Natale 2020: scegliamo regali sostenibili e Made in Italy

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Il Natale è alle porte e quest’anno sarà un Natale certamente diverso da quelli precedenti. Rimangono infatti ancora molte incognite sulle festività in arrivo riguardo il numero di invitati e la possibilità di spostarsi per ricongiungersi ai propri cari. Nonostante ciò, è già partita la corsa ai regali e molti stanno approfittando delle offerte previste per la giornata di oggi, il Black Friday. Ribattezzato da alcuni come “giornata mondiale del consumismo”, permette ai cittadini di tutto il mondo di comprare beni a prezzi stracciati, senza tenere conto che una giornata del genere è tutt’altro che da celebrare, viste le devastanti conseguenze che il consumismo provoca sugli equilibri della Terra. Il Natale però, è e può restare una festa da celebrare, se solo si adottano alcuni accorgimenti che lo rendano sostenibile dal punto di vista ambientale. Regali ecosostenibili, menù biologico, libri sull’ambiente: ecco una lista di cose che tutti noi potremmo fare durante queste vacanze nel rispetto del pianeta che ci ospita.

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1. Regali ecosostenibili: locale e Made in Italy

Iniziamo dalla scelta dei regali. Esistono criteri molto semplici per scegliere in maniera ecosostenibile e far sì che i nostri amici o familiari siano comunque felici del dono ricevuto. La cosa più semplice da fare è rivolgersi ai negozi locali, evitando i grossi marchi gestiti da multinazionali. Quest’anno più che mai, abbiamo delle valide giustificazioni per sostenere l’economia locale, messa a dura prova dalla pandemia. Stanno infatti circolando sui social numerosi appelli dei cittadini italiani per spronare i propri conoscenti ad evitare Amazon. Il 2020 ci offre un’occasione perfetta per valorizzare il Made in Italy, e in particolare tutte quelle aziende italiane che operano per un’attenta ricerca delle materie prime.

Per chi volesse regalare scarpe, vestiti o borse, ricordiamo che il settore della moda è uno dei più inquinanti al mondo: i vestiti di bassa qualità che compriamo per pochi euro hanno una vita molto breve nei nostri armadi, ma diventano un rifiuto a lungo termine per la Terra e per i suoi abitanti futuri. Inoltre, il prezzo troppo basso ci segnala possibili anomalie nella catena produttiva, con il probabile sfruttamento dei lavoratori. Non ci stancheremo mai di ripetere che sostenibilità significa allo stesso tempo rispetto per la natura e per i lavoratori lungo tutta la filiera. Esistono innumerevoli brand italiani che sono nati all’insegna di questi principi. Nella nostra sezione Vivere Green potrete trovare alcuni spunti utili, come la recente intervista all’azienda calzaturiera Ragioniamo con i Piedi. Oppure la bellissima cassa Vaia, nata dal legno degli alberi caduti durante la tempesta del 2018 nelle Dolomiti.

Leggi il nostro articolo: “Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta”

Fai-da-te, riciclo e…attenti al packaging!

Quando compriamo qualcosa facciamo sempre attenzione al tipo di packaging scelto dell’azienda. Nel settore della cosmetica molti marchi stanno convertendo i propri imballaggi di plastica verso soluzioni più sostenibili. Per esempio, sempre più persone stanno sostituendo i detergenti in bottiglia con shampoo e bagno schiuma solidi. A questo proposito vogliamo ricordare che il regalo non deve essere per forza comprato: sono ormai di moda i regali fatti a mano, a partire dai saponi prodotti in casa. Oppure cornici con elementi naturali, barattoli da confetture, sciarpe e cappelli fatti ai ferri. Seguendo semplici tutorial su Internet, numerosi giovani stanno riscoprendo il gusto di creare regali fai-da-te. Inoltre, ben venga il riciclo: possiamo mettere in circolo dei beni di cui noi non facciamo più uso, se sono ancora in buono stato.

2. Regali ecosostenibili: un libro sull’ambiente

Per quanto riguarda il riciclo, un regalo veramente utile per l’ambiente e per tutti noi potrebbe essere un libro che riguarda il cambiamento climatico e che abbiamo nella nostra libreria. Per chi non riesce a rinunciare al gusto di comprare qualcosa di nuovo nei negozi, un libro rimane comunque un’ottima idea. L’anno scorso “Fridays For Future” aveva invitato le librerie e le biblioteche ad “inserire all’ingresso dei loro locali una bacheca o scaffale dedicato a libri, di generi diversi e per grandi e piccoli, sulla crisi climatica e sull’ambiente, da ora fino a poco prima di natale”. Nel 2020 quest’appello diventa ancora più importante, dato che l’attenzione sulla crisi climatica si è notevolmente abbassata a causa della pandemia. Se siete alla ricerca del titolo perfetto, ricordiamo che nel nostro blog c’è una sezione apposita in cui consigliamo libri sull’ambiente e sulla sostenibilità.

Leggi anche: “20 libri sull’ambiente per bambini e ragazzi”

3. Relazioni: sfruttiamo il Natale per contagiare chi ci circonda

Regalare un libro sul cambiamento climatico persegue il semplice obiettivo di aumentare la sensibilità ecologica di chi ci circonda. Infatti, è ormai noto che i principali ostacoli alla lotta al cambiamento climatico sono l’ignoranza, le fake news e l’indifferenza. Le vacanze natalizie sono un’occasione perfetta per coinvolgere i nostri parenti, i nostri amici e i colleghi. A tal fine, suggeriamo di evitare i moralismi e le prese di posizione troppo rigide. Il trucco migliore per contagiare è raccontare la propria esperienza: perché ci sta così a cuore questo problema e cosa stiamo facendo per contribuire a rendere il pianeta più sostenibile. Cerchiamo di appassionare le persone che amiamo, senza essere troppo pesanti, noiosi e soprattutto senza giudicare.

4. Cibo: scegliamo bene cosa mangiare a Natale

Un’altra scelta importante che possiamo compiere durante le feste riguarda il menù. Non sappiamo ancora se e come ci sarà permesso festeggiare il Natale, ma di certo non mancherà la voglia di ricreare l’atmosfera natalizia, anche solo fra pochi intimi. E allora rivolgiamo un consiglio a tutte le cuoche e i cuochi che stanno pensando alla cena della Vigilia o al pranzo di Natale. Come più volte evidenziato da questo blog, il cibo rappresenta un enorme fetta delle emissioni globali: il sistema agroalimentare inquina in ogni singola fase del processo, dai pesticidi nei campi ai sistemi di stoccaggio e imballaggio, dalla rete dei trasporti che transitano il cibo da ogni parte del mondo, fino agli sprechi alimentari.

Soprattutto, il settore dell’allevamento, e quindi della carne, incide enormemente sul cambiamento climatico. Per questo, la prima scelta che possiamo fare durante le feste riguarda il cibo che compriamo e mettiamo sulle nostre tavole. Possiamo prediligere prodotti biologici, senza farci ingannare dal prezzo lievemente maggiore, perché siamo ormai consapevoli che un prezzo giusto debba considerare il rispetto del pianeta e delle persone che hanno lavorato per far sì che quel prodotto arrivi nelle nostre mani. Possiamo inoltre raffinare la nostra ricerca, scegliendo produttori biologici e locali, con cui magari abbiamo un rapporto di fiducia e che possano garantire la sostenibilità dei propri prodotti.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

…alcuni accorgimenti sulla carne

Infine, possiamo fare dei piccoli accorgimenti al menù, evitando che la carne sia la portata principale. E se proprio non possiamo fare a meno della carne per il ripieno dei cappelletti o per i secondi, possiamo comunque verificare che la carne scelta non provenga da allevamenti intensivi. Ricordiamo infatti che negli allevamenti intensivi lo scopo principale è produrre quanto più prodotto nel minor tempo possibile. Questo avviene attraverso l’uso di antibiotici e ormoni, con enormi conseguenze sulla nostra salute (resistenza agli antibiotici tradizionali) e sull’ambiente (inquinamento delle falde acquifere). Una scelta accurata del menù ci aiuterà quindi ad abbassare notevolmente l’impronta ecologica del nostro Natale.

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Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

5. Viaggi: privilegiamo la natura

Per ultimo, le vacanze offriranno l’occasione di effettuare spostamenti o escursioni, seppur fortemente limitate dalle restrizioni anti-contagio. L’estate 2020 ci ha dimostrato che un altro tipo di turismo – più locale, più etico, più sostenibile – è possibile. L’Italia è piena di musei a cielo aperto, con una vasta scelta di sentieri, borghi, paesaggi. Le vacanze in arrivo saranno dunque un ulteriore occasione per esplorare il territorio che ci circonda, nel massimo rispetto delle norme indicate dal governo. Soprattutto nella situazione particolare che stiamo vivendo, il contatto con la natura rimane il modo più facile e primitivo per avere consapevolezza della ricchezza che abbiamo intorno e che potremmo perdere.

Leggi il nostro articolo: “Ridurre la plastica in viaggio. Ecco come fare”

Un Natale fatto di regali ecosostenibili

In definitiva, esistono numerose scelte che possiamo compiere nelle prossime settimane in nome della sostenibilità. Questo Natale sarà diverso da tutti gli altri, sotto innumerevoli aspetti. Dovremo rinunciare a grandi cenoni e a viaggi di lunga distanza, ma è possibile ricreare l’atmosfera natalizia seguendo principi ecosostenibili. Il Black Friday non è la nostra unica opzione. Al contrario, da qualche anno è partita una bellissima campagna che invita a modificare il nome di questa giornata in “Green Friday”: un’occasione per diffondere consapevolezza sulle conseguenze del consumismo e sulla promozione di valori alternativi. Scegliere regali sostenibili – fatti in casa, riciclati, comprati in aziende virtuose – è il primo passo che possiamo compiere. Da oggi al 25 dicembre, possiamo compiere piccole ma fondamentali scelte che contribuiscano al nostro bene, a quello della nostra comunità e del pianeta.  

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di dicembre”

Pelle, ecopelle e similpelle. Quale soluzione è più sostenibile?

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Pelle, ecopelle e similpelle: il mercato offre diverse opzioni e capire quale sia la più sostenibile non è poi così facile. Il termine “ecopelle” potrebbe infatti richiamare un’attenzione maggiore nei confronti dell’ambiente, ma è comunque una pelle di derivazione animale. D’altro canto, l’alternativa vegana, chiamata comunemente similpelle, ha spesso al suo interno materiali plastici che rendono il prodotto altrettanto impattante sotto il profilo ambientale. Abbiamo intervistato Gigi Perinello di Ragioniamo con i piedi, che lavora da decenni nel mondo calzaturificio e ci spiega le sue scelte in termini di sostenibilità.

Pelle ed ecopelle significato: il sistema italiano

Iniziamo con il distinguere i due tipi di tessuti. Sebbene infatti nel titolo abbiamo distinto pelle ed ecopelle, in Italia questa differenza è pressoché irrilevante. Per ecopelle non si intende affatto una pelle di derivazione vegetale, ma una pelle di derivazione animale conciata con metodi a basso impatto ambientale. Nel nostro paese la legislazione è molto severa riguardo la concia dei pellami; perciò quasi tutta la pelle prodotta rientra nella definizione di ecopelle o sinonimi (pelle ecologica, ecocuoio, ecoleather). La parte più dannosa per l’ambiente deriva infatti dai sistemi di concia (a causa dell’alto impatto idrico, dell’uso di cromo e di altre sostanze chimiche che le industrie riversano nei fiumi).

Nella maggior parte dei sistemi conciari italiani vengono utilizzati impianti di purificazioni dell’acqua che, con le dovute certificazioni, rendono le pelli conciate in questi stabilimenti classificabili come “ecopelle”. È logico intuire che all’interno della macro-categoria ecopelle esistano differenti sistemi di produzione che rendono il prodotto finale più o meno ecologico. Ad esempio, esistono impianti di concia in cui si utilizzano sostanze di origine vegetale, come i tannini, che abbattono ulteriormente l’impatto ambientale delle pelli prodotte.

Ecopelle: la scelta delle materie prime

Un’altra forte discriminante affinché la pelle sia “sostenibile” deriva dalla scelta delle materie prime: la pelle può derivare da bestiame italiano, europeo o estero, ed essere quindi soggetto a diverse legislazioni per quanto riguarda le condizioni degli animali in allevamento. Può derivare dagli scarti dell’industria alimentare; in questo caso si tratta di un recupero di rifiuti che, se non venissero utilizzati, sarebbero altamente inquinanti e difficili da smaltire. Oppure può provenire da allevamenti di animali da pelliccia dove l’animale viene deliberatamente allevato e ucciso per produrre pellame destinato ai prodotti di moda. In questo secondo caso la sostenibilità è alquanto discutibile. Esistono numerose inchieste che accertano le condizioni penose in cui riversano gli animali in allevamenti da pelliccia (vedi la puntata di Report L’etichetta).

Similpelle: un prodotto sostenibile?

Prima di approfondire la sostenibilità della prima categoria, ovvero la pelle derivata dagli scarti delle industrie alimentari, è però opportuno definire l’altro tipo di tessuto presente nel titolo: la similpelle. La similpelle o pelle sintetica non è di origine animale, ma riproduce artificialmente l’aspetto della pelle. Sulla carta la similpelle rappresenta quindi un’alternativa vegana per chi vuole acquistare prodotti cruelty free. Tuttavia, il finto rivestimento di pelle viene prodotto prevalentemente con l’uso di materiale plastico. Si utilizzano sostanze sintetiche, poliammide e poliuretano, che dopo un’operazione di fissazione riproducono l’aspetto della pelle naturale.

Bisogna fare un distinguo per tutti quei nuovi materiali apparsi sul mercato che puntano alla produzione di similpelle grazie a materiali organici. Pelli fatte dalle bucce di arance, come quella proposta da Orange Fibers, o dagli scarti dell’industria vinicola, come ad esempio la WineLeather, aprono certamente una via esplorabile nel mondo della moda sostenibile. Questi esempi rappresentano tuttavia un’eccezione ancora fortemente di nicchia. Inoltre, è necessario verificare se questi tessuti siano adatti per tutti i tipi di oggetti di moda o siano utilizzabili soltanto nei capi o accessori più flessibili (vestiti, borse, cinture). Sostituire la pelle naturale in prodotti quali le scarpe invernali è assai più complicato. Spesso si corre il rischio di utilizzare tessuti ecologici solo in piccola percentuale, per poi ricorrere a materiali plastici o inquinanti per completare il prodotto. Un classico tentativo di greenwashing a cui siamo sempre più spesso abituati.

Intervista a Gigi Perinello di Ragioniamo con i piedi

Ecopelle o similpelle? Il lettore avrà sicuramente capito che è estremamente difficile prendere una decisione netta in termini di sostenibilità. Se da una parte c’è il voler smettere di sfruttare gli animali per soddisfare i vizi degli uomini, dall’altra c’è la reale necessità di procurarsi materiali che siano quanto più sostenibili nel lungo termine. L’ecopelle, se proveniente da scarti delle industrie alimentari che non processano carne da allevamenti intensivi, può comunque essere considerata un’alternativa sostenibile in un’ottica di economia circolare. Per questo abbiamo voluto intervistare Gigi Perinello, fondatore dell’azienda di scarpe Ragioniamo con i Piedi. Egli fa ricerca da molti anni per cercare di offrire un prodotto che sia quanto più vicino all’ambiente, sotto diversi punti di vista.

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Gigi Perinello, fondatore de Ragioniamo con i Piedi

Gigi, quali criteri adotti per far sì che le tue scarpe siano a basso ridotto ambientale? Nel tuo sito spieghi che la sostenibilità della pelle non deve limitarsi al sistema di concia ma riguardare tutte le fasi di produzione. Che cosa distingue quindi le scarpe di Ragioniamo con i Piedi?

“Non c’è solo la concia che è importante per l’ambiente ma anche l’umanità che dobbiamo rispettare nel processo produttivo delle nostre scarpe. Dietro alle lavorazioni vi sono uomini e il bisogno di formare persone nel modo corretto, pagandole equamente e garantendo loro un sistema di solidarietà che caratterizza la comunità in cui il valore del lavoro è elevato ed ha una funzione educativa. Noi siamo una piccola fucina in cui i giovani vengono accolti e formati per entrare a far parte di un sistema che si affiderà a loro per svilupparsi”.

Ecopelle e Made in Italy

Nel tuo sito sottolinei spesso il fatto che i tuoi prodotti sono fatti per durare negli anni, perché deve essere permesso ai clienti di ripararle, oltre all’ottima qualità che cerchi di garantire. Inoltre, tieni molto al fatto che le scarpe di Ragioniamo con i Piedi siano Made in Italy, un concetto da molti abusato al giorno d’oggi. Cosa significa quindi per te “sostenibilità”?

“La nostra sostenibilità è garantire lavorazioni che rendano la scarpa riparabile e duratura. Può essere riparata da tutte le persone che fanno il lavoro dei ciabattini. E che quindi un po’ di conoscenza della scarpa ce l’hanno. Oppure direttamente da noi. Siamo anche in grado di assistere a distanza i ciabattini che ci interpellano. Non possiamo pensare più all’usa e getta ma a fare dei tagliandi di rigenerazione e manutenzione alle scarpe. Il made in Italy serio è fondamentale per garantirci queste opportunità”.

Ecopelle e ricerca di una sostenibilità a lungo termine

L’esperienza di Gigi non è sintetizzabile in queste poche righe. Nei suoi laboratori avviene un’attenta ricerca delle materie prime, facendo sì che provengano quanto più possibile dall’Italia o da paesi europei dove c’è un sicuro tracciamento. Si tratta di scarti di industrie alimentari che trattano carni di alta qualità e che quindi presumibilmente non provengono da allevamenti intensivi. Diciamo presumibilmente perché non esistono certificazioni a questo riguardo. Però, ci è stato spiegato che l’elevatissima qualità richiesta fa sì che la provenienza da allevamenti industriali sia da escludere.

Per fare pelli di alta qualità l’allevamento intensivo non è adatto perché gli animali mangiano mangime e non erba, non vivono all’aperto e quindi non strutturano una fibra della pelle che gli permetta di subire i freddi e i caldi della vita all’aperto (fattore determinante per la consistenza della pelle). Successivamente queste carni vengono conciate in impianti a bassissimo impatto ambientale grazie all’uso dei tannini. Infine, nei laboratori di Ragioniamo con i Piedi gli artigiani cercano di creare un prodotto su misura che rispetti i criteri di resistenza, lunga durata e riparabilità.

Un prestito dalla natura

Come si evince dalla panoramica di questo articolo non è affatto scontato saper scegliere fra le varie opzioni. Sia l’ecopelle che la similpelle hanno delle esternalità positive e delle esternalità negative sull’ambiente e sull’ecosistema nel suo insieme. Ciò che ci ha spinto a dar voce alla realtà locale di Gigi Perinello è la profonda ricerca in cui da anni egli è impegnato per trovare una soluzione realmente sostenibile, non solo come metodo propagandistico. Durante il nostro dialogo, ha definito la sostenibilità con queste parole: “dalla natura devo farmi prestare delle materie prime che una volta utilizzate gli devo restituire, questa è l’economia circolare cui punto”. Condividiamo appieno il suo messaggio e invitiamo tutti i lettori che sono interessati all’argomento a contattarlo direttamente agli indirizzi forniti su Ragioniamo con i Piedi. Ci auguriamo che la ricerca in questo campo prosegui per raggiungere prodotti che siano completamente biodegradabili e restituibili alla natura.

Staiy: il marketplace europeo di moda sostenibile

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Moda-sostenibile-cos-Staiy–le-commerce-della-sustainable-fashion-em249f

Il settore della moda è uno dei settori più inquinanti al mondo. Per questo ultimamente il pubblico sta rivolgendo sempre più attenzione alla moda sostenibile. Ovvero a tutti quei brand che cercano di adottare valori etici ed ambientali nella produzione di vestiti e accessori. I consumatori italiani lamentano però una carenza di offerta in questo settore; è ancora infatti troppo difficile trovare brand sostenibili e nelle principali catene si rischia di cadere nelle strategie di greenwashing. Per questo vogliamo dare spazio alle nuove realtà virtuose che puntano a colmare questo vuoto. Abbiamo intervistato Ludovico Durante, co-founder di Staiy, il fashion marketplace sostenibile con il più alto tasso di crescita in Europa. Staiy utilizza cinque criteri chiave per offrire prodotti sostenibili che siano di qualità e garantiscano trasparenza ai consumatori.

Intervista a Staiy, il marketplace di moda sostenibile

1) Ludovico, com’è nato il progetto? Quali sono gli obiettivi principali che perseguite attraverso Staiy?

Staiy è nato nel cuore di Berlino da quattro ragazzi italiani, per dare uno spazio digitale a tutta quella moda che rispetti i valori di etica, estetica ed innovazione. Vivendo in una città come Berlino è facile adottare uno stile di vita a minore impatto, grazie alle varie possibilità offerte dai business: dal riciclo delle bottiglie col pfand system ad una sharing economy molto vivace, fino alle molte opzioni di dieta vegetariana o vegana e varie startup innovative. Entrando a stretto contatto con una vibrante community di designer e brand sostenibili, ci siamo accorti del forte potenziale e di come mancasse un marketplace che mettesse in risalto tutti quei marchi che producono con valori autentici. Garantire la stessa accessibilità digitale alla moda sostenibile voleva dire fornire una alternativa al pubblico e ridurre l’impatto del settore moda, ad oggi il secondo più inquinante al mondo.

Questo è stato il punto di partenza di Staiy, che si prefigge obiettivi ambiziosi: tramite la moda vogliamo accelerare la transizione verso un lifestyle sostenibile, ridefinendo i valori del consumo e conferendo una nuova faccia alla sostenibilità. Un’immagine che parla di innovazione, ispirazione e rispetto delle risorse. Per questo Staiy rappresenta uno stile di vita che è abbracciato non solo dai nostri oltre 120 brand e designer, ma da una fitta rete di artisti, personalità e business che fanno capo agli stessi valori”.

Leggi anche: “Armani contro la fast fashion: è immorale”

I criteri di scelta dei brand su Staiy

2) Con quali criteri selezionate i vostri brand?

Estetica e sostenibilità sono i due punti fermi di Staiy, ed è proprio su questa base che i brand vengono selezionati per accedere alla piattaforma. Il primo passaggio della selezione riguarda l’identità digitale e visiva del marchio, la filosofia, la missione e l’allineamento con l’identità di Staiy. Se avviene l’approvazione di questi aspetti, si passa alla valutazione delle pratiche del marchio in produzione e come azienda. Questa valutazione della sostenibilità avviene tramite un processo standard, che rende comparabili tutti i marchi sulla piattaforma: 63 domande su 5 pilastri – acqua, aria, materiali, condizione del lavoratore e impegno del brand – ognuna collegata a due Sustainable Development Goals.

Su queste tematiche andiamo ad individuare le pratiche dei nostri partner lungo la filiera, con particolare attenzione alle certificazioni ottenute (tra cui i più rinomati GOTS e FWF). È molto importante il tema della misurabilità: il primo passo verso il progresso è la consapevolezza del proprio impatto attuale. L’accesso alla piattaforma è garantito solo a quei marchi che superano il punteggio minimo, e il risultato visibile agli utenti in ogni pagina prodotto”.

I cinque pilastri con cui vengono scelti i brand di Staiy

Moda sostenibile: consumatori sempre più attenti

3) Siete soddisfatti dei risultati fin’ora ottenuti? Pensi che sia in atto un cambio di prospettiva da parte dei consumatori nei confronti del mondo della moda?

La crescita di Staiy in meno di un anno è stata rapida, e siamo molto soddisfatti dell’appoggio ricevuto sia dai brand, in continua crescita, che dal pubblico. Sicuramente questo dimostra come il mondo della moda stia subendo una trasformazione, ma c’è bisogno di tempo perché anche i grandi marchi si adattino al passo. I consumatori sono invece molto attivi e curiosi, e qualcosa è cambiato forse a causa della pandemia. C’è più attenzione su cosa e come si acquista, le conseguenze del consumo e i processi di produzione, e c’è voglia di fare meglio.

Nel mio recente intervento ai Digital Innovation Days abbiamo proprio parlato di questo, e dei punti chiave che saranno fondamentali per riscoprire il valore intrinseco della moda. Si parla di storytelling, autenticità e trasparenza, ma anche di tracciabilità e nuove tecnologie – tutti elementi necessari per reinstaurare un rapporto genuino tra marchio e consumatore. È bello vedere come già oggi siamo riusciti a fare questo tramite Staiy ed il suo ecosistema, e ci auguriamo che questo stile di vita venga adottato sempre di più – con stile”.

Leggi il nostro articolo: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Un’altra azione per ridurre la propria impronta ecologica

Ludovico ha fatto emergere gli elementi chiave per far sì che la moda sia sostenibile sotto tutti i punti di vista. Infatti, sostenibilità significa non solo rispetto per l’ambiente, ma anche tutela dei lavoratori e relazioni trasparenti fra produttori e consumatori. Staiy rappresenta un esempio di network in cui si offre risposta alla domanda di indumenti e accessori sostenibili, in costante crescita negli ultimi anni. Come abbiamo ripetuto più volte nel nostro blog, sarebbe ideale avere pochi capi di cui conosciamo la provenienza e i metodi di produzione piuttosto che un armadio pieno di indumenti a basso prezzo e ad alto impatto ambientale come quelli prodotti dalla fast fashion. Scegliere la moda sostenibile è una delle tante azioni quotidiane che possiamo compiere per abbassare la nostra impronta ecologica. Un capo alla volta, anche in questo modo possiamo fare del nostro meglio nel rispetto della Terra.

Leggi anche: “5 pratici consigli per una Natale davvero sostenibile”

Ecologia umana: un unico rimedio alla sintomatologia della crisi ambientale

ecologia umana
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Le statistiche non mentono: la ricerca scientifica ha accertato le responsabilità umane nel progressivo aggravarsi degli squilibri ambientali in atto. Una volta che siano state individuate le attività dal più alto impatto ambientale, è indispensabile apportare le opportune correzioni, che si traducono in provvedimenti talvolta impopolari per la classe politica.

Secondo le stime dell’IPCC, i processi produttivi di elettricità e calore e le attività del settore primario (agricoltura, allevamento e deforestazione) rappresentano quasi il 50% delle emissioni globali, ma anche attività industriali (21%) e trasporti (14%) condizionano negativamente gli equilibri climatici. Mentre sui consumi di elettricità e calore converrà soffermarsi più avanti – poiché rientra nella prospettiva microscopica della questione -, le culture normalmente dominate da un’endemica scarsità di risorse naturali (si pensi alle grandi aree desertiche) o, al contrario, dalla forza incontenibile degli elementi naturali (ad esempio, la regione sub-sahariana o il Sud-Est asiatico) hanno molto da insegnare sulla necessità di co-esistere con la biodiversità del luogo, invece di piegarla alle esigenze umane.

La semplice scomparsa degli insetti impollinatori provoca squilibri devastanti sia sulle catene alimentari, sia sulla capacità riproduttive delle piante. Oltre alla tutela della biodiversità, attraverso la riforestazione da una parte e la messa al bando di pesticidi e fertilizzanti chimici dannosi per l’ambiente dall’altra, è bene selezionare le colture in base al consumo di acqua. Analogamente, posto che la produzione di carne richiede ingenti quantità di mangimi – dunque ancora di acqua -, andrebbe imposta una selezione del foraggio in base al consumo di acqua negli allevamenti intensivi.

Scarsità di risorse e demografia

In ogni caso, appaiono tutte iniziative non solo desiderabili, ma necessarie, se si esamina la combinazione futura di crescita demografica in aree del Sud del mondo svantaggiate per la disponibilità di risorse e rallentamento del settore agroalimentare per effetto del riscaldamento globale e della scarsità di risorse: se corrispondono al vero le stime secondo cui a un aumento della temperatura globale di un grado seguirà una riduzione media del 10% della produzione agricola, si può facilmente immaginare a cosa possa portare una riduzione del 50% della produzione agricola alla fine del secolo, come calcolato dai modelli climatici dell’IPCC, mentre la popolazione mondiale avrà superato la soglia dei 10 miliardi di abitanti nel 2057.

Mentre le politiche industriali meriterebbero un capitolo a parte, una riflessione critica va dedicata anche al trasporto delle merci nell’era della globalizzazione. Le teorie del commercio internazionale come il modello HOS, una teoria derivata dai vantaggi comparati di marca ricardiana, mettono in evidenza i vantaggi comparati della delocalizzazione senza tener conto dell’impatto ambientale della cosiddetta “global value chain”. Privilegiare, per esempio, le colture autoctone e la produzione “a chilometro zero” richiederebbe, senza dubbio, un massiccio intervento dello Stato, mediante alcune sovvenzioni che però finirebbero per gravare sui cittadini, ma limiterebbe la varietà di prodotti accessibili ai consumatori. Dunque, i benefici in termini ambientali sarebbero considerevoli.

L’ecologia umana come chiave di volta

Dai ragionamenti precedentemente sviluppati emerge velatamente come un mutamento del modello di sviluppo sia strettamente intrecciato con un cambiamento degli stili di vita. Non esiste stile di vita non negoziabile, neppure quello americano che ha spopolato in Europa nel secondo dopoguerra. Ancora una volta, accorre in soccorso l’idea di limite, che, sul piano microscopico della questione in esame, allude ai diritti delle generazioni future. “I diritti di coloro che ci succederanno siano inscritti nei doveri di coloro che esistono”, avvertiva Jacques-Yves Cousteau. Affinché i viventi non sfruttino fino in fondo la Terra pur di non dover rinunciare a una curva di utilità di poco più alta, occorre investire su campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale, soprattutto nelle scuole. In realtà, di precetti utili a tal proposito molti se ne possono trarre dalla saggezza antica, dal “nulla di troppo” di origine greca alle massime di Lao-Tsû, che esortano alla morigeratezza e alla sobrietà di costumi.

D’altra parte, attorno ai consumi ruotano i modelli più accreditati di micro- e macroeconomia e proprio i consumi superflui andrebbero ridotti al minimo: si tratta di una revisione dei consumi tanto più urgente se si considera la percentuale sulle emissioni globali riconducibile agli sprechi alimentari, ovvero il 6,7%. Non è assurdo immaginare che pochi punti di crescita di Pil siano sacrificati ogni anno per dare sollievo a una Terra ora febbricitante. Forse la chiave di volta sta qui: “se vuoi essere ricco, sii povero di desideri.” Un’autentica ecologia umana, che sia accompagnata da un’ecologia dei temi sociali, con il lavoro e la previdenza in cima all’agenda politica.

Articolo scritto da Francesco Laureti di Kritica economica.

Assorbenti lavabili. Come rendere il proprio ciclo sostenibile

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Negli ultimi anni sono state create numerose opzioni per una gestione sostenibile del ciclo mestruale. Quest’ultimo infatti ha un impatto ambientale non irrilevante, soprattutto per colpa degli assorbenti monouso che sono di difficile smaltimento. La principale alternativa usata dalle persone con mestruazioni è la coppetta mestruale, ma esiste anche un’altra soluzione: gli assorbenti lavabili. Morbidi, impermeabili e creati con materiali sostenibili, rappresentano la perfetta soluzione per chi volesse ridurre l’impronta ecologica del proprio ciclo mestruale.

L’impatto del ciclo sull’ambiente

Per capire l’impatto degli assorbenti sull’ambiente è necessario conoscere le abitudini di consumo di questi prodotti. Ciò non è così facile poiché il ciclo mestruale varia da persona a persona per quanto riguarda la durata e l’intensità del flusso. Alcune ricerche hanno però provato a fare una stima complessiva. Le mestruazioni durano in media fra i tre e i cinque giorni, e ogni giorno si utilizzano quattro assorbenti. Si ipotizzano quindi 13 cicli all’anno per una media di 40 anni di fertilità, arrivando a un consumo di 11.000 assorbenti pro-capite nel ciclo di una vita.

Il Royal Institute of Technology di Stoccolma ha calcolato l’impronta ecologica degli assorbenti, rilevando come la parte più inquinante sia costituita dalla produzione della plastica degli assorbenti interni e dalla striscia adesiva che fa aderire l’assorbente classico alle mutande. Entrambi sono fatti di polietilene (LDPE) e la sua produzione richiede un’enorme quantità di combustibili fossili. L’altro materiale principale presente negli assorbenti, il cotone, viene definito “coltura assetata” per l’enorme quantità idrica richiesta ed ha quindi un alto impatto ambientale. Inoltre, la produzione di assorbenti può prevedere altri agenti chimici, come la dioxina, il cloro e il rayon. Questi, una volta arrivati in discarica, vengono succhiati dal terreno per poi essere rilasciati come inquinanti sottoterra o nell’aria.

Leggi il nostro articolo: “Perché il cambiamento climatico colpisce di più le donne?”

Il difficile smaltimento. Perché passare agli assorbenti lavabili o alla coppetta

Uno degli aspetti più rilevanti dell’impatto ecologico degli assorbenti è infatti lo smaltimento. Ad oggi, esistono solamente pochi esempi virtuosi al mondo di impianti che riescono a separare i vari materiali contenuti in assorbenti e pannolini. A Treviso esiste il primo impianto italiano che scompone questi prodotti nelle tre componenti principali – plastica, cellulosa, e prodotto assorbente – che vengono poi rimessi in mercato. Lo stabilimento è gestito da Contarina S.p.A e costituisce un vero esempio di economia circolare. Quest’ultima però rappresenta purtroppo un’eccezione, poiché la norma vede invece la classificazione di pannolini e assorbenti come prodotti non riciclabili.

Gli assorbenti lavabili bio di Laboratorio Sostenibile

Per questo, da ormai parecchio tempo sono apparse sul mercato delle alternative più che valide per abbassare l’impatto del ciclo mestruale sull’ambiente. La prima e forse più utilizzata è la coppetta mestruale, di cui avevamo già parlato lo scorso anno. Ha una capienza di tre volte maggiore rispetto agli assorbenti classici e un ciclo di vita di 4-5 anni. Non esistono particolari controindicazioni ma è sconsigliato l’uso per le persone che sono soggette a frequenti infezioni vaginali, come per esempio la candida, e nella fase post-parto. In generale, per chi non si sente a suo agio con l’utilizzo di un prodotto interno, rimane l’opzione degli assorbenti lavabili.

Leggi il nostro articolo: “Coppetta mestruale per le donne e per l’ambiente”

Abbiamo voluto prendere ad esempio gli assorbenti lavabili prodotti da Laboratorio Sostenibile. La fondatrice del progetto, Camilla, ha scelto il PUL come materiale traspirante e impermeabile per lo strato esterno, mentre lo strato interno è creato con canapa e cotone biologico italiano. E’ possibile scegliere tra kit giorno e kit notte, a seconda del flusso, e fra diverse fantasie e colori. Inoltre, nel sito sono presenti le istruzioni per un corretto utilizzo e lavaggio. Laboratorio Sostenibile produce anche pannolini lavabili per i bambini. Camilla aveva infatti ben sottolineato in un’intervista a Greeda come i pannolini usati nella fase infantile rappresentino un problema ambientale tanto quanto gli assorbenti: “I pannolini usa e getta rappresentano il terzo rifiuto più comune nelle discariche di tutto il mondo ed ognuno di essi impiega dai 250 ai 500 anni per decomporsi, senza mai degradarsi completamente vista la loro composizione in materiali sintetici”.

assorbenti lavabili
Gli assorbenti lavabili di Laboratorio Sostenibile

L’impatto economico: il risparmio di coppetta e assorbenti lavabili

Infine, una ragione più che valida per cambiare abitudini mestruali oltre alla motivazione ambientale è l’aspetto economico. Un pacchetto di assorbenti classici può costare fra i 3 e i 5 euro a scatola, creando quindi un impatto non irrilevante sul portafoglio con una media di 126€ all’anno. A questo riguardo, nel 2019 in Italia è scoppiata una grande polemica a causa delle dichiarazione di Francesco D’Uva, Capogruppo alla Camera per il Movimento Cinque Stelle. Egli aveva giustificato la volontà del governo di non abbassare l’IVA sugli assorbenti (oggi ancora al 22%) con il fatto che questi prodotti sono altamente inquinanti. D’Uva aveva dunque consigliato di utilizzare coppette e assorbenti lavabili per inquinare meno, creando forte disappunto perché le persone con mestruazioni dovrebbero essere lasciate libere di scegliere come gestire il proprio ciclo. La coppetta e gli assorbenti lavabili hanno sicuramente un costo iniziale più alto, variabile fra i 20 e gli 80 euro a seconda del brand e del numero di ricambi. Questo viene però ammortizzato nel lungo termine grazie alla durata pluriennale dei prodotti sopraelencati. Consigliamo dunque di indagare le varie alternative sostenibili per contribuire con un altro gesto quotidiano alla salvaguardia del nostro pianeta.

Leggi anche: “Ridurre la plastica nell’igiene personale. Ecco come fare”

Riscaldamento domestico: un nemico invisibile

riscaldamento domestico
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Linsidia-del-riscaldamento-domestico-elb9k0

Gli esseri umani hanno la tendenza naturale o, se vogliamo, inconscia, a convincere se stessi dell’inesistenza di ciò che non si vede. L’inquinamento dovuto al riscaldamento domestico è un nemico invisibile, che però apporta un grosso contributo all’acuirsi del riscaldamento globale. Molto più, per esempio, della tanto accusata plastica. Essa, seppur rappresenti a sua volta una grave minaccia all’ambiente, non contribuisce ai cambiamenti climatici quanto il riscaldare le nostre case durante l’inverno. La plastica, però, si vede e si tocca e per questo è molto più semplice utilizzarla come espediente per lavarci la coscienza. Dobbiamo ricordarci, però, che l’Idra della crisi climatica ha molte teste e una delle più resistenti è proprio quella del riscaldamento.

Riscaldamento domestico: i dati

Anche se sono attivi soltanto da metà ottobre sino ad aprile, le caldaie e i caminetti sono responsabili del 60% delle polveri sottili. Questo dato deriva anche dal fatto che, se tutte le altre fonti di inquinamento, prima tra tutte quella dei trasporti, hanno ridotto le loro emissioni, il settore del riscaldamento le ha invece incrementate. Secondo l’Ispra nel 2005 le caldaie erano responsabili dell’emissione di 14mila tonnellate di Pm10. Nel 2015 sono arrivate a superare quota 21mila tonnellate. In alcuni comuni questo aumento è stato ancora più significativo. Ad Aosta si è passati da 31 a 72 tonnellate all’anno di particolato emesso dai comignoli, il che significa un incremento del 129%.

Cliccando qui verrai indirizzato alla pagina originale dove, utilizzando i filtri posti in alto a sinistra nell’infografica, è possibile visualizzare i dati di una singola regione o di una delle città nelle quali Ispra ha effettuato le rilevazioni.

Tra le informazioni che si trovano nei numerosi articoli e studi in merito all’attribuzione di queste emissioni, emerge il dato relativo al legno. La combustione di questa biomassa infatti emetterebbe moltissimo particolato (400 g/Gj di PM10 contro i 216 del carbone e i 3,6 del gasolio). È anche vero, però, che il caminetto a legna non è la fonte di riscaldamento più utilizzata dagli italiani. Il primato va invece al metano, che raggiunge l’altissima soglia del 71% (le biomasse vengono bruciate dal 14% delle abitazioni, il GPL dal 6%, l’energia elettrica viene utilizzata nel 5% dei casi e il gasolio nel 4%).

Il riscaldamento domestico da fonti rinnovabili

Il fatto quindi di scegliere il combustibile che è “meno peggio” rispetto agli altri non apporterebbe un cambiamento radicale, dato che, ripetiamo, le biomasse rappresentano già una minoranza rispetto alla maggior parte delle fonti di calore in Italia. Una vera svolta sarebbe invece data da un diffuso e rapido efficientamento energetico di tutte le abitazioni.

A cominciare dall’utilizzo di fonti rinnovabili o comunque realmente poco inquinanti. L’esempio più lampante è quello dei pannelli fotovoltaici che, sfruttando l’energia solare, possono portare elettricità e acqua ad alta temperature quasi gratuitamente alle abitazioni che ne usufruiscono. Di qui, poi, si può sfruttare l’acqua riscaldata in favore della regolazione termica della casa. Molto efficiente, da questo punto di vista, è il riscaldamento a pavimento, che sfrutta l’acqua calda immagazzinata nei tubi di scarico.

Le soluzioni ibride

I pannelli solari, però, sono legati al ciclo naturale dell’elemento apollineo, purtroppo non molto sgargiante durante i mesi invernali. Di qui la possibilità di combinare il fotovoltaico alla tecnologia pellet. Questa permette di utilizzare la fonte rinnovabile e naturale del legno in modo molto più efficiente rispetto alla semplice stufa “aperta”. Va tuttavia specificato che, sebbene un impianto di riscaldamento basato su questo elemento sia preferibile a quelli che fanno invece uso di legna da ardere, questa non è comunque una soluzione ottimale in termini di emissioni. Gli elogi che ricevette questo tipo di materiale quando fu inizialmente messo in commercio, sono infatti stati smentiti negli anni a venire. Il problema principale infatti, in termini di particolato, è la combustione, che andrebbe quindi evitata in tutte le sue forme.

Un altro strumento utile al riscaldamento domestico che sfrutta l’energia rinnovabile è la pompa di calore. Ne esistono di diversi tipi, a seconda di quale siano le caratteristiche della propria abitazione, tutti assolutamente preferibili da un punto di vista ecologico rispetto agli impianti tradizionali. Il Presidente di ARSE (Associazione Riscaldamento Senza Emissioni) aveva rivelato, in un’intervista alla Stampa che per produrre 100 unità di calore una caldaia deve bruciare da 105 (caldaie più efficienti) a 120 (caldaie vecchie) unità di energia chimica (combustibile). Una pompa di calore in soluzione geotermica per produrre le stesse 100 unità di calore preleva 70-80 unità di energia termica dall’acqua (o dal terreno) e solo 20 – 30 unità di energia elettrica.

Talvolta, però, manca lo spazio o i fondi sufficienti per questo tipo di tecnologie. Ebbene esistono anche alcune caldaie cosiddette a condensazione. Queste sono dispositivi caratterizzati da elevata efficienza energetica che permettono di limitare i consumi utilizzando il calore dei gas di scarico sotto forma di vapore acqueo. In questo modo assicurano una sostanziale riduzione dei costi e il recupero di una quota di energia pari al 17%. Eventualmente anche queste possono essere abbinate a una delle fonti di energia pulite di cui sopra.

Il cambiamento dipende anche da noi

Per quanto però possiamo essere virtuosi nella scelta del riscaldamento casalingo, la nostra responsabilità non finisce qui. Se infatti compriamo una stufa a pellet, ma questa resta accesa tutto il giorno oppure la posizioniamo in aree della casa poco frequentate, il nostro comportamento iniziale passa da virtuoso a estremamente dannoso. Le accortezze da tenere per qualunque dispositivo di riscaldamento domestico sono le seguenti:

  • Attivarlo soltanto in alcuni momenti della giornata, evitando ovviamente l’accensione nei momenti in cui non vi è nessuno per un lungo arco di tempo.
  • Scegliere di coprirsi un po’ di più piuttosto che alzare troppo il riscaldamento.
  • Differenziare la temperatura nelle stanze della casa, abbassandola nei luoghi di passaggio come corridoi e anticamere.
  • Utilizzare un Timer. Con l’accensione manuale talvolta si rischia di lasciare acceso il riscaldamento a vuoto per un tempo superiore a quello necessario.
  • Limitare la dispersione di calore
    • Chiudere imposte o tapparelle quando cala il sole.
    • Non coprire i caloriferi con indumenti o tende troppo lunghe.
    • Utilizzare infissi isolanti o a risparmio energetico
  • Tenere sotto controllo la manutenzione della caldaia e spurgare regolarmente i radiatori dall’acqua in eccesso per una corretta circolazione della stessa.
  • Usufruire degli incentivi per l’efficientamento energetico delle abitazioni. Il Decreto Rilancio attivo da luglio prevede infatti una detrazione del 110% per ogni intervento al fine di rendere più energicamente efficienti gli immobili. Nell’articolo che puoi leggere cliccando qui trovi tutte le informazioni a riguardo.

Wwf, 16 strategie dal campo alla tavola

La produzione e il consumo di alimenti sono due fattori fondamentali su cui intervenire per salvare il clima. Per questo motivo, il WWF, UNEP (United Nations Environmental Programme), EAT e Climate Focus hanno collaborato per redigere un testo comune. 16 strategie “dal campo alla tavola”, da mettere in atto a livello politico. Una sfida che porterebbe sulla nostra tavola cibo sostenibile e contribuirebbe alla riduzione del 25% delle emissioni globali. Così, è nato Enhancing NDCs for Food Systems.

L’impatto dell’industria alimentare

Il comparto alimentare è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di almeno il 15% delle emissioni globali. Cifra che raddoppia ed in alcuni casi triplica, a seconda del tipo di ricerca condotto. Ecco perché il WWF, insieme agli altri enti sopra citati, incita ad un profondo cambiamento di questo settore. Prima di capire si possa fare a livello di filiera, andiamo a vedere cosa puoi fare tu per abbassare l’impronta ecologica della tua dieta:

  • Riduci il consumo di alimenti di origine animale: se proprio non puoi farne a meno, scegli il tipo di carne o di formaggio con il minor impatto. Ad esempio, il latte di capra e pecora è più sostenibile di quello di mucca, così come il pollo è più sostenibile del maiale che a sua volta è più sostenibile del manzo.
  • Compra a kilometro zero: più la filiera di un cibo è corta, più si ha certezza sulla sua provenienza, più sarà sostenibile. I mercati e le bancarelle a kilometro zero stanno spopolando in Italia e sarà facile trovarne uno facilmente accessibile vicino a casa tua.
  • Scegli frutta e verdura di stagione: la stagionalità dei prodotti assicura un processo di maturazione naturale di questi ultimi. Inoltre, la frutta e la verdura di stagione è molto più buona e, spesso, anche meno cara.
  • Valuta se iniziare ad adottare una dieta vegana o vegetariana part-time. Non rinuncerai a nessun tipo di alimento e l’ambiente ti ringrazierà.

Ora che sai cosa puoi fare tu, andiamo a vedere quali sono le strategie che andrebbero messe in campo da parte degli Stati.

Vecchi focus, nuove strategie

Gli NDC sono i contributi determinati a livello nazionale. Si tratta di un punto cruciale del Trattato di Parigi. Gli Stati, infatti, sono invitati a redigere un report sugli obiettivi da realizzare post 2020. Ogni cinque anni, verranno discusse le misure di mitigazione, aggiornando quelle esistenti. Così, le azioni per l’adattamento, la riduzione delle disuguaglianze climatiche e altri goal verranno descritti classificandoli negli NDC.

I target sono a lungo termine. Ma cosa c’entrano questi contributi con l’emergenza climatica?

Tutti devono collaborare a salvare il pianeta: nessuno escluso. La classe politica ha la possibilità di ripensare radicalmente al modo di produrre e consumare cibo, rivedendo i criteri della sostenibilità alimentare. Questa riflessione deve avvenire nel più breve tempo possibile. Così, il direttore generale WWF-International, ricorda come «per trasformare i sistemi alimentari e raggiungere un futuro a 1,5°C sono necessari impegni ambiziosi, scadenzati nel tempo e misurabili. […] Ecco perché esortiamo i Governi a includere una strategia per avere sistemi alimentari rispettosi e positivi per il clima e per la natura nei nuovi e più ambiziosi NDC presentati quest’anno».

La trasformazione del food system è profonda. Ecco perché prima di cambiare, bisogna conoscere le abitudini alimentari: quanto produciamo, utilizziamo e sprechiamo. I passi, finora, sono impacciati. Il piano d’azione deve essere chiaro e condiviso dalla maggior parte della popolazione. Spiegare bene e in modo preciso i vantaggi di una modificazione delle abitudini aiuta a iniziare il processo di transizione verso l’adozione di una dieta ecosostenibile. Una narrazione comune e approvata dai vari livelli istituzionali è necessaria e auspicabile.

Linee guida per la transizione verso cibi sostenibili

Anche questa volta, le proposte sono molte. Intervenire sulle modalità di produzione del cibo è alla base di un nuovo metodo di prevenzione e aumenta la resilienza del territorio. Non si può continuare a sfruttare la terra, come se fosse una risorsa infinita. Puntare sull’agroecologia e supportare l’agrodiversità promuoverebbe stili di vita più ecocompatibili.

Gli investimenti cardine risiedono nell’utilizzo efficiente delle risorse – specialmente quelle idriche – e sulla digitalizzazione, che permette la tracciabilità del prodotto.

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Dal campo alla tavola: le 16 strategie del WWF

Le proposte dei quattro enti firmatari del report sono chiare. Per far sì che vengano intese ancora meglio, hanno collegato tutte le idee agli SDGs corrispondenti, così da unire gli NDC agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.

Le 16 strategie inglobano l’intera filiera produttiva.

Nel 2010, la conversione di foreste e savane in territorio coltivabile è stato responsabile del 19% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Questa pratica è dannosa non solo per le specie che le abitano, ma anche per il suolo, che si impoverisce irrimediabilmente. Ripristinare le praterie è benefico anche per contrastare gli incendi e le siccità.

La scelta delle sementi da piantare è un altro punto chiave. La rotazione aumenterebbe la fertilità dei campi e, con essa. la loro capacità di sequestrare CO2.

Promuovere nuove colture è utile a livello ambientale. L’11% delle emissioni globali di ossido di diazoto (N2O) proviene dalle coltivazioni di riso. Un efficientamento del drenaggio porterebbe vantaggi sia alla produttività, sia agli standard di vita dei contadini.

Il monitoraggio deve avvenire anche per le foreste. Il potenziale di mitigazione è alto: si potrebbero assorbire fino a 7,5 gigatonnellate di CO2 all’anno. Per fare ciò, devono essere imposte regole ferree sulla riduzione dei pesticidi, per combattere l’erosione del suolo e migliorare i microclimi coesistenti.

Sottoterra: perché dobbiamo riportare la qualità attraverso il cibo sostenibile

Impegnarsi su più fronti, per avere una visione globale del danno che produciamo. L’impatto dei fertilizzanti è devastante. Solamente tra il 1970 e il 2010, l’utilizzo di queste sostanze è salito del 200%. La riduzione deve essere massiccia, per dare spazio a nuove tecniche e rigenerare le risorse ormai inquinate.

Tornando in superficie, la situazione non migliora. I terreni dissodati producono, al netto, il 20% di emissioni globali in più rispetto ad altri suoli. Spingere verso pratiche rigenerative significa credere nel futuro di questi territori, destinati, altrimenti, al declino.

Diversificare è il verbo della rivoluzione verde. Sposterebbe il focus dal solo profitto all’equilibrio ambientale: una produzione che faccia bene a tutti. Il supporto ai piccoli agricoltori incide sulla loro qualità della vita e diminuirebbe il rischio di povertà e di fame.

Coltivazione e allevamento devono essere cambiati insieme. La diminuzione della fermentazione enterica e la gestione del letame possono portare a una mitigazione ipotizzabile del 42% entro il 2050. Una vittoria non da poco.

Un allevamento a bassa intensità promuove non solo il benessere animale, ma anche il ritorno a un utilizzo più consapevole del foraggio. Sempre più campi vengono destinati all’alimentazione animale. Rivedere i paradigmi di alimentazione gioverebbe all’intera filiera.

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Le 16 strategie: l’impatto della filiera

«Eliminare il consumo eccessivo di carne, migliorare le strutture di stoccaggio e ridurre gli sprechi alimentari fa bene alla nostra salute e migliora la sicurezza alimentare. Con una lista di indicazioni ed esempi concreti di attività e obiettivi, questo nuovo report fornisce ai responsabili politici una guida per integrare i sistemi alimentari nelle loro strategie nazionali sul clima», ha detto Charlotte Streck, co-fondatrice e direttrice di Climate Focus.

L’alimentazione e le diete, quindi, impattano in modo decisivo, ma vengono ampiamente ignorate, ricorda il WWF. Lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento diventano anelli decisivi della catena produttiva. Pilotare e apprezzare nuovi modelli di consumo sostenibile per ridurre lo spreco e promuovere il commercio locale sono tra gli obiettivi con le conseguenze più apprezzabili.

Comprare ciò che si può produrre vicino al consumatore riduce non solo i costi di importazione, ma anche le emissioni collegate allo spostamento delle merci. Tra il 29% e il 39% dell’inquinamento da deforestazione è dovuto al commercio internazionale di beni. Di solito, i Paesi produttori si specializzano in monocolture, che distruggono la biodiversità.

Leggi anche: “Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai”

Aumentare il consumo etico e di cibo sostenibile

Invogliare al consumo alimentare incentrato sulla sostenibilità sembra un’utopia. Ma salute umana e benessere della fauna e della flora possono coesistere. Così facendo, si eviterebbero malattie dovute all’eccesso o alla scarsità di cibo, disturbi alimentari e cardiovascolari. Inoltre, si ridarebbe slancio all’economia locale e basata sui prodotti del territorio.

Informare è importante; prendere atto delle possibilità del consumatore lo è altrettanto. Le 16 strategie del WWF sono una tra le tante proposte. L’obiettivo è comune: riuscire a rendere vivibile questo pianeta per molte generazioni a venire.

Leggi anche: “Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile”

Il consumatore verde: le mie azioni fanno davvero la differenza?

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Credit: utente Pixabay darksouls1

Una domanda che affligge molti e la cui risposta negativa viene spesso utilizzata dai più diffidenti per giustificare la propria inazione climatica. Come faccio io, da solo, a contrastare un problema tanto grande quale il riscaldamento globale? La risposta sembra ovvia e può portare ad un diffuso senso di impotenza e di rifiuto. Tuttavia si tratta di un discorso molto complesso, che Jaap Tiebelke, giornalista ambientale del De Groene Amsterdammer, ha affrontato in maniera più che esaustiva nell’articolo di copertina dlell’Internazionale del 20 agosto. Ed è proprio partendo da qui che affrontiamo un tema tanto intricato quanto importante per chiunque voglia fare la propria parte in maniera consapevole.

I dati citati nell’articolo dell’Internazionale

Iniziamo con alcune considerazioni oggettive ed inequivocabili. Come riportato dal Guardian nella sua inchiesta “Carbon Majors”, ben il 35% delle emissioni di anidride carbonica immesse in atmosfera a partire dal 1965 sono riconducibili a 20 società energetiche operanti nel campo dell’oil&gas. Una fetta non indifferente che fa di questo settore il più inquinante in assoluto. Tuttavia da più di 30 anni continuiamo ad essere bombardati di pubblicità e consigli su come abbassare il nostro impatto ambientale, nonostante, evidentemente, la nostra ipotetica scelta di non usare più l’automobile non abbia, in termini assoluti, chissà quale effetto tangibile sulla crisi climatica. Il risultato? Il consumatore si sente in colpa ogni qual volta compie un’azione non sostenibile, le compagnie petrolifere continuano indisturbate le loro attività estrattive ed un diffuso senso di impotenza pervade la società tutta, complice anche l’inazione di una classe politica incapace di dare una risposta concreta all’imperversante piaga del riscaldamento globale.

Una situazione che, come precisa Tiebelke, è frutto di un’attenta e lungimirante manipolazione della realtà da parte delle compagnie petrolifere che, accaparrandosi i migliori professionisti nel campo della comunicazione, sono riusciti a ribaltare la percezione riguardo chi siano i colplevoli della crisi climatica. Il problema, oggi, è anche chi consuma, non solo chi produce. Eppure, già negli anni Settanta, il Club di Roma aveva avvertito tutto il mondo dei “Limiti dello sviluppo”, con un report diventato celebre nel panorama ambientalista . Ma ben presto il termine “limite” è stato sostituito da altre locuzioni, come ad esempio “sviluppo sostenibile” e “responsabilità sociale d’impresa”. Due concetti che a loro volta vengono manipolati con maestria e malizia dalle più potenti, ed inquinanti, aziende del mondo.

Come le multinazionali hanno creato il “consumatore green”

Uno degli aneddoti presenti nell’articolo dell’Internazionale che più fa riflettere riguarda una pubblicità che il giornalista olandese ha visto su Twittter. Si trattava di una lunga serie di consigli su come modificare i propri atteggiamenti in un’ottica di sostenibilità: “Potevo comprare un frigorifero più efficiente, lavare i vestiti a trenta gradi e farli asciugare al sole. Per preparare il caffè non dovevo usare più acqua del necessario”. Ma ora arriva il bello. Chi era l’inserzionista di questa pubblicità? Exxon Mobil, una delle peggiori aziende del mondo in termini di impatto ambientale, nota alla pubblica opinione per esser stata accusata, in maniera più che fondata, di aver ingannato i cittadini nel tentativo di ostacolare le politiche contro il cambiamento climatico.

Leggi anche: “Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile”

C’è anche un altro esempio che vale la pena riportare, per ben capire come sia possibile che le aziende petrolifere continuino le proprie attività indisturbate e, verosimilmente, senza neanche un filo di senso di colpa, mentre noi cittadini, o almeno noi ecologisti, siamo lì a dannarci l’anima se una volta finita l’acqua della borraccia, siamo costretti a comprare una bottiglietta di plastica per dissetarci. Magari con un amico a fianco che non aspettava altro per puntarci il dito contro e dirci con aria soddisfatta: “Ma cosa fai? Proprio tu che fai una cosa del genere?”, gettandoci in un infinito vortice di colpevolezza. Già più volte in questo blog vi abbiamo invitato a calcolare la vostra impronta ecologica per capire quali aspetti della vostra vita potevate cambiare al fine di abbassarla. Ma chi ha inventato questo strumento che possiamo definire uno “dispensatore di colpe”? La Bp, ex British Petroleum. Un’azienda che occupa saldamente i primi posti della classifica stilata dal Guardian. Ed ecco che i colpevoli diventiamo noi.

Quindi, cosa posso fare io?

La tesi sostenuta nell’articolo, e appoggiata apertamente anche da Fridays For Future, è che senza una massiccia azione politica che vada nella giusta direzione, il cambiamento climatico non si sconfigge. Gli unici che hanno davvero il potere per fermare le grandi aziende inquinanti sono i politici, e su questo non ci piove. Se una persona qualunque si mettesse contro la Shell, non produrrebbe alcun effetto. Se invece le classi dirigenti del mondo iniziassero a mettere i bastoni tra le ruote a queste aziende, ad esempio non elargendo più fondi pubblici ai settori inquinanti ed incentivando invece quelli virtuosi, la tanto attesa svolta ambientalista inizierebbe a farsi strada. Ed in questo senso abbiamo ragione di serbare un briciolo di ottimismo, grazie al Green New Deal Europeo che, lo ricordiamo, non sarebbe mai stato approvato senza la massiccia movimentazione popolare targata Fridays For Future ed Extinction Rebellion. Tuttavia ciò non può significare che noi cittadini possiamo infischiarcene ed aspettare che la situazione si risolva da sé. Inoltre va sottolineato come ci siano alcuni comportamenti che hanno un impatto decisamente maggiore rispetto ad altri nell’abbassamento del proprio impatto ambientale, un concetto su cui vale la pena soffermarsi.

Qui sotto potete vedere lo screenshot di una tabella raffigurata nell’articolo di Tiebelke in cui sono stati inseriti, in ordine di importanza, gli accorgimenti che ognuno di noi può adottare per fare la propria parte. Al primo posto abbiamo la voce “avere un figlio in meno”. Una soluzione apparentemente drastica che, però, ha dei solidi fondamenti scientifici. Innanzitutto una delle concause di questa situazione disastrosa è la sovrappopolazione del pianeta. Solo negli ultimi 60 anni gli esseri umani sulla terra sono quasi raddoppiati e, a questo ritmo di crescita, nel 2050 toccheremo la soglia dei 10 miliardi. Un peso che la terra, soprattutto con queste abitudini di consumo, non può sostenere. Inoltre, sorge spontanea un’altra domanda. Con il manifestarsi degli effetti del cambiamento climatico, quanto sarà godibile la vita dei nostri figli su questo pianeta? Abbiamo davvero il coraggio di lasciarli a combattere un problema che, senza una netta inversione di rotta, provocherà siccità, calo dei raccolti, inondazioni, innalzamento dei mari, bombe d’acqua a ripetizione e via dicendo? Ad ognuno la sua riposta.

consumatore verde tabella
La tabella dell’articolo “Il mito del consumatore verde”. Internazionale nr. 1372, p.38

Dall’automobile, alla raccolta differenziata, passando per una dieta vegana. Cos’è più importante?

Al secondo posto di questa graduatoria troviamo “Non avere l’auto”. E qui c’è poco da dire. In alcune circostanze possedere un’automobile può essere indispensabile ed è comprensibile che i soggetti con un reddito più basso non possano permettersi un mezzo di trasporto sostenibile. Tuttavia se pensiamo che l’Italia è il paese che in Europa ha il maggior numero di automobili per abitante, con 62,4 vetture ogni 100 persone, si può ipotizzare che un miglioramento in questo aspetto sia alla nostra portata.

A seguire abbiamo “Evitare un volo intercontinentale”. Lo diciamo spesso, ma lo ribadiamo, Un volo da Amsterdam a New York produce 1700 chili di anidride carbonica. Non proprio briciole.

Quarta posizione invece per “Usare energia da fonti rinnovabili”. E qui la soluzione è proprio alla portata di tutti. Sono ormai tantissimi i fornitori di energia green, con prezzi più che competitivi, a cui è possibile allacciarsi compilando un form online, oppure con una chiamata di una decina di minuti, così come esistono enormi incentivi per l’installazione di pannelli fotovoltaici. Non fare nessuna di queste due cose è una scelta altamente discutibile, quanto meno dal punto di vista ambientale.

A seguire abbiamo “Passare dall’auto elettrica a non usare l’auto”. Vedo già i detrattori della mobilità sostenibile esultare, ma ci sono un paio di considerazioni da fare. Guidare un’auto elettrica è più ecologico? Assolutamente sì! Non guidare affatto è più sostenibile che guidarne una elettrica? Anche in questo caso, la risposta è sì.

Infine l’ultimo comportamento che possiamo adottare per avere un impatto significativo è l’adozione di una dieta vegana. Una scelta apparentemente drastica, che però lascia qualche spiraglio. Esistono diverse teorie in merito e, sebbene sia ormai stato evidenziato come il consumo di alimenti di origine animale ai ritmi odierni non sia sostenibile, esistono comunque degli escamotage che possiamo adottare. Ve ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato alle diete vegane o vegetariane part-time, ma, per chi volesse, ne parla molto meglio Jonathan Safran Foer nel suo “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”, che abbiamo recensito qualche tempo fa.

Leggi anche: “Vegani e vegetariani part-time. La dieta che tutti potremmo adottare”

Allo stesso modo fa riflettere come alcuni dei comportamenti dal minor impatto positivo sul cambiamento climatico, come la raccolta differenziata, l’utilizzo di lampadine al LED ed il lavaggio a freddo dei vestiti, siano quelle più diffuse. Insomma, se vai in giro a raccogliere plastica ma raggiungi il punto di ritrovo in auto, oppure una volta tornato a casa consumi alimenti di origine animale sia a pranzo che a cena, alla fine della giornata avrai avuto un impatto decisamente negativo sul pianeta in cui vivi. Con ciò non si vuole dare addosso a chi mette a disposizione il proprio tempo per compiere un’azione che comunque ha degli effetti positivi, ma, molto semplicemente, si vuole precisare che ci sono comportamenti molto più utili di altri e, ovviamente, viceversa. Qualsiasi cosa venga fatta in favore dell’ambiente va elogiata, ma non sentiamoci in pace con noi stessi solo perchè abbiamo cambiato le lampadine della nostra casa, o facciamo una lavatrice a 30°C invece che a 40°C. Si può e si deve fare di più.

Perchè scegliere comunque di essere un consumatore sostenibile

Ci sono inoltre altri aspetti da non sottovalutare. Ad esempio, sebbene sia un’ipotesi estrema, cosa accadrebbe se nel giro di un anno tutti i consumatori sottoscrivessero un contratto con Sorgenia, Iberdrola od altre aziende che forniscono esclusivamente energia green? O se tutti installassimo una pompa di calore e non avessimo più bisogno del gas fossile? Riuscirebbe un’azienda come Eni a mantenere il proprio vantaggio sul mercato?

Sono domande che probabilmente rimarranno senza risposta, che però la dicono lunga sul potenziale impatto sull’economia dei consumatori. D’altronde, sebbene le compagnie altamente inquinanti ricevono ingenti somme, oltre che innumerevoli permessi e trattamenti di favore, dal settore pubblico, resta pur vero che alle grandi aziende petrolifere, piuttosto che ai produttori di carne e latticini provenienti da allevamenti intensivi, una parte dei profitti gliela conferiamo noi. Sicuramente alcuni non hanno scelta, ma c’è anche sicuramente chi ce l’ha e fa comunque quella sbagliata.

Resta poi una riflessione puramente etica. Se l’unico modo per affrontare la crisi climatica è l’azione politica, come possiamo invocare un cambiamento radicale della società senza essere i primi a sostenerlo con le nostre azioni? La coerenza tra pensiero e fatti è un’arma molto potente, che non va sottovalutata, e senza la quale la tanto attesa svolta politica tarderà ad arrivare.


Second Hand September: questo mese diciamo basta ai vestiti nuovi

second hand september
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Second-Hand-September-la-sfida-per-stimolare-leconomia-circolare-ejcci1

Alla fine di questo mese a Milano si terrà la settimana della moda, ovvero uno degli eventi più importanti per questo settore, insieme a quella di Parigi e New York. La speranza, invece, è che con il tempo assuma maggior rilevanza un altro evento che si svolge durante questo mese, che però passa in sordina: il Second Hand September: un invito a sfidare se stessi e, perché no, gli altri a non comprare vestiti nuovi, bensì acquistare/procurarsi soltanto capi usati per tutto settembre. Soltanto, ovviamente, se necessario.

Moda, un’industria inquinante e poco etica

Promotore di questa iniziativa è stata Oxfam, l’ente di beneficenza il cui obiettivo è alleviare la povertà nel mondo. Qualcuno potrebbe chiedersi il nesso tra quest’ultima battaglia e il comprare vestiti di seconda mano. Ebbene, il mercato della moda è uno dei più inquinanti del pianeta. L’industria della moda è infatti responsabile del 10% di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Alimenta quindi il riscaldamento globale che, come ormai sappiamo, è causa di carestie, migrazioni, guerre e, di conseguenza, povertà.

Inoltre, come si buon ben vedere dal documentario “The true cost” (leggi qui la recensione) i colossi della cosiddetta fast fashion quali H&M, Zara, Bershka, Pull&Bear e molti altri sono noti per sfruttare la propria manodopera, pagandola poco e fornendo loro un luogo di lavoro tutt’altro che ospitale. D’altronde, il prezzo reale di quella t-shirt in offerta a 5 euro qualcuno deve pagarlo, e non sono certo i CEO delle grandi catene. Questo avviene specialmente nei Paesi in via di Sviluppo dove nessuno può lamentarsi di una paga ben maggiore rispetto a quella che potrebbe rendere, per esempio, l’agricoltura, ormai monopolizzata da poche, potentissime multinazionali. E che, tra le altre cose, sta affrontando una grave crisi anche a causa del riscaldamento globale.

Il Second Hand September per non dimenticare

Questo fantomatico stipendio maggiore, però, non è sufficiente per la quantità di ore lavorative necessarie a produrre migliaia di capi che ogni mese adornano i negozi scintillanti dei centri commerciali. In più, le fabbriche di vestiti a basso prezzo spesso non sono a norma. Inutile ricordare la strage avvenuta nel 2013 nella provincia di Dacca, capitale del Bangladesh, dove è crollata un’industria tessile provocando 1.129 morti e 2.515 feriti.

Uno degli obiettivi di Oxfam è quindi quello di indurre le persone a prendere consapevolezza dei loro acquisti e cambiare, anche di poco, le loro abitudini. Basterebbe, infatti, farsi un giro in un qualunque negozio dell’usato, specialmente americano, per rendersi conto di quanti capi di abbigliamento esistano nel mondo. Ma, sopratutto, quanti ogni mese ne vengano scartati. Secondo la stessa Oxfam, soltanto nel Regno Unito finiscono nella discarica 13 milioni di tonnellate di vestiti. Questi, inoltre, sono spesso non riciclabili e alimentano il problema delle sostanze tossiche emesse a causa degli inceneritori.

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L’impronta ecologica dei vestiti

La maggior parte dei vestiti che indossiamo, infatti, non sono di qualità elevata proprio a causa della compulsiva voglia di acquistarne ogni mese di nuovi. Non sarebbe infatti possibile, per una famiglia di medio status economico, acquistare la stessa quantità di capi ma più pregiati e che abbiano quindi un minore impatto ambientale.

E comunque, a dirla tutta, qualunque tessuto cui siamo ormai abituati ha un’impronta ecologica molto alta. Per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 2700 litri d’acqua. Di questi il 45% è necessaria per l’irrigazione, il 41% è dato da quella piovana evaporata e il 14% rappresenta l’acqua reflua inquinante, che deriva dall’uso di prodotti chimici nei campi e nelle lavorazioni tessili. Per capirci, ci vorrebbero 13 anni perché un uomo beva l’acqua necessaria a produrre una t-shirt e un paio di jeans. Per questo la speranza è che il Second Hand September non solo riduca la produzione globale di nuovi capi di abbigliamento, ma convinca le persone ad assumere un comportamento virtuoso durante tutto l’anno.

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Come fare il Second Hand September

Indossare solo (o quasi) capi usati è infatti non solo possibile, ma anche molto conveniente. Il sito Armadio Verde, per esempio, promuove l’economia circolare dei vestiti. Il servizio permette a chiunque di inviare capi di abbigliamento in cambio di cosiddette “stelline”. Questo capo verrà poi messo in vendita sul sito stesso ad un prezzo corrispondente alla quantità di stelline ad esso attribuite. I prezzi, ovviamente, non sono alti e tramite questo servizio è possibile rifarsi il guardaroba di un’intera stagione con una spesa davvero irrisoria.

Se invece volete evitare di alimentare il mercato delle spedizioni on-line e ridurre il vostro impatto quasi a zero il nostro consiglio è quello, prima di tutto, di ricorrere a un vero e proprio scambio di vestiti con amici e familiari. Oppure, negli ultimi anni stanno nascendo moltissimi negozi di vestiti usati, specialmente nelle grandi città. A New York, e in generale negli Stati Uniti, se ne trovano a centinaia. A Milano il più famoso è Humana, People to People, che si occupa di sostenere, con i loro ricavi, le persone in difficoltà nei paesi del terzo mondo.

Il nostro consiglio è quello, ogni qualvolta ci si trova in una città con l’intenzione di fare shopping, cercare subito sulle mappe “negozi dell’usato”. Rimarrete sorpresi e spesso soddisfatti da ciò che troverete in queste attività commerciali che ancora soffrono di etichette negative e pregiudizi.

È invece arrivato il momento di cambiare mentalità, perché il principio di non acquistare nuovi capi e di utilizzare quelli che sono già stati prodotti nei decenni può portare beneficio sia all’ambiente, sia ai Paesi più poveri, sia alle nostre famiglie. Acquistando solo capi usati, infatti, non alimentiamo quell’industria malata il cui unico scopo è rincorrere l’ultima moda. La quale, come sappiamo, una volta raggiunta sarà già sorpassata.

Frutta e verdura di stagione per il mese di agosto: cosa comprare

frutta e verdura di agosto

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. 

Verdura di stagione del mese di agosto

  • Peperoni: I peperoni sono gli alimenti che, se consumati crudi, contengono le maggiori quantità di vitamina C. Sono anche ricchi di acqua, fibre e sali minerali (soprattutto potassio). I peperoni sono anche un’ottima fonte di betacarotene, dal potere antiossidante
  • Melanzane: Ricche di potassio e fonte di fibre, le melanzane sono utilissime per il riequilibrio della funzionalità epatica. Inoltre presentano proprietà ipocolesterolemizzanti oltre che lassative. Aiuta in caso di anemia, aterosclerosi, oliguria e gotta. Infine ha virtù depurative, diuretiche ed antinfiammatorie.
  • Pomodori: sono ricchi d’acqua (oltre il 94%) e i grassi rappresentano solamente lo 0,2%. Contiene sopratutto vitamina E, che assicura proprietà antiossidanti e vitaminizzanti. Cospicua anche la componente minerale come ferro e calcio, per questo i pomodori sono rimineralizzanti ed antiradicalici. Infine, grazie agli acidi organici, favoriscono la digestione.
  • Zucchine: hanno un elevato contenuto di acqua e pertanto sono diuretiche e molto digeribili. Il colesterolo è assente. Contiene vitamina C, A e acido folico. Contengono sali minerali, sopratutto potassio e manganese.
  • Cetrioli: ricchi di acqua, vitamine (B6, C, K), sali minerali (magnesio e potassio) e fibre. Hanno proprietà rinfrescanti, diuretiche, depurative e antigottose.
  • Fagiolini: hanno un’elevatissima quantità di acqua (circa il 90%). Sono ricchi di fibre, sali minerali, vitamina A e C. I fagiolini vantano proprietà diuretiche e rinfrescanti dell’apparato gastro-intestinale, oltre che rimineralizzanti. Sono un ottimo alleato in caso di stitichezza.
  • Ravanello: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Fave: sono ricche di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, e sono povere di gassi. Contengono ferro, sali minerali, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Sedano: vanta un bassissimo contenuto calorico poiché è ricchissimo di acqua. Rappresenta una fonte di sali minerali, quali ferro, manganese e potassio, oltre ad essere ricco di antiossidanti (vitamina A, C ed E).
  • Piselli: legumi contenenti una modesta quantità di proteine. Presentano moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Lenticchie: legumi ricchi di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba Cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Cece: legume ad alto contenuto proteico e di acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali, vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Basilico: ricco di vitamina k manganese. È un’ottima fonte di rame e vitamina C, oltre che di calcio, ferro, acido folico e acidi grassi omega 3. Aiuta a proteggere la struttura delle cellule e ha proprietà antibatteriche.
  • Prezzemolo: è ricchissimo di vitamine C, A, K, acido folico e altre vitamine del gruppo B. Presenta anche minerali tra cui potassio, calcio e ferro. Aiuta a depurare l’organismo e a tenere sotto controllo la glicemia.
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro, il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Hanno proprietà antiossidanti e hanno un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi.
  • Cipolla: l’alta componente di acqua la rende diuretica, la piccola parte di fruttosio la rende un alimento energetico. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.

Frutta di stagione del mese di agosto

  • Anguria: è un frutto ricchissimo di acqua, che rappresenta circa il 95%, e ha un elevato potere saziante. Contiene diversi tipi di vitamine e minerali, quindi è ottima per recuperare le sostanze perse con la sudorazione e in caso di spossatezza dovuta all’afa estiva. Presenta inoltre diversi tipi di antiossidanti come il licopene, a cui deve il suo colore rosso.
  • Fichi: I semi, le mucillagini, le sostanze zuccherine esercitano delicate proprietà lassative. Nei fichi freschi sono contenuti enzimi digestivi che facilitano l’assimilazione dei cibi. I fichi svolgono un’azione caustica e proteolitica a difesa della pelle. Oltre che di potassio, ferro e calcio, i fichi sono anche ricchi di vitamina B6.
  • Melone: il melone rientra tra i frutti più dolci e nel contempo dissetanti in assoluto. La quantità di acqua in esso contenuta supera spesso il 90%. Il melone è ricchissimo di vitamine e di sali minerali: tra le vitamine si ricorda soprattutto la A. Contiene tracce di vitamina B1 e B2 ed è una buona fonte di potassio.
  • Albicocca: le albicocche fresche sono ricche di acqua, vitamine (A e C), sali minerali (potassio) e fibre.
  • Frutti di bosco: contengono acqua e fibre in abbondanza, e apportano un quantitativo di zuccheri (fruttosio) di media entità. Contengono vitamine, antiossidanti e sali minerali. Sono utili nella moderazione dell’ipercolesterolemia.
  • Mele: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Pere: contengono vitamine e sali minerali (potassio) e hanno un alto contenuto di fibre, per questo sono molto sazianti. Modulano l’assorbimento intestinale dei lipidi e prevengono i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pesche: contengono sali minerali quali potassio, magnesio e fosforo e vitamine (C, E, B3). Presenta anche antiossidanti quali il beta-carotene, ha proprietà antiossidanti, anti-tumorali e riduce la pressione arteriosa.
  • Prugne: contengono buone quantità di vitamina C e vitamina K (antiemorragica), ma anche di sali minerali quali potassio, magnesio e manganese. Le prugne sono ricchissime di fibre, per questo sono note per la loro eccellente azione lassativa.

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura faccia anche le consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare orti. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!