Ridurre la plastica durante lo shopping. Ecco come fare

Se pensate che per ridurre il consumo di plastica durante lo shopping dovreste ridurre anche lo shopping, non è così, anche se uno stile di vita più sobrio sarebbe la cosa migliore per tutti. Ecco alcuni consigli per fare acquisti in modo consapevole e plastic-free

  • Evitare, quando possibile, lo shopping online. Per gli imballaggi viene utilizzata moltissima plastica, oltre il fatto che si incentiva l’utilizzo dei mezzi di trasporto a motore e quindi l’inquinamento. Comprando meno on-line, inoltre, si compra meno in generale e, quindi, si risparmia.
  • A meno che non si abbia una grande passione per i film o per la musica, evitare di comprare CD e DVD. In internet vi sono ormai tutti i film e tutta la musica possibile on demand: pagando pochi euro si possono attivare abbonamenti su piattaforme online molto fornite come Netflix e Spotify. Si possono anche acquistare i singoli film e i singoli brani da vedere e ascoltare in streaming. O ancora è possibile prendere in prestito i DVD dalle biblioteche.
  • Per i bambini non comprate né molti né molto spesso giocattoli di plastica, bensì in legno. Oppure si possono organizzare degli scambi di giocattoli con altri bambini.
  • Nei negozi di vestiario controllare sempre le etichette dei capi ed evitare di acquistare quelli in poliestere. Oltre a essere un materiale plastico è anche di bassa qualità e durante il lavaggio rilascia moltissime microplastiche che andranno dritte nel mare. Preferire quindi le magliette in 100% cotone, meglio se biologico, o i maglioni 100% lana.
  • Per lo stesso motivo, quando possibile, comprare i vestiti in negozi che certifichino la sostenibilità dei tessuti utilizzati, come ad esempio la canapa. Spesso costano molto di più, ma sono anche di una qualità molto buona e quindi duraturi.
  • Nei negozi di vestiti non accettare i sacchetti che spesso sono di plastica. Portare con sé durante lo shopping sacchetti di stoffa che sono belli, alla moda e soprattutto riutilizzabili.
  • Comprare il meno possibile. Investire su prodotti di qualità e che durano nel tempo, non badando troppo alle mode del momento (no alla fast-fashion)
  • In generale scegliere oggetti e prodotti imballati il meno possibile e non usa e getta, almeno fino al 2021, quando entrerà in vigore la nuova legge europea che vieta la plastica monouso.
  • Regalare/regalarsi esperienze, non oggetti. Una cena, un massaggio professionale, una gita in montagna o al mare sono sempre molto ben accetti.

Leggi anche come ridurre la plastica al supermercatoe con il riciclo

La pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci

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La maggior parte di coloro che leggeranno il titolo di questo articolo avrà due reazioni: o storcere il naso, oppure ammiccare virtualmente e con complicità all’autore. Entrambe, però, sono sbagliate e sono frutto di un lavaggio del cervello che da anni ha nel mirino una pianta dalle proprietà straordinarie: la pianta di Canapa Sativa.

La canapa non è marijuana

La Canapa è una pianta che comprende diverse varietà. Una di queste è la Canapa Indiana, comunemente detta “marijuana”, che contiene cannabinoidi. La sua resina è infatti ricca di una sostanza psicotropa, il THC. La Canapa Sativa, invece, è quasi priva di THC e non ha, pertanto, effetti stupefacenti.

Quando l’Italia era pro-canapa

In passato l’Italia è stato il secondo paese produttore al mondo di Canapa dopo l’ex Unione Sovietica. Questa pianta era utilizzata soprattutto per cordami, vele e tessuti, ma con l’arrivo della plastica e le fibre sintetiche a basso costo, dagli anni ‘50 l’utilizzo della canapa è diminuito fino a cessare definitivamente nel 1975, quando è stata promulgata la legge che ne vietava la produzione, il commercio e l’utilizzo. La motivazione era infondata, ma ha trovato terreno fertile in una nazione ancora tradizionalista e spesso ostinatamente bigotta. Soltanto nel gennaio del 2017, con la legge 242, la Canapa Sativa viene riabilitata. È stato infatti riconosciuto che il suo contenuto di THC è inferiore allo 0,2%, una quantità insignificante che non ha effetti stupefacenti.

Leggi anche: “La cannabis light torna illegale: ieri il verdetto della cassazione”

La legalizzazione della pianta di canapa è quindi un evento importante che, oltre a creare nuovi posti di lavoro e nuove possibilità di crescita economica, sarà una boccata d’aria fresca per l’ambiente. La coltivazione della Canapa è infatti ecologica e sostenibile e di seguito spiego il perché.

Pianta di canapa: una coltivazione sostenibile

  • La coltivazione della Canapa non richiede pesticidi, fertilizzanti, diserbanti e in generale sostanze chimiche. Questa pianta ha un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle altre erbe presenti nel terreno, le quali non potranno sopravvivere. In questo modo la canapa libera il terreno da tutte le erbe infestanti meglio di qualunque diserbante. Assorbendo molta luce, inoltre, cresce molto velocemente (in soli tre mesi) e favorisce il risparmio di tempo, denaro ed energia.
  • Oltre alla luce, la canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti, tanto da essere utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati. La canapa, quindi, non esaurisce il suolo, ma lo prepara a qualsiasi coltura successiva, aggiungendo materia organica e aiutandolo a mantenere l’umidità. Per questo la canapa è l’ideale per un’agricoltura circolare, che segue i ritmi della natura. Mantenendo l’umidità, inoltre, non necessita di molta acqua. Infine è in grado di assorbire anidride carbonica in quantità particolarmente elevate.

Vestiti e dintorni

  • La Canapa è la pianta più versatile del mondo, tanto che ogni sua parte ha un utilizzo diverso. Sativa, infatti, significa proprio “utile”. Gli steli diventano fibre tessili molto più sostenibili del cotone, che richiede una grande quantità di pesticidi e fertilizzanti. A parità di terreno, inoltre, produce il 250% in più di fibre rispetto al cotone e 600% in più rispetto al lino. La lavorazione delle fibre è poi del tutto meccanica e non prevede l’utilizzo di sostanze chimiche.

Leggi anche: “Ridurre la plastica durante lo shopping. Ecco come fare”

  • Il tessuto derivato dalla canapa è robusto e durevole, tanto che la sua resistenza alla trazione è otto volte maggiore rispetto al cotone. Questo spiega il suo utilizzo in passato per le vele e per le corde. Il tessuto in canapa è ipoallergenico e non irritante per la pelle. Questa caratteristica rende la Canapa Sativa adatta ai tessuti ospedalieri. La canapa è anche ideale in estate poiché protegge dal caldo ed è molto traspirante. Resiste inoltre alla muffa, assorbe l’umidità e, grazie alle sue qualità di riflesso contro i raggi UV, protegge anche dal sole.
  • È un tessuto lavabile a basse temperatura e a mano grazie alle sue naturali caratteristiche anti-batteriche. Di conseguenza favorisce il risparmio energetico, sia idrico che elettrico. Purtroppo la canapa raggrinzisce facilmente ed è abbastanza rigida al tatto. Con l’utilizzo, comunque, si ammorbidisce, ma se non si può sopportare l’idea di un tessuto rigido, si può optare per una miscela, per esempio con cotone organico.
canapa
Fibre di canapa

La carta di Canapa

  • Sempre dallo stelo si ricava la carta. Un ettaro di canapa produce in una stagione l’equivalente quantitativo di cellulosa che quattro ettari di foresta producono in vent’anni. Inoltre produrre la carta dagli alberi richiede metodi di lavorazione molto più inquinanti. La parte della canapa necessaria per produrre la carta è anche molto chiara, tanto che non necessita di processi di sbiancamento che richiedono un largo utilizzo di cloro. La carta di canapa, grazie alle sue caratteristiche, può essere riciclata fino a sette volte, a fronte delle tre della carta comune.
  • Dallo stelo della canapa si può ricavare anche bioplastica, resistente ma soprattutto biodegradabile. La sua produzione è molto più economica ed ecologica rispetto a quella della plastica comune, visto che gli scarti si degradano ad alta velocità. Questa bioplastica è inoltre completamente riciclabile. Queste proprietà hanno permesso di utilizzare la canapa anche nella bioedilizia, per pannelli, mattoni e intonaco con un ottimo potere di isolamento termo-acustico, protezione da microbi e traspirabilità.

Nuove frontiere della pianta di canapa

  • La Canapa è utilizzabile anche come combustibile, diventando un biodiesel. È una soluzione molto sostenibile in quanto bruciare una biomassa non emette gas serra in eccesso. L’emissione di CO2 derivante dalla combustione, infatti, è controbilanciata dall’assorbimento di CO2 da parte della pianta durante la coltivazione.
  • Recenti studi hanno anche sperimentato la produzione di batterie derivante dalla fibra di Canapa. La cellulosa, infatti, può essere trasformata in sottilissime lamine di elettrodi con elevata capacità di trasporto e conservazione di energia.

La canapa in cucina

canapa
Semi di canapa
  • Ma veniamo alla parte più interessante. La Canapa può anche entrare nel nostro regime alimentare, portando gusto e facendo del bene alla nostra salute. I semi di Canapa possono essere utilizzati da soli come guarnizione sulle insalate, ma possono anche essere macinati e diventare farina, per produrre pane ai biscotti. La farina di semi di canapa è senza glutine e ha un altissimo quantitativo di proteine. Cento grammi di pollo ne contengono infatti 23 grammi, mentre 100 grammi di semi di canapa ne contengono ben 29. La canapa è quindi particolarmente indicata per vegetariani e vegani ed è stata anche proposta come rimedio alla carenza di proteine nei paesi in via di sviluppo.
  • Dai semi, però, si ricava anche l’olio, ricco di grassi insaturi. Ha quindi proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, oltre ad attenuare lo stress, l’insonnia e l’ansia. Dà inoltre sollievo anche a malattie del sistema respiratorio come asma e sinusite. L’olio di Canapa è utilizzato anche nella cosmesi per creme e saponi, poiché rende la cute morbida, elastica e levigata, agendo anche da antinfiammatorio per ridurre i sintomi dell’acne.
  • Il fiore, infine, viene utilizzato per infusi e tisane, oli essenziali e medicine e persino per produrre la birra.

Della pianta di canapa non si butta via niente

Della Canapa, insomma, non si butta via niente e anche questo è motivo di risparmio economico e rispetto ambientale poiché, con un’ unica coltivazione di canapa, si possono realizzare un’infinità di prodotti.

Una nota negativa è data dal fatto che la Canapa richiede molta luce e quindi energia elettrica per le coltivazioni “intensive”. L’utilizzo dei LED consente sì di risparmiare, ma non garantisce gli stessi risultati delle luci tradizionali. I tempi di crescita della pianta infatti aumenterebbero e questo non si traduce necessariamente in un risparmio di energia. Comunque, vi sono soluzioni a tutto, come i pannelli isolanti e fotovoltaici.

Gli investimenti nel settore però sono ancora molto scarsi e di conseguenza i costi di produzione molto alti. Per l’abbigliamento, per esempio, i prezzi della canapa sono proibitivi. L’interruzione della sua coltivazione rende difficile il suo rilancio poiché le modalità di coltivazione devono essere ristudiate e i processi di lavorazione riprogettati. Oltre alle difficoltà pratiche, anche sul piano culturale e informativo il nostro Paese ha ancora molta strada da fare.

Quel che è certo, però, è che prima o dopo la Canapa farà il suo ingresso nelle case degli italiani, anche perché il petrolio finirà e cambiare totalmente le nostre abitudini da un giorno all’altro potrebbe essere difficile. Meglio quindi organizzarsi per tempo e, dopo anni di ingiusta reclusione, fare della canapa una nostra fedele alleata.

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The true cost: quanto costa davvero la moda?

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Sei convinto che quella maglietta ti stia bene. Il modello va di moda, la taglia è giusta, il colore è originale. Un mese dopo sei convinto che quella maglietta ti stia male. Non va più di moda, si è ristretta, il colore non ti sta bene. Oppure ti sta ancora bene, e proprio per quello ne vuoi un’altra. E allora ne compri un’altra, che tanto costa poco.

Ma qual è il vero costo dei vestiti che compriamo? Il documentario The true cost pone sotto i riflettori una delle industrie più inquinanti e meno etiche del mondo: quella della moda. La moda è infatti la seconda industria più inquinante dopo quella del petrolio, a causa sia dello sfruttamento delle risorse naturali, sia dei metodi di lavorazione dei tessuti.

Il nuovo schiavismo della moda

Prima di tutto, però, The true cost mostra come questa inutile e superficiale catena produttiva pesi sulle vite di milioni di persone, sfruttate ai limiti dello schiavismo da grandi aziende con sedi in India e in generale nel sud dell’Asia.

Le compagnie di moda, soprattutto quelle della cosiddetta “fast fashion”, richiedono alle fabbriche tessili enormi quantità di vestiti in pochissimo tempo, senza prendersi la responsabilità delle conseguenze. Non essendo infatti le fabbriche di loro proprietà e non operando sul suolo nazionale, i magnati della moda non possono controllare ciò che in queste fabbriche succede: condizioni di lavoro precarie, orari lavorativi fuori dal limite umano, instabilità degli edifici, rifiuti tossici dispersi nell’ambiente. Ecco il vero prezzo da pagare per quella maglietta che tanto ci piaceva.

Leggi anche: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

https://www.youtube.com/watch?v=QPMU1VHgmEo

Cotone OGM e pesticidi

Lo scopo del documentario, comunque, non è quello di denigrare totalmente il mondo della moda, bensì quello della moda non sostenibile. I vestiti e gli accessori possono essere considerati una forma di creatività, un modo di esprimere la propria personalità oltre che, ovviamente, espletare la loro funzione primaria, quella del coprirsi. Ma tutto ciò deve essere fatto in modo consapevole, comprando quello che poi effettivamente si usa, informandosi sulla sua provenienza e sul modo in cui il materiale è stato trattato.

Anche i tessuti prodotti in Occidente non sono sempre sostenibili. Molto del cotone in commercio è infatti OGM, ovvero modificato geneticamente in modo che possa crescere sempre, senza dipendere dai cicli naturali. Questo tipo di cotone chimico richiede l’utilizzo di pesticidi altrettanto chimici e il bombardamento di sostanze tossiche che ne deriva è spesso causa di malattie mortali per i contadini. Acquistare vestiti fatti con cotone biologico, quindi, è una scelta sicuramente più consapevole.

Leggi anche: “Armani contro la fast fashion: è immorale”

the true cost moda

The true cost svela l’ombra oscura della moda

Un’altra ombra oscura dietro al mercato della moda e che il film mette in luce è quella dei rifiuti. I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Ogni americano butta circa 37 chili di tessuti in un anno, per un totale di 11 milioni tonnellate.

Inoltre, i vestiti donati in beneficenza sono molti di più rispetto a quelli che effettivamente vengono consegnati ai paesi più poveri e spesso vengono inviati proprio nei paesi produttori di vestiti. Vestiti che, però, non sono per loro, bensì per gli occidentali, che poi li scarteranno e li manderanno a chi quei vestiti li ha cuciti. Un circolo vizioso che comprende tutto, dal trasporto delle merci, all’inquinamento, allo sfruttamento. E il suo motore siamo noi, che compriamo incessantemente e inconsapevolmente quantità di vestiti di cui nessuno ha davvero bisogno.

Leggi anche: “Quei vestiti delle feste messi una volta. Come evitare lo spreco”

Per maggiori informazioni e per scaricare il film visita il sito ufficiale

Il documentario è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video.

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L’impatto ambientale degli allevamenti intensivi

Produrre carne e latticini ai ritmi di oggi non è sostenibile. Questo il risultato di diverse ricerche condotte in ogni parte del mondo e rilanciate da alcune delle testate più autoritarie a livello internazionale. Nell’occhio del ciclone ci sono ovviamente gli allevamenti intensivi. Tuttavia non è scorretto affermare che anche i modelli estensivi presentano delle criticità.

Dalle riviste scientifiche Science e The Lancet, fino a testate più generaliste come il Guardian e l’Economist: sono tutti d’accordo. Se vogliamo preservare la salute del pianeta e al tempo stesso riuscire a nutrire una popolazione mondiale proiettata verso i 10 miliardi di persone nel 2050, dobbiamo ridurre il consumo e la produzione di alimenti di origine animale.

allevamenti intensivi

Le emissioni degli allevamenti intensivi

La quantità di prodotti di origine animale che consumiamo oggi inquina, parecchio. Secondo la FAO il settore alimentare è responsabile almeno del 15/18% delle emissioni di gas serra a livello mondiale, tanto quanto il ben più demonizzato settore dei trasporti

La maggioranza delle emissioni generate da questo settore provengono proprio dall’industria della carne e da quella casearia, nonostante i loro prodotti forniscano solo il 18% delle calorie e il 33% delle proteine di cui si nutre la popolazione mondiale. E le ragioni sono facilmente deducibili, oltre che comprovate.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Prendiamo come esempio i più comuni animali da allevamento e calcoliamo il loro Feed Conversion Ratio, ovvero il rapporto tra la quantità di risorse necessarie per nutrire un determinato capo da allevamento per tutta la sua vita e la quantità di cibo che ne viene ricavato per il consumo umano.

Feed Conversion Ratio o Indice di conversione alimentare per specie allevate

La specie meno sostenibile è senza ombra di dubbio il manzo. Il suo Feed Conversion Ratio è di 1 a 8. Ciò significa che ogni 8 kg di mangime, si ricava 1 kg di cibo destinato al consumo umano. Un rapporto parecchio inefficiente. Quello della carne di maiale, come si può vedere dalla tabella sottostante, è lievemente migliore, senza tuttavia strabiliare: 1 a 5. Per i prodotti caseari il rapporto è invece di 1 a 2,5. L’alternativa migliore è il pollo, con un rapporto di 1 a 2.

I dati non lasciano scampo: in termini di sostenibilità la carne è la peggiore delle alternative.

Oggi produciamo già abbastanza cibo per sfamare 10 miliardi di persone, ma ne stiamo dando una grossa fetta agli animali. Tutto ciò per assecondare il nostro eccessivo desiderio di carne e formaggi e mentre in diverse zone del pianeta sono ancora presenti grossi problemi di malnutrizione, soprattutto nelle popolazioni che abitano in paesi a basso reddito.

Con una popolazione mondiale in crescita verticale, risulta evidente come le scelte che faremo a tavola saranno direttamente responsabili della sicurezza alimentare di tantissime persone, oltre che delle conseguenze relative alle emissioni di gas serra generate da questo settore.

Va fatto notare come questo ragionamento riguardante l’ “inefficienza” dell’allevamento di animali per la produzione di cibo destinato al consumo umano, non valga solo per i capi provenienti da allevamenti intensivi.

allevamenti intensivi conseguenze
allevaConsumo di acqua giornaliero e Feed Conversion Ratio per specie. Fonte: Food Choice and Sustainability, Dr. Richard Oppelander. 2013

Perché gli allevamenti intensivi inquinano

I fattori che vanno a incidere sull’impatto ambientale degli animali da allevamento sono diversi:

  • il consumo di acqua e suolo
  • il metano emesso dai loro escrementi ed eruttazioni. Sì, anche il metano è un gas ad effetto serra
  • L’’inquinamento derivato dall’utilizzo dei fertilizzanti necessari per produrre il loro cibo nelle monocolture sparse per il mondo

Un altro dato che può far riflettere riguarda la percentuale di animali che passano la loro vita negli allevamenti intensivi, ovveroil 95% del totale a livello mondiale. In Italia questa percentuale scende all’80%, come riportato nel libro “TritaCarne” di Giulia Innocenzi.  Un rapporto migliore rispetto al resto del mondo che tuttavia non corrisponde affatto al valore percepito dall’opinione pubblica. Chiedete a qualcuno che non conosca questo dato qual’è la percentuale di animali allevati in maniera intensiva. Chiunque affermerà che è molto inferiore.

Altre conseguenze indirette degli allevamenti intensivi

In questo tipo di allevamenti gli animali sono nutriti principalmente con mais e soia. La coltivazione di entrambi questi mangimi risulta essere tra i principali responsabili di una grandissima fetta del fenomeno di deforestazione a cui stiamo assistendo.

Se volete vedere coi vostri occhi quello che sta accadendo in Brasile e U.S.A., dove i campi di mais e soia imbevuti di pesticidi si perdono a vista d’occhio dietro l’orizzonte, vi basterà guardare uno dei tanti documentari che trattano l’argomento (e.g. Soyalism o Cowspiracy).

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

Inoltre, per garantire la sopravvivenza degli animali nelle indecenti condizioni in cui vengono allevati, è necessario imbottirli di antibiotici, una parte dei quali finirà nei loro escrementi e da lì nelle falde acquifere che li trasporteranno in mare, dove vivono i pesci che mangiamo.

Altro dato significativo: un capo di manzo beve almeno 40 litri di acqua al giorno, una mucca da latte può arrivare fino a 150.

Vanno inoltre aggiunte all’equazione le emissioni generate dai processi di lavorazione del capo dopo la sua uccisione, dal trasporto del prodotto fino al luogo di vendita e dallo smaltimento delle carcasse.

La carne a impatto (quasi) zero

L’alto costo ambientale degli alimenti di origine animale non è sfuggito agli occhi degli imprenditori più lungimiranti. Tra questi c’è anche Bill Gates che, insieme ad altri giganti del panorama imprenditoriale mondiale, ha investito in una soluzione che potrebbe eliminare quasi totalmente il problema dell’insostenibilità della carne.

Stiamo parlando della “carne in provetta” o “lab-grown meat”, prodotta da Memphis Meat. Questo tipo di carne, identica per sapore, consistenza e valori nutrizionali a quella “vera”, ha un impatto ambientale bassissimo rispetto ai metodi di produzione tradizionale ed è “cruelty-free”.

Il giorno in cui questo prodotto comparirà negli scaffali dei supermercati non è troppo lontano e, in termini di sostenibilità, rappresenta senza dubbio una soluzione credibile.

Insetti e proteine vegetali: le alternative sostenibili alla carne degli allevamenti intensivi

Altri esperimenti interessanti riguardano la produzione di hamburger vegetali, uguali, per consistenza e anche per sapore, alla carne tradizionale. Tra questi i burger di Beyond Meat, già gustabili in Italia presso la catena Well Done Burger e davvero sorprendenti per somiglianza a quelli tradizionali e dal maggior apporto proteico.

Un recente studio ha evidenziato come negli Stati Uniti questo mercato sia cresciuto del 300% negli ultimi mesi. Stesso apporto di proteine con l’aggiunta di altri nutrienti derivanti dall’utilizzo di materia prima vegetale, minor impatto ambientale e coscienza pulita per il consumatore sono i punti di forza di questo mercato destinato a decollare nei prossimi anni.

Un’altra alternativa più sostenibile e già soggetta di studi ed investimenti sono gli allevamenti di insetti. Questi infatti risultano avere un ottimo indice di conversione alimentare – di cui vi abbiamo parlato sopra – rispetto agli animali da allevamento tradizionali. Costituiscono quindi un’alternativa molto più sostenibile e in grado di offrire proteine di qualità.

Gli insetti oggi fanno già parte delle diete di più di 150 paesi al mondo e si potrebbero diffondere presto anche in Europa. Le specie più consumate come grilli o vermi non sono mai stati un veicolo delle “zoonosi”, ovvero di quelle malattie che l’uomo ha contratto dagli animali.

Consumare carne in modo sostenibile

La carne e i latticini fanno parte della nostra cultura e di quella di tanti paesi nel mondo. Risulta quindi impossibile ipotizzare una sua totale assenza dalle nostre diete, almeno su vastissima scala.

Sembra invece più plausibile ipotizzare una progressiva diminuzione della sua produzione e del suo consumo, senza che tuttavia si arrivi a toccare lo zero. Complice la necessità di ridurre le emissioni a livello globale salvaguardando allo stesso tempo un importante settore dell’economia.

Leggi anche: “L’inverno più caldo di sempre. Temperature più alte di 3,5°C”

Secondo uno dei più recenti studi sul tema, pubblicato da The Lancet a Gennaio 2019, la quantità ideale di carne rossa da assumere per la propria salute e quella del pianeta è di 7g al giorno. Una bistecca ogni due settimane circa. Viene concessa un po’ più di tolleranza per la carne di pollo, il pesce e i derivati. Precisiamo per pignoleria che comprare carni e latticini locali provenienti da aziende agricole che utilizzano metodi di allevamento estensivi è, in questo senso, largamente preferibile. Stesso discorso anche per il consumo di pesce.

La parola d’ordine in questo è una soltanto: moderazione!  E magari dare una chance alle alternative più sostenibili come gli esempi sopra riportati. Anche i legumi costituiscono un’ottima alternativa. Insomma rispettare l’ambiente a tavola senza privarsi di nulla è possibile. Basta solo farci un po’ di attenzione.


Ridurre la plastica al supermercato. Ecco come fare

La situazione sta sfuggendo di mano e ridurre la plastica al supermercato è ormai una decisione soltanto nostra. Immense quantità di imballaggi totalmente inutili inondano gli scaffali, viziandoci con servizi di cui non abbiamo bisogno. Secondo i dati del “Rapporto Coop 2019“, nel nostro Paese vengono ancora utilizzate 2 milioni di tonnellate di plastica per confezionare i cibi e le bevande che troviamo sugli scaffali.

Ecco come fare per ridurre l’acquisto di plastica, ma sopratutto per mandare un forte messaggio a chi, quella plastica, la produce.

  • Comprare alimenti sfusi, soprattutto frutta e verdura. Pesarli non costa niente se non trenta secondi in più per la spesa. Idem per pulirli e tagliarli a casa.
plastica supermercato
  • Quando possibile attaccare l’etichetta direttamente sui prodotti, per esempio la zucca o l’anguria delle quali di solito non si mangia la buccia. I sacchetti sono sì biodegradabili, ma il loro tempo di decomposizione è comunque abbastanza lungo e sono pur sempre prodotti usa e getta.
  • Per lo stesso motivo usare un solo sacchetto per diversi tipi di frutta, attaccandoci due etichette. Per esempio mettere le zucchine in un sacchetto senza chiuderlo, pesarle e attaccare l’etichetta sul sacchetto; poi prendere la melanzana, pesarla senza il sacchetto, metterla nel sacchetto delle zucchine e attaccarci la seconda l’etichetta. Quando è pieno, chiudere il sacchetto.
  • Usufruire dei negozi “alla spina”. Alcuni supermercati hanno gli appositi reparti. Si possono acquistare maggiori quantità di prodotto a minor prezzo e utilizzando meno sacchetti. Se i sacchetti presenti in questi reparti sono di plastica e non biodegradabili, cerchiamo di riutilizzarli oppure di usare quelli della frutta.
plastica supermercato

Leggi anche: “Il primo supermercato plastic-free d’Italia apre in Val di Sole”.

  • Scegliere le uova nei contenitori di cartone e non quelli di plastica. (Un piccolo suggerimento: cercare le uova che come primo numero stampato hanno lo 0 o l’1, non 2 o 3. 0 e 1 significa che le galline sono state allevate a terra e all’aperto con spazi più ampi. Le uova saranno probabilmente anche più buone. Inoltre preferire la denominazione IT per ridurre l’inquinamento).
plastica supermercato
  • Scegliere alimenti crudi, non precotti, che di solito sono venduti in quantità maggiori e, quindi, con meno imballaggi. Inoltre al chilo costano meno. Un esempio lampante sono pasta e cereali (farro, orzo, mais) e legumi (fagioli, ceci, lenticchie)
  • Per lo stesso motivo, comprare ingredienti il più possibile naturali, non lavorati né già assemblati tra loro. Insomma, evitare i piatti pronti e, quindi, imballati.
  • In generale, scegliere di comprare i prodotti con meno imballaggio possibile.
  • Ricordati di portare le tue personali shopping bag, meglio se di stoffa.
  • Per ridurre l’acquisto di plastica al supermercato, infine, evitare il più possibile il supermercato. I piccoli rivenditori come macellai, panettieri, pescherie, fruttivendoli, usano meno imballaggi oltre il fatto che i loro prodotti sono di qualità maggiore.

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Cibo sostenibile: una guida per riconoscerlo

cibo sostenibile

Sostenibilità e rispetto dell’ambiente significano anche mangiare cibo sostenibile. Le nostre scelte alimentari devono considerare anche il luogo in cui facciamo la spesa e l’impatto che i prodotti che acquistiamo hanno sull’ambiente. Spesso non se ne è consapevoli, oppure non vi si presta abbastanza attenzione. Ogni azione che compiamo ha un impatto ambientale ed è giunto il momento di essere consci delle conseguenze delle nostre scelte, almeno per poterle prendere con consapevolezza. Oggi lo stile di vita occidentale non è sostenibile e, per preservare il benessere delle future generazioni, occorre cambiare. E il cambiamento passa anche dalla tavola. Mangiamo almeno tre volte al giorno, tutti i giorni. Tutti quanti. Motivo per cui le scelte alimentari sono determinanti nel calcolo dell’impatto ambientale di ognuno di noi.

Meno carne è meglio

Partiamo dalla verità più impopolare di tutte. I livelli attuali di produzione e consumo di alimenti di origine animale, specialmente di carne rossa, non possono essere considerati sostenibili. L’evidenza scientifica e la quantità di studi che giungono a questa conclusione aumenta di mese in mese, come approfondito in un altro articolo del blog.  Ultimo in ordine temporale, uno studio pubblicato da “The Lancet” e ripreso da diverse testate di tutto il mondo, in cui si dimostra come sia necessaria una netta riduzione del consumo di prodotti di origine animale e zuccheri per salvaguardare l’ambiente e la sicurezza alimentare della crescente popolazione mondiale. Allo stesso tempo occorre aumentare il consumo di frutta, verdura, frutta secca e semi. Una diminuzione, significativa ma non necessariamente totale, del consumo di prodotti di origine animale è quindi il primo step necessario per ridurre la propria impronta ecologica. Ma non è l’unico fattore su cui si può lavorare, ci sono altri accorgimenti che ci possono aiutare.

Un cibo è sostenibile se ha la filiera corta

Prima cosa da tenere sempre in considerazione per mangiare cibo sostenibile: meno soggetti sono presenti nella filiera che va dal produttore al consumatore, più la scelta è sostenibile. Comprare quindi carne non proveniente da allevamenti intensivi e direttamente da chi la produce, ad esempio nei mercati a km 0 che si stanno espandendo a macchia d’olio in Italia, è sicuramente più sostenibile oltre che di supporto ai piccoli produttori. Da tenere a mente anche la stagionalità e il tipo di coltivazione da cui provengono frutta e verdura. Ragionando secondo una logica di spesa sostenibile vanno privilegiati prodotti di stagione, provenienti se possibile da colture organiche/biologiche, e possibilmente con pochi chilometri sulle spalle. Così come in generale si può dire che meno un prodotto sarà lavorato, minore sarà il suo impatto ambientale.

Cibo sostenibile e salute: si può

“Ma le proteine dove le prendo?” La risposta è: ovunque! I legumi ed i cereali in generale ne sono più ricchi, in percentuale, anche della carne, ma le possiamo trovare anche in tutti gli altri cibi di origine vegetale. Secondo un recente report pubblicato dalla RISE Foundation, un istituto indipendente finanziato dall’Unione Europea, in Europa assumiamo 104 g di proteine al giorno quando la quantità consigliata è di 50. Più del doppio. E assumerne in eccesso non ha particolari vantaggi sulla salute, al contrario di fibre e vitamine che sono particolarmente presenti in grani integrali, frutta e verdura. Stesso discorso per ferro, calcio e tutto il resto, facilmente assumibili anche in diete vegetariane o vegane equilibrate. L’unico elemento che non si trova negli alimenti di origine vegetale è la vitamina B12, facilmente integrabile all’interno di diete latto-ovo-vegetariane e “flexitariane”.

cibo sostenibile
Porzioni raccomandate per avere una dieta salutare e sostenibile. Fonte: The Lancet

Dieta Sostenibile o “Flexitariana”: le regole da seguire

Per chi non vede di buon occhio l’adozione di una scelta vegetariana o vegana, in generale considerabili più sostenibili, l’alternativa migliore è sicuramente quella dell’adozione di una dieta flexitariana”. Il termine è di recente invenzione, ma la teoria che sta alla sua base è stata già individuata dalla riviste scientifiche “Nature” e “The Lancet” come una misura che, se adottata in massa, potrebbe ridurre in poco tempo una discreta fetta delle emissioni di gas serra. Grazie ad una riduzione della quantità dei pasti a base di prodotti di origine animale e delle loro porzioni, si può infatti ridurre la propria impronta ecologica a tavola, senza eliminarli completamente dalla propria dieta. Tra le carni la più sostenibile è sicuramente quella di pollo, quella meno sostenibile il manzo. Tra i latticini i formaggi di capra e pecora hanno un impatto ambientale sicuramente minore di quelli di vacca. In generale, il cibo sostenibile è a km 0 e stagionale. Va anche precisato che, se si parla di sostenibilità, i vari imballaggi che troviamo sui prodotti al supermercato diventano un nemico da combattere. La spesa dal contadino è più buona, più salutare e più green. E spesso anche più economica!

Un consumo consapevole

Cambiare la propria dieta secondo un criterio basato sulla sostenibilità è possibile. Senza la necessità di privarsi di niente, né il bisogno di compiere scelte drastiche. Grazie ad un consumo che nasce da una consapevolezza di ciò che compro, delle risorse necessarie per produrlo e dei km che hanno sulle spalle. A tavola, il binomio salute – ecologia può esistere e senza rinunce.