Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile

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Una delle domande che invade più spesso le menti di persone che si stanno avvicinando all’ambientalismo è: cosa fare per salvare l’ambiente? Il problema dei cambiamenti climatici viene percepito come qualcosa di molto lontano o, ancora peggio, come un problema insormontabile. Beh, non è così. Ognuno di noi può fare la propria parte. Se tutti adottassero in massa una serie di comportamenti ecosostenibili, come quelli che elencheremo qua sotto, il calo delle emissioni necessario per mantenere l’innalzamento della temperatura planetaria al di sotto degli 1,5/2 °C non sarebbe più un miraggio.

Passare ad uno stile di vita sostenibile e capire come aiutare l’ambiente è spesso visto come un obiettivo difficile da raggiungere, anche per via di qualche pregiudizio di troppo. Abbiamo riassunto in 15 punti ciò che ognuno di noi può fare per abbattere drasticamente il proprio impatto ambientale. Alcuni accorgimenti sono più immediati mentre per altri può servire più tempo oltre a un briciolo di organizzazione. Se ti sembra difficile prova a cambiare poco alla volta. Il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi crede di non poterselo permettere. Basta solo fare le scelte giuste. Ecco alcuni consigli per aiutare l’ambiente.

La nostra guida in 15 punti su cosa fare per salvare l’ambiente

Il video della nostra guida ad uno stile di vita sostenibile

1. Adotta un approccio plastic free

Trova un negozio che venda detergenti per corpo e per casa alla spina. Prendi dei contenitori vuoti. Due per tipo di detergente, in modo da averne sempre uno pieno e uno pronto ad essere riempito.

Quando ne hai bisogno vai nei negozi che offrono questo servizio (NaturaSì, Negozio Leggero o altri esercizi locali) invece di comprare l’ennesimo contenitore di cui non hai bisogno. Quando vai a fare acquisti portati sempre
una busta da casa.

2. Individua una lista di alternative sostenibili ai prodotti di uso comune

Ne sono un esempio spazzolini in bamboo, shampi solidi, saponette, borracce in alluminio, cosmetici ecocompatibili, cialde da caffé ricaricabili o compostabili ecc.

3. Trova un contadino di fiducia con prodotti stagionali e a km0

Sono ormai tantissime le aziende agricole che si occupano di vendita diretta e che offrono solamente prodotti stagionali e a km0 nei vari mercati. Altrimenti, per non sbagliare, scarica un’app che contenga la lista degli alimenti stagionali. Ce ne sono a decine. La frutta e la verdura, se di stagione, è molto più saporita, più salutare e spesso costa anche meno.

4. Passa ad un fornitore di energia green

La componente energetica contribuisce al 25% delle emissioni su scala globale. Passando ad un fornitore che utilizza esclusivamente energie rinnovabili sosterrai la conversione ecologica di uno dei settori più inquinanti. Con una vecchia bolletta, il codice fiscale e un IBAN non ci vorranno più di 15 minuti e puoi farlo online o per telefono. I prezzi della materia energetica proveniente da fonti rinnovabili sono ormai più che competitivi rispetto a quella fossile. Se non hai grosse limitazioni economiche valuta l’installazione di una pompa di calore e dei pannelli solari. L’investimento iniziale può spaventare ma nell’arco di qualche anno si ripagherà da solo. Contatta un’azienda che se ne occupa e facci una chiacchierata. Potrebbe essere una svolta.

5. Investi su prodotti ad alta efficienza energetica

Ne sono un esempio le lampadine al LED. Quando dovrai cambiare un elettrodomestico cerca di acquistarne uno che abbia la migliore classe energetica. Valuta l’acquisto di un fornello ad induzione. L’elettricità è molto più facilmente reperibile da fonti rinnovabili. Il gas, come sappiamo, è un combustibile fossile e ne va limitato il più possibile l’uso.

6. Cambia banca

La maggior parte dei grandi gruppi bancari finanzia da anni il settore dei combustibili fossili, ma ci sono alcune eccezioni. Su tutte noi consigliamo “Banca Etica”, ma con una ricerca online puoi trovare anche altre opzioni. Scegliere una banca che sostiene i combustibili fossili significa sostenerli in prima persona.

7. Smetti di abusare dell’automobile e scegli la mobilità sostenibile

Con una buona bicicletta arrivare a fare tragitti anche di 7/8/10 km non è un problema. Fai esercizio fisico, eviti gli imbottigliamenti e, in molti casi, guadagni anche tempo. Anche i mezzi pubblici sono buone scelte in termini di sostenibilità. Se proprio non puoi fare a meno dell’auto, ad esempio per andare a lavoro, organizzati con dei colleghi per fare carpooling. Ridurrete le emissioni per passeggero in maniera significativa.

Valuta l’acquisto di un mezzo elettrico. Ci sono grossi incentivi statali a disposizione. Non si paga il bollo per 5 anni e l’assicurazione costa meno. Ma il vero risparmio sta nella componente energetica. Con meno di 3 euro di elettricità un’auto elettrica ha un’autonomia dichiarata di almeno 250 km. Ma quella effettiva spesso è anche maggiore. Per chi volesse spendere meno sono in commercio
anche scooter e bici elettriche, due mezzi più che adatti agli spostamenti in città.

8. Pensaci due volte prima di acquistare un altro biglietto aereo

L’aereo è di gran lunga il mezzo di trasporto con il maggiore rapporto emissioni per passeggero. Pianifica la prossima vacanza per fare in modo che non ci sia bisogno di prendere un aereo. Rimanendo in Italia oppure andando nei paesi limitrofi si può comunque arrivare in magnifici posti anche via terra e con mezzi sostenibili. Se ogni tanto vuoi rompere questa regola cerca di scegliere compagnie aeree che permettono di aggiungere un piccolo sovrapprezzo per compensare le emissioni. Ma soprattutto fa sì che sia un’eccezione e non farne un’abitudine.

9. Riduci il tuo consumo di alimenti di origine animale

È ormai comprovato che l’impatto ambientale di diete vegetariane o vegane è minore di quelle onnivore. Se non vuoi rinunciare a carne e latticini cerca un produttore locale che utlizzi metodi di allevamento estensivi. Evita il più possibile manzo e maiale. Cerca di privilegiare il pollo. Per quanto riguarda i formaggi quelli di pecora e capra sono i più sostenibili.

10. Smetti di comprare acqua in bottiglie di plastica

Se nel tuo comune l’acqua del rubinetto non è sufficientemente “pulita” trova qualcuno che offra il servizio del vuoto a rendere. In alternativa informati su dove acquistare una caraffa
in grado di filtrare l’acqua. Quest’ultima opzione è anche la più economica. Un filtro costa in media 4 euro e arriva a durare anche più di un mese.

11. Riduci, riusa, ricicla!

Organizzati a puntino per fare la raccolta differenziata. Scarica sul cellulare l’app “Junker”. Quando avrai qualche dubbio su come differenziare qualche rifiuto scannerizza il codice a barre. L’app ti dirà dove buttarlo. Riduci il più possibile la quantità di rifiuti che produci. Privilegia l’acquisto di prodotti sfusi.

12. Smetti di comprare vestiti nuovi solo perchè costano poco

La fast fashion (Zara, H&M & co.) è uno dei settori in assoluto più inquinanti. Le esternalità che ti permettono di pagare un capo così poco gravano sull’ambiente e sui lavoratori sfruttati. Privilegia i marchi che si distinguono per l’impiego di pratiche sostenibii come Patagonia, North Sails, Rapanui e Reformation. Cerca un’attività che si occupi di compravendita di vestiti di seconda mano. Possono regalare parecchie sorprese. Fatti un giro sul sito di Armadio Verde. La loro è una bellissima iniziativa.

13. Resta informato e fai scelte consapevoli

Leggi articoli affidabili e libri, guarda servizi e documentari su questo tema senza abusare dei servizi di streaming. Restare aggiornati ed avere informazioni corrette è fondamentale per orientare il proprio stile di vita in un’ottica di sostenibilità.

14 Sostieni i gruppi ambientalisti e vota in maniera coscienziosa

Partecipa ad incontri, assemblee e manifestazioni Vota partiti che inseriscono il contrasto ai cambiamenti climatici come uno dei punti primari del loro programma. Diffida dei politici e delle aziende che, da un giorno all’altro, si
sono risvegliati ambientalisti. Il greenwashing è una pratica molto diffusa.

15. Pianta alberi o sostieni progetti che se ne occupano

Sono ormai innumerevoli gli enti che lavorano a campagne di riforestazione e rimboschimento. Se hai un giardino pianta qualche albero. Imposta Ecosia come motore di ricerca predefinito. Funziona come Google solo che,
a differenza del colosso americano, reinveste una buona fetta dei propri profitti in progetti di riforestazione. A giugno 2019 aveva già piantato 60 milioni di alberi grazie alle ricerche dei suoi utenti.

Per eventuali suggerimenti, domande o chiarimenti non esitare a contattarci. Siamo sempre pronti ad aiutare qualcuno nel compiere la sua svolta green.

Ora sai cosa puoi fare per salvaguardare l’ambiente

Quello di cambiare le proprie abitudini può sembrare un obiettivo difficile da raggiungere e per alcuni di questi punti, lo riconosciamo, lo è. Ad esempio è vero che ancora i prezzi dell’auto elettrica sono troppo alti, anche se sul lungo termine c’è davvero un risparmio effettivo, e che ci sono ancora troppe poche colonnine per la ricarica nel nostro paese. Discorso simile per i pannelli solari. La convenienza sul lungo termine può infatti non spaventare chi ha delle possibilità economiche medio alte, ma è comprensibile che per altri possa essere un investimento troppo oneroso. Ma non disperate, nel giro di qualche anno i prezzi si abbasseranno. Cercate anche di sfruttare gli incentivi statali che, con il Decreto Rilancio, saranno più che abbondanti per interventi alle proprie abitazioni.

Ci sono però anche parecchi punti che, con un po’ di impegno, si può essere in grado di rispettare abbastanza rapidamente. Ne sono un esempio l’approccio plastic free e, più in generale, tutti quei punti che, di fatto, si riferisocno ad un cambiamento delle abitudini di consumo. Non comprare vestiti prodotto in maniera non sostenibili, cambiare banca e fornitore di energia, mangiare a km0 e ridurre il proprio consumo di alimenti di origine animale. Fondamentale è anche arrivare a comprendere le motivazioni per cui certi comportamenti vadano adottati in modo da capire come aiutare l’ambiente.

Ciò che conta maggiormente sono la tua convinzione e la tua volontà a cambiare abitudini, oltre che aprire la propria mente al cambiamento. Poco alla volta si può fare. E una volta che tutte queste saranno diventate delle abitudini consolidate, il vostro stile di vita antiecologico sarà solamente un brutto e vecchio ricordo.

Questo articolo è stato selezionato da Twinkl tra le migliori risorse per uno stile di vita eco-sostenibile, trovi più informazioni su Twinkl Sustainability Week.

Easy Green Hosting rende internet un po’ più green

easy green hosting

Una sensazione di intesa e fiducia, quella che Easy Green Hosting ci ha trasmesso quando ci ha contattato per un’intervista. L’etica su cui è basato il nostro blog infatti ci impone di selezionare con cura le realtà con cui collaborare e questo sito ci ha subito conquistato.

Cos’è Easy Green Hosting

EasyGreenHosting è una una startup di Web Hosting ecologica che è stata fondata da due nomadi digitali: Giorgio Furlani, che si occupa della parte di Web Design e comunicazione e Michele Pittaro, che invece pensa al supporto tecnico. L’obiettivo di Easy Green Hosting è di rendere il web più pulito e diffondere la consapevolezza di quanto esso sia esponenzialmente sempre più inquinante.

Inizialmente, visto che si trovavano in viaggio, il progetto era nato per supportare i travel blogger che volessero creare il loro sito con il minimo impatto ambientale. Dopodiché si sono chiesti: perché solo i travel blogger? Adesso la loro piattaforma offre domini a chiunque voglia rendere il proprio sito un po’ meno impattante.

Oltre ad utilizzare energia prodotta dal vento, reinvestiamo parte degli introiti nella riforestazione, in modo che ad ogni cliente corrisponda un albero che porta il nome del suo dominio. Ci ha detto lo stesso Michele.

L’impronta ecologica della navigazione

Come sappiamo, non si potrebbe quasi mai parlare di prodotti al 100% “ecologici”, poiché è quasi impossibile trovare servizi, sia virtuali che non, con un’impronta carbonica nulla.Persino navigare sull’Ecopost ha una certa impronta carbonica. Questa è data dal consumo di energia elettrica, la quale in Italia deriva principalmente dalle fonti fossili, ma anche dall’impatto ambientale derivato dalla produzione e distribuzione del dispositivo dal quale stiamo leggendo.

Come abbiamo scritto in questo articolo, una ricerca di Save on Energy intitolata Netflix & COVID_19, the environmental impact of your favourite shows, ha calcolato l’inquinamento apportato dai maggiori film e telefilm della piattaforma streaming più utilizzata la mondo. Birdbox, il film più visto su Netflix, ha emesso circa 66 milioni di chili di CO2. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

Per non parlare degli sponsor di aziende altamente inquinanti. Queste permettono a tanti siti web di sopravvivere e, di fatto, vengono supportati economicamente nelle loro attività da ogni nostro piccolo e apparentemente innocente click.

Il lato positivo della medaglia

Esiste però anche l’altro prezioso lato della medaglia, che sarebbe un peccato perdere. Ovvero il grande potere di Internet di diffondere messaggi positivi, come il benessere ambientale, ma anche i diritti umani (pensiamo a Black Lives Matter e il movimento #metoo) e l’informazione in generale. Possiamo quindi, innanzi tutto, non abusarne, magari scegliendo di trascorrere un po’ del proprio tempo libero leggendo un libro o uscendo all’aria aperta. E, in secondo luogo, possiamo scegliere l’opzione meno impattante.

Easy Green Hosting è una di queste e anche di più perché, come abbiamo detto, oltre ad utilizzare energia rinnovabile, si prodiga per piantare alberi e portare un po’ di respiro al pianeta.

L’intervista di Michele Pittaro all’Ecopost

Riportiamo qui la prima domanda dell’intervista condotta da Michele Pittaro alla sottoscritta. Qui l’articolo integrale.

Il sito L’EcoPost ha una struttura semplice ed un titolo chiaro: una guida alla sostenibilità. Da dove nasce questa passione?

Più che una semplice passione, ritengo che il nostro ormai sia uno stile di vita. Forse, certo, inizialmente era solo una passione, nata in contesti diversi e per diversi motivi. Poi, però, ha portato me e il mio co-fondatore Luigi Cazzola a cambiare il modo di pensare e vivere la nostra vita.

Ci siamo poi resi conto di quanto in Italia la tematica della crisi climatica non sia ancora particolarmente conosciuta. O, se anche lo fosse, veniva vista come qualcosa di marginale e non un motivo per cambiare radicalmente le proprie abitudini.

Per questo abbiamo deciso di creare un sito web che potesse diffondere in Italia le giuste informazioni riguardo a questo argomento, ma soprattutto che potesse dare consigli concreti su come contribuire alla lotta al riscaldamento globale, cambiando il proprio stile di vita e la propria forma mentis.

Visita il sito di Easy Green Hosting per approfondire!

Mangiare insetti è sostenibile. Il primo gelato in Italia

L’entomofagia (mangiare insetti) nel mondo occidentale è una pratica inusuale e spesso scaturisce disgusto, sebbene dal punto di vista ambientale e nutrizionale sia un’alternativa più che valida alla maggior parte dei prodotti di origine animale. Abbiamo intervistato Giorgia Vezzani, studentessa di scienze gastronomiche presso l’Università degli studi di Parma, impegnata nella progettazione di un gelato a base di insetti. Dalla sue parole si evince che, al di là dello scetticismo del consumatore italiano verso questo settore, mangiare insetti potrebbe essere una valida soluzione per la crisi climatica. Tanto che molti esperti lo chiamano “il cibo del futuro”.

Entomofagia: la pratica di mangiare insetti

Giorgia, com’è nato il progetto?

“Una serie di coincidenze mi hanno portata ad affacciarmi al mondo dell’entomofagia. All’università ho scelto di fare un corso sui  prodotti e le cucine nel mondo, e qui ho scoperto con molta sorpresa che in altre zone geografiche vengono considerate come materie prime commestibili e nutrienti alimenti che dalle nostre parti mai ci immagineremmo di mangiare: funghi, piante e animali, tra cui appunto gli insetti. Poco dopo ho visitato la Thailandia, dove gli insetti sono un quotidiano street food, e da qui è nata l’idea. Si parla molto di trovare risorse e tecniche alternative per riuscire a sfamare una popolazione in continuo aumento, ma perché invece non iniziamo a considerare l’idea di rendere commestibile e appetibile ciò che già abbiamo a disposizione?

mangiare insetti Thailandia
Street Food a Chiang Mai, Thailandia. Foto di Giorgia Vezzani

Gli insetti in occidente sono considerati nella maggior parte dei casi degli infestanti e si cerca di combatterne la crescita. Eppure ce ne sono in abbondanza. Con questo progetto di tesi ho voluto inserire un ingrediente (le mosche di Soldato Nero) che inconsciamente ci suscita disgusto, in una preparazione artigianale tipica italiana come il gelato. Il gelato, infatti, non è al “gusto di mosca”, bensì vede sostituite le proteine animali tradizionali (derivate ad esempio da panna, latte e uova) con proteine ricavate da insetti e può diventare una base per qualsiasi gusto come ad esempio la nocciola”.

Leggi anche: “Il biologico italiano prima e dopo la pandemia”

Una valida soluzione dal punto di vista ambientale

Perché mangiare insetti sarebbe una soluzione sostenibile?

“Gli aspetti sostenibili nella filiera degli insetti sono molteplici. Iniziamo pensando: di cosa ha bisogno un animale per crescere? Spazio, cibo ed acqua. Bene, secondo i dati della FAO per produrre un chilo di carne di bovino occupiamo circa 7,9 mq di terreno, utilizziamo 15 500 litri di acqua lungo tutta la sua filiera (quindi per nutrirlo, mantenerlo e trasformarlo) e ci servono 10kg di mangime per sfamarlo. Per un chilo di insetti invece sono sufficienti meno di 2mq di spazio, meno di 1 litro di acqua e meno di un chilo di mangime, considerando anche che gli insetti crescono bene su scarti organici. Un insetto non ha bisogno di molte cure, a differenza di altri animali da allevamento.

Il suo ciclo di vita è molto breve, perciò dalle uova in poco tempo si ottiene una fonte proteica valida. Ora parliamo di cosa ci restituiscono gli animali: un chilo di carne di bovino produce 14,8 kg di CO2 e trasforma 10 kg di mangime in 9kg di reflui e solo 1 di carne, poco meglio i suini, mentre gli insetti trasformano la quasi totalità del mangime in proteine a spese di 1,57 kg di CO2 per 1 kg di insetti“.

https://www.youtube.com/watch?v=euTBQOrpOmM

Leggi anche: “Quanto inquinano le multinazionali del latte”

Benefici nutrizionali

E quali sono invece i benefici dal punto di vista nutrizionale?

“Premesso che ogni insetto ha la propria composizione e ogni stato della crescita e metamorfosi è caratterizzato dall’avere componenti diverse, generalmente si può affermare che tutti gli insetti sono un’ottima fonte proteica. Presentano molti amminoacidi essenziali che dobbiamo integrare con l’alimentazione perché il nostro organismo non riesce a produrli da solo. Hanno un buon bilancio tra acidi grassi saturi e insaturi. Inoltre vantano la presenza di sali minerali come calcio, ferro, sodio e potassio, vitamina A, B12, D, E e molti altri micronutrienti”.

Mangiare insetti in Italia: oltre il disgusto

Quali sono i principali ostacoli in Italia per la diffusione degli insetti in ambito alimentare? Pensi che questo settore possa trovare terreno fertile ora che l’attenzionale ambientale è maggiore?

“Come ho accennato sopra, in Occidente si ha la tendenza a vedere l’insetto come un orribile essere infestante che striscia e si arrampica sulle feci animali e mangia i rifiuti. Questo rende la maggior parte delle persone diffidente. È chiaro che stiamo parlando di un limite mentale che abbiamo costruito negli anni. Ovviamente come tutte le materie prime, anche gli insetti devono essere opportunamente trattati prima del consumo per essere considerati salubri. Ciò rassicura parte della popolazione sul rischio di contrarre malattie dall’ingestione di insetti, ma molti hanno l’ulteriore timore che possano avere una consistenza sgradevole se mangiati tali e quali e non nascosti nella preparazione.

mangiare insetti gelato
Giorgia al lavoro in una gelateria di Luzzara (RE). Gli insetti non sono ancora stati inseriti perché in fase di progettazione presso i laboratori dell’Università di Parma

A mio parere, la chiave per inserire gli insetti commestibili nell’alimentazione è proprio nella lavorazione: se opportunamente trasformati, sfarinati, triturati o comunque nascosti si potrebbe combattere quell’innato disgusto e cominciare a inserire sul mercato una categoria di alimenti validi e approvati sia dalla FAO che da EFSA“.

Insetti da mangiare: “il cibo del futuro”

A sostegno della tesi di Giorgia, chiediamo ai lettori di compilare il sondaggio da lei preparato per indagare la tipologia di consumatore a cui si potrebbe rivolgere questo tipo di prodotto. Potete accedere al questionario al seguente link.

Inoltre, riportiamo qui lo studio della FAO, Edible insects: Future prospects for food and feed security. In esso vengono riportate le principali ricerche in materia e i benefici ambientali che deriverebbero da un’alimentazione a base di insetti. Segnaliamo anche lo studio dell’European Food Security Authority (EFSA), Insetti come alimenti o mangimi: che rischi si corrono?, citato sopra dalla laureanda. Quest’ultima valutazione è stata richiesta come parere scientifico per i progetti che la Commissione Europea sta avviando per inserire gli insetti in alimenti o mangimi. Tutti gli studi sottolineano il potenziale beneficio “per l’ambiente, l’economia e la sicurezza della disponibilità alimentare”. Iniziamo a rivedere i nostri pregiudizi verso quello che oramai viene chiamato “il cibo del futuro”.

Leggi il nostro articolo: “Locuste invadono Sardegna e India: la piaga climatica si abbatte sugli agricoltori”

Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta

strage di alberi

Vaia è una start-up nata dall’idea di tre ragazzi a seguito della strage di alberi che ha colpito le Dolomiti nella notte fra il 28 e il 29 ottobre del 2018. Gli esperti la rinominarono “Tempesta Vaia” e proprio dal nome di quella catastrofe naturale è nato il progetto di Federico, Paolo e Giuseppe: costruire oggetti di design con le materie prime provenienti dai luoghi della foresta abbattuta nel Nordest Italia. Il loro pezzo di lancio si chiama Vaia Cube ed è una cassa per musica in legno di larice e abete. Il progetto ha una doppia valenza, di recupero e di rigenerazione, perché per ogni prodotto venduto verrà piantato un albero per ridare vita alla foresta.

Il team di Vaia: i tre fondatori Federico, Paolo e Giuseppe con i loro collaboratori

La peggior strage di alberi degli ultimi 50 anni

“Dalla distruzione, ricreare bellezza”. È questo il motto di Vaia. Tutto nasce nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 2018, quando è avvenuta la peggiore strage di alberi degli ultimi 50 anni in Italia. Il cambiamento climatico ha fatto sentire con prepotenza la sua presenza, portando raffiche di vento fino a 200 km/h. La tempesta Vaia, così come è stata rinominata, ha colpito 494 Comuni del Triveneto, provocando danni consistenti e la completa distruzione di circa 42.525 ettari di foresta. Le stime parlano di 42 milioni di alberi abbattuti e 8.5 milioni di m3 di legname a terra.

Le conseguenze sono state di vario genere. Innanzitutto, è aumentato a dismisura il rischio idrogeologico delle zone colpite. Una seconda conseguenza di natura economica è stato il collasso del prezzo del legno, a causa della saturazione del mercato. In un articolo di qualche mese fa avevamo già documentato il pericolo che quel legno centennale e di buona qualità venisse a lungo termine “sprecato”. Infatti, a distanza di mesi il legno perde fortemente di valore. Da qui è nata l’idea di Vaia, una start-up che punta a riutilizzare il legno caduto per costruire oggetti di design ecosostenibile e di forte valorizzazione del territorio.

Leggi il nostro articolo: “Cosa è rimasto della strage di alberi nel Nord Italia. Un anno dopo”

Vaia: la sostenibilità al cuore del progetto

Infatti, Vaia ha fatto della sostenibilità il suo punto di forza, dal punto di vista ambientale, economico e sociale: “recuperare quel legno caduto diventa fondamentale per sostenere le comunità locali e ripristinare l’equilibrio dell’ecosistema”. Scrivono loro stessi nel sito: “La vision di Vaia è di realizzare oggetti utili sia all’uomo che alla natura, implementando un modello di business attento non solo ai bisogni delle persone, ma che metta al centro la natura e il territorio. La sostenibilità economica per Vaia esiste nella misura in cui la sostenibilità ambientale è il risultato diretto della nostra attività d’impresa”.

L’oggetto che hanno scelto per questo coraggioso progetto di rigenerazione è un amplificatore naturale per la musica. Il Vaia Cube, così come è stato chiamato per la sua forma cubica, è un elemento unico di design, costruito a mano da esperti falegnami della zona. Ogni cassa costituisce un pezzo unico: non esiste un pezzo uguale all’altro proprio perché ogni pezzo di legno è unico nelle sue venature. Inoltre, ogni Vaia Cube viene inciso con una spaccatura nella parte superiore per ricordare la strage di alberi che ha spezzato il territorio e le comunità della zona. La cassa viene definita un amplificatore naturale perché non necessita di corrente e il cubo funge da cassa di risonanza.

Leggi anche: “Deforestazione Amazzonia. Quando la natura non ha voce”

Vaia Cube: dalla strage di alberi alla cassa per la musica

Il legno che compone il Vaia Cube proviene da alberi di Abete, Larice e Pino Silvestre. Nei loro social network, i creatori hanno offerto dei dati per rendere tutti i cosiddetti “Vaier” partecipi e consapevoli dell’origine del prodotto acquistato. A partire dalla descrizione del legno, come l’abete, che ha costituito il 65% degli alberi colpiti durante la tempesta Vaia: “di tutti gli alberi che abitano i nostri preziosi territori alpini, l’Abete Rosso, è diventato l’emblema della conifera, sicuramente anche grazie al lavoro del Maestro liutaio Antonio Stradivari, che trovò per i suoi celeberrimi violini e strumenti nelle maestose peccete alle pendici delle Dolomiti, nel nodoso legno del peccio, la capacità di risonanza esatta per riprodurre una perfetta vibrazione”.

La start-up Vaia ha già ricevuto notevole attenzione da parte della stampa nazionale. La prestigiosa rivista Forbes ha nominato i tre fondatori, Federico Stefano, Paolo Milan e Giuseppe Addamo, tra i “100 giovani leader del futuro” nel settore Impresa Sociale. Ciò che rende speciale questo progetto è la volontà di rigenerare quel che la Tempesta Vaia ha abbattuto. Per ogni Vaia Cube venduto si intende ripiantare un albero nelle zone colpite. Lo scorso 22 maggio è avvenuta la prima piantumazione di 500 piante in Val di Fiemme, in collaborazione con Etifor, uno spin-off dell’Università di Padova che garantisce il rispetto degli standard FSC. Inoltre, Il VAIA Cube è costruito interamente in legno naturale non trattato, così da risultare un oggetto eternamente riciclabile, capace di tornare in natura senza lasciare traccia nell’ambiente.

Nasce anche il Vaia Cube imperfetto

Ma la storia del Vaia Cube non finisce qui. Recentemente i ragazzi che stanno riprovando a dare vita alla Foresta dei Violini hanno anche rilasciato un nuovo prodotto che sottolinea ancora di più il loro desiderio di rigenerazione del legno. Durante la strage infatti non tutti i tronchi sono rimasti in perfette condizioni, ed alcuni di essi hanno quindi subito delle imperfezioni che, secondo gli standard produttivi di oggi, avrebbero dovuto diventare degli scarti.

Proprio da questi tronchi è nato il “Vaia Cube imperfetto”:

La serie limitata VAIA Cube imperfetto nasce dagli alberi caduti nei luoghi più impervi ed esposti per molto tempo all’umidità e alle intemperie. Noi abbiamo voluto ridare dignità anche a questi alberi.
È così che prende vita il VAIA Cube imperfetto: un amplificatore macchiato da imperfezioni naturali.
In più, per ogni VAIA Cube imperfetto pianteremo un albero per ricreare la Foresta dei Violini sostenendo il progetto di Trentino Tree Agreement.

Per saperne di più, per acquistarlo o, se preferisci, per fare un regalo speciale, puoi visitare il loro sito web!

Amplificare il grido di aiuto della natura

Noi de L’Ecopost ci siamo dati come missione quella di sostenere realtà virtuose come Vaia, che puntano alla lotta del cambiamento climatico e che allo stesso tempo portano delle esternalità positive sul territorio e sulla comunità locale, seguendo i principi dell’economia circolare. Per questo vogliamo concludere con le parole che Federico, Paolo e Giuseppe hanno usato per descrivere il loro bellissimo progetto: “Per noi si tratta di una metafora forte e concreta, una cassa attraverso la quale amplificare ulteriormente il grido di aiuto della natura e mantenere alta l’attenzione sul cambiamento climatico creando allo stesso tempo un progetto sostenibile”.

Leggi il nostro articolo: TG1: “Piantare alberi può far male al pianeta”. Facciamo chiarezza (VIDEO)

Il biologico italiano prima e dopo la pandemia

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ll settore del biologico potrebbe essere stato favorito dalla pandemia. La causa principale indicata dalle prime analisi è una maggior attenzione al legame fra alimentazione e salute da parte dei consumatori. Questi dati devono però essere calati nei contesti nazionali. Un’inchiesta sulle aziende bio italiane ha infatti lanciato l’allarme sulla instabilità economica di molte imprese bio in seguito all’emergenza Covid. Inoltre, negli ultimi anni il biologico è cresciuto molto grazie alle crescite registrate nella GDO, a discapito dei negozi specializzati. Abbiamo intervistato l’Emporio ae, un negozio di cibi biologici a km0 che mira a promuovere la conoscenza diretta fra produttori e consumatori. È necessario andare oltre l’etichetta per comprendere che il biologico non è tutto uguale.

Pandemia: crescita del biologico a livello globale

Da qualche settimana sta girando la notizia che riporta una crescita senza precedenti nel settore biologico in concomitanza con la pandemia. Molti articoli si rifanno allo studio pubblicato da Ecovia Intelligence nel mese di aprile, con un’analisi dei dati a livello globale: “l’emergenza Coronavirus sta portando ad una crescita della domanda dei prodotti biologici e sostenibili – dice il Report – soprattutto per quanto riguarda il biologico online”. Whole Foods Market, la più grande rete di distribuzione di prodotti bio al mondo, ha addirittura limitato gli accessi dei suoi consumatori allo shop online perché non riesce a far fronte alla domanda. In Inghilterra, Abel & Cole ha registrato una crescita del 25% mentre Nourish Organic in India ha aumentato di un terzo le proprie vendite.

Anche i negozi locali specializzati hanno beneficiato del fatto di non dover chiudere nel periodo di lockdown. Per esempio, Ecovia Intelligence riporta che in Francia i negozi bio hanno visto aumenti cospicui fino al 40% in più del normale fatturato. Il Report si dice fiducioso sul fatto che questa crescita potrebbe rimanere stabile nel tempo, perché le persone sono ora più consapevoli del legame fra ambiente, salute ed alimentazione. A sostegno di ciò vengono prese ad esempio le precedenti pandemie: sia dopo la SARS in Asia nel 2004 che dopo lo scandalo della melamina in Cina nel 2018, era avvenuta una generale crescita della domanda dei cibi biologici.

Gli operatori italiani in crisi

Leggendo questi dati si potrebbe quindi sostenere che la pandemia abbia realmente portato a dei cambiamenti positivi. Il quadro risulta però meno roseo se si tiene conto di altri studi riferiti al quadro italiano. Per quanto riguarda le imprese bio, la Fondazione Firab ha raccolto le istanze di quasi 400 operatori biologici italiani. È emersa una situazione critica a seguito dell’emergenza, dove il 73% delle aziende coinvolte dalla ricerca si è detto fortemente colpito dalla pandemia: “in termini di liquidità, per oltre due aziende su tre, il 65%, la tenuta economica è al massimo di tre mesi”.

Gli operatori biologici hanno segnalato come principale problema la difficoltà di utilizzare i normali canali di distribuzione. Per queste aziende infatti i canali principali erano la vendita diretta, i mercatini, le fiere e i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale). Anche nel contesto italiano quindi, le aziende che possedevano o che hanno attivato il commercio online e la vendita a domicilio sono riuscite a resistere meglio, mentre chi ne era sprovvisto ha subito le perdite più importanti. Dal sondaggio è derivato un appello della categoria verso i governanti per ottenere maggiori garanzie “se si vuole salvare un comparto fondamentale per una fase 2 ‘green’“.

Leggi anche: “Ripresa. Che ne è stato delle proposte green?”

Biologico report 2019: crescita nella GDO, calo nei negozi specializzati

Al di là della situazione emergenziale dovuta alla pandemia, resta da capire come si posiziona il settore del biologico in Italia. I dati più affidabili sull’andamento del bio nel nostro paese provengono dal Rapporto Sinab, pubblicato annualmente alla fiera del Sana di Bologna. In linea generale, il Rapporto sul biologico 2019 conferma una sostanziale crescita del settore biologico nel nostro paese. I dati devono però essere analizzati con attenzione per individuare alcune rilevanti problematicità che stanno emergendo negli ultimi anni. Ad esempio, l’andamento positivo appena citato si è verificato soprattutto nei canali della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) con un +5,5% rispetto al 2018; invece, i negozi specializzati confermano il trend negativo degli anni precedenti, con un calo del fatturato del -7,2% rispetto al 2018.

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Rapporto Sinab 2019: differenza di fatturato per canali di vendita biologici

Luci e ombre sul mondo bio

Infatti, quando si parla di biologico si entra in un mondo complesso e molto differenziato al suo interno. Aveva creato grosso scandalo la puntata di Report dell’ottobre 2016 intitolata “Bio illogico”, in cui veniva denunciato la fallacia del sistema di etichettatura e controllo del marchio bio in Italia. Il mondo del biologico italiano era uscito profondamente scosso da quel servizio, ma non erano mancate le repliche, come quella della rivista Terra Nuova:

“la maggior parte degli scandali rilevati nel bio negli ultimi anni hanno a che fare con l’importazione di derrate alimentari di provenienza estera, dove i controlli sono più blandi, con una doppia offesa ai nostri produttori nazionali. (…) Per chi non si sveglia solo nel momento dello scandalo, consigliamo di andare a visitare le aziende agricole biologiche, vedere come lavorano rispetto alle aziende convenzionali. (…) È bene documentarsi, leggere i test di confronto sui prodotti, e considerare tutti i valori ambientali, etici, salutistici, che il biologico porta da sempre con sé”.

 

Biologico e km0. Intervista a L’Emporio ae

Il biologico non è quindi tutto uguale. L’Ecopost da tempo suggerisce di scegliere il biologico a km0, proveniente da una filiera corta che sia tracciabile e trasparente. La possibilità di conoscere direttamente i produttori e le aziende agricole dove il cibo biologico viene prodotto è molto rilevante. A questo proposito abbiamo intervistato una realtà locale, l’Emporio ae, per avere una visione interna e per commentare i dati riportati sopra. L’Emporio ae è infatti un negozio di cibi biologici che punta a promuovere relazioni dirette fra piccoli produttori e consumatori, filiere corte e chilometro zero. È una “filiera trasparente” che punta ad incentivare l’economia locale, il consumo sostenibile e la valorizzazione del territorio. La loro realtà si inserisce nel cuore delle Marche, la regione che decenni fa ha aperto la strada al biologico italiano.

I motivi della crescita durante la pandemia

Avete registrato una crescita durante il periodo della pandemia? Se sì, quali possono essere state le cause legate all’emergenza Covid?

“Sì, abbiamo registrato una crescita in entrambi i negozi che gestiamo, per 4 tendenze principali. La prima è che i consumatori costretti in casa hanno ricominciato a prepararsi i propri pasti; mangiando meno in ristoranti e mense il “carrello” della spesa nei negozi alimentari è cresciuto. Allo stesso tempo c’è stata una “fuga” dall’assembramento delle grandi strutture commerciali per rivalutare i negozi più piccoli. Così sono arrivati molti clienti nuovi, e allo stesso tempo, diversi clienti che venivano da noi a fare una parte della spesa hanno iniziato ad acquistare anche prodotti che abitualmente compravano in altri negozi, per limitare gli spostamenti e i rischi di contagio.

La terza tendenza riguarda più nello specifico il tipo di prodotti bio: di fronte ad emergenze sanitarie cresce l’attenzione alla qualità e alla salubrità degli alimenti, ed è avvenuto anche durante questa pandemia. Si torna a dare valore alle cose importanti e le scelte quotidiane sono sottratte alla frenesia del consumismo per tornare ad essere oggetto di riflessioni più profonde e razionali. La quarta tendenza, nel nostro caso specifico, è legata al fatto che siamo collegati a due e-commerce etici di livello nazionale, che hanno beneficiato della forte crescita di acquisti on-line in questi mesi: Marketplace etico e BD Marketplace”.

Perché i prezzi sono più alti nei negozi specializzati

Una delle maggiori lamentele del consumatore bio è che i prezzi dei negozi specializzati siano ancora troppo alti. Il rischio che si corre è quindi che, nonostante la volontà del consumatore di comprare biologico, la scelta ricada sui prodotti offerti dalla GDO perché più competitivi a livello di prezzo. Come rispondete a chi vi muove questa critica? Perché i prezzi dei negozi specializzati sono più alti?

“In realtà non sono i nostri prezzi ad essere alti, sono i prezzi del bio della grande distribuzione ad essere bassi. O meglio, i prezzi riflettono le caratteristiche del prodotto. C’è una fascia di consumatori che nel prodotto bio cerca sostanzialmente l’assenza di prodotti chimici, ossia la salubrità. Per questo bisogno può essere sufficiente l’etichetta bio, un’etichetta che può essere apposta indistintamente su prodotti con storie e caratteristiche molto diverse tra loro; salvo poi, di tanto in tanto, assistere allo scoppio di scandali e truffe di cui avete parlato sopra.

Il biologico non è tutto uguale, l’etichetta non basta

A prescindere dalle truffe, i consumatori più attenti sanno ormai molto bene che la sola etichetta non basta, perché quando acquistano mettono in gioco altri valori. Non solo la salute per sé, ma anche l’attenzione per l’ambiente e i problemi del clima, per cui entra in ballo la preferenza del kilometro zero, l’attenzione per i produttori. La scelta ricade allora sulla filiera corta. Si preferisce comprare da aziende di cui si conoscono storia ed etica, oppure privilegiare il criterio del commercio equo e solidale per quanto riguarda i prodotti del sud del mondo. Entra in gioco la relazione, anche con chi gestisce un negozio e con i valori che questo rappresenta; come nel nostro caso, che siamo una cooperativa sociale e creiamo lavoro per persone svantaggiate. Tutto questo rappresenta un costo maggiore.

La sfida dei negozi bio specializzati

Possiamo mettere l’etichetta bio anche su pomodori raccolti da lavoratori sfruttati e sottopagati in nero, sulle zucchine che hanno fatto il giro del mondo oppure su prodotti provenienti da monocolture. Coltivare come fanno i nostri produttori ha un costo diverso, e ovviamente è diversa la qualità, sia organolettica che sociale e ambientale. Ultimamente notiamo che il consumatore è sempre più attento e consapevole e sa valutare il giusto prezzo di un prodotto. È vero che la crescita del consumo dei prodotti bio in questi ultimi anni è andata totalmente a vantaggio della grande distribuzione, ma noi che ci occupiamo di piccoli negozi specializzati dobbiamo accettare la sfida e pensare che i consumatori stanno facendo un primo passo di consapevolezza, dal convenzionale al bio generico. Ora sono pronti per dialogare insieme a noi sulla differenza tra bio e Bio”.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

L’Emporio ae però non è solo un negozio di cibi biologici. Molta attenzione viene data alla provenienza, favorendo i produttori locali e a km0. Qual è, quindi, il valore aggiunto dei vostri prodotti rispetto a quelli che si trovano negli scaffali dei grandi supermercati?

“In parte lo abbiamo detto, ma in effetti c’è dell’altro. I nostri prodotti non solo vengono da produttori vicini, ma il nostro impegno è stato da sempre quello di creare una relazione diretta tra i consumatori e i produttori. Ad esempio, con la presenza ricorrente dei produttori nei nostri negozi a presentare e fare assaggiare i propri prodotti. Oppure attraverso cene ed eventi aperte ai nostri clienti, in cui i produttori si presentano e si raccontano. Nelle prossime settimane organizzeremo gite ed escursioni per andarli a visitare nelle loro aziende. Questa relazione cambia completamente il rapporto commerciale a cui siamo abituati. Si torna alla relazione di fiducia con la quale i nostri nonni andavano ad acquistare le uova dal contadino, ma con la comodità e semplicità di un negozio.

Salvaguardia e promozione dell’economia locale

A questo si aggiunge una funzione di salvaguardia e promozione dell’economia locale, che è fondamentale per il benessere di una comunità. Questo non significa ispirarsi a modelli di autarchia e protezionismo che alcuni stanno proponendo, perché il commercio da sempre nella storia dell’uomo ha avuto una funzione di incontro tra i popoli e di scambio culturale, ed è giusto che la mantenga. Il fatto è che l’incontro con l’altro e le relazioni “lunghe” non sono in contrapposizione alla comunità. Anzi, sono sempre state le comunità solide e forti ad essere maggiormente capaci di proiettarsi verso il mondo ed aprirsi al diverso.

I legami sociali deboli favoriscono la paura, l’individualismo e la chiusura. Ecco perché crediamo nell’economia locale e nella tutela delle specificità dei luoghi in alternativa ad una globalizzazione che appiattisce e persegue solo la competizione. È su questa idea di fondo che pensiamo che ogni comunità dovrebbe tutelare e sostenere le produzioni del proprio territorio e sviluppare l’economia locale, a partire dal settore agricolo”.

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Il caso letterario dell’anno”

Benessere animale in allevamento: un’etichetta per certificarlo

Benessere animale: un'etichetta per certificarlo

Le firme riportate sono quelle di Legambiente, CIWF Italia – la divisione italiana dell’associazione Compassion in World Farming – e di Rossella Muroni, deputata di Liberi e Uguali. La proposta di legge è la numero 2403 ed è stata depositata lo scorso 25 maggio. La richiesta è quella di una etichettatura nazionale ed univoca sul metodo di allevamento dei capi di bestiame, la quale specifichi quale tasso di benessere animale si raggiunga nel centro di produzione da cui proviene la carne che consumiamo.

Un’iniziativa per il benessere animale

Questa proposta di legge è figlia di una battaglia che Legambiente e CIWF portano avanti da tempo. Più volte infatti, le due associazioni, hanno rimarcato l’esigenza di mettere ordine nelle informazioni trovate sulle etichette della carne. Diciture e scritte riportate sulla banda adesiva della confezione di carne, latte oppure formaggio che troviamo al supermercato possono essere fuorvianti per il consumatore. Chiunque si rechi a fare la spesa, di contro, è sempre più attento all’etichetta del prodotto in vendita. La tematica, attualissima, ha acquisito sempre maggiore importanza nel corso degli ultimi anni. Rispetto a qualche tempo, fa, sulle etichette, troviamo oggi più informazioni, le quali però sono spesso disorganizzate e grossolane. Le generiche diciture sul benessere animale, attualmente presenti sulle bande adesive, non danno infatti alcuna garanzia sulle condizione nelle quali gli esemplari siano tenuti all’interno degli allevamenti.

La proposta di legge ha anche un secondo scopo. Oltre a voler fornire informazioni corrette al consumatore, essa vuole premiare e valorizzare gli allevamenti virtuosi. Sono infatti presenti, sul territorio nazionale, centri di produzione che applicano standard di benessere animale superiori, rispetto anche a quelli che sono i minimi di legge. Il secondo intento di questa iniziativa è consentire a questi allevamenti di distinguersi, acquistando una maggiore visibilità. Naturalmente, se si riuscisse in questo, si stimolerebbero anche i centri di produzione meno attenti a migliorare nel loro operato, in modo da non perdere quote di mercato.

L’etichetta

Qualora dovesse essere approvata questa proposta di legge, ecco come sarà composta la nuova banda adesiva da apporre sulle confezioni. L’etichetta testimoniante il benessere animale sarà su base volontaria. Essa indicherà risposte a quattro principi cardine: indicazione del metodo di allevamento; utilizzo o meno di gabbie; presenza di almeno tre livelli di benessere animale per singola specie; chiarezza e comprensibilità.

Per quanto concerne gli allevamenti suini, CIWF e Legambiente hanno elaborato una serie di criteri per l’etichetta. Essi sono stati messi assieme in base ai diversi livelli potenziali di benessere animale offerti dall’allevamento; semplificando, esprimono quali comportamenti naturali il centro di produzione garantisca agli esemplari che ospita, se così possiamo dire.

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La proposta

Nello specifico, le due associazioni distinguono i metodi di allevamento per i suini su 5 livelli. Questi differenti livelli sono in ordine crescente, dallo 0 fino al 4.

Il livello 0 è il più virtuoso. Si tratta di allevamenti biologici che garantiscono il costante accesso all’aria aperta. Le scrofe restano libere durante la gestazione, il parto e l’allattamento; lo svezzamento dura oltre 40 giorni.

Il livello 1 è all’aperto. Si ritrova anche in questo caso un costante accesso all’aria aperta. Anche qui le scrofe sono in libertà durante gestazione, parto e allattamento. Lo svezzamento è comodo, oltre i 40 giorni. E’ presente una lettiera vegetale e non si ricorre mai a castrazione chirurgica.

Il livello 2 è definito al coperto. Garantisce almeno un 30% di spazio in più rispetto ai minimi requisiti di legge. Le scrofe sono libere durante la gestazione, il parto e l’allattamento. Troviamo una lettiera vegetale e non si ricorre a castrazione chirurgica.

Il livello 3 è al coperto e presenta maggiori restrizioni al benessere animale. In virtù di uno spazio maggiore rispetto al minimo di legge (sempre almeno un 30% di cubatura in più), le scrofe sono tenute in gabbia per un massimo di 6 giorni settimanali. La lettiera è in paglia, si fa uso di castrazione chirurgica, rigorosamente con l’animale in anestesia e non vi è alcun accesso all’aria aperta.

Il livello 4 è il peggiore. Si tratta di allevamenti intensivi, i quali si limitano a rispettare le generose norme di legge. Le scrofe vivono in gabbia e sono private di accesso all’aperto.

Etichettatura secondo il metodo di allevamento, elaborazione: CIWF Italia

Da queste direttive definite dall’associazione Legambiente e da CIWF, organizzazione che si occupa principalmente di benessere animale all’interno degli allevamenti, è possibile estrapolare una catalogazione completa e piuttosto ben rimarcata di quali dovrebbero essere le prerogative per potersi definire un centro di produzione virtuoso.

L’importanza di un’etichettatura attenta al benessere animale

Come ci ricorda CIWF Italia, un’etichettatura corretta e precisa è fondamentale per guidare il cittadino. Anche il consumatore di carne, infatti, negli ultimi tempi ha cominciato ad interessarsi in misura sempre maggiore di quali siano le condizioni nel quale il suo cibo viene prodotto. Quando il benessere animale è elevato, anche la qualità del prodotto cui dà origine lo è. Esemplari in salute generano carne salutare. La maggiore attenzione alle condizioni dei capi di bestiame è un valido antidoto ai numerosi problemi che gli allevamenti intensivi causano all’ambiente.

Il sistema intensivo è in grado di garantire molto più cibo, in quanto gestisce molti più animali. Naturalmente, però, ciò comporta anche un maggior consumo di suolo, più emissioni organiche generate dal bestiame e una più alta quantità di vegetali da fornire agli esemplari finché sono in vita. In un pianeta sempre più popolato e sempre più goloso di carne, diventa importante, diciamo pure fondamentale, fare in modo che essa sia prodotta nel rispetto del nostro ecosistema.

Leggi anche: “BackBO: l’associazione per una Bologna zero waste”

BackBO: l’associazione per una Bologna zero waste

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BackBO è un’associazione bolognese con un obiettivo ambizioso: rendere il capoluogo dell’Emilia Romagna una città zero waste. Sul loro sito si definiscono “un hub di economia circolare” che punta a “ridurre gli sprechi e sensibilizzare le persone sull’inquinamento legato all’usa-e-getta”. Come? Da un lato sensibilizzando i cittadini tramite l’organizzazione di workshop e laboratori; dall’altro aiutando nel concreto alla realizzazione di una “zero waste Bologna” con un servizio di bicchieri riutilizzabili per eventi. Abbiamo deciso di intervistare i ragazzi di BackBo e di farci raccontare i loro progetti futuri.

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Intervista a BackBo: per una Bologna zero waste

Com’è nato il progetto?

“BackBO nasce dal progetto di tesi di laurea dell’attuale presidente dell’associazione, Pietro. La tesi consisteva in uno studio di fattibilità per un sistema di raccolta rifiuti tramite il vuoto a rendere. Dopo aver sperimentato in prima persona l’esistenza di modelli alternativi di consumo durante l’Erasmus a Berlino, Pietro ha lavorato allo sviluppo di un sistema che incentivasse la raccolta dei rifiuti e che rendesse la Zona Universitaria di Bologna zero waste. Il progetto che ne è risultato è stato presentato al Comune di Bologna e premiato dall’associazione Comuni Virtuosi. Il successo della tesi ha spinto Pietro a pensare che fosse possibile estendere il progetto all’intera città di Bologna. Il nome BackBO gioca infatti sull’idea della bottiglia che torna indietro, “Back BOttle”, e sulla nostra collocazione geografica, la BO di Bologna.

Era il 2018, da allora l’idea di partenza si è evoluta, il team si è allargato molto e abbiamo capito che per ridurre i rifiuti avremmo dovuto in primo luogo far capire alle persone la radice del problema: viviamo in un mondo lineare, che spesso crea degli oggetti con il solo scopo di gettarli e questo non è né sensato né sostenibile. Ci riferiamo al packaging in primis, ma in generale all’usa e getta, principe indiscusso dei nostri cestini dell’immondizia. Così, dal vuoto a rendere, il nostro progetto si è ampliato”.

Leggi il nostro articolo: “Bonus Bici. L’Italia su due ruote?”

I servizi di BackBo: bicchieri riutilizzabili e workshops

Quali sono i vostri servizi principali?

“Grazie al lavoro e alle professionalità dei nostri soci volontari siamo oggi in grado di offrire diversi servizi. Come dicevamo il punto di partenza di BackBO è stato il vuoto a rendere, e continua a esserlo. Un servizio di cui andiamo fieri è l’affitto di bicchieri riutilizzabili per eventi. La logica del bicchiere a rendere ci ha permesso di ridurre significativamente l’impatto ambientale di festival e manifestazioni a cui abbiamo partecipato: non solo alla fine dell’evento non vengono prodotti rifiuti, ma si abbattono anche i costi di pulizia post evento.

Il nostro obiettivo primario rimane sempre e comunque quello di sensibilizzare le persone sull’inquinamento legato all’usa-e-getta. Per questo lavoriamo spesso anche tramite l’organizzazione di workshop sul riciclo creativo della plastica con adulti e bambini. Abbiamo capito che spesso l’indifferenza su tematiche come quelle relative al riciclo o alla sostenibilità ambientale è dovuta semplicemente alla mancanza di consapevolezza. È raro che qualcuno si fermi a pensare a quanti rifiuti inutili produce; eppure, quando grandi e piccoli vengono messi di fronte a esempi pratici delle conseguenze delle loro azioni e a soluzioni semplici, attuabili nel quotidiano, sono molto più propensi ad adottare stili di vita più sostenibili.

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Il nostro fiore all’occhiello è sicuramente il laboratorio, la maggior parte dei macchinari è stata costruita dai membri del team, abbiamo persino una stupenda stampante 3D interamente autocostruita. Il nostro laboratorio è aperto a chiunque sia alla ricerca di una collaborazione per sperimentare nuovi modi per riutilizzare i materiali di scarto. Siamo sempre alla ricerca di nuovi spunti e menti creative che ci arricchiscano di nuove prospettive”.

Le nuove collaborazioni nate in quarantena

Che riscontro avete avuto con il pubblico fino ad ora?

“Siamo molto contenti di come stanno procedendo le nostre attività, nell’ultimo anno abbiamo partecipato a numerosi eventi e conosciuto splendide realtà con le quali stiamo tutt’ora collaborando. Gli ultimi mesi ci hanno ovviamente costretto a mettere in pausa alcuni progetti (specialmente quelli legati agli eventi), ma d’altro canto ci hanno dato la possibilità di riflettere appieno sul ruolo che vogliamo avere sul territorio. L’emergenza sanitaria ha reso la vita difficile a molti produttori virtuosi, così abbiamo deciso nel nostro piccolo di provare a supportare per come possiamo le realtà sostenibili che ci circondano. Abbiamo iniziato a utilizzare i nostri canali come una vetrina, per dare spazio a tutti gli attori che fanno parte di questo network virtuoso sperando di piantare oggi il seme del cambiamento che ci vedrà tutti vincitori domani, quando l’emergenza sarà passata”.

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Bologna zero waste e non solo: una rivoluzione dal basso

Avete in mente progetti futuri?

“Molti! Un piccolo spoiler? Stiamo ragionando sulla possibilità di aprire altri Hub in giro per l’Italia per creare una rete virtuosa aperta a chiunque voglia partecipare alla rivoluzione dal basso. Inoltre, stiamo lavorando alla proposta di progetti didattici per le scuole da presentare nei prossimi mesi, considerando anche la possibilità di svolgere incontri virtuali. Che dire, siamo inguaribili sognatori e se c’è un motto in cui ci riconosciamo è sicuramente il gandhiano: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo””.

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Mascherine lavabili da acquistare o fai da te

mascherine lavabili

Uno dei pregi delle mascherine lavabili, che siano comprate o fai da te, è la loro maggiore sostenibilità rispetto a quelle usa e getta. Abbiamo infatti già ampiamente parlato dei potenziali danni che le mascherine monouso possono causare: dalla contaminazione del luogo dove vengono gettate all’inquinamento delle falde acquifere. Se quindi tutti iniziassimo ad utilizzare le mascherine lavabili, questi danni sarebbero ridotti al minimo.

Sebbene in alcuni casi possa esserne sconsigliato utilizzo, con alcuni accorgimenti e un’attenta scelta in fase di acquisto, possiamo stare al riparo senza arrecare danno all’ambiente.

I diversi tipi di dispositivi di protezione individuale

Non bisogna però sopravvalutare i dispositivi di protezione individuali pensando che siano una soluzione definitiva a tutti i problemi. Le mascherine lavabili, infatti, hanno un potere protettivo molto inferiore rispetto a quelle chirurgiche. Queste ultime, infatti, bloccano fino al 95% dei virus in uscita e bloccano il 20%-30% delle particelle virali anche in fase inspiratoria, quindi sono minimamente protettive anche per chi le indossa.

Le FFP1 sono di livello ancora superiore e hanno un’efficacia protettiva complessiva dell’80%. Alcune sono dotate di valvole, le quali però favoriscono la fuoriuscita dei droplets (le goccioline più grandi) annullando, di fatto, la protezione verso le altre persone. Le FFP2 e FFP3, P2 e P3 sono riservate ai medici e richiedono precise disposizioni per indossarle e toglierle.

L’azienda americana Smart Air, che produce depuratori d’aria, ha svolto delle ricerche sul potere filtrante delle mascherine. Le FFP3 filtrano il 99% di particelle di 0,23 micron. Contando che il virus è 0,12 micron, ma viene quasi sempre veicolato da goccioline di maggior dimensione, la protezione è quasi assicurata. Le mascherine chirurgiche, invece, filtrano tra il 60 e l’80 percento di queste minuscole particelle.

Mascherine lavabili: possono essere utilizzate?

Le mascherine lavabili, invece, impediscono soltanto la fuoriuscita di droplets, ovvero goccioline di considerevole dimensione, da parte di chi le indossa. Svolgono quindi una funzione protettiva per le altre persone, più che per chi le porta. Questo anche perché le mascherine in tessuto sono solitamente poco aderenti al viso e il loro materiale è abbastanza leggero, così da permettere alla persona di respirare agevolmente. Molti, comunque, la considerano “meglio di niente”, tanto che in uno dei primi DPCM firmati dall’ex-premier Conte si legge che “potranno essere utilizzate mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità”.

Una presa di posizione poi rivista con l’arrivo della seconda ondata, durante la quale se n’è sconsigliato l’uso specialmente nei mezzi pubblici e nei posti chiusi. Tuttavia, oggi ne esistono ormai di tantissimi tipi, e scegliendo con cura la propria mascherina riutilizzabile, assicurandosi che abbia un sistema filtrante efficace e lavandola attentamente dopo ogni utilizzo, si può stare tranquilli. Come unico accorgimento, sebbene non faccia bene all’ambiente, basterà prediligere le classiche mascherina “usa e getta” solamente in situazioni particolarmente rischiose. In contesti con basso rischio di contagio, invece, la mascherina riutilizzabile va sicuramente privilegiata. Anche per motivi ambientali.

Inoltre gli studi condotti sulla sicurezza di questi dispositivi sono ormai tantissimi. Uno dei dati che che emerge dai test sulle mascherine lavabili è che i tessuti multistrato e di materiali diversi filtrano di più rispetto a quelli sottili e monostrato. Come conferma una ricerca pubblicata sulla rivista ACS Nano condotta dai ricercatori dell’Agronne National Laboratory e dell’Università di Chicago (Usa), una mascherina fatta di cotone e seta, cotone-chiffon o cotone-flanella filtra l’80% in più di particelle inferiori a 300 nm e il 90% quelle maggiori di 300 nm.

Il cotone è fra i materiali più utilizzati per le mascherine in tessuto e “offre prestazioni migliori a densità di tessitura più elevate, ovvero con un alto numero di fili”.

Alcune aziende da cui acquistare i dispositivi di protezione individuali lavabili

Nella maggior parte dei casi, le fibre naturali hanno prestazioni migliori di quelle sintetiche. Un esempio sono le mascherine di sWEEDreams, realizzate in tessuto Canapa 100% e prodotte artigianalmente in Abruzzo. Oppure l’azienda italiana Maeko che produce mascherine realizzate esclusivamente con fibre naturali.

In commercio si trovano anche delle mascherine in jeans, che secondo la ricerca di Smart Air hanno filtrato oltre il 90 per cento di particelle grandi e circa un terzo di particelle piccole. Un esempio sono quelle del brand bergamasco Dannyru Vintage, che sono realizzate con i ritagli dei jeans, seguendo la virtuosa idea del riciclo tipica del mondo Vintage. Sono igienizzabili e lavabili anche in lavatrice, sono regolabili sia sul naso che su collo e nuca.

mascherine lavabili

Vi sono poi le mascherine di Amica Farmacia, spedite in tutta italia entro 48 ore, che aderiscono molto bene al viso e sono lavabili fino a 40 volte. Una confezione da 5 mascherine costa 19,90 euro.

Reimiro è una startup italiana che produce mascherine lavabili realizzate con gli scarti di vari filatoi e maglierie venete. Costano 24 euro e il 30 per cento del ricavato viene devoluto al Policlinico di Milano per l’emergenza sanitaria.

Per chi tiene allo stile, Nietta è un’artigiana che ridà vita ai tessuti dimenticati, ma sopratutto può esaudire (quasi) ogni desiderio riguardo alla fantasia della mascherina. Accetta infatti ordini dalla sua pagina Instagram.

Inoltre sono ormai molto diffusi in diversi negozi dei tipi di mascherine FFP2 lavabili e riutilizzabili fino a 20 volte, ottime da un punto di vista ambientale e anche dell’efficacia.

Come fare mascherine lavabili fai da te

In questo campo dobbiamo lasciare la parola agli esperti, che siano artisti, artigiani o stilisti. Barbara Palombelli ha spiegato in televisione come realizzare in casa una mascherina con la carta da forno.

https://www.facebook.com/watch/?v=240379903658758

Si possono però realizzare anche con una semplice maglietta di cotone, come mostra questa ragazza su YouTube. Il video è in inglese, ma le immagini parlano chiaro.

Regole generali su come indossare le mascherine

Si possono trovare centinaia di video su come realizzare una mascherina fai da te dei materiali più svariati, dai sacchetti dell’aspirapolvere ai filtri del caffè americano. L’importante è che il tessuto sia traspirante, onde evitare malori, soprattutto durante il periodo estivo. Inoltre, la mascherina deve coprire totalmente il naso e la bocca, fino al mento. Importante è non toccarsi il viso con le mani e igienizzare queste ultime subito dopo essere rientrati in casa, o appena se ne ha la possibilità.

Bisogna lavare le mani prima e dopo aver indossato la mascherina, e questa non va mai toccata al centro, nella parte in tessuto, bensì va tenuta e indossata attraverso gli elastici. Dove la mascherina non arriva, poi, entra in gioco la distanza di sicurezza, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Questi accorgimenti, se applicati diligentemente da tutti, possono realmente salvare delle vite, senza arrecare danni irreversibili all’ambiente.

Leggi il nostro articolo: “L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?”

Vegani e vegetariani part-time. La dieta che tutti potremmo adottare

vegetariani

Che la carne inquini è ormai una certezza. Ne abbiamo scritto in passato ed esistono infiniti articoli scientifici che convalidano questa tesi. Spesso il dibattito finisce per estremizzarsi ai due poli: chi ha fatto scelte radicali e non accetta neanche derivati animali in modo permanente, i vegani appunto, e chi non riesce proprio a rinunciare alla bistecca e ne va quasi orgoglioso (spesso ridicolizzando la prima categoria). Oggi vorremmo analizzare una terza via possibile. Sta infatti spopolando la moda delle cosiddette diete “part-time”: sempre più persone stanno modificando le proprie abitudini alimentari diventando, per esempio, vegetariani o vegani solo in alcuni momenti del giorno, della settimana o dell’anno. Potrebbe essere una soluzione valida per il clima?

vegetariani part-time

La moda delle diete vegetariane o vegane part-time

Per cominciare, ricordiamo che la lettura più recente ed interessante su questo argomento è Possiamo salvare il mondo prima di cena di Jonathan Safran Foer. Nel libro, acquistabile nella nostra sezione Libri sull’ambiente, vengono riportati i principali studi degli ultimi decenni, fra cui il dibattito su quanto pesi la carne nell’inquinamento del pianeta. Il consenso scientifico è sempre più unanime e molti oramai attestano che cambiare abitudini alimentari sia “la più grande singola azione per ridurre il proprio impatto sul pianeta”. Il focus di questo articolo, però, è capire se l’adozione di una dieta vegana o vegetariana “part-time” possa incidere ugualmente sulla nostra impronta ecologica, senza rinunciare definitivamente alla carne e ai derivati animali.

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

Benefici per la salute e per l’ambiente

La moda delle diete part-time risulta originale perché alla privazione totale preferisce la limitazione volontaria. Per facilitare questo compito, molti movimenti si sono dati dei nomi che fissano una vera e propria routine. Il più famoso si chiama “VB6 (Vegan Before 6, che significa vegani prima delle 6), ed è stato fondato da Mark Bittman. La sua è stata una scelta principalmente dovuta alla salute. Il suo dottore infatti gli ha suggerito una dieta vegana per fargli perdere peso e ristabilire molti dei valori irregolari che avevano segnalato le analisi del sangue. Non accettando l’idea di privarsi della carne e degli altri derivati per sempre, Bittman si è dato la regola di limitarne il consumo ai pasti serali.

Perché proprio nei pasti serali? Non c’è nessuna motivazione scientifica, semplicemente – ha detto Bittman – “la sera ci si vuole divertire”. In sei settimane i risultati sono stati strabilianti per la sua salute. Il suo movimento ha inevitabilmente influenzato anche il dibattito ambientale e tutto il nuovo filone delle diete part-time. Il messaggio importante che Bittman lancia, per esempio nel video sottostante, è che non si tratta solo di evitare la carne, ma anche il cibo spazzatura o altamente processato.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione: il report di GreenPeace”

Vegetariani e vegani part-time. Oltre il consumo di carne

Anche l’esperimento fatto da Jess Ho e riportato sul Guardian prova ad espandere il concetto e a sottolineare come il dibattito non si possa limitare al consumo di carne. Essendo un critico gastronomico, Ho ha ammesso che il suo lavoro sembrava inizialmente un grosso ostacolo per l’adozione della dieta part-time. Ad esempio ha menzionato il fatto che anche nel vino e nel Campari, apparentemente a base vegetale, possono esserci tracce animali per dare la giusta colorazione. L’autore ha comunque deciso di accettare la sfida e ha scelto di adottare una dieta vegana per tre giorni a settimana, 9 pasti in tutto. E dato che il motivo principale fosse proprio di carattere ambientale, si è dato le seguenti regole:

1. No ad alimenti trasformati (per la grande energia richiesta in fase di produzione)
2. No a cereali che provengono da fonti “non etiche” (per esempio, l’assurdità della moda della quinoa che deve attraversare migliaia di chilometri per arrivare nel nostro piatto)
3. No al latte di mandorle (per la grande quantità di acqua richiesta in fase di produzione e tutti gli effetti collaterali, come lo sterminio di api)
4. No ai cibi fuori stagione

Ecco cosa ha scoperto Jess Ho durante il suo esperimento: “meno mangiavo la carne e meno ne desideravo”. La sua dieta part-time, prima limitata a tre giorni a settimana, è diventata di quattro giorni, poi di cinque, fino al punto che ora mangia carne e derivati animali solo quando è con gli amici o a pranzi di lavoro. Il critico gastronomico fa riferimento a due o tre piccoli effetti collaterali negativi. Come anticipato dall’introduzione a questo articolo, il più rilevante è che “la gente avrà una lunga lista di commenti da fare a riguardo e che riterranno che sia obbligatorio che tu li ascolti. Quanto è fastidioso!”.

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

Il consenso scientifico

A livello accademico la teoria delle diete part-time sta ricevendo i primi consensi. L’Economist ha riportato lo studio della Johns Hopkins University sull’impatto ambientale delle sostituzioni alimentari. Oltre ad evidenziare effetti altamente positivi per la salute, i benefici per l’ambiente sono impressionanti: diventare completamente vegetariani taglierebbe il 30% delle emissioni individuali annuali legate al cibo, mentre adottare una dieta vegana part-time, ovvero per due terzi dei pasti, porterebbe ad una riduzione del 60% della propria impronta ecologica alimentare. Una cifra che sale all’85% con una dieta vegana adottata 365 giorni all’anno, per tutti i pasti. Risultati altrettanto incoraggianti sono stati riportati in un articolo di Internazionale.

Se tutti fossimo vegetariani o vegani part-time

Dunque, le diete part-time potrebbero essere una valida alternativa per tutti coloro che non riescono ad evitare in assoluto il consumo di carne o derivati animali, ma che vogliono ugualmente migliorare la propria salute e quella dell’ambiente. Mark Bittman ha dichiarato che Vegan Before 6 è nato per gioco, ma che la chiave del suo successo sta nella disciplina e, allo stesso tempo, nella possibilità di poter sgarrare. Se non riusciamo ad essere completamente vegani, possiamo certamente sforzarci di astenerci dalla carne qualche ora o qualche giorno a settimana. E soprattutto, possiamo certamente evitare di giudicare o ridicolizzare chi ha compiuto una scelta ancor più radicale, perché i benefici per l’ambiente sono anche a nostro favore.

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Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

Milano

Milano, sabato pomeriggio. Un rumore fortissimo, seguito da una deviazione incontrollabile del manubrio mi costringono ad accostare. Ero terrorizzata, ma non sentivo alcun male. Inizialmente pensavo fosse stata l’adrenalina ad aver bloccato qualunque sensazione di dolore fisico, per darmi la possibilità di reagire e togliermi dalla strada. Poi mi sono resa conto di non essermi fatta nulla. L’unico danno lo aveva subito lo specchietto della macchina che, sfrecciando verso il semaforo rosso successivo, aveva sfiorato la mia bicicletta noleggiata. Il piano Strade Aperte previsto per Milano nel post-epidemia di coronavirus forse eviterà che questo e molti altri fatti spiacevoli si perpetuino nel capoluogo lombardo.

Cosa prevede il piano

Il Piano Strade Aperte annunciato il 20 aprile per la città di Milano è stato definito dal Guardian molto ambizioso. Prevede infatti la riconversione di 35 chilometri di strade in piste ciclabili, marciapiedi, aree pedonali, oltre che l’abbassamento dei limiti di velocità a 30km/h in molte più zone. Il tutto potrebbe essere già pronto prima dell’estate, specialmente per quanto riguarda le strade più importanti, come gli 8 chilometri di Corso Buenos Aires.

I motivi di questa decisione sono riscontrabili nell’impatto del coronavirus sulla vita della città, sia attualmente che dopo la fine dell’epidemia. Innanzi tutto l’inquinamento atmosferico si è ridotto notevolmente poiché la congestione del traffico si è ridotta del 75%. Dalla pagina “Aria di Milano”, che raccoglie giornalmente i dati dell’Air Quality Index, si può vedere quanto durante questi mesi l’aria di Milano sia migliorata. Dal 1 aprile al 25 aprile, infatti, sono state registrate 17 giornate in cui l’aria ha raggiunto lo stato “eccellente”, con un AQI sotto ai 50. In tutto il mese di gennaio ne erano stati registrati soltanto 2. Sempre a gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo.

L’importanza delle azioni individuali

La speranza è che tutto questo aumenterà la consapevolezza, da parte dei cittadini, dell’importanza che le nostre azioni individuali hanno sulla collettività. A ridurre l’inquinamento non è stata infatti chissà quale scoperta scientifica o macchina futuristica. È stato ognuno di noi, recandosi all’alimentari più vicino invece che al grande centro commerciale in periferia, limitando gli spostamenti inutili e lavorando da casa. Tutte pratiche che si spera verranno perpetrate, dove possibile, anche dopo l’epidemia.

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La speranza, però, non basta. Molti esperti infatti prevedono che accada il contrario, ovvero un aumento delle emissioni dovuto ai più frequenti spostamenti tramite automobile. Questo perché i mezzi di trasporto pubblici subiranno, durante la fase due, alcune restrizioni.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha annunciato su Facebook che “Il traffico in metro sarà del 25% in meno rispetto a prima. Potremo far entrare massimo 75 persone alla volta. Se non si trovano altre formule, non se ne esce più: quindi anche l’idea di parlare di piste ciclabili non è una scelta ideologica, ma è una scelta di visione e anche di necessità”. Nella metropolitana sono già stati disegnati sul pavimento i segni per permettere alle persone di rispettare le misure di distanziamento sociale.

Fonte: Adkronos

La crisi dei mezzi pubblici, bike e car sharing

Queste restrizioni causeranno non pochi disagi per chi deve recarsi al lavoro, vista l’usuale congestione della metropolitana durante le ore di punta. Qualcuno potrebbe non fidarsi della mia esperienza personale, che spesso prevedeva la rinuncia all’entrata nel vagone troppo affollato e l’attesa della corsa successiva. I dati però confermano che il 55% degli abitanti di Milano utilizza i mezzi pubblici per andare al lavoro. Se gran parte di questi iniziasse ad utilizzare la macchina, il problema dell’inquinamento, già poco gestibile, andrebbe definitivamente fuori controllo.

Inoltre pratiche come car sharing e bike sharing saranno giustamente considerate dalle persone potenziali pericoli per la diffusione del virus. Di qui la probabile scelta di utilizzare l’auto privata, ritenuta più sicura e igienica. Ecco allora l’importanza del progetto Strade Aperte: non costringere le persone ad utilizzare l’auto privata più di prima ma facilitare gli spostamenti a piedi, con il monopattino elettrico o con la bicicletta privata.

Un modo per salvare l’economia

Inoltre, come ha fatto notare al Guardian Marco Granelli, vice sindaco di Milano, una nuova mobilità aiuterebbe anche l’economia cittadina. “Abbiamo lavorato per anni per ridurre l’uso dell’auto. Se tutti guidano una macchina, non c’è spazio per le persone, non c’è spazio per muoversi, non c’è spazio per attività commerciali al di fuori dei negozi.”

E continua: “Pensiamo di dover reimmaginare Milano nella nuova situazione. Dobbiamo prepararci; ecco perché è così importante difendere anche questa parte dell’economia, sostenere bar, artigiani e ristoranti. Quando sarà finita, le città che hanno ancora questo tipo di economia avranno un vantaggio, e Milano vuole essere in quella categoria “.

Il progetto per Corso Buenos Aires.

Una città all’avanguardia

Milano è una città che cambia velocemente, di anno in anno, e che non ha nulla da invidiare alle maggiori e più sviluppate metropoli mondiali. Tanto che, anche per le questione ambientali, ha già preso iniziative esemplari per il mondo intero.

Un esempio è il “Bosco Verticale“, l’innovativo palazzo di Stefano Boeri la cui costruzione è terminata nel 2014. Questo edificio rappresenta un progetto pilota per una nuova generazione di edifici eco-sostenibili. Come ha affermato uno dei progettisti, “Il Bosco Verticale è un progetto di riforestazione metropolitana che contribuisce alla rigenerazione dell’ambiente e alla biodiversità senza espandere la città sul territorio. (…) In ogni Bosco Verticale è presente una quantità di alberi che occuperebbe una superficie di 20.000 mq.

Il sistema del Bosco Verticale aiuta nella creazione di uno speciale microclima, produce umidità e ossigeno, assorbe particelle di CO2 e polveri sottili. (…) I diversi tipi di vegetazione creano un ambiente che può anche essere colonizzato da uccelli e insetti, trasformandolo in un simbolo della ricolonizzazione spontanea della città da parte di piante e animali”. Ironicamente questo progetto può rappresentare in piccolo quello che è successo durante il lockdown da coronavirus, ovvero la riappropriazione, da parte della natura, degli spazi cittadini.

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Un altro esempio della virtù milanese è stata l’inaugurazione, nel febbraio dell’anno scorso, della ZTL più grande d’Italia e la seconda in Europa. Un progetto che limita la circolazione in tutta la città, specialmente per le automobili a Diesel. Il provvedimento ampliava le misure già restrittive della zona centrale, dove è vietato circolare se non muniti di un permesso acquistabile alla non modica cifra di 5 euro al giorno.

Un esempio per tutti

Provvedimenti in stile “Strade Aperte” serviranno in tutte le grandi città per sviluppare la cosiddetta mobilità attiva (pedonalità e ciclabilità), oltre che della micromobilità (hoverboard, segway, monopattini elettrici). E, come ha dimostrato Janette Sadik-Khan, l’ex commissario per i trasporti di New York, dichiarando di guardare a Milano per il futuro della mobilità della città più importante degli Stati Uniti, Milano potrebbe diventare un esempio positivo per tutto il mondo.

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