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ll settore del biologico potrebbe essere stato favorito dalla pandemia. La causa principale indicata dalle prime analisi è una maggior attenzione al legame fra alimentazione e salute da parte dei consumatori. Questi dati devono però essere calati nei contesti nazionali. Un’inchiesta sulle aziende bio italiane ha infatti lanciato l’allarme sulla instabilità economica di molte imprese bio in seguito all’emergenza Covid. Inoltre, negli ultimi anni il biologico è cresciuto molto grazie alle crescite registrate nella GDO, a discapito dei negozi specializzati. Abbiamo intervistato l’Emporio ae, un negozio di cibi biologici a km0 che mira a promuovere la conoscenza diretta fra produttori e consumatori. È necessario andare oltre l’etichetta per comprendere che il biologico non è tutto uguale.

Pandemia: crescita del biologico a livello globale

Da qualche settimana sta girando la notizia che riporta una crescita senza precedenti nel settore biologico in concomitanza con la pandemia. Molti articoli si rifanno allo studio pubblicato da Ecovia Intelligence nel mese di aprile, con un’analisi dei dati a livello globale: “l’emergenza Coronavirus sta portando ad una crescita della domanda dei prodotti biologici e sostenibili – dice il Report – soprattutto per quanto riguarda il biologico online”. Whole Foods Market, la più grande rete di distribuzione di prodotti bio al mondo, ha addirittura limitato gli accessi dei suoi consumatori allo shop online perché non riesce a far fronte alla domanda. In Inghilterra, Abel & Cole ha registrato una crescita del 25% mentre Nourish Organic in India ha aumentato di un terzo le proprie vendite.

Anche i negozi locali specializzati hanno beneficiato del fatto di non dover chiudere nel periodo di lockdown. Per esempio, Ecovia Intelligence riporta che in Francia i negozi bio hanno visto aumenti cospicui fino al 40% in più del normale fatturato. Il Report si dice fiducioso sul fatto che questa crescita potrebbe rimanere stabile nel tempo, perché le persone sono ora più consapevoli del legame fra ambiente, salute ed alimentazione. A sostegno di ciò vengono prese ad esempio le precedenti pandemie: sia dopo la SARS in Asia nel 2004 che dopo lo scandalo della melamina in Cina nel 2018, era avvenuta una generale crescita della domanda dei cibi biologici.

Gli operatori italiani in crisi

Leggendo questi dati si potrebbe quindi sostenere che la pandemia abbia realmente portato a dei cambiamenti positivi. Il quadro risulta però meno roseo se si tiene conto di altri studi riferiti al quadro italiano. Per quanto riguarda le imprese bio, la Fondazione Firab ha raccolto le istanze di quasi 400 operatori biologici italiani. È emersa una situazione critica a seguito dell’emergenza, dove il 73% delle aziende coinvolte dalla ricerca si è detto fortemente colpito dalla pandemia: “in termini di liquidità, per oltre due aziende su tre, il 65%, la tenuta economica è al massimo di tre mesi”.

Gli operatori biologici hanno segnalato come principale problema la difficoltà di utilizzare i normali canali di distribuzione. Per queste aziende infatti i canali principali erano la vendita diretta, i mercatini, le fiere e i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale). Anche nel contesto italiano quindi, le aziende che possedevano o che hanno attivato il commercio online e la vendita a domicilio sono riuscite a resistere meglio, mentre chi ne era sprovvisto ha subito le perdite più importanti. Dal sondaggio è derivato un appello della categoria verso i governanti per ottenere maggiori garanzie “se si vuole salvare un comparto fondamentale per una fase 2 ‘green’“.

Leggi anche: “Ripresa. Che ne è stato delle proposte green?”

Biologico report 2019: crescita nella GDO, calo nei negozi specializzati

Al di là della situazione emergenziale dovuta alla pandemia, resta da capire come si posiziona il settore del biologico in Italia. I dati più affidabili sull’andamento del bio nel nostro paese provengono dal Rapporto Sinab, pubblicato annualmente alla fiera del Sana di Bologna. In linea generale, il Rapporto sul biologico 2019 conferma una sostanziale crescita del settore biologico nel nostro paese. I dati devono però essere analizzati con attenzione per individuare alcune rilevanti problematicità che stanno emergendo negli ultimi anni. Ad esempio, l’andamento positivo appena citato si è verificato soprattutto nei canali della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) con un +5,5% rispetto al 2018; invece, i negozi specializzati confermano il trend negativo degli anni precedenti, con un calo del fatturato del -7,2% rispetto al 2018.

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Rapporto Sinab 2019: differenza di fatturato per canali di vendita biologici

Luci e ombre sul mondo bio

Infatti, quando si parla di biologico si entra in un mondo complesso e molto differenziato al suo interno. Aveva creato grosso scandalo la puntata di Report dell’ottobre 2016 intitolata “Bio illogico”, in cui veniva denunciato la fallacia del sistema di etichettatura e controllo del marchio bio in Italia. Il mondo del biologico italiano era uscito profondamente scosso da quel servizio, ma non erano mancate le repliche, come quella della rivista Terra Nuova:

“la maggior parte degli scandali rilevati nel bio negli ultimi anni hanno a che fare con l’importazione di derrate alimentari di provenienza estera, dove i controlli sono più blandi, con una doppia offesa ai nostri produttori nazionali. (…) Per chi non si sveglia solo nel momento dello scandalo, consigliamo di andare a visitare le aziende agricole biologiche, vedere come lavorano rispetto alle aziende convenzionali. (…) È bene documentarsi, leggere i test di confronto sui prodotti, e considerare tutti i valori ambientali, etici, salutistici, che il biologico porta da sempre con sé”.

 

Biologico e km0. Intervista a L’Emporio ae

Il biologico non è quindi tutto uguale. L’Ecopost da tempo suggerisce di scegliere il biologico a km0, proveniente da una filiera corta che sia tracciabile e trasparente. La possibilità di conoscere direttamente i produttori e le aziende agricole dove il cibo biologico viene prodotto è molto rilevante. A questo proposito abbiamo intervistato una realtà locale, l’Emporio ae, per avere una visione interna e per commentare i dati riportati sopra. L’Emporio ae è infatti un negozio di cibi biologici che punta a promuovere relazioni dirette fra piccoli produttori e consumatori, filiere corte e chilometro zero. È una “filiera trasparente” che punta ad incentivare l’economia locale, il consumo sostenibile e la valorizzazione del territorio. La loro realtà si inserisce nel cuore delle Marche, la regione che decenni fa ha aperto la strada al biologico italiano.

I motivi della crescita durante la pandemia

Avete registrato una crescita durante il periodo della pandemia? Se sì, quali possono essere state le cause legate all’emergenza Covid?

“Sì, abbiamo registrato una crescita in entrambi i negozi che gestiamo, per 4 tendenze principali. La prima è che i consumatori costretti in casa hanno ricominciato a prepararsi i propri pasti; mangiando meno in ristoranti e mense il “carrello” della spesa nei negozi alimentari è cresciuto. Allo stesso tempo c’è stata una “fuga” dall’assembramento delle grandi strutture commerciali per rivalutare i negozi più piccoli. Così sono arrivati molti clienti nuovi, e allo stesso tempo, diversi clienti che venivano da noi a fare una parte della spesa hanno iniziato ad acquistare anche prodotti che abitualmente compravano in altri negozi, per limitare gli spostamenti e i rischi di contagio.

La terza tendenza riguarda più nello specifico il tipo di prodotti bio: di fronte ad emergenze sanitarie cresce l’attenzione alla qualità e alla salubrità degli alimenti, ed è avvenuto anche durante questa pandemia. Si torna a dare valore alle cose importanti e le scelte quotidiane sono sottratte alla frenesia del consumismo per tornare ad essere oggetto di riflessioni più profonde e razionali. La quarta tendenza, nel nostro caso specifico, è legata al fatto che siamo collegati a due e-commerce etici di livello nazionale, che hanno beneficiato della forte crescita di acquisti on-line in questi mesi: Marketplace etico e BD Marketplace“.

Perché i prezzi sono più alti nei negozi specializzati

Una delle maggiori lamentele del consumatore bio è che i prezzi dei negozi specializzati siano ancora troppo alti. Il rischio che si corre è quindi che, nonostante la volontà del consumatore di comprare biologico, la scelta ricada sui prodotti offerti dalla GDO perché più competitivi a livello di prezzo. Come rispondete a chi vi muove questa critica? Perché i prezzi dei negozi specializzati sono più alti?

“In realtà non sono i nostri prezzi ad essere alti, sono i prezzi del bio della grande distribuzione ad essere bassi. O meglio, i prezzi riflettono le caratteristiche del prodotto. C’è una fascia di consumatori che nel prodotto bio cerca sostanzialmente l’assenza di prodotti chimici, ossia la salubrità. Per questo bisogno può essere sufficiente l’etichetta bio, un’etichetta che può essere apposta indistintamente su prodotti con storie e caratteristiche molto diverse tra loro; salvo poi, di tanto in tanto, assistere allo scoppio di scandali e truffe di cui avete parlato sopra.

Il biologico non è tutto uguale, l’etichetta non basta

A prescindere dalle truffe, i consumatori più attenti sanno ormai molto bene che la sola etichetta non basta, perché quando acquistano mettono in gioco altri valori. Non solo la salute per sé, ma anche l’attenzione per l’ambiente e i problemi del clima, per cui entra in ballo la preferenza del kilometro zero, l’attenzione per i produttori. La scelta ricade allora sulla filiera corta. Si preferisce comprare da aziende di cui si conoscono storia ed etica, oppure privilegiare il criterio del commercio equo e solidale per quanto riguarda i prodotti del sud del mondo. Entra in gioco la relazione, anche con chi gestisce un negozio e con i valori che questo rappresenta; come nel nostro caso, che siamo una cooperativa sociale e creiamo lavoro per persone svantaggiate. Tutto questo rappresenta un costo maggiore. 

La sfida dei negozi bio specializzati

Possiamo mettere l’etichetta bio anche su pomodori raccolti da lavoratori sfruttati e sottopagati in nero, sulle zucchine che hanno fatto il giro del mondo oppure su prodotti provenienti da monocolture. Coltivare come fanno i nostri produttori ha un costo diverso, e ovviamente è diversa la qualità, sia organolettica che sociale e ambientale. Ultimamente notiamo che il consumatore è sempre più attento e consapevole e sa valutare il giusto prezzo di un prodotto. È vero che la crescita del consumo dei prodotti bio in questi ultimi anni è andata totalmente a vantaggio della grande distribuzione, ma noi che ci occupiamo di piccoli negozi specializzati dobbiamo accettare la sfida e pensare che i consumatori stanno facendo un primo passo di consapevolezza, dal convenzionale al bio generico. Ora sono pronti per dialogare insieme a noi sulla differenza tra bio e Bio”.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

L’Emporio ae però non è solo un negozio di cibi biologici. Molta attenzione viene data alla provenienza, favorendo i produttori locali e a km0. Qual è, quindi, il valore aggiunto dei vostri prodotti rispetto a quelli che si trovano negli scaffali dei grandi supermercati?

“In parte lo abbiamo detto, ma in effetti c’è dell’altro. I nostri prodotti non solo vengono da produttori vicini, ma il nostro impegno è stato da sempre quello di creare una relazione diretta tra i consumatori e i produttori. Ad esempio, con la presenza ricorrente dei produttori nei nostri negozi a presentare e fare assaggiare i propri prodotti. Oppure attraverso cene ed eventi aperte ai nostri clienti, in cui i produttori si presentano e si raccontano. Nelle prossime settimane organizzeremo gite ed escursioni per andarli a visitare nelle loro aziende. Questa relazione cambia completamente il rapporto commerciale a cui siamo abituati. Si torna alla relazione di fiducia con la quale i nostri nonni andavano ad acquistare le uova dal contadino, ma con la comodità e semplicità di un negozio.

Salvaguardia e promozione dell’economia locale

A questo si aggiunge una funzione di salvaguardia e promozione dell’economia locale, che è fondamentale per il benessere di una comunità. Questo non significa ispirarsi a modelli di autarchia e protezionismo che alcuni stanno proponendo, perché il commercio da sempre nella storia dell’uomo ha avuto una funzione di incontro tra i popoli e di scambio culturale, ed è giusto che la mantenga. Il fatto è che l’incontro con l’altro e le relazioni “lunghe” non sono in contrapposizione alla comunità. Anzi, sono sempre state le comunità solide e forti ad essere maggiormente capaci di proiettarsi verso il mondo ed aprirsi al diverso.

I legami sociali deboli favoriscono la paura, l’individualismo e la chiusura. Ecco perché crediamo nell’economia locale e nella tutela delle specificità dei luoghi in alternativa ad una globalizzazione che appiattisce e persegue solo la competizione. È su questa idea di fondo che pensiamo che ogni comunità dovrebbe tutelare e sostenere le produzioni del proprio territorio e sviluppare l’economia locale, a partire dal settore agricolo”.

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Il caso letterario dell’anno”

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