategia

Questo storico punto di svolta non è stato raggiunto per caso. La Cina oggi possiede infatti alcuni tra i più efficienti sistemi per trasformare l’energia solare in energia elettrica. Le ricerche nel settore dell’energia rinnovabile hanno infatti ricevuto ingenti sussidi statali e, in un lasso di tempo ragionevole, hanno dato i risultati sperati. Ed oggi questa loro eccellenza minaccia prepotentemente chi per anni ha avuto il controllo di tutti i sistemi energetici su scala mondiale ovvero le lobby dei combustibili fossili.

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Grazie infatti a questo suo primato e alla competitività che i prodotti cinesi possono raggiungere sul mercato, anche in termini di prezzo, la Repubblica Popolare Cinese potrebbe porsi come capofila nella futura transizione ecologica. Quanto meno per quel che riguarda il settore energetico.

Il sorpasso storico dell’ energia rinnovabile sul fossile

Già diversi studiosi avevano preannunciato l’arrivo di questo momento. La data di questo avvenimento era stata stimata, per molti paesi, intorno al 2020. Per la Cina è invece arrivata prima. Gli scienziati Jinyue Yan, Ying Yang, Pietro Elia Campana e Jijiang He, autori del report pubblicato su Nature, sono giunti a questa conclusione analizzando i dati dei prezzi di stoccaggio dell’energia in 344 diverse città cinesi comparando quello che i consumatori pagano per l’energia fornita da un sistema di approvvigionamento composta da pannelli solari e quello invece del prezzo dell’energia prodotta dal carbone.

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All’interno dell’analisi è anche stata inclusa una formula che tenesse conto degli investimenti necessari per creare queste farm di energia solare. Il risultato ci dice che, anche per gli investitori, il modo più conveniente per produrre energia è quello dell’utilizzo di sistemi rinnovabili. Anche in termini di ritorno dell’investimento.

Non solo energia solare. Anche l’eolico ci può salvare

Se il potenziale della tecnologia relativa alla produzione di energia solare si è dunque dimostrato vincente lo stesso si può dire anche per l’energia eolica. Secondo NewScientist infatti, altra rivista scientifica di prestigio internazionale, solamente in Europa ci sarebbe abbastanza spazio per piantare un numero di pale eoliche che potrebbe generare abbastanza energia per il mondo intero. Un’ulteriore conferma di come a mancare non siano le tecnologie, né tanto meno lo spazio necessario a renderle funzionanti quanto la volontà di chi per anni ha lucrato sul declino dello stato di salute del pianeta e che, egoisticamente, vuole mantenere lo status quo.

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Se la Cina, il paese più popoloso al mondo, è riuscita a rendere l’energia solare più conveniente di quella fossile come si può pensare che anche il resto del mondo non possa fare altrimenti? Il tempo delle scuse è finito. Così come il tempo delle bugie. Le alternative esistono, sono efficienti, non inquinano e restituiscono un futuro alle generazioni a venire. In questi anni l’umanità si troverà di fronte ad un bivio. E bisogna fare tutto il possibile per far sì che la strada che verrà imboccata sia quella giusta.

Hotel plastic-free: addio ai flaconcini monouso

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Una delle regole da seguire per viaggiare creando meno rifiuti plastici possibili è proprio quello di evitare l’utilizzo dei flaconcini monouso degli hotel. Di qui a breve tempo resistere alla tentazione sarà molto più semplice.

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Obiettivo plastic-free

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa (M5s) ha dichiarato in un comunicato stampa di aver partecipato a “un incontro interlocutorio ma operativo affinché le strutture alberghiere aderenti a Federalberghi si liberino dalla plastica monouso“. L’intenzione, ambiziosa, è che gli hotel italiani possano diventare totalmente plastic-free. Considerando chi era presente durante l’incontro, forse non sarà un obiettivo così ambizioso. Il meeting infatti si è svolto tra il ministro Costa, la presidente del WWF Donatella Bianchi, il vice presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, il fotografo subacqueo e documentarista Alberto Luca Recchi e la deputata M5s della Commissione Ambiente Paola Deiana.

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa

Ad oggi è già attivo un protocollo che prevede l’eliminazione della plastica negli alberghi di Roma. Questa decisione era stata presa grazie a Luca Recchi, esploratore e fotografo, che ha dato vita al progetto nel 2018, conquistando l’adesione di alcuni noti alberghi di Roma. Anche qui Recchi aveva avuto il supporto dal WWF, che è da anni in prima linea nella lotta contro la plastica. Nell’accordo di giugno però, agli alberghi romani si sono aggiunti quelli nazionali. Importante infatti la presenza di Giuseppe Roscioli, Presidente di Federalberghi Roma e Vicepresidente vicario di Federalberghi Nazionale, a cui aderiscono circa 27 mila hotel italiani su 33 mila.

Miliardi di flaconcini ogni anno

L’eliminazione della plastica dagli alberghi è un provvedimento importante, che non può aspettare la direttiva europea del 2001. In ogni hotel vengono utilizzati ogni anno 200 mila flaconi usa e getta per l’igiene personale. Moltiplicati per i 33mila alberghi italiani, sono 6 miliardi e 600 milioni di flaconcini all’anno, e che hanno, forse, un giorno di vita, se non solo qualche minuto.

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La soluzione più efficace per ovviare a questo problema sarebbe eliminare del tutto i piccoli vizi ai quali la società del benessere ci ha abituati. La più realistica è quella accarezzata dal ministro Costa nella sua intenzione di “creare un nuovo mercato“. Se stia parlando di prodotti in plastica biodegradabile, prodotti solidi (shampoo e balsamo solidi), o grandi dispencer di cosmetici in ogni camera non è ancora chiaro. Quello che è certo è che l’ambiente, specialmente i nostri mari, non potranno che beneficiare di questa decisione.

Il primo supermercato plastic free d’Italia apre in Val di Sole

Si chiamerà “AgriMarket – La Dispensa” ed aprirà i battenti nei primi giorni di luglio. Il primo supermercato plastic free d’Italia è pronto a fare la sua comparsa a Fucine, una frazione del comune di Ossana in provincia di Trento. L’iniziativa parte da un bando pubblicato dal comune che ha deciso di mettere a disposizione un edificio pubblico inutilizzato per la creazione di un punto vendita di prodotti locali che potesse cambiare la percezione del supermercato.

Le regole da rispettare per il vincitore del bando sono infatti molto strette. Divieto di utilizzo di imballaggi inquinanti e obbligo di fornire prodotti che provengano al massimo da 110 chilometri di distanza dal punto vendita. Patrizia Pedergnana, già titolare di un’azienda che si occupa di orticoltura con consegna a domicilio, ha colto la palla al balzo e si è aggiudicata il bando insieme a due altre aziende agricole della zona.

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In foto: Patrizia mentre lavora nella sua azienda agricola in Val di Sole

Un nuovo modello di commercio sostenibile

L’obiettivo dichiarato dalla vincitrice del bando è quello di riuscire a fare rete con tutte le attività della valle per fornire al consumatore una nuova esperienza di acquisto improntata sulla sosteniblità, il rispetto dell’ambiente e la valorizzazione dei prodotti locali. Tutti aspetti che con lo sviluppo della grande distribuzione sono ormai finiti nel dimenticatoio.

Patrizia, con la sua iniziativa, vuole lanciare un messaggio: “La speranza è quella di smuovere le persone. Abbiamo la necessità di salvare il pianeta. L’ho fatto anche per i miei figli. Va trasmessa una cultura che vada contro l’eccessiva creazione di rifiuti cui stiamo assistendo oggi. Le mie zie mi raccontavano sempre di utilizzare il cartone del latte come cestino dell’immondizia. Noi oggi in una sola giornata siamo in grado di produrne una busta intera.”

Un supermercato non solo plastic-free

“Tutto l’arredamento del negozio sarà fatto con materiali di recupero. Metteremo a disposizione dei clienti borse di stoffa e barattoli in vetro che potranno quindi riutilizzare nel momento in cui tornano a fare la spesa”. Delle attività simili sono già state aperte anche all’estero, proprio a sottolineare la necessità di un netto cambio di rotta nel nostro modo di consumare. Il modello di sviluppo odierno ha chiaramente dimostrato di non essere adatto a funzionare sul lungo termine. I terreni si impoveriscono, i prodotti sono standardizzati su larga scala e le discariche si riempiono sempre di più. Patrizia è consapevole di proporre un modello alternativo a quello della GDO: “Questo nuovo modo di concepire il punto vendita potrebbe costituire un’alternativa credibile anche per la grande distribuzione. Anzi, chissà che proprio il mio negozio non possa essere il primo di una catena”.

La ribalta di un nuovo modello di consumo

La richiesta da parte dei consumatori di prodotti genuini e di certa provenienza è sempre più alta. Inoltre i temi della plastica e dei rifiuti sono tra quelli che hanno ottenuto la maggiore risonanza tra l’opinione pubblica, per lo meno per quanto riguarda le problematiche relative ai cambiamenti climatici e all’inquinamento. Oltre all’iniziativa di Patrizia si stanno pian piano espandendo anche piattaforme di adozione degli orti così come i mercati a km 0 della Coldiretti grazie all’iniziativa “Campagna Amica”.

La grande distribuzione ha ormai perso il rapporto con il cliente. Io invece mi ci relaziono tutti i giorni e questo arricchisce entrambi. Mi hanno dato anche tante idee che altrimenti non avrei avuto.” – prosegue Patrizia – “Per andare avanti occorre tornare indietro. Ben venga la tecnologia e lo sviluppo, ma non dimentichiamoci di salvaguardare il futuro”. E come darle torto. All’orizzonte c’è un nuovo modo di fare le cose. Un nuovo modo di consumare, di mangiare e di scegliere. Patrizia ha messo il primo mattone. Non resta che aspettare che tanti altri facciano lo stesso.

Il fondatore di Patagonia, Chouinard, come simbolo di successo “responsabile”

Fondatore Patagonia

È lo stesso Chouinard, fondatore e attuale proprietario del marchio di vestiario per l’outdoor Patagonia, a parlare di modello aziendale “responsabile”, discostandosi dall’etichetta “ecosostenibile”. Infatti, sebbene Patagonia sia un marchio di successo con valori ambientali e sociali ben precisi, non è certo senza pecche. «L’ecosostenibilità non esiste» dice riferendosi al mondo degli affari, «la cosa migliore che possiamo fare è causare il minor danno possibile». La chiave sta nello smettere di trattare la natura come una risorsa da spremere, ma come un’entità dalla quale noi tutti dipendiamo.

Il buon viso a cattivo gioco delle grandi aziende

Il messaggio che esce dall’intervista del The Guardian all’ottuagenario uomo d’affari e (ex?) arrampicatore è per certi versi a tinte fosche. «Ero solito pensare che se fossimo riusciti a dimostrare che fare affari responsabilmente porta profitto, gli altri avrebbero fatto altrettanto. Alcuni sì, lo fanno, ma si tratta di piccole aziende. Le aziende con un nome fanno semplicemente green-washing (buon viso a cattivo gioco con le tematiche ambientali, ndr). Ho smesso di sperare che possano cambiare». Chouinard non risparmia sfiducia neanche ai politici, definendoli “pedine delle grandi società”.

Chouinard fa attivismo da 50 anni. Un cammino pieno di vittorie e di altrettante sconfitte, come quelle sull’inquinamento degli oceani e sul cibo geneticamente modificati. «Evil never stops» afferma. Il male non si arresta, è una lotta infinita, «l’importante è combattere». Per Chouinard politici come Trump e Bolsonaro, sono persone che ignorano, violano e calpestano la natura, il suo valore e i suoi diritti. Tanto che il fondatore e unico proprietario di Patagonia ha recentemente intentato causa al presidente statunitense assieme a una coalizione di tribù indigene nord americane e di movimenti locali, per i continui tentativi di ridimensionale le terre ancestrali nello stato dello Utah.

Un miliardario che ha a cuore l’ambiente

Chouinard, attraverso Patagonia, ha donato 105 milioni di dollari totali per cause legate all’ambiente. Ha implementato misure di marketing anti-consumo (un controsenso per chi guarda solo al portafoglio), come invitare i consumatori a non acquistare i propri prodotti durante il Black Friday. Ultimamente, sempre con Patagonia, ha anche realizzato Artifishal. Un film fatto di persone, fiumi e della lotta per il futuro dei pesci selvatici e dell’ambiente attorno a loro, nel quale viene raccontata la preoccupante situazione del salmone selvatico, a rischio estinzione, la continua perdita di fede nella natura, e non solo.

Trailer di Artifishal – La lotta per salvare il salmone selvatico

Oliver Bach, l’autore dell’intervista, lo descrive come un uomo d’affari che preferisce il giardinaggio agli incontri d’affari. Ne esce un ritratto di un uomo realista, consapevole e, appunto, responsabile; che si augura la fine delle grandi aziende quotate in borsa. In quanto il capitalismo moderno sta distruggendo il pianeta.

Chi ha il potere di cambiare le cose

È dunque tutto perduto? Nient’affatto! Per Chouinard la migliore speranza sono i consumatori. Le aziende non possono fare a meno di loro. Dunque, se loro cambiano, cambiano di conseguenza anche le aziende, e così i governi. Secondo Chouinard sbagliamo a pensare in senso opposto, ad affidarci ai governi affinché un cambiamento venga in essere.

I consumatori, in particolare quelli più giovani, devono pretendere che i loro marchi preferiti si facciano carico delle proprie responsabilità, diventando così più apertamente politici. «Non possiamo più permetterci di essere cauti. Lo dobbiamo dire chiaro e tondo: questa amministrazione (Trump, ndr) è malvagia, così come malvagio è chiunque dica che il cambiamento climatico non esiste».