BackBO: l’associazione per una Bologna zero waste

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BackBO è un’associazione bolognese con un obiettivo ambizioso: rendere il capoluogo dell’Emilia Romagna una città zero waste. Sul loro sito si definiscono “un hub di economia circolare” che punta a “ridurre gli sprechi e sensibilizzare le persone sull’inquinamento legato all’usa-e-getta”. Come? Da un lato sensibilizzando i cittadini tramite l’organizzazione di workshop e laboratori; dall’altro aiutando nel concreto alla realizzazione di una “zero waste Bologna” con un servizio di bicchieri riutilizzabili per eventi. Abbiamo deciso di intervistare i ragazzi di BackBo e di farci raccontare i loro progetti futuri.

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Intervista a BackBo: per una Bologna zero waste

Com’è nato il progetto?

“BackBO nasce dal progetto di tesi di laurea dell’attuale presidente dell’associazione, Pietro. La tesi consisteva in uno studio di fattibilità per un sistema di raccolta rifiuti tramite il vuoto a rendere. Dopo aver sperimentato in prima persona l’esistenza di modelli alternativi di consumo durante l’Erasmus a Berlino, Pietro ha lavorato allo sviluppo di un sistema che incentivasse la raccolta dei rifiuti e che rendesse la Zona Universitaria di Bologna zero waste. Il progetto che ne è risultato è stato presentato al Comune di Bologna e premiato dall’associazione Comuni Virtuosi. Il successo della tesi ha spinto Pietro a pensare che fosse possibile estendere il progetto all’intera città di Bologna. Il nome BackBO gioca infatti sull’idea della bottiglia che torna indietro, “Back BOttle”, e sulla nostra collocazione geografica, la BO di Bologna.

Era il 2018, da allora l’idea di partenza si è evoluta, il team si è allargato molto e abbiamo capito che per ridurre i rifiuti avremmo dovuto in primo luogo far capire alle persone la radice del problema: viviamo in un mondo lineare, che spesso crea degli oggetti con il solo scopo di gettarli e questo non è né sensato né sostenibile. Ci riferiamo al packaging in primis, ma in generale all’usa e getta, principe indiscusso dei nostri cestini dell’immondizia. Così, dal vuoto a rendere, il nostro progetto si è ampliato”.

Leggi il nostro articolo: “Bonus Bici. L’Italia su due ruote?”

I servizi di BackBo: bicchieri riutilizzabili e workshops

Quali sono i vostri servizi principali?

“Grazie al lavoro e alle professionalità dei nostri soci volontari siamo oggi in grado di offrire diversi servizi. Come dicevamo il punto di partenza di BackBO è stato il vuoto a rendere, e continua a esserlo. Un servizio di cui andiamo fieri è l’affitto di bicchieri riutilizzabili per eventi. La logica del bicchiere a rendere ci ha permesso di ridurre significativamente l’impatto ambientale di festival e manifestazioni a cui abbiamo partecipato: non solo alla fine dell’evento non vengono prodotti rifiuti, ma si abbattono anche i costi di pulizia post evento.

Il nostro obiettivo primario rimane sempre e comunque quello di sensibilizzare le persone sull’inquinamento legato all’usa-e-getta. Per questo lavoriamo spesso anche tramite l’organizzazione di workshop sul riciclo creativo della plastica con adulti e bambini. Abbiamo capito che spesso l’indifferenza su tematiche come quelle relative al riciclo o alla sostenibilità ambientale è dovuta semplicemente alla mancanza di consapevolezza. È raro che qualcuno si fermi a pensare a quanti rifiuti inutili produce; eppure, quando grandi e piccoli vengono messi di fronte a esempi pratici delle conseguenze delle loro azioni e a soluzioni semplici, attuabili nel quotidiano, sono molto più propensi ad adottare stili di vita più sostenibili.

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Il nostro fiore all’occhiello è sicuramente il laboratorio, la maggior parte dei macchinari è stata costruita dai membri del team, abbiamo persino una stupenda stampante 3D interamente autocostruita. Il nostro laboratorio è aperto a chiunque sia alla ricerca di una collaborazione per sperimentare nuovi modi per riutilizzare i materiali di scarto. Siamo sempre alla ricerca di nuovi spunti e menti creative che ci arricchiscano di nuove prospettive”.

Le nuove collaborazioni nate in quarantena

Che riscontro avete avuto con il pubblico fino ad ora?

“Siamo molto contenti di come stanno procedendo le nostre attività, nell’ultimo anno abbiamo partecipato a numerosi eventi e conosciuto splendide realtà con le quali stiamo tutt’ora collaborando. Gli ultimi mesi ci hanno ovviamente costretto a mettere in pausa alcuni progetti (specialmente quelli legati agli eventi), ma d’altro canto ci hanno dato la possibilità di riflettere appieno sul ruolo che vogliamo avere sul territorio. L’emergenza sanitaria ha reso la vita difficile a molti produttori virtuosi, così abbiamo deciso nel nostro piccolo di provare a supportare per come possiamo le realtà sostenibili che ci circondano. Abbiamo iniziato a utilizzare i nostri canali come una vetrina, per dare spazio a tutti gli attori che fanno parte di questo network virtuoso sperando di piantare oggi il seme del cambiamento che ci vedrà tutti vincitori domani, quando l’emergenza sarà passata”.

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Bologna zero waste e non solo: una rivoluzione dal basso

Avete in mente progetti futuri?

“Molti! Un piccolo spoiler? Stiamo ragionando sulla possibilità di aprire altri Hub in giro per l’Italia per creare una rete virtuosa aperta a chiunque voglia partecipare alla rivoluzione dal basso. Inoltre, stiamo lavorando alla proposta di progetti didattici per le scuole da presentare nei prossimi mesi, considerando anche la possibilità di svolgere incontri virtuali. Che dire, siamo inguaribili sognatori e se c’è un motto in cui ci riconosciamo è sicuramente il gandhiano: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo””.

Leggi anche: “Api, una strage silenziosa: siamo al punto di ritorno?”

Mascherine lavabili da acquistare o fai da te

mascherine lavabili

Uno dei pregi delle mascherine lavabili, che siano comprate o fai da te, è la loro maggiore sostenibilità rispetto a quelle usa e getta. Abbiamo infatti già ampiamente parlato dei potenziali danni che le mascherine monouso possono causare: dalla contaminazione del luogo dove vengono gettate all’inquinamento delle falde acquifere. Se quindi tutti iniziassimo ad utilizzare le mascherine lavabili, questi danni sarebbero ridotti al minimo.

Sebbene in alcuni casi possa esserne sconsigliato utilizzo, con alcuni accorgimenti e un’attenta scelta in fase di acquisto, possiamo stare al riparo senza arrecare danno all’ambiente.

I diversi tipi di dispositivi di protezione individuale

Non bisogna però sopravvalutare i dispositivi di protezione individuali pensando che siano una soluzione definitiva a tutti i problemi. Le mascherine lavabili, infatti, hanno un potere protettivo molto inferiore rispetto a quelle chirurgiche. Queste ultime, infatti, bloccano fino al 95% dei virus in uscita e bloccano il 20%-30% delle particelle virali anche in fase inspiratoria, quindi sono minimamente protettive anche per chi le indossa.

Le FFP1 sono di livello ancora superiore e hanno un’efficacia protettiva complessiva dell’80%. Alcune sono dotate di valvole, le quali però favoriscono la fuoriuscita dei droplets (le goccioline più grandi) annullando, di fatto, la protezione verso le altre persone. Le FFP2 e FFP3, P2 e P3 sono riservate ai medici e richiedono precise disposizioni per indossarle e toglierle.

L’azienda americana Smart Air, che produce depuratori d’aria, ha svolto delle ricerche sul potere filtrante delle mascherine. Le FFP3 filtrano il 99% di particelle di 0,23 micron. Contando che il virus è 0,12 micron, ma viene quasi sempre veicolato da goccioline di maggior dimensione, la protezione è quasi assicurata. Le mascherine chirurgiche, invece, filtrano tra il 60 e l’80 percento di queste minuscole particelle.

Mascherine lavabili: possono essere utilizzate?

Le mascherine lavabili, invece, impediscono soltanto la fuoriuscita di droplets, ovvero goccioline di considerevole dimensione, da parte di chi le indossa. Svolgono quindi una funzione protettiva per le altre persone, più che per chi le porta. Questo anche perché le mascherine in tessuto sono solitamente poco aderenti al viso e il loro materiale è abbastanza leggero, così da permettere alla persona di respirare agevolmente. Molti, comunque, la considerano “meglio di niente”, tanto che in uno dei primi DPCM firmati dall’ex-premier Conte si legge che “potranno essere utilizzate mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità”.

Una presa di posizione poi rivista con l’arrivo della seconda ondata, durante la quale se n’è sconsigliato l’uso specialmente nei mezzi pubblici e nei posti chiusi. Tuttavia, oggi ne esistono ormai di tantissimi tipi, e scegliendo con cura la propria mascherina riutilizzabile, assicurandosi che abbia un sistema filtrante efficace e lavandola attentamente dopo ogni utilizzo, si può stare tranquilli. Come unico accorgimento, sebbene non faccia bene all’ambiente, basterà prediligere le classiche mascherina “usa e getta” solamente in situazioni particolarmente rischiose. In contesti con basso rischio di contagio, invece, la mascherina riutilizzabile va sicuramente privilegiata. Anche per motivi ambientali.

Inoltre gli studi condotti sulla sicurezza di questi dispositivi sono ormai tantissimi. Uno dei dati che che emerge dai test sulle mascherine lavabili è che i tessuti multistrato e di materiali diversi filtrano di più rispetto a quelli sottili e monostrato. Come conferma una ricerca pubblicata sulla rivista ACS Nano condotta dai ricercatori dell’Agronne National Laboratory e dell’Università di Chicago (Usa), una mascherina fatta di cotone e seta, cotone-chiffon o cotone-flanella filtra l’80% in più di particelle inferiori a 300 nm e il 90% quelle maggiori di 300 nm.

Il cotone è fra i materiali più utilizzati per le mascherine in tessuto e “offre prestazioni migliori a densità di tessitura più elevate, ovvero con un alto numero di fili”.

Alcune aziende da cui acquistare i dispositivi di protezione individuali lavabili

Nella maggior parte dei casi, le fibre naturali hanno prestazioni migliori di quelle sintetiche. Un esempio sono le mascherine di sWEEDreams, realizzate in tessuto Canapa 100% e prodotte artigianalmente in Abruzzo. Oppure l’azienda italiana Maeko che produce mascherine realizzate esclusivamente con fibre naturali.

In commercio si trovano anche delle mascherine in jeans, che secondo la ricerca di Smart Air hanno filtrato oltre il 90 per cento di particelle grandi e circa un terzo di particelle piccole. Un esempio sono quelle del brand bergamasco Dannyru Vintage, che sono realizzate con i ritagli dei jeans, seguendo la virtuosa idea del riciclo tipica del mondo Vintage. Sono igienizzabili e lavabili anche in lavatrice, sono regolabili sia sul naso che su collo e nuca.

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Vi sono poi le mascherine di Amica Farmacia, spedite in tutta italia entro 48 ore, che aderiscono molto bene al viso e sono lavabili fino a 40 volte. Una confezione da 5 mascherine costa 19,90 euro.

Reimiro è una startup italiana che produce mascherine lavabili realizzate con gli scarti di vari filatoi e maglierie venete. Costano 24 euro e il 30 per cento del ricavato viene devoluto al Policlinico di Milano per l’emergenza sanitaria.

Per chi tiene allo stile, Nietta è un’artigiana che ridà vita ai tessuti dimenticati, ma sopratutto può esaudire (quasi) ogni desiderio riguardo alla fantasia della mascherina. Accetta infatti ordini dalla sua pagina Instagram.

Inoltre sono ormai molto diffusi in diversi negozi dei tipi di mascherine FFP2 lavabili e riutilizzabili fino a 20 volte, ottime da un punto di vista ambientale e anche dell’efficacia.

Come fare mascherine lavabili fai da te

In questo campo dobbiamo lasciare la parola agli esperti, che siano artisti, artigiani o stilisti. Barbara Palombelli ha spiegato in televisione come realizzare in casa una mascherina con la carta da forno.

https://www.facebook.com/watch/?v=240379903658758

Si possono però realizzare anche con una semplice maglietta di cotone, come mostra questa ragazza su YouTube. Il video è in inglese, ma le immagini parlano chiaro.

Regole generali su come indossare le mascherine

Si possono trovare centinaia di video su come realizzare una mascherina fai da te dei materiali più svariati, dai sacchetti dell’aspirapolvere ai filtri del caffè americano. L’importante è che il tessuto sia traspirante, onde evitare malori, soprattutto durante il periodo estivo. Inoltre, la mascherina deve coprire totalmente il naso e la bocca, fino al mento. Importante è non toccarsi il viso con le mani e igienizzare queste ultime subito dopo essere rientrati in casa, o appena se ne ha la possibilità.

Bisogna lavare le mani prima e dopo aver indossato la mascherina, e questa non va mai toccata al centro, nella parte in tessuto, bensì va tenuta e indossata attraverso gli elastici. Dove la mascherina non arriva, poi, entra in gioco la distanza di sicurezza, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Questi accorgimenti, se applicati diligentemente da tutti, possono realmente salvare delle vite, senza arrecare danni irreversibili all’ambiente.

Leggi il nostro articolo: “L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?”

Bonus Bici, l’Italia su due ruote?

Una bicicletta per ripartire

Ripartenza a pedali

I moniti, giunti da molte parti, pagine virtuali dell’EcoPost comprese, per una ripartenza attenta all’ambiente hanno trovato ascolto. Nel decreto legge denominato Rilancio, il quale ha il compito di dettare le regole per la Fase 2 e la successiva Fase 3, trovano spazio anche alcune norme ambientalmente rilevanti come ad esempio il bonus bici.

Come sappiamo, l’Italia vuole lasciarsi alla spalle l’emergenza COVID – 19 e ripartire al più presto. La strada intrapresa, comunque, è quella della massima sicurezza, motivo per il quale le riaperture sono state programmate in maniera graduale. In fin dei conti, abbiamo avuto modo di vedere come, nei Paesi che hanno scelto percorsi più veloci per la riapertura, la curva del virus abbia ricominciato a mostrarsi in salita: è il caso di Cina, Corea del Sud e, seppur in maniera minore, Germania. Per quanto molti siano infastiditi dalla lentezza della ripartenza, il sentiero intrapreso dal Governo italiano potrebbe essere il più sicuro verso la vetta, pur essendo un pò tortuoso.

Il testo del decreto fa l’occhiolino ad una ripartenza a pedali, prevedendo incentivi per gli acquisti di mezzi di mobilità sostenibile quali biciclette ed e-bike. Il cosiddetto Bonus Bici. Per chi ha meno spazio a disposizione, o semplicemente non ami pedalare, neppure assistito da un motorino elettrico, ecco che gli incentivi si estendono anche a monopattini elettrici, segway, hoverboard e monowheel, tutti veicoli pratici e soprattutto ecologici.

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Leggi anche: “Mobilità Elettrica: perché conviene?”

Bonus bici: troppe aspettative?

Il corpo del decreto autorizza anche le biciclette e i mezzi ecologici di cui abbiamo parlato a fermarsi davanti a tutti gli altri veicoli ad un semaforo. Inoltre, e questa sarà probabilmente la notizia migliore per tutti i ciclisti, più o meno esperti, i veicoli ecologici potranno beneficiare di corsie riservate. Tali spazi saranno ricavati sulle carreggiate esistenti. Insomma, pare proprio che il Governo abbia voluto porre al centro del decreto la mobilità sostenibile.

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Due ragazze su monopattini elettrici, Foto: Borsa Inside

Se questo impegno va riconosciuto, appare però più difficile potersi aspettare che la concretizzazione del ddl fili liscia. I risultati, infatti, difficilmente saranno all’altezza delle aspettative che ci stiamo creando in questi giorni, leggendo il decreto. Se pensiamo infatti ad un’Italia interamente rimessa in moto, la prima cosa che ci viene in mente sono le automobili. Le norme di distanziamento sociale, destinate a restare in vigore ancora per un pò, impediranno di riempire i mezzi pubblici per oltre un terzo della loro capacità.

Dunque una ripresa a pieno regime finirà, pressoché inevitabilmente, con l’intasare le strade di autovetture, congestionando in maniera significativa la rete viaria urbana. Una rete che ha da tempo dei problemi notevoli. Le peculiarità del traffico italiano le conosciamo bene tutti, sono pane quotidiano per chiunque viva in città, così come per chi vi si rechi per studio, lavoro o altre ragioni. I nostri centri urbani sono molto spesso caratterizzati da spazi angusti; le strade versano sovente in pessime condizioni, pensiamo alle buche, all’usura dell’asfalto, alla segnaletica e ai marciapiedi; mezzi più lenti, quali camion e bus, raramente possono muoversi su corsie riservate e dunque rallentano il traffico generale. A questi problemi infrastrutturali si deve unire il fattore umano: l’indisciplina generale è un altro fattore, tutt’altro che trascurabile, che va a condizionare la deprecabile situazione delle nostre strade.

Nel dettaglio: il bonus bici

Tralasciamo comunque le preoccupazioni appena elencate, per analizzare il bonus descritto. Il decreto Rilancio agisce sul cosiddetto bonus mobilità, entrato già in vigore lo scorso autunno. Il Dl 111/2019, infatti, introduceva già un meccanismo per il quale il residente di un’area ad alte emissioni poteva rottamare un mezzo privato considerato inquinante ricevendo, in cambio, un contributo spendibile in mobilità sostenibile. Principalmente si trattava di abbonamenti al trasporto pubblico locale o per acquistare piccoli mezzi ecologici. Tale sistema resta invariato. Vi è però un considerevole potenziamento. Vediamolo.

Fino al 31 dicembre 2020, tutti i maggiorenni residenti nelle città metropolitane (i principali capoluoghi e loro province), nonché in ogni Comune con più di 50.000 abitanti, potranno acquistare una bicicletta, o a scelta un altro mezzo ecologico tra quelli citati nel paragrafo di apertura, con un bonus che arriverà a coprire fino al 70% della spesa. Tale agevolazione riguarderà anche gli abbonamenti ai servizi di sharing, escludendo naturalmente quelli che riguardano flotte di automobili. In ogni caso, il bonus non potrà mai essere superiore ad un importo di 500 euro. Lo si potrà richiedere solo ed esclusivamente una volta e solo ed esclusivamente per una delle destinazioni d’uso previste.

Il Bonus Bici nell’approfondimento di Money.it

Agevolazioni anche per il 2021

Nel corso del 2021, i residenti di tutti quei Comuni resisi colpevoli di sforamenti sistematici ai limiti di emissioni, potranno godere del bonus nella sua forma originaria. Rottamando autovetture fino alla Classe inquinante Euro 3 e motocicli fino alla Euro 2 (o Euro 3 se a due tempi), si riceverà un buono mobilità. Si potrà approfittare di questo bonus per l’interezza del prossimo anno, tra l’1 gennaio ed il 31 dicembre 2021. Il buono rilasciato sarà di 1.500 euro per ogni autovettura e 500 euro per ogni motociclo. Tale credito potrà essere speso, nell’arco di 3 anni, per acquistare abbonamenti tpl e di trasporto regionale, biciclette ed e-bike, bike sharing o anche car sharing in questo caso, e altri servizi di mobilità condivisa ad uso individuale. L’acquisto potrà anche essere a favore di persone conviventi. Le due agevolazioni descritte sono cumulabili.

Una buona occasione

Inutile sottolineare come quella del bonus mobilità sia un’ottima occasione per avvicinare i cittadini alla bicicletta. La proposta del bonus mobilità, fatta propria dal Ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, ci piace molto. Preferiremmo però che essa fosse estesa anche ai Comuni con una popolazione inferiore. Alcune forze politiche, ad iniziare dal PD di cui De Micheli è esponente, hanno cominciato a richiedere a gran voce questa modifica al decreto.

Ci auguriamo anche che, davvero, l’occasione fornitaci dal COVID-19 sia sfruttata al meglio. Con ciò intendiamo dire che vorremmo davvero vedere seri e concreti investimenti per le piste ciclabili. Nel nostro Paese, ultimamente, le ciclovie stanno assumendo via via maggiore importanza. Si è finalmente scoperta, al solito con qualche ritardo rispetto al resto d’Europa, l’importanza del cicloturismo e la bellezza delle due ruote a pedali. Ancora però, molte piste ciclabili sono solo su carta, in Italia; nonostante si tratti di un volano importante per il turismo e di infrastrutture imprescindibili per una mobilità sostenibile ed ecologica. Ben venga il passo fatto dal decreto Rilancio, il quale va a toccare anche il Codice della Strada per dare alla bicicletta quello spazio che ora più che mai reclama.

Leggi anche: “Esiste una petizione online per tassare le emissioni”

Bonus bici, non è tutto oro quel che luccica

Ciò detto, però, non sappiamo davvero quanto il bonus bici possa effettivamente andare ad impattare. Le buone intenzioni sono certamente apprezzabili e siamo lieti che il Governo abbia messo la bicicletta al centro del suo programma di mobilità per la ripartenza. Basterà però tanto per convincere il cittadino? Le città italiane sono davvero pronte ad accogliere la bicicletta? Se un nucleo urbano come Milano, ad esempio, potrebbe riuscire ad ospitare le due ruote, data la sua geografia, lo stesso può dirsi di Roma? La Capitale è una città ben più estesa e, come sappiamo, sorge su colli, dunque è costellata di saliscendi. Quanti romani rinuncerebbero all’auto per la bici? Naturalmente, potrebbero optare per una e-bike a pedalata assistita.

Oltre alla geografia urbana, però, va anche fatto un discorso di cultura. In Paesi come, ad esempio, il Regno Unito, l’utilizzo della bicicletta per recarsi al lavoro è abitudine quotidiana per molti. Nonostante la pioggia che sappiamo accompagnare molte giornate a tali latitudini. Da quelle parti, però, il datore di lavoro consente spesso e volentieri al proprio dipendente di farsi una doccia e cambiarsi in sede, prima di accomodarsi in ufficio. Tale opportunità, naturalmente, consente al lavoratore di presentarsi pulito ed ordinato, anche se prima di giungere in ufficio ha trovato fango e/o sudore sulla propria strada. Quante aziende italiane mettono a disposizione del dipendente lo stesso servizio?

I passi da fare prima di una vasta riconversione della mobilità sono numerosi. La questione non è soltanto economica. Naturalmente, un sostegno monetario fa sempre comodo, però corre il rischio di non essere sufficiente, in questo caso. Dobbiamo ripensare le nostre abitudini e le nostre vie di circolazione, prima di poter pensare di vivere in un Paese davvero a misura di bicicletta. Il Bonus Bici può essere un punto di partenza, ma da solo non basta.

Vegani e vegetariani part-time. La dieta che tutti potremmo adottare

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Che la carne inquini è ormai una certezza. Ne abbiamo scritto in passato ed esistono infiniti articoli scientifici che convalidano questa tesi. Spesso il dibattito finisce per estremizzarsi ai due poli: chi ha fatto scelte radicali e non accetta neanche derivati animali in modo permanente, i vegani appunto, e chi non riesce proprio a rinunciare alla bistecca e ne va quasi orgoglioso (spesso ridicolizzando la prima categoria). Oggi vorremmo analizzare una terza via possibile. Sta infatti spopolando la moda delle cosiddette diete “part-time”: sempre più persone stanno modificando le proprie abitudini alimentari diventando, per esempio, vegetariani o vegani solo in alcuni momenti del giorno, della settimana o dell’anno. Potrebbe essere una soluzione valida per il clima?

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La moda delle diete vegetariane o vegane part-time

Per cominciare, ricordiamo che la lettura più recente ed interessante su questo argomento è Possiamo salvare il mondo prima di cena di Jonathan Safran Foer. Nel libro, acquistabile nella nostra sezione Libri sull’ambiente, vengono riportati i principali studi degli ultimi decenni, fra cui il dibattito su quanto pesi la carne nell’inquinamento del pianeta. Il consenso scientifico è sempre più unanime e molti oramai attestano che cambiare abitudini alimentari sia “la più grande singola azione per ridurre il proprio impatto sul pianeta”. Il focus di questo articolo, però, è capire se l’adozione di una dieta vegana o vegetariana “part-time” possa incidere ugualmente sulla nostra impronta ecologica, senza rinunciare definitivamente alla carne e ai derivati animali.

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

Benefici per la salute e per l’ambiente

La moda delle diete part-time risulta originale perché alla privazione totale preferisce la limitazione volontaria. Per facilitare questo compito, molti movimenti si sono dati dei nomi che fissano una vera e propria routine. Il più famoso si chiama “VB6 (Vegan Before 6, che significa vegani prima delle 6), ed è stato fondato da Mark Bittman. La sua è stata una scelta principalmente dovuta alla salute. Il suo dottore infatti gli ha suggerito una dieta vegana per fargli perdere peso e ristabilire molti dei valori irregolari che avevano segnalato le analisi del sangue. Non accettando l’idea di privarsi della carne e degli altri derivati per sempre, Bittman si è dato la regola di limitarne il consumo ai pasti serali.

Perché proprio nei pasti serali? Non c’è nessuna motivazione scientifica, semplicemente – ha detto Bittman – “la sera ci si vuole divertire”. In sei settimane i risultati sono stati strabilianti per la sua salute. Il suo movimento ha inevitabilmente influenzato anche il dibattito ambientale e tutto il nuovo filone delle diete part-time. Il messaggio importante che Bittman lancia, per esempio nel video sottostante, è che non si tratta solo di evitare la carne, ma anche il cibo spazzatura o altamente processato.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione: il report di GreenPeace”

Vegetariani e vegani part-time. Oltre il consumo di carne

Anche l’esperimento fatto da Jess Ho e riportato sul Guardian prova ad espandere il concetto e a sottolineare come il dibattito non si possa limitare al consumo di carne. Essendo un critico gastronomico, Ho ha ammesso che il suo lavoro sembrava inizialmente un grosso ostacolo per l’adozione della dieta part-time. Ad esempio ha menzionato il fatto che anche nel vino e nel Campari, apparentemente a base vegetale, possono esserci tracce animali per dare la giusta colorazione. L’autore ha comunque deciso di accettare la sfida e ha scelto di adottare una dieta vegana per tre giorni a settimana, 9 pasti in tutto. E dato che il motivo principale fosse proprio di carattere ambientale, si è dato le seguenti regole:

1. No ad alimenti trasformati (per la grande energia richiesta in fase di produzione)
2. No a cereali che provengono da fonti “non etiche” (per esempio, l’assurdità della moda della quinoa che deve attraversare migliaia di chilometri per arrivare nel nostro piatto)
3. No al latte di mandorle (per la grande quantità di acqua richiesta in fase di produzione e tutti gli effetti collaterali, come lo sterminio di api)
4. No ai cibi fuori stagione

Ecco cosa ha scoperto Jess Ho durante il suo esperimento: “meno mangiavo la carne e meno ne desideravo”. La sua dieta part-time, prima limitata a tre giorni a settimana, è diventata di quattro giorni, poi di cinque, fino al punto che ora mangia carne e derivati animali solo quando è con gli amici o a pranzi di lavoro. Il critico gastronomico fa riferimento a due o tre piccoli effetti collaterali negativi. Come anticipato dall’introduzione a questo articolo, il più rilevante è che “la gente avrà una lunga lista di commenti da fare a riguardo e che riterranno che sia obbligatorio che tu li ascolti. Quanto è fastidioso!”.

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

Il consenso scientifico

A livello accademico la teoria delle diete part-time sta ricevendo i primi consensi. L’Economist ha riportato lo studio della Johns Hopkins University sull’impatto ambientale delle sostituzioni alimentari. Oltre ad evidenziare effetti altamente positivi per la salute, i benefici per l’ambiente sono impressionanti: diventare completamente vegetariani taglierebbe il 30% delle emissioni individuali annuali legate al cibo, mentre adottare una dieta vegana part-time, ovvero per due terzi dei pasti, porterebbe ad una riduzione del 60% della propria impronta ecologica alimentare. Una cifra che sale all’85% con una dieta vegana adottata 365 giorni all’anno, per tutti i pasti. Risultati altrettanto incoraggianti sono stati riportati in un articolo di Internazionale.

Se tutti fossimo vegetariani o vegani part-time

Dunque, le diete part-time potrebbero essere una valida alternativa per tutti coloro che non riescono ad evitare in assoluto il consumo di carne o derivati animali, ma che vogliono ugualmente migliorare la propria salute e quella dell’ambiente. Mark Bittman ha dichiarato che Vegan Before 6 è nato per gioco, ma che la chiave del suo successo sta nella disciplina e, allo stesso tempo, nella possibilità di poter sgarrare. Se non riusciamo ad essere completamente vegani, possiamo certamente sforzarci di astenerci dalla carne qualche ora o qualche giorno a settimana. E soprattutto, possiamo certamente evitare di giudicare o ridicolizzare chi ha compiuto una scelta ancor più radicale, perché i benefici per l’ambiente sono anche a nostro favore.

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Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

Milano

Milano, sabato pomeriggio. Un rumore fortissimo, seguito da una deviazione incontrollabile del manubrio mi costringono ad accostare. Ero terrorizzata, ma non sentivo alcun male. Inizialmente pensavo fosse stata l’adrenalina ad aver bloccato qualunque sensazione di dolore fisico, per darmi la possibilità di reagire e togliermi dalla strada. Poi mi sono resa conto di non essermi fatta nulla. L’unico danno lo aveva subito lo specchietto della macchina che, sfrecciando verso il semaforo rosso successivo, aveva sfiorato la mia bicicletta noleggiata. Il piano Strade Aperte previsto per Milano nel post-epidemia di coronavirus forse eviterà che questo e molti altri fatti spiacevoli si perpetuino nel capoluogo lombardo.

Cosa prevede il piano

Il Piano Strade Aperte annunciato il 20 aprile per la città di Milano è stato definito dal Guardian molto ambizioso. Prevede infatti la riconversione di 35 chilometri di strade in piste ciclabili, marciapiedi, aree pedonali, oltre che l’abbassamento dei limiti di velocità a 30km/h in molte più zone. Il tutto potrebbe essere già pronto prima dell’estate, specialmente per quanto riguarda le strade più importanti, come gli 8 chilometri di Corso Buenos Aires.

I motivi di questa decisione sono riscontrabili nell’impatto del coronavirus sulla vita della città, sia attualmente che dopo la fine dell’epidemia. Innanzi tutto l’inquinamento atmosferico si è ridotto notevolmente poiché la congestione del traffico si è ridotta del 75%. Dalla pagina “Aria di Milano”, che raccoglie giornalmente i dati dell’Air Quality Index, si può vedere quanto durante questi mesi l’aria di Milano sia migliorata. Dal 1 aprile al 25 aprile, infatti, sono state registrate 17 giornate in cui l’aria ha raggiunto lo stato “eccellente”, con un AQI sotto ai 50. In tutto il mese di gennaio ne erano stati registrati soltanto 2. Sempre a gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo.

L’importanza delle azioni individuali

La speranza è che tutto questo aumenterà la consapevolezza, da parte dei cittadini, dell’importanza che le nostre azioni individuali hanno sulla collettività. A ridurre l’inquinamento non è stata infatti chissà quale scoperta scientifica o macchina futuristica. È stato ognuno di noi, recandosi all’alimentari più vicino invece che al grande centro commerciale in periferia, limitando gli spostamenti inutili e lavorando da casa. Tutte pratiche che si spera verranno perpetrate, dove possibile, anche dopo l’epidemia.

Leggi anche: “Coronavirus, il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento smart working”.

La speranza, però, non basta. Molti esperti infatti prevedono che accada il contrario, ovvero un aumento delle emissioni dovuto ai più frequenti spostamenti tramite automobile. Questo perché i mezzi di trasporto pubblici subiranno, durante la fase due, alcune restrizioni.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha annunciato su Facebook che “Il traffico in metro sarà del 25% in meno rispetto a prima. Potremo far entrare massimo 75 persone alla volta. Se non si trovano altre formule, non se ne esce più: quindi anche l’idea di parlare di piste ciclabili non è una scelta ideologica, ma è una scelta di visione e anche di necessità”. Nella metropolitana sono già stati disegnati sul pavimento i segni per permettere alle persone di rispettare le misure di distanziamento sociale.

Fonte: Adkronos

La crisi dei mezzi pubblici, bike e car sharing

Queste restrizioni causeranno non pochi disagi per chi deve recarsi al lavoro, vista l’usuale congestione della metropolitana durante le ore di punta. Qualcuno potrebbe non fidarsi della mia esperienza personale, che spesso prevedeva la rinuncia all’entrata nel vagone troppo affollato e l’attesa della corsa successiva. I dati però confermano che il 55% degli abitanti di Milano utilizza i mezzi pubblici per andare al lavoro. Se gran parte di questi iniziasse ad utilizzare la macchina, il problema dell’inquinamento, già poco gestibile, andrebbe definitivamente fuori controllo.

Inoltre pratiche come car sharing e bike sharing saranno giustamente considerate dalle persone potenziali pericoli per la diffusione del virus. Di qui la probabile scelta di utilizzare l’auto privata, ritenuta più sicura e igienica. Ecco allora l’importanza del progetto Strade Aperte: non costringere le persone ad utilizzare l’auto privata più di prima ma facilitare gli spostamenti a piedi, con il monopattino elettrico o con la bicicletta privata.

Un modo per salvare l’economia

Inoltre, come ha fatto notare al Guardian Marco Granelli, vice sindaco di Milano, una nuova mobilità aiuterebbe anche l’economia cittadina. “Abbiamo lavorato per anni per ridurre l’uso dell’auto. Se tutti guidano una macchina, non c’è spazio per le persone, non c’è spazio per muoversi, non c’è spazio per attività commerciali al di fuori dei negozi.”

E continua: “Pensiamo di dover reimmaginare Milano nella nuova situazione. Dobbiamo prepararci; ecco perché è così importante difendere anche questa parte dell’economia, sostenere bar, artigiani e ristoranti. Quando sarà finita, le città che hanno ancora questo tipo di economia avranno un vantaggio, e Milano vuole essere in quella categoria “.

Il progetto per Corso Buenos Aires.

Una città all’avanguardia

Milano è una città che cambia velocemente, di anno in anno, e che non ha nulla da invidiare alle maggiori e più sviluppate metropoli mondiali. Tanto che, anche per le questione ambientali, ha già preso iniziative esemplari per il mondo intero.

Un esempio è il “Bosco Verticale“, l’innovativo palazzo di Stefano Boeri la cui costruzione è terminata nel 2014. Questo edificio rappresenta un progetto pilota per una nuova generazione di edifici eco-sostenibili. Come ha affermato uno dei progettisti, “Il Bosco Verticale è un progetto di riforestazione metropolitana che contribuisce alla rigenerazione dell’ambiente e alla biodiversità senza espandere la città sul territorio. (…) In ogni Bosco Verticale è presente una quantità di alberi che occuperebbe una superficie di 20.000 mq.

Il sistema del Bosco Verticale aiuta nella creazione di uno speciale microclima, produce umidità e ossigeno, assorbe particelle di CO2 e polveri sottili. (…) I diversi tipi di vegetazione creano un ambiente che può anche essere colonizzato da uccelli e insetti, trasformandolo in un simbolo della ricolonizzazione spontanea della città da parte di piante e animali”. Ironicamente questo progetto può rappresentare in piccolo quello che è successo durante il lockdown da coronavirus, ovvero la riappropriazione, da parte della natura, degli spazi cittadini.

Leggi anche: “La natura trionfa nelle città deserte”

Un altro esempio della virtù milanese è stata l’inaugurazione, nel febbraio dell’anno scorso, della ZTL più grande d’Italia e la seconda in Europa. Un progetto che limita la circolazione in tutta la città, specialmente per le automobili a Diesel. Il provvedimento ampliava le misure già restrittive della zona centrale, dove è vietato circolare se non muniti di un permesso acquistabile alla non modica cifra di 5 euro al giorno.

Un esempio per tutti

Provvedimenti in stile “Strade Aperte” serviranno in tutte le grandi città per sviluppare la cosiddetta mobilità attiva (pedonalità e ciclabilità), oltre che della micromobilità (hoverboard, segway, monopattini elettrici). E, come ha dimostrato Janette Sadik-Khan, l’ex commissario per i trasporti di New York, dichiarando di guardare a Milano per il futuro della mobilità della città più importante degli Stati Uniti, Milano potrebbe diventare un esempio positivo per tutto il mondo.

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20 canzoni sulla natura, sull’ambiente e l’impegno dei cantanti

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Ieri era l’Earth Day, la giornata mondiale della Terra, ma come dice lo slogan “Earth Day is everyday”. Per questo, abbiamo deciso di raccogliere le canzoni sull’ambiente e sulla natura più famose, così da avere una sorta di “playlist green” che ci accompagni nella vita di tutti i giorni. Oltre a ciò, vogliamo segnalare gli artisti italiani e stranieri che si stanno impegnando per rendere la propria produzione più sostenibile e che provano a sensibilizzare i fan attraverso la musica. Anche la musica, infatti, ha un impatto ambientale e, cosa più importante, può contagiare le persone tramite la potenza delle note e delle parole.

canzoni sulla natura

Leggi il nostro articolo: “Earth Day 2020, 50 anni di lotta per l’ambiente”

20 canzoni sull’ambiente e sulla natura

Ecco una selezione di canzoni sulla natura e sull’ambiente, italiane e straniere, di fama mondiale (potete ascoltare la Playlist completa nel nostro canale Youtube al seguente link):

1. Piero Pelù – Picnic all’inferno (2019)
2. Adriano Celentano – Il ragazzo della via Gluck (1966)
3. Pierangelo Bertoli – Eppure soffia (1975)
4. Neil Young – Mother Earth (1990)
5. Michael Jackson – Earth Song (1995)
6. Joni Mitchell – Big yellow taxi (2002)
7. Jovanotti – La vita vale (2002)
8. Giorgia – Mal di terra (2007)
9. Laura Pausini – Sorella terra (2008)
10. RIO e Fiorella Mannoia – Il gigante (2010)

11. Bob Dylan – A hard rain’s gonna fall (1963)
12. Nomadi – Ricordati di Chico (1991)
13. Paul McCartney – Despite repetead warnings (2018)
14. Zen Circus – Canzone contro la natura (2014)
15. Sergio Endrigo – Ci vuole un fiore (1974)
16. Eddie Vedder – Society (2007)
17. Bjork – Earth Intruders (2007)
18. Marvin Gaye – Mercy mercy me (The Ecology) (1968)
19. REM – Cuyahoga (1985)
20. Pearl Jam – Whale song (1999)

Non solo canzoni sull’ambiente e sulla natura. Le iniziative dei cantanti

Sono tanti i cantanti che stanno cercando di fare qualcosa in campo ecologico. Infatti, scrivere canzoni sulla natura e sull’ambiente non è l’unica opzione. I cantanti possono contribuire alla causa in molteplici modi. L’iniziativa che ha fatto più scalpore proviene dall’estero. Nel 2019 i Coldplay hanno annunciato che non faranno il tour del loro nuovo album, Everyday Life, finché non troveranno il modo di ridurre drasticamente l’impatto dei concerti:Non andremo in tournée con questo album. Abbiamo deciso di prenderci un po’ di tempo, un anno o due, per capire come il nostro tour, oltre a diventare sostenibile, possa portare benefici concreti”.

Guarda anche: “I film di CinemAmbiente a casa tua”

Il mondo della musica infatti non ha un’impronta ecologica irrilevante. Pensate agli aerei, agli impianti di alimentazione negli stadi, alla plastica monouso utilizzata sia dalle band che dai milioni di spettatori presenti ai concerti. Proprio sulla plastica ha posto la sua attenzione il cantante italiano Marco Mengoni. Durante i suoi ultimi tour ha intervallato la scaletta delle canzoni con monologhi per spronare il pubblico a smettere di consumare prodotti di plastica monouso e, più in generale, per riflettere sull’impatto devastante che sta avendo l’uomo sulla natura.

Jovanotti: “Non voglio cambiare pianeta”

Il tema della plastica nei concerti è stato affrontato anche da Jovanotti, seppur il suo tour nelle spiagge abbia sollevato non poche polemiche sul fronte ambientale. Il Jova Beach Party è stato sulla carta organizzato per aver un bassissimo impatto ambientale, tanto che il partner principale dell’iniziativa era proprio il WWF. Durante l’estate però, gli sono state rivolte numerose accuse, soprattutto per quanto riguarda i danni arrecati alla flora e alla fauna. Ricorderete, fra tutte, la polemica sul fratino. Al di là di ciò, Jovanotti ha sempre parlato del bisogno di riconnettersi con la natura, fin dai suoi primi album. Domani uscirà su RaiPlay un video-documentario da lui girato in bici fra Cile e Argentina che si chiama “Non voglio cambiare pianeta”.

canzoni sulla natura

Leggi il nostro articolo: “WWF e Jova Beach Party: una collaborazione rivedibile”

Fiorella Mannoia ed Elisa, in dialogo con Fridays For Future

Due cantanti italiane che da anni si spendono a favore dell’ambiente sono Fiorella Mannoia ed Elisa. La prima ha di recente prestato la sua voce per il cortometraggio sull’acqua “Qualcosa si è rotto”. La seconda sta provando ad attuare una rivoluzione complessiva per quanto riguarda la produzione musicale. Qualche settimana fa ha partecipato ad una diretta del Cameretta Tour 2020, organizzato da Fridays For Future Italia (potete riguardare l’intervista qui). Dialogando con uno degli attivisti, Elisa ha voluto ricordare che i cantanti svolgono un ruolo fondamentale nella crisi climatica, dato il grande pubblico che li segue e il potenziale di contagio che può avvenire attraverso la musica.

Nel concreto, fra le varie iniziative portate avanti dalla cantante, segnaliamo il fatto che il vinile del suo ultimo album Secret Diaries abbia un imballaggio totalmente plastic-free. Ma, ancora più rilevante, Elisa sta portando avanti il suo progetto per uno studio di registrazione totalmente eco-friendly. Costruito con i criteri della bioedilizia, l’edificio sarà alimentato tramite pannelli solari e diventerà uno spazio aperto ai giovani artisti per coltivare il proprio talento. Se dovesse essere realizzato, Elisa dimostrerebbe al mondo della musica che cambiare si può e che bisogna fare molto più di qualche piccolo gesto simbolico.

canzoni sulla natura

Servono altre canzoni sull’ambiente e sulla natura e un coro unanime

Altri colleghi, come la giovane Francesca Michielin, stanno portando avanti iniziative simili, per esempio partecipando a piani di riforestazione e invitando i propri followers a fare lo stesso. Queste iniziative sono alquanto lodevoli e non aspettano altro che essere imitate. Noterete però, dall’elenco fatto sopra, che le canzoni sull’ambiente e sulla natura l’ambiente si possono contare sulle dita di quattro mani; tra l’altro, molti dei titoli sono dello scorso secolo. Alcune canzoni ci saranno sfuggite di certo, ma è evidente che la musica può fare molto di più.

Tramite la propria voce, i cantanti possiedono la magia di cambiare le persone, modificando umore, sentimenti e abitudini. Sarebbe quindi auspicabile che riempissero i loro testi di riferimenti naturali e usassero il proprio talento per parlare della crisi climatica. Ad esempio, i grandi artisti italiani potrebbero dedicare all’ambiente un singolo corale, così come era stato fatto con Domani per il terremoto in Abruzzo.

Piero Pelù: un omaggio a Greta

L’esempio più recente di canzone impegnata per l’ambiente è Picnic all’inferno di Piero Pelù. Lo scorso ottobre ha pubblicato questo singolo in cui “duetta” con Greta Thunberg: le sue parole sono intervallate da alcune parti del discorso che Greta ha tenuto a Katowice nel 2018, fra cui l’ormai celebre slogan: You are never too small to make a difference. Piero Pelù chiama Greta “piccola guerriera scesa dalla luna” perchè, come ha detto lui stesso al Corriere della Sera, è rimasto colpito dalla determinazione del suo messaggio.

Che sia con una canzone coraggiosa come questa o tramite la modifica dei metodi di produzione e riproduzione della propria musica, invitiamo i cantanti a non sprecare la grande opportunità che è stata data loro. La musica è capace di trasmettere un messaggio in modo molto più diretto e veloce di qualsiasi report scientifico. Nella lotta per la giustizia climatica, servono note, melodie e ritornelli che ci ricordino ogni giorno la strada da percorrere.

Leggi anche: “Armani contro la fast-fashion: è immorale”

Africa, designer regala mascherine di tessuto nei villaggi

mascherine

Colori caldi e vivaci, stoffe decorate con rara originalità. Le mascherine create dal del fashion designer kenyota David Avido incarnano perfettamente la bellezza della natura africana. Ma sono anche il simbolo di tutto ciò che di questa terra non conosciamo e dal quale possiamo imparare molto.

La storia di David

David Avido è nato in una baraccopoli di Kibera, in provincia di Nairobi. A causa delle risorse limitate, che imponevano a lui e alla sua famiglia un solo pasto al giorno, David ha dovuto abbandonare gli studi.

La vita artistica di David è nata quando il ragazzo ha deciso di fondare una compagnia di ballo con alcuni amici della scuola elementare. Con i pochi soldi che guadagnava ballando e con il contributo della madre che era una collaboratrice domestica, David è riuscito a terminare gli studi.

Che l’arte (e il fashion design) fosse nelle sue vene era chiaro già da quando era ballerino. “L’idea di Lookslike Avido – questo il nome del suo brand – è nata quando disegnavo i vestiti di scena per me e il mio team. Poi portavo i disegni nelle sartorie, ma non li realizzavano mai esattamente come li volevo io. Così ho deciso di iniziare a cucirli da solo”. Ha detto il giovane designer in un’intervista a Vogue.

Grazie a un’organizzazione che opera in Kenya, David è riuscito a trovare i fondi per studiare al Buruburu Institute of Fine Arts a Nairobi. Si è così laureato in Fashion Design, aggiudicandosi anche il premio come miglior studente dell’anno. David Avido sta a poco a poco scalando le vette della moda internazionale, tanto che nel 2019 è stato invitato alla Fashion Week di Berlino.

Riciclo e riuso: l’insegnamento dell’Africa

Avido, però, non sembra aver cambiato il suo modo di operare, né tanto meno aver tradito le sue origini. Anzi, Avido non manca mai di sottolineare come l’obiettivo primario del suo lavoro sia quello di avere un impatto sociale positivo sulla sua comunità, creando posti di lavoro e motivando i giovani della sua città a inseguire i propri sogni. Ma vuole anche trasmettere un messaggio al mondo intero, ovvero che anche dai sobborghi dell’Africa rurale può nascere del buono, e che non esiste soltanto quello che vediamo nei media.

Anzi, l’Africa può essere un esempio della grande potenzialità del riciclo. Non avendo infatti a disposizione un’ingente quantità di risorse, Avido cuciva stoffe usate. E così fa tutt’ora. Sul sito di Lookslike Avido si legge che tutti i suoi pezzi sono fatti a mano e il 100% delle stoffe provengono da materiali usati.

Anche se al momento non ha certificazioni che lo rendono un brand totalmente sostenibile, sul sito Avido dichiara il suo intento di utilizzare in futuro solo materie prime biologiche e locali. I loro packaging sono già “climate-neutral” e il 100% del loro profitto viene re-investito nella localizzazione della catena. Un aspetto importante visto che comprare dall’Europa o dall’America prodotti fabbricati in Africa implicherebbe non poche emissioni.

Infine, gli scarti dei tessuti vengono donati alle scuole di sartoria, oppure sono riciclati dalla stessa Lookslike Avido per creare shopping bag.

David Avido con due delle sue creazioni: la felpa e la mascherina

Il Coronavirus in Africa

Nel continente africano il Covid-19 non sta mietendo lo stesso numero di vittime del nord del mondo. La paura che si possa diffondere anche lì è però altissima, poiché i sistemi sanitari non avrebbero le strutture e le risorse necessarie per affrontare un’epidemia di tali dimensioni. Inoltre per molte persone vivere in quarantena e seguire le regole del distanziamento sociale non sarebbe possibile a causa delle condizioni di sovraffollamento e indigenza nelle quali sono costrette a vivere.

“Luoghi come Kibera sono aree ad alto rischio“, ha affermato Rudi Eggers, rappresentante dell’organizzazione mondiale della sanità del Kenya. “Negli insediamenti informali e nei campi profughi della nazione vi abitano molte persone vicinissime tra loro, senza la possibilità di lavarsi bene le mani e senza mascherine.

Fortunatamente al momento il numero di contagi in Kenya sembra essere ancora basso. Sono infatti stati riportati 184 casi di coronavirus e 7 morti. Bisogna però dire che soltanto una piccolissima parte degli abitanti sono stati testati (5.500 a fronte dei 50 milioni totali).

Crediti: National Geographic

Inquinamento e diffusione del virus

Vi sarebbero molte diverse ragioni per le quali in Africa il virus non si sta diffondendo velocemente. In primo luogo vi è la mancanza di dati, che potrebbe influenzare negativamente la stima effettiva dei contagiati e dei morti. Un secondo motivo è la celerità con cui sono state prese le misure di sicurezza nelle maggiori città. Nairobi, per esempio, ha chiuso le attività commerciali e vietato assembramenti e spostamenti di persone. Purtroppo sono anche stati riportati casi di violenza estrema da parte della polizia verso chi violasse la quarantena, il che induce le persone a non lasciare facilmente la propria abitazione.

Il lockdown potrebbe anche aver portato ad un miglioramento della qualità dell’aria. Diversi studi, tra cui quello del SIMA del quale abbiamo parlato nell’articolo “Lo smog aiuta la diffusione del virus?” hanno ormai accertato il collegamento tra inquinamento e diffusione del virus. In più l’aria in Africa, sopratutto nelle zone rurali, è tendenzialmente più pulita rispetto al “Primo mondo”, anche se i dati non sono ancora esaustivi in merito.

Il sito Ourworldindata mostra come il tasso di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico sia più alto nelle nazioni a reddito medio, mentre è minore in quelle con un reddito molto basso oppure molto alto. Questo perché i paesi più poveri, in mancanza di industrie, sono meno inquinati. Quelli più ricchi, invece, stanno sviluppando sistemi più puliti di produzione dell’energia e dispongono di un sistema sanitario efficiente. Il Kenya si posiziona, per il momento, ancora tra quelle a basso reddito.

Mary Stephen dell’OMS ha dichiarato anche che i paesi africani, pur essendo più vulnerabili, potrebbero rivelarsi più resistenti, vista l’età media della popolazione. “Nel Regno Unito l’età media è di 40,5 anni, in Cina 37,4, mentre in Togo e in Camerun le soglie raggiungono una media di 19,8 e 18,5”, dice Stephen.

Clima, tosse, mascherine usa e getta

Vi è stato anche chi ha ipotizzato un rallentamento della diffusione del virus con un clima più caldo. Sarah Jarvis, una dottoressa britannica, ha rivelato alla BBC che questo potrebbe accadere per diversi motivi. Uno di questi è che le goccioline che trasportano i virus potrebbero non durare a lungo in un’atmosfera umida. Inoltre il caldo può far si che i virus muoiano più velocemente quando si trovano al di fuori del corpo umano”.

Quel che è certo è che i virus di natura simile al Covid-19 si diffondono attraverso le goccioline respiratorie, sopratutto quando una persona infetta tossisce o starnutisce. Di qui l’importanza del lavoro di Avido nei villaggi del Kenya. Perché continui il suo operato, le fondazioni uwezafoundation e Project Kenya stanno fornendo al giovane designer i tessuti per creare le mascherine.

È doveroso sottolineare che le mascherine di Avido non sono omologate, né tanto meno ad uso medico. Sicuramente, però, bloccando le vie respiratorie riducono il rischio di contagio. In più, essendo in tessuto, sono lavabili, il che diminuisce problemi relativi allo smaltimento di quelle usa e getta, che anche in Italia stiamo affrontando. Infine, le mascherine non lavabili vengono quasi sempre utilizzate più volte, magari a distanza di breve tempo, durante il quale il virus non ha modo di morire. In questo modo si attenua, di fatto, la loro stessa funzione antivirale.

Armani contro la fast-fashion: “È immorale”

armani

Uno dei pilastri della moda mondiale ha detto basta alla moda. O almeno a quella che ormai ci siamo abituati a conoscere, molto ben racchiusa nella locuzione inglese “fast fashion”.

Armani contro la fast-fashion

Giorgio Armani, lo stilista italiano fondatore dell’omonima casa di moda, si è recentemente espresso contro il concetto imperante della fast fashion in una lettera alla rivista WWD (Women’s Wear Daily). Di seguito alcune delle sue parole.

Leggi anche: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più… Io non voglio più lavorare così, è immorale.

Armani si riferisce al fatto che ormai, anche nel settore del lusso, si è diffuso il concetto della “moda veloce”, che scade dopo ogni stagione e che si rinnova forzatamente alimentando però, di fatto, il susseguirsi di fugaci mode del momento, perdendo quindi le caratteristiche di unicità e personalità. E questo cerchio è stato iniziato per creare, finiamo sempre lì, più introiti. Anche l’alta moda, sia chiaro, segue il profitto, che sappiamo essere molto alto. Ma questa non nasce avendo il profitto come unico obiettivo, o almeno non ai livelli della moda low-cost. L’alta moda è quasi sempre nata in seguito a una passione, e alla volontà di creare capi che durassero nel tempo, sia dal punto di vista della qualità, sia dal punto di vista del “trend” in sé.

“La cultura usa e getta ci sta uccidendo”

Già nel lontano 2011 Tom Ford, un altro grande stilista, aveva espresso in un’intervista cosa fosse per lui il lusso e una delle caratteristiche era proprio quella di discostarsi da una moda che cambia “ora per ora”.

“Il lusso oggi significa qualità e autenticità. Io sto creando un prodotto che non sia vuoto. In un’epoca in cui la cultura usa e getta ci sta letteralmente uccidendo, un prodotto deve essere intriso di integrità. Noi stiamo costruendo un portfolio di cose realizzate per durare e non che siano “alla moda” o che abbiano una scadenza, il che è un drastico cambiamento che sta avvenendo nel settore”.

Questo era quindi un problema già sentito nel 2011, quando il termine fast fashion ancora non era stato coniato. Oggi, forse, abbiamo raggiunto quello che possiamo definire un estremo, un picco, o almeno questo è ciò che Armani auspica nella sua lettera, che continua così.

Oggi un mio capo diventa obsoleto dopo tre settimane in una inaccettabile corsa contro il tempo. Inoltre è assurdo che d’inverno vengano esposti capi estivi e d’estate capi invernali.

Negli ultimi anni infatti non basta più “essere alla moda” nel mese corrente. Vi è invece una smania irrefrenabile di sapere quali siano i trend della stagione successiva e, addirittura, quelli dell’anno successivo, così da farci trovare pronti non appena un nuovo mese bussa alla nostra porta. L’intenzione di arrivare prima degli altri ed essere quindi “unici” viene così spazzata via dalla realtà dei fatti, ovvero che ormai tutti conoscono i nuovi trend e tutti arrivano prima di tutti, credendosi speciali. In questo modo, però, si sta creando un fenomeno di uniformità che è diametralmente opposto all’intenzione originaria.

Il danno ambientale della moda

Se l’erroneità che l'”ultima moda” porta con sé è un concetto troppo astratto, forse quello del danno ambientale che lo stesso concetto comporta, è più visibile. Aspettare 12 mesi perché un trend sia di moda, per poi indossare quei capi per poco più di uno, crea uno spreco delle risorse senza precedenti.

L’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Per non parlare dell’impronta idrica dei tessuti: per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua; per un paio di jeans i litri raggiungono i 7000. Infine, lo sfruttamento dei dipendenti perché lavorino di più e più in fretta per il fatto che le persone comprano sempre più e sempre più spesso, è poi profondamente ingiusto.

Dopo la crisi ridefinire tutto, anche la moda

Giorgio Armani sembra esserne consapevole e incoraggia le industrie della moda ad esporre, dopo questa crisi, soltanto la collezione invernale, non quella dell’anno a venire, mettendo quindi le persone di fronte ai loro bisogni reali, non ai loro capricci.

Armani spiega di essere già al lavoro con i suoi team per ridefinire tutto: i capi saranno in boutique nelle stagioni in corso, basta alla spettacolarizzazione, agli sprechi di denaro, all’inquinamento. E conclude: Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana… Questa è forse la più importante lezione di questa crisi.

Come abbiamo imparato in questi giorni di quarantena, quello che conta davvero sono le cose semplici. Al primo posto vi è ciò che ci permette di sopravvivere, ovvero cibo, acqua e un tetto sopra la testa. Ma vi sono anche le nostre passioni autentiche e poi, ovviamente, le relazioni con le altre persone. La moda dovrebbe riflettere questo stile di vita: soddisfare il bisogno primario del coprirsi, aggiungendo un tocco di stile che possa esprimere la nostra personalità e le nostre passioni. La moda deve infine dare valore alle persone, e non il contrario.

Cosa sta facendo Armani?

Uno dei modi per capire se un brand sia sostenibile è quello di controllare sul sito ufficiale. Se infatti il brand ha a cuore l’ambiente, non vi sarebbe motivo di nasconderlo. Sul quello di Armani c’è, anche se non è messo particolarmente in evidenza. Armani dichiara di utilizzare materie prime di qualità, come il cotone organico, oppure di usare materiali riciclati per i packaging o addirittura per il design delle sedi lavorative.

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Nei suoi uffici, poi, Armani dice di differenziare i rifiuti, di educare i dipendenti riguardo alle tematiche ambientali e promuove la mobilità elettrica e il car/scooter sharing. Di recente Armani ha anche collaborato con Fiat e Earth Alliance, la fondazione di Leonardo di Caprio per combattere il cambiamento climatico, creando la storica Fiat 500 nella sua versione elettrica.

Una piccola riserva

Tutto molto bello, ovviamente. Noi per ci riserviamo una piccola parte di dubbio e scetticismo in quanto, prima di tutto, Armani produce capi di abbigliamento, accessori e cosmetici spesso inutili o superflui. Non è quindi un marchio i cui prodotti sono da prendere d’assalto, anche se l’intera casa diventasse 100% sostenibile. In più, stando al Report 2019 del Fashion Transparency Index, che indica il livello di trasparenza dei brand di moda, Armani si trova al livello più basso. E, anche a causa dell’impossibilità di tracciare, per esempio, la sua filiera produttiva e le sue emissioni, il sito “Good on You“, che si occupa di valutare i livello di sostenibilità dei brand, categorizza Armani come “non buono abbastanza”.

Abbiamo però riportato le parole di Giorgio Armani perché riteniamo siano un buon concetto da tenere a mente quando tutto questo sarà finito, ovvero di dare più importanza all’aspetto umano delle cose invece che a quello materiale. In più ci ricorda di attingere meno dalla fast fashion e comprare invece capi più qualitativi e più duraturi.

L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici

Ci voleva una pandemia di dimensioni epocali perché accadesse. Alla fine però anche l’ONU ha deciso di schierarsi contro i mercati di animali selvatici.

A prendere questa posizione ci ha pensato Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Generale della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità. Una misura già temporaneamente adottata dalla Cina che tuttavia non ha mai detto di volerli eliminare in maniera permanente.

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I mercati di animali selvatici come veicolo di virus mortali

Come tutti sappiamo la diffusione del CoronaVirus ha la sua origine proprio in uno di questi mercati di animali selvatici. Ma la Cina non è l’unico paese in cui è uso comune consumarli. Pipistrelli, coccodrilli, civette e pangolini sono solo alcune delle specie coinvolte. Questi ultimi, ad esempio, sono considerati a rischio estinzione proprio per via dell’eccessivo bracconaggio da parte dell’uomo. In Cina si pensa che le sue scaglie abbiano poteri curativi e non è ancora escluso che il vettore del virus sia proprio un esemplare di questa specie, oltre al già conclamato pipistrello.

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Passiamo ora al dato più eloquente. Tutte le peggiori epidemie della storia recente sono state una conseguenza del passaggio di un virus dall’animale all’uomo. Una grafica creata appositamente dal WWF ci può aiutare a comprendere la gravità di questo fenomeno.

Le pandemie della storia recente

Andiamo in ordine cronologico:

  • 1967, virus Marburg. Paese di origine: Uganda. 590 infetti, 478 morti. Tasso di mortalità dell’81%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1976, virus Ebola. Paese di origine: Congo. 14.693 vittime. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1996, virus Nipah. Paese di origine: Malesia. 496 contagiati, 265 vittime. Tasso di mortalità del 53%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 2002, virus Sars. Paese di origine: Cina. 774 vittime. Passaggio all’uomo da pipistrello e topo.
  • 2009, influenza suina. Paese di origine: USA e Messico. 429 vittime. Passaggio all’uomo da maiale.
  • 2012, MERS. Paese di origine: Arabia Saudita. 858 vittime. Passaggio all’uomo da cammello.
  •  2013, influenza aviaria. Paese di origine: Cina. 616 vittime. Passaggio all’uomo da pollo.
  • 2019, CoronaVirus. In corso.
Credit: WWF Italia

Il termine specifico per definire questi virus è “zoonosi” e, come si evince da questi dati, l’origine di queste malattie non è da trovarsi solamente in animali meno soggetti al commercio. Ne sono un esempio lampante l’influenza aviaria e quella suina. Per chiunque volesse approfondire l’argomento consigliamo la lettura di “Spillover”, un libro del 2012 di David Quammer in cui lo scienziato americano spiega come alla base di queste epidemie ci sia la distruzione di ecosistemi, oltre che il commercio illegali di animali. Alcuni report sostengono inoltre che il 75% delle malattie umane conosciute deriva proprio dalla fauna, non solo selvatica.

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In virtù di queste considerazioni risulta evidente come il nostro eccessivo desiderio di alimenti di origine animale, insieme alla già citata perdita di biodiversità, aumenta il rischio di pandemie su scala globale.

L’impatto ambientale dei mercati di animali selvatici

Già abbiamo parlato, non solo in questo articolo, della necessità di ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi per salvaguardare, oltre alla nostra salute, anche quella del pianeta in cui viviamo e da cui dipendiamo. Tuttavia, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme che arrivano dalla scienza, non sembra che la cosa ci interessi.

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E quello del settore degli allevamenti

Il consumo di carne, di ogni tipo, cresce costantemente a livello globale. Tralasciando per un secondo il discorso legato alle pandemie, occorre focalizzarsi anche sull’impatto che il nostro desiderio di carne e derivati ha sul nostro pianeta. Gli allevamenti di bestiame, non solo quelli intensivi, richiedono un enorme dispendio di risorse.

Una mucca da latte, ad esempio, può arrivare a bere circa 150 litri di acqua al giorno. Così come un manzo necessita di circa 40 kg di mangime al dì. Moltiplicate questi numeri per il numero di capi che attualmente alleviamo su scala globale, che è nell’ordine delle decine di miliardi.

Ora pensate alla quantità di risorse che impieghiamo per produrre questi mangimi che, oltre ad occupare dei terreni che potrebbero essere utilizzate per produrre cibo utile a sfamare quella fetta di popolazione mondiale che soffre di malnutrizione, sono spesse figlie di abbattimento di ampie aree di foreste (vedi i campi di soia dell’Amazzonia) e che, nella maggior parte dei casi, richiedono l’utilizzo di pesticidi su larga scala.

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A tutte queste complicazione vanno aggiunte le emissioni generati dagli scarti degli allevamenti come i liquami, che spesso finiscono per inquinare le falde acquifere, e le eruttazioni e gli escrementi degli animali che emettono metano, ovvero un gas serra climalterante che contribuisce al cambiamento climatico.

Secondo la FAO tutti questi fattori contribuiscono a circa il 17% delle emissioni di gas serra su scala globale – per fare un paragone il contributo del settore dei trasporti è del 13% – anche se secondo molti ambientalisti, molti dei quali hanno scelto diete vegetariane o vegane proprio per questo motivo, questa stima è inferiore rispetto al reale impatto del settore.

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In ultimo pensiamo al problema dell’acqua. Già oggi sono nell’ordine delle centinaia di milioni le persone che non accesso all’acqua potabile e la situazione è destinata a peggiorare con l’avanzare dei cambiamenti climatici. Basti pensare agli innumerevoli bacini idrici sotto stress in ogni angolo del pianeta. Il tutto mentre noi occidentali ci permettiamo di dare 150 litri d’acqua al giorno ad ogni mucca da latte. Suonerà come un’affernazuibe “buonista” ma è proprio così.

Quale conclusione?

Tutte queste considerazioni non possono che mettere in questione la sostenibilità del consumo di prodotti di origine animale e, più in generale, il valore etico e morale del modello di sviluppo occidentale. L’impatto che questo nostro desiderio ha sulla salute di tutti noi e sull’ambiente che ci circonda non è più trascurabile, soprattutto in una fase storica in cui la popolazione mondiale sta crescendo a dismisura. In questi giorni abbiamo l’occasione di riflettere sulle nostre abitudini di consumo. Facciamolo. La sabbia nella clessidra scende, più velocemente che mai. Se non vogliamo essere travolti da catastrofi più grandi noi, come possono essere le pandemie o gli effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo cambiare. In fretta.  

Chanel vuole dimezzare le emissioni entro il 2030

Il brand di moda e cosmetici di lusso Chanel ha recentemente annunciato la conversione delle sue fabbriche francesi per produrre mascherine. Ma non è l’unico cambiamento di una delle casa di moda più famose al mondo. Chanel dimezzerà infatti le emissioni delle sue attività entro il 2030 e ridurrà del 40% quelle delle sue filiere globali. O almeno così ha dichiarato.

Leggi anche: “Fabbriche convertite durante una crisi: una soluzione per il clima?”

Le buone intenzioni di Chanel

Il comunicato lanciato dalla maison francese è stato pubblicato il 10 marzo di quest’anno e inizia con queste esaurienti parole:

Chanel lancia il suo impegno nella lotta ai cambiamenti climatici con Mission Chanel 1.5°, in linea con gli obiettivi ambiziosi dell’Accordo sul clima di Parigi del 2015, volti a limitare gli aumenti medi della temperatura globale a 1,5° gradi.

Come sarà possibile? Per spiegarlo, al breve comunicato stampa Chanel ha allegato un lungo report chiamato appunto “Chanel Mission 1.5” nel quale il marchio si è fatto carico di elencare in modo più dettagliato le soluzioni che intraprenderà per ridurre le proprie emissioni.

Efficienza energetica

Innanzi tutto Chanel si impegnerà ad utilizzare soltanto energia 100% rinnovabile per le sue proprietà entro il 2025. Per questo ha aderito alla coalizione RE100, un gruppo di aziende influenti impegnate nell’uso delle energie rinnovabili.

Nel 2019 Chanel copriva con le rinnovabili il 41% dei suoi consumi energetici, il che può sembrare molto. Chanel ha però più di 300 boutique e centinaia di rivenditori ufficiali in tutto il mondo. Se un’ azienda di tali dimensioni sfrutta per il 60% fonti fossili, l’impatto a ambientale resta comunque notevole.

Adesso Chanel ha creato un’aspettativa per cui dovrebbe utilizzare energie rinnovabili per il 97% della sua produzione già entro il 2021. Per esempio vorrebbero dotare le loro boutique e le loro fabbriche di pannelli solari e aiutare economicamente i loro fornitori perché facciano altrettanto.

Riduzione delle emissioni

Stanno poi potenziando le loro ricerche nel campo dell’agroecologia per ridurre al minimo le emissioni di carbonio date, appunto, dall’agricoltura. Chanel vuole inoltre agire sui trasporti, cercando di ottimizzare le spedizioni, scegliere veicoli a basse emissioni ed implementare lo smart-working peri propri dipendenti.

Packaging sostenibile

Per quanto riguarda i prodotti cosmetici, Chanel crea già da molti anni alcuni prodotti con packaging riutilizzabili. Si possono infatti acquistare una volta e poi cambiare soltanto la cialda all’interno. Certo, inizialmente questa non era un’iniziativa a favore dell’ambiente. L’obiettivo era solo quello di fidelizzare i clienti, inducendoli a ricomprare un prodotto di lusso senza spendere un patrimonio.

Oggi però è diventata anche una buona strategia per ridurre l’impatto ambientale della produzione. Senza contare il fatto che il marchio ha dichiarato di aver appena firmato un contratto con una startup finlandese che si occuperà di sviluppare materiali sostenibili per i loro prodotti.

Oltre l’attività commerciale

Infine Chanel si impegna a guardare oltre le sue attività commerciali, cercando di bilanciare i residui delle sue emissioni di carbonio. Per questo l’azienda di lusso sta già investendo in progetti per proteggere e ripristinare le foreste che loro stessi contribuiscono a ridurre, come ad esempio i boschi di sandalo, un componente fondamentale per le loro fragranze. Inoltre vogliono donare soldi e risorse alle comunità colpite dai disastri naturali, migliorare la loro resilienza e ridurne la povertà, dando loro, per esempio, le conoscenze adeguate sull’agricoltura resistente al clima e sulle pratiche di gestione degli ecosistemi.

A che punto è adesso Chanel

Tutto questo è sicuramente segno di una partenza molto virtuosa. Sopratutto contando che Chanel non ha mai preso pubblicamente in considerazione l’idea di diventare un brand sostenibile. Ha debolmente iniziato a farlo solo nel 2018 con il “Report to Society“, un lungo rapporto nel quale il brand dichiarava di rispettare l’umanità dei suoi dipendenti e del suo lavoro, con solo qualche piccolo accenno alla sostenibilità ambientale. Ma non era abbastanza.

Il “Fashion Transparency Index” di Fashion Revolution indica ogni anno il livello di trasparenza dei brand di moda più famosi del mondo. In quello del 2019 Chanel si è posizionato al livello di trasparenza più basso, con un misero 10%. Come si legge nel report stesso, Chanel non ha mai dichiarato apertamente i luoghi precisi delle sue industrie o i nomi dei suoi fornitori, specialmente quelli esteri.

Certo, Chanel e altri brand di lusso come Dior, Gucci o Prada producono quasi esclusivamente in Italia o in Francia. Chanel in particolare ha qui molte coltivazioni, in quanto i fiori dai quali estrae l’olio per il suo famoso profumo Chanel N.5 sono proprio francesi. Questo ovviamente non assicura che nelle fabbriche vi siano le condizioni di lavoro ottimali, ma sicuramente i lavoratori hanno maggiori diritti e le legislazioni sono più severe e trasparenti rispetto ad altri stati.

Policy di sostenibilità ancora oscura

Ma il livello di trasparenza di un brand non è associabile alla sua policy di sostenibilità. Infatti, uno dei brand più virtuosi in termini di trasparenza è, pensate un po’, H&M, il quale non è sicuramente un brand che eccelle in quanto a rispetto per l’ambiente e per i lavoratori.

Leggi il nostro articolo: “The true cost: quanto costa davvero la moda?”

Per valutare invece quanto un brand è sostenibile si possono consultare due siti che valutano diversi aspetti, ambientali e non, di molti marchi di moda. E sia secondo il sito Rank a brand sia secondo Good on You, Chanel non è affatto virtuosa.

Il motivo principale è la mancanza di informazioni riguardo alla sostenibilità da parte del brand. Questo può essere un aspetto che “giustifica” il brand stesso ma, se un’azienda non avesse nulla da nascondere, non avrebbe problemi a pubblicare informazioni riguardo, per esempio, i suoi fornitori. Un’altra lancia a favore di Chanel può essere spezzata poiché il punteggio indicato da Rank a Brand risale al 2017, ovvero quando il marchio non aveva ancora dichiarato le sue intenzioni in merito all’ambiente.

Ancora molti problemi

La valutazione di Good on You è anch’essa molto severa ed è anche più recente, poiché è stata aggiornata agli inizi de 2019. Il risultato è dato dal fatto che, innanzi tutto, Chanel non utilizza tessuti eco-sostenibili. In più, non sembra che si impegni a minimizzare l’impatto degli agenti chimici sull’ambiente né lo spreco di tessuti.

Per quanto riguarda le risorse umane, come abbiamo già detto, Chanel non ha reso pubblica la lista dei suoi fornitori e non vi sono report riguardo alla verifica degli incidenti sul lavoro. Inoltre Chanel utilizza pelle, lana e peli di animali anche esotici.

Comunque quasi tutti i problemi menzionati fino ad ora sono stati riportati nel report sul clima recentemente pubblicato da Chanel stessa nel quale si impegna a risolverli. Bisogna quindi riconoscere un notevole impegno per l’intenzione di cambiare l’intera sua produzione.

Considerazioni finali

Inoltre è doveroso menzionare il fatto che, a livello generale, i brand di lusso sono “migliori” di quelli di fast fashion anche solo per la mentalità che solitamente conduce chi ne acquista i capi: qualità e non quantità. Inoltre, per giustificare il prezzo, questi brand difficilmente accetteranno di abbassare i loro standard qualitativi mettendo sul mercato capi non più utilizzabili dopo pochi mesi, come accade con i brand low-cost. Ne andrebbe della loro intera fama. In più, vi è una maggiore possibilità che i lavoratori dei brand di lusso non siano sottopagati, sia perché non vi è alcun taglio dei prezzi da parte di queste case di moda, sia perché spesso la loro produzione avviene in paesi europei che devono rispettare gli standard dell’Unione.

Devo però anche ricordare che Chanel produce capi di abbigliamento, accessori e cosmetici spesso inutili o superflui. Non è quindi un marchio i cui prodotti sono da prendere d’assalto, anche se l’intera casa diventasse 100% sostenibile. In più, quelle di Chanel sono per ora soltanto comunicati e, quindi, parole che andranno verificate tra qualche anno e che ci impegneremo a monitorare.