Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta

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L’umanità si trova a un bivio: deve scegliere se continuare a vivere sfruttando le risorse della Terra come se fossero infinite, oppure destarsi, finalmente, dal torpore degli annunci e iniziare a cambiare concretamente. Il quinto report Onu sulla biodiversità – Global Biodiversity Outlook 5 – riassume lo stato in cui versa la natura, condividendo le azioni che hanno impattato in modo positivo sull’ambiente. Le soluzioni devono essere trovate e messe in pratica. Non rimane più tempo!

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Biodiversità a rischio: come proteggerla, come proteggerci

Sono ormai trascorsi dieci anni dal Protocollo di Nagoya. Il documento aveva l’obiettivo di rendere più democratici i benefici genetici derivanti dal progresso in ambito scientifico e tecnologico. Così, gli Stati avrebbero contribuito anche alla conservazione della diversità biologica, rimanendo vigili sulla sostenibilità e sui diritti. Questo accordo andava a rafforzare il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza, adottato nel gennaio del 2000 ed entrato in vigore nel 2003. Era necessaria una revisione, visto il lancio imminente della Strategia 2011-2020.

Ora, si tirano le somme degli sforzi che i governi e gli attori politici hanno messo in atto per contrastare la perdita di varietà a rischio. Nonostante alcuni slanci positivi, i risultati non sono confortanti. «Ma devo essere brutalmente onesta: il mondo non ha raggiunto gli obiettivi prefissati e non siamo nemmeno sulla strada giusta» ha aggiunto Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica, alla presentazione del report.

Le minacce ambientali da scongiurare sono molteplici. Il declino è visibile e si sta intensificando: gli ecosistemi si stanno degradando o, addirittura, scompaiono.

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I risultati del documento

Il report Onu sulla biodiversità è lo strumento per capire quanto è stato fatto e delineare il percorso da seguire nei prossimi anni. I dati sono stati forniti da 167 Paesi e il testo è stato integrato con 675 ricerche scientifiche.

L’introduzione si concentra sulla biodiversità per lo Sviluppo Sostenibile, collegando questo aspetto agli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) dell’Onu. Essendo profondamente legati, il raggiungimento di alcuni rafforza il miglioramento di tutto l’ecosistema.

Il focus, poi, si sposta sugli Obiettivi di Aichi, ossia i 20 target adottati durante la Conferenza di Nagoya. Si mettono in relazione la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni e gli indicatori, per visualizzare i cambiamenti avvenuti: nessuno è stato raggiunto pienamente; sei, solamente parzialmente. In altri casi, siamo ancora fuori rotta. Si pensi, infatti, che si spendono ancora 500 miliardi di dollari in sussidi ambientalmente dannosi.

Ma ci sono anche buone notizie: le politiche di prevenzione hanno anche permesso la sopravvivenza di alcuni specie animali a rischio estinzione. Il loro numero arriva sino a cinquanta. Questo è stato possibile dal 1993, attraverso la messa in atto di restrizioni, controlli sulla specie aliene e invasive, conservazione ex situ e la reintroduzione in aree protette.

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Tre azioni dal report Onu sulla biodiversità

Tre sono le azioni evidenziate dagli esperti. La prima è affidata ai governi nazionali: devono aumentare le loro ambizioni a livello statale, per poi aiutare la media mondiale e formare nuove prospettive di protezione ambientale efficaci. Anche la seconda è affidata alla politica, visto che non si può tralasciare un tema così importante. La diversità biologica deve divenire il cuore della visione a medio-lungo termine, punto centrale del processo decisionale. La terza, infine è rivolta a tutti: le nostre azioni concorrono al miglioramento o al peggioramento del pianeta. Per questo, rallentare il cambiamento climatico deve divenire una priorità.

La prospettiva, quest’anno, è ulteriormente cambiata, a fronte della pandemia da Covid-19. Ha dimostrato come l’equilibrio tra l’essere umano e la natura è in continuo mutamento. Il virus, trasmesso dagli animali, ha messo in luce tutta la pericolosità di ritenerci superiori e sovraordinati rispetto alla fauna e alla flora terrestri.

Sono tre le parole chiave che bisogna tenere a mente: conservare, ripristinare, utilizzare in modo oculato. La connessione deve essere ribadita, sempre: più pensiamo di poter essere autosufficienti, più paghiamo le conseguenze della nostra tracotanza. A soffrirne saranno la nostra salute, le nostre economie e la società.

La strada verso il 2050

Il cambiamento climatico non è, al momento, la causa principale di perdita di biodiversità, ma lo diventerà se non saremo capaci di mantenere l’aumento di temperatura globale sotto 1,5°C. A questo proposito, sono otto le transizioni da compiere per poter vivere in armonia con la natura. Esse spaziano dall’agricoltura alla pesca, dalla filiera alimentare alle città, passando per la sanità e la protezione delle foreste.

La posta in gioco è alta: si rischia la sesta estinzione di massa. Solamente prendendo atto di questo, si può pensare di agire immediatamente, riducendo i rischi futuri. La responsabilità è di tutti: abbiamo gli strumenti, la tecnologia, la possibilità di cambiare veramente.

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I prossimi passi da compiere per la biodiversità

Abbiamo fallito? «La domanda è giusta, perchè non siamo arrivati dove avremmo voluto» risponde Inge Andersen, direttore esecutivo del Programma Ambiente dell’Onu durante la presentazione. «Non è sufficiente essere d’accordo sull’approvazione di nuovi target […], bisogna essere in grado di disaggregarli a livello nazionale in modo che possano essere raggiunti

Bisogna imparare dagli errori del passato. Ripensare ai nuovi obiettivi in modo più semplice deve prima farci interrogare sul fallimento di quelli che si erano posti dieci anni fa. Ma non è più sufficiente. I governi devono prendersi la responsabilità di coinvolgere la popolazione in un cambiamento reale e profondo. Ci sono gruppi vulnerabili e minoranze che ancora soffrono le conseguenze in modo marcato, ma che, allo stesso tempo, sono in prima linea per la conservazione e il ripristino del pianeta.

Un uso sostenibile delle risorse può permettere il nostro benessere: il momento è ora.

Medicane: l’uragano mediterraneo minaccia l’Europa

Si chiama Medicane: combinazione delle parole inglesi “Mediterranean” e “hurricane” e si è, nuovamente, formato nel nostro mare . Ianos, infatti, è un uragano mediterraneo che «ha traslato il suo baricentro verso lo Ionio e lambisce l’Italia, in particolare Sicilia e Calabria, dove sono in atto piogge e temporali.» La spiegazione del meteorologo Riccardo Ravagnan a La Stampa delinea una situazione pericolosa per il nostro Paese, ma catastrofica per la Grecia, dove si è abbattuto il 18 settembre.

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Nascita e vita di un uragano mediterraneo

Più piccolo di quelli atlantici, può comunque causare danni ingenti. Si forma solitamente a fine estate, quando le temperature miti dell’acqua sono più alte di quelle dell’aria. Traendo l’energia dal mare, il ciclone si rafforza con il calore e l’umidità. I venti, acquistando velocità, possono portare a precipitazione violente, con conseguenze nefaste sulle coste.

Il vortice, che in un primo momento aveva perso forza, si è riorganizzato. Questo processo è dovuto alle temperature delle acque superficiali, che hanno raggiunto picchi di 27-28 °C. Così, vicino alle coste libiche, si è rivitalizzato. Le previsioni erano catastrofiche. Secondo alcuni modelli matematici, le raffiche avrebbero raggiunto i 200 km/h. Secondo altri, si sarebbero sfiorati, addirittura, i 225 km/h.

«La caratteristiche essenziale è il “cuore caldo” (warm core in termine tecnico), ben presente soprattutto nei bassi strati, con temperature di oltre i +2°C +3°C (se non pure più) rispetto all’ambiente circostante.» ha aggiunto il meteorologo Carlo Testa. Questi cicloni possono conservare una potenza enorme, nonostante abbiamo meno spazio per svilupparsi rispetto a quelli oceanici.

La mattina del 18 settembre, Cefalonia si è risvegliata con un paesaggio inquietante, nonostante l’aumento della pressione atmosferica e l’abbassamento del livello del mare.

Già il portavoce del governo, Stelios Petsas, aveva messo in guardia: «L’impatto di Ianos, dobbiamo essere chiari, sarà simile a quello di una forte tempesta ma di maggiore intensità, estensione e durata.»

L’impatto del medicane sulla costa greca

L’impatto è stato devastante. Meteo.gr, ente preposto al monitoraggio meteorologico, aggiorna i cittadini. La situazione è pericolosa. Si chiede ai greci di evitare viaggi non strettamente necessari a Cefalonia, Zante e Itaca. Inoltre, si allegano immagini di alberi sradicati e oggetti volanti, spazzati via dalla tempesta.

Un video immortala le raffiche incessanti, che preoccupano la popolazione.

Non è la prima volta per un uragano mediterraneo

Già due anni fa, a fine settembre, Zorba si era scagliato sulla penisola ellenica. Piogge torrenziali ne avevano accompagnato l’arrivo. In poche ore, tre persone venivano state dichiarate scomparse dalla TV nazionale. I vigili del fuoco avevano ricevuto migliaia di segnalazioni da parte della popolazione, intrappolata nelle proprie case, talvolta scoperchiate.

Nonostante i medicane siano eventi rari, il loro numero si sta intensificando. La tendenza sarebbe quella dei cicloni tropicali: a una diminuzione degli eventi, l’intensità aumenterebbe, portando a conseguenze catastrofiche. Giovanni Coppini, direttore della divisione Opa (Ocean Predictions and Applications) del Cmcc, il Centro Mediterraneo sui cambiamenti climatici avverte:

«Quello che possiamo aspettarci è che l’innalzamento della temperatura del mare porti a un aumento dell’intensità dei Medicane, con pioggia e venti estremi che possono arrivare a 150 km/h, ma non a un numero maggiore di questo tipo di tempeste estreme. Il Medicane rimane un evento raro.»

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Medicane e cambiamento climatico

Collegare la formazione di questo uragano mediterraneo al cambiamento climatico è complesso. Le valutazioni da effettuare sono molteplici, come sottolinea Antonello Pasini, fisico e divulgatore scientifico. L’aggravamento della situazione italiana è notevole: per ragioni termodinamiche, è più probabile che i medicane possano infrangersi anche sulle nostre coste. D’altra parte, però, non è detto che il numero dei fenomeni salga, visto che dipendono dalla circolazione marina.

Non eravamo abituati a concepire che eventi estremi di questa entità potessero accadere anche nel Mediterraneo. Questo problema si aggiunge alle già molteplici difficoltà che devono essere affrontate dalle isole e dalle città costiere. L’innalzamento del livello del mare e il suo riscaldamento sono fenomeni da osservare costantemente. Inoltre, è necessario collegare più fattori profondamente collegati tra loro, per poter far affiorare una vera strategia per la mitigazione e l’adattamento.

Wwf, 16 strategie dal campo alla tavola

La produzione e il consumo di alimenti sono due fattori fondamentali su cui intervenire per salvare il clima. Per questo motivo, il WWF, UNEP (United Nations Environmental Programme), EAT e Climate Focus hanno collaborato per redigere un testo comune. 16 strategie “dal campo alla tavola”, da mettere in atto a livello politico. Una sfida che porterebbe sulla nostra tavola cibo sostenibile e contribuirebbe alla riduzione del 25% delle emissioni globali. Così, è nato Enhancing NDCs for Food Systems.

L’impatto dell’industria alimentare

Il comparto alimentare è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di almeno il 15% delle emissioni globali. Cifra che raddoppia ed in alcuni casi triplica, a seconda del tipo di ricerca condotto. Ecco perché il WWF, insieme agli altri enti sopra citati, incita ad un profondo cambiamento di questo settore. Prima di capire si possa fare a livello di filiera, andiamo a vedere cosa puoi fare tu per abbassare l’impronta ecologica della tua dieta:

  • Riduci il consumo di alimenti di origine animale: se proprio non puoi farne a meno, scegli il tipo di carne o di formaggio con il minor impatto. Ad esempio, il latte di capra e pecora è più sostenibile di quello di mucca, così come il pollo è più sostenibile del maiale che a sua volta è più sostenibile del manzo.
  • Compra a kilometro zero: più la filiera di un cibo è corta, più si ha certezza sulla sua provenienza, più sarà sostenibile. I mercati e le bancarelle a kilometro zero stanno spopolando in Italia e sarà facile trovarne uno facilmente accessibile vicino a casa tua.
  • Scegli frutta e verdura di stagione: la stagionalità dei prodotti assicura un processo di maturazione naturale di questi ultimi. Inoltre, la frutta e la verdura di stagione è molto più buona e, spesso, anche meno cara.
  • Valuta se iniziare ad adottare una dieta vegana o vegetariana part-time. Non rinuncerai a nessun tipo di alimento e l’ambiente ti ringrazierà.

Ora che sai cosa puoi fare tu, andiamo a vedere quali sono le strategie che andrebbero messe in campo da parte degli Stati.

Vecchi focus, nuove strategie

Gli NDC sono i contributi determinati a livello nazionale. Si tratta di un punto cruciale del Trattato di Parigi. Gli Stati, infatti, sono invitati a redigere un report sugli obiettivi da realizzare post 2020. Ogni cinque anni, verranno discusse le misure di mitigazione, aggiornando quelle esistenti. Così, le azioni per l’adattamento, la riduzione delle disuguaglianze climatiche e altri goal verranno descritti classificandoli negli NDC.

I target sono a lungo termine. Ma cosa c’entrano questi contributi con l’emergenza climatica?

Tutti devono collaborare a salvare il pianeta: nessuno escluso. La classe politica ha la possibilità di ripensare radicalmente al modo di produrre e consumare cibo, rivedendo i criteri della sostenibilità alimentare. Questa riflessione deve avvenire nel più breve tempo possibile. Così, il direttore generale WWF-International, ricorda come «per trasformare i sistemi alimentari e raggiungere un futuro a 1,5°C sono necessari impegni ambiziosi, scadenzati nel tempo e misurabili. […] Ecco perché esortiamo i Governi a includere una strategia per avere sistemi alimentari rispettosi e positivi per il clima e per la natura nei nuovi e più ambiziosi NDC presentati quest’anno».

La trasformazione del food system è profonda. Ecco perché prima di cambiare, bisogna conoscere le abitudini alimentari: quanto produciamo, utilizziamo e sprechiamo. I passi, finora, sono impacciati. Il piano d’azione deve essere chiaro e condiviso dalla maggior parte della popolazione. Spiegare bene e in modo preciso i vantaggi di una modificazione delle abitudini aiuta a iniziare il processo di transizione verso l’adozione di una dieta ecosostenibile. Una narrazione comune e approvata dai vari livelli istituzionali è necessaria e auspicabile.

Linee guida per la transizione verso cibi sostenibili

Anche questa volta, le proposte sono molte. Intervenire sulle modalità di produzione del cibo è alla base di un nuovo metodo di prevenzione e aumenta la resilienza del territorio. Non si può continuare a sfruttare la terra, come se fosse una risorsa infinita. Puntare sull’agroecologia e supportare l’agrodiversità promuoverebbe stili di vita più ecocompatibili.

Gli investimenti cardine risiedono nell’utilizzo efficiente delle risorse – specialmente quelle idriche – e sulla digitalizzazione, che permette la tracciabilità del prodotto.

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Dal campo alla tavola: le 16 strategie del WWF

Le proposte dei quattro enti firmatari del report sono chiare. Per far sì che vengano intese ancora meglio, hanno collegato tutte le idee agli SDGs corrispondenti, così da unire gli NDC agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.

Le 16 strategie inglobano l’intera filiera produttiva.

Nel 2010, la conversione di foreste e savane in territorio coltivabile è stato responsabile del 19% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Questa pratica è dannosa non solo per le specie che le abitano, ma anche per il suolo, che si impoverisce irrimediabilmente. Ripristinare le praterie è benefico anche per contrastare gli incendi e le siccità.

La scelta delle sementi da piantare è un altro punto chiave. La rotazione aumenterebbe la fertilità dei campi e, con essa. la loro capacità di sequestrare CO2.

Promuovere nuove colture è utile a livello ambientale. L’11% delle emissioni globali di ossido di diazoto (N2O) proviene dalle coltivazioni di riso. Un efficientamento del drenaggio porterebbe vantaggi sia alla produttività, sia agli standard di vita dei contadini.

Il monitoraggio deve avvenire anche per le foreste. Il potenziale di mitigazione è alto: si potrebbero assorbire fino a 7,5 gigatonnellate di CO2 all’anno. Per fare ciò, devono essere imposte regole ferree sulla riduzione dei pesticidi, per combattere l’erosione del suolo e migliorare i microclimi coesistenti.

Sottoterra: perché dobbiamo riportare la qualità attraverso il cibo sostenibile

Impegnarsi su più fronti, per avere una visione globale del danno che produciamo. L’impatto dei fertilizzanti è devastante. Solamente tra il 1970 e il 2010, l’utilizzo di queste sostanze è salito del 200%. La riduzione deve essere massiccia, per dare spazio a nuove tecniche e rigenerare le risorse ormai inquinate.

Tornando in superficie, la situazione non migliora. I terreni dissodati producono, al netto, il 20% di emissioni globali in più rispetto ad altri suoli. Spingere verso pratiche rigenerative significa credere nel futuro di questi territori, destinati, altrimenti, al declino.

Diversificare è il verbo della rivoluzione verde. Sposterebbe il focus dal solo profitto all’equilibrio ambientale: una produzione che faccia bene a tutti. Il supporto ai piccoli agricoltori incide sulla loro qualità della vita e diminuirebbe il rischio di povertà e di fame.

Coltivazione e allevamento devono essere cambiati insieme. La diminuzione della fermentazione enterica e la gestione del letame possono portare a una mitigazione ipotizzabile del 42% entro il 2050. Una vittoria non da poco.

Un allevamento a bassa intensità promuove non solo il benessere animale, ma anche il ritorno a un utilizzo più consapevole del foraggio. Sempre più campi vengono destinati all’alimentazione animale. Rivedere i paradigmi di alimentazione gioverebbe all’intera filiera.

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Le 16 strategie: l’impatto della filiera

«Eliminare il consumo eccessivo di carne, migliorare le strutture di stoccaggio e ridurre gli sprechi alimentari fa bene alla nostra salute e migliora la sicurezza alimentare. Con una lista di indicazioni ed esempi concreti di attività e obiettivi, questo nuovo report fornisce ai responsabili politici una guida per integrare i sistemi alimentari nelle loro strategie nazionali sul clima», ha detto Charlotte Streck, co-fondatrice e direttrice di Climate Focus.

L’alimentazione e le diete, quindi, impattano in modo decisivo, ma vengono ampiamente ignorate, ricorda il WWF. Lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento diventano anelli decisivi della catena produttiva. Pilotare e apprezzare nuovi modelli di consumo sostenibile per ridurre lo spreco e promuovere il commercio locale sono tra gli obiettivi con le conseguenze più apprezzabili.

Comprare ciò che si può produrre vicino al consumatore riduce non solo i costi di importazione, ma anche le emissioni collegate allo spostamento delle merci. Tra il 29% e il 39% dell’inquinamento da deforestazione è dovuto al commercio internazionale di beni. Di solito, i Paesi produttori si specializzano in monocolture, che distruggono la biodiversità.

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Aumentare il consumo etico e di cibo sostenibile

Invogliare al consumo alimentare incentrato sulla sostenibilità sembra un’utopia. Ma salute umana e benessere della fauna e della flora possono coesistere. Così facendo, si eviterebbero malattie dovute all’eccesso o alla scarsità di cibo, disturbi alimentari e cardiovascolari. Inoltre, si ridarebbe slancio all’economia locale e basata sui prodotti del territorio.

Informare è importante; prendere atto delle possibilità del consumatore lo è altrettanto. Le 16 strategie del WWF sono una tra le tante proposte. L’obiettivo è comune: riuscire a rendere vivibile questo pianeta per molte generazioni a venire.

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Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

trivellazioni in alaska
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Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

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«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

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Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

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«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

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Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.

È tempo di proteggere la foresta australiana

«L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra.» Queste le parole di David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania, all’inizio di quest’anno. Le fiamme hanno inghiottito, solamente nell’ultimo anno e mezzo, più di 85 mila chilometri quadrati di foresta australiana, uccidendo e mettendo in pericolo la sopravvivenza delle specie che la abitavano. La situazione, dapprima fuori controllo, ora è monitorata costantemente. Ma il recupero e il ripristino della flora e della fauna danneggiate sembrano ancora un obiettivo lontano.

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La foresta australiana è in pericolo

A gennaio, tutto il mondo era incollato alla televisione, guardando le terribili immagini che provenivano dall’Australia. Si condividevano i video degli incendi e degli animali in fuga, cercando di trovare una soluzione. Poi, altre emergenze hanno catalizzato l’attenzione mediatica. Ma la distruzione di migliaia di ettari di foresta è continuata, arrestandosi solamente alcuni mesi dopo.

Per questo motivo, la biodiversità australiana è stata gravemente danneggiata dagli incendi divampati tra il 2019 e il 2020. Nessun altro disastro ha causato così tante conseguenze negative. Si calcola che 471 piante, 213 specie di invertebrati e 92 di vertebrati siano a rischio. In alcuni casi, il 100% degli animali è morto tra le fiamme.

Gli scienziati commentano come “l’intensità, la ferocia e la velocità delle fiamme non avevano risparmiato nulla. Il terreno della precedente foresta era una distesa di morte e distruzione. Canguri carbonizzati, wallaby, cervi, opossum e uccelli erano ovunque.”

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Flora, Fauna, Fuoco

Il ricercatore Andrew Peters ammette: “Ho guardato al microscopio all’interno di un topo morto e non potevo credere ai miei occhi. Migliaia di piccole particelle di fumo rivestivano i suoi polmoni.” L’animale, però, non era stato direttamente a contatto con il fuoco, visto che si trovava a più di 50 chilometri dall’incendio più vicino.

Non sono solo fiamme. Prima, una siccità imprevista e duratura ha indebolito la vegetazione, seccandola. Boschi millenari sono diventati vulnerabili. All’interno della ricerca condotta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), attenzione particolare è stata data alle mangrovie, che sono una parte importante della foresta primaria, dominando una porzione del territorio nazionale. Purtroppo, però, negli ultimi decenni sono diminuite, minacciando la diversità ecosistemica.

Tra il 2000 e il 2015, il decremento è stato visibile soprattutto nello Stato di Vittoria. A differenza degli alberi di eucalipto, le foreste pluviali non si sono adattate a tollerare il fuoco. Così, quando l’incendio divampa, si apre una breccia verso l’interno, permettendo a specie aliene di invaderne il territorio e a quelle autoctone di scappare.Immagini dei koala e dei canguri che scappano sono il simbolo di una nazione in ginocchio. Ma oltre a questi esemplari iconici del paesaggio australiano, non si devono dimenticare migliaia di altri vertebrati e invertebrati.

I fiumi, già in secca, hanno visto aumentare il livello di cenere e terreno bruciato, togliendo ossigeno ai pesci, che sono morti soffocati. Alcuni animali esistono solo nelle isole. “Siamo qui per fermare che diventino estinti.”, commenta Sarah Barrett, dal parco nazionale Stirling Range. Oltre a questa emergenza, deve fare i conti con infezioni importate e il cambiamento climatico.

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L’insostenibile stato di declino australiano

Il giornale inglese The Guardian è uno dei più attenti alle questioni ambientali. Per questo, la sua sezione oltreoceano ha seguito attentamente ciò che stava accadendo alla foresta australiana. Gli standard nazionali non sono sufficienti. La percezione da parte della popolazione è che debba essere il governo a spingere per nuove, e più stringenti regolamentazioni.

Uno studio del Centro per la Biodiversità e per le Scienze della Conservazione dello scorso settembre ha portato alla luce dei dati sconvolgenti. La legge per contrastare l’estinzione risale al 1999. Nonostante ciò, il monitoraggio costante a livello satellitare, ha visto la correlazione tra la distruzione del manto boschivo e il rischio di morte di molte specie autoctone.

Nelle conclusioni si mettono in discussione le azioni legislative del Paese per proteggere l’intero habitat naturale. Senza nuove regole, gli sforzi di adattamento e mitigazioni saranno vani.

La traiettoria deve essere aggiustata. I ritardi nell’osservazione e catalogazione delle specie sono evidenti. Molto spesso, i piani non sono adeguatamente aggiornati. Questo comporta il fallimento nella protezione dell’intero territorio studiato.

La resilienza della foresta australiana

Nonostante la devastazione, la natura ha ripreso possesso delle aree danneggiate. Già a metà 2020, si potevano notare dai satelliti i primi segni di riforestazione.

Il portale The Conversation ha seguito gli eventi catastrofici e studiato le conseguenze sull’ambiente, gli animale e la popolazione indigena, constatando che con l’accelerazione del cambiamento climatico, gli effetti sono più gravi. Così, il paesaggio potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Alcune telecamere posizionate nella foresta australiana per filmare alcune specie rare si sono sciolte durante l’incendio. Animali terrorizzati tentavano di mettersi in salvo. Il giornale ha anche stilato un elenco di varietà di uccelli, mammiferi, pesci, insetti e piante in pericolo.

Il ministero per l’agricoltura, risorse idriche e ambiente del governo australiano ha creato una task force di esperti per ricominciare la piantumazione e riprendere la vita nelle regioni bruciate.

Ci sono racconti di resistenza e rinascita che iniziano con un evento negativo. Sicuramente, gli incendi che hanno distrutto la foresta australiana ne sono un esempio. È tempo di impegnarsi per il ripristino e risanamento del territorio.

Ora è tempo di scegliere il futuro che vogliamo!

Si inizia riconoscendo il problema e localizzandolo. Il Global Forest Watch (GFW) è una piattaforma online che fornisce dati e strumenti per il monitoraggio delle foreste, in modo che ognuno possa entrare in possesso di informazioni in tempo reale su dove e come siamo in atto dei cambiamenti.

La foresta australiana è monitorata costantemente dal Global Forest Watch. Qui, si posso avere i dati sui mutamenti negli ultimi anni. (schermata dal sito)

Ma non basta, bisogna progettare il futuro. Più vasta è l’area interessata, più difficile sarà la ricolonizzazione. Per le specie che hanno un tasso di riproduzione basso è ancora più difficile ripopolare. Piccoli mammiferi, che possono sopravvivere sul breve periodo, si ritroverebbero in condizioni pessime nei mesi successivi.

L’introduzione di piante o animali alieni avrebbe un impatto devastante nei confronti di quelli nativi. Il lasso temporale da considerare è, comunque, considerevole. Gli acquazzoni di febbraio, che hanno rallentato il fuoco, hanno causato un danno più grande rispetto ai roghi. Chi non moriva asfissiato, annegava o veniva intossicato.

L’estate nera, come è stata ribattezzata dai media e dagli scienziati, non è ancora terminata. Una risposta collettiva e forte deve arrivare: dalle istituzioni, dai cittadini, dalla comunità internazionale. Continuare a pensare di non essere intaccati da questi fenomeni è anacronistico e sbagliato.

Ecobonus moto e scooter elettrici o ibridi: ecco cosa sapere

Il decreto Rilancio del 19 maggio è legge. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale dalla legge 17 luglio 2020, n.77, elenca come usufruire dell’ecobonus per l’acquisto di moto e scooter elettrici o ibridi. I fondi sono aumentati di 100 milioni per il 2020 e di ulteriori 200 milioni per l’anno successivo.

Cosa dice la legge?

Tra le misure di sostegno alle imprese e all’economia c’è l’ecobonus moto e scooter. All’articolo 44bis, si legge: “Nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di aiuti di Stato, a coloro che, nell’anno 2020, acquistano, anche in locazione finanziaria, e immatricolano in Italia un veicolo elettrico o ibrido nuovo di fabbrica delle categorie L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e e L7e e’ riconosciuto un contributo pari al 30 per cento del prezzo di acquisto, fino a un massimo di 3.000 euro.

Il contributo di cui al primo periodo è pari al 40 per cento del prezzo di acquisto, fino a un massimo di 4.000 euro, nel caso sia consegnato per la rottamazione un veicolo di categoria euro 0, 1, 2 o 3 ovvero un veicolo che sia stato oggetto di ritargatura obbligatoria ai sensi del decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 2 febbraio 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 76 del 2 aprile 2011, di cui si e’ proprietari o intestatari da almeno dodici mesi”.

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Come posso avere l’ecobonus?

Ogni soggetto può richiedere l’ecobonus per un massimo di 500 veicoli all’anno. Il contributo è del 30% fino a 3000 euro, senza rottamazione. Arriva al 40% e 4000 euro con rottamazione. La prenotazione avverrà attraverso la piattaforma del Ministero dello Sviluppo Economico. Su ecobonus.mise.gov.it è possibile richiedere lo sconto dal 22 luglio. Il rivenditore si farà carico della gestione della pratica.

Alcune amministrazione locali hanno lanciato ulteriori incentivi per invogliare all’acquisto. Ad esempio, il comune di Milano prevede per i suoi residenti uno sconto aggiuntivo dal 40% al 55%. Tutto dipende dalla rottamazione o meno del mezzo: il valore si aggira fino al 3000 euro.

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Quali veicoli posso comprare con l’ecobonus moto e scooter?

Ecco le categorie di veicoli menzionate nel Decreto Legge, che possono essere comprate con l’ecobonus moto.

  • L1e: veicolo a due ruote con cilindrata non superiore ai 50 cc e che non supera i 45 km/h;
  • L2e: veicolo a tre ruote con cilindrata non superiore ai 50 cc e che non supera i 45 km/h;
  • L3e: veicolo a due ruote con cilindrata non superiore ai 50 cc e che supera i 45 km/h;
  • L4e: veicolo a tre ruote asimmetriche con cilindrata superiore ai 50 cc e che supera i 45 km/h;
  • L5e: veicolo a tre ruote simmetriche con cilindrata superiore ai 50 cc e che supera i 45 km/h;
  • L6e: quadriciclo leggero che non supera i 350 kg (batterie elettriche escluse), con velocità massima di 45 km/h e cilindrata non superiore ai 50 cm cubici;
  • L7e: quadricicli leggeri (diversi dai L6e) con massa a vuoto che non superi i 400 kg. La potenza massima è di 15 kW.

Definizione di “veicolo a due ruote a trazione elettrica o ibrida”

Il Ministero dello Sviluppo economico ha pubblicato le definizioni di veicoli a trazione elettrica e ibrida. Questi mezzi sono agevolabili attraverso l’ecobonus.

Trazione elettrica: veicoli dotati di motorizzazione finalizzata alla sola trazione di tipo elettrico, con energia per la trazione esclusivamente di tipo elettrico e completamente immagazzinata a bordo.

Trazione ibrida:

  • […] dotati di almeno una motorizzazione elettrica finalizzata alla trazione con la presenza a bordo di un motogeneratore termico volto alla sola generazione di energia elettrica, che integra una fonte di energia elettrica disponibile a bordo (funzionamento ibrido).
  • […] dotati di almeno una motorizzazione elettrica finalizzata alla trazione con la presenza a bordo di una motorizzazione di tipo termico volta direttamente alla trazione, con possibilità di garantire il normale esercizio del veicolo anche mediante il funzionamento autonomo di una sola delle motorizzazioni esistenti (funzionamento ibrido bimodale;
  • […] dotati di almeno una motorizzazione elettrica finalizzata alla trazione con la presenza a bordo di una motorizzazione di tipo termico volta sia alla trazione sia alla produzione di energia elettrica, con possibilità di garantire il normale esercizio del veicolo sia mediante il funzionamento contemporaneo delle due motorizzazioni presenti sia mediante il funzionamento autonomo di una sola di queste (funzionamento ibrido multimodale).”

Così potrete confrontare il vostro nuovo acquisto con le direttive del Ministero e richiederlo più facilmente a questo link: “Ecobonus: l’incentivo per la mobilità sostenibile”

Domande e risposte sull’ecobonus moto e scooter

Sempre il Ministero dello Sviluppo Economico ha voluto chiarire alcuni aspetti. In questo modo, le categorie che possono usufruire delle agevolazioni diventano più chiare.

A differenza degli incentivi per le auto (categoria M) che hanno un limite di kW, non sono previste soglie per i veicoli soprariportati appartenenti a L. Il pacco delle batterie è incluso nel prezzo di listino, visto che è parte del mezzo. L’ammontare della spesa deve essere inferiore ai 50 000 euro, compresi oprional, esclusi IVA e messa in strada.

Le agevolazioni sono previste solamente sul nuovo, omologato dal produttore. Impianti installati successivamente non fanno parte del pacchetto. Inoltre, devono essere acquistati e immatricolati in Italia nell’anno 2019 e 2020.

Non sono previsti sconti per le biciclette a pedalata assistita, visto che non sono comprese né in M che in L.

Per un’Italia che torna in sella

Questo decreto ha lo scopo di invogliare a cambiare i propri mezzi e valutare alternative di mobilità individuale e sostenibile. L’ecobonus moto e scooter vuole essere propulsore economico, per ricominciare a spostarsi, mantenendo lo sguardo vigile sull’ambiente.

Amazzonia: un grido d’aiuto dall’Assemblea Mondiale

“Ora basta! Vogliamo difendere la nostra cultura, la nostra Amazzonia, condividendola con l’umanità. E se tu sei addormentato, se tu credi di poter vivere […] senza il bacino dell’Amazzonia, […] svegliati! […] Ci rimane davvero poco tempo. Invito tutti e tutte, da differenti parti del mondo: lasciamo perdere l’egoismo, l’invidia, la rabbia. […] È in gioco la nostra vita e la nostra casa, la nostra foresta, la nostra permanenza sul pianeta.” Così Gregorio Mirabal, esponente del Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico (COICA), presenta l’Assemblea Mondiale per salvare il polmone verde del pianeta. Una due-giorni di denuncia collettiva. La lotta dei popoli che abitano quelle terre disboscate, incendiate e saccheggiate “dall’estrattivismo che violenta, obbedendo solo al potere e all’avidità”.

Amazzonizzati!: lo slogan dell’Assemblea Mondiale

Adesso o mai più. La pandemia in corso ha esacerbato i problemi che già esistevano prima del virus. “Questo tessuto nasce nell’angosciante certezza di sapere che non c’è più tempo. È ora di unirsi nella diversità dei saperi dei popoli di Abya Yala e del mondo, e nelle culture del prendersi cura, per restituire lo spirito della foresta all’umanità.” Una dichiarazione forte, un grido di disperazione. La compenetrazione tra uomo e natura è ancora più forte in questi territori. “I fiumi amazzonici ci attraversano, ci danno respiro, ci cantano canzoni di libertà; siamo figlie e figli della Terra e dell’Acqua, di cui le nostre radici si nutrono e in cui coesistono con le stelle del Giaguaro dell’Universo”.

È giunto il momento di rinascere. Utilizzano la metafora del parto: il dolore per nuova vita. Un tessuto ribelle di molti spiriti della foresta e del cemento. Tanti sono i protagonisti dell’Assemblea Mondiale che si è tenuta il 18 e 19 luglio, portando le istanze non solo delle loro comunità, ma facendo rete. I problemi, infatti, sono comuni. Le proposte sono volte a:

  • rafforzare il sistema di salute comunale interculturale in modo permanente;
  • posticipare l’attività di estrazione vicino alle comunità per non aumentare l’etnocidio;
  • proteggere i popoli in isolamento o contatto iniziale (PIACI);
  • sollecitare una missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità;
  • implementare il Piano di Azione per l’Amazzonia Indigena per eradicare 200 anni di esclusione e razzismo strutturale.

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L’Assemblea Mondiale contro lo sfruttamento dell’Amazzonia

“La deforestazione è una delle principali fonti di emissioni di gas a effetto serra in Perù. Si deve, in gran parte, al cambiamento nell’uso del suolo dato dall’ampliamento del terreno agricolo, ai progetti per nuove infrastrutture e alle attività estrattive legali e illegali”, ha continuato la delegazione peruviana, descrivendo la situazione sempre più difficile. Per mantenere il fragile equilibrio sarebbe necessario aumentare le possibilità di godere della sovranità alimentare, aiutando la medicina tradizionale e dando impulso a un’economia resiliente.

La critica contro le autorità è aspra. A fronte dei discorsi ufficiali del governo peruviano durante forum internazionali, la politica interna è poi basata sull’estrazione come volano per la riattivazione dell’economia. Grandi progetti idroelettrici e minerari minacciano fortemente non solo gli abitanti, ma anche e soprattutto la biodiversità di questo territorio.

Ecuador e Bolivia all’Assemblea Mondiale

L’appello è raccolto da altri Stati. “L’estrattivismo in Ecuador è un virus più pericoloso del Coronavirus“. La pandemia ha portato alla luce tutte le contraddizioni del Paese, aumentando l’instabilità, la violenza e la violazione dei diritti. I casi di positività al Covid-19 nella regione, a metà luglio, erano più di duemila. “Quando a tutti veniva detto: “Restate a casa”, le attvità nella foresta amazzonica hanno accelerato.”, senza nessun tipo di controllo. La rottura di tre oleodotti durante il lockdown ha causato danni disastrosi per i fiumi della regione e messo a repentaglio la salute delle specie autoctone. “Bisogna transitare verso un nuovo paradigma che privilegi la vita.” hanno ribadito con forza.

L’Ecuador è il primo Paese al mondo a garantire diritti alla natura costituzionalmente. “Si devono stimolare le energie rinnovabili, la agroecologia, la sovranità alimentare, il trasporto alternativo, il turismo sostenibile e l’economia circolare.”

Rita Saavedra, attivista boliviana, continua la lotta personale e collettiva. “Ora le nuove autorità cercano di introdurre illegalmente semi transgenici” per rimpiazzare le colture che danno sostentamento da secoli e che sono sostenibili dal punto di vista ambientale. Dopo il Brasile, la Bolivia diventerebbe il secondo Paese per utilizzo di OGM. Cristina Hernaiz, attivista ambientale Rìos de Pie, è sicura quando afferma: “la pendemia è una malattia sistemica, generata dallo sfruttamento capitalista e coloniale. Saimo qui per dire al mondo che desideriamo giustizia razziale, che storicamente ci ha schiavizzato. Ci ha condotto alla crisi climatica attuale.”

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L’Amazzonia è in grave pericolo

I problemi per la foresta amazzonica sono molteplici. Le stime dell’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia (IPAM) stanno monitorando la situazione. A giugno, grazie alle elaborazioni satellitari, sono stati individuati quasi 2300 incendi. È il numero più alto registrato dal 2007. La stagione estiva è quella in cui si registrano più roghi. Le cause, spesso, non sono naturali. Gli incendi dolosi, infatti, sono in costante aumento. Si cercano nuove terre in cui far pascolare il bestiame o coltivare abusivamente.

La deforestazione rimane una delle preoccupazioni più grandi. La riduzione delle aree verdi è aumentata del 55% nei primi quattro mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche per questo motivo, il Brasile ha messo a disposizione migliaia di soldati per la protezione della foresta amazzonica.

“Non vogliamo essere etichettati come antagonisti dell’ambiente” ha affermato Hamilton Mourao, vice presidente brasiliano. Il ministro dell’ambiente, Ricardo Salles, ha, però, sottolineato quanto l’emergenza sanitaria abbia aggravato la situazione. Non ha spiegato le motivazioni, ma spera che si argini la problematica.

La resilienza della foresta amazzonica

Le conclusioni di uno studio dell’Università di Lancaster frenano gli entusiasmi. L’abilità della foresta amazzonica di ricrescere sarebbe sovrastimata. La mitigazione è, infatti, inferiore, specialmente nei periodi di scarsità idrica. La crescita degli alberi ha rallentato, mentre le temperature sono aumentate di 0,1 °C ogni decennio.

“Con le siccità previste nel futuro, dobbiamo essere prudenti sull’abilità delle foreste secondarie di mitigare il cambiamento climatico. I nostri risultati hanno sottolineato la necessità di accordi internazionali per minimizzare gli impatti.” hanno sollecitato i ricercatori brasiliani e inglesi.

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Perchè dovremmo avere cura delle popolazioni indigene?

“La nostra stessa esistenza è intrinsecamente correlata al benessere e all’equilibrio del mondo naturale. Pertanto, mentre continuiamo a invadere e distruggere ecosistemi vitali – come barriere coralline e foreste pluviali tropicali – stiamo minando la nostra stessa sopravvivenza come specie umana e quella di molte altre specie vegetali e animali. La natura non chiamerà la polizia né ci farà causa in tribunale per questo, ci sta chiaramente mostrando che il cambiamento climatico è una sofferenza autoinflitta”. Così esordisce Ben Meeus, impiegato nel programma di difesa delle foreste pluviali, sponsorizzato dal Programma ambientale delle Nazioni Unite.

L’Assemblea Mondiale per l’Amazzonia è l’ultima tappa di un percorso di salvaguardia di queste popolazioni che vivono in sintonia con l’ambiente. Giocano un ruolo cruciale per la conservazione dell’habitat naturale e contro la perdita di biodiversità. Uno studio del 2018, intitolato Cornered by protected areas (Messi all’angolo dalle aree protette), stimola la riflessione sulle capacità di questi popoli. Nonostante gli annunci, i principali risultati della ricerca mettono in luce varie problematiche.

Agli annunci non hanno seguito le azioni. La Dichiarazione dei diritti dei Popoli Indigeni del 2007 è stato un passo significativo, ma non rivoluzionario. Le minoranze soffrono ancora del limitato riconoscimento e rispetto dei loro diritti.

La conservazione dei territori è una pratica che si sta espandendo, ma è fonte di ingiustizie per le popolazioni indigene, che si vedono costrette a emigrare e aumentando il disagio sociale. Le comunità rurali proteggono effettivamente la biodiversità e conservano al meglio il territorio, investendo in esso.

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Ristabilire l’equilibrio in Amazzonia

Dallo studio e dalle conclusione dell’Assemblea Mondiale emergono delle azioni urgenti da mettere in campo:

  • creare un meccanismo indipendente, trasparente, e globale di monitoraggio delle aree a rischio;
  • sviluppare un sistema nazionale di controllo sulla conservazione che sia effettiva;
  • rafforzare e promuovere approcci fondati sui diritti e sui modelli di conservazione;
  • assicurare un coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, in primo luogo le Nazioni Unite.

Il grido disperato che si alza dalla foresta amazzonica è forte. Non ascoltarlo sarebbe l’ennesimo tentativo di oscurare una parte importantissima della comunità globale che è in perfetta sintonia con il pianeta. Rispettare le popolazioni indigene significa rispettare la terra.

Oklahoma, la terra ritorna ai nativi americani

Con una sentenza storica, la Corte Suprema americana ha stabilito che gran parte dell’Oklahoma orientale è riserva indiana. In questo territorio è stabilita l’autonomia giudiziaria, politica e fiscale. La decisione, presa di misura con 5 voti contro 4 il 9 luglio, esautora lo Stato dell’Oklahoma dal perseguire casi che coinvolgano nativi americani. La sovranità si estende per più di un milione di ettari, includendo parte di Tulsa e Broken Arrow, due delle città più popolose e importanti.

America First…o forse no!

La sentenza segna un precedente incredibile. “La formulazione del documento era piena di tale intenzione e grazia che mi ha commosso fino alle lacrime”, ha commentato un membro dei Tiger, una delle tribù coinvolte. L’area interessata si estende nelle nazioni dei Cherokee, dei Muscogee (Creek), dei Seminole, e in quelle meridionali dello stato dell’Oklahoma, come Chickasaw e Choctaw.

Da una dichiarazione congiunta rilasciata dalle cinque tribù di nativi americani si intuisce la portata di questa decisione. “Le Nazioni e lo stato sono impegnati ad attuare un quadro di giurisdizione condivisa che preservi gli interessi sovrani e i diritti all’autogoverno, affermando al contempo le intese giurisdizionali, le procedure, le leggi e i regolamenti che sostengono la sicurezza pubblica, la nostra economia e i diritti di proprietà privata“, scrivono.

La sentenza McGirt vs Oklahoma

La vicenda risale al 1997, quando Jimcy McGirt fu accusato da un tribunale dello Stato dell’Oklahoma di vari crimini, tra cui stupro di primo grado su una bambina di quattro anni. L’uomo fu condannato senza la possibilità di libertà condizionale. Sia lui che la vittima erano membri della Nazione dei Seminole.

Nel 2018, dopo 21 anni trascorsi in carcere, decise di sfidare la corte statale dell’Oklahoma con una petizione. Visto che i reati erano stati commessi all’interno del territorio dei Muscogee -conosciuti anche come Creek- e forte di una precedente sentenza del 2017, McGirt avanzò una richiesta. La riserva dei Muscogee non era mai stata abolita dal Congresso, facendo sperare di spostare la giurisdizione a quella tribale.

Le due parti contendenti cominciarono a discutere la questione. Da un lato, la Nazione dei Cherokee sottolineava la continua soppressione della loro legge e cultura da parte dello Stato. Inoltre, proponeva il loro punto di vista sugli accusati: non sarebbero stati scarcerati. Avrebbero risposto a una corte di livello superiore, quella federale, oltre che alla loro.

Contro i nativi americani si scagliavano i District Attorneys, supportando la tesi per cui un altro livello di sovranità avrebbe solamente creato ulteriori problemi durante le indagini. I poliziotti di Tulsa, per esempio, non sarebbero stati in grado di controllare efficacemente la città, data la differenza di leggi previste.

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La decisione della Corte Suprema a favore dei nativi americani

Neil M. Gorsuch, giudice del blocco dei conservatori, si è unito ai liberali. Scrivendo le opinioni, ha sottolineato come la sentenza vertesse “sulla possibilità che la terra promessa nei trattati rimanesse alla riserva indiana per scopi di giurisdizione criminale federale”. Ha poi aggiunto: “Visto che il Congresso non ha deliberato diversamente, il governo deve tenere fede alle sue parole”.

Le domande delle minoranze dei nativi americani erano molte. Così, un giornale della minoranza dei Choctaw ha risposto ai quesiti più frequenti. La decisione della Corte non autorizza l’immediato rilascio di tutti i detenuti. Tutti i casi verranno valutati singolarmente, scegliendo il percorso giudiziario adeguato. Il numero delle emergenze rimarrà sempre il 911. Nessun non-nativo dovrà lasciare le proprie case o le proprietà. Inoltre, i confini dell’Oklahoma rimarranno intatti, come i diritti e i doveri dei cittadini.

La sentenza lascia alcuni scontenti, tra cui lo Stato dell’Oklahoma. Roberts, uno dei quattro giudici scheratisi contro, ha dissentito mostrando tutta la sua perplessità. La “decisione […] crea una significativa incertezza per l’autorità statale su qualsiasi area che tocchi affari dei nativi americani, dall’urbanistica alla tassazione, fino alla famiglia e alle leggi ambientali”.

La sentenza dello Stato dell’Oklahoma sulle terre dei nativi americani

Promesse e realtà per i nativi americani

Anche tra i cittadini della nazione dei Muscogee (Creek), la decisione sul caso McGirt desta qualche preoccupazione. Come riportato dal TheGuardian, Cherra Giles, nativa di Tulsa e vittima di violenza domestica, apprezza la possibilità per la sua tribù di proteggersi in questo modo. D’altra parte, però, non vorrebbe che le famiglie delle vittime subissero un secondo trauma.

“Non c’è un cattivo momento per mantenere una promessa”, ribadisce Giles, ricordando come nel 18esimo secolo il governo federale promise di rispettare i diritti sulla terra dei nativi americani.

In un momento storico travagliato per gli Stati Uniti, la notizia sembra essere una speranza per una minoranza della comunità. Dopo le proteste per la morte di George Floyd, la squadra dei Washington Redskins ha deciso di cambiare nome. Il proprietario della squadra ha sempre difeso l’appellativo, poichè rappresentava “l’onore, il rispetto e l’orgoglio” del gruppo. Dopo un esame approfondito, il 13 luglio il team ha optato per la sostituzione.

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La conquista più grande

Nonostante le differenze, le popolazioni indigene condividono problemi riguardanti la salvaguardia dei diritti. La loro identità è spesso non riconosciuta. Le loro terre e le risorse naturali sono sfruttate. Queste minoranze sono le più svantaggiate e vulnerabili del pianeta. Solamente nel 1982, l’introduzione di un gruppo di lavoro alle Nazioni Unite permise loro di condividere le esperienze.

La dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni del 2007 è il culmine di trent’anni di lavori. Le organizzazioni presenti erano più di 100 per affermare “che tutte le persone contribuiscono alla diversità e alla ricchezza delle civilizzazioni e culture che costituiscono il patrimonio comune dell’umanità“.

La strada verso il pieno riconoscimento e rispetto dei diritti è ancora lontana.

In Siberia incendi e temperature record: è allarme

L’Artico ha raggiunto temperature record. In Siberia, incendi devastanti stanno bruciando milioni di ettari di foresta e aumentando la concentrazione di anidride carbonica nell’aria. La situazione è fuori controllo. “Stiamo registrando molte ondate di caldo in varie parti del mondo, tra cui la Siberia. Negli ultimi 5 anni, l’Artico è stata la zona più colpita. […] Non possiamo dire che non c’entri il cambiamento climatico, perché ha un grande impatto sul nostro pianeta.” ha commentato il climatologo Jeff Berardelli alla CBS. Verchojansk, in Jacuzia, è uno dei luoghi più freddi al mondo. D’inverno, si possono raggiungere i -50 gradi centigradi. Il 20 giugno si sono registrati 38 °C, quasi venti gradi in più della media stagionale. Il dato è il più alto dall’inizio delle misurazioni, cominciate nel 1885.

Errore di calcolo?

Purtroppo non si tratta di un errore di calcolo. Anche nei giorni successivi, le misurazioni hanno confermato il dato. Il 2100 era stato identificato come l’anno in cui si sarebbero toccate queste temperature record. Le previsioni sono state superate dalla realtà con 8 decenni d’anticipo. Il Copernicus Climate Change Service (C3S), un programma affiliato alla Commissione Europea, ha reso noto che il caldo sopra la media si sta protraendo da più di un anno. Già in maggio, l’osservatorio aveva sottolineato come fosse senza dubbio un segnale allarmante, ma che non fosse solamente quel mese ad essere atipicamente mite nella regione. “L’intero inverno e poi la primavera avevano avuto periodi ripetuti di temperature superiori alla media in superficie. […] Tuttavia, in questo caso è il tempo per cui si stanno protraendo queste anomalie il tratto inusuale”.

Secondo Martin Stendel, scienziato climatico che si occupa del monitoraggio del permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato, “in situazioni di normale distribuzione di anomalie, senza cambiamento climatico, un evento del genere sarebbe avvenuto ogni 100 000 anni.” In ogni caso, come riportato nel bollettino mensile del C3S, la temperatura media in tutta la Siberia era di 5 gradi superiore rispetto al normale.

Conseguenze delle temperature record

Il direttore del C3S, Carlo Buontempo, conferma come la Siberia si stia riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del mondo. Ma che conseguenze ha, di fatto, questo aumento di temperatura?

Un ruolo incisivo hanno giocato i venti persistenti che hanno contribuito a rendere l’inverno e la primavera più miti. Un fattore importante da ricordare è la scarsità di copertura nevosa raggiunta lo scorso giugno. Un record che ha aiutato anche lo sviluppo di incendi.

I dati non sono confortanti, come dimostrano gli scienziati del Servizio di Monitoraggio Atmosferico del Copernicus (CAMS). Cominciando dall’inizio degli incendi boreali a inizio maggio, hanno monitorato un aumento del numero e dell’intensità di questi fenomeni.

A giugno, si stimano un totale di 59 megatonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera, ossia più di quelle registrate nello stesso periodo un anno fa, che si erano attestate sulle 53 megatonnellate.

Mark Parrington, Senior Scientist e esperto di incendi, ha aggiunto: “Le temperature record e le superfici più asciutte stanno fornendo le condizioni ideali a questi incendi per bruciare e per persistere così a lungo e su un’area così vasta.” In ogni caso, purtroppo, eventi simili si erano già scatenati durante gli anni passati.

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Siberia-incendi: binomio (im)perfetto

L’effetto domino è facilmente intuibile. Le temperature record registrate sono la conseguenza di una concentrazione maggiore di CO2 e di altri gas a effetto serra nell’atmosfera. L’accelerazione del fenomeno porta a un più rapido scioglimento dello strato ghiacciato e nevoso e, di seguito, all’aumento degli incendi. Il tutto -come se servisse aggiungerlo- ha degli effetti devastanti sulla condizione termica dell’intera area.

“L’Artico è figurativamente e letteralmente in fiamme” ha sottolineato Jonathan Overpeck, rettore della environmental school all’Università del Michigan, in una lettera ad APNEWS. Di sicuro, il binomio “Siberia-incendi” non dovrebbe essere il primo collegamento a venire in mente quando si parla delle regioni più fredde a mondo.

Siberia: incendi, invasione di insetti, diesel nei fiumi stanno cambiando completamente l’equilibrio biologico del Paese e dell’intero pianeta.

Se il permafrost non è più permafrost

La parola permafrost è composta dall’abbreviazione di permanent e da frost, ossia gelato. Indica lo strato di terreno perennemente congelato che si trova nel sottosuolo, specialmente a latitudine elevata e ad alta quota.

Ma se non fosse più così?

Le immagini del fiume Ambarnaya color diesel hanno fatto il giro del mondo. 20 000 tonnellate di combustibile si sono riversate nel corso d’acqua a causa del cedimento di un serbatoio della centrale di Norilsk. Il basamento della cisterna posava su questo strato, che si sarebbe sciolto, causandone la rottura. Nonostante aver dichiarato l’emergenza, la regione oramai era una delle più inquinate del pianeta.

Siberia: incendi devastano la Repubblica di Sakha.

Il Permafrost Carbon Feedback è il processo di rilascio di anidride carbonica e altri gas serra. Se, ad oggi, la maggior parte dell’inquinamento atmosferico è di origine antropica, i modelli futuri dovranno tenere conto anche di questo fattore “naturale”. Il carbonio contenuto in questo strato, ma anche piante, microbi e animali accumulati nel suolo artico perennemente ghiacciato per migliaia di anni potrebbero essere rilasciati ed essere un punto di non ritorno per il clima. Questo aumenterebbe esponenzialmente i costi per la mitigazione e l’adattamento.

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E il Polo Sud?

Se le temperature record hanno raggiunto il polo più a settentrione del nostro globo, è il caso di vedere quale sia la situazione dall’altro capo del mondo. In un articolo pubblicato il 29 giugno dalla rivista Nature Climate Change, la situazione descritta è preoccupante. Anche qui, infatti, si è registrato un riscaldamento di tre volte superiore rispetto alla media. L’aumento dei gradi centigradi dell’oceano Pacifico tropicale occidentale avrebbe causato anomalie nel mare di Weddell, a ridosso del continente antartico.

Lo studio ha dimostrato come la variabilità atmosferica interna abbia potuto indurre cambiamenti climatici estremi a livello regionale, occultandone alle misurazioni ogni tipo di segnale di riscaldamento durante il ventunesimo secolo.

Il ghiaccio, invece, non ha risparmiato la Terra del Fuoco. Il 30 giugno, Río Grande si è risvegliata a -14,5°C, con le auto e, addirittura, le onde del mare congelate. La temperatura percepita era di -20°C. Non accadeva dal 1995, con gli abitanti della città che hanno dovuto fare i conti con i tubi dell’acqua sotto zero e problemi alle forniture idriche.

Se in Siberia incendi e temperature record stanno devastando milioni di ettari di bosco, anche il Polo Sud è afflitto dai cambiamenti climatici.

Un’emergenza perenne non è più emergenza

Non possiamo affrontare qualsiasi tipo di sfida imprevista come emergenza. Se il 2020 sta dimostrando che è necessario saper affrontare più problemi allo stesso tempo, ecco che serve imparare ad avere una visione sistemica dei fenomeni. Il circolo vizioso di cattivi comportamenti sta solamente accelerando la concatenazione di eventi negativi per l’ambiente. Lo scioglimento del ghiaccio nell’Artico potrebbe andare a favore delle industrie petrolifere e minerarie? Bisogna mettere la salute della comunità e delle generazioni future prima di ogni tipo di interesse privato. Le scelte prese dal proprio governo non sono in linea con gli standard virtuosi personali? È giunto il momento di prendere coscienza del potere del cittadino in una democrazia. La soddisfazione per il raggiungimento di obiettivi su piccola scala sono messi in ombra da una mala gestio diffusa? È tempo di attivarsi.

Più della metà delle foreste del mondo sono localizzate in Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina. La Federazione russa possiede il 20% di area boschiva del mondo, ma solo nel 2018 ne ha persa più di cinque milioni e mezzo di ettari. Finché si penserà alla Siberia come una regione remotissima nello spazio e nei costumi, non si potrà cambiare veramente. Cambiare paradigma di pensiero è il primo passo per salvare la Siberia, l’Artico, e tutta la Terra.

Glifosato, Bayer patteggia sul Roundup: pagherà 10 miliardi

glifosato bayer

C’era una volta un erbicida chiamato Roundup

La storia del glifosato, l’erbicida più utilizzato del pianeta iniziò nel 1967. Il chimico John Franz aveva l’intenzione di sintetizzare una molecola in grado di uccidere le infestanti e aiutare gli agricoltori nei campi. Il risultato, raggiunto tre anni dopo, portò alla scoperta del glifosato. Lanciato come prodotto commerciale su scala mondiale dalla Monsanto nel 1974, era l’arma letale non solamente per le piante annuali, ma anche per le perenni, attaccando foglie e radici.

Diventò da subito leader nel settore, con la promessa di essere anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Per sottolineare la sua attenzione verso la natura anche nel nostro Paese, partecipò a conferenze sul tema e alla creazione dell’Associazione Italiana dell’Agricoltura Conservativa (A.I.G.A.Co.S). Nonostante ciò, Roundup venne registrato in prima classe tossicologica, con un prezzo al litro molto elevato.

Ma non tutte le favole finiscono con esiti scontati, specialmente considerando che l’assegno che Bayer dovrà staccare è di 10 miliardi di dollari. La cifra è necessaria per chiudere 95mila delle 125mila denunce depositate nei tribunali americani. L’accusa è di aumentare la possibilità di sviluppare linfomi non Hodgkin tra le persone a stretto contatto con prodotti contenenti glifosato. Questa affermazione è supportata da uno studio redatto da un gruppo di ricercatori delle università di Seattle e Berkeley, con l’aiuto della Icahn School of Medicine di New York nel 2019. Dalla ricerca si evince come l’incidenza della malattia sia del 41% superiore rispetto a chi non è esposto alla sostanza.

Il colosso farmaceutico che comprò Monsanto nel 2018, intanto, difende il prodotto e attacca: “Lo studio non fornisce valide evidenze scientifiche che contraddicano le conclusioni di un vasto corpo scientifico che dimostra come il gli erbicidi al glifosato non sono cancerogeni.”

Glifosato, tra preoccupazioni e rassicurazioni

La possibile cancerogenicità del glifosato non è dimostrabile -ad oggi- con assoluta certezza. L’Agenzia Internazionale sulla Ricerca sul Cancro (AIRC) l’ha inserita tra i “probabili cancerogeni“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura hanno espresso, invece, giudizi più cauti, lasciando spazio a decisioni politiche di norma nazionale. Si sottolineava, però, la necessità di prevedere misure di cautela.

Uno studio pubblicato nel 2012 su Food and Chemical Toxicology aveva segnalato come questa sostanza avesse gravi conseguenze sull’uomo. Le conclusioni della ricerca sono state talmente dibattute che la rivista scientifica si è vista costretta a ritrattare l’articolo, che successivamente venne inserito in una di minor prestigio. Il dibattito generato dalla questione suscitò un’attenzione mediatica e politica di rilievo.

L’AIRC, sottolineando la sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, spinge le istituzioni a mettere in atto il principio di precauzione: “non vietarne del tutto l’uso (che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi”.

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Dewayne Johnson, l’uomo che trascinò Monsanto in tribunale e vinse

La storia di Dewayne Johnson è emblematica. Conoscerla significa capire come un giardiniere sia riuscito a chiamare a giudizio la multinazionale del Roundup e vincere la causa. Da quel momento, tanti agricoltori e operatori del settore si unirono per chiedere di essere risarciti dei danni subiti.

La vicenda ha inizio circa dieci anni fa. Tra le mansioni del suo lavoro, il signor Johnson doveva applicare l’erbicida della Monsanto sulle proprietà da lui mantenute in ordine. Nel 2014, dopo due anni di utilizzo, cominciarono a presentarsi i primi segni della malattia. L’irritazione cutanea era di rilevanza tale che l’uomo chiese a Monsanto la motivazione di quell’effetto collaterale sulla sua pelle.

Monsanto non rispose e il signor Johnson continuò a usare il prodotto al glifosato. Nell’agosto del 2014, gli venne diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. Nonostante la chemioterapia, il cancro continuò a progredire, visto che non aveva lasciato il lavoro e usava sempre gli stessi erbicidi.

Dewayne Johnson durante il processo contro Monsanto. Chiedeva il risarcimento per essersi ammalato a causa dell'utilizzo del Roundup, pesticida della Monsanto.
Dewayne Johnson durante il processo contro Monsanto. Ha chiesto -e ottenuto- il risarcimento per essersi ammalato a causa dell’utilizzo del Roundup, erbicida della Monsanto, ora Bayer.

Così, nel 2016 decise di intentare una causa contro Monsanto. La sua si rivelò più di una causa, come lui stesso ammise quando quattro anni dopo. Nell’agosto del 2018, una storica sentenza decretò l’esborso da parte della multinazionale di 289 milioni di dollari, diminuita in seguito.

L’avvocato di Johnson, Brent Wisner, disse in quell’occasione: “Siamo finalmente capaci di svelare alla giuria i documenti interni segreti che provano che la Monsanto sapeva da decenni che Roundup potesse causare il cancro.” per poi continuare come quello fosse un messaggio alla Monsanto, come riportato dal Guardian: “i suoi anni di inganni sono riguardo il Roundup sono terminati ed è ora che comincino a porre la salute prima dei profitti”.

Glifosato e Bayer: questione di business

La sentenza Dewayne Johnson v. Monsanto Company fu uno spartiacque giuridico e sociale. Dopo l’acquisizione, Bayer non poteva mettere in pericolo affari miliardari, visto che i prodotti al glifosato sono utilizzati in 130 Paesi nel mondo. Così ha deciso di patteggiare, chiudendo quasi la totalità delle cause negli Stati Uniti e provvedendo ad accantonare anche 1,25 miliardi per le possibili cause future. Un team di esperti potrà usufruire di una parte di questa somma per cercare delle risposte concrete sulle conseguenze reali dell’erbicida.

“È come estinguere solo parte dell’incendio di una casa”, ha affermato Fletch Trammel, che rappresenta 5000 persone che non hanno aderito al patteggiamento. Le trattative, in corso da mesi, sono state accelerate dall’emergenza pandemica. Così, Bayer ha cercato di chiudere un capitolo faticoso, visto che la reputazione e i problemi a livello societario cominciavano a preoccupare gli investitori.

“L’accordo sul Roundup è l’azione giusta al momento giusto perché Bayer ponga fine a un lungo periodo di incertezza” ha ribadito l’amministratore delegato dell’azienda Werner Baumann. La notizia ha fatto chiudere in rialzo la società in borsa.

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Glifosato e Bayer: chi inquina, paga…chi può, patteggia

A seguito della decisione di pagare una cifra enorme per convincere i cittadini a lasciar perdere la causa contro Bayer, le domande sono molteplici. Una di esse può essere ricollegata allo scandalo dei Monsanto Papers, documenti interni desecretati pericolosissimi per la reputazione dell’azienda. In un’inchiesta di Le Monde del 2017, il big del biotech avrebbe condizionato l’Agenzia di protezione ambientale (EPA) , che si occupa della distribuzione delle licenze sull’uso dei pesticidi.

In una lettera datata marzo 2013 e indirizzata al collega Jess Rowland, lo scienziato Marion Copley chiedeva di “smettere di mentire sui pericoli del Roundup e del glifosato”, continuando “per una volta nella tua vita, ascolta e non fare il gioco della collusione tra scienza e politica. Per una volta fa la cosa giusta e non prendere decisioni basate su quali saranno i tuoi guadagni.” L’autore della missiva dovette ritirarsi dal mondo lavorativo l’anno successivo a causa di un tumore.

Il Messico, intanto, la direttrice generale del settore primario e risorse rinnovabili del SEMANRAT, il Segretariato per l’ambiente e le risorse naturali, ha annunciato l’abbandono totale dell’uso di glifosato negli erbicidi entro in 2024. Questa misura è atta a diminuire l’impatto sulla saluta umana e sull’ambiente. Secondo Adelita San Vincente Tello è necessaria la transizione verso una filiera “più sicura, più sana e più rispettosa dell’ambiente”.

La situazione anche dall’altra parte dell’oceano è divenuta scottante. L‘Unione Europea ha approvato l’utilizzo di glifosato sino al 15 dicembre 2022. Quattro Stati dell’Unione – Francia, Ungheria, Olanda e Svezia- sono stati incaricati di valutare il suo uso anche dopo questa data. Il Glyphosate Renewal Group, un gruppo di aziende che spinge per il rinnovo, ha spedito una propria proposta all’EFSA, l’Autorità europea che si occupa di sicurezza alimentare.

La scelta da prendere

Non si può continuare a far finta di niente. La presunzione di innocenza e un patteggiamento miliardario non possono oscurare le migliaia di persone che stanno lottando tra la vita e la morte. Come ribadito da Stefano Palmisano su IlFattoQuotidiano, “quanto tempo ancora questa materia e questi giudizi potranno restare appannaggio dei tribunali dell’altro lato dell’Atlantico senza che nessuno si ponga domanda o dubbio di sorta anche da queste parti, specie tra coloro che condividono in qualche modo la triste condizione del sign. Dewayne Johnson?”

La domanda è lecita. La risposta deve essere trovata e articolata in modo da salvaguardare, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente e assicurare la protezione umana.