Spreco alimentare: arriva l’app che salva il cibo dalla spazzatura

Si chiama TooGoodToGo ed è stata fondata nel 2015 a Copenaghen. Ad oggi può contare su più di 8 milioni di utenti che aiutano l’azienda a combattere uno dei problemi più trascurati della società di oggi: lo spreco alimentare. Solo in Italia ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di cibo finiscono nel cestino dell’immondizia senza essere consumate. Sono circa 317 kg al secondo. Tradotto in Euro significa gettare 17 miliardi l’anno nella spazzatura. A livello mondiale circa 1/3 del cibo prodotto viene sprecato.

Nonostante non finiamo per consumarli, questi alimenti necessitano comunque di risorse per essere prodotti e, di conseguenza, contribuiscono alle emissioni di gas serra con un peso dell’8% sul totale dei gas ad effetto serra antropogenici immessi ogni anno in atmosfera. Insomma, non solo utilizziamo in maniera poco efficiente le risorse già eccessivamente stressate del pianeta producendo enormi quantità di carne e latticini, ma finiamo anche per buttarli nella spazzatura.

I numeri della piattaforma

L’app, da qualche settimana disponibile negli store italiani, è già stata lanciata in diversi paesi dell’Unione Europea prevenendo l’immissione in atmosfera di 25.541 grammi di CO2 che si sarebbero invece generati con lo smaltimento dei rifiuti. L’idea nasce quando, dopo aver partecipato ad una cena a buffet, i fondatori hanno visto enormi quantità di cibo ancora buono finire nella spazzatura.

In quel momento è scattato qualcosa in loro, che hanno quindi deciso di mettere mano al problema. L’ambizione, si legge su loro sito, è quella di arrivare ad “un mondo senza sprechi scommettendo sul potere delle persone”. I risultati sono più che soddisfacenti. La startup sta crescendo “alla velocità della luce” e ad oggi rappresenta la più importante realtà di riduzione del surplus alimentare al mondo.

Combattere lo spreco alimentare: come funziona TooGoodToGo

Combattere lo spreco alimentare non è mai stato così facile. Basterà scaricare l’app o registrarsi sul loro sito web, geolocalizzarsi e controllare quali siano le attività che aderiscono all’iniziativa nella tua zona. Allo stesso tempo i commercianti immettono nella piattaforma degli annunci per delle “Magic Box” che avranno un prezzo variabile dai 2 a 6 euro. L’utente può prenotarne una, e pagarla, tramite un click e recarsi al punto vendita per il ritiro. Già dal momento del lancio la soluzione è stata adottata da Carrefour Italia, dai ristoranti biologici EXKi e da Eataly, presso il punto vendita di Milano Smeraldo. Ed è proprio nel capoluogo lombardo che TooGoodToGo ha iniziato a concentrare la sua attività, con l’obiettivo di espandersi in tempi brevi in tutta la penisola.

https://www.youtube.com/watch?v=MLiArpuQV74

Il consiglio, per chi non risiede nell’area milanese, è di giocare d’anticipo e controllare l’app già da ora, caso mai volesse sorprenderci. Se invece foste a conoscenza di qualche commerciante a cui potrebbe fare comodo ridurre lo spreco alimentare del proprio negozio, gli basterà contattare l’azienda tramite l’apposito form presente nel sito web ed il gioco è fatto. Vince il consumatore, che acquista cibo a prezzo ridotto, il commerciante, che non è più costretto a gettare le eccedenze nella spazzatura, e, soprattutto, il nostro caro ambiente.

Smartphone ecologico: oggi c’è Fairphone

smartphone ecologico

L’azienda Fairphone ha sede in Olanda e ha già commercializzato due versioni dello smartphone ecologico, vendendo centinaia di migliaia di telefoni. La missione è quella di fornire un prodotto di qualità che possa durare molto di più di uno smartphone “tradizionale”, a volte prodotto appositamente per avere vita breve. I materiali che vengono utilizzati per produrlo sono riciclati oppure provenienti da una filiera certificata come sostenibile. Come se non bastasse, Fairphone ha una particolare attenzione anche verso le condizioni dei lavoratori, un fattore che spesso non è riscontrabile nelle fabbriche delle altre marche più conosciute, le quali non esitano ad avvalersi di manodopera a bassissimo costo, orari di lavoro disumani e, nei casi peggiori, anche sfruttamento minorile.

fairphone

Numeri di una follia

La nostra malattia di consumo di apparecchi elettronici sta degenerando. Si stima che oggi, nel mondo, siano già stati venduti più di 7 miliardi di smartphone. Una cifra enorme se si pensa che prima di 7 anni fa le persone ad averne uno erano in netta minoranza. Come tutti i fenomeni che prendono piede su larga scala, e che non vengono regolati a dovere, anche in questo caso ci sono degli effetti collaterali di cui è una delle vittime è l’ambiente.

Ognuno di questi dispositivi è infatti composto da una parte di materiali reperibili solo in miniera e con processi di lavorazione che lo rendono, al pari di moltissimi altri oggetti tecnologici, uno dei beni con più alto impatto ambientale di tutti. Se a questo aggiungiamo il nostro incontrollabile desiderio di essere “alla moda” ed un conseguente consumo eccessivo di questi prodotti, non è difficile immaginare perché all’ambiente questo non piaccia affatto.

Perchè scegliere un Fairphone

Per rendere così efficienti dei dispositivi così piccoli è necessario ricorrere all’utilizzo di diversi minerali che rendono quindi lo smartphone un oggetto ad alto impatto ambientale. Su tutti il Coltan, di cui troviamo i principali giacimenti in Congo e Brasile. La creazione di queste miniere, così come di tutte le operazioni atte ad estrarre delle risorse naturali dal sottosuolo, possono difficilmente essere considerate sostenibili. Stesso discorso per cobalto, carbonio, alluminio e, ovviamente, litio.

L’estrazione, il trasporto, la lavorazione ed infine lo smaltimento di tutti questi elementi è un problema non da poco in termini di sostenibilità, soprattutto se si considera l’altissimo tasso di ricambio di questi oggetti da parte della collettività. Se ai problemi ambientali aggiungiamo quelli dello sfruttamento dei lavoratori nelle miniere, possiamo renderci conto di quale sia il vero costo di uno smartphone che, alla fine del suo lungo viaggio, viene venduto per qualche centinaio di euro. Attenzione allo smaltimento che, se non effettuato in modo corretto come avviene nella maggior parte dei casi, va ad immettere materiali altamente tossici nell’ambiente che ci circonda.

I costi esternalizzati degli oggetti tecnologici

Cogliamo l’occasione per dare una regola generale quando si fanno acquisti. A un prezzo basso sul mercato corrisponde quasi sempre un riversarsi di questi costi sull’ambiente o sui lavoratori, a meno che non sia la materia prima in sé per sé ad essere particolarmente economica. Per rendersene conto basta recarsi in un qualsiasi punto vendita della grande distribuzione del settore tecnologico, e non solo. Camminando tra gli scaffali degli utensili da cucina vi magari vi imbattete in un frullatore a immersione da 10 euro.

Fermatevi un attimo e riflettete. Quell’oggetto proviene verosimilmente dalla Cina o da un altro paese dove la manodopera costa meno. Se provate a scomporlo noterete che l’oggetto è composto da diverse parti e da materiali tra loro eterogenei. C’è la presa per la corrente, la testa con le lame ed infine il motore vero e proprio composto da chissà cosa. Il tutto ovviamente rivestito di plastica.

Servono più modelli come Fairphone, lo smartphone ecologico

Tutti questi materiali sono stati prodotti, probabilmente senza rispettare gli standard ambientali minimi, in diverse parti del mondo per poi essere trasportati nella fabbrica dove degli operai, sottopagati e sfruttati, o delle macchine hanno assemblato il tutto. Dopo di che il frullatore è stato inserito nel suo packaging, di solito ancora in plastica, per poi essere spedito in Italia ed infine smistato nel punto vendita. Dal prezzo che tu paghi per acquistarlo il venditore deve anche riuscire ad avere un margine di guadagno sufficiente a pagare i commessi e tutte le altre spese di gestione del punto vendita.

Com’è possibile? A pagare quello che non stai pagando tu sarà, nella maggior parte dei casi, o l’ambiente o il lavoratore sfruttato. Oppure entrambi. Giusto o no? Ad ognuno le proprie opinioni, ma vale la pena rifletterci un attimo.

Quanto costa un Fairphone e dove comprarlo

Il Fairphone 2, quello attualmente disponibile, è uno smartphone ecologico con un costo di circa 590 euro. Un prezzo che sembra alto, ed effettivamente lo è se si prendono in considerazione le prestazioni del telefono, che sono paragonabili a modelli di fascia più bassa – che comunque a nostro modo di vedere sono più che sufficienti. Per chi volesse esagerare è possibile anche acquistarne uno ricondizionato a 299 Euro, al momento l’unico disponibile. Il modo migliore è quello di acquistare dal loro sito web, ma in Italia è stato distribuito anche da MediaWorld.

https://www.youtube.com/watch?v=6DW733G76BY

Ma la vera idea innovativa del prodotto sta nella sua progettazione. Il Fairphone è infatti assemblato in modo da far sì che possa durare praticamente in eterno. Il telefono è molto facilmente smontabile, anche da un principiante, proprio affinchè, in caso di guasto, il consumatore possa recarsi sul sito web dell’azienda ed ordinare il pezzo di ricambio che sarà poi in grado di montare da solo. Noi, per sicurezza, una mano da un esperto ce la faremmo dare, almeno le prime volte, ma per chi è appassionato del fai da te non sarà un problema aggiustarsi il proprio Fairphone.

Quindi, come comportarsi?

La prima regole per gli smartphone, così come per tutti gli oggetti tecnologici, è quella di cercare di farli durare il più a lungo possibile. In caso di guasto è sempre consigliabile tentare la riparazione. Quando invece siamo proprio costretti a disfarcene vale la pena fare il famoso “miglio in più” per smaltirlo in modo corretto. MediaWorld, ad esempio, si occupa del recupero degli oggetti tecnologici e sarà quindi sufficiente recarsi in un loro punto vendita per destinare il rifiuto, appartenente alla categoria “speciali” e quindi considerato altamente tossico, ai canali di riciclo o smaltimento più adeguati.

Spesso questi oggetti vengono infatti ricondizionati e rivenduti a prezzo minore, oppure smaltiti in modo corretto in delle apposite filiere. Un ulteriore consiglio è anche quello di valutare gli oggetti ricondizionati anche in fase di acquisto, dato che avranno un impatto ambientale nettamente minore di uno nuovo e riscontrano anche una grande convenienza nel prezzo. Insomma consumate di meno, magari in modo più etico, e riciclate di più. L’ambiente ve ne sarà grato.

L’energia è a pedali con Hans Free Electric

Rimettersi in forma, risparmiare sulle bollette e fare del bene al pianeta, tutto in un’ora. Manoj Bhargava, un imprenditore di origini indiane diventato miliardario per l’invenzione di un energy drink, ha reso tutto questo possibile inventando Hans Free Electric, una sorta di bicicletta simile a una cyclette da palestra che permette di creare energia elettrica pedalando.

Come funziona?

Il meccanismo consiste nella trasformazione dell’energia cinetica in energia elettrica, la quale viene immagazzinata in una batteria ed è quindi utilizzabile in qualunque momento: una sorta di elettricità on demand senza pagare bollette o comprare carburante. A differenza dei pannelli solari o le pale eoliche, inoltre, non serve aspettare che il sole splenda o che il vento soffi, ma siamo noi che decidiamo quando e quanta energia produrre.

Aiutare il mondo aiutando gli altri

Una pedalata di circa un’ora con Hans Free Electric fornisce l’energia elettrica necessaria per illuminare un’intera casa rurale per 24 ore. L’intenzione di Manoj Bhargava, infatti, è soprattutto quella di aiutare le popolazioni che non possono permettersi l’energia elettrica, per esempio i contadini del terzo mondo, e di accedere ai servizi per noi ormai scontati come l’utilizzo del cellulare, il computer e il televisore, per non parlare dell’illuminazione e del riscaldamento della casa, o ancora usufruire di acqua calda e cuocere il cibo senza dover bruciare legna, kerosene o carbone.

“La parte dell’umanità che voglio davvero aiutare – ha affermato Bhargava in un’intervista – non sono le persone ricche, ma quelli meno fortunati in termini di benessere. A loro serve la stessa cosa che serve a noi, ovvero avere una vita dignitosa e prendersi cura della famiglia”.

Un prezzo relativo

Inizialmente Hans Free Electric aveva un costo di 200-250 dollari, ma con il tempo è stata perfezionata e resa più efficiente, così che anche il suo costo è sceso a 190 dollari. Per noi può non sembrare molto se pensiamo a quanto si spende all’anno di bolletta elettrica, che per una famiglia di quattro persone oscilla tra i quattrocento e i milleduecento euro. Per le popolazioni meno abbienti, però, Hans Free Electric ha un costo ancora troppo elevato. Nel marzo 2016 Bhargava ha quindi inviato in India 25 biciclette destinate a famiglie di contadini, piccole imprese, istituti sanitari e scuole dove non arriva corrente elettrica. Come ha affermato Bhargava “molti dicono che queste popolazioni hanno bisogno di educazione. Ma se non hanno acqua ed elettricità, l’educazione non li aiuterà”.

https://www.youtube.com/watch?v=sqwdvwxJPsQ
Hans Free Electric in India

Non solo energia

Bhargava, però, non si è fermato qui ed ha brevettato altri importanti oggetti in grado di migliorare il mondo, come un depuratore di acqua piovana, cosiddetto “RainMaker”, e “Renew”, un dispositivo medico che aiuta il sangue a circolare. Nel documentario Billions in change del 2015 si possono conoscere più nel dettaglio queste tre importanti e onorevoli invenzioni.

https://www.youtube.com/watch?v=YY7f1t9y9a0
Documentario

Sito ufficiale: https://billionsinchange.com/solutions/free-electric-past/

Nei supermercati asiatici foglie di banano al posto della plastica

Qualche giorno fa su Facebook sono comparse fotografie che sanno di aria fresca, specialmente nel Sud Est Asiatico, che combatte ogni giorno una lotta forse infinita contro la plastica. Nel supermercato Rimping di Chang Mai, nel nord della Thailandia, la verdura è imballata semplicemente con una foglia di banano.

Questa foglia, molto grande, spessa e quindi resistente, è perfetta per sostituire i materiali plastici. Inoltre, nel Sud Est Asiatico di banani se ne trovano in abbondanza e questo è un perfetto esempio sia di utilizzo dei prodotti locali, sia di sfruttamento intelligente e “anti-spreco” delle risorse naturali.

Una rapida diffusione

Poco tempo dopo che le foto in questione sono diventate virali, anche alcuni supermercati in Vietnam hanno seguito lo stesso esempio. A Ho Chi Minh City l’ esperimento è iniziato con i supermercati Saigon Co.op e Lotte Mart, quest’ultimo già sensibile al tema della plastica. Qui infatti sono vendute cannucce di carta e contenitori per il cibo fatti con gli scarti della canna da zucchero. Un rappresentante della catena ha affermato che imballare le verdure con le foglie di banano per ora è soltanto una prova, ma se funziona saranno felici di applicarla anche negli altri supermercati del Paese. Aggiunge inoltre che il banano potrebbe essere utilizzato per avvolgere anche altri prodotti come la carne.

A seguito di queste iniziative, anche la capitale del Vietnam nel nord del Paese non ha voluto essere da meno. Da lunedì scorso infatti la catena di supermercati Big C con sede ad Hanoi ha iniziato ad utilizzare le foglie di banano per imballare le verdure e sta pensando di estendere l’iniziativa anche nelle sedi al centro e al sud del Vietnam. Anche questo supermercato offre già la possibilità di acquistare sacchetti fatti con farina di mais e quindi totalmente biodegradabili.

Asia, la discarica degli USA

Queste iniziative sono importanti per una nazione come il Vietnam, che l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha posizionato al quarto posto nel mondo per la quantità di rifiuti plastici gettati nel mare. In generale, il Vietnam butta ogni giorno 2500 tonnellate di plastica. Il, problema, però non è solo dell’Asia. Come riportato dal The Guardian, infatti, l’America ha sempre usato i Paesi in Via di Sviluppo come discarica. Gli USA inviano qui i propri rifiuti plastici sfruttando la debolezza e, in certi casi, la mancanza di regole per lo smaltimento dei rifiuti.

Con la Cina che ha recentemente imposto agli Stati Uniti il divieto di esportare i suoi rifiuti nel proprio Paese, ora sono i restanti paesi del Sud Est asiatico a doverli domare. Senza le istituzioni e le strumentazioni necessarie, però, la plastica viene facilmente riversata nei fiumi e nei mari.

Uno studio condotto da scienziati del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale, ha rilevato che il 90% della plastica oceanica proviene da soli 10 fiumi, otto dei quali si trovano in Asia. Iniziative come quella delle foglie di banano quindi, anche se di primo acchito possono far sorridere, sono invece di estrema importanza.

Il vino è sostenibile? La verità sulla bevanda più amata d’Italia

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Se il vino non fosse una bevanda sostenibile, non sarebbe una buona notizia per nessuno, specialmente per noi italiani. Invece, potete stare tranquilli e sorseggiare un buon calice di rosso durante la lettura di questo articolo. Purché lo abbiate acquistato con qualche accorgimento.

L’impronta carbonica del vino

In generale possiamo dire che il vino sia una bevanda sostenibile poiché la sua impronta carbonica è molto bassa. Per essere più chiari, l’impronta carbonica è la quantità di gas serra (CO2eq) emessi durante la produzione, imballaggio e trasporto di un determinato prodotto.

L’impronta carbonica della carne (qui un articolo a riguardo) è molto alta e raggiunge il suo picco massimo con il manzo, oscillando tra i 20 e i 30 kg di gas serra per ogni kg di carne. L’impronta del maiale è decisamente minore, tra i 5 e i 10 kg CO2eq per kg, e quella del pollo è la più bassa tra le carni, tra i 5 e i 7 kg CO2eq per kg. (risefoundation.eu). I legumi, invece, sono tra gli alimenti più sostenibili, con un’impronta carbonica che si aggira tra lo 0,5 e l’1. (Qui l’articolo sulla dieta sostenibile e qui la video intervista con la nutrizionista).

Nulla in confronto alla carne

Nel 2011, quando erano ormai noti i danni ambientali causati dalle attività umane, le Cantine San Marco di Frascati hanno voluto calcolare la Carbon Footprint di una loro bottiglia di vino. Il progetto era il San Marco CarbonFootprint co finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

I dati, verificati dall’Ente Certificatore Internazionale, indicano che complessivamente una bottiglia di vino bianco Frascati Doc da 0,75 litri rilascia nell’atmosfera 1,22 kg CO2eq. Un litro di vino si aggira intorno ai 990 grammi allorché possiamo dire che un kg di vino emetterà circa 1,68 kg CO2eq, quasi nulla in confronto ai 25 della carne. In percentuale, l’impatto del vino sulle emissioni globali totali è di circa 0,3%, contro lo 10-15% degli allevamenti animali (FAO, 2016).

vino sostenibile

Mai sedersi sugli allori

Comunque sedersi sugli allori non è sicuramente la scelta giusta. Vi è infatti sempre un margine di miglioramento poiché, per quanto in piccola parte, anche l’industria vinicola contribuisce all’aumento di emissioni di CO2 e quindi al riscaldamento globale.

L’impatto maggiore di una bottiglia di vino, come rilevato da The Academic Wino, risiede non nel prodotto stesso ma in tutto ciò che gli sta intorno, come l’elettricità per il funzionamento dei macchinari e il packaging, specialmente il vetro, dal trattamento del quale deriva quasi la metà delle emissioni. Ovviamente, poi, una larga parte deriva dal trasporto del vino stesso.

Produrre vino sostenibile è un dovere

Ovviare a questi problemi è sicuramente in larga parte compito delle aziende, che fortunatamente in Italia sono molto virtuose. Ormai da più di dieci anni, infatti, uno dei settori trainanti dello sviluppo sostenibile italiano è quello vitivinicolo. Molte aziende stanno entrando a far parte di programmi strutturati per adottare una produzione sostenibile, sia in vigna sia in cantina.

L’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) è un organismo scientifico intergovernativo che ha elaborato un Piano 2015-2019, il cui primo punto è la promozione della viticoltura sostenibile. L’obiettivo è di aiutare le aziende a reagire al cambiamento climatico e alle condizioni estreme, valutando i costi e i benefici dell’adattamento.

Inoltre, fornisce informazioni sull’impatto della produzione vitivinicola sull’ambiente e propone misure per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per la gestione dei consumi idrici, oltre che ottimizzare l’utilizzo delle risorse naturali.

Buone pratiche di chi produce vino sostenibile

Come fare tutto questo? Le pratiche aziendali vanno dall’utilizzo dei pannelli fotovoltaici per produrre energia elettrica e della caldaia a legna per il riscaldamento della cantina, passando per veicoli elettrici atti al trasporto del vino, fino all’utilizzo in cantina di materiali eco-sostenibili, come pietre, legno, acciaio e corten.

Vi sono già molti progetti che stanno attuando questi cambiamenti nel settore, come V.I.V.A. Stustainable Wine, avviato dal Ministero dell’Ambiente in collaborazione con nove aziende e tre centri. Uno di questi è il Consorzio del Collio, nella cui vigna non si usano più diserbanti, ma solo concimi organici.

Le cantine sono completamente interrate, garantendo così una temperatura dell’ambiente costante, e si utilizzano anche i pannelli solari per il riciclo energetico. Infine, anche le bottiglie sono sostenibili con il 20% in meno di vetro, l’utilizzo di etichette in fibra di cotone e tappi in sughero.

L’Unione Italiana Vini conferma proprio la necessità di attuare politiche volte di recupero delle bottiglie per il riuso nel processo produttivo e l’adeguamento dei materiali da imballaggio e del packaging, oltre che l’importanza di compensare le emissioni attraverso la piantumazione di nuove piante.

Riutilizzare l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del vino e trasformarla in energia può essere un’altra soluzione già attuata dall’azienda Bodegas Torres, vitivinicola spagnola che ha recentemente promosso il suo programma di sostenibilità Torres & Earth, ideato nel 2007.

Anche qui le macchine aziendali sono state sostituite con veicoli ibridi ed elettrici, tra cui anche un trenino utilizzato per trasportare i turisti tra i vigneti. È stata poi installata una caldaia a biomassa che sfrutta i resti della potatura dei vigneti, gli scarti lavorazione delle uve e il legno derivante dalla pulizia dei boschi. Grazie a questa l’uso di combustibile fossile è stato ridotto del 90%.

vino sostenibile

Anche noi siamo responsabili

Ovviamente tutto questo ha grandi costi e, visto il minimo impatto della produzione del vino, possiamo concedere a questa realtà un passaggio più graduale. A patto però che anche noi ci impegniamo a premiare i loro sforzi. Siamo infatti noi i responsabili dell’acquisto di determinati prodotti invece di altri. Cerchiamo quindi di informarci sui metodi utilizzati dalle aziende per la produzione del vino, o semplicemente cerchiamo di comprare quello locale. Sorseggiare vino durante una cena o davanti al camino dopo una giornata stancante dovrebbe essere un rito tanto importante quanto lo scegliere la giusta bottiglia, anticipando così questo momento di piacere.

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La pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci

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La maggior parte di coloro che leggeranno il titolo di questo articolo avrà due reazioni: o storcere il naso, oppure ammiccare virtualmente e con complicità all’autore. Entrambe, però, sono sbagliate e sono frutto di un lavaggio del cervello che da anni ha nel mirino una pianta dalle proprietà straordinarie: la pianta di Canapa Sativa.

La canapa non è marijuana

La Canapa è una pianta che comprende diverse varietà. Una di queste è la Canapa Indiana, comunemente detta “marijuana”, che contiene cannabinoidi. La sua resina è infatti ricca di una sostanza psicotropa, il THC. La Canapa Sativa, invece, è quasi priva di THC e non ha, pertanto, effetti stupefacenti.

Quando l’Italia era pro-canapa

In passato l’Italia è stato il secondo paese produttore al mondo di Canapa dopo l’ex Unione Sovietica. Questa pianta era utilizzata soprattutto per cordami, vele e tessuti, ma con l’arrivo della plastica e le fibre sintetiche a basso costo, dagli anni ‘50 l’utilizzo della canapa è diminuito fino a cessare definitivamente nel 1975, quando è stata promulgata la legge che ne vietava la produzione, il commercio e l’utilizzo. La motivazione era infondata, ma ha trovato terreno fertile in una nazione ancora tradizionalista e spesso ostinatamente bigotta. Soltanto nel gennaio del 2017, con la legge 242, la Canapa Sativa viene riabilitata. È stato infatti riconosciuto che il suo contenuto di THC è inferiore allo 0,2%, una quantità insignificante che non ha effetti stupefacenti.

Leggi anche: “La cannabis light torna illegale: ieri il verdetto della cassazione”

La legalizzazione della pianta di canapa è quindi un evento importante che, oltre a creare nuovi posti di lavoro e nuove possibilità di crescita economica, sarà una boccata d’aria fresca per l’ambiente. La coltivazione della Canapa è infatti ecologica e sostenibile e di seguito spiego il perché.

Pianta di canapa: una coltivazione sostenibile

  • La coltivazione della Canapa non richiede pesticidi, fertilizzanti, diserbanti e in generale sostanze chimiche. Questa pianta ha un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle altre erbe presenti nel terreno, le quali non potranno sopravvivere. In questo modo la canapa libera il terreno da tutte le erbe infestanti meglio di qualunque diserbante. Assorbendo molta luce, inoltre, cresce molto velocemente (in soli tre mesi) e favorisce il risparmio di tempo, denaro ed energia.
  • Oltre alla luce, la canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti, tanto da essere utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati. La canapa, quindi, non esaurisce il suolo, ma lo prepara a qualsiasi coltura successiva, aggiungendo materia organica e aiutandolo a mantenere l’umidità. Per questo la canapa è l’ideale per un’agricoltura circolare, che segue i ritmi della natura. Mantenendo l’umidità, inoltre, non necessita di molta acqua. Infine è in grado di assorbire anidride carbonica in quantità particolarmente elevate.

Vestiti e dintorni

  • La Canapa è la pianta più versatile del mondo, tanto che ogni sua parte ha un utilizzo diverso. Sativa, infatti, significa proprio “utile”. Gli steli diventano fibre tessili molto più sostenibili del cotone, che richiede una grande quantità di pesticidi e fertilizzanti. A parità di terreno, inoltre, produce il 250% in più di fibre rispetto al cotone e 600% in più rispetto al lino. La lavorazione delle fibre è poi del tutto meccanica e non prevede l’utilizzo di sostanze chimiche.

Leggi anche: “Ridurre la plastica durante lo shopping. Ecco come fare”

  • Il tessuto derivato dalla canapa è robusto e durevole, tanto che la sua resistenza alla trazione è otto volte maggiore rispetto al cotone. Questo spiega il suo utilizzo in passato per le vele e per le corde. Il tessuto in canapa è ipoallergenico e non irritante per la pelle. Questa caratteristica rende la Canapa Sativa adatta ai tessuti ospedalieri. La canapa è anche ideale in estate poiché protegge dal caldo ed è molto traspirante. Resiste inoltre alla muffa, assorbe l’umidità e, grazie alle sue qualità di riflesso contro i raggi UV, protegge anche dal sole.
  • È un tessuto lavabile a basse temperatura e a mano grazie alle sue naturali caratteristiche anti-batteriche. Di conseguenza favorisce il risparmio energetico, sia idrico che elettrico. Purtroppo la canapa raggrinzisce facilmente ed è abbastanza rigida al tatto. Con l’utilizzo, comunque, si ammorbidisce, ma se non si può sopportare l’idea di un tessuto rigido, si può optare per una miscela, per esempio con cotone organico.
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Fibre di canapa

La carta di Canapa

  • Sempre dallo stelo si ricava la carta. Un ettaro di canapa produce in una stagione l’equivalente quantitativo di cellulosa che quattro ettari di foresta producono in vent’anni. Inoltre produrre la carta dagli alberi richiede metodi di lavorazione molto più inquinanti. La parte della canapa necessaria per produrre la carta è anche molto chiara, tanto che non necessita di processi di sbiancamento che richiedono un largo utilizzo di cloro. La carta di canapa, grazie alle sue caratteristiche, può essere riciclata fino a sette volte, a fronte delle tre della carta comune.
  • Dallo stelo della canapa si può ricavare anche bioplastica, resistente ma soprattutto biodegradabile. La sua produzione è molto più economica ed ecologica rispetto a quella della plastica comune, visto che gli scarti si degradano ad alta velocità. Questa bioplastica è inoltre completamente riciclabile. Queste proprietà hanno permesso di utilizzare la canapa anche nella bioedilizia, per pannelli, mattoni e intonaco con un ottimo potere di isolamento termo-acustico, protezione da microbi e traspirabilità.

Nuove frontiere della pianta di canapa

  • La Canapa è utilizzabile anche come combustibile, diventando un biodiesel. È una soluzione molto sostenibile in quanto bruciare una biomassa non emette gas serra in eccesso. L’emissione di CO2 derivante dalla combustione, infatti, è controbilanciata dall’assorbimento di CO2 da parte della pianta durante la coltivazione.
  • Recenti studi hanno anche sperimentato la produzione di batterie derivante dalla fibra di Canapa. La cellulosa, infatti, può essere trasformata in sottilissime lamine di elettrodi con elevata capacità di trasporto e conservazione di energia.

La canapa in cucina

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Semi di canapa
  • Ma veniamo alla parte più interessante. La Canapa può anche entrare nel nostro regime alimentare, portando gusto e facendo del bene alla nostra salute. I semi di Canapa possono essere utilizzati da soli come guarnizione sulle insalate, ma possono anche essere macinati e diventare farina, per produrre pane ai biscotti. La farina di semi di canapa è senza glutine e ha un altissimo quantitativo di proteine. Cento grammi di pollo ne contengono infatti 23 grammi, mentre 100 grammi di semi di canapa ne contengono ben 29. La canapa è quindi particolarmente indicata per vegetariani e vegani ed è stata anche proposta come rimedio alla carenza di proteine nei paesi in via di sviluppo.
  • Dai semi, però, si ricava anche l’olio, ricco di grassi insaturi. Ha quindi proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, oltre ad attenuare lo stress, l’insonnia e l’ansia. Dà inoltre sollievo anche a malattie del sistema respiratorio come asma e sinusite. L’olio di Canapa è utilizzato anche nella cosmesi per creme e saponi, poiché rende la cute morbida, elastica e levigata, agendo anche da antinfiammatorio per ridurre i sintomi dell’acne.
  • Il fiore, infine, viene utilizzato per infusi e tisane, oli essenziali e medicine e persino per produrre la birra.

Della pianta di canapa non si butta via niente

Della Canapa, insomma, non si butta via niente e anche questo è motivo di risparmio economico e rispetto ambientale poiché, con un’ unica coltivazione di canapa, si possono realizzare un’infinità di prodotti.

Una nota negativa è data dal fatto che la Canapa richiede molta luce e quindi energia elettrica per le coltivazioni “intensive”. L’utilizzo dei LED consente sì di risparmiare, ma non garantisce gli stessi risultati delle luci tradizionali. I tempi di crescita della pianta infatti aumenterebbero e questo non si traduce necessariamente in un risparmio di energia. Comunque, vi sono soluzioni a tutto, come i pannelli isolanti e fotovoltaici.

Gli investimenti nel settore però sono ancora molto scarsi e di conseguenza i costi di produzione molto alti. Per l’abbigliamento, per esempio, i prezzi della canapa sono proibitivi. L’interruzione della sua coltivazione rende difficile il suo rilancio poiché le modalità di coltivazione devono essere ristudiate e i processi di lavorazione riprogettati. Oltre alle difficoltà pratiche, anche sul piano culturale e informativo il nostro Paese ha ancora molta strada da fare.

Quel che è certo, però, è che prima o dopo la Canapa farà il suo ingresso nelle case degli italiani, anche perché il petrolio finirà e cambiare totalmente le nostre abitudini da un giorno all’altro potrebbe essere difficile. Meglio quindi organizzarsi per tempo e, dopo anni di ingiusta reclusione, fare della canapa una nostra fedele alleata.

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Impatto zero: quali soluzioni per la casa

L’elettricità e il gas che supportano le nostre case inquinano, e questo è un dato di fatto. A livello mondiale la percentuale di emissioni derivanti da questo specifico settore si attesta infatti al 24,6%. Nonostante questo il passaggio alle fonti rinnovabili, seppur già iniziato, procede a ritmi troppo bassi. Si parla, infatti, di economie “carbon free” entro il 2040. Un obiettivo che potrebbe sembrare ambizioso, ma secondo gli esperti non abbastanza.

Anche il gas, molto presente nei nostri sistemi di approvvigionamento, per quanto a volte fatto erroneamente passare come fonte sostenibile, inquina. Il metano è infatti un gas climalterante 25 volte più potente della CO2 nonostante non se ne parli molto. Avere una casa a impatto zero è possibile. Ed anche in questo caso le nostre scelte possono fare la differenza: come ci ha infatti insegnato la questione olio di palma, sparito dagli ingredienti della maggior parte dei prodotti che troviamo al supermercato a meno di un mese dallo scoppio della polemica sul web, il mercato esiste per soddisfare i consumatori. Proviamo a mettere in pratica quanto imparato.

Fotovoltaico per l’autoconsumo

Per diventare completamente indipendenti e avere una casa a impatto zero dal punto di vista energetico, un primo possibile step è sicuramente l’installazione di pannelli solari sul tetto della propria casa. Un impianto da 4kwh al momento ha un prezzo di circa 10.000 euro. Il 65% di questa somma è detraibile dalle tasse in 10 anni e il risultante abbattimento della bolletta della luce penserà a fare il resto in termini di ritorno dell’investimento.

Per i più abbienti, abbinare un accumulatore per la casa all’installazione di un impianto fotovoltaico costituirebbe la “ciliegina sulla torta”. I prezzi di questi ultimi sono ancora abbastanza alti ma il trend di diminuzione che hanno subito negli ultimi anni proseguirà. I rivenditori offrono anche finanziamenti sui 10 anni, ed alla fine di questo arco temporale l’impianto si sarà già ripagato da solo da diverso tempo.

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Impatto zero: riscaldamento e non solo

I principali modi di utilizzare il gas in casa sono la caldaia, il riscaldamento ed i fornelli. Per quanto riguarda questi ultimi la soluzione è piuttosto semplice: passare ad un piano cottura ad induzione, alimentato quindi ad energia elettrica. Per quanto riguarda invece caldaia e riscaldamento, considerando che il biometano (unico gas che può essere considerato rinnovabile) difficilmente sarà in grado di coprire tutto il fabbisogno nazionale, la soluzione migliore è sicuramente l’installazione di una pompa di calore a sostituzione della caldaia.

Pompe di calore e i loro vantaggi

Questa tecnologia permette di riscaldare, o raffreddare quando necessario, l’acqua al suo interno grazie all’elettricità, più facilmente reperibile tramite fonti rinnovabili e, se abbinato all’installazione di pannelli solari, porterebbe ad un abbattimento totale dell’impatto ambientale della propria casa. Se il prezzo iniziale può spaventare – tra 5.000 e 6.000 euro al momento – bisogna però considerare la possibilità di detrarre dalle tasse il 65% della spesa con le stesse modalità dei pannelli. Il resto dell’investimento viene facilmente ammortizzato in qualche anno grazie all’abbattimento della bolletta del gas. Spesso, infatti, queste soluzioni vengono vendute con finanziamenti simili a quelli dei sistemi fotovoltaici. Alla fine dei 10 anni il risparmio si sarà già trasformato in guadagno da diverso tempo. Anche in questo caso quindi, sul lungo periodo, la scelta green conviene anche da un punto di vista economico.

Impatto zero ed energia: fornitori di energia elettrica green

Per chi non si potesse permettere di installare tutta questa apparecchiatura ma desidera comunque avere una casa a impatto zero c’è una soluzione. I fornitori di energia green stanno, infatti, mangiando una sempre maggiore fetta di mercato. I prezzi sono infatti simili a quelli della concorrenza, ma l’impatto ambientale è ovviamente molto ridotto.

In ascesa in Italia troviamo i servizi energetici forniti da Sorgenia, Lifegate, Iberdrola e PLT Puregreen. Il passaggio si può effettuare anche online in non più di 10 minuti, servono solo delle vecchie bollette e un conto corrente bancario. Per “i meno tecnologici” si può anche effettuare il passaggio via telefono. In questo modo la vostra casa può diventare più green entro due mesi dalla sottoscrizione del contratto. Per chi non potesse permettersi una pompa di calore Lifegate offre anche un servizio di compensazione di emissioni di CO2 generate dal gas utilizzato grazie a progetti di riforestazione, con un piccolo prezzo aggiuntivo sulla bolletta.

Combustibili fossili: una fine annunciata

Le soluzioni ci sono, e nei prossimi anni l’innovazione in questo settore risulterà in un ulteriore abbattimento dei costi per ognuna di queste alternative. La transizione è tuttavia molto più lenta di come potrebbe essere. I principali produttori di energia poggiano, infatti, su un sistema costruito per i combustibili fossili e preferiscono un cambiamento a velocità ridotta. Ma questo business è destinato a morire a causa della quantità non infinita di tali risorse sul pianeta, oltre che per la sua comprovata insostenibilità.

Si stima infatti che le riserve di petrolio e di uranio finiranno entro 40 anni, quelle di gas entro 60 e quelle di carbone entro 180 anni. Il cambiamento è quindi inevitabile. Sorgono spontanee alcune domande. Perché continuare a finanziare un sistema destinato ad essere soppiantato? Perché non cambiare prima che le conseguenze diventino irreversibili? Ognuno di noi con le proprie scelte può fare la differenza e scegliere da che parte stare. Chiunque può dare il suo contributo.

Energia rinnovabile in Italia: a che punto siamo?

L’energia rinnovabile in Italia è senza dubbio il futuro del settore energetico. Ed in Italia, nonostante qualcosa sia già stato fatto, non siamo ancora neanche lontanamente vicini ad utilizzare a pieno il loro potenziale. Secondo gli ultimi dati forniti dal GSE la percentuale di energia che l’Italia produce da energie rinnovabili si attesta al 17,4%. Appena in linea con le direttive europee, già non particolarmente ambiziose. Ad abbassare questa percentuale sono soprattutto i trasporti. La situazione migliora leggermente sull’energia termica. Grazie al riciclo di biomasse, per lo più rifiuti organici, copriamo infatti il 18,88% del nostro fabbisogno termico. Ma il dato migliore arriva dall’elettricità. Il 40% del fabbisogno elettrico in Itaia è composto da energia rinnovabile, in particolare solare, eolico e idroelettrico. Una situazione non drammatica e con numeri in crescita, ma si può e si deve fare di più.

Elettricità: in Italia serve più energia rinnovabile

L’Italia sfrutta già quasi tutto il suo potenziale idroelettrico e stiamo assistendo un costante aumento dell’installazione di pannelli solari e pale eoliche. Il problema più grande per questo settore è lo stato di avanzamento sulla tecnologia degli accumulatori. L’incostanza e la non programmabilità di alcuni tipi di energie rinnovabili è infatti al centro delle critiche dei loro detrattori. Queste grandi batterie stanno tuttavia diventando sempre più sofisticate e non ci vorrà molto per portarle ai livelli desiderati. Questo problema tuttavia non sussiste per quanto riguarda un sistema di autoproduzione; gli accumulatori per quantità di energia più ridotte sono infatti già disponibili sul mercato. Un altro metodo per la produzione di energia con del potenziale non ancora sfruttato sono i “sistemi a pompaggio”, complementari alle centrali idroelettriche e già attivi in altri paesi come la Spagna. Promettenti sono anche i progressi sull’efficienza energetica, che ha già permesso una diminuzione di 40 TeraWatt del fabbisogno nazionale di energia elettrica. Con un aumento della richiesta di energia pulita da parte dei consumatori, una crescita di sistemi di autoproduzione e l’attuazione di politiche decise in questa direzione la transizione è più che possibile.

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Quali critiche per i pannelli solari

Altra critica mossa contro i pannelli solari è quella del consumo di suolo. Ma fortunatamente i tetti delle nostre case costituiscono 15.000 km2 di superfici, cioè circa 27 m2 a persona. Se occupassimo solo il 10% dei tetti del paese con dei pannelli solari riusciremmo a coprire il 9% del fabbisogno nazionale di energia, e nulla ci vieta di utilizzarne una percentuale maggiore. Altro problema troppo dibattuto rispetto alla sua gravità è lo smaltimento dei pannelli. Ma c’è già chi se ne occupa e risponde al nome di “Cobat”, realtà specializzata nel recupero di rifiuti speciali. Quelli di nuova generazione sono inoltre appositamente costruiti per essere smaltiti più facilmente. Altre critiche sono legate all’estrazione di materie prime necessarie alla loro costruzione e sarebbero le più ragionevoli, se non fosse che l’impatto ambientale legato all’estrazione di combustibili fossili o al reperimento di altre fonti di energia è sicuramente di maggiore portata. L’energia solare è dunque amica dell’ambiente, e su questo non ci piove. A maggior ragione nel paese del sole.

Eolico: a che punto siamo?

Passiamo ora all’eolico. Qui il problema del consumo di suolo non esiste. Ne sussistono tuttavia altri, aggirabili. Il principale è la mancanza di una potenza di vento adeguata a produrre enormi quantità di energia in buona parte delle zone del paese. Nonostante il potenziale dell’eolico su terra non sia completamente sfruttato e si possa fare affidamento su un ulteriore miglioramento del suo contributo, ci sono altre tecnologie che mostrano un ottimo potenziale. In Cina e Gran Bretagna le stanno già testando, ed anche in Italia è stato approvato il primo finanziamento per progetti di questo tipo. Esistono infatti degli impianti eolici “offshore”, installabili in mare. Nonostante qualche problema legato alla profondità delle nostre acque e le conseguenti difficoltà relative ad un loro ancoraggio al fondale, esistono degli impianti galleggianti in grado di generare energia sia grazie al movimento delle pale, sia grazie al movimento oscillatorio causato dall’oscillazione dell’impianto. Una soluzione più che percorribile per sfruttare a pieno il potenziale eolico dei venti in mare aperto.

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E il riscaldamento?

Il 18,88% del fabbisogno nazionale è già coperto da bio-metano e pompe di calore, ma è altrettanto vero che più dell’80% è coperto da fonti di energia non sostenibile. Le pompe di calore sono sicuramente parte della soluzione ed aiutano infatti a trasferire parte del peso della produzione sull’elettrico, più facilmente reperibile tramite fonti di energie rinnovabili. Anche il bio-metano, per lo più generato dai nostri scarti alimentari, è considerabile fonte di energia rinnovabile in quanto risultato di un processo di economia circolare. Nei prossimi anni assisteremo sicuramente un aumento della sua produzione, grazie alla costruzione di impianti di compostaggio anaerobici. Progetti già pronti e che per partire aspettano solo la risoluzione di un vizio burocratico. Se inoltre si considera che circa 1/3 dei rifiuti urbani prodotti in Italia è di tipo organico, è facile capire come il biometano sia una soluzione sicuramente credibile. Con una buona combinazione di queste due alternative la transizione è quindi possibile.

La sfida più grande: i trasporti

Solo il 9% dei trasporti avvenuti in Italia nel 2016 è avvenuto grazie a fonti di energie rinnovabili. Buona parte di questa percentuale è occupata dai trasporti su rotaia, destinati ad essere alimentati completamente ad energie rinnovabili. Ma la speranza più grande in questo campo è rappresentata dalla mobilità elettrica, pronta a soppiantare quella fossile. I veicoli elettrici oggi in Italia sono circa 16.000, ma ci si aspetta una crescita esponenziale nei prossimi anni. Sia per una convenienza ambientale, sia per una convenienza economica che abbiamo dimostrato in un altro articolo. Anche per questa voce il cambiamento è dunque possibile e, sul lungo termine, inevitabile.

Parola d’ordine: accelerare sull’energia rinnovabile in Italia

La non infinità disponibilità delle fonti fossili pone un problema irrisolvibile se non con una transizione verso l’energia rinnovabile in Italia. Se a questo si aggiunge l’assoluta insostenibilità di questi metodi di produzione di energia ed i danni ambientali che hanno causato, e che causeranno, è semplice capire quale sia la scelta più logica. È inevitabile pensare che quando le future generazioni guarderanno indietro al modo in cui abbiamo prodotto energia per tutto questo tempo, rideranno di noi. O ci odieranno, per le conseguenze che avremo scatenato. Perché non accelerare il passo verso un’economia sostenibile per noi e per il pianeta? Perché non correre verso un’indipendenza energetica del paese? Secondo un report analizzato da Forbes, già nel 2020 l’energia derivante da energie rinnovabili saranno più economiche di quelle fossili. E già oggi la differenza non è così grande da giustificare la situazione attuale. La scusa della convenienza economica non è più sufficiente. Il tempo stringe, ma possiamo ancora contenere il problema. Anche grazie al ruolo dei consumatori, veri decisori delle tendenze di mercato.