20 canzoni sulla natura, sull’ambiente e l’impegno dei cantanti

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Ieri era l’Earth Day, la giornata mondiale della Terra, ma come dice lo slogan “Earth Day is everyday”. Per questo, abbiamo deciso di raccogliere le canzoni sull’ambiente e sulla natura più famose, così da avere una sorta di “playlist green” che ci accompagni nella vita di tutti i giorni. Oltre a ciò, vogliamo segnalare gli artisti italiani e stranieri che si stanno impegnando per rendere la propria produzione più sostenibile e che provano a sensibilizzare i fan attraverso la musica. Anche la musica, infatti, ha un impatto ambientale e, cosa più importante, può contagiare le persone tramite la potenza delle note e delle parole.

canzoni sulla natura

Leggi il nostro articolo: “Earth Day 2020, 50 anni di lotta per l’ambiente”

20 canzoni sull’ambiente e sulla natura

Ecco una selezione di canzoni sulla natura e sull’ambiente, italiane e straniere, di fama mondiale (potete ascoltare la Playlist completa nel nostro canale Youtube al seguente link):

1. Piero Pelù – Picnic all’inferno (2019)
2. Adriano Celentano – Il ragazzo della via Gluck (1966)
3. Pierangelo Bertoli – Eppure soffia (1975)
4. Neil Young – Mother Earth (1990)
5. Michael Jackson – Earth Song (1995)
6. Joni Mitchell – Big yellow taxi (2002)
7. Jovanotti – La vita vale (2002)
8. Giorgia – Mal di terra (2007)
9. Laura Pausini – Sorella terra (2008)
10. RIO e Fiorella Mannoia – Il gigante (2010)

11. Bob Dylan – A hard rain’s gonna fall (1963)
12. Nomadi – Ricordati di Chico (1991)
13. Paul McCartney – Despite repetead warnings (2018)
14. Zen Circus – Canzone contro la natura (2014)
15. Sergio Endrigo – Ci vuole un fiore (1974)
16. Eddie Vedder – Society (2007)
17. Bjork – Earth Intruders (2007)
18. Marvin Gaye – Mercy mercy me (The Ecology) (1968)
19. REM – Cuyahoga (1985)
20. Pearl Jam – Whale song (1999)

Non solo canzoni sull’ambiente e sulla natura. Le iniziative dei cantanti

Sono tanti i cantanti che stanno cercando di fare qualcosa in campo ecologico. Infatti, scrivere canzoni sulla natura e sull’ambiente non è l’unica opzione. I cantanti possono contribuire alla causa in molteplici modi. L’iniziativa che ha fatto più scalpore proviene dall’estero. Nel 2019 i Coldplay hanno annunciato che non faranno il tour del loro nuovo album, Everyday Life, finché non troveranno il modo di ridurre drasticamente l’impatto dei concerti:Non andremo in tournée con questo album. Abbiamo deciso di prenderci un po’ di tempo, un anno o due, per capire come il nostro tour, oltre a diventare sostenibile, possa portare benefici concreti”.

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Il mondo della musica infatti non ha un’impronta ecologica irrilevante. Pensate agli aerei, agli impianti di alimentazione negli stadi, alla plastica monouso utilizzata sia dalle band che dai milioni di spettatori presenti ai concerti. Proprio sulla plastica ha posto la sua attenzione il cantante italiano Marco Mengoni. Durante i suoi ultimi tour ha intervallato la scaletta delle canzoni con monologhi per spronare il pubblico a smettere di consumare prodotti di plastica monouso e, più in generale, per riflettere sull’impatto devastante che sta avendo l’uomo sulla natura.

Jovanotti: “Non voglio cambiare pianeta”

Il tema della plastica nei concerti è stato affrontato anche da Jovanotti, seppur il suo tour nelle spiagge abbia sollevato non poche polemiche sul fronte ambientale. Il Jova Beach Party è stato sulla carta organizzato per aver un bassissimo impatto ambientale, tanto che il partner principale dell’iniziativa era proprio il WWF. Durante l’estate però, gli sono state rivolte numerose accuse, soprattutto per quanto riguarda i danni arrecati alla flora e alla fauna. Ricorderete, fra tutte, la polemica sul fratino. Al di là di ciò, Jovanotti ha sempre parlato del bisogno di riconnettersi con la natura, fin dai suoi primi album. Domani uscirà su RaiPlay un video-documentario da lui girato in bici fra Cile e Argentina che si chiama “Non voglio cambiare pianeta”.

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Leggi il nostro articolo: “WWF e Jova Beach Party: una collaborazione rivedibile”

Fiorella Mannoia ed Elisa, in dialogo con Fridays For Future

Due cantanti italiane che da anni si spendono a favore dell’ambiente sono Fiorella Mannoia ed Elisa. La prima ha di recente prestato la sua voce per il cortometraggio sull’acqua “Qualcosa si è rotto”. La seconda sta provando ad attuare una rivoluzione complessiva per quanto riguarda la produzione musicale. Qualche settimana fa ha partecipato ad una diretta del Cameretta Tour 2020, organizzato da Fridays For Future Italia (potete riguardare l’intervista qui). Dialogando con uno degli attivisti, Elisa ha voluto ricordare che i cantanti svolgono un ruolo fondamentale nella crisi climatica, dato il grande pubblico che li segue e il potenziale di contagio che può avvenire attraverso la musica.

Nel concreto, fra le varie iniziative portate avanti dalla cantante, segnaliamo il fatto che il vinile del suo ultimo album Secret Diaries abbia un imballaggio totalmente plastic-free. Ma, ancora più rilevante, Elisa sta portando avanti il suo progetto per uno studio di registrazione totalmente eco-friendly. Costruito con i criteri della bioedilizia, l’edificio sarà alimentato tramite pannelli solari e diventerà uno spazio aperto ai giovani artisti per coltivare il proprio talento. Se dovesse essere realizzato, Elisa dimostrerebbe al mondo della musica che cambiare si può e che bisogna fare molto più di qualche piccolo gesto simbolico.

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Servono altre canzoni sull’ambiente e sulla natura e un coro unanime

Altri colleghi, come la giovane Francesca Michielin, stanno portando avanti iniziative simili, per esempio partecipando a piani di riforestazione e invitando i propri followers a fare lo stesso. Queste iniziative sono alquanto lodevoli e non aspettano altro che essere imitate. Noterete però, dall’elenco fatto sopra, che le canzoni sull’ambiente e sulla natura l’ambiente si possono contare sulle dita di quattro mani; tra l’altro, molti dei titoli sono dello scorso secolo. Alcune canzoni ci saranno sfuggite di certo, ma è evidente che la musica può fare molto di più.

Tramite la propria voce, i cantanti possiedono la magia di cambiare le persone, modificando umore, sentimenti e abitudini. Sarebbe quindi auspicabile che riempissero i loro testi di riferimenti naturali e usassero il proprio talento per parlare della crisi climatica. Ad esempio, i grandi artisti italiani potrebbero dedicare all’ambiente un singolo corale, così come era stato fatto con Domani per il terremoto in Abruzzo.

Piero Pelù: un omaggio a Greta

L’esempio più recente di canzone impegnata per l’ambiente è Picnic all’inferno di Piero Pelù. Lo scorso ottobre ha pubblicato questo singolo in cui “duetta” con Greta Thunberg: le sue parole sono intervallate da alcune parti del discorso che Greta ha tenuto a Katowice nel 2018, fra cui l’ormai celebre slogan: You are never too small to make a difference. Piero Pelù chiama Greta “piccola guerriera scesa dalla luna” perchè, come ha detto lui stesso al Corriere della Sera, è rimasto colpito dalla determinazione del suo messaggio.

Che sia con una canzone coraggiosa come questa o tramite la modifica dei metodi di produzione e riproduzione della propria musica, invitiamo i cantanti a non sprecare la grande opportunità che è stata data loro. La musica è capace di trasmettere un messaggio in modo molto più diretto e veloce di qualsiasi report scientifico. Nella lotta per la giustizia climatica, servono note, melodie e ritornelli che ci ricordino ogni giorno la strada da percorrere.

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Africa, designer regala mascherine di tessuto nei villaggi

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Colori caldi e vivaci, stoffe decorate con rara originalità. Le mascherine create dal del fashion designer kenyota David Avido incarnano perfettamente la bellezza della natura africana. Ma sono anche il simbolo di tutto ciò che di questa terra non conosciamo e dal quale possiamo imparare molto.

La storia di David

David Avido è nato in una baraccopoli di Kibera, in provincia di Nairobi. A causa delle risorse limitate, che imponevano a lui e alla sua famiglia un solo pasto al giorno, David ha dovuto abbandonare gli studi.

La vita artistica di David è nata quando il ragazzo ha deciso di fondare una compagnia di ballo con alcuni amici della scuola elementare. Con i pochi soldi che guadagnava ballando e con il contributo della madre che era una collaboratrice domestica, David è riuscito a terminare gli studi.

Che l’arte (e il fashion design) fosse nelle sue vene era chiaro già da quando era ballerino. “L’idea di Lookslike Avido – questo il nome del suo brand – è nata quando disegnavo i vestiti di scena per me e il mio team. Poi portavo i disegni nelle sartorie, ma non li realizzavano mai esattamente come li volevo io. Così ho deciso di iniziare a cucirli da solo”. Ha detto il giovane designer in un’intervista a Vogue.

Grazie a un’organizzazione che opera in Kenya, David è riuscito a trovare i fondi per studiare al Buruburu Institute of Fine Arts a Nairobi. Si è così laureato in Fashion Design, aggiudicandosi anche il premio come miglior studente dell’anno. David Avido sta a poco a poco scalando le vette della moda internazionale, tanto che nel 2019 è stato invitato alla Fashion Week di Berlino.

Riciclo e riuso: l’insegnamento dell’Africa

Avido, però, non sembra aver cambiato il suo modo di operare, né tanto meno aver tradito le sue origini. Anzi, Avido non manca mai di sottolineare come l’obiettivo primario del suo lavoro sia quello di avere un impatto sociale positivo sulla sua comunità, creando posti di lavoro e motivando i giovani della sua città a inseguire i propri sogni. Ma vuole anche trasmettere un messaggio al mondo intero, ovvero che anche dai sobborghi dell’Africa rurale può nascere del buono, e che non esiste soltanto quello che vediamo nei media.

Anzi, l’Africa può essere un esempio della grande potenzialità del riciclo. Non avendo infatti a disposizione un’ingente quantità di risorse, Avido cuciva stoffe usate. E così fa tutt’ora. Sul sito di Lookslike Avido si legge che tutti i suoi pezzi sono fatti a mano e il 100% delle stoffe provengono da materiali usati.

Anche se al momento non ha certificazioni che lo rendono un brand totalmente sostenibile, sul sito Avido dichiara il suo intento di utilizzare in futuro solo materie prime biologiche e locali. I loro packaging sono già “climate-neutral” e il 100% del loro profitto viene re-investito nella localizzazione della catena. Un aspetto importante visto che comprare dall’Europa o dall’America prodotti fabbricati in Africa implicherebbe non poche emissioni.

Infine, gli scarti dei tessuti vengono donati alle scuole di sartoria, oppure sono riciclati dalla stessa Lookslike Avido per creare shopping bag.

David Avido con due delle sue creazioni: la felpa e la mascherina

Il Coronavirus in Africa

Nel continente africano il Covid-19 non sta mietendo lo stesso numero di vittime del nord del mondo. La paura che si possa diffondere anche lì è però altissima, poiché i sistemi sanitari non avrebbero le strutture e le risorse necessarie per affrontare un’epidemia di tali dimensioni. Inoltre per molte persone vivere in quarantena e seguire le regole del distanziamento sociale non sarebbe possibile a causa delle condizioni di sovraffollamento e indigenza nelle quali sono costrette a vivere.

“Luoghi come Kibera sono aree ad alto rischio“, ha affermato Rudi Eggers, rappresentante dell’organizzazione mondiale della sanità del Kenya. “Negli insediamenti informali e nei campi profughi della nazione vi abitano molte persone vicinissime tra loro, senza la possibilità di lavarsi bene le mani e senza mascherine.

Fortunatamente al momento il numero di contagi in Kenya sembra essere ancora basso. Sono infatti stati riportati 184 casi di coronavirus e 7 morti. Bisogna però dire che soltanto una piccolissima parte degli abitanti sono stati testati (5.500 a fronte dei 50 milioni totali).

Crediti: National Geographic

Inquinamento e diffusione del virus

Vi sarebbero molte diverse ragioni per le quali in Africa il virus non si sta diffondendo velocemente. In primo luogo vi è la mancanza di dati, che potrebbe influenzare negativamente la stima effettiva dei contagiati e dei morti. Un secondo motivo è la celerità con cui sono state prese le misure di sicurezza nelle maggiori città. Nairobi, per esempio, ha chiuso le attività commerciali e vietato assembramenti e spostamenti di persone. Purtroppo sono anche stati riportati casi di violenza estrema da parte della polizia verso chi violasse la quarantena, il che induce le persone a non lasciare facilmente la propria abitazione.

Il lockdown potrebbe anche aver portato ad un miglioramento della qualità dell’aria. Diversi studi, tra cui quello del SIMA del quale abbiamo parlato nell’articolo “Lo smog aiuta la diffusione del virus?” hanno ormai accertato il collegamento tra inquinamento e diffusione del virus. In più l’aria in Africa, sopratutto nelle zone rurali, è tendenzialmente più pulita rispetto al “Primo mondo”, anche se i dati non sono ancora esaustivi in merito.

Il sito Ourworldindata mostra come il tasso di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico sia più alto nelle nazioni a reddito medio, mentre è minore in quelle con un reddito molto basso oppure molto alto. Questo perché i paesi più poveri, in mancanza di industrie, sono meno inquinati. Quelli più ricchi, invece, stanno sviluppando sistemi più puliti di produzione dell’energia e dispongono di un sistema sanitario efficiente. Il Kenya si posiziona, per il momento, ancora tra quelle a basso reddito.

Mary Stephen dell’OMS ha dichiarato anche che i paesi africani, pur essendo più vulnerabili, potrebbero rivelarsi più resistenti, vista l’età media della popolazione. “Nel Regno Unito l’età media è di 40,5 anni, in Cina 37,4, mentre in Togo e in Camerun le soglie raggiungono una media di 19,8 e 18,5”, dice Stephen.

Clima, tosse, mascherine usa e getta

Vi è stato anche chi ha ipotizzato un rallentamento della diffusione del virus con un clima più caldo. Sarah Jarvis, una dottoressa britannica, ha rivelato alla BBC che questo potrebbe accadere per diversi motivi. Uno di questi è che le goccioline che trasportano i virus potrebbero non durare a lungo in un’atmosfera umida. Inoltre il caldo può far si che i virus muoiano più velocemente quando si trovano al di fuori del corpo umano”.

Quel che è certo è che i virus di natura simile al Covid-19 si diffondono attraverso le goccioline respiratorie, sopratutto quando una persona infetta tossisce o starnutisce. Di qui l’importanza del lavoro di Avido nei villaggi del Kenya. Perché continui il suo operato, le fondazioni uwezafoundation e Project Kenya stanno fornendo al giovane designer i tessuti per creare le mascherine.

È doveroso sottolineare che le mascherine di Avido non sono omologate, né tanto meno ad uso medico. Sicuramente, però, bloccando le vie respiratorie riducono il rischio di contagio. In più, essendo in tessuto, sono lavabili, il che diminuisce problemi relativi allo smaltimento di quelle usa e getta, che anche in Italia stiamo affrontando. Infine, le mascherine non lavabili vengono quasi sempre utilizzate più volte, magari a distanza di breve tempo, durante il quale il virus non ha modo di morire. In questo modo si attenua, di fatto, la loro stessa funzione antivirale.

Armani contro la fast-fashion: “È immorale”

armani

Uno dei pilastri della moda mondiale ha detto basta alla moda. O almeno a quella che ormai ci siamo abituati a conoscere, molto ben racchiusa nella locuzione inglese “fast fashion”.

Armani contro la fast-fashion

Giorgio Armani, lo stilista italiano fondatore dell’omonima casa di moda, si è recentemente espresso contro il concetto imperante della fast fashion in una lettera alla rivista WWD (Women’s Wear Daily). Di seguito alcune delle sue parole.

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Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più… Io non voglio più lavorare così, è immorale.

Armani si riferisce al fatto che ormai, anche nel settore del lusso, si è diffuso il concetto della “moda veloce”, che scade dopo ogni stagione e che si rinnova forzatamente alimentando però, di fatto, il susseguirsi di fugaci mode del momento, perdendo quindi le caratteristiche di unicità e personalità. E questo cerchio è stato iniziato per creare, finiamo sempre lì, più introiti. Anche l’alta moda, sia chiaro, segue il profitto, che sappiamo essere molto alto. Ma questa non nasce avendo il profitto come unico obiettivo, o almeno non ai livelli della moda low-cost. L’alta moda è quasi sempre nata in seguito a una passione, e alla volontà di creare capi che durassero nel tempo, sia dal punto di vista della qualità, sia dal punto di vista del “trend” in sé.

“La cultura usa e getta ci sta uccidendo”

Già nel lontano 2011 Tom Ford, un altro grande stilista, aveva espresso in un’intervista cosa fosse per lui il lusso e una delle caratteristiche era proprio quella di discostarsi da una moda che cambia “ora per ora”.

“Il lusso oggi significa qualità e autenticità. Io sto creando un prodotto che non sia vuoto. In un’epoca in cui la cultura usa e getta ci sta letteralmente uccidendo, un prodotto deve essere intriso di integrità. Noi stiamo costruendo un portfolio di cose realizzate per durare e non che siano “alla moda” o che abbiano una scadenza, il che è un drastico cambiamento che sta avvenendo nel settore”.

Questo era quindi un problema già sentito nel 2011, quando il termine fast fashion ancora non era stato coniato. Oggi, forse, abbiamo raggiunto quello che possiamo definire un estremo, un picco, o almeno questo è ciò che Armani auspica nella sua lettera, che continua così.

Oggi un mio capo diventa obsoleto dopo tre settimane in una inaccettabile corsa contro il tempo. Inoltre è assurdo che d’inverno vengano esposti capi estivi e d’estate capi invernali.

Negli ultimi anni infatti non basta più “essere alla moda” nel mese corrente. Vi è invece una smania irrefrenabile di sapere quali siano i trend della stagione successiva e, addirittura, quelli dell’anno successivo, così da farci trovare pronti non appena un nuovo mese bussa alla nostra porta. L’intenzione di arrivare prima degli altri ed essere quindi “unici” viene così spazzata via dalla realtà dei fatti, ovvero che ormai tutti conoscono i nuovi trend e tutti arrivano prima di tutti, credendosi speciali. In questo modo, però, si sta creando un fenomeno di uniformità che è diametralmente opposto all’intenzione originaria.

Il danno ambientale della moda

Se l’erroneità che l'”ultima moda” porta con sé è un concetto troppo astratto, forse quello del danno ambientale che lo stesso concetto comporta, è più visibile. Aspettare 12 mesi perché un trend sia di moda, per poi indossare quei capi per poco più di uno, crea uno spreco delle risorse senza precedenti.

L’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Per non parlare dell’impronta idrica dei tessuti: per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua; per un paio di jeans i litri raggiungono i 7000. Infine, lo sfruttamento dei dipendenti perché lavorino di più e più in fretta per il fatto che le persone comprano sempre più e sempre più spesso, è poi profondamente ingiusto.

Dopo la crisi ridefinire tutto, anche la moda

Giorgio Armani sembra esserne consapevole e incoraggia le industrie della moda ad esporre, dopo questa crisi, soltanto la collezione invernale, non quella dell’anno a venire, mettendo quindi le persone di fronte ai loro bisogni reali, non ai loro capricci.

Armani spiega di essere già al lavoro con i suoi team per ridefinire tutto: i capi saranno in boutique nelle stagioni in corso, basta alla spettacolarizzazione, agli sprechi di denaro, all’inquinamento. E conclude: Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana… Questa è forse la più importante lezione di questa crisi.

Come abbiamo imparato in questi giorni di quarantena, quello che conta davvero sono le cose semplici. Al primo posto vi è ciò che ci permette di sopravvivere, ovvero cibo, acqua e un tetto sopra la testa. Ma vi sono anche le nostre passioni autentiche e poi, ovviamente, le relazioni con le altre persone. La moda dovrebbe riflettere questo stile di vita: soddisfare il bisogno primario del coprirsi, aggiungendo un tocco di stile che possa esprimere la nostra personalità e le nostre passioni. La moda deve infine dare valore alle persone, e non il contrario.

Cosa sta facendo Armani?

Uno dei modi per capire se un brand sia sostenibile è quello di controllare sul sito ufficiale. Se infatti il brand ha a cuore l’ambiente, non vi sarebbe motivo di nasconderlo. Sul quello di Armani c’è, anche se non è messo particolarmente in evidenza. Armani dichiara di utilizzare materie prime di qualità, come il cotone organico, oppure di usare materiali riciclati per i packaging o addirittura per il design delle sedi lavorative.

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Nei suoi uffici, poi, Armani dice di differenziare i rifiuti, di educare i dipendenti riguardo alle tematiche ambientali e promuove la mobilità elettrica e il car/scooter sharing. Di recente Armani ha anche collaborato con Fiat e Earth Alliance, la fondazione di Leonardo di Caprio per combattere il cambiamento climatico, creando la storica Fiat 500 nella sua versione elettrica.

Una piccola riserva

Tutto molto bello, ovviamente. Noi per ci riserviamo una piccola parte di dubbio e scetticismo in quanto, prima di tutto, Armani produce capi di abbigliamento, accessori e cosmetici spesso inutili o superflui. Non è quindi un marchio i cui prodotti sono da prendere d’assalto, anche se l’intera casa diventasse 100% sostenibile. In più, stando al Report 2019 del Fashion Transparency Index, che indica il livello di trasparenza dei brand di moda, Armani si trova al livello più basso. E, anche a causa dell’impossibilità di tracciare, per esempio, la sua filiera produttiva e le sue emissioni, il sito “Good on You“, che si occupa di valutare i livello di sostenibilità dei brand, categorizza Armani come “non buono abbastanza”.

Abbiamo però riportato le parole di Giorgio Armani perché riteniamo siano un buon concetto da tenere a mente quando tutto questo sarà finito, ovvero di dare più importanza all’aspetto umano delle cose invece che a quello materiale. In più ci ricorda di attingere meno dalla fast fashion e comprare invece capi più qualitativi e più duraturi.

L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici

Ci voleva una pandemia di dimensioni epocali perché accadesse. Alla fine però anche l’ONU ha deciso di schierarsi contro i mercati di animali selvatici.

A prendere questa posizione ci ha pensato Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Generale della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità. Una misura già temporaneamente adottata dalla Cina che tuttavia non ha mai detto di volerli eliminare in maniera permanente.

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I mercati di animali selvatici come veicolo di virus mortali

Come tutti sappiamo la diffusione del CoronaVirus ha la sua origine proprio in uno di questi mercati di animali selvatici. Ma la Cina non è l’unico paese in cui è uso comune consumarli. Pipistrelli, coccodrilli, civette e pangolini sono solo alcune delle specie coinvolte. Questi ultimi, ad esempio, sono considerati a rischio estinzione proprio per via dell’eccessivo bracconaggio da parte dell’uomo. In Cina si pensa che le sue scaglie abbiano poteri curativi e non è ancora escluso che il vettore del virus sia proprio un esemplare di questa specie, oltre al già conclamato pipistrello.

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Passiamo ora al dato più eloquente. Tutte le peggiori epidemie della storia recente sono state una conseguenza del passaggio di un virus dall’animale all’uomo. Una grafica creata appositamente dal WWF ci può aiutare a comprendere la gravità di questo fenomeno.

Le pandemie della storia recente

Andiamo in ordine cronologico:

  • 1967, virus Marburg. Paese di origine: Uganda. 590 infetti, 478 morti. Tasso di mortalità dell’81%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1976, virus Ebola. Paese di origine: Congo. 14.693 vittime. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1996, virus Nipah. Paese di origine: Malesia. 496 contagiati, 265 vittime. Tasso di mortalità del 53%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 2002, virus Sars. Paese di origine: Cina. 774 vittime. Passaggio all’uomo da pipistrello e topo.
  • 2009, influenza suina. Paese di origine: USA e Messico. 429 vittime. Passaggio all’uomo da maiale.
  • 2012, MERS. Paese di origine: Arabia Saudita. 858 vittime. Passaggio all’uomo da cammello.
  •  2013, influenza aviaria. Paese di origine: Cina. 616 vittime. Passaggio all’uomo da pollo.
  • 2019, CoronaVirus. In corso.
Credit: WWF Italia

Il termine specifico per definire questi virus è “zoonosi” e, come si evince da questi dati, l’origine di queste malattie non è da trovarsi solamente in animali meno soggetti al commercio. Ne sono un esempio lampante l’influenza aviaria e quella suina. Per chiunque volesse approfondire l’argomento consigliamo la lettura di “Spillover”, un libro del 2012 di David Quammer in cui lo scienziato americano spiega come alla base di queste epidemie ci sia la distruzione di ecosistemi, oltre che il commercio illegali di animali. Alcuni report sostengono inoltre che il 75% delle malattie umane conosciute deriva proprio dalla fauna, non solo selvatica.

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In virtù di queste considerazioni risulta evidente come il nostro eccessivo desiderio di alimenti di origine animale, insieme alla già citata perdita di biodiversità, aumenta il rischio di pandemie su scala globale.

L’impatto ambientale dei mercati di animali selvatici

Già abbiamo parlato, non solo in questo articolo, della necessità di ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi per salvaguardare, oltre alla nostra salute, anche quella del pianeta in cui viviamo e da cui dipendiamo. Tuttavia, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme che arrivano dalla scienza, non sembra che la cosa ci interessi.

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E quello del settore degli allevamenti

Il consumo di carne, di ogni tipo, cresce costantemente a livello globale. Tralasciando per un secondo il discorso legato alle pandemie, occorre focalizzarsi anche sull’impatto che il nostro desiderio di carne e derivati ha sul nostro pianeta. Gli allevamenti di bestiame, non solo quelli intensivi, richiedono un enorme dispendio di risorse.

Una mucca da latte, ad esempio, può arrivare a bere circa 150 litri di acqua al giorno. Così come un manzo necessita di circa 40 kg di mangime al dì. Moltiplicate questi numeri per il numero di capi che attualmente alleviamo su scala globale, che è nell’ordine delle decine di miliardi.

Ora pensate alla quantità di risorse che impieghiamo per produrre questi mangimi che, oltre ad occupare dei terreni che potrebbero essere utilizzate per produrre cibo utile a sfamare quella fetta di popolazione mondiale che soffre di malnutrizione, sono spesse figlie di abbattimento di ampie aree di foreste (vedi i campi di soia dell’Amazzonia) e che, nella maggior parte dei casi, richiedono l’utilizzo di pesticidi su larga scala.

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A tutte queste complicazione vanno aggiunte le emissioni generati dagli scarti degli allevamenti come i liquami, che spesso finiscono per inquinare le falde acquifere, e le eruttazioni e gli escrementi degli animali che emettono metano, ovvero un gas serra climalterante che contribuisce al cambiamento climatico.

Secondo la FAO tutti questi fattori contribuiscono a circa il 17% delle emissioni di gas serra su scala globale – per fare un paragone il contributo del settore dei trasporti è del 13% – anche se secondo molti ambientalisti, molti dei quali hanno scelto diete vegetariane o vegane proprio per questo motivo, questa stima è inferiore rispetto al reale impatto del settore.

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In ultimo pensiamo al problema dell’acqua. Già oggi sono nell’ordine delle centinaia di milioni le persone che non accesso all’acqua potabile e la situazione è destinata a peggiorare con l’avanzare dei cambiamenti climatici. Basti pensare agli innumerevoli bacini idrici sotto stress in ogni angolo del pianeta. Il tutto mentre noi occidentali ci permettiamo di dare 150 litri d’acqua al giorno ad ogni mucca da latte. Suonerà come un’affernazuibe “buonista” ma è proprio così.

Quale conclusione?

Tutte queste considerazioni non possono che mettere in questione la sostenibilità del consumo di prodotti di origine animale e, più in generale, il valore etico e morale del modello di sviluppo occidentale. L’impatto che questo nostro desiderio ha sulla salute di tutti noi e sull’ambiente che ci circonda non è più trascurabile, soprattutto in una fase storica in cui la popolazione mondiale sta crescendo a dismisura. In questi giorni abbiamo l’occasione di riflettere sulle nostre abitudini di consumo. Facciamolo. La sabbia nella clessidra scende, più velocemente che mai. Se non vogliamo essere travolti da catastrofi più grandi noi, come possono essere le pandemie o gli effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo cambiare. In fretta.  

Chanel vuole dimezzare le emissioni entro il 2030

Il brand di moda e cosmetici di lusso Chanel ha recentemente annunciato la conversione delle sue fabbriche francesi per produrre mascherine. Ma non è l’unico cambiamento di una delle casa di moda più famose al mondo. Chanel dimezzerà infatti le emissioni delle sue attività entro il 2030 e ridurrà del 40% quelle delle sue filiere globali. O almeno così ha dichiarato.

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Le buone intenzioni di Chanel

Il comunicato lanciato dalla maison francese è stato pubblicato il 10 marzo di quest’anno e inizia con queste esaurienti parole:

Chanel lancia il suo impegno nella lotta ai cambiamenti climatici con Mission Chanel 1.5°, in linea con gli obiettivi ambiziosi dell’Accordo sul clima di Parigi del 2015, volti a limitare gli aumenti medi della temperatura globale a 1,5° gradi.

Come sarà possibile? Per spiegarlo, al breve comunicato stampa Chanel ha allegato un lungo report chiamato appunto “Chanel Mission 1.5” nel quale il marchio si è fatto carico di elencare in modo più dettagliato le soluzioni che intraprenderà per ridurre le proprie emissioni.

Efficienza energetica

Innanzi tutto Chanel si impegnerà ad utilizzare soltanto energia 100% rinnovabile per le sue proprietà entro il 2025. Per questo ha aderito alla coalizione RE100, un gruppo di aziende influenti impegnate nell’uso delle energie rinnovabili.

Nel 2019 Chanel copriva con le rinnovabili il 41% dei suoi consumi energetici, il che può sembrare molto. Chanel ha però più di 300 boutique e centinaia di rivenditori ufficiali in tutto il mondo. Se un’ azienda di tali dimensioni sfrutta per il 60% fonti fossili, l’impatto a ambientale resta comunque notevole.

Adesso Chanel ha creato un’aspettativa per cui dovrebbe utilizzare energie rinnovabili per il 97% della sua produzione già entro il 2021. Per esempio vorrebbero dotare le loro boutique e le loro fabbriche di pannelli solari e aiutare economicamente i loro fornitori perché facciano altrettanto.

Riduzione delle emissioni

Stanno poi potenziando le loro ricerche nel campo dell’agroecologia per ridurre al minimo le emissioni di carbonio date, appunto, dall’agricoltura. Chanel vuole inoltre agire sui trasporti, cercando di ottimizzare le spedizioni, scegliere veicoli a basse emissioni ed implementare lo smart-working peri propri dipendenti.

Packaging sostenibile

Per quanto riguarda i prodotti cosmetici, Chanel crea già da molti anni alcuni prodotti con packaging riutilizzabili. Si possono infatti acquistare una volta e poi cambiare soltanto la cialda all’interno. Certo, inizialmente questa non era un’iniziativa a favore dell’ambiente. L’obiettivo era solo quello di fidelizzare i clienti, inducendoli a ricomprare un prodotto di lusso senza spendere un patrimonio.

Oggi però è diventata anche una buona strategia per ridurre l’impatto ambientale della produzione. Senza contare il fatto che il marchio ha dichiarato di aver appena firmato un contratto con una startup finlandese che si occuperà di sviluppare materiali sostenibili per i loro prodotti.

Oltre l’attività commerciale

Infine Chanel si impegna a guardare oltre le sue attività commerciali, cercando di bilanciare i residui delle sue emissioni di carbonio. Per questo l’azienda di lusso sta già investendo in progetti per proteggere e ripristinare le foreste che loro stessi contribuiscono a ridurre, come ad esempio i boschi di sandalo, un componente fondamentale per le loro fragranze. Inoltre vogliono donare soldi e risorse alle comunità colpite dai disastri naturali, migliorare la loro resilienza e ridurne la povertà, dando loro, per esempio, le conoscenze adeguate sull’agricoltura resistente al clima e sulle pratiche di gestione degli ecosistemi.

A che punto è adesso Chanel

Tutto questo è sicuramente segno di una partenza molto virtuosa. Sopratutto contando che Chanel non ha mai preso pubblicamente in considerazione l’idea di diventare un brand sostenibile. Ha debolmente iniziato a farlo solo nel 2018 con il “Report to Society“, un lungo rapporto nel quale il brand dichiarava di rispettare l’umanità dei suoi dipendenti e del suo lavoro, con solo qualche piccolo accenno alla sostenibilità ambientale. Ma non era abbastanza.

Il “Fashion Transparency Index” di Fashion Revolution indica ogni anno il livello di trasparenza dei brand di moda più famosi del mondo. In quello del 2019 Chanel si è posizionato al livello di trasparenza più basso, con un misero 10%. Come si legge nel report stesso, Chanel non ha mai dichiarato apertamente i luoghi precisi delle sue industrie o i nomi dei suoi fornitori, specialmente quelli esteri.

Certo, Chanel e altri brand di lusso come Dior, Gucci o Prada producono quasi esclusivamente in Italia o in Francia. Chanel in particolare ha qui molte coltivazioni, in quanto i fiori dai quali estrae l’olio per il suo famoso profumo Chanel N.5 sono proprio francesi. Questo ovviamente non assicura che nelle fabbriche vi siano le condizioni di lavoro ottimali, ma sicuramente i lavoratori hanno maggiori diritti e le legislazioni sono più severe e trasparenti rispetto ad altri stati.

Policy di sostenibilità ancora oscura

Ma il livello di trasparenza di un brand non è associabile alla sua policy di sostenibilità. Infatti, uno dei brand più virtuosi in termini di trasparenza è, pensate un po’, H&M, il quale non è sicuramente un brand che eccelle in quanto a rispetto per l’ambiente e per i lavoratori.

Leggi il nostro articolo: “The true cost: quanto costa davvero la moda?”

Per valutare invece quanto un brand è sostenibile si possono consultare due siti che valutano diversi aspetti, ambientali e non, di molti marchi di moda. E sia secondo il sito Rank a brand sia secondo Good on You, Chanel non è affatto virtuosa.

Il motivo principale è la mancanza di informazioni riguardo alla sostenibilità da parte del brand. Questo può essere un aspetto che “giustifica” il brand stesso ma, se un’azienda non avesse nulla da nascondere, non avrebbe problemi a pubblicare informazioni riguardo, per esempio, i suoi fornitori. Un’altra lancia a favore di Chanel può essere spezzata poiché il punteggio indicato da Rank a Brand risale al 2017, ovvero quando il marchio non aveva ancora dichiarato le sue intenzioni in merito all’ambiente.

Ancora molti problemi

La valutazione di Good on You è anch’essa molto severa ed è anche più recente, poiché è stata aggiornata agli inizi de 2019. Il risultato è dato dal fatto che, innanzi tutto, Chanel non utilizza tessuti eco-sostenibili. In più, non sembra che si impegni a minimizzare l’impatto degli agenti chimici sull’ambiente né lo spreco di tessuti.

Per quanto riguarda le risorse umane, come abbiamo già detto, Chanel non ha reso pubblica la lista dei suoi fornitori e non vi sono report riguardo alla verifica degli incidenti sul lavoro. Inoltre Chanel utilizza pelle, lana e peli di animali anche esotici.

Comunque quasi tutti i problemi menzionati fino ad ora sono stati riportati nel report sul clima recentemente pubblicato da Chanel stessa nel quale si impegna a risolverli. Bisogna quindi riconoscere un notevole impegno per l’intenzione di cambiare l’intera sua produzione.

Considerazioni finali

Inoltre è doveroso menzionare il fatto che, a livello generale, i brand di lusso sono “migliori” di quelli di fast fashion anche solo per la mentalità che solitamente conduce chi ne acquista i capi: qualità e non quantità. Inoltre, per giustificare il prezzo, questi brand difficilmente accetteranno di abbassare i loro standard qualitativi mettendo sul mercato capi non più utilizzabili dopo pochi mesi, come accade con i brand low-cost. Ne andrebbe della loro intera fama. In più, vi è una maggiore possibilità che i lavoratori dei brand di lusso non siano sottopagati, sia perché non vi è alcun taglio dei prezzi da parte di queste case di moda, sia perché spesso la loro produzione avviene in paesi europei che devono rispettare gli standard dell’Unione.

Devo però anche ricordare che Chanel produce capi di abbigliamento, accessori e cosmetici spesso inutili o superflui. Non è quindi un marchio i cui prodotti sono da prendere d’assalto, anche se l’intera casa diventasse 100% sostenibile. In più, quelle di Chanel sono per ora soltanto comunicati e, quindi, parole che andranno verificate tra qualche anno e che ci impegneremo a monitorare.

Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza

Il nesso fra l’emergenza climatica e l’emergenza Coronavirus esiste, in un cortocircuito di cause e conseguenze dagli effetti a dir poco paradossali. Molti hanno infatti sostenuto che il Coronavirus sia stato in qualche modo “agevolato” dal cambiamento climatico. Viceversa, i decreti di restrizione per contenere la pandemia stanno riducendo sensibilmente l’inquinamento atmosferico in Italia. Le nuove immagini ESA lo confermano. C’è un aspetto che però dovrebbe spingerci a riflettere: perché l’emergenza Covid-19 è sentita e temuta dalla popolazione italiana, mentre la percezione della crisi climatica risulta ancora drammaticamente falsata? Ecco alcune riflessioni, con il contributo di eminenti esperti.

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L’emergenza climatica e la lunga durata

Una prima spiegazione fu data nel famoso trattato I limiti dello sviluppo del 1972. Gli esperti del MIT misero in luce che il cervello umano, per quanto straordinario, non fosse capace di tenere assieme le molteplici interazioni che compongono la realtà del mondo. I nostri pensieri sono principalmente concentrati nel breve termine, nell’arco della prossima settimana o dei prossimi anni, e sono principalmente rivolti a chi ci circonda: la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra impresa, il nostro vicinato. Pochissime persone esprimono preoccupazione per ciò che accade alla nazione nel suo insieme, o addirittura al mondo. E un numero ancora inferiore riesce ad estendere questi pensieri nel tempo, considerando l’arco di una vita intera o il futuro delle prossime generazioni.

percezione emergenza
Club di Roma, I limiti dello sviluppo, 1972

Quindi, tendiamo ad ignorare la crisi climatica perché siamo perlopiù concentrati nel “qui e ora”. È molto difficile astrarci e inglobare nella nostra sfera delle priorità persone che non conosciamo, che abitano lontano da noi o che addirittura non esistono ancora. Lo ha scritto bene Danny Chivers in The no-nonsense guide to climate change: “la questione climatica non accende il nostro bottone delle emergenze”.

I sistemi di difesa della mente e delle nazioni

In relazione al Coronavirus, il professor Bagliani dell’Università di Torino ha spiegato così la differenza della percezione del rischio in un’intervista a La Stampa: «L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi».

In secondo luogo, proprio per le dimensioni dilatate della crisi climatica nello spazio-tempo, è impossibile trovare un singolo nemico a cui dare la colpa. Perciò è altrettanto impossibile distribuire il fardello delle soluzioni da adottare. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Tutti responsabili, nessun responsabile. Questo gioco di rimbalzi è ben visibile nello scacchiere politico attuale: gli Stati occidentali continuano ad accusare i paesi emergenti quali Cina e India per il picco di emissioni degli ultimi due decenni, sebbene in termini storici e pro-capite proprio gli Stati Uniti e molte nazioni europee riempiano i primi posti della classifica mondiale dei paesi più inquinanti.

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L’emergenza climatica mette a rischio il nostro sistema mentale

Gli studiosi hanno apportato anche altre teorie per spiegare il deficit nella percezione del rischio del cambiamento climatico. La celebre attivista Naomi Klein ha ripreso la teoria della “cognizione culturale” dal gruppo della Yale Law School guidato da Dan Kahan, secondo cui il nostro cervello permetterebbe di integrare solamente quelle nuove informazioni che non costituiscono una minaccia per il nostro sistema di valori, di credenze, di convinzioni. Si sostiene cioè che la mente umana filtri le informazioni per difendere la propria visione di mondo: quando il costo di integrazione è troppo alto, dal punto di vista emozionale, intellettuale o finanziario, prevale la tendenza a rigettare le nuove informazioni come se fossero corpi estranei.

La differenza fra le due emergenze è anche in questo caso evidente. Il Coronavirus sta sì imponendo grossi sacrifici agli italiani, ma sono sacrifici che hanno un costo definito e quantificato nel tempo. Il limite temporale del 3 aprile potrà essere posticipato ancora, eppure siamo ben consapevoli che la quarantena non durerà per sempre. La crisi climatica, d’altra parte, richiede sacrifici a lungo termine, e quindi una costanza di pensiero che ci spinge a scompaginare e rivedere le nostre abitudini e i nostri valori. Una volta che ci verrà restituita la libertà di scegliere, riusciremo a limitare i viaggi all’estero, lo shopping nei centri commerciali, gli spostamenti in macchina? Oppure tornerà tutto come prima?

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Solidarietà e resilienza a lungo termine

Il caporedattore di Materia Rinnovabile, Emanuele Bompan, si augura che tutti questi sacrifici non siano fatti invano e si domanda:Possiamo rendere una tragedia la più grande opportunità per fermare una tragedia più grande e più difficile da cogliere? Il presente offre a chi è visionario una grande possibilità per mutare radicalmente un’economia, una gestione della nostra casa comune, mettendo al centro la salute delle persone e del pianeta”. La solidarietà e la resilienza di queste settimane possono tornarci utili per riallineare la percezione distorta delle nostre priorità e capire che l’emergenza climatica è già realtà, qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai”

Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai

Non è stato difficile, da parte dei media ma anche da chi quei momenti li ha vissuti davvero, paragonare questo periodo di restrizioni a causa del coronavirus a ciò che avveniva durante e dopo le due guerre mondiali. Coprifuoco, limitazioni alla libera circolazione, preoccupazione per i propri cari, ospedali pieni, medici costretti a prendere decisioni indicibili, le sirene delle ambulanze che sfrecciano a ogni ora del giorno e della notte su strade vuote, lasciando un vuoto anche in noi stessi ad ogni passaggio.

Noi stiamo un po’ meglio

Sono però abbastanza sicura che, se chiedessi a mio nonno quanto il paragone con la guerra sia azzeccato, mi risponderebbe che no, non è la stessa cosa. Tolto, ovviamente, il settore ospedaliero il quale, purtroppo o per fortuna, non si trova pienamente all’interno del nostro raggio di consapevolezza.

Mio nonno ci raccontava sempre una storia che, ora me ne rendo conto, aveva il secondo fine di educare me e i miei fratelli alla parsimonia e alla gratitudine. Come regalo della prima comunione, egli aveva ricevuto il permesso di mangiare un uovo intero, senza doverlo dividere con i suoi otto fratelli.

Ecco la differenza: per il momento noi, di uova, possiamo mangiarne quante ne vogliamo. Dobbiamo solo avere l’accortezza di comprarle una volta alla settimana, di stare a distanza dalle persone e, se siamo tra i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsela, indossare una mascherina. Infine, se è possibile, comprarle dal contadino di fiducia, oppure controllare che provengano da un allevamento vicino alla nostra città. Di seguito vi spiego il perché.

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La crisi del settore turistico

Uno dei più temibili effetti di questa epidemia in Italia è quello che ha colpito il settore turistico. Chi ci fa visita ama comprare il cibo locale e vivere la vera “Italian experience“. Certo, qualcuno viene abbindolato da falsi “local restaurants” che di local hanno ben poco.

Ma, con i numeri del turismo registrati in Italia, possiamo essere certi che molti viaggiatori hanno un ruolo importante nel supportare i veri local shops. Secondo l’Istat nel 2018 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi, raggiungendo il massimo storico. Questi numeri hanno reso l’Italia il terzo Paese in Europa per numero di turisti, dopo Spagna e Francia.

E adesso? Il nulla. Milioni e milioni di persone bramose di assaggiare le specialità italiane sono sparite nel giro di pochi giorni. Una grande tristezza per tutti, una rovina per molti.

No ristoranti, no fornitori

Un altro effetto negativo dell’epidemia di coronavirus è quello della chiusura di bar e ristoranti. All’inizio era una decisione presa dai locali stessi per tutelare le loro attività.

Dovendo infatti mantenere delle rigide regole di orari e gestione della clientela, come ad esempio la distanza di un metro tra le persone, molti hanno preferito non rischiare multe salate, o non essere la causa di contagi evitabili. Tantissime attività, quindi, hanno chiuso le serrande ben prima della decisione del premier Conte di chiudere qualunque bar, locale e ristorante d’Italia.

Anche questo provvedimento sta avendo un effetto disastroso sui produttori locali. Molti ristoranti infatti, se di discreta qualità, utilizzano ingredienti di prima scelta, locali e di stagione, per dare al cliente la migliore esperienza culinaria possibile. I piccoli fornitori, quindi, che si sono trovati l’osteria di fiducia chiusa per un mese, hanno perso gran parte della loro clientela fissa, registrando un crollo delle vendite mai visto prima.

Un settore piegato alle grandi catene

Secondo il rapporto FIPE (Federazione Italiana Pubblici Servizi), nel 2017 in Italia vi erano 333.647 attività di ristorazione. Si può solo immaginare quanti produttori e fornitori hanno risentito della loro chiusura repentina. In più, l’Italia stava andando già incontro a una crisi importante nella ristorazione, che ha visto cessare in un anno 26.000 attività di ristorazione a fronte delle 13.600 avviate. Questo significa 34 attività che ogni giorno abbassano la saracinesca.

Spesso, poi, queste sono proprio le attività più piccole e locali le quali, con l’aumentare della concorrenza delle grandi catene, non riescono a tenerne il passo. Questo è dovuto anche al cambiamento delle abitudini di consumo da parte dei fruitori.

Per esempio, è più facile che chi si trova a Milano voglia andare in una caffetteria di moda come Starbucks piuttosto che in una un po’ più nascosta, meno in voga, anche se più “locale”. E non serve un’inchiesta giornalistica per verificarlo. La fila lenta e perenne davanti a Starbucks l’ho vista con i miei occhi, e il locale non sembra essere nemmeno molto piccolo.

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La vittoria schiacciante dei supermercati

Adesso che gli italiani non escono più a mangiare, voi direte, saranno costretti a fare più spesso la spesa. I produttori, quindi, dovrebbero anzi registrare un aumento nelle vendite.

In effetti, prima di questa emergenza i consumi alimentari fuori casa erano il 36% del totale e avevano un valore di 43,2 miliardi di euro. Il problema, però, è che anche stando a casa gli italiani prediligono di gran lunga rifornirsi al supermercato. Secondo una ricerca del Censis sono 45 milioni le persone che si riforniscono nella grande distribuzione, ovvero il 75% della popolazione.

E’ stato anche appurato come il settore della grande distribuzione alimentare sia uno di quelli che più ha beneficiato dell’avvento del coronavirus, insieme a quello farmaceutico e del commercio online. Si stima infatti che, se l’epidemia continuasse a tormentare l’Italia anche dopo l’estate, i guadagni del suddetto settore passerebbero dai 108 miliardi del 2019 a 132 miliardi nel 2020. Se quindi i piccoli produttori locali già soffrivano per la concorrenza con i supermercati, oggi questa concorrenza è salita alle stelle.

Uno dei motivi, comprensibili, per i quali le persone preferiscono la grande distribuzione è quello di fare abbondante scorta di beni, così da non uscire di casa più del necessario. L’altro lato della medaglia, però, vede il formarsi di una concentrazione di persone altissima, sia fuori che all’interno dei supermercati, molto rischiosa sia per noi che per i dipendenti, esposti ogni giorno a una enorme quantità di potenziali infetti. I supermercati, inoltre, sono spesso distanti dai quartieri abitati, richiedendo così più e, quindi, contatti.

Il problema dei supermercati è anche l’utilizzo spropositato della plastica negli imballaggi

Cambiare le nostre abitudini

Questo potrebbe accadere anche all’interno dei piccoli negozi locali, certo. Qui, allora, entrano in gioco le nostre abitudini di consumo, alimentari e non, che il coronavirus potrebbe spronarci a cambiare. Se decidiamo di comprare meno e meglio, infatti, ridurremo automaticamente anche le nostre uscite.

Se l’andare al supermercato è la conseguenza del non saperci privare degli alimenti industriali, confezionati e pronti, che ci bastano per pochi giorni e ci svuotano il portafogli, allora non è più giustificabile. Un esempio sono gli snack e le bibite, ma anche, per esempio, i prodotti di bellezza. Ancora peggiori sono i prodotti esotici tanto in voga, come l’avocado, senza il quale non è possibile postare una foto con la descrizione “#iorestoacasa e mangio healthy” , mentre l’economia italiana collassa all’ombra di quello stesso avocado.

Utile, invece, ridurre la quantità di cibo che mangiamo e prediligere la qualità e la località. Dai fruttivendoli non ci saranno gli avocado e le fragole incolore e insapore, scongelate e conservate in una scatola di plastica. Non ci saranno interi scaffali di cibi pronti e la scelta sarà tra poche, semplici materie prime. Però sappiamo tutti che qui è possibile trovare alimenti più sani, magari biologici, di stagione, con la filiera corta e che supportano l’agricoltura italiana.

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Fatelo per l’Italia

Questo titolo suona forse anacronisticamente patriottico. Ma è un dato di fatto che l’Italia e il resto del mondo dovranno affrontare una grave crisi economica, durante e anche dopo il coronavirus. E noi cittadini, in quanto dipendenti da quella economia, dobbiamo fare la nostra parte per salvare il salvabile. Supportare i produttori italiani, quindi, non può che portare beneficio.

Sembra che ne avremo un grande bisogno anche perché, proprio mentre scrivo, le frontiere di tutto il mondo stanno chiudendo. Per adesso il blocco non riguarda le reti commerciali, nonostante alcuni opinionisti ritengano che dopo il coronavirus le catene di approvvigionamento saranno spostate più vicino “a casa” piuttosto che dislocate in terre lontane.

La salute prima di tutto, anche del pianeta

Al momento, inoltre, moltissime persone coinvolte nel settore del commercio internazionale stanno ancora lavorando, stanno entrando in contatto tra loro e stano viaggiando tra una nazione e l’altra. Penso ai piloti di aerei, treni e navi che si occupano del trasporto delle merci e che rischiano di prendere il coronavirus, oltre che di diffonderlo.

Se blocchiamo queste attività cambiando le nostre abitudini di acquisto, certamente molti perderanno il lavoro e l’economia mondiale ne risentirà, ma quello a cui bisogna pensare, come dimostrano i sacrifici che tutti noi ad oggi stiamo facendo, è la nostra salute. E se questo cambio di rotta e queste nuove misure continueranno anche dopo l’emergenza sanitaria e porteranno a meno trasporti, meno emissioni, più qualità e più territorialità, sicuramente l’ambiente ringrazierà. Perché, quindi, non prepararci e abituarci già adesso?

Scelte etiche anche al supermercato

Comunque, ci tengo a specificare che, se non avete la possibilità di evitare il supermercato, oppure non conoscete un produttore locale, o ancora quello che si spaccia per produttore locale è in realtà un rivenditore di prodotti industriali, non disperate. Al di là che si stanno sviluppando servizi di spesa a domicilio molto efficienti, sia dai grandi supermercati sia dai piccoli produttori, i quali possono prevenire moltissimi potenziali contagi da coronavirus.

Anche al supermercato si possono fare scelte più etiche di altre. Per esempio, acquistare prodotti con certificazioni di provenienza, che abbiano una filiera corta e che, di conseguenza, siano italiani. Ma anche e sopratutto scegliere materie prime e di stagione, non cibi già pronti o scongelati. Dopodiché potete potete postare con cuore più leggero una foto del vostro piatto.

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Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2

Molto spesso ci si chiede cosa si possa fare di concreto nel proprio piccolo per diminuire il proprio impatto ambientale. È ormai evidente che il nostro stile di vita attuale non è sostenibile e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli. Ma un modo per fare la propria parte c’è ed è quello di orientare le proprie scelte di consumo verso le alternative che, tra quelle al momento disponibili, sono le più sostenibili. Molto, forse troppo, spesso ci si sente infatti impotenti di fronte a una problematica di così grande portata, come il cambiamento climatico. Ma questa non può in alcun modo essere considerata una giustificazione per non fare la propria parte. Le alternative sostenibili ormai esistono, basta solo cercarle ed attivarsi per farle proprie.

Noi di L’Ecopost siamo nati con un obiettivo. Quello di aiutare le persone che vorrebbero fare qualcosa per l’ambiente a prendere decisioni che siano affini con il principio di sostenibilità ecologica.

Partiamo dunque dalla prima cosa che ognuno di noi può fare per cambiare le cose: scegliere un fornitore di energia rinnovabile. E ora vi spieghiamo perché!

Perché scegliere un fornitore di energia green

In questo grafico a torta vediamo quali sono i settori, divisi per percentuali, che più contribuiscono alle emissioni di gas serra su scala globale. La voce con la più alta percentuale, in blu chiaro, è quella della produzione di elettricità e calore, che a sua volta può essere suddiviso in due sottocategorie: il riscaldamento e il gas per cucinare. Ben il 25% delle emissioni globali, un quarto del totale, sono quindi generate per produrre l’energia che alimenta i nostri edifici. La causa è facilmente individuabile: l’utilizzo di combustibili fossili.

Nonostante siano stati fatti grandi progressi in termini di energie rinnovabili, ancora una fetta troppo grande del mix energetico del nostro paese dipende da gas, carbone e petrolio. E, neanche a dirlo, tutto questo non è sostenibile. Sebbene molti distributori di energia abbiano inserito tra i propri pacchetti la possibilità di sottoscrivere contratti di fornitura che permettono alle nostre case di essere alimentate esclusivamente da energia rinnovabile, si corre il rischio di finire per dare soldi a un’azienda che, comunque, continuerà ad investire nei combustibili fossili. Supportare invece chi fa della propria mission aziendale quella di abbattere completamente le emissioni generate dal settore dell’energia contribuirà in maniera decisiva a velocizzare il processo di transizione ecologica necessario per non soccombere sotto i colpi del climate change.

Come abbattere le emissioni della propria casa del 25%

Ma passiamo al concreto e vediamo cosa puoi fare per realizzare tutto ciò.

L’alternativa più comoda ed immediata, per chiunque abbia una fornitura di luce o gas attiva, è quella di sottoscrivere un contratto con un’azienda che utilizza solo ed esclusivamente energia rinnovabile e che, proprio in quella direzione, investe la totalità dei propri profitti. La più importante ed avanzata realtà italiana a fornire questo servizio è Sorgenia, che da ormai più di 20 anni ha fatto dello sviluppo delle energie rinnovabili il proprio ed unico mantra. Tra le tante aziende che offrono questo servizio la redazione de L’Ecopost ha deciso di instaurare una partnership proprio con Sorgenia in virtù dell’impegno storico da essa profuso nel rispetto dell’ambiente.

Semplicemente collegandovi sul loro sito, cliccando sul banner presente all’inizio di questo articolo oppure su uno dei link ancorati al testo (le parti in blu), vi sarà possibile calcolare i costi che, all’incirca, andreste a sostenere sottoscrivendo un contratto con Sorgenia e compararli con l’attuale bolletta.

“Ma sicuramente mi costerà di più”

Niente di più sbagliato. Il continuo progresso apportato in questi anni al settore delle energie rinnovabili, unica vera alternativa ai combustibili fossili, hanno fatto sì che il prezzo di vendita dell’energia generata da fonti rinnovabili arrivasse ad essere sempre più competitivo rispetto a gas, carbone e petrolio. Sono inoltre diversi gli studi che hanno dimostrato come nei prossimi anni ci sarà un netto sorpasso, in termini di convenienza, delle energie rinnovabili rispetto ai combustibili fossili. Tant’è che, proprio Sorgenia, nelle sue attività di advertising afferma di essere in grado di far risparmiare ai propri clienti ogni anno almeno 97 euro sulla bolletta della luce e più di 210 euro su quella gas. Sottoscrivendo un contratto di fornitura con Sorgenia avrete abbattuto in pochi minuti una grossa fetta delle vostre emissioni.

Un discorso a parte va fatto per la fornitura di gas. Il gas che alimenta le nostre caldaie ed i nostri fornelli è, per quanto provino a negarlo, un combustibile fossile. Motivo per cui quello che verrà utilizzato nelle vostre case genererà emissioni. Per ovviare a tutto ciò Sorgenia offre la possibilità di compensare le proprie emissioni di CO2 generate dal consumo di gas attraverso il corrispettivo di una piccola aggiunta al prezzo in bolletta. Come lo fa? Principalmente supportando progetti di riforestazione sparsi per il mondo, capaci quindi di re-immagazzinare la quantità di CO2 emessa. Ancora sono pochissimi i fornitori ad offrire questa opzione.

Una pompa di calore ed un fornello ad induzione per non pensare più alla bolletta del gas

Ma c’è anche un’altra alternativa, preferibile da un punto di vista ecologico , che, però, richiede un piccolo investimento iniziale: staccare la fornitura del gas. Come farlo senza morire di freddo? I principali utilizzi che facciamo del gas sono, come già detto i riscaldamenti e, per chi ha ancora quelli a gas, i fornelli. Per quanto riguarda questi ultimi la soluzione è più facile di quanto sembri: i fornelli ad induzione. In questo modo l’elettrodomestico verrà alimentato con l’elettricità che avete appena reso sostenibile con la sottoscrizione di un contratto con Sorgenia. Parlando invece del riscaldamento occorrerà fare un investimento lievemente più alto per acquistare una pompa di calore. Questa tecnologia, nata per sostituire la caldaia, è in grado di rimpiazzarla attraverso l’utilizzo dell’elettricità. Il costo dell’investimento iniziale rientrerà nell’arco di poco tempo grazie all’azzeramento della bolletta del gas. Viene da sè che apportare cambiamenti di questo tipo ad un’abitazione è consigliabile se si vive in una casa di proprietà. In caso di affitti temporanei la soluzione migliore, dal punto di vista economico, è quella di scegliere un fornitore di energia rinnovabile.

Semplicemente con qualche piccolo accorgimento e, soprattutto, la scelta di un fornitore di energia rinnovabile avrete abbassato il vostro impatto ambientale di almeno il 25%.

Facile, no? Ora non hai più scuse. Sottoscrivi un contratto con Sorgenia ed inizia la tua transizione ecologica nel migliore dei modi e, soprattutto, senza rinunce.

Ti basteranno una vecchia bolletta, il codice fiscale dell’intestatario, un conto corrente e 10 minuti del tuo tempo. 10 minuti per eliminare per sempre un quarto delle tue emissioni. Ne vale davvero la pena.

C.

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Dove si buttano i trucchi?

come smaltire prodotti make up

Una domanda che ci si pone spesso, a cui in questo articolo proviamo a dare risposta: dove si buttano i trucchi? Esistono diversi modi per smaltire prodotti make up. Non saremmo però un sito di informazione ambientale serio se non iniziassimo scrivendo quello che le persone non vorrebbero sentirsi dire. Se vogliamo davvero portare il nostro contributo al bene del pianeta, i prodotti per il make-up, così come tanti oggetti accessori della nostra vita, non dovrebbero essere comprati. O meglio, non dovrebbero essere comprati in quantità elevate, diventando, di fatto, pure velleità dannose per l’ambiente e, quindi, per noi.

Anche i trucchi possono essere sostenibili

Ma, come suggerisce il documentario Minimalism, di cui sempre caldeggiamo la visione, un regime minimalista che sia anche sostenibile deve prevedere alcune valvole di sfogo. Il make-up può essere una di queste, dal momento che per molti è, oltre che una passione e/o un mestiere, anche una vera e propria terapia, spesso più psicologica che fisica.

Leggi il nostro articolo: “Minimalism, un documentario su ciò che è importante”

Se quindi non si riuscisse a rinunciare al make-up, un altro modo per risolvere il problema alla radice è quello di attuare una profonda e mirata ricerca ogniqualvolta ci accingiamo ad acquistare i trucchi. Informarsi è la chiave per rendere il nostro rituale artistico o di bellezza più sostenibile.

Infatti, scegliere alcuni brand piuttosto che altri, può fare davvero la differenza. Alcune marche producono cosmetici contenuti in packaging di legno o cartone o, più in generale, di materiale biodegradabile. Un esempio è Naturaverde bio, che propone trucchi totalmente (o in parte) in cartone riciclabile. Talvolta è possibile trovarli nei negozi della catena Acqua e Sapone.

dove buttare i trucchi

Altri hanno una politica di smaltimento per la quale, riportando i contenitori vuoti dei prodotti al negozio, questi verranno appositamente riciclati, così che anche il brand possa beneficiare di un grande risparmio in termini di materia prima. Un esempio è quello di LUSH, un brand attento all’ambiente, sia per il riciclo sia per la produzione dei cosmetici stessi.

Attenti alla trappola

Anche una grande azienda come MAC, seppur non sia propriamente l’emblema della sostenibilità, quantomeno ha una politica di reso efficace, chiamata Back to MAC. Portando sei prodotti vuoti in negozio sarà infatti possibile ricevere un altro prodotto in regalo.

Attenzione però. Incoraggiare il cliente a comprare, finire e riportare prodotti il più spesso possibile è più una trappola di marketing che una vera dimostrazione di cura per l’ambiente. Non fatevi quindi catturare dalla rete e utilizzate questo loro servizio in modo genuino, quando realmente il prodotto risulta finito, senza accelerare i tempi.

In più, se non avete necessità del cosmetico che vi verrà dato in cambio di quello vuoto, lasciatelo al prossimo cliente. Creerete così un circolo virtuoso per il quale l’azienda sarà portata a produrre un pochino meno, utilizzando quindi meno packaging. Oppure accettate il prodotto e riciclatelo per un regalo, evitando così in futuro di comprare altri oggetti e, quindi, altri materiali da smaltire.

Dove buttare i trucchi vecchi o scaduti, oltre all’indifferenziata

Il problema maggiore è sempre quello di capire dove si possono buttare i trucchi. Infatti, sia il contenuto dei cosmetici sia il loro packaging sono quasi sempre non riciclabili, se non contrariamente specificato sulla confezione. La cosa più semplice e spesso, purtroppo, anche l’unica da fare e è quella di gettare l’intero contenitore nel sacco della indifferenziata.

Se però vi sentite di fare un piccolo sforzo in più, è possibile rendere lo smaltimento dei cosmetici meno dannoso. La chiave per il riciclo corretto di qualunque prodotto, sia cosmetico che non, è sempre la divisione dei materiali, dove possibile. Tante volte purtroppo i prodotti cosmetici sono costituiti da una grande quantità di materiali non divisibili, come i pennelli, che diventano quindi non riciclabili. Ecco perché è molto importante informarsi sul loro materiale prima dell’acquisto.

dove buttare i trucchi

Se invece il packaging è riciclabile e quindi, per esempio, in materiale plastico, basterà togliere il make-up residuo, e gettare il packaging nell’apposito contenitore. Per esempio, se si tratta di una terra o un blush, basterà raschiare il contenuto rimanente. Per il rossetto, si può raccogliere con un cucchiaino o una spatolina il prodotto rimasto sul fondo, o ancora è bene svuotare il vasetto del fondotinta o del correttore del liquido in questione.

Gettate poi il contenitore vuoto e pulito nell’apposito cestino, che sia plastica, vetro o metallo, a seconda delle regole del vostro comune.

Leggi anche: “Dove lo butto? Consigli per la raccolta differenziata”

Dove si buttano i cosmetici? Non solo nell’indifferenziata

Dove si butta, quindi, il contenuto dei trucchi? MAI gettarlo nel lavandino! Sopratutto se si tratta, per esempio, di una grande quantità di fondotinta scaduto oppure di un lucidalabbra. Non possiamo mai sapere quali agenti chimici siano contenuti in quel prodotto e quanto possano danneggiare le falde acquifere. Gettateli, piuttosto nell’indifferenziata.

Oppure, ancora meglio, raccogliete i prodotti in un contenitore a parte, che chiuderete ogni volta molto bene, fino ad accumularne una buona quantità. Dopodiché potrete portarli alla discarica e chiedere a chi di dovere dove è possibile gettarli, specificando che si tratta di prodotti cosmetici che probabilmente hanno sostanze chimiche al loro interno.

Per questo, ancora una volta, è importante informarsi sulla composizione dei cosmetici. Quelli naturali al 100%, per esempio, sono da prediligere rispetto a quelli tradizionali, che non lo sono. I brand di cosmetici naturali stanno proliferando, ancora più di quelli con il packaging sostenibile. Qualche esempio? Puro Bio, Neve Cosmetics, Benecos, La Vera, Nabla. Avete solo l’imbarazzo della scelta.

Riciclare trucchi con il “fai da te”

Infine, da non sottovalutare è il riciclo DIY, ovvero “fatto in casa”, dei prodotti. Per esempio, è molto facile riutilizzare gli ombretti o i rossetti che non mettiamo più (o che non abbiamo mai messo) ma che sono ancora in buone condizioni. Gli ombretti, se bagnati con po’ d’acqua, possono diventare divertenti tinture da dare ai nostri bambini per i loro attacchi d’arte. O, perché no, per i nostri attacchi d’arte.

dove buttare i trucchi

Gli ombretti possono poi essere essere sbriciolati, facendone una polverina e mischiandola a una crema idratante. In questo modo si otterrà un blush fai da te, un illuminante (se è un ombretto perlescente), oppure una terra abbronzante. Se la polverina si mischia al burro cacao, ecco che avrete una tinta labbra idratante e del colore che preferite. Per quanto riguarda i rossetti, possono anch’essi diventare blush, ombretti, o, perché no, pennarelli per i bambini.