Emergenza smaltimento rifiuti: si rischia il collasso

rifiuti

Come ormai abbiamo imparato a comprendere, un’emergenza sanitaria, per quanto circoscritta nel tempo, ha conseguenze enormi in moltissimi altri settori della società. Questi effetti possono essere positivi, come per esempio la pulizia dell’aria a seguito della riduzione delle emissioni, ma anche molto negative, come il problema della raccolta e del riciclo dei rifiuti.

La sicurezza dei lavoratori

Mancanza di mascherine e di tamponi

Innanzi tutto vi è il pericolo per i lavoratori che, proprio come i dipendenti dei supermercati, i farmacisti, gli impiegati di banche e uffici postali e, ovviamente, i medici, svolgono un’attività ad alto rischio di contagio. Gli addetti al settore della raccolta e gestione dei rifiuti urbani e speciali sono 90 mila nel nostro paese e non tutti hanno a disposizione le misure preventive adeguate all’emergenza sanitaria in corso.

Più di due settimane fa, l’Associazione Imprese Servizi Ambientali “Fise Assoambiente” aveva chiesto al Governo di assicurare un adeguato rifornimento di questi dispositivi alle imprese del settore e di valutare in questa fase di emergenza misure fiscali sui DPI per supportare le aziende. Per quanto però molti comuni abbiano agito tempestivamente e in modo efficiente, fornendo ai lavoratori mascherine e tute protettive, molti altri hanno invece riscontrato problemi e ritardi, specialmente al sud.

Messina, Brindisi, Livorno

A Messina, per esempio, era stato lanciato un allarme da parte delle imprese di raccolta dei rifiuti per mancanza di adeguate protezioni, a cui è seguita una minaccia da parte dei sindacati di uno stop dell’attività. Un episodio simile è avvenuto a Brindisi dove la Cisl aveva richiesto già l’otto marzo maggiori protezioni per gli operatori.

Conseguentemente, Utilitalia, Confindustria Cisambiente, Alleanza delle cooperative italiane e FISE Assoambiente hanno provveduto a un protocollo d’intesa al fine di garantire la continuità di un servizio pubblico essenziale.

Solo ieri, però, a Brindisi il coordinatore territoriale del sindacato ha dovuto sollecitare questo bisogno. Anche se in quella zona, al momento, non è stato registrato alcun caso di COVID-19, sappiamo tutti quanto sia importante la prevenzione, specialmente in aree del Paese che non hanno gli strumenti per poter interfacciare una crisi sanitaria come quella che ha colpito la Lombardia.

Anche a Livorno non sono mancati problemi e proteste, sopratutto in seguito a un altro caso di COVID-19 nel settore dei rifiuti. I sindacati lamentano la mancanza di adeguate misure protettive e di tamponi per gli operatori. Anche le misure igieniche faticano ad essere aggiornate a fronte di un’emergenza. Per esempio la sanificazione dei mezzi, usati da tutti, è fatta in modo approssimativo ed artigianale senza che nessuno lasci un documento che certifichi la data della sanificazione e dei prodotti usati.

Rifiuti contaminati

Il pericolo per gli operatori deriva, oltre che dal contatto con colleghi e con chiunque incontrino durante l’orario di lavoro, anche da quello con i rifiuti stessi. Questi possono infatti provenire da case al cui interno vivono persone positive al virus. Per questo, sono state pubblicate dal Ministero della salute le norme di raccolta dei rifiuti da parte di chi è risultato positivo al tampone.

Chi è in quarantena obbligatoria, per esempio, non deve differenziare i rifiuti, i quali devono essere ben chiusi all’interno di due o tre sacchetti resistenti.Se invece non si è positivi, la raccolta differenziata può continuare come sempre, usando però l’accortezza, se si è raffreddati, di smaltire i fazzoletti di carta nella raccolta indifferenziata.

La difficoltà del riciclo

Vi è poi un’emergenza per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti. Innanzi tutto sono aumentati quelli non riciclabili poiché gettati nella raccolta indifferenziata. Il materiale medico-sanitario, per esempio, ma anche gli scarti domestici. Questo causerà non pochi danni all’ambiente nei mesi futuri.

Non possiamo poi non menzionare il fatto che gli imballaggi da smaltire in questi giorni stanno notevolmente aumentando. Questo a causa dell’incremento degli acquisti online. In più, i cittadini iniziano a prediligere l’acquisto di oggetti e alimenti che siano ben protetti da pesanti imballaggi, snobbando quelli sfusi.

Il Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) ha lanciato l’allarme riguardo al rallentamento o blocco di alcune attività industriali che causano l’inceppo delle filiere della raccolta differenziata. Gli stoccaggi sono saturati e gli impianti di riciclo e smaltimento hanno subito un notevole rallentamento. La situazione è ancora più fragile al Sud, poiché quest’area del Paese è dotata di un minor numero di impianti. Questo può avere conseguenze gravissime sul riciclo dei rifiuti non solo aziendali ma anche urbani.

La plastica

Come riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore, esiste un materiale plastico di difficile riciclo: il Plasmix. L’unico modo per riciclare questo materiale è nei cementifici, che lo usano come collante. Con la chiusura di questi ultimi, il Plasmix azzera le sue possibilità di essere smaltito in modo ecologico. Quanto alla plastica riciclata, che ammonta al 45,5% del totale di quella consumata, solitamente viene esportata in quantità significative. Tali esportazioni però sono al momento sospese. Infine la plastica riciclata in Italia è destinata specialmente all’industria del giocattolo e dell’arredo urbano. Queste aziende oggi sono chiuse perché non sono considerate essenziali.

Acciaio, alluminio e carta

Per l’acciaio e l’alluminio, vi è il problema della chiusura di quasi tutte le acciaierie e delle fonderie italiane che non possono più riutilizzare questi materiali. Per il riciclo della carta vi sono invece difficoltà di tipo logistico. Mancano infatti i cosiddetti “ritornisti” ovvero persone disposte a compiere viaggi a vuoto ritornando dopo le consegne del materiale da riciclare.

Quali soluzioni?

In risposta a questi problemi, il Ministero dell’Ambiente ha proposto quattro soluzioni immediate.

Aumento degli stoccaggi

Innanzi tutto l’aumento della capacità degli stoccaggi e quindi delle misure di sicurezza in vista di una maggiore quantità di rifiuti. Si alza infatti il rischio di incendi o di infiltrazioni ma anche di emissioni di gas tossici. Saranno poi raddoppiati i permessi per quanto riguarda il periodo di stoccaggio consentito dalla legge.

Una combustione più efficiente

E’ stata anche aumentata la soglia massima di capacità termica per gli inceneritori, al fine di consentire una combustione intensiva e in tempi più brevi. Inoltre, una priorità alla combustione sarà data ai rifiuti provenienti dalle abitazioni in cui sono stati registrati casi di COVID-19.

Le discariche urbane poi fungeranno da temporaneo spazio di stoccaggio dei rifiuti urbani, indifferenziati o differenziati.

Le discariche urbane

A questo proposito, bisogna anche sottolineare il fatto che molti comuni hanno deciso di chiudere le discariche urbane, sopratutto in quelli maggiormente colpiti dall’epidemia di COVID-19. Per citarne alcuni, il comune di Torre Boldone e di Sovere nella bergamasca e quello di Gessate nel milanese. La chiusura delle piattaforme ecologiche, per quanto necessaria, causerà molti problemi di smaltimento dei rifiuti pesanti, anche domestici, per non parlare di quelli aziendali delle attività strategiche.

Un’ occasione per cambiare

Il problema della gestione dei rifiuti durante una simile emergenza è l’ennesimo campanello di allarme e, forse, un’ennesima occasione per ripensare le nostre abitudini. Dovremmo infatti chiederci se vale la pena, a emergenza finita, continuare ad utilizzare le risorse in modo eccessivo. I rifiuti, infatti, derivano spesso da prodotti atti a soddisfare i nostri più futili capricci, oltre che quelli delle più grandi aziende inquinanti.

La pandemia di coronavirus durante la quale ci stiamo dimostrando incapaci di gestire i rifiuti dovrebbe portarci a realizzare che l’essere umano non è invincibile. Anzi, continuando a vivere con le stesse abitudini di sempre, non saremo in grado di far fronte ai problemi futuri di simile, se non peggiore portata. Magari non giungeranno in veste di pandemia, bensì sotto forma di catastrofe naturale o ondate migratorie conseguenti ai cambiamenti climatici. Per questo consumare meno, produrre meno e, quindi, dover smaltire meno sarà l’unica chiave per evitare che la storia si ripeta.

Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

Junker app: e la raccolta differenziata non è più un problema

Quante volte ci siamo chiesti come andasse correttamente smaltito un determinato prodotto? Spesso, forse troppo, complice anche l’utilizzo dei materiali più svariati nei vari sistemi di packaging. Fare confusione è troppo semplice, soprattutto quando nella confezione non appare alcuna dicitura che specifichi il modo adeguato di differenziare la confezione. Giunko Srl, una startup tutta italiana, ha creato per voi l’app Junker, che renderà i vostri dubbi solo degli spiacevoli ricordi.

 

 

Inquadra il codice a barre con l’app Junker e la raccolta differenziata non sarà più un problema

 

Il meccanismo è di una semplicità disarmante. Una volta scaricata l’app dai portali dedicati, vi basterà inserire il vostro indirizzo di residenza. Junker è infatti integrato con la maggior parte degli operatori nel settore della raccolta differenziata attivi su suolo italiano. Una condizione necessaria viste le differenti regole per il riciclaggio presenti nei vari territori. Alcuni attori della filiera, a seconda dei comuni, tendono a raggruppare determinati rifiuti in maniera diversa. Alcuni, ad esempio, hanno cassonetti condivisi per vetro e lattine, altri invece ne hanno due separati. Grazie a queste integrazioni l’app mette anche a disposizione, nei comuni in cui è attiva, il “calendario” per la raccolta porta a porta.

 

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Ma la vera comodità, che ci ha fatto balzare sulla sedia, è un’altra. Pensiamo a tutte quelle confezioni che non capiamo bene come smaltire. La maggior parte di esse avrà un codice a barre. Aprendo l’app ed inquadrandolo, Junker app riconoscerà il codice e, quindi il prodotto. Successivamente incrocierà questi dati con le regole per la raccolta differenziata del tuo comune arrivando, infine, a dirti come smaltirlo correttamente. Questa mattina, ad esempio, abbiamo scannerizzato il codice a barre di una bottiglia di vino. Junker l’ha riconosciuta correttamente indicandoci dove smaltire la bottiglia, che ovviamente andava buttata con il vetro, ed il tappo. Nella maggior parte dei casi questo è composto di sughero, un materiale assolutamente riciclabile a seconda delle regole dei vari operatori del settore. Per quel determinato prodotto, invece, il tappo era composto da plastica.

Riconoscimento tramite immagini

Come se non bastasse, una delle novità più recentemente introdotte, riguarda il riconoscimento per immagini. Ora basterà inquadrare l’oggetto per far sì che l’app lo riconosca nel proprio database e sia così in grado di indicare come smaltire correttamente il rifiuto.

Differenziare i propri rifiuti non è mai stato così facile, ve lo assicuriamo!

 

Junker app l’ha riconosciuto immediatamente ed ha evitato che lo buttassimo nel contenitore inadatto. Viene da sé che lo stesso procedimento è attuabile per qualsiasi prodotto che sia marcato con un codice a barre. Nei rari casi in cui il prodotto non venisse riconosciuto, vi basterà inviare una foto tramite il support dell’app e il team di Junker vi risponderà personalmente con tanto di istruzioni sul corretto smaltimento dell’oggetto nell’immagine.

 

L’importanza della raccolta differenziata

 

Quello dell’economia circolare è un tema da sempre caro agli ambientalisti. I rifiuti contribuiscono infatti a circa il 4% delle emissioni globali. Un dato sicuramente non altissimo, soprattutto se si pensa che altri fattori arrivano a raggiungere percentuali anche superiori al 20%, come nel caso della produzione di energia. Tuttavia quella di differenziare correttamente è una di quelle abitudini che richiedono il minimo sforzo e che hanno un effetto assicurato.

 

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L’attenzione al dettaglio, anche per questa pratica, risulta però fondamentale. Una confezione di materiale plastico particolarmente sporca o non riciclabile, inserito nel cassonetto della plastica, rischia di vanificare quanto fatto invece da chi si è preso la briga di fare tutto correttamente. Inoltre, quello delle cosiddette “materie prime seconde”, ovvero quelle materie prime ricavate dai processi di riciclaggio, è un settore che va supportato, non solo dalle decisioni politiche ma anche dalla cittadinanza che, in questo senso, deve fare la sua parte e attenersi alle regole del proprio comune. A maggior ragione ora che, grazie a Junker, fare tutto nel modo giusto è di una facilità disarmante.

 

Come ottenere Junker

 

“Junker” è ormai disponibile da diversi anni e le cose stanno andando a gonfie vele. L’app, sul Play Store per Android, ha una valutazione media di 4,3 stelle su 5 ed ha più di 1.500.000 download.

Così come i comuni che hanno deciso di aderire al progetto sono ormai più di 1.000 e continuano a crescere di mese in mese.

Dati che ci comunicano una piena soddisfazione degli utenti come risultato di un’app efficiente che riesce, quindi, a portare a termine la mission per cui è nata: aiutare il cittadino, in modo semplice e intuitivo, a fare la raccolta differenziata in modo corretto.

 

La mascherina e il suo impatto sull’ambiente

Mascherina

La corsa alle mascherine

Sono viste come il più leale alleato in questi tempi di infezione da coronavirus. Le mascherine respiratorie sono diventate il principale accessorio indossato in strada, in questo periodo, da chiunque esca di casa, rigorosamente per recarsi all’alimentari, in farmacia o in posta. O a portare a spasso il cane. L’utilizzo della mascherina è indicato solo a chi risulta positivo, per evitare che le goccioline di saliva, i famigerati droplet, possano contagiare altri. Il positivo, come ben sappiamo, ha l’obbligo di restare a casa in quarantena, anche qualora sia asintomatico. La maggior parte di chi ne fa uso, nelle nostre città, non è positivo al COVID – 19.

A causa soprattutto della paura generata dal patogeno, l’accessorio chirurgico viene utilizzato durante ogni spostamento. Se a ciò associamo l’utilizzo professionale che ne fanno medici e operatori sanitari impegnati nella lotta al COVID – 19, ci ritroviamo con una enorme quantità di mascherine da smaltire. Questa protezione, infatti, è monouso; ogni 4 o 5 ore bisogna gettarla via e sostituirla.

Una mascherina FFP2

Da una sbagliata informazione, l’utilizzo errato della mascherina

Come ci ha ricordato la WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’unico modo per evitare sprechi è l‘utilizzo razionale del prodotto. In questi giorni di spreco correlato all’utilizzo della mascherina ne stiamo vedendo davvero tanto.

Possiamo verificarlo da tre micidiali effetti, naturalmente correlati l’uno all’altro, che stiamo riscontrando. Il primo, sotto gli occhi di tutti, è la speculazione selvaggia che sta coinvolgendo il prodotto. I prezzi di una mascherina sono schizzati alle stelle data l’impennata della richiesta, in maniera spesso incontrollata ed irragionevole. Ciononostante tantissime persone, la maggioranza potremmo dire, fanno uso di questa protezione, anche se ha poco senso che lo facciano; tale comportamento potrebbe essere controproducente. La mascherina (diversamente dal respiratore facciale), infatti, non serve tanto a proteggere se stessi, quanto a tutelare gli altri. In terzo luogo, naturalmente, l’abuso dello strumento mascherina da parte di chi non è tenuto ad indossarla, può comportarne l’assenza per i contagiati, ai quali sarebbe veramente necessario.

Dobbiamo avere cura di fare uso di questa protezione solo qualora ci occorra veramente farlo. E’ comprensibile volersi difendere al massimo; è però meno comprensibile minare l’ecosistema del nostro pianeta a causa di una protezione blanda e prevalentemente psicologica, se si è negativi al virus.

Chi deve utilizzare la mascherina?

Per chiarire al lettore che, letti i precedenti paragrafi, si stia legittimamente domandando se debba indossare la mascherina, riportiamo le indicazioni base dell’OMS, rilanciate dal Ministero della Sanità. E’ necessario che indossi la protezione chiunque soffra di malattie respiratorie, o riporti sintomi riconducibili ad esse. Nello specifico, va da sé, deve indossarla chiunque riporti sintomi riconducibili al COVID – 19: tosse, starnuti o febbre prolungata. La mascherina è alleato prezioso per chiunque sia a stretto contatto con contagiati – o persone fortemente sospettate di esserlo. Lo strumento è più utile alle persone che circondano chi la indossa che all’indossatore stesso.

Un simpatico contributo animato per aiutarci a capire se dobbiamo davvero fare utilizzo della mascherina, Video: Cartoni Morti

Numerosi esperti che appaiono in tv o su altri media, in questi giorni, consigliano a tutti di indossarla, dal momento che il contagio è galoppante. Seppur si sia appena visto come ciò non sia necessario. Lascio dunque alla sensibilità di ognuno la decisione se indossare la mascherina o meno, anche alla luce di ciò che andremo a scrivere nelle prossime righe.

Tipologie e sigle

Se abbiamo deciso di utilizzarla, dobbiamo avere l’accortezza di selezionarne modello e tipologia adeguati. La mascherina non è un accessorio trendy, come gli occhiali da sole o una sciarpa, bensì una protezione medica. Cominciamo dicendo che le tipologie utilizzate in camera operatoria, così come quelle comunemente note come antismog, non hanno alcuna utilità antivirale. Per proteggere e proteggersi dal coronavirus occorre una mascherina specifica, ideata e realizzata appositamente per la protezione respiratoria. Il protocollo corretto è quello dei modelli siglati con le diciture seguenti: FFP1, FFP2 oppure FFP3. Particolarmente efficaci sono gli ultimi due: il loro filtraggio oscilla tra il 92 ed il 98%, a seconda degli studi. Il prezzo di questi prodotti non dovrebbe allontanarsi molto dai 5 euro.

Una mascherina semifacciale FFP3

Naturalmente, nell’utilizzare la mascherina, vanno tenute presenti alcune indispensabili precauzioni. Prima di indossarla, occorre lavarsi sempre accuratamente le mani, con sapone o disinfettante, come abbiamo (re)imparato bene a fare, in questi giorni così difficili. In secondo luogo, va verificata la perfetta aderenza tra strumento e viso, bocca e naso devono essere ben protetti. Infine, dovrebbe essere scontato ma quotidianamente vediamo come non lo sia, non tocchiamo mai la mascherina durante l’uso. E’ una cosa da ricordare soprattutto a coloro i quali si levano la protezione per grattarsi il naso, o per rispondere al telefono, per poi reindossarla subito dopo.

L’impatto ambientale della mascherina

La mascherina protettiva, prodotto alla cui produzione si stanno dedicando, in questi giorni, sempre più aziende, anche italiane, è composta di polipropilene. A causa di questo materiale, l’accumulo delle mascherine corre il rischio di creare seri problemi all’ambiente. Il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile, pericoloso soprattutto per i mari. Non sono poche le associazioni ambientali che hanno già avvertito di questa incombente minaccia, la quale corre il rischio di farsi sempre più grave, con il prosieguo della pandemia.

La serietà della situazione è stata ben evidenziata da Oceans Asia, organizzazione impegnata nella salvaguardia marina, tramite il suo fondatore Gary Stokes. Egli ha affermato: “Abbiamo visto la diffusione delle mascherine per sole 6/8 settimane. Eppure stiamo già riscontrando i loro effetti sull’ambiente.” Il riferimento è alla triste scoperta su una spiaggia delle Isole Soko, vicine ad Hong Kong. A quelle latitudini sono state rinvenute 100 maschere, nell’arco di due settimane, giunte dall’Oceano. Il costante utilizzo di plastiche monouso, insieme nel quale naturalmente rientrano le mascherine, rappresenta uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. Vittima favorita di questi prodotti è l’ecosistema marino.

L’impietosa pesca delle mascherine in mare, su una spiaggia delle Isole Soko, Foto: Taipei Times

Siamo naturalmente tutti impegnati nella lotta al virus e ogni guerra ha le sue vittime. I numeri sono impietosi, lo sappiamo bene in Italia. Impegniamoci però a tener fuori l’ambiente dal bollettino dei caduti di guerra, altrimenti non faremo in modo a riprenderci da questa crisi che dovremmo affrontarne subito un’altra. Quella che stavamo affrontando già prima, se qualcuno ancora lo ricorda. E il bilancio di quella battaglia, non potrà che essere più impietoso.

Sfruttamento ambientale e virus sono profondamente legati, basta seguire qualche approfondimento televisivo o radiofonico, in questi giorni, perché qualcuno analizzi questo aspetto. Anche noi lo abbiamo fatto, sulle pagine dell’EcoPost.

Come smaltire mascherina e guanti?

Non più di qualche giorno fa, era il 18 marzo, si è svolta la giornata del riciclo. Inevitabilmente, dato il periodo che stiamo attraversando, si è dedicata particolare attenzione allo smaltimento di guanti e mascherine protettive. In che modo trattiamo questi accessori al termine della loro breve vita?

I guanti monouso si dividono principalmente in due tipi. Quelli più diffusi, in lattice, non sono riciclabili e vanno gettati nella raccolta indifferenziata. Lo stesso vale per quelli composti di nitrile, una gomma sintetica. I guanti in vinile, o PVC, invece, fanno storia a parte, essendo derivati di materiale plastico, vanno gettati nella raccolta differenziata della plastica. Naturalmente, parliamo di protezioni utilizzate da persone non positive al COVID – 19. I malati devono sospendere la raccolta differenziata e gettare i loro rifiuti, indistintamente, all’interno dell’indifferenziata, curandosi di chiudere in doppi sacchetti la loro spazzatura e raccoglierla in un ambiente inaccessibile agli animali domestici. Questi rifiuti, inevitabilmente, risulteranno contaminati e non sarà dunque possibile riutilizzarli.

L’infografica dell’Istituto Superiore della Sanità per lo smaltimento di rifiuti durante la pandemia

Per quanto riguarda, invece, le mascherine, esse non sono mai riciclabili. Gettiamo tale prodotto, sempre e comunque, nella raccolta indifferenziata. La disposizione vale anche per l’utilizzatore non positivo al nuovo coronavirus. Teniamo dunque presente che ogni singola mascherina usata costituisce un rifiuto che non potremmo riciclare.

Per agevolare il lettore, ricordo che l’Istituto Superiore della Sanità ha dato indicazioni precise sullo smaltimento dei rifiuti urbani in questo periodo.

Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza

Il nesso fra l’emergenza climatica e l’emergenza Coronavirus esiste, in un cortocircuito di cause e conseguenze dagli effetti a dir poco paradossali. Molti hanno infatti sostenuto che il Coronavirus sia stato in qualche modo “agevolato” dal cambiamento climatico. Viceversa, i decreti di restrizione per contenere la pandemia stanno riducendo sensibilmente l’inquinamento atmosferico in Italia. Le nuove immagini ESA lo confermano. C’è un aspetto che però dovrebbe spingerci a riflettere: perché l’emergenza Covid-19 è sentita e temuta dalla popolazione italiana, mentre la percezione della crisi climatica risulta ancora drammaticamente falsata? Ecco alcune riflessioni, con il contributo di eminenti esperti.

Leggi il nostro articolo: “Virus: lo sfruttamento ambientali li fa esplodere”

L’emergenza climatica e la lunga durata

Una prima spiegazione fu data nel famoso trattato I limiti dello sviluppo del 1972. Gli esperti del MIT misero in luce che il cervello umano, per quanto straordinario, non fosse capace di tenere assieme le molteplici interazioni che compongono la realtà del mondo. I nostri pensieri sono principalmente concentrati nel breve termine, nell’arco della prossima settimana o dei prossimi anni, e sono principalmente rivolti a chi ci circonda: la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra impresa, il nostro vicinato. Pochissime persone esprimono preoccupazione per ciò che accade alla nazione nel suo insieme, o addirittura al mondo. E un numero ancora inferiore riesce ad estendere questi pensieri nel tempo, considerando l’arco di una vita intera o il futuro delle prossime generazioni.

percezione emergenza
Club di Roma, I limiti dello sviluppo, 1972

Quindi, tendiamo ad ignorare la crisi climatica perché siamo perlopiù concentrati nel “qui e ora”. È molto difficile astrarci e inglobare nella nostra sfera delle priorità persone che non conosciamo, che abitano lontano da noi o che addirittura non esistono ancora. Lo ha scritto bene Danny Chivers in The no-nonsense guide to climate change: “la questione climatica non accende il nostro bottone delle emergenze”.

I sistemi di difesa della mente e delle nazioni

In relazione al Coronavirus, il professor Bagliani dell’Università di Torino ha spiegato così la differenza della percezione del rischio in un’intervista a La Stampa: «L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi».

In secondo luogo, proprio per le dimensioni dilatate della crisi climatica nello spazio-tempo, è impossibile trovare un singolo nemico a cui dare la colpa. Perciò è altrettanto impossibile distribuire il fardello delle soluzioni da adottare. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Tutti responsabili, nessun responsabile. Questo gioco di rimbalzi è ben visibile nello scacchiere politico attuale: gli Stati occidentali continuano ad accusare i paesi emergenti quali Cina e India per il picco di emissioni degli ultimi due decenni, sebbene in termini storici e pro-capite proprio gli Stati Uniti e molte nazioni europee riempiano i primi posti della classifica mondiale dei paesi più inquinanti.

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L’emergenza climatica mette a rischio il nostro sistema mentale

Gli studiosi hanno apportato anche altre teorie per spiegare il deficit nella percezione del rischio del cambiamento climatico. La celebre attivista Naomi Klein ha ripreso la teoria della “cognizione culturale” dal gruppo della Yale Law School guidato da Dan Kahan, secondo cui il nostro cervello permetterebbe di integrare solamente quelle nuove informazioni che non costituiscono una minaccia per il nostro sistema di valori, di credenze, di convinzioni. Si sostiene cioè che la mente umana filtri le informazioni per difendere la propria visione di mondo: quando il costo di integrazione è troppo alto, dal punto di vista emozionale, intellettuale o finanziario, prevale la tendenza a rigettare le nuove informazioni come se fossero corpi estranei.

La differenza fra le due emergenze è anche in questo caso evidente. Il Coronavirus sta sì imponendo grossi sacrifici agli italiani, ma sono sacrifici che hanno un costo definito e quantificato nel tempo. Il limite temporale del 3 aprile potrà essere posticipato ancora, eppure siamo ben consapevoli che la quarantena non durerà per sempre. La crisi climatica, d’altra parte, richiede sacrifici a lungo termine, e quindi una costanza di pensiero che ci spinge a scompaginare e rivedere le nostre abitudini e i nostri valori. Una volta che ci verrà restituita la libertà di scegliere, riusciremo a limitare i viaggi all’estero, lo shopping nei centri commerciali, gli spostamenti in macchina? Oppure tornerà tutto come prima?

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Solidarietà e resilienza a lungo termine

Il caporedattore di Materia Rinnovabile, Emanuele Bompan, si augura che tutti questi sacrifici non siano fatti invano e si domanda:Possiamo rendere una tragedia la più grande opportunità per fermare una tragedia più grande e più difficile da cogliere? Il presente offre a chi è visionario una grande possibilità per mutare radicalmente un’economia, una gestione della nostra casa comune, mettendo al centro la salute delle persone e del pianeta”. La solidarietà e la resilienza di queste settimane possono tornarci utili per riallineare la percezione distorta delle nostre priorità e capire che l’emergenza climatica è già realtà, qui e ora.

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Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai

Non è stato difficile, da parte dei media ma anche da chi quei momenti li ha vissuti davvero, paragonare questo periodo di restrizioni a causa del coronavirus a ciò che avveniva durante e dopo le due guerre mondiali. Coprifuoco, limitazioni alla libera circolazione, preoccupazione per i propri cari, ospedali pieni, medici costretti a prendere decisioni indicibili, le sirene delle ambulanze che sfrecciano a ogni ora del giorno e della notte su strade vuote, lasciando un vuoto anche in noi stessi ad ogni passaggio.

Noi stiamo un po’ meglio

Sono però abbastanza sicura che, se chiedessi a mio nonno quanto il paragone con la guerra sia azzeccato, mi risponderebbe che no, non è la stessa cosa. Tolto, ovviamente, il settore ospedaliero il quale, purtroppo o per fortuna, non si trova pienamente all’interno del nostro raggio di consapevolezza.

Mio nonno ci raccontava sempre una storia che, ora me ne rendo conto, aveva il secondo fine di educare me e i miei fratelli alla parsimonia e alla gratitudine. Come regalo della prima comunione, egli aveva ricevuto il permesso di mangiare un uovo intero, senza doverlo dividere con i suoi otto fratelli.

Ecco la differenza: per il momento noi, di uova, possiamo mangiarne quante ne vogliamo. Dobbiamo solo avere l’accortezza di comprarle una volta alla settimana, di stare a distanza dalle persone e, se siamo tra i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsela, indossare una mascherina. Infine, se è possibile, comprarle dal contadino di fiducia, oppure controllare che provengano da un allevamento vicino alla nostra città. Di seguito vi spiego il perché.

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La crisi del settore turistico

Uno dei più temibili effetti di questa epidemia in Italia è quello che ha colpito il settore turistico. Chi ci fa visita ama comprare il cibo locale e vivere la vera “Italian experience“. Certo, qualcuno viene abbindolato da falsi “local restaurants” che di local hanno ben poco.

Ma, con i numeri del turismo registrati in Italia, possiamo essere certi che molti viaggiatori hanno un ruolo importante nel supportare i veri local shops. Secondo l’Istat nel 2018 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi, raggiungendo il massimo storico. Questi numeri hanno reso l’Italia il terzo Paese in Europa per numero di turisti, dopo Spagna e Francia.

E adesso? Il nulla. Milioni e milioni di persone bramose di assaggiare le specialità italiane sono sparite nel giro di pochi giorni. Una grande tristezza per tutti, una rovina per molti.

No ristoranti, no fornitori

Un altro effetto negativo dell’epidemia di coronavirus è quello della chiusura di bar e ristoranti. All’inizio era una decisione presa dai locali stessi per tutelare le loro attività.

Dovendo infatti mantenere delle rigide regole di orari e gestione della clientela, come ad esempio la distanza di un metro tra le persone, molti hanno preferito non rischiare multe salate, o non essere la causa di contagi evitabili. Tantissime attività, quindi, hanno chiuso le serrande ben prima della decisione del premier Conte di chiudere qualunque bar, locale e ristorante d’Italia.

Anche questo provvedimento sta avendo un effetto disastroso sui produttori locali. Molti ristoranti infatti, se di discreta qualità, utilizzano ingredienti di prima scelta, locali e di stagione, per dare al cliente la migliore esperienza culinaria possibile. I piccoli fornitori, quindi, che si sono trovati l’osteria di fiducia chiusa per un mese, hanno perso gran parte della loro clientela fissa, registrando un crollo delle vendite mai visto prima.

Un settore piegato alle grandi catene

Secondo il rapporto FIPE (Federazione Italiana Pubblici Servizi), nel 2017 in Italia vi erano 333.647 attività di ristorazione. Si può solo immaginare quanti produttori e fornitori hanno risentito della loro chiusura repentina. In più, l’Italia stava andando già incontro a una crisi importante nella ristorazione, che ha visto cessare in un anno 26.000 attività di ristorazione a fronte delle 13.600 avviate. Questo significa 34 attività che ogni giorno abbassano la saracinesca.

Spesso, poi, queste sono proprio le attività più piccole e locali le quali, con l’aumentare della concorrenza delle grandi catene, non riescono a tenerne il passo. Questo è dovuto anche al cambiamento delle abitudini di consumo da parte dei fruitori.

Per esempio, è più facile che chi si trova a Milano voglia andare in una caffetteria di moda come Starbucks piuttosto che in una un po’ più nascosta, meno in voga, anche se più “locale”. E non serve un’inchiesta giornalistica per verificarlo. La fila lenta e perenne davanti a Starbucks l’ho vista con i miei occhi, e il locale non sembra essere nemmeno molto piccolo.

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La vittoria schiacciante dei supermercati

Adesso che gli italiani non escono più a mangiare, voi direte, saranno costretti a fare più spesso la spesa. I produttori, quindi, dovrebbero anzi registrare un aumento nelle vendite.

In effetti, prima di questa emergenza i consumi alimentari fuori casa erano il 36% del totale e avevano un valore di 43,2 miliardi di euro. Il problema, però, è che anche stando a casa gli italiani prediligono di gran lunga rifornirsi al supermercato. Secondo una ricerca del Censis sono 45 milioni le persone che si riforniscono nella grande distribuzione, ovvero il 75% della popolazione.

E’ stato anche appurato come il settore della grande distribuzione alimentare sia uno di quelli che più ha beneficiato dell’avvento del coronavirus, insieme a quello farmaceutico e del commercio online. Si stima infatti che, se l’epidemia continuasse a tormentare l’Italia anche dopo l’estate, i guadagni del suddetto settore passerebbero dai 108 miliardi del 2019 a 132 miliardi nel 2020. Se quindi i piccoli produttori locali già soffrivano per la concorrenza con i supermercati, oggi questa concorrenza è salita alle stelle.

Uno dei motivi, comprensibili, per i quali le persone preferiscono la grande distribuzione è quello di fare abbondante scorta di beni, così da non uscire di casa più del necessario. L’altro lato della medaglia, però, vede il formarsi di una concentrazione di persone altissima, sia fuori che all’interno dei supermercati, molto rischiosa sia per noi che per i dipendenti, esposti ogni giorno a una enorme quantità di potenziali infetti. I supermercati, inoltre, sono spesso distanti dai quartieri abitati, richiedendo così più e, quindi, contatti.

Il problema dei supermercati è anche l’utilizzo spropositato della plastica negli imballaggi

Cambiare le nostre abitudini

Questo potrebbe accadere anche all’interno dei piccoli negozi locali, certo. Qui, allora, entrano in gioco le nostre abitudini di consumo, alimentari e non, che il coronavirus potrebbe spronarci a cambiare. Se decidiamo di comprare meno e meglio, infatti, ridurremo automaticamente anche le nostre uscite.

Se l’andare al supermercato è la conseguenza del non saperci privare degli alimenti industriali, confezionati e pronti, che ci bastano per pochi giorni e ci svuotano il portafogli, allora non è più giustificabile. Un esempio sono gli snack e le bibite, ma anche, per esempio, i prodotti di bellezza. Ancora peggiori sono i prodotti esotici tanto in voga, come l’avocado, senza il quale non è possibile postare una foto con la descrizione “#iorestoacasa e mangio healthy” , mentre l’economia italiana collassa all’ombra di quello stesso avocado.

Utile, invece, ridurre la quantità di cibo che mangiamo e prediligere la qualità e la località. Dai fruttivendoli non ci saranno gli avocado e le fragole incolore e insapore, scongelate e conservate in una scatola di plastica. Non ci saranno interi scaffali di cibi pronti e la scelta sarà tra poche, semplici materie prime. Però sappiamo tutti che qui è possibile trovare alimenti più sani, magari biologici, di stagione, con la filiera corta e che supportano l’agricoltura italiana.

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Fatelo per l’Italia

Questo titolo suona forse anacronisticamente patriottico. Ma è un dato di fatto che l’Italia e il resto del mondo dovranno affrontare una grave crisi economica, durante e anche dopo il coronavirus. E noi cittadini, in quanto dipendenti da quella economia, dobbiamo fare la nostra parte per salvare il salvabile. Supportare i produttori italiani, quindi, non può che portare beneficio.

Sembra che ne avremo un grande bisogno anche perché, proprio mentre scrivo, le frontiere di tutto il mondo stanno chiudendo. Per adesso il blocco non riguarda le reti commerciali, nonostante alcuni opinionisti ritengano che dopo il coronavirus le catene di approvvigionamento saranno spostate più vicino “a casa” piuttosto che dislocate in terre lontane.

La salute prima di tutto, anche del pianeta

Al momento, inoltre, moltissime persone coinvolte nel settore del commercio internazionale stanno ancora lavorando, stanno entrando in contatto tra loro e stano viaggiando tra una nazione e l’altra. Penso ai piloti di aerei, treni e navi che si occupano del trasporto delle merci e che rischiano di prendere il coronavirus, oltre che di diffonderlo.

Se blocchiamo queste attività cambiando le nostre abitudini di acquisto, certamente molti perderanno il lavoro e l’economia mondiale ne risentirà, ma quello a cui bisogna pensare, come dimostrano i sacrifici che tutti noi ad oggi stiamo facendo, è la nostra salute. E se questo cambio di rotta e queste nuove misure continueranno anche dopo l’emergenza sanitaria e porteranno a meno trasporti, meno emissioni, più qualità e più territorialità, sicuramente l’ambiente ringrazierà. Perché, quindi, non prepararci e abituarci già adesso?

Scelte etiche anche al supermercato

Comunque, ci tengo a specificare che, se non avete la possibilità di evitare il supermercato, oppure non conoscete un produttore locale, o ancora quello che si spaccia per produttore locale è in realtà un rivenditore di prodotti industriali, non disperate. Al di là che si stanno sviluppando servizi di spesa a domicilio molto efficienti, sia dai grandi supermercati sia dai piccoli produttori, i quali possono prevenire moltissimi potenziali contagi da coronavirus.

Anche al supermercato si possono fare scelte più etiche di altre. Per esempio, acquistare prodotti con certificazioni di provenienza, che abbiano una filiera corta e che, di conseguenza, siano italiani. Ma anche e sopratutto scegliere materie prime e di stagione, non cibi già pronti o scongelati. Dopodiché potete potete postare con cuore più leggero una foto del vostro piatto.

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Il Lussemburgo ha reso i mezzi pubblici gratuiti per tutti

lussemburgo

Salire e scendere da treni, tram e pullman senza bisogno di alcun ticket, per chiunque e a qualunque ora del giorno. Questo è ciò che spetta agli abitanti del Lussemburgo da ora in avanti. Anzi, da sabato in avanti, quando il provvedimento è entrato in vigore nella nazione più piccola d’Europa .

La mobilità del futuro

Il ministro per la mobilità urbana del Lussemburgo è un ecologista di nome Francois Baush, il quale ha espresso con orgoglio la sua volontà che il Paese diventi “un laboratorio per la mobilità nel ventunesimo secolo”. Quella mobilità sostenibile, insomma, che dovrà caratterizzare il futuro del Pianeta se si vogliono abbattere le emissioni di CO2.

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E’ quasi ironico come una legge così drastica, che ha reso il Lussemburgo la prima nazione al mondo ad avere il trasporto pubblico totalmente gratuito per tutti, sia anche la prima in Europa per numero di macchine ogni mille abitanti (l’Italia è la seconda). Forse, però, è proprio per questo che il governo ha preso questa decisione. Uno degli obiettivi dell’iniziativa, infatti, è disincentivare le persone all’utilizzo dell’automobile in favore dei trasporti statali.

Fonte: Eurostat

Abitudini difficili da sradicare

Un obiettivo arduo da raggiungere, se si conta il fatto che in Lussemburgo il costo della benzina è molto basso rispetto a molti altri paesi europei. Il Grand Ducato, infatti, è anche noto per attrarre i cosiddetti “turisti del carburante“, ovvero cittadini delle nazioni confinanti quali Germania, Francia e Belgio che si recano qui solo per riempire le taniche.

Non solo, molti francesi, belgi e tedeschi decidono di lavorare in Lussemburgo, pur vivendo nei rispettivi paesi. Una scelta dovuta al welfare molto conveniente di questa nazione e ai salari altissimi. Questo, di conseguenza, porta moltissimo traffico stradale. Infine, i lussemburghesi stessi sono incentivati ad acquistare macchine, per gli stessi motivi: salari alti e costo basso della benzina.

I primi scettici

La gratuità dei trasporti pubblici, quindi, ad alcuni sembra non essere abbastanza. Markus Hesse, professore di studi urbani all’Università del Lussemburgo, teme che una conseguenza dell’iniziativa possa essere la rinuncia all’utilizzo di mezzi alternativi quali la bicicletta in favore dei mezzi pubblici. Questo aumenterebbe, di fatto, l’impronta carbonica di chi attuerà questo passaggio.

Inoltre sottolinea come il Lussemburgo abbia un terribile problema di traffico. Le principali strade sono congestionate, gli autobus sono vecchio stile e il sistema ferroviario è noto per i suoi ritardi. Un lussemburghese non avrebbe, secondo lui, motivo di abbandonare la propria automobile. Chi vive fuori dalle grandi città, poi, è comunque costretto a prendere la macchina, perché il trasporto pubblico non arriva ovunque.

A ogni problema la sua soluzione

Il governo, però, sta pensato anche a questo. Si prevede infatti di migliorare e aumentare le piste ciclabili, così che l’utilizzo della bicicletta possa restare un’opzione allettante per i cittadini. Inoltre, il governo vuole raddoppiare il numero di posti nei parcheggi a relè, adattare le linee di autobus a tutte le esigenze, raggiungendo i posti meno frequentati, fornire informazioni in tempo reale ai viaggiatori, raddoppiare il numero di punti di ricarica per i veicoli elettrici, estendere la rete tranviaria e utilizzare una terza corsia sulle autostrade, dedicata al car-sharing.

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Per quanto riguarda la convenienza economica, si potrebbe pensare che la gratuità dei mezzi di trasporto porti lo stato a perdere una ingente somma di denaro, ma non è così. Certo, lo Stato perderà 41 milioni all’anno in prezzi dei biglietti. Ma, dato che il mantenimento della rete pubblica costa già più di 500 milioni di euro all’anno, la perdita sarà relativamente bassa. In più, la misura fa già parte di una strategia globale che prevede ingenti investimenti in progetti volti a migliorare l’intero sistema infrastrutturale dei trasporti: per aumentare la capacità della rete ferroviaria europea, sono previsti 3,2 miliardi di euro fino al 2027.

Inoltre, come dice lo stesso Baush, il servizio sarà comunque in parte coperto dalle tasse, anche se questo non significa che i cittadini ci perderanno, anzi. Il trasporto gratuito potrà portare il 40% delle famiglie e risparmiare in media di 100 euro all’anno.

I risvolti positivi

Quel che è certo è che molte persone in più utilizzeranno i mezzi pubblici e sempre più spesso. Baush ha affermato che questo potrà portare al 20% di passeggeri in più in cinque anni. Inoltre, la speranza è che l’iniziativa possa sensibilizzare i lussemburghesi al problema ambientale che la nazione, e il mondo, devono affrontare.

Infine, il progetto è lungimirante in quanto il trasporto pubblico sarà una risorsa fondamentale per gestire l’incessante aumento della popolazione, che nei prossimi anni in Lussemburgo raggiungerà il 40%. Una sorta di prezzo da pagare per essere una delle nazioni più avanzate d’Europa. La quale non smette di dimostrarlo con questa rivoluzionaria iniziativa.

Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2

Molto spesso ci si chiede cosa si possa fare di concreto nel proprio piccolo per diminuire il proprio impatto ambientale. È ormai evidente che il nostro stile di vita attuale non è sostenibile e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli. Ma un modo per fare la propria parte c’è ed è quello di orientare le proprie scelte di consumo verso le alternative che, tra quelle al momento disponibili, sono le più sostenibili. Molto, forse troppo, spesso ci si sente infatti impotenti di fronte a una problematica di così grande portata, come il cambiamento climatico. Ma questa non può in alcun modo essere considerata una giustificazione per non fare la propria parte. Le alternative sostenibili ormai esistono, basta solo cercarle ed attivarsi per farle proprie.

Noi di L’Ecopost siamo nati con un obiettivo. Quello di aiutare le persone che vorrebbero fare qualcosa per l’ambiente a prendere decisioni che siano affini con il principio di sostenibilità ecologica.

Partiamo dunque dalla prima cosa che ognuno di noi può fare per cambiare le cose: scegliere un fornitore di energia rinnovabile. E ora vi spieghiamo perché!

Perché scegliere un fornitore di energia green

In questo grafico a torta vediamo quali sono i settori, divisi per percentuali, che più contribuiscono alle emissioni di gas serra su scala globale. La voce con la più alta percentuale, in blu chiaro, è quella della produzione di elettricità e calore, che a sua volta può essere suddiviso in due sottocategorie: il riscaldamento e il gas per cucinare. Ben il 25% delle emissioni globali, un quarto del totale, sono quindi generate per produrre l’energia che alimenta i nostri edifici. La causa è facilmente individuabile: l’utilizzo di combustibili fossili.

Nonostante siano stati fatti grandi progressi in termini di energie rinnovabili, ancora una fetta troppo grande del mix energetico del nostro paese dipende da gas, carbone e petrolio. E, neanche a dirlo, tutto questo non è sostenibile. Sebbene molti distributori di energia abbiano inserito tra i propri pacchetti la possibilità di sottoscrivere contratti di fornitura che permettono alle nostre case di essere alimentate esclusivamente da energia rinnovabile, si corre il rischio di finire per dare soldi a un’azienda che, comunque, continuerà ad investire nei combustibili fossili. Supportare invece chi fa della propria mission aziendale quella di abbattere completamente le emissioni generate dal settore dell’energia contribuirà in maniera decisiva a velocizzare il processo di transizione ecologica necessario per non soccombere sotto i colpi del climate change.

Come abbattere le emissioni della propria casa del 25%

Ma passiamo al concreto e vediamo cosa puoi fare per realizzare tutto ciò.

L’alternativa più comoda ed immediata, per chiunque abbia una fornitura di luce o gas attiva, è quella di sottoscrivere un contratto con un’azienda che utilizza solo ed esclusivamente energia rinnovabile e che, proprio in quella direzione, investe la totalità dei propri profitti. La più importante ed avanzata realtà italiana a fornire questo servizio è Sorgenia, che da ormai più di 20 anni ha fatto dello sviluppo delle energie rinnovabili il proprio ed unico mantra. Tra le tante aziende che offrono questo servizio la redazione de L’Ecopost ha deciso di instaurare una partnership proprio con Sorgenia in virtù dell’impegno storico da essa profuso nel rispetto dell’ambiente.

Semplicemente collegandovi sul loro sito, cliccando sul banner presente all’inizio di questo articolo oppure su uno dei link ancorati al testo (le parti in blu), vi sarà possibile calcolare i costi che, all’incirca, andreste a sostenere sottoscrivendo un contratto con Sorgenia e compararli con l’attuale bolletta.

“Ma sicuramente mi costerà di più”

Niente di più sbagliato. Il continuo progresso apportato in questi anni al settore delle energie rinnovabili, unica vera alternativa ai combustibili fossili, hanno fatto sì che il prezzo di vendita dell’energia generata da fonti rinnovabili arrivasse ad essere sempre più competitivo rispetto a gas, carbone e petrolio. Sono inoltre diversi gli studi che hanno dimostrato come nei prossimi anni ci sarà un netto sorpasso, in termini di convenienza, delle energie rinnovabili rispetto ai combustibili fossili. Tant’è che, proprio Sorgenia, nelle sue attività di advertising afferma di essere in grado di far risparmiare ai propri clienti ogni anno almeno 97 euro sulla bolletta della luce e più di 210 euro su quella gas. Sottoscrivendo un contratto di fornitura con Sorgenia avrete abbattuto in pochi minuti una grossa fetta delle vostre emissioni.

Un discorso a parte va fatto per la fornitura di gas. Il gas che alimenta le nostre caldaie ed i nostri fornelli è, per quanto provino a negarlo, un combustibile fossile. Motivo per cui quello che verrà utilizzato nelle vostre case genererà emissioni. Per ovviare a tutto ciò Sorgenia offre la possibilità di compensare le proprie emissioni di CO2 generate dal consumo di gas attraverso il corrispettivo di una piccola aggiunta al prezzo in bolletta. Come lo fa? Principalmente supportando progetti di riforestazione sparsi per il mondo, capaci quindi di re-immagazzinare la quantità di CO2 emessa. Ancora sono pochissimi i fornitori ad offrire questa opzione.

Una pompa di calore ed un fornello ad induzione per non pensare più alla bolletta del gas

Ma c’è anche un’altra alternativa, preferibile da un punto di vista ecologico , che, però, richiede un piccolo investimento iniziale: staccare la fornitura del gas. Come farlo senza morire di freddo? I principali utilizzi che facciamo del gas sono, come già detto i riscaldamenti e, per chi ha ancora quelli a gas, i fornelli. Per quanto riguarda questi ultimi la soluzione è più facile di quanto sembri: i fornelli ad induzione. In questo modo l’elettrodomestico verrà alimentato con l’elettricità che avete appena reso sostenibile con la sottoscrizione di un contratto con Sorgenia. Parlando invece del riscaldamento occorrerà fare un investimento lievemente più alto per acquistare una pompa di calore. Questa tecnologia, nata per sostituire la caldaia, è in grado di rimpiazzarla attraverso l’utilizzo dell’elettricità. Il costo dell’investimento iniziale rientrerà nell’arco di poco tempo grazie all’azzeramento della bolletta del gas. Viene da sè che apportare cambiamenti di questo tipo ad un’abitazione è consigliabile se si vive in una casa di proprietà. In caso di affitti temporanei la soluzione migliore, dal punto di vista economico, è quella di scegliere un fornitore di energia rinnovabile.

Semplicemente con qualche piccolo accorgimento e, soprattutto, la scelta di un fornitore di energia rinnovabile avrete abbassato il vostro impatto ambientale di almeno il 25%.

Facile, no? Ora non hai più scuse. Sottoscrivi un contratto con Sorgenia ed inizia la tua transizione ecologica nel migliore dei modi e, soprattutto, senza rinunce.

Ti basteranno una vecchia bolletta, il codice fiscale dell’intestatario, un conto corrente e 10 minuti del tuo tempo. 10 minuti per eliminare per sempre un quarto delle tue emissioni. Ne vale davvero la pena.

C.

L’Ecopost non ha fini di lucro. Tutti i profitti generati dal sito vengono reinvestiti per sostenere i costi generati dalla nostra attività.

L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti illeciti in Malesia

malesia

Quello che leggerai ti sembrerà parecchio triste se fino ad ora la Malesia figurava nel tuo immaginario come la patria di una tigre bellissima e sfondo di racconti salgariani avventurosi, dove la natura selvaggia, prima ancora di Sandokan, era la protagonista indiscussa. Quella natura di cui ti raccontano gli amici, dopo un viaggio affascinante in Sud-Est Asiatico sfoggiando fotografie in fitte foreste incontaminate e spiagge sconfinate. Quella natura, però, non è e non sarà più così incontaminata a causa dei nostri rifiuti plastici.

Rifiuti bruciati o abbandonati

Grazie a una approfondita operazione di ricerca, con tanto di telecamere nascoste, Greenpeace ha scoperto che dal 2019 l’Italia ha spedito in Malesia 1300 tonnellate di plastica.

Oltre all’impatto ambientale che deriva dal trasporto stesso della plastica, le conseguenze peggiori sono dovute al fatto che su 65 spedizioni, 43 sono state inviate a impianti irregolari di smaltimento. Ciò significa che la plastica viene bruciata senza nessun rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Nello stesso report si può vedere la presenza di rifiuti plastici, di origine chiaramente straniera, abbandonati all’aperto senza alcun controllo né messa in sicurezza.

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Greenpeace ha anche attuato quella che si può chiamare controprova. La loro unità investigativa è infatti riuscita ad ottenere dal governo di Kuala Lumpur (capitale della nazione) alcuni documenti riservati.

In essi si nominano le 68 aziende malesi responsabili dell’importazione di rifiuti e Greenpeace le ha contattate. Alcune di queste erano disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti fittizi, compresa plastica contaminata e rifiuti urbani. Ma la parte più triste dell’inchiesta è sicuramente la testimonianza dei cittadini malesi, che hanno chiesto aiuto a Greenpeace prima che il loro territorio venga irrimediabilmente ricoperto di rifiuti.

Un traffico di lunga data

Il fenomeno però non è iniziato solo nel 2019. La nostra plastica di difficile riciclo viene mandata in Malesia già da qualche anno. Dopo lo stop della Cina alle importazioni di rifiuti di bassa qualità, dal 2017 la Malesia importa circa il 20 per cento dei residui plastici dell’Unione Europea. I dati di Eurostat, diffusi da un dossier di Greenpeace, indicano che l’Italia invia in Malesia un quantitativo di rifiuti che ha un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

L’Italia, poi, non è l’unica nazione che manda gli “avanzi” in Malesia. Anzi, si è aggiunta a una lunga lista in cui appaiono Bangladesh, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Nel maggio del 2019 la Malesia aveva provato a reagire, rispedendo all’Occidente 3 mila tonnellate di rifiuti. Le parole del ministro dell’ambiente malese erano chiare: “Se ci sono persone che vogliono vedere questo Paese come la discarica del mondo, stanno sognando, quindi noi rimandiamo indietro il carico”. Questa minaccia non è stata sufficiente perché i trafficanti di rifiuti terminassero i loro loschi affari.

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Non solo in Malesia

L’esportazione di rifiuti illeciti non riguarda soltanto la Malesia. Dopo il blocco cinese, i paesi occidentali hanno dovuto trovare altre “valvole di sfogo”. La Turchia, forse anche grazie alla maggiore accessibilità in termini di distanza, è stata la prima destinataria. Si pensi soltanto che, secondo i dati diffusi da Greenpeace, nel 2016 la Turchia importava “solo” 4.000 tonnellate di plastica. Nel 2018 le tonnellate sono diventare 20.000.

Lo dimostra un triste caso avvenuto in Turchia, a 30 chilometri da Smirne. Lo scorso 4 settembre un imprenditore italiano ha abbandonato in un terreno privato 500 tonnellate di ecoballe, per poi fuggire e sparire nel nulla.

In fondo non siamo così potenti

Il fatto che si sia trattato di un imprenditore, può far dedurre il motivo principale di questi traffici, sicuramente scontato: il vil denaro. Alle aziende di smaltimento italiane, infatti, costa meno inviare la plastica in un’altra nazione, la quale non chiederà altro che una quantità di denaro relativamente bassa. Questo porterà all’azienda italiana un grosso risparmio in termini di risorse umane ed energetiche riservate di solito allo smaltimento corretto della plastica.

Inoltre, in questo modo le nazioni in via di sviluppo sono tenute in pugno dal denaro di quelle che, in teoria, sono già ampiamente sviluppate. Bisognerebbe però chiedersi se questa superiorità che tanto pavoneggiamo sfoggiando cospicue mazzette, lo sia davvero.

Se fossimo un paese davvero avanzato utilizzeremmo i soldi che diamo loro illecitamente per rendere i nostri impianti di riciclaggio efficienti. A guidarci sarebbero dei valori morali che ci vieterebbero l’attuazione di un abuso di potere simile. Oltre al fatto che avremmo abolito già da molto tempo la famigerata plastica monouso. Ma questa è un’altra triste storia.

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Dove si buttano i trucchi?

come smaltire prodotti make up

Una domanda che ci si pone spesso, a cui in questo articolo proviamo a dare risposta: dove si buttano i trucchi? Esistono diversi modi per smaltire prodotti make up. Non saremmo però un sito di informazione ambientale serio se non iniziassimo scrivendo quello che le persone non vorrebbero sentirsi dire. Se vogliamo davvero portare il nostro contributo al bene del pianeta, i prodotti per il make-up, così come tanti oggetti accessori della nostra vita, non dovrebbero essere comprati. O meglio, non dovrebbero essere comprati in quantità elevate, diventando, di fatto, pure velleità dannose per l’ambiente e, quindi, per noi.

Anche i trucchi possono essere sostenibili

Ma, come suggerisce il documentario Minimalism, di cui sempre caldeggiamo la visione, un regime minimalista che sia anche sostenibile deve prevedere alcune valvole di sfogo. Il make-up può essere una di queste, dal momento che per molti è, oltre che una passione e/o un mestiere, anche una vera e propria terapia, spesso più psicologica che fisica.

Leggi il nostro articolo: “Minimalism, un documentario su ciò che è importante”

Se quindi non si riuscisse a rinunciare al make-up, un altro modo per risolvere il problema alla radice è quello di attuare una profonda e mirata ricerca ogniqualvolta ci accingiamo ad acquistare i trucchi. Informarsi è la chiave per rendere il nostro rituale artistico o di bellezza più sostenibile.

Infatti, scegliere alcuni brand piuttosto che altri, può fare davvero la differenza. Alcune marche producono cosmetici contenuti in packaging di legno o cartone o, più in generale, di materiale biodegradabile. Un esempio è Naturaverde bio, che propone trucchi totalmente (o in parte) in cartone riciclabile. Talvolta è possibile trovarli nei negozi della catena Acqua e Sapone.

dove buttare i trucchi

Altri hanno una politica di smaltimento per la quale, riportando i contenitori vuoti dei prodotti al negozio, questi verranno appositamente riciclati, così che anche il brand possa beneficiare di un grande risparmio in termini di materia prima. Un esempio è quello di LUSH, un brand attento all’ambiente, sia per il riciclo sia per la produzione dei cosmetici stessi.

Attenti alla trappola

Anche una grande azienda come MAC, seppur non sia propriamente l’emblema della sostenibilità, quantomeno ha una politica di reso efficace, chiamata Back to MAC. Portando sei prodotti vuoti in negozio sarà infatti possibile ricevere un altro prodotto in regalo.

Attenzione però. Incoraggiare il cliente a comprare, finire e riportare prodotti il più spesso possibile è più una trappola di marketing che una vera dimostrazione di cura per l’ambiente. Non fatevi quindi catturare dalla rete e utilizzate questo loro servizio in modo genuino, quando realmente il prodotto risulta finito, senza accelerare i tempi.

In più, se non avete necessità del cosmetico che vi verrà dato in cambio di quello vuoto, lasciatelo al prossimo cliente. Creerete così un circolo virtuoso per il quale l’azienda sarà portata a produrre un pochino meno, utilizzando quindi meno packaging. Oppure accettate il prodotto e riciclatelo per un regalo, evitando così in futuro di comprare altri oggetti e, quindi, altri materiali da smaltire.

Dove buttare i trucchi vecchi o scaduti, oltre all’indifferenziata

Il problema maggiore è sempre quello di capire dove si possono buttare i trucchi. Infatti, sia il contenuto dei cosmetici sia il loro packaging sono quasi sempre non riciclabili, se non contrariamente specificato sulla confezione. La cosa più semplice e spesso, purtroppo, anche l’unica da fare e è quella di gettare l’intero contenitore nel sacco della indifferenziata.

Se però vi sentite di fare un piccolo sforzo in più, è possibile rendere lo smaltimento dei cosmetici meno dannoso. La chiave per il riciclo corretto di qualunque prodotto, sia cosmetico che non, è sempre la divisione dei materiali, dove possibile. Tante volte purtroppo i prodotti cosmetici sono costituiti da una grande quantità di materiali non divisibili, come i pennelli, che diventano quindi non riciclabili. Ecco perché è molto importante informarsi sul loro materiale prima dell’acquisto.

dove buttare i trucchi

Se invece il packaging è riciclabile e quindi, per esempio, in materiale plastico, basterà togliere il make-up residuo, e gettare il packaging nell’apposito contenitore. Per esempio, se si tratta di una terra o un blush, basterà raschiare il contenuto rimanente. Per il rossetto, si può raccogliere con un cucchiaino o una spatolina il prodotto rimasto sul fondo, o ancora è bene svuotare il vasetto del fondotinta o del correttore del liquido in questione.

Gettate poi il contenitore vuoto e pulito nell’apposito cestino, che sia plastica, vetro o metallo, a seconda delle regole del vostro comune.

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Dove si buttano i cosmetici? Non solo nell’indifferenziata

Dove si butta, quindi, il contenuto dei trucchi? MAI gettarlo nel lavandino! Sopratutto se si tratta, per esempio, di una grande quantità di fondotinta scaduto oppure di un lucidalabbra. Non possiamo mai sapere quali agenti chimici siano contenuti in quel prodotto e quanto possano danneggiare le falde acquifere. Gettateli, piuttosto nell’indifferenziata.

Oppure, ancora meglio, raccogliete i prodotti in un contenitore a parte, che chiuderete ogni volta molto bene, fino ad accumularne una buona quantità. Dopodiché potrete portarli alla discarica e chiedere a chi di dovere dove è possibile gettarli, specificando che si tratta di prodotti cosmetici che probabilmente hanno sostanze chimiche al loro interno.

Per questo, ancora una volta, è importante informarsi sulla composizione dei cosmetici. Quelli naturali al 100%, per esempio, sono da prediligere rispetto a quelli tradizionali, che non lo sono. I brand di cosmetici naturali stanno proliferando, ancora più di quelli con il packaging sostenibile. Qualche esempio? Puro Bio, Neve Cosmetics, Benecos, La Vera, Nabla. Avete solo l’imbarazzo della scelta.

Riciclare trucchi con il “fai da te”

Infine, da non sottovalutare è il riciclo DIY, ovvero “fatto in casa”, dei prodotti. Per esempio, è molto facile riutilizzare gli ombretti o i rossetti che non mettiamo più (o che non abbiamo mai messo) ma che sono ancora in buone condizioni. Gli ombretti, se bagnati con po’ d’acqua, possono diventare divertenti tinture da dare ai nostri bambini per i loro attacchi d’arte. O, perché no, per i nostri attacchi d’arte.

dove buttare i trucchi

Gli ombretti possono poi essere essere sbriciolati, facendone una polverina e mischiandola a una crema idratante. In questo modo si otterrà un blush fai da te, un illuminante (se è un ombretto perlescente), oppure una terra abbronzante. Se la polverina si mischia al burro cacao, ecco che avrete una tinta labbra idratante e del colore che preferite. Per quanto riguarda i rossetti, possono anch’essi diventare blush, ombretti, o, perché no, pennarelli per i bambini.