Ecomafia: quando il profitto ruba il futuro

Il viavai di camion era continuo. Tonnellate di materiali venivano spostati da un luogo all’altro, stoccati in capannoni abbandonati e, poi, dati alle fiamme. Spazzatura non ben identificata bruciava e diventava fumo tossico, che si propagava nell’aria. Questa non è l’inizio di una nuova serie fantascientifica sulla fine del mondo, ma la descrizione di uno dei reati contro l’ambiente più diffusi nel nostro Paese: il traffico illecito di rifiuti. E non è il solo tipo di azione che inquina irrimediabilmente il nostro territorio. Ogni ora, infatti, si commettono quattro ecoreati. Così, per riassumere i dati riguardanti i delitti contro il patrimonio, le infrazioni e gli arresti a essi correlati, Legambiente ha redatto il rapporto “Ecomafia 2020”. Ma non è, solo, questione di numeri. Parlare di ecomafia significa vigilare sulla nostra salute, sulla qualità dei prodotti che mettiamo sulla tavola, sul futuro che stiamo sognando e che associazioni criminali vogliono rubarci, per uno sporco profitto immediato.

In realtà, se ci pensiamo bene, perdiamo tutti. Perde chi si impegna ogni giorno per fare le cose in regola, chi ha deciso di sforzarsi quotidianamente con la raccolta differenziata, chi desidera proteggere il fiume o il mare vicino a casa. Perde anche chi inquina, perché respira aria malata, si nutre di prodotti avvelenati, si veste con maglioni e pantaloni contaminati. Così, conoscere i numeri, anche se spaventosi, può aiutare a capire quanto questi crimini siano radicati e diffusi. Si propagano silenziosi e, di solito, ce ne si accorge troppo tardi, quando, ormai, il danno è irreparabile. Ma la professionalità delle forze dell’ordine e l’attenzione di tutti i cittadini possono fare la differenza. Per farla, però, serve conoscere la situazione in cui ci troviamo, il punto di partenza, per comprendere dove ricostruire e come ripristinare.

Ecomafia: riconoscerla, intercettarla, sconfiggerla

Bisognerebbe, quindi, munirsi di pazienza, stilare un elenco di tutte le infrazioni commesse nel nostro Paese, in ognuna delle venti regioni, nessuna esclusa. Il primo grande errore che potremmo commettere, infatti, è quello di pensare di essere esentati dalla criminalità. Per lungo tempo, abbiamo catalogato le mafie come fenomeni radicati solamente in alcuni territori. Ed è proprio nel silenzio, che la malavita fa gli affari migliori. A ben vedere, un’analisi così estesa sembra un’impresa. Fortunatamente, ci viene in aiuto Legambiente. Nel rapporto presentato qualche giorno fa, ha divulgato le sue ricerche. Ha chiesto a esperti del settore, ha lavorato a stretto contatto con il Ministero dell’Ambiente, ha fatto sì che l’impegno si trasformasse in azione e l’azione in cambiamento. Le cifre contenute nel documento sono allarmanti, ma il numero in forte crescita di quasi tutti gli indicatori presi in considerazione è la dimostrazione che qualcosa si sta muovendo.

È giunto il momento di condividere alcuni dei risultati emersi. Innanzitutto, è utile separare da subito le cinque macroaree prese in considerazione: il ciclo del cemento, quello dei rifiuti, i reati contro gli animali, gli incendi e l’archeomafia, ossia il traffico illecito di opere d’arte e reperti, messi in atto da organizzazioni criminali. L’ordine in cui sono state citate compone la classifica negativa. Con 11484 reati e più di 10500 denunce, il settore del cemento detiene un triste primato nel 2019, con un incremento considerevole dei sequestri – + 30,2%- rispetto all’anno precedente. 198 arresti hanno riguardato il commercio dei rifiuti, con un aumento del 112,9%, in relazione ai dodici mesi precedenti. Anche i reati contro gli animali continuano a crescere con un’impennata degli arresti e di sequestri. Numeri elevati arrivano anche dagli ultimi due ambiti, con un +95% degli incendi e addirittura più di 900mila oggetti recuperati dalle forze dell’ordine.

Indovina chi viene a cena?

Insomma, a vedere queste cifre, sembra che tutti gli sforzi siano vani. In realtà, vanno intese in un’ottica diversa, perché sono la dimostrazione che la normativa sta funzionando e stanno emergendo molte contravvenzioni, finora sommerse. Questo ragionamento dovrebbe metterci in guardia e renderci più vigili. Proviamo a fare un altro esempio. Il Natale si sta avvicinando e, anche se quest’anno sarà di diversa entità, comunque vorremo festeggiare. Desideriamo mettere in tavola pietanze gustose. Ma cosa accadrebbe se, invece, quei piatti contenessero cibo coltivato in terre inquinate, alimenti provenienti da quella filiera illecita dell’agroalimentare che si insinua nel mercato legale e lo sporca, danneggiando tutti? I consumatori hanno la forza di migliorare le regole di mercato, scegliendo prodotti controllati e certificati, combattendo le mafie in tutti i settori.

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Una slide della presentazione di LegambienteOnlus riguardante la corruzione e l’ecomafia.

Sono piccoli gesti quotidiani, scelte oculate. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginarci in un futuro non troppo lontano. L’immagine che potrebbe materializzarsi davanti a noi molto probabilmente sarebbe costellata di elementi positivi: spazi condivisi, un lavoro che ci appassiona, una salute forte. Il grave problema è che, se continuiamo a guardare altrove e a sottovalutare l’impatto dell’ecomafia, rischiamo di essere scaraventati in un ambiente che avrà le sembianze dell’inizio di una serie fantascientifica sulla fine del mondo.

C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo

Lo calpestiamo, lo cementifichiamo, lo dissodiamo. Spesso, non gli diamo la giusta importanza. Eppure, è uno degli ambienti decisivi, per la nostra vita e per quella di tutti gli altri esseri. Stiamo parlando del suolo e dell’enorme biodiversità che contiene. Addirittura, si stima che fino al 90% degli organismi trascorra almeno una parte dell’esistenza sottoterra. Per mantenere alta l’attenzione, l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha anche deciso di dedicargli una Giornata Mondiale, ogni 5 dicembre.

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L’importanza del suolo

Ma perché dovremmo occuparci della salute del suolo? Lo strato più alto del terreno, in cui le piante possono crescere, è composto da particelle minerali, materia organica, aria, acqua e diversi animali e vegetali. Per riuscire a quantificarne il rilievo, basti sapere che il 25% della biodiversità mondiale e che il 95% di tutti i prodotti alimentari che consumiamo provengono direttamente o indirettamente dai nostri terreni.

Pensare che funga solamente da piattaforma per le attività umane è, quindi, riduttivo. Per comprendere ancora meglio le motivazioni che dovrebbero spingerci verso una maggior cura, entra in gioco un fattore rilevante: la complessità. Il suolo, infatti, si forma con un processo molto lento, tanto da decretarla una risorsa non rinnovabile. Partendo da questo presupposto fondamentale, è bene ricordare anche un’altra caratteristica.

Esso immagazzina e trasforma non solo le sostanze nutritive e l’acqua, ma anche il carbonio, tanto da contenerne il doppio della quantità dell’atmosfera e tre volte quella della vegetazione. Non solo, ma tutta la vita sotterranea aiuta a stoccarne una grande quantità, riducendo, di fatto, le emissioni di gas serra.

Anche per questo motivo, è imprescindibile per la produzione agricola e per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una scarsa cura e il conseguente degrado sono problematiche che possono degenerare in catastrofi ambientali, siccità e altri eventi, che spingono intere popolazioni a dover migrare.

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Alcuni fatti divertenti sul suolo

Abbiamo ridimensionato, fino a qui, alcune imprecisioni. Non basta, però, decostruire una narrazione, bisogna poter rendere fruibili informazioni accattivanti e che possano rimanere. Per questo, la FAO ha voluto fare di più. Attraverso alcuni fatti divertenti, ha spiegato la dinamicità e la vitalità di questo ambiente.

«In soli 3 pollici di terreno -equivalenti a circa 7,5 centimetri [ndr]- ci sono quasi 13 quadrilioni di organismi viventi, del peso di 100 milioni di tonnellate.» Una quantità inimmaginabile ai più, che può dare almeno un’idea della grandiosità delle interazioni. «Un ettaro di terreno contiene l’equivalente di peso di due mucche di batteri.» Una comparazione bizzarra, ma che riesce a facilitare il paragone.

Se provassimo a raffrontare il numero con gli esseri umani, ecco che il risultato potrebbe strabiliare. «Ci sono più organismi in un grammo di suoli sani che persone sulla Terra». Infine, ecco le ultime due curiosità. «Gli organismi del suolo elaborano 25mila chilogrammi di materia organica in una superficie equivalente a un campo da calcio e al peso di 25 automobili» e «un lombrico può digerire il proprio peso nel terreno, ogni 24 ore. Il 50% del suolo del pianeta passa attraverso lo stomaco di questi animali.»

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I rischi per il suolo

Quelli che abbiamo descritto in precedenza non sono altro che altre motivazioni per proteggere il suolo. Ma quali sono le minacce e come riuscire a risolverle? Anche qui, ci viene in soccorso la FAO.

In un suo recentissimo report, l’organizzazione mette a disposizione le sue conoscenze più aggiornate. I pericoli per la biodiversità dei terreni sono molteplici. Innanzitutto, la deforestazione, che provoca una perdita di specie autoctone e riduce anche quelle animali. Poi, l’agricoltura intensiva, che rende meno funzionali tutti i nutrienti presenti, con il sovrautilizzo di alcuni. A questa problematica si ricollega lo sbilanciamento nel sottosuolo, che deve essere riequilibrato attraverso l’impiego massiccio di fertilizzanti. Da non dimenticare, infine, sono alcuni processi, come la salinizzazione e l’acidificazione, compresi in un insieme più ampio di forme di inquinamento. L’antropizzazione, di fatto, ha ripercussioni notevoli sull’ecosistema, che non riesce a rigenerarsi autonomamente ed è più suscettibile all’erosione, agli incendi e a una moria di organismi.

Le soluzioni

Il quadro, a un primo impatto, è decisamente negativo. Le questioni sono numerose, ma esistono anche delle risposte. Ed è qui, che è utile introdurre il concetto di protezione della biodiversità, intesa come variabilità tra gli organismi viventi all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi. Come spiegato dagli esperti, «la biodiversità del suolo ha iniziato a emergere come una soluzione alternativa alle sfide globali, non solo in campo accademico. Alcuni Paesi stanno iniziando a utilizzarla in diversi settori, quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, il biorisanamento, il controllo del cambiamento climatico, di malattie e parassiti e la salute umana.»

Proteggere il suolo non è mai stato così importante. Rispettarne i tempi e curarne la diversità moltiplica le speranze che si possa godere tutti di un livello di salute elevato e condiviso.

Ecocidio: che cos’è e perché si vuole introdurre

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Il Parlamento francese ha deciso di aggiungere il reato di ecocidio, nel suo codice penale. La prima proposta risale all’anno scorso ed è stata formulata dalla Convenzione dei Cittadini per il Clima, un’assemblea che ha l’obiettivo di accelerare la lotta al cambiamento climatico e renderla condivisa e conosciuta. I lavori sono terminati a giugno e i primi provvedimenti sono stati già accolti. Potrebbe essere il primo passo verso un riconoscimento internazionale. Anche nel resto del mondo, si stanno muovendo i primi passi.

Ecocidio: definizione del reato

Proviamo a fare un esempio che possa aiutare il nostro ragionamento. Se una persona ne uccide un’altra, il capo di imputazione sarà di omicidio, in una delle sue varianti. Questo accade anche con tutte quelle azioni che sono punibili, secondo il nostro ordinamento. Ma cosa succede, se si distrugge la natura, in modo consapevole? Anche nella nostra giurisprudenza, esistono delle pene severe per chi inquina, provoca disastri ambientali oppure omette di bonificare un’area. Tutto questo è regolato dall’articolo 452 del codice penale, con multe anche molto salate o, addirittura, la reclusione.

Quando si causa un’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema o i danni sono molto ingenti, ecco che può essere d’aiuto introdurre il termine ecocidio. Esso prevede, appunto, un deturpamento ingente del territorio. Il problema, nell’utilizzo di questo nuovo tipo di reato, è che non esiste nelle norme nazionali e, tantomeno, in quelle internazionali.

Rimettere al centro la natura

Cambiare prospettiva, a livello legislativo, diventa necessario. Lo pensa anche Marie Toussaint, europarlamentare del gruppo dei Verdi, che ha proposto la creazione di un’Alleanza Parlamentare Internazionale per il Riconoscimento dell’Ecocidio. Vista la grande importanza che la natura riveste nella vita umana, il gruppo vuole promuovere il rispetto dell’ambiente e assimilarlo alle violazioni contro i diritti umani.

Intanto, la Francia ha intenzione di fare da apripista. Le multe possono arrivare a più di quattro milioni di euro e la reclusione dai tre ai dieci anni. Le nuove competenze ambientali all’interno della magistratura saranno perfezionate, per consentire ai tribunali di migliorare la gestione dei casi di inquinamento e delle rivendicazioni civili. Questo sarà possibile creando giurisdizioni ambientali speciali, come ha affermato il ministro della Giustizia Eric Dupont-Moretti.

Dalla Francia al mondo: l’estensione del reato di ecocidio a livello internazionale

Il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha esortato un impegno che si spinga oltre i confini del suo Paese. «La madre di tutte le battaglie è internazionale: garantire che questo termine sia sancito dal diritto internazionale, in modo che i leader siano responsabili dinanzi alla Corte penale internazionale» ha affermato, coinvolgendo i legali, che si occuperanno di rendere attuabili le proposte.

Non mancano altre voci, all’interno dell’Unione Europea. Anche il governo belga ha presentato un disegno di legge simile a quello dell’esagono e la deputata svedese Rebecka Le Moine ha più volte sottolineato la messa in pratica di tutti i principi, di cui tanto si discute a livello sovranazionale. Da Greta Thunberg a Papa Francesco, tanti sono i leader che vogliono fortemente una riforma in questo senso.

Non è così facile: la nozione di ecocidio nel diritto internazionale

Per poter perseguire un reato, specialmente da parte di un tribunale internazionale, i motivi devono essere sufficienti. Questo è uno scoglio da tenere ben in considerazione, quando si parla di ecocidio. Innanzitutto, è molto importante trovare il colpevole, l’individuo che vuole arrecare danni all’ambiente. Poi, si deve dimostrare l’intenzionalità di voler commettere un delitto. Già queste due prove sono molto difficili da trovare. Per fronteggiare le difficoltà appena citate, alcuni gruppi di attivisti stanno radunando avvocati esperti, per dirimere la questione. Il primo passo è trovare una definizione “chiara e giuridicamente solida”.

Anche la Fondazione Stop Ecocide ha lanciato un progetto simile, in concomitanza con il 75° anniversario dall’inizio dei processi per crimini di guerra, a Norimberga. Tenere in seria considerazione questo reato, anche in tempi di pace, sarebbe una grande novità. Intanto, il Tribunale Penale Internazionale ha confermato che darà priorità a crimini, che hanno come conseguenza la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’espropriazione illegale della terra.

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Spiragli di luce per le associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti

Una riflessione interessante sul tema arriva proprio dal presidente della fondazione, Jojo Metha, durante un’intervista al Guardian. « Nella maggior parte dei casi l’ecocidio sarà probabilmente un crimine aziendale. Criminalizzare qualcosa alla Corte penale internazionale significa che le nazioni che l’hanno ratificata devono incorporarlo nella propria legislazione nazionale.»

Dalla pesca a strascico, agli incendi in Amazzonia, sino alle piccole isole del Pacifico, minacciate da catastrofi con cause antropiche: serve una definizione chiara, per poter perseguire chi deturpa l’ambiente. Crimini di questo genere non possono più rimanere impuniti.

Aspettando che i giuristi terminino il loro lavoro, noi possiamo, intanto, stare attenti a cosa succede intorno a noi, denunciando eventuali reati e conoscendo la legislazione che, per ora, possediamo.

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Tifone Goni: l’evento estremo più potente dell’anno

«Le persone già colpite dalla povertà sono quelle che pagano il pedaggio maggiore verso gli impatti dei cambiamenti climatici.» Argomenta così Andrea Pinchera, di Greenpeace. E gli avvenimenti di quest’anno confermano come le popolazioni più a rischio siano quelle più vulnerabili.  A inizio novembre, il tifone Goni si è abbattuto sulle coste delle Filippine. Dietro di sé, ha lasciato decine di vittime e più di un milione di sfollati. I venti si sono scagliati a una velocità di 280 km/h, devastando la regione meridionale del Luzon.

Nascita del tifone Goni

Come nascono queste perturbazioni? A cavallo dell’equatore, possono formarsi dei venti di straordinaria intensità, che convergono in un punto. È qui che si formano i tifoni e gli uragani. Questi due tipi di ciclone, infatti, prendono un nome diverso, a seconda della direzione in cui si spostano. Se procedono verso il continente americano, saranno qualificati come uragano. Se, invece, si muovono verso l’Asia e l’Oceania, ecco che si chiameranno tifoni.

In ogni caso, la classificazione è determinata non solo dalla velocità in km/h, ma anche dagli effetti macroscopici conseguenti all’impatto. Il tifone Goni, di cui stiamo cercando di comprendere la forza, è considerato disastroso, secondo la Scala Saffir-Simpson. Quest’ultima è il metodo di analisi degli eventi estremi. In questo caso, le raffiche sono state di livello 5, il massimo raggiungibile. Come sintetizzato dal National Hurricane Centre e dal Central Pacific Hurricane Centre, centri americani all’avanguardia per previsioni e informazioni, i danni sono gravissimi. Non solo la maggior parte delle case è stata distrutta, ma molte aree hanno subito corto circuiti e sono rimaste senza elettricità per settimane.

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La grave situazione dopo il passaggio del tifone Goni

Le conseguenze sul territorio sono state profonde. Non solo i venti, che hanno raggiunto i 300 km/h, hanno devastato alcune aree meridionali dello Stato insulare asiatico, ma intere cittadine sono state spazzate via dall’esondazione di fiumi e dai detriti volanti. L’Unità Umanitaria delle Filippine ha lanciato un piano per rispondere alle esigenze delle 250mila persone più colpite. I fondi, che ammontano a 45,5 milioni di dollari, sono stanziati per le famiglie, già in condizione di povertà prima del disastro, e che ora versano in condizioni disperate.

Le Filippine sono uno dei Paesi che paga più duramente il prezzo dei cambiamenti climatici. Già sette anni fa, il tifone Haiyan aveva messo alla prova la resilienza delle strutture e delle comunità. Ora, l’attuale crisi pandemica ha reso più difficoltose le operazioni di evacuazione preventiva di quasi mezzo milione di persone. Il governo, insieme a molte organizzazioni non governative, ha disposto accordi, per rispondere immediatamente alle esigenze primarie dei cittadini. Innanzitutto, fornendo assistenza umanitaria e sanitaria. In secondo luogo, ripristinando l’accesso ai servizi idrici e agli allacciamenti elettrici. Infine, salvaguardando le fasce più deboli, come donne e bambini.

Secondo l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, «Sono colpite 68,6 milioni di persone, delle quali 24,3 milioni vivono nelle aree più colpite. Dei 2,3 milioni di persone vulnerabili, circa 724.000 sono bambini.»

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Se gli eventi estremi diventano normalità

Negli ultimi decenni, è aumentato il numero degli eventi estremi, come Goni. Prima di lui, dal 1952, sono stati 20 i tifoni con venti superiori a 257 km/h. Queste cifre poco confortanti sono suffragate da studi scientifici. Uno dei più recenti risale al 2018 e si prefiggeva l’obiettivo di utilizzare un modello climatico globale per studiare i cicloni tropicali intensi. Questa tecnologia, chiamata HiFLOR, ha previsto un aumento a dir poco preoccupante degli eventi estremi con venti superiori ai 305 km/h. Tra il 2081 e il 2100, secondo le stime, si verificheranno almeno una volta all’anno.

In un articolo dell’Università di Yale, Jeff Masters sottolinea la difficoltà di predire con certezza scenari differenti. «Seguendo il tracciato “business-as-usual” attualmente in corso, il modello avrebbe potuto prevedere un aumento ancora maggiore di cicloni tropicali ultra-intensi. Il fatto che negli ultimi otto anni abbiamo visto quattro megatempeste di uguale forza o, addirittura, più forti del tifone Goni è un segno preoccupante.»

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Il tifone Goni è il peggior ciclone tropicale all’arrivo sulla terraferma, da quando sono iniziati i rilevamenti.

Disastri climatici: la responsabilità è condivisa

La prospettiva business-as-usual, ossia la continuazione del modello attuale di consumo, di produzione e di inquinamento, non è più sostenibile. Il costo umano e ambientale dei disastri climatici sta aumentando a livelli preoccupanti. Abbiamo già messo in luce come quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti dai disastri climatici si trovino in Asia. Bisogna tenere in considerazione anche che azioni apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo, possono scatenare conseguenze enormi in altre. Continuare a monitorare tempeste tropicali intensissime, come il tifone Goni, è una delle strade da poter percorrere. A noi, rimane la scelta: fermarci sul qui e ora o imparare ad avere una visione sistemica degli eventi e delle loro ripercussioni mondiali.

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MacArthur Foundation: cinque benefici dell’economia circolare per il cibo

In questo 2020 di crisi pandemica, l’insicurezza alimentare diventa, ancora una volta, il perno di una riflessione profonda. Da un lato, la difficoltà nel reperire alcuni prodotti induce alla corsa ai supermercati; dall’altro, pensare a una modalità differente di concepire l’intera filiera è molto difficile. Tra distorsioni evidenti del mercato e allontanamento dalla stagionalità di frutta e verdura, si inserisce il report “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. La Fondazione Ellen MacArthur, che ha lo scopo di sviluppare e promuovere l’idea di economia circolare, ha recentemente condiviso cinque conseguenze, sostenibili dal punto di vista ambientale, climatico e sanitario. Esse sono: rigenerare i sistemi naturali, combattere il cambiamento climatico, aumentare l’accesso a cibo nutriente, aiutare le comunità locali e, infine, risparmiare e creare valore.

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Crisi e fame di giustizia

«La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano la paura di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anzichè le cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia -e non la scarsità di cibo- sono tuttora le cause principali della fame.»

Riflettono così Eric Holt-Gimenéz e Raj Patel con Annie Shattuck,nel loro libro “Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia“, pubblicato 11 anni fa, a seguito della crisi del 2008. Una situazione che si è ripetuta da marzo, costringendo tutti a ripensare ai propri consumi. Il Nobel per la Pace, poi, assegnato al Programma Alimentare Mondiale, ribadisce come il cibo debba ritornare al centro di un dibattito acceso. Trovare soluzioni a problemi complessi può aiutare ad allenare competenze fondamentali, in un tempo di instabilità climatica, economica e sociale.

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Conoscenza e responsabilità: un’economia circolare per il cibo

Affrontare con responsabilità le sfide di approvvigionamento alimentare è il primo passo per renderlo realmente sostenibile. Circa un quarto delle emissioni globali di gas serra sono riconducibili alla deforestazione, agli allevamenti intensivi e a un errato management del suolo. La minaccia per l’ambiente è evidente. Il sistema lineare di produzione è, quindi , non sostenibile e, per questo, sull’orlo del baratro.

Non tutto è perduto. Esistono, infatti, dei progetti per ristabilire una connessione reale tra consumatore e produttore. La linearità deve essere soppiantata da una visione circolare. I cinque benefici riportati dalla Fondazione Ellen MacArthur sono ambiziosi, ma non per questo impossibili.

La rigenerazione dei sistemi naturali

Rigenerazione è una parola fondamentale per i sistemi naturali. È necessario coniugare la necessità di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita con la protezione dell’ambiente. Tecniche di produzione sostenibili, resilienti, che migliorino la qualità del prodotti e del territorio, favoriscono il miglioramento delle aree e la loro resistenza a fenomeni climatici estremi. Per questo motivo, è utile puntare sulla diversità: delle sementi e del raccolto, in modo da supportare la rotazione. L’agrobiodiversità permette di proteggere specie animali e vegetali a rischio, ma una vera condivisione di conoscenze e tecniche è ancora poco diffusa.

Dipendiamo da pochissime varietà di semi, ma esistono alcuni esempi di cambiamento. Uno di questi è il chinampa, un orto galleggiante tradizionale del Messico. Questo tipo di produzione consentiva il sostentamento di 15/20 persone all’anno per ettaro.

Combattere il cambiamento climatico

Rimediare, attenuare, adattare: questi i verbi chiave per combattere il cambiamento climatico. L’economia circolare per il cibo potrebbe ridurre le emissioni del 49% entro il 2050. Per riuscire nell’intento, bisogna concentrarsi sulla diminuzione dello spreco e dell’utilizzo di fertilizzanti chimici, optando per quelli organici, in quanto quelli usati inquinano terreni e falde. Sfruttare il potenziale degli scarti per la produzione energetica può concorrere alla svolta green. Come si legge nell’approfondimento, «ogni anno le città generano più di 2,8 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari e soltanto il 2% di essi ritorna a far parte del sistema».

Così, dal 2016, è nata la “Piattaforma dell’Ue sulle perdite e sugli sprechi alimentari”, per prevenire la produzione di rifiuti e minimizzare la dispersione di risorse. Ogni anno, collabora con attori chiave pubblici e privati per identificare, misurare, analizzare e trovare delle soluzioni durature per dimezzare entro il 2030 la quantità pro capite a livello di dettaglianti e consumatori.

La risposta dei clienti può essere decisiva. Uno studio condotto dalla piattaforma Ue sulle perdite e gli sprechi alimentari, pubblicata a marzo 2020, ha divulgato alcune buone pratiche messe in atto a livello locale o nazionale all’interno dell’Unione Europea, per diminuire la pressione sulle attività commerciali durante la pandemia da Covid-19. Sono molte le realtà locali, a livello europeo, che cercano di diminuire lo scarto e, allo stesso tempo, far fronte alle difficoltà economiche della popolazione. Così, sono nate iniziative come “la spesa sospesa”, che permette di regalare beni di prima necessità a chi non è in grado di permettersi di comprarli.

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Accesso a cibo nutriente

L’economia circolare per il cibo è utile anche per riconnettere le città alle periferie.

La necessità di solidità e resilienza del sistema alimentare è alla base del superamento di momenti di crisi e motore di sviluppo. Gli eventi estremi che con maggior frequenza si abbattono sul continente europeo, la siccità e le catastrofi ambientali mettono in luce l’interrelazione tra lo stile di vita e le modalità di approvvigionamento e consumo. Il valore che i cittadini europei attribuiscono al cibo è alto. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione. Come dimostrato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la preoccupazione ,data dalla presenza di additivi come coloranti, conservanti o aromi utilizzati, di ingredienti geneticamente modificati e di tossinfezioni, nel 2019, è stata elevata.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale. Il beneficio deve essere condiviso da tutti, indipendentemente dalla posizione geografica. La redistribuzione del surplus, inoltre, può nutrire fino a un miliardo di persone entro il 2050.

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Supporto alle comunità locali

La nuova filiera alimentare dovrà basarsi sulla resilienza dell’intero processo, attraverso un coordinamento della risposta alle crisi dei sistemi alimentari, per garantire l’approvvigionamento e la sicurezza. Si devono scardinare quelle pratiche dannose e sostituirle con approcci locali, che stimolino la rinascita dell’agricoltura anche in altre zone, come le periferie o i loro centri. Accorciare le filiere risulta benefico non solo economicamente, ma anche perché è una modalità per avvicinare il produttore al consumatore. La dicotomia città-campagna, in ambito alimentare, deve essere superata.

Anche per questo è nata l’iniziativa Green Cities, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). «L’iniziativa FAO Green Cities migliorerà i mezzi di sussistenza e il benessere delle popolazioni urbane e periurbane di 1000 città in tutto il mondo entro il 2030, insieme all’ambiente urbano, rafforzando i collegamenti rurali urbani, la resilienza delle popolazioni urbane agli shock esterni e il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento, garantendo nel contempo l’accesso a diete sane provenienti da sistemi sostenibili.»

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Creare valore nell’economia circolare per il cibo

La sostenibilità economica non può essere tralasciata. Risparmi diretti e indiretti sono da tenere in considerazione. Interessante è il costo effettivo dei prodotti che mettiamo sulla tavola. Per ogni dollaro speso in cibo non controllato, le conseguenze sociali sono doppie, attestandosi sui due dollari. Una riduzione dei fertilizzanti e agenti chimici porta, nel breve periodo, a un miglioramento qualitativo del cibo. A lungo termine, esso è foriero di un cambiamento positivo dello standard di salute delle persone, che, quindi, potranno risparmiare in cure. Questo non solo permetterà l’elaborazione di un codice di condotta comune per le azioni di marketing, ma stimolerà pratiche sostenibili in tutte le fasi di trasformazione, minimizzando l’impiego di imballaggi e radicando modelli di business circolari.

«Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno.» riporta Caterina Ambrosini di EconomiaCircolare.com.

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Pensare a una vera economia circolare per il cibo

La sfida del cambiamento climatico deve condurre tutti gli attori a una visione condivisa di scelte radicali, magari inizialmente dolorose, ma che sono l’unica modalità per non rischiare di sprecare o mal utilizzare le risorse del nostro pianeta. Il report della MacArthur Foundation intende offrire una panoramica ambiziosa per una politica sempre più ecocentrica.

Per questo motivo, gli agricoltori e gli allevatori devono essere inclusi in un processo di innovazione, per avere gli strumenti per affrontare le nuove sfide alimentari. Se l’azione non dovesse risultare incisiva, a pagarne il prezzo più alto sarà l’intera struttura sociale, basata sul benessere e non sull’equilibrio con la natura.

La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito

https://anchor.fm/lecopost/episodes/LUE-si-contraddice–Il-voto-sulla-PAC-mette-gi-a-rischio-il-Green-New-Deal-elj5u6

Il Parlamento europeo ha votato a favore del compromesso sulla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Partito Popolare europeo, Socialisti e democratici e Renew Europe hanno concordato una riserva di bilancio nei tre regolamenti in discussione durante la sessione plenaria della scorsa settimana. Questo voto è fondamentale per capire il futuro della transizione ecologica del Green Deal, proposto dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Osservare come verranno spesi i 350 miliardi di euro del prossimo bilancio settennale, un terzo dei fondi complessivi dell’UE, è importante. Greenpeace ha sentenziato la votazione, definendola come una “condanna a morte per le piccole imprese e la natura”.

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Nascita della PAC e obiettivi

Finita la seconda guerra mondiale, la scarsità alimentare dovuta alle conseguenze belliche incideva pesantemente sulla qualità della vita della popolazione europea. Garantire uno standard sufficiente a livello nazionale non risultava adeguato al risanamento dell’intero continente. Così, si decise di inserire l’agricoltura nelle competenze della Comunità Economica Europea. I target vennero sanciti nel Trattato di Roma del 1957.

Durante la Conferenza di Stresa, dal 3 al 12 luglio 1958, si gettarono le basi operative della PAC. Si decise che l’agricoltura dovesse essere considerata parte dell’economia, in modo da aumentare gli scambi intracomunitari. Riequilibrando il rapporto fra domanda e offerta agricole, si poteva consolidare il legame tra politica di mercato e politica del mercato agricola. Infine, evitando fenomeni di sovrapproduzione, sarebbe stato più facile assicurare all’agricoltura un livello di remunerazione dei capitali come negli altri settori.

Entrò in vigore nel 1962, con l’obiettivo di approvvigionare i cittadini e fornire i giusti standard di vita ai contadini, garantendo l’autosufficienza alimentare. Le sue finalità erano incentrate sull’incremento della produttività, sviluppando progresso tecnico e assicurando lo sviluppo razionale della produzione.

La policy sottostava a tre principi fondamentali. Il primo era il mercato comune, per poter commerciare all’interno dei confini comunitari beni come farina, riso, grano, zucchero, carne, vino e alcuni tipi di frutta e di verdura. Il secondo venne identificato nella preferenza o priorità comunitaria. Nel caso in cui ci fosse stato un surplus di offerta, con conseguente discesa dei prezzi, la Comunità Europea avrebbe aiutato l’equilibrio attraverso un aumento delle scorte. Infine, si stabilì la solidarietà comunitaria. Per fare ciò, si creò un Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), così da permettere un’organizzazione meticolosa delle risorse a disposizione.

Scontri sulla PAC

Le intenzioni della PAC si scontrarono quasi subito con la frammentazione nazionale sulle politiche agricole.

Secco Leendert Mansholt, definito uno dei padri della PAC, in un suo intervento del 1970, spiegò questa differenza marcata: «sul piano nazionale, gli Stati dispensano denari che non servono a nulla, per creare imprese così piccole che condannano i propri coltivatori alla miseria mentre si espandono gli altri settori dell’economia e si accresce il livello di vita di altre categorie della produzione.

Sono stati citati esempi a sufficienza: uno Stato sovvenziona la costruzione di stalle per quindici bovini, quando una azienda redditizia deve contare su almeno quaranta capi; altri accordano facilitazioni per l’acquisto di trattori, quando la maggioranza dei trattori europei sono impiegati a poco più della metà della loro capacità reale; si sovvenziona l’acquisto delle mietitrebbie, quando il paro esistente non è utilizzato, in media, che per un terzo della sua capacità reale.»

Innumerevoli (e fallimentari) tentativi di riforma della PAC

E fu con il cosiddetto Piano Mansholt del 1968 che queste contraddizioni vennero definite chiaramente. La pubblicazione, nominata Memorandum sulla riforma dell’agricoltura nella Comunità economica europea, aveva lo scopo di riformare in modo incisivo la PAC. Da una parte, si impegnava a operare una revisione della politica di sostegno dei mercati agricoli; dall’altra, chiedeva la messa in atto di politiche socio-strutturali, per permettere a tutti gli operatori del settore di godere delle stesse opportunità lavorative e di crescita. Il suggerimento di tagliare il sostegno dei prezzi sollevò numerose critiche, tanto che il progetto venne accantonato, lasciando immutato, per tutti gli anni ’70, l’equilibrio precario su cui si mantenevano le aziende.

Non fu l’unico tentativo. Il varo del Piano Delors nel febbraio 1987 assunse un importante significato. La ratifica dell’Atto Unico, avvenuta poco tempo prima, ridava slancio alla riforma della PAC, prefiggendosi di contenere la spesa, riformare i fondi e aumentando le risorse proprie del bilancio comunitario. Mercato comune e PAC furono riassunti compresi in un più vasto pacchetto di riordino, visto l’allargamento. Affrontare le disuguaglianze regionali era necessario per aumentare la produttività e il benessere di tutto il territorio comunitario.

La riforma Fischler della PAC del 2003

La multifunzionalità, intesa come una visione ad ampio raggio di conservazione ambientale e sviluppo rurale, divenne il fulcro della nuova riforma, denominata Fischler, del 2003. Essa poneva le basi di una costruzione della PAC, che la rendesse all’avanguardia, prendendo in considerazione i diversi campi strategici di interesse. Non si poteva più prescindere da fattori quali la sicurezza alimentare, la qualità dell’ambiente e il benessere animale. Una revisione metodica degli strumenti, calcolando le conseguenze delle azioni prettamente economiche di un’UE sempre più estesa e influente a livello internazionale.

Lo stesso Commissario Fischler dichiarò durante i dibattiti del 2003 che «[la] comune aspirazione è una politica agricola coerentemente imperniata su obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo ideale, che ancora non abbiamo raggiunto, è alla base delle proposte di riforma della Commissione. Non intendo nascondere che esistono divergenze nella valutazione e nella scelta delle misure concrete più opportune e che molti sono gli aspetti ancora da definire.»

Revisione della PAC del 2014

Nel 2014, con l’insediamento della Commissione Juncker, forte delle riforme dell’anno precedente per rendere la crescita più intelligente e inclusiva, sono stati proposti degli obiettivi strategici ancora più ambiziosi. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione sostenibile delle risorse naturali e un’azione per il clima, attraverso uno sviluppo territoriale equilibrato sono diventati i perni della nuova riflessione europea.

La linea tracciata doveva essere implementata da strategie più complesse e articolate, adattandosi alle nuove sfide. Il 18 giugno 2018 venivano discusse al Consiglio per l’Agricoltura e la Pesca tre proposte legislative di riforma: i regolamenti sui piani strategici della Politica Agricola Comune e per il mercato comune unico, e la regolamentazione sul finanziamento, il management e il monitoraggio della PAC.

Per ripensare alla funzione della PAC sono stati elencati nove obiettivi per migliorare la qualità degli alimenti, sostenendo la produzione. Tra questi, vi sono il riequilibrio della distribuzione del potere nella filiera, la tutela dell’ambiente e il sostegno generazionale.

Le difficoltà di una vera riforma della PAC

Se ci si limitasse alla valutazione delle istituzioni europee, il quadro sarebbe confortante, se non addirittura positivo. Ma le difficoltà a raggiungere un consenso in sede sovranazionale sono marcate. Ed è per questo motivo che le riforme della PAC sono sempre state complicate da far approvare e poi attuare.

Alcune volte, proposte difficili da un punto di vista di risposta elettorale sono addossate a livello centrale europeo dai governi nazionali. Altri gruppi di interesse spingono perché si attui una legislazione che permetta loro dei benefici. Grandi associazioni nazionali, come quelle presenti in Francia e in Germania, sono riuscite, nei decenni, a imporre le proprie idee, minacciando scontri e disordini.

Se da una parte, però, la questione economica è sicuramente rilevante, dall’altra, le conseguenze dei pagamenti diretti avrebbero causato una rottura all’interno del settore agricolo, che si sentiva costretto ad accettare quelli che sembravano più una misura di welfare, che una di sostegno alla produzione. La realtà si dimostrò diversa. Proprio perché esistevano disparità enormi tra le diverse categorie di agricoltori, la nuova distribuzione dei pagamenti avrebbe, almeno in parte, colmato le enormi disuguaglianze tra piccole e grandi aziende.

Come evidenziato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), “Le due principali sfide cui l’agricoltura si trova a far fronte in Europa sono il cambiamento climatico e il consumo di suolo, ossia la sua conversione, ad esempio, in insediamenti e infrastrutture. Il cambiamento climatico impone l’adattamento delle varietà di colture e determina fenomeni meteorologici estremi e richiede, quindi, una significativa gestione dei rischi. Il consumo di suolo si traduce in una diminuzione dei terreni agricoli, in molti regioni.”

La nuova PAC, in teoria

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, per sostenere i piani strategici che gli Stati Membri devono redigere nell’ambito della PAC, doveva tenere in considerazione vari ambiti. Tra questi, sicuramente garantire la sicurezza alimentare, contribuendo a migliorare la risposta dell’UE alle nuove esigenze della società in materia di alimentazione e salute.

L’obiettivo era lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e del benessere animale, con una nutrizione più sana ed evitando gli sprechi alimentari. La nuova PAC doveva essere inserita all’interno del piano più vasto di transizione verde, il Green Deal europeo. Attraverso una strategia comune, si sarebbe arrivati a un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”.

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La realtà dei fatti: il compromesso al ribasso

425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti. Questo è il risultato delle votazioni per appello nominale del 23 ottobre alla sessione plenaria del Parlamento europeo.

Così, mentre in Italia si dibatteva sul nome da dare ai burger vegani, la PAC si allontanava sempre più dagli obiettivi del Green Deal, svuotandosi di significato. L’attenzione social non è bastata a frenare il compromesso al ribasso. Ancora una volta, le grandi lobby del Copa-Cogeca , l’associazione dei grandi agricoltori europei, ha avuto la meglio.

Chi perde, di nuovo? La natura, la biodiversità, i piccoli agricoltori.

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PAChinermi e pappagalli

Le decisioni assunte dal Parlamento europeo si discostano dalla transizione verde. Visto che il 60% dei fondi PAC potrà essere destinato a pratiche anche non agroecologiche, non si fermerà l’utilizzo sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi. La conversione green è, nuovamente, rallentata. Ancora una volta, le grandi aziende beneficeranno dell’80% dei sussidi.

Inoltre, i siti Natura 2000 potranno essere destinati all’aratura, diventando prati permanenti, tranne in poche eccezioni.

Infine, per affossare ancora di più la situazione già poco rosea, ecco che, a fronte di un’approvazione di un emendamento sulla connessione tra PAC e accordo di Parigi, ne sono stati bocciati dieci che auspicavano un avvicinamento ai target del Green Deal.

Nota positiva è la “condizionalità sociale”, ossia l’azzeramento dei fondi a quegli agricoltori che non concedono giusti contratti di lavoro.

E ora? Il movimento #WithdrawTheCAP, per una vera riforma della PAC

«Il cibo ci rimanda […] a tutte le questioni del giorno: ci parla del nostro rispetto per noi stessi, della nostra capacità di conversare con gli altri, della nostra attenzione verso i più deboli, dei rapporti di genere, della nostra apertura al mondo, della condizione delle nostre leggi, del nostro rapporto con il lavoro, con la natura, con il clima e con il mondo animale. Il cibo ci parla, meglio di ogni altra cosa, delle disuguaglianze tra coloro, sempre più rari, che possono ancora mangiare sano e tutti gli altri.» Così scrive Jacques Attali nel suo libro “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”.

Il voto della scorsa settimana deve essere rivisto. Per questo motivo, è necessaria una mobilitazione sociale. Non si può continuare a minimizzare l’impatto che la filiera alimentare ha nella nostra società ed economia. Disinteressarsi significa non prendere posizione su un aspetto che è indispensabile per la sopravvivenza del genere umano e del pianeta terra.

Bas Eickhout, eurodeputato verde, ha sottolineato come « Le catene di approvvigionamento più corte, i pagamenti adeguati e i posti di lavoro sicuri possono rendere la politica agricola europea un modello per alimenti sani, prodotti localmente e venduti. Questa riforma della PAC impedirà ai paesi dell’UE di spendere di più per misure ambiziose per proteggere il clima e l’ambiente e migliorare il benessere degli animali. »

Associazioni di categoria, piccoli produttori e ambientalisti si sono riuniti con l’hashtag #WithdrawTheCap -ritirate la PAC- per sensibilizzare e iniziare un dialogo costruttivo. Rendere la PAC sostenibile è necessario. Non è più il tempo di tergiversare.

Il costo umano dei disastri ambientali: il nuovo report ONU

Il Centro di Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri (CRED), l’agenzia che studia la salute pubblica durante emergenze di massa, ha realizzato uno studio sull’incidenza dei disastri naturali negli ultimi vent’anni. I dati, raccolti dal suo database EM-DAT, sono preoccupanti. Il report “Il costo umano dei disastri” è stato pubblicato il 13 ottobre, durante la Giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi.

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Che cos’è un disastro ambientale?

Prima di addentrarsi nella documentazione presentata, è bene definire il concetto di disastro ambientale. Perché il database ne registri uno, è indispensabile che si rispettino quattro criteri: vi deve essere un numero di vittime pari o superiori a 10; 100 o più persone devono essere influenzate dall’evento; è obbligatoria la dichiarazione dello stato d’emergenza; infine, un altro vincolo è la richiesta di assistenza internazionale.

La differenza sostanziale tra pericoli e disastri risiede proprio nella presenza o meno di vittime. La prima categoria comprende rischi geofisici, idrologici, meteorologici, climatologici, biologici e spaziali. Per quanto riguarda questo approfondimento, si eviterà di prendere in considerazione le ultime due tipologie.

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Il costo umano dei disastri

Il rapporto compara i numeri dell’impatto degli eventi estremi, mettendo in relazione le finestre temporali dal 1980 al 1999 e dal 2000 al 2019.

Nel primo arco di tempo, i disastri sono stati 4212 e hanno comportato 1,19 milioni di decessi. La popolazione che ha subito conseguenze, però, è stata più vasta: quasi 3,25 miliardi di persone. Il danno economico è stato di 1,63 trilioni di dollari.

Nel ventennio successivo, i numeri sono aumentati. 1,23 milioni di persone sono morte a causa di 7248 eventi di entità distruttiva, coinvolgendo più di 4 miliardi di esseri umani. I danni, poi, sono quasi duplicati, con un impatto di 2,97 trilioni di dollari.

Le tipologie dei disastri

Il 44% dei disastri sono alluvioni. Successivamente, a sedici punti di distanza, troviamo le tempeste. L’8% degli eventi estremi sono terremoti e, vicino, ci sono i momenti di temperature elevatissime. Anche la localizzazione geografica deve far riflettere. Quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti si trovano in Asia. Il primo è la Cina, il terzo, l’India. Sul podio negativo, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti.

L’estensione diversificata delle conseguenze può portare a risposte diverse dal punto di vista dell’attuazione dei protocolli di azione. Se, infatti, la popolazione influenzata dalle alluvioni è stata di più di un miliardo e mezzo, la maggior parte delle morti sono dovute a eventi imprevedibili, come i terremoti, che fanno registrare il 58% dei decessi.

Effetti dei disastri

Ogni tipologia di evento estremo è spesso caratterizzante per un certo territorio. La siccità colpisce in modo profondo il continente africano, con 134 eventi tra il 2000 e il 2019. L’impatto sulla popolazione è forte: fame e povertà alimentano il sottosviluppo della parte più debole della società, trascinando negativamente tutta l’economia. Inoltre, periodi prolungati di scarsità d’acqua, hanno effetti devastanti sul lungo termine, provocando lo spopolamento delle aree colpite e aumentando la desertificazione.

Il database tiene in considerazione solamente la correlazione diretta tra fatto e conseguenze. Non sono facilmente misurabili, invece, le morti e i disagi indiretti, non ricollegabili sul breve periodo.

Il cambiamento climatico dovrebbero aumentare il rischio di siccità in molte regioni vulnerabili del mondo“, in particolare quelle che affrontano insieme le sfide della crescita della popolazione e della sicurezza alimentare.

L’Europa, invece, ha il triste primato per i decessi da onde anomale di caldo, con l’88% dei casi complessivi. Incendi spaventosi, a cui siamo ormai abituati ad assistere, devastano territori per mesi, con un incremento non solo nell’intensità dei fenomeni, ma anche nell’allungamento delle stagioni di caldo torrenziale.

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Nessun Paese è immune ai disastri

Mami Mizutori, rappresentante del segretariato generale delle Nazioni Unite per i disastri ambientali, è chiara: «La correlazione tra adattamento al cambiamento climatico e riduzione del rischio dei disastri è una questione fondamentale. […] L’adattamento è perentorio per la gestione del rischio di catastrofi a livello nazionale e locale

L’importanza di avere una visione lungimirante viene ribadita in un complesso sistema quale quello mondiale, visti gli obiettivi ambiziosi di riduzione della povertà, controllo dell’urbanizzazione e diminuzione dell’utilizzo sconsiderato di suolo. Così, si può prevedere anche il costo umano dei disastri, oltre a quelli ambientali ed economici.

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Soluzioni per una prospettiva condivisa dopo “Il costo umano dei disastri”

Le soluzioni esistono e devono essere concordate insieme. Provando a collocare su una carta geografica la diffusione degli eventi estremi, possiamo notarne la disomogeneità territoriale. Alcune aree, infatti, sono più colpite di altre.

Bisogna tenere in considerazione anche che azioni, apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo possono scatenare conseguenze enormi in altre. Questo fenomeno è stato nominato “effetto farfalla” dal fisico Edward Lorenz nel 1972. Egli ipotizzò che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia potesse generare, in seguito a una concatenazione non-lineare di processi atmosferici, un uragano in Texas. Questo esempio, che potrebbe far sorridere, spiega in modo semplice la relazione forte che esiste all’interno della grande variabilità naturale.

Cosa si aspetta, allora, a collegare i nostri gesti quotidiani alle loro ripercussioni sul pianeta? Per riuscire a minimizzare i danni umani e ambientali dei sempre più frequenti disastri ambientali è necessario investire su azioni veloci e mirati, cercando di investire in ambiti di ricerca e sviluppo che possano dare speranze concrete a territori in grave difficoltà, aumentando anche il benessere delle popolazioni che li abitano.

Green jobs in Italia: 1,6 milioni di posti entro il 2024

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Focus-Censis-Confcooperative-In-Italia-1-6-milioni-di-green-jobs-entro-il-2024-eku68l

1,6 milioni di posti green: sono i dati riportati dal Focus Censis Confcooperative “Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l’Italia che ce la fa”. Il lavoro riporta quelli che sono i nuovi sbocchi occupazionali post-pandemici. Entro il 2024, più di 970 mila aziende richiederanno competenze elevate nella sostenibilità ambientale.

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Green jobs: cos’è il lavoro green?

La nozione di lavoro green è stata formulata dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, più di dieci anni fa. I lavori sono verdi “quando contribuiscono a ridurre le conseguenze negative per l’ambiente, promuovendo lo sviluppo di imprese ed economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale”. Possono essere impieghi in settori già esistenti, oppure hanno il potenziale per crearne di nuovi, emergenti, come le rinnovabili o fonti energetiche alternative.

Secondo l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono molteplici i risultati che si possono raggiungere. Innanzitutto, è possibile migliorare l’efficienza energetica, riducendo il consumo di materie prime e limitando le emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, è utile ricordare la diminuzione dei rifiuti e dell’inquinamento, così da proteggere e ripristinare gli ecosistemi e sostenere l’adattamento per gli effetti del cambiamento climatico.

Non tutti i lavori verdi sono uguali. Si differenziano, infatti, per procedimenti produttivi più o meno verdi, oppure per il mancato inquinamento di beni come l’acqua o il suolo.

Già nel 2008, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) aveva sottolineato come la nozione di lavoro green fosse in ascesa nei Paesi sviluppati, ma che stentasse ad affermarsi negli Stati con grande crescita economica, come Cina e Brasile. Gli effetti del cambiamento climatico, già visibili in molte aree del mondo, dovevano far intendere un cambio di passo immediato e deciso.

A dodici anni di distanza, sappiamo che le cose non stanno andando molto meglio. Un punto, però, rimane fermo: i green jobs sono un’opportunità da cogliere al volo, per completare la transizione energetica che ci consentirà di sopravvivere e di poter rigenerare la biodiversità che abbiamo distrutto.

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Green jobs e pandemia: quali opportunità?

Il lockdown ha fermato molti lavori. Guy Ryder, Direttore Generale dell’ILO ha affermato che “per milioni di lavoratori, nessun reddito significa accesso negato al cibo, alla sicurezza e al futuro, Con l’evoluzione della pandemia e la crisi lavorativa, il bisogno di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente“.

La tragedia delle morti a causa della pandemia si somma alle prospettive poco rosee per il futuro. Ad aprile 2020, quasi due miliardi e mezzo di persone vivevano in Paesi totalmente o parzialmente chiusi. Il colpo peggiore è inferto alle piccole e medie imprese, che hanno poche possibilità di resilienza rispetto a lunghi mesi di inattività. Tra la popolazione, le donne hanno sofferto maggiormente.

Le soluzioni, però, esistono. Ci sono programmi di assistenza che permettono di riconvertire la propria attività e di introiettare nuove competenze. Con queste modalità, sarà più facile adattarsi e creare nuovi posti di lavoro, che siano ecocompatibili. La strada da percorrere è dunque la seguente: sfruttare la pandemia da Covid-19 a nostro favore e dare enfasi a idee sostenibili, a nuovi tipi di relazioni, di inclusione sociale e territoriale.

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Una guida ai green jobs

Si intitola “Green jobs training guidebook” ed è un progetto che nasce da ONU e ILO per insegnare a studenti e curiosi il mondo dei lavori verdi. Scritto nel 2017, vuole dare gli strumenti per misurare e costruire modelli sociali tali da sviluppare politiche climaticamente sostenibili. Lo scopo primario è quello di coinvolgere maggiormente le istituzioni, così da permettere agli Stati di acquisire l’abilità di sviluppare dei propri database statistici, modelli economici per pianificare e promuovere un cambiamento.

Per riuscire a risolvere la crisi sociale e ambientale allo stesso tempo, bisogna contribuire alla transizione verso un’economia verde, che non aumenti solo il benessere delle persone, stimolando l’equità sociale, ma che riduca anche i rischi ambientali e la scarsità ecologica. L’umanità continua a utilizzare le risorse del pianeta come se fossero infinite. L’impatto devastante su suolo, acqua, fauna e flora dimostra che non possiamo continuare con questa modalità “business as usual”. Gli eventi meteorologici sempre più estremi dimostrano come le conseguenze sul breve, medio e lungo termine debbano essere rivalutate. I costi reali della noncuranza sono altissimi.

Gli Stati si differenziano per gli approcci e le strategie utilizzate in ambito di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Alcuni adottano misure a basse emissioni, altri sperimentano l’efficientamento tecnologico, così da progredire e, allo stesso tempo, poter impegnare le risorse in altri ambiti. Questo spostamento di budget deve essere assecondato da altre forme di aiuto e sostegno, framework precisi di policy e strumenti finanziari governativi e internazionali.

L’opportunità per l’Italia: il focus Censis Confcooperative

Non è un caso che il colore della speranza sia il verde. Secondo lo studio, in Italia l’acquisizione di competenze green è importante per il 75% delle imprese. Un terzo tra le 700 mila intervistate che hanno investito in questo senso ha la sua sede al sud. Per quasi la metà, vi è la volontà di introdurre piani di sostenibilità e supporto nella propria strategia aziendale. In un anno, dal 2018 al 2019, sono aumentate del 13,3% le attività che sostengono azioni ambientalmente compatibili.

La sterzata verso il segno positivo è sicuramente dato dalle start up, che a settembre hanno superato le 12mila unità. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni del Nord Ovest guidano l’innovazione, con il 34,5% delle proposte, seguite dal Mezzogiorno, attestandosi al 24,5%.

Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, durante la presentazione del report, incalza: «Vogliamo chiedere al governo che vadano rapidamente a terra i provvedimenti già adottati per le imprese, per la capitalizzazione, per il rafforzamento patrimoniale. Una sburocratizzazione che consenta di snellire le varie attività, in primis il codice degli appalti.»

Previsioni rosee…o meglio, verdi!

Le proposte ci sono, gli strumenti anche. Non possiamo più prescindere dal constatare che necessitiamo di un approccio olistico in tutte le azioni che intraprendiamo. Lo sforzo sarà impegnativo, all’inizio. Ma comprendere il significato di “sostenibilità” a 360° è indice di una rinnovata saggezza: un’ecosaggezza. Esistono aziende diventate fiore all’occhiello di sostenibilità, orgoglio italiano da diffondere e far conoscere.

La lezione impartita dalla pandemia è chiara. Ma un modo di rivalutare e iniziare qualcosa di nuovo deve essere la spinta verso un futuro all’insegna del colore verde.

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Green wave: quando i Verdi vincono in Europa

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È stato tempo di elezioni. In questa ultima tornata, che ha visto diversi Paesi e regioni al voto, i Verdi vincono in Europa. Sarà l’inizio della scalata green che permetterà all’Unione di mettere in pratica il Green New Deal?

Chi sono i Verdi?

Prima di addentrarci nei risultati raggiunti, è utile chiarire alcune tappe storiche del movimento ambientalista da cui poi nacque l’European Green Party.

Il primo partito dei Verdi venne fondato in Germania, nel 1979. Le battaglie politiche principali vertevano sull’organizzazione del trasporto pubblico in modo più efficiente e sul controllo dell’inquinamento e dell’energia nucleare. Divenne ufficiale a livello nazionale nel 1980: il suo programma prevedeva la smilitarizzazione dell’Europa, attraendo la componente più a sinistra del SPD (partito socialdemocratico). Nel 1984 presero il 5,6% dei seggi del Bundestag, il parlamento federale.

Anche in altri Stati l’ambiente cominciò a ricoprire un ruolo chiave all’interno del panorama politico. Così, nel febbraio 2004, i 34 partiti verdi pan-europei decisero di riunirsi all’interno del Partito Verde Europeo. Da allora, si sono impegnati a proporre manifesti innovativi per spingere l’Unione a una consapevolezza maggiore.

Nel 2019, rinnovando l’auspicio per una conversione verde, avevano affrontato temi “caldi”. L’investimento in una economia equa, la garanzia di un reddito minimo dignitoso nei Paesi membri, la protezione della salute erano solamente alcuni dei punti salienti del programma.

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I Verdi sono il vero vincitore in Nordreno-Vestfalia

Il Nordreno-Vestalia è la regione più popolosa della Germania. Circa 14 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne il 27 settembre per scegliere i propri rappresentanti comunali.

A Colonia, Henriette Reker, sindaco uscente, ha ottenuto il maggior numero di voti. È sostenuta dai conservatori e dai verdi. Ad Aquisgrana, la candidata Sibylle Keupen ha vinto con il 67,3%, superando l’avversario della CDU, storico partito di Angela Merkel. Anche a Bonn. Katja Dörner è arrivata prima, con il 56,27%.

Dopo un testa a testa, anche a Wuppertal si è imposto -di misura- il candidato dei Grünen, Uwe Scheidewind. Il gruppo locale dei FridaysForFuture ha festeggiato la vittoria: « Ci aspettiamo una buona ed esemplare politica per il futuro di Wuppertal»

Le idee verdi spaziano in tutti i settori della vita cittadina. Non può esserci benessere senza inclusione sociale, né salute senza spazi verdi. Sembrano proposte semplici, ma, evidentemente, non ancora realizzate.

I verdi vincono in Europa: la scalata green non si ferma in Nordreno-Vestfalia. (credit: facebook/federazioneverdi)

I Verdi vincono in Europa: le ultime elezioni statali tedesche

A marzo 2020, Statista.de ha calcolato la quota ottenuta dai Verdi alle ultime elezioni statali negli stati federali fino a febbraio 2020. La ricerca della piattaforma dati ha raccolto informazioni dal 2016 all’inizio di quest’anno. Le disparità esistono. Ad Amburgo i Grünen si attestano al 24,2%, mentre nel Saarland si fermano al 4%. A Brema, in Baviera e in Assia, oscillano tra il 17 e il 19%.

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In Belgio arriva il governo “Vivaldi”

Si chiama coalizione “Vivaldi”, dalle quattro famiglie politiche che compongono quello che dopo 17 mesi è ufficialmente il nuovo governo belga. Verdi, socialisti, liberali e social-cristiani hanno, infatti, giurato davanti al Re pochi giorni fa. Un’altra vittoria per il partito ambientalista, che è tornato dopo 17 anni. I ministri green sono arrivati alla cerimonia in car sharing, con macchina elettrica.

I risultati ambiziosi sono ripresi a quasi vent’anni di distanza: l’uscita dal nucleare entro il 2025, ridurre le emissioni di un ulteriore 55% entro il 2030, portare il Paese ad avere una visione più inclusiva e sostenibile. La nuova vice-primo ministro verde del Belgio sarà Petra De Sutter, ministra della funzione pubblica. Al ministero dell’energia. fondamentale la presenza della verde Tinne Van der Straeten.

I verdi vincono in Europa: in un post Facebook, la Federazione Verdi italiana si congratula con Petra De Sutter. (credit: facebook/federazioneverdi)

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I verdi vincono in Europa…e in Italia?

In Italia, il risultato alle ultime elezioni è in crescita, ma rimane comunque contenuto. Elena Grandi, co-portavoce della Federazione dei Verdi, il 26 settembre ha confermato il passo in avanti. «In queste elezioni abbiamo ottenuto un grande risultato. Oltre ogni aspettativa. Abbiamo fatto qualcosa di straordinario: con poche forze, pochi soldi, poco tempo, nessun sostegno mediatico (al solito). Con il Covid. E con in sovrappiù la campagna per il no al referendum, che ci ha visti in prima linea.

Abbiamo fatto in molte zone percentuali ben oltre il 3%, abbiamo saputo raccontare il nostro progetto. Abbiamo contribuito a dare un segnale molto forte anche riguardo al referendum: molti italiani hanno detto no e di questo si dovrà tenere conto. […] Parliamo con tutte e con tutti, procediamo nella costruzione di Europa Verde, abbattendo muri e istruendo ponti, ma sempre consapevoli del nostro essere ecologisti e Verdi.»

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Trasformare l’ondata verde in mare di idee e azioni

Il vento sta cambiando. L’ondata di voti “verdi” sottolinea la necessità di vedere la transizione energetica e la salvaguardia climatica come perni non solo per l’attivismo, ma come obiettivi per la politica. Il Green New Deal, le riforme verso filiere produttive e alimentari sostenibili sono le nuove sfide e le impellenti necessità per cambiare abitudini e poter vivere in un ambiente sano e non a discapito di esso.

La rotta deve essere ridisegnata e ampliata. L’orizzonte verso un futuro totalmente green è ancora lontano. Possiamo festeggiare, per un attimo, perché i Verdi vincono in Europa. Ora, dobbiamo impegnare tutte le forze politiche perchè adottino azioni che non vadano contro il pianeta in cui viviamo.

«Voli verso il nulla»: i nuovi viaggi insostenibili

Valigia in mano, check-in fatto: pronti alla partenza. Dopo mesi di astinenza, molti passeggeri potranno ricominciare a guardare il mondo dall’alto. Ma questo “ritorno alla normalità” esula completamente da ogni viaggio convenzionale: si salirà sull’aereo e, dopo un tour panoramico, si ritornerà a casa. Si chiamano «voli verso il nulla» e sono la nuova moda del momento. Così, si evita la quarantena una volta atterrati. In 10 minuti, tutti i biglietti sono stati venduti. A pagare le conseguenze di questo sfizio, c’è il pianeta.

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Voli verso il nulla

L’Australia viene definito uno Stato-continente: per estensione, è il sesto Paese più grande al mondo. Difficile poter percorrerlo in automobile, vista la diversità del paesaggio e le zone desertiche. L’ideale per riuscire a vedere le principali attrazioni turistiche è sorvolarne i siti di maggiore interesse storico e culturale. In questo modo, si raggiungeranno mete famose come la Grande Barriera Corallina, le isole Whitsundays e l’Uluru, il monolite sacro, visibile a chilometri di distanza.

Sette ore per ammirare dall’oblò e degustare i piatti preparati dallo chef Neil Perry. Anche il prezzo del viaggio è salato: dai 572 dollari ai 2754. Così, Qantas -che è la più grande compagnia aerea australiana- vuole mitigare gli effetti economici negativi dello stop dovuto alla pandemia.

“Per coloro a cui manca l’eccitazione del viaggio o che desiderano salutare (da lontano) amici e familiari che si trovano in un altro Stato, offriamo il volo panoramico Great Southern Land, utilizzando il nostro aereo B787 Dreamliner, solitamente riservato a tratte internazionali a lungo raggio, con le finestre più grandi di qualsiasi aereo passeggeri” si legge nel sito ufficiale di Qantas. Un’operazione di marketing per risanare, almeno in parte, le casse in perdita.

In ogni caso, «è probabilmente il volo che è diventato sold-out in minor tempo nella storia della compagnia» ha affermato Alan Joyce, CEO dell’azienda.

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Altri esempi di voli verso il nulla: Taiwan

Quello australiano non è l’unico esempio di viaggi verso il nulla. Le restrizioni imposte in tutta l’Asia hanno portato le compagnie a cercare il modo per evitare il fallimento.

I cosiddetti “voli falsi” sono stati pensati a giugno a Taiwan. I passeggeri si sono recati all’aeroporto internazionale di Taipei, hanno passato le misure di sicurezza e sono stati imbarcati. I fortunati sono stati selezionati attraverso una lotteria social, postata sull’account Facebook ufficiale. Più di 7000 persone hanno tentato di salire a bordo, 180 sono risultate vincitrici. Un tour di mezza giornata, per tornare alla normalità.

Vista la grande partecipazione, si è deciso di riproporre il viaggio per la festa del papà, che a Taiwan si celebra l’8 agosto. Così, EVA Air ha messo a disposizione il suo A330, chiamato Hello Kitty Dream jet. Una modalità innovativa, con tutti i comfort riservati alle classi elevate: wi-fi a bordo, varie modalità di svago e un pasto creato da uno chef stellato. Il tutto per la modica cifra di 180 dollari.

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Viaggi panoramici…e un po’ tristi

La compagnia giapponese ANA ha proposto un volo panoramico di un’ora e mezza sulla tratta Narita-Honolulu. I viaggiatori, accolti dal personale di bordo, potranno scorgere le Hawaii. Addirittura, coloro i quali si presenteranno con una camicia a fiori, avranno ulteriori sconti. In ogni caso, si sottolineano l’affidabilità e la sicurezza.

Anche la Singapore Airlines sta puntando sui voli verso il nulla, prevedendo una loro comparsa sul mercato per fine ottobre. Le idee sono molte e, come ribadito dalla compagnia a CNN Travel, le modalità di erogazione del servizio saranno molteplici, per soddisfare la voglia di immaginare di varcare i confini dello Stato. Questo è possibile anche grazie a sussidi statali, forniti per aiutare il settore in questo periodo difficile.

IATA, l’Associazione Internazionale Trasporto Aereo, conferma che, per ritornare ai flussi pre-Covid, si dovrà attendere il 2024.

Il vero costo del biglietto

Il report pubblicato da ICCT (The International Council on Clean Transportation) per l’anno 2018 confermava l’aumento di gas serra sprigionati dai voli. L’anidride carbonica dovuta ai viaggi commerciali è aumentata del 32% negli ultimi sette anni rispetto alle 765 milioni di tonnellate di CO2 del 2013. La maggior parte sono domestic flights, ossia spostamenti all’interno del proprio Stato. In Asia, si sono registrati i tassi maggiori di emissioni.

I voli verso il nulla sono, ancora una volta, la dimostrazione che si deve cambiare mentalità per poter salvare il pianeta dalla crisi ambientale. Gli aerei ci permettevano di coprire grandi distanze in un tempo considerevolmente minore rispetto alla nave o all’automobile. Ma questa emergenza deve farci aprire gli occhi sulle azioni superflue e le comodità a cui eravamo abituati e che non ci possiamo più permettere.