Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

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Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

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Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

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L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

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In Madagascar si contano le vittime di un’alluvione

Ieri vi abbiamo portato in Kenya, Somalia ed Eritrea per parlarvi dell’invasione delle locuste. Oggi andiamo invece in Madagascar dove, ancora una volta nel silenzio generale, un’alluvione ha duramente colpito il Nord-Ovest dell’isola, lasciando dietro di sé morti e danni ingenti.

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Una foto pubblicata dal governo del Madagascar

I numeri dell’alluvione in Madagascar

Per l’ennesima volta ci ritroviamo a dover comunicare il numero delle vittime. Questa volta sono 31 ma difficilmente vedremo foto profilo personalizzate su Facebook, né tanto meno dichiarazioni da parte di qualsiasi Primo Ministro del mondo occidentale. Le persone che hanno subito danni per via dell’alluvione che ha colpito il Madagascar sono circa 107.000, sparse in sei regioni del paese. Gli sfollati sono più di 16.000. Il governo locale ha dichiarato, il 24 gennaio scorso, lo Stato di Emergenza.

Alcuni dei distretti sono rimasti isolati per giorni e il calcolo dei danni deve ancora essere ultimato. “Una perturbazione che si è formata in Mozambico il 17 gennaio 2020 ha colpito il nord-ovest del Madagascar il 22 gennaio – si legge sul sito di ReliefWeb – e il numero di dispersi è sicuramente maggiore di quello dei morti. Sono stati riportati ingenti danni a diverse infrastrutture come scuole, strade e case”.

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In pericolo anche le coltivazioni

Che l’Africa sia un continente in cui, per la popolazione, non sia facile reperire cibo è risaputo ormai da diverso tempo. Ma negli tempi, con l’avanzare degli effetti degli effetti del cambiamento climatico, sta diventando una missione particolarmente ardua, se non impossibile. Periodi di grave siccità si succedono a piogge torrenziali e alluvioni, con tutti i danni del caso.

Ad essere colpiti in prima persona in questo caso sono stati i coltivatori di riso del Madagascar che hanno visto i propri raccolti sparire sotto i colpi dell’alluvione. La sicurezza alimentare del paese, almeno per i prossimi mesi, è dunque a rischio. Proprio come nei paesi affetti dalla piaga delle locuste. Proprio come nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Australia e Brasile sì, Kenya e Madagascar no

Se per alcuni disastri ambientali, per lo meno da quando è entrata in scena Greta Thunberg, si inizia a vedere un minimo di risposta da parte dei media, quando si tratta di Africa tutto sembra tacere. Fino a quando a bruciare sono l’Australia o il Brasile se ne può discutere, per lo più indignandosi con i presunti responsabili. Ma quando ad essere colpite sono le zone più povere del mondo entra in gioco un’omertà generale che i più maliziosi potrebbero anche definire consapevole.

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Quest’estate, mentre l’Amazzonia guadagnava un ruolo di primo piano tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica, l’Africa era devastata da incendi che coprivano un’area addirittura maggiore rispetto a quella rilevata in Sud America. Mentre l’Australia bruciava, e tutti condividevano via social foto di koala ustionati, lo stesso fenomeno atmosferico, causato dai cambiamenti climatici e responsabile di aver inasprito la potenza degli incendi del New South Wales, stava causando alluvioni di portata apocalittica nell’Africa Orientale lasciando dietro di sé morti e distruzione e, allo stesso tempo, mettendo le basi per il proliferare delle locuste che stanno divorando la parte orientale del continente.

Il silenzio dei media sull’alluvione del Madagascar

Risulta ormai evidente come la crisi climatica sia trattata in modo palesemente iniquo da parte dei media. Se infatti da un lato questo tipo di notizie vengono spesso relegate come appartenenti ad un segmento di nicchia, dall’altro c’è anche una disparità di trattamento “interna” tra disastri ambientali, in virtù dell’importanza del ruolo che il paese colpito ricopre nei giochi di potere internazionali.

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Va precisato come questo ragionamento sia valevole non solo per stragi e notizie negative ma anche per quelle positive come poteva essere, ad esempio, quella dello stanziamento da parte dell’UE di 1.000 miliardi di euro per far fronte alla crisi climatica; una news che alcune delle testate di caratura nazionale, specialmente quelle di stampo negazionista, non ha neanche riportato. Il giorno in cui notizie di questo tipo riempiranno le prime pagine dei giornali non sono vicini ma forse, grazie soprattutto ai movimenti ambientalisti che stanno guadagnando forza ogni giorno che passa, neanche troppo lontani. Speriamo solo che quel giorno non arrivi troppo tardi.

Le locuste che stanno “mangiando” il Corno d’Africa

No, non siamo in un’interpretazione cinematografica della Bibbia e le immagini che arrivano dall’Africa orientale non raffigurano le piaghe d’Egitto. Ciò che sta letteralmente devastando Kenya, Etiopia e Somalia (qui lie immagini) è reale: un’invasione di locuste di dimensioni apocalittiche sta distruggendo tutti i raccolti che trova per la sua strada e mettendo a forte rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. E la situazione è destinata a peggiorare.

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I numeri dell’invasione delle locuste in Africa

Iniziamo subito dai numeri. In Kenya una tale invasione di locuste non si vedeva da 70 anni. In Somalia ed Etiopia da 25. Si tratta, per intendersi, di una delle peggiori catastrofi che possa colpire una popolazione, soprattutto in una regione in cui la scarsità di cibo è un problema già conclamato. Questi insetti, a differenza di altri, sono migratori e sono in grado di percorrere anche 150 chilometri al giorno. Ciò che lasciano dietro di loro è desolazione allo stato puro. Si nutrono praticamente di qualsiasi tipo di vegetale, foraggio destinato agli allevamenti compreso.

Le dimensioni degli sciami sono variabili. I più piccoli misurano circa 1 chilometro quadrato e possono contare su numero di elementi che varia dai 40 agli 80 milioni. I più grandi, invece, possono misurare anche centinaia di chilometri quadrati; più o meno quanto la superficie di una grande città. Una locusta ha bisogno di circa 2 grammi di cibo al giorno, l’equivalente del suo peso. Da questi dati ne deriva che uno sciame di dimensioni normali, come ad esempio può essere uno che conta 150 milioni di esemplari, è in grado di mangiare l’equivalente di cibo che altrimenti servirebbe a sfamare 35.000 persone. In un giorno. Non ogni settimana o ogni mese. Ogni giorno. La già precaria sicurezza alimentare delle popolazioni colpite è a rischio come non mai.

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Le cause che hanno portate le locuste fino al Corno d’Africa

Ma com’è possibile collegare un’invasione di locuste ai cambiamenti climatici? In realtà è piuttosto facile. La regione interessata, ovvero quella dell’Africa Nord Orientale, ha subito negli ultimi mesi del 2019 diverse alluvioni ed inondazioni. Questi eventi meteorologici estremi sono riconducibili alla medesima causa che ha portato ad altre due catastrofi ambientali che vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane, ovvero gli incendi Australiani e le alluvioni Indonesiane. Stiamo parlando di un anomalo ed eccessivo spostamento del Dipolo dell’Oceano Indiano, uno dei massimi sistemi climatici del pianeta (qui sotto un breve video in cui se ne parla), durante la sua fase positiva.

Gli effetti di questa anomalia sono stati a dir poco devastanti. Una lunga serie di alluvioni ed inondazioni ha colpito proprio le regioni dell’Africa in cui oggi stanno proliferando le locuste, mettendo in ginocchio le popolazioni locali che, quindi, erano già in grave difficoltà ben prima dell’arrivo degli insetti. Queste forti piogge hanno permesso alla vegetazione locale di proliferare andando a creare delle condizioni a dir poco ideali per le locuste che, a seguito di una delle loro migrazioni dallo Yemen, dopo aver attraversato il Mar Rosso hanno trovato quello che per loro era di fatto un vero e proprio paradiso terrestre. Oltre all’alta disponibilità di cibo, infatti, le condizioni climatiche ideali per le locuste sono alte temperature abbinate ad un alto tasso di precipitazioni.

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I pesticidi su larga scala come unica soluzione

Immediata la risposta della FAO che, sul suo sito, spiega così la criticità della situazione: “La velocità della diffusione dei parassiti e la dimensione delle infestazioni sono così oltre la norma che hanno portato al limite le capacità delle autorità locali e nazionali”. Ma una delle minacce più grandi giace nella grande capacità di riproduzione di questi insetti. Gli sciami hanno infatti già depositato le loro uova e nei prossimi mesi nelle aree interessate sarà tempo della stagione delle piogge. Ciò significa che la vegetazione riprenderà a crescere fornendo ulteriore cibo, non solo alle locuste già oggi presenti ma anche a tutte le nuove generazioni. Nella peggiore delle ipotesi, secondo l’ONU, il numero di esemplari potrebbe aumentare di 500 volte entro giugno.

Come se non bastasse i mezzi che le istituzioni locali hanno a disposizione per combattere questa piaga sono a dir poco ridotti. Il metodo migliore, probabilmente l’unico, per arrestare quest’invasione è, purtroppo, l’utilizzo di pesticidi su larghissima scala. I mezzi a disposizione dei governi dei paesi interessati sono ampiamente inadatti a combattere una crisi di tale portata. Le Nazioni Unite hanno già messo a disposizione circa 10 milioni di dollari ma ne serviranno sicuramente molti altri. Qualora non venissero fermati in tempo gli sciami potrebbero infatti a breve raggiungere anche i limitrofi territori di Uganda e, ancora peggio, Sud Sudan dove si è da poco conclusa una guerra civile da cui la popolazione non si è ancora ripresa.

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L’Africa è il continente che più soffrirà le conseguenze dei cambiamenti climatici, nonostante il suo contributo storico in termini di emissioni sia quasi ininfluente, se paragonato ai paesi più sviluppati. L’inasprirsi della crisi climatica avrà come effetto quello di allargare sempre maggiormente il gap che già separa gli Stati africani dal resto del mondo sotto svariati punti di vista. Un circolo vizioso profondamente ingiusto e fin troppo ignorato dai paesi del “primo mondo”. La congiunzione indissolubile tra crisi climatica e giustizia sociale è sempre più evidente. E l’effetto boomerang è dietro l’angolo.

Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione

In materia ambientale, tutti parlano del punto di non ritorno. Anche il titolo del film di Leonardo di Caprio è stato tradotto così: “Il punto di non ritorno”, mentre nella versione originale si intitolava Before the flood. Sono parole sempre più utilizzate, che descrivono la crisi climatica per quello che è: un processo che anno dopo anno sta diventando irreversibile. Ma come si fa a misurare il punto di non ritorno? Come fanno gli scienziati a stabilire che esiste un punto in cui il sistema terrestre smetterà definitivamente di avere un equilibrio? Abbiamo veramente solo otto anni per salvare il pianeta?

I fatti inconfutabili sulla crisi climatica

Partiamo dalle certezze. La temperatura terrestre si è alzata di un grado a livello globale rispetto ai livelli preindustriali, di cui 0.8 soltanto negli ultimi 40 anni. La NASA attesta che la maggior parte delle ricerche riconduce questo innalzamento al fattore umano. Si parla di sesta estinzione di massa perché la biodiversità ha subito perdite catastrofiche, sempre nell’arco di pochi decenni. Soltanto con gli incendi in Australia degli ultimi mesi, si è stimata una riduzione della popolazione dei koala del 30%.

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Questo è quello che è successo fino ad oggi. Certezze. Fatti. Solo pochi pazzi possono mettere in discussione questi dati. Il dibattito diventa più complicato quando si parla del futuro. Cosa succederà negli anni a venire? Gli scenari variano dalle stime più ottimistiche, che si augurano di rimanere entro la soglia di 1.5 o 2 gradi, a quelle più catastrofiche, nelle quali si prevede un aumento di temperatura fino a 4.6 entro fine secolo. Il nuovo rapporto UNEP ci offre delle cattive e delle buone notizie a questo riguardo.

La “buona notizia” è che lo scenario più pessimistico sembra ora molto più improbabile: grazie alle politiche ambientali adottate negli ultimi dieci anni e al crollo di prezzi delle energie pulite, lo scenario di 4.6 gradi è diventato “considerevolmente meno probabile”. Al momento saremmo quindi sulla strada di 3.2 gradi entro fine secolo. Non vi sembra una buona notizia? Non lo è infatti, perché aumentare di altri due gradi la temperatura media globale porterebbe a conseguenze inimmaginabili. E se questa viene venduta come “buona notizia”, qual è la cattiva?

Il punto di non ritorno: il budget di carbonio e i confini planetari

Il nuovo rapporto UNEP mette in guardia su come sia praticamente impossibile rimanere entro la soglia di 1.5 gradi. Il limite di 1.5 era stato adottato dall’IPCC nel 2018, rivedendo al ribasso le stime di qualche anno prima perché considerate troppo ottimistiche. Da quel rapporto era nata la famosa frase: “Abbiamo 10 anni per salvare il pianeta”. Seguendo i calcoli del nuovo rapporto UNEP, gli anni si sarebbero ridotti a 8. Avremmo cioè solamente otto anni con un budget di emissioni pari a quelle attuali per raggiungere una temperatura media globale di 1.5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali. Che siano dieci o otto, il tempo a nostra disposizione è di fatto un battito di ciglio paragonato alla vita della Terra, iniziata più di tre miliardi di anni fa.

Esistono anche altri modelli per calcolare il punto di non ritorno. Fra quelli più utilizzati, ci sono certamente i “confini planetari” (planetary boundaries) di Johan Rockstrom. Il gruppo dello Stockholm Resilience Centre da lui guidato cercò di individuare i principali settori dell’equilibrio terrestre e di stabilire uno “spazio operativo sicuro” oltre il quale si avrebbero conseguenze catastrofiche. Al momento della sua elaborazione nel 2009, tre settori su nove risultavano già oltre la soglia: il cambiamento climatico (inteso nel senso stretto di effetto serra e aumento della temperatura), il ciclo dell’azoto e del fosforo e la perdita di biodiversità.

La perdita di biodiversità

Il modello dei confini planetari ci offre una visione innovativa rispetto al calcolo di budget di carbonio: infatti, questo modello sottolinea come l’effetto serra, e il conseguente aumento di temperatura, sia solo uno spicchio di un sistema molto più complesso. Per esempio, dallo schema dei confini planetari si evince che attualmente il problema più grave consiste nella perdita di biodiversità (recentemente rinominata “integrità della biosfera”). È quindi la perdita di biodiversità che ci porterà al “punto di non ritorno”?

Rockstrom stesso ha rigettato il concetto di “punto di non ritorno”, ammettendo che è praticamente impossibile stabilire come e quando il mondo cesserà di avere un equilibrio. Egli sostiene però che, con i livelli attuali di perdita di biodiversità, rischiamo di avvicinarci “ad un punto critico”: “la composizione degli alberi, delle piante, dei microbi nel suolo, del fitoplancton negli oceani, dei grandi predatori negli ecosistemi…tutto questo costituisce uno dei fattori fondamentali che contribuiscono a regolare lo stato del pianeta”.

A cosa serve parlare del punto di non ritorno?

Non mancano anche in questo caso le critiche. Il ricercatore José Montoya sostiene per esempio che il modello dei confini planetari stia facendo più male che bene al fine di salvare il pianeta. Nella sua opinione, indicare dei livelli di irreversibilità dà l’impressione che ancora sia concesso emettere e danneggiare il sistema Terra, fintanto che non superiamo il limite. Quindi, il modello dei confini planetari promuoverebbe un atteggiamento “business-as-usual”, distraendoci dall’attuare azioni che sono urgentemente necessarie.

Il dibattito rimane aperto. Così come gli scenari sul futuro prossimo verranno nuovamente rivisitati e aggiornati. Resta un quesito che va oltre le dispute accademiche e che riguarda tutti noi: parlare del punto di non ritorno ci aiuta a passare all’azione? Infatti, se continuiamo a parlare del tempo che abbiamo a disposizione, rischiamo di finire sul serio il tempo che abbiamo a disposizione. Il modo in cui discutiamo della crisi climatica è cruciale: il messaggio chiave che dovrebbe passare non è tanto quando e come il mondo finirà, bensì quando e come iniziamo ad agire.

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Ciò che serve è passare all’azione

Il presente che abbiamo davanti agli occhi è già una prova inconfutabile che l’equilibrio terrestre si sta deteriorando. Fare ipotesi sul futuro è compito degli scienziati. La politica e l’opinione pubblica dovrebbero consultare questi scenari solo al fine di passare immediatamente all’azione nel presente. Altrimenti finiremo come nella famosa immagine di Cordal: con l’acqua fino al collo, a dibattere di ipotesi che sono già realtà, senza avere più tempo per agire.

Credit: Cordal, “Follow the leaders,” Berlin, Germany, April 2011

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Alluvione in Indonesia: almeno 60 morti

Non è la prima volta che accade e, purtroppo, non sarà l’ultima. Jakarta, la capitale dell’Indonesia, è stata colpita dall’ennesima alluvione. Il conteggio dei morti è già salito a 60 ma potrebbe ancora aumentare. Le piogge torrenziali hanno colpito la regione alla vigilia di Capodanno e, solamente in questi giorni, la situazione è tornata parzialmente sotto controllo. Le autorità locali hanno descritto gli eventi come un qualcosa di “una violenza straordinaria”.

Il nostro videoriassunto

L’Indonesia conta i danni dell’alluvione

La situazione della capitale indonesiana è sotto la lente d’ingrandimento già da diverso tempo, tanto da spingere il proprio Presidente Joko Widodo ad annunciare, pochi mesi fa, che a partire dal 2024 costruirà una nuova capitale nella regione del Kalimantan. Jakarta, oltre ad avere una posizione geografica che la rende particolarmente vulnerabile agli effetti dei cambiamenti climatici, sta anche lentamente sprofondando. Con la prospettiva di un innalzamento del livello dei mari, la città ha dunque un destino già in parte segnato. I quartieri colpiti dall’ultimo disastro ambientale sono 182. Il numero di persone sfollate è di circa 400.000. I danni causati ai cittadini sono incalcolabili.

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Sebbene si possa dire che, in generale, la regione in questione sia da sempre soggetta ad alluvioni, soprattutto nel periodo dei monsoni, l’inasprimento della crisi climatica ha contribuito, e continuerà a farlo in maniera sempre più incisiva, a un aumento nell’intensità e nella frequenza di eventi di questo tipo. A tutte queste problematiche vanno aggiunti i problemi legati all’eccessivo sviluppo della città che è ormai diventata una megalopoli da 30 milioni di abitanti.

Gli abitanti dell’Indonesia che combattono l’alluvione

In un articolo pubblicato nei primi giorni del nuovo anno, il Guardian ha raccolto una serie di testimonianze degli abitanti colpiti dalla catastrofe. Gugun Muhammad, un operatore sociale, ha affermato che “quest’alluvione è la peggiore dell’ultimo decennio”. Le persone sono state costrette a spostarsi con le barche. I cittadini che hanno provato a tornare nelle proprie case, rimasti per giorni senza cibo ed acqua, hanno trovato le strade ancora colme di fango e detriti. Le abitazioni distrutte sono circa 2.000. Il tempo necessario affinché la situazione torni alla normalità è difficile da prevedere, complice la continuazione della stagione delle piogge che potrebbe protrarsi fino ad aprile.

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Una causa comune: il dipolo dell’Oceano Indiano

Ciò che sta accadendo in Indonesia altro non è che il frutto di decenni di inazione verso le cause del cambiamento climatico. Proprio come lo sono i roghi australiani, di cui vi abbiamo precedentemente parlato, e le inondazioni che stanno devastando il corno d’Africa, dove almeno 250 persone hanno perso la vita e altre 2,5 milioni hanno visto le proprie case e strade completamente sommerse dall’acqua. La responsabilità di tutto ciò è attribuibile ad uno dei massimi sistemi climatici del pianeta. Il Dipolo dell’Oceano Indiano (IOD) è infatti quest’anno in fase “positiva” ed ha raggiunto livelli che non si verificavano da circa sei decenni.

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Andamento IOD dal 1999 al 2019

Questo evento eccezionale ha portato a livelli estremi la siccità australiana e, allo stesso tempo, ha reso possibile l’accumulo di potentissime piogge record sulla regione del Corno d’Africa. Dopo avere anche influenzato il monsone che ha colpito proprio l’Indonesia, rendendolo particolarmente potente, ora l’IOD è tornato neutrale ma la frequenza con cui questo avvenimento potrà riverificarsi è destinata ad aumentare di pari passo con l’inasprimento della crisi climatica. Il tempo scorre. Gli abitanti delle regioni più vulnerabili del pianeta stanno iniziando a pagare il conto e il loro futuro è, almeno in parte, già segnato.

Che cos’è l’IOD?

The turning point: il nuovo video a tema ambientale di Steve Cutts (VIDEO)

Il celebre illustratore ed animatore britannico ha pubblicato, il primo gennaio 2020, un nuovo lavoro in cui ribalta il rapporto tra uomo e natura. Grazie ad un magistrale capovolgimento di prospettive Steve Cutts aggiunge al suo portfolio un lavoro che rappresenta una critica aspra e diretta verso la società, rea di aver sacrificato il benessere del pianeta all’altare del capitalismo e del denaro, intitolato “The Turning Point”.

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Il video di Steve Cutts

The Turning Point, l’ultimo mini film di Steve Cutts

Non è la prima volta che Cutts pubblica delle animazioni che suscitano una riflessione sull’ormai innaturale rapporto che si è creato tra uomo e natura. Più in generale si può dire che abbini al proprio messaggio ambientalista una più generale critica verso la società tutta. Tra i suoi lavori più conosciuti ricordiamo i celebri MAN (più di 36 milioni di visualizzazioni su Youtube) e Happiness (14 milioni) con il quale ha vinto il Webby Award del 2018 per la categoria animazione. L’illustratore inglese si dedica anche alla creazione delle più classiche vignette da giornale, sempre pungenti e sulla stessa lunghezza d’onda dei suoi mini film, soprattutto per quanto riguarda il messaggio in esse contenuto. Oltre al suo lavoro da “solista”, che ha visto i suoi video essere trasmessi in diverse celebri trasmissioni anglofone, Steve Cutts ha anche collaborato con nomi del calibro di UNESCO e The Gaia Foundation.

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Man: il video da 34 milioni di visualizzazioni

Le illustrazioni sono visibili sul suo blog e alcune di esse sono anche acquistabili tramite il suo account personale su Society6. Un elemento ricorrente all’interno di questi lavori è la presenza di Donald Trump che, come sappiamo, è più che noto per le proprie posizioni negazioniste, fungendo così perfettamente da esempio per indicare tutta quella parte di società che si è piegata alla velenosa logica del consumismo e del capitalismo.

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“©” Copyright : Steve Cutts

Australia, incendio favorisce estinzione animali

australia incendio

Li posso già sentire, i commenti astiosi di chi dice sia più doveroso e rispettoso pensare agli esseri umani, invece che agli animali. Agli esseri umani che hanno perso la casa, il terreno, magari anche qualche familiare durante il devastante incendio che sta colpendo l’Australia dal luglio dello scorso anno. Questi commentatori, che sono mossi, non lo metto in dubbio, da una vicinanza emotiva alla popolazione australiana, credono che la minaccia alla biodiversità sia un problema secondario.

Il cerchio della vita

L’errore madornale che l’umanità ha compiuto sin dall’antichità, però, sta proprio qui. Nel considerare l’uomo non parte di quella stessa biodiversità, bensì un essere superiore, speciale, al centro del cerchio, non parte di esso. La biodiversità consiste nella varietà di esseri viventi che popolano la terra. E in quella varietà ci siamo anche noi. Siamo all’interno di questa catena e proprio grazie ad essa la nostra specie riesce a sopravvivere.

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Come si legge sul sito del Wwf, la biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza della società umana e di tutte le altre specie che abitano il nostro Pianeta. Se quindi una o più parti della catena viene a mancare, anche la specie umana ne risentirà, e le famiglie con cui empatizzare per la perdita dei propri cari saranno purtroppo molte di più.

La minaccia all’ecosistema australiano

L’Australia e le sue foreste sono tra i luoghi più ricchi di biodiversità del Pianeta. Il continente infatti contiene 244 specie selvatiche che non si trovano da nessun’altra parte del mondo. Molte di queste, però, sono molto delicate e in quanto tali già a rischio estinzione. Chris Dickman, ecologista dell’Università di Sydney, ha affermato che 34 specie e sottospecie di mammiferi australiani sono scomparsi negli ultimi 200 anni, rappresentando il più alto tasso di estinzione di qualunque regione nel mondo.

Gli incendi anomali degli ultimi mesi stanno quindi colpendo un’area già molto fragile. Qualcuno potrebbe ribattere che in Australia non sono affatto anomali durante la stagione estiva. In realtà, però, lo sono. Non in quanto rari, bensì per la loro portata e la loro durata. Come si legge sull’Economist di solito il periodo caratterizzato dai roghi comincia in ottobre, a metà della primavera australiana, mentre nel 2019 gli incendi sono iniziati già a luglio.

Le vittime dell’incendio in Australia

Nelle scorse settimane in Australia si sono registrate le temperature più alte mai documentate, con una media di 41,9 gradi centigradi. Questo fenomeno può non causare direttamente gli incendi, che sono spesso dolosi. E’ causa però di una grave siccità cominciata in Australia Orientale tre anni fa che ha creato una grande quantità di materiale secco molto infiammabile. La portata del recente incendio in Australia, inoltre, è stata la più devastante della storia del paese. Dall’inizio dei roghi, infatti, circa 5,8 milioni di ettari di terra è stato bruciato, mentre gli incendi che avevano devastato l’area di Canberra nel 2003 avevano incenerito meno di 4 milioni di ettari.

Otre alle venti vittime e le migliaia di case distrutte, secondo il Wwf sono circa mezzo miliardo gli animali che hanno perso la vita durante l’incendio in Australia. L’ecologista Dickman ha infatti affermato che 480 milioni di animali sono stati uccisi solo nel Nuovo Galles del Sud. In questo calcolo sono stati inclusi mammiferi, uccelli e rettili, in mancanza dei quali l’ecosistema perde un grande parte dei suoi ingranaggi. Per esempio, gli animali nativi bandicoot e poteroo aiutano a spostare le spore fungine che garantiscono una ricrescita della vegetazione dopo gli incendi. “Se quegli animali muoiono – dice Dickman, quel “servizio ecologico” muore con loro”.

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Koala e altri animali in pericolo per l’incendio in Australia

Un altro dato importante è la morte di 8000 koala, animale simbolo dell’Australia già a rischio estinzione. Rimanevano infatti in tutto solo 28 mila esemplari e soltanto in questi ultimi giorni quasi un terzo dell’intera popolazione è stato carbonizzato. La causa è anche il fatto che questi animali non sono abbastanza grandi e agili per poter scappare velocemente dalle fiamme.

Kangaroo Island, nel sud dell’Australia, è caratterizzata da una rara popolazione di piccoli marsupiali chiamati dunnart. Il ricercatore Pat Hodgens aveva installato delle telecamere per scattare loro delle foto e studiarli. L’isola, però è stata duramente colpita dagli incendi. Da dicembre due persone sono morte e il fuoco ha distrutto 100 mila ettari di foresta, oltre che aver carbonizzato tutte le telecamere di Hodgens. E probabimente, insieme a quelle, anche molti dei dunnart dell’isola.

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Australia, incendio causa morti silenziose

La vera perdita di vita animale è però sicuramente molto più alta di 480 milioni. Questo numero, infatti, non include tutti gli insetti, i pipistrelli e le rane, anch’essi essenziali per il cerchio della vita. Gli uccelli, infatti si nutrono di insetti invertebrati che la mancanza di pioggia e ovviamente il fuoco si sono portati via.

Ad essere in forte pericolo sono anche le rane della foresta pluviale del Gondwana, in particolare la rana a marsupio. Questa specie ha bisogno della lettiera umida per sopravvivere e non tollera il fuoco. Per questo si teme che gli incendi abbiano causato una mortalità di massa, tanto che ci si chiede se sarà necessario riclassificare questa specie di rane da “vulnerabili” a “in via di estinzione”.

Il professor Richard Kingsford, direttore della University of New South Wales Centre for Ecosystem Science, ha efficacemente sottolineato che “noi non vediamo questi animali più piccoli venire inceneriti. Ci sono in corso migliaia di morti silenziose“.

Gli alberi, esseri viventi loro stessi

Tra queste morti silenziose non bisogna dimenticare gli alberi stessi, habitat di molti animali, fonte di ossigeno ed esseri viventi loro stessi. Nelle Blue Mountains, tra novembre e dicembre gli incendi hanno incenerito il 50% delle riserve dove vivono specie di alberi altamente minacciate di estinzione e considerate quasi “fossili viventi”, poiché in vita da milioni di anni. E’ andato perso anche il 48% delle famose Gondwana reserves, foreste pluviali che esistono dal tempo dei dinosauri. Sono sopravvissute proprio perché sono state raramente toccate dagli incendi. Maurizio Rossetto, un ecologo evoluzionista del Royal Botanic Garden di Sydney, ha fatto notare che «molti di questi alberi hanno una corteccia sottile che non fornisce loro protezione contro il fuoco»

Ci saranno perdite anche dopo l’incendio

Il professor David Lindenmayer dell’Australian National University ha affermato che il mezzo miliardo di animali uccisi direttamente dal fuoco è soltanto l’inizio. “Il grosso problema è che, dopo l’incendio, molti animali hanno perso il loro habitat e non hanno un posto dove nutrirsi o ripararsi”. Il professor Kingsford ha affermato che gli incendi priveranno molte specie di uccelli degli alberi. Questi sono per loro fonte di nutrimento, poiché ospitano invertebrati e producono frutti, e permettono loro di nidificare e, quindi, di riprodursi.

Come si legge sul Guardian, i mammiferi che sono riusciti a scappare, una volta tornati non troveranno altro che un paesaggio aperto, senza nessun riparo. Una vera e propria “arena di caccia” per volpi e gatti selvatici, che così li decimeranno. “I vombati, che possono sopravvivere al fuoco più dei koala in quanto sono animali sotterranei, non troveranno più cibo in una terra totalmente bruciata” ha detto alla BBC il professor John Woinarski, dell’Università Charles Darwin.

Eventi (quasi) paragonabili all’estinzione dei dinosauri

Mike Lee, professore di biologia evoluzionistica alla Flinders University, ha paragonato i recenti incendi in Australia alla caduta catastrofica del meteorite che portò all’estinzione dei dinosauri e alla quasi totale sparizione della vita sulla terra. L’impatto di quell’evento infatti portò all’estinzione del 75% delle specie viventi. La causa è stata, in primo luogo, una anomalia nelle temperature, che al tempo erano più basse rispetto alla media. E’ stato chiamato “l’inverno nucleare”, poiché piccole particelle lanciate nell’atmostera dopo l’esplosione hanno bloccato la luce del sole per anni. La lunga e fredda oscurità che ne seguì ha ucciso quasi tutti gli ecosistemi, dalle piante e i fitoplankton fino agli essere viventi più complessi.

Recenti ricerche hanno poi mostrato come anche una serie di enormi incendi hanno potuto causare questa estinzione di massa. L’asteroide, infatti, ha rilasciato detriti infiammati in tutta l’atmosfera, e la maggior parte delle foreste hanno quindi preso fuoco.

Australia, incendio ma non solo

Alcuni scienziati, comunque, hanno sottolineato come non sia stato non solo il fuoco, ma una serie di eventi concatenati a causare la morte di quasi tutti gli esseri viventi. Ma questo non deve consolarci, perché sembra quasi quello che sta succedendo adesso. Gli incendi infatti aggravano la situazione in cui già si trova la terra in questi anni.

Il nostro pianeta ha già perso metà della sua copertura forestale a causa degli umani. Le foreste rimaste, poi, sono costantemente minacciate da un cocktail antropogenico di deforestazione forzata, utilizzo non sostenibile del suolo, specie selvatiche invasive. Anche altri ecosistemi, poi, sono in pericolo, come gli oceani, i mari e i fiumi che si inquinano e acidificano. I ghiacciai si sciolgono e l’atmosfera è inquinata. Gli animali vengono cacciati per seguire le mode o una dieta non sostenibile. Gli esseri umani proliferano senza controllo e con loro tanti inutili bisogni.

Leggi anche: “Gli oceani si sono ammalati”

Mike Lee conclude il suo articolo dicendo che, dopo l’estinzione dei dinosauri, ci sono voluti milioni di anni di rigenerazione ed evoluzione poiché la biosfera del nostro pianeta prendesse nuova vita. E noi in pochissimi anni stiamo carbonizzando intere ere geologiche durante le quali la catena della vita si è faticosamente ma meravigliosamente formata.

L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro

l'Australia brucia

L’Australia brucia e il fuoco non accenna a fermarsi. La situazione è talmente allarmante che è stata definita “una bomba atomica”. Nonostante i tentativi di chi prova a isolare gli incendi australiani come se fossero un fenomeno eccezionale, è ormai certo che la causa principale sia il cambiamento climatico. Tutto questo accade mentre in Occidente si discute di un’ipotetica terza guerra mondiale; non di bombe metaforiche, ma di veri e propri arsenali: “nuove e bellissime attrezzature” pronte ad essere usate “senza esitazione”, ha twittato ieri Trump. Questa concomitanza di eventi ci dimostra che nel 2020 non abbiamo ancora imparato niente, ci mette di fronte alla vulnerabilità dell’uomo e ci ricorda tristemente che siamo una società dipendente dalle fonti non rinnovabili.

L’Australia brucia per il cambiamento climatico?

Le stime degli incendi in Australia sono per ora approssimative, ma le maggiori testate riportano dati allarmanti. “Brucia un’area grande come il Belgio”, recitava il Corriere Della Sera ancora prima di Natale. E ancora, per Il Post si tratterebbe di “un’area grande come Piemonte e Lombardia insieme”. Trasformando questi paragoni in numeri, l’area interessata dagli incendi corrisponde a 50mila chilometri quadrati. 500 milioni di animali sono rimasti uccisi, 24 il numero delle vittime per ora accertate; numerosissimi i dispersi e migliaia le famiglie sfollate perché le loro case sono state spazzate via dalle fiamme. Uno dei video più impressionanti ritrae gli scaffali dei supermercati completamente vuoti, dato che anche i beni primari stanno iniziando a scarseggiare.

Il fenomeno degli incendi in Australia non è nuovo, l’Australia brucia ogni anno, ma mai con questa intensità. Infatti, la stagione della siccità, e quindi del rischio incendi, inizia abitualmente ad ottobre, ovvero a fine primavera nell’emisfero australe. Nel 2019 i roghi sono invece apparsi già a luglio, a causa di una siccità estrema che persiste da ben tre anni. Le temperature hanno raggiunto picchi mai registrati in precedenza: 48,9 gradi a Sidney e 44 a Camberra. Esattamente come per l’Amazzonia ad agosto, le immagini rosse di fuoco stanno facendo il giro del web e l’hashtag #PrayforAustralia è fra i primi su Twitter.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia”

Gli incendi e il negazionismo climatico

Non mancano però i negazionisti, quelli che provano ad isolare il fenomeno dicendo che il cambiamento climatico non ha nulla a che fare con questi roghi. E potremmo finirla qua, dato che i negazionisti rappresentano solo l’1% della popolazione mondiale. Purtroppo però in quell’1% risulta anche il primo ministro australiano Scott Morrison, il quale ha aspettato settimane e mesi prima di dichiarare lo stato di emergenza e mobilitare l’esercito. Da sempre difensore dell’industria del carbone (che in Australia alimenta quasi due terzi dell’elettricità e rappresenta il secondo prodotto esportato), Morrison tre anni fa aveva addirittura portato un pezzo di carbone in Parlamento: “non abbiate paura” disse in modo provocatorio verso gli australiani progressisti che da tempo si battono per una transizione energetica verso fonti rinnovabili.

A novembre 2019 il primo ministro australiano ha inoltre dichiarato che non esiste evidenza scientifica che leghi le emissioni del carbone con l’aumento degli incendi in Australia. Le critiche hanno raggiunto l’apice quando, in piena crisi di incendi, Morrison ha lasciato il paese per festeggiare il Natale con la famiglia alle Hawaii. Numerosi connazionali hanno espresso il proprio disappunto, anche tramite forme artistiche come quella qui riportata.

L’Australia brucia ma i leader mondiali guardano altrove

Noi occidentali non possiamo permetterci di deriderlo, perché più o meno implicitamente i politici che abbiamo in casa stanno facendo lo stesso gioco. Difatti altri due hashtag molto popolari su Twitter in queste ore sono #WWIII (World War III) e #IranUsa. L’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano dell’esercito americano ha inaugurato l’anno con un clima di alta tensione che molti paragonano agli esordi dei due conflitti mondiali del ventesimo secolo. Queste due escalation di eventi, gli inarrestabili incendi in Australia e il fumo dei raid aerei in Medio Oriente, sono così distanti sulla carta geografica ma così vicini concettualmente se si guarda all’azione politica che sta dietro a queste scellerate decisioni. Il carbone nelle mani del premier australiano e la guerra per il petrolio ci riconducono alla stessa amara verità: siamo una società fondata sulle energie non rinnovabili.

Il Medio Oriente rappresenta il cardine di una civiltà mondiale che da 150 anni basa il proprio modello di sviluppo sull’estrazione di petrolio. Un terzo della produzione mondiale di petrolio al mondo proviene da quella zona; anche gli Stati Uniti, sebbene ora risultino primi produttori di greggio al mondo grazie alle politiche favorevoli di Trump, sono dipendenti dalle importazioni del Golfo Persico (nel 2018, hanno importato 1,4 milioni di barili al giorno). Per quanto riguarda l’Italia, nel 2019 ha importato il 29% del petrolio da Iraq e Arabia Saudita. Il nostro paese ha forti interessi anche nella sponda meridionale del Mediterraneo: le nuove instabilità in Libia hanno infatti creato un forte dibattito fra i leader italiani.

Leggi il nostro articolo: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento”

Il cambiamento climatico richiede una transizione rapida e coraggiosa

Il cambiamento climatico è il prodotto di queste interazioni, della corsa all’oro nero, unito a gas e carbone, che nessuno ha il coraggio di fermare. Una parte della Terra brucia per le troppe emissioni e il resto del pianeta continua a farsi guerra per accaparrarsi nuove materie prime che rendano questo mondo ancora più invivibile. Non basta pregare sui social se continuiamo a scegliere di essere rappresentati da politici che fissano le proprie strategie nel breve termine e dentro i propri confini, per poi andare a derubare chi sta di là dal muro.

Non possiamo più permetterci di avere leader che si vantano di spendere trillioni nella difesa nazionale e che allo stesso tempo presiedono il paese con il più alto tasso di emissioni storiche e pro-capite al mondo. Già a settembre un articolo del Guardian intitolava così le tensioni in Medio Oriente: “Se il mondo corresse dietro al sole, non dovrebbe combattere per il petrolio”. Quei trillioni potrebbero essere indirizzati verso la transizione verde che tutti noi stiamo aspettando, mettendo finalmente fine alla dipendenza dalle fonti non rinnovabili.

“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”. È appena iniziato il nuovo decennio, l’ultimo in cui sarà possibile fermare l’orologio del cambiamento climatico prima della completa catastrofe, dicono gli scienziati. L’Australia ci sta dando l’ennesima prova che non possiamo più continuare come abbiamo sempre fatto. Gli unici eserciti che hanno ancora ragione di esistere nel 2020 sono quelli che provano a fermare il cambiamento climatico.

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Leggi il nostro articolo: “Perchè anche la COP25 è fallita”

Sindaco di Madrid: “Donerei a Notre Dame, non all’Amazzonia”

Amazzonia

“A chi donerebbe dei soldi, alla Cattedrale di Notre Dame o all’Amazzonia?” “Alla Cattedrale di Notre Dame”. No, non e’ un estratto di un’intervista a un passante casuale, magari disinformato o non particolarmente interessato alle politiche ambientali, o alla politica in generale. Lo ha affermato il sindaco di Madrid in persona, José Luis Martínez-Almeida, durante un programma televisivo locale. E, come se non bastasse, la domanda gli e’ stata posta dai bambini i quali, dopo la sua risposta, son rimasti attoniti. Hanno infatti imemediatamente chiesto il perche’, con facce sorprese, e la risposta di Martínez-Almeida e’ stata: “perche’ e’ uno dei simboli dell’Europa, e noi siamo in Europa”.

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L’Amazzonia e’ piu’ importante di una chiesa

A redarguirlo ci ha pensato un rappresentante del Movimento Indiano d’America Mario Agreda. Lo ha infatti approcciato durante la Cop25 del 3 dicembre dicendogli: “l’Amazzonia è più importante di una chiesa. Te lo dico dal profondo del mio cuore”. E ha aggiunto: “i bambini e i giovani dovranno respirare in futuro”.

Sia la Foresta Amazzonica sia la Cattedrale di Notre Dame qust’anno hanno subito gravi danni a causa degli incendi. Gia’ questa frase, pero’, appare un po’ stridente. Non e’ possibile infatti, a causa dell’enorme differenza, mettere questi misfatti sullo stesso piano. La domanda e’ comunque legittima se posta da bambini, che non riconoscono la prospettiva dei due casi. Toccava al sindaco Martínez-Almeida far capire loro che quella domanda non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione, essendo le foreste un elemento naturale senza il quale l’intera umanita’ non esisterebbe e, quindi, nemmemo la Cattedrale di Notre Dame. Ma questo non e’ successo. Il sindaco ha dato invece loro la risposta piu’ sbagliata possibile.

Il ruolo della foresta pluviale

La Foresta Amazzonica, e le foreste in generale, sono importanti per molti e diversi motivi. Per esempio, svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dei cicli mondiali di ossigeno e carbonio. Produce infatti circa il sei percento dell’ossigeno del mondo assorbe tempestivamente grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera. Gli animali che le abitano, contribuiscono con gli avanzi di cibo, le feci, e lecarcasse a stimolare la crescita dei microbi nel suolo, che inquesto modo conservano meglio il carbonio invece di rilasciarlo nell’atmosfera. Ma quando gli alberi vengono bruciati, una grandissima quantita’ di carbonio viene rilasciata nell’atmosfera, oltre che impedire agli alberi di svolgere la loro funzione di purificare l’aria. Ricerche recenti hanno fatto notare come le grandi foreste potrebbero nei fatti emettere più anidride carbonica di quanto non stiano assorbendo.

Leggi ilnostro articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

L’inquinamento atmosferico e’ la causa principale dei cambiamenti climatici. Proprio ieri alla COP 25 si e’ parlato di quanto il riscaldamento globale incida sui problemi di salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha presentato l’indagine globale “Salute e cambiamenti climatici“. L’istituzione stima che, se le misure previste dall’accordo di Parigi fossero state attuate, si potrebbero evitare oltre un milione di decessi all’anno. Inoltre, sempre secondo l’OMS, i rischi ambientali legati ai cambiamenti climatici, causano 12 milioni di morti ogni anno e i dati stanno solo che peggiorando.

I primi dieci mesi del 2019 sono stati in media 1,1 °C più caldi rispetto ai livelli preindustriali e questo decennio e’ stato il più caldo mai registrato. Anche gli oceani del mondo hanno visto il loro picco di temperature nel 2019, almeno da quando sono iniziate le registrazioni negli anni ’50. La quantità di ghiaccio nelle regioni dell’Artico e dell’Antartico è scesa a minimi storici nell’era post-industriale. Il livello minimo di ghiaccio nell’Artico nel settembre di quest’anno e’ stato il secondo più basso mai registrato.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa

La Cop25 e le possibili soluzioni

Durante gli incontri di ieri il focus e’ stato sul modo in cui i governi possano ridurre le emissioni. Nel Programma ambientale delle Nazioni Unite si legge che le emissioni devono diminuire del 7,6% ogni anno affinche’ l’aumento della temperatura media della superifcie non superi 1,5°C , ovvero l’obiettivo ambizioso previsto dall’accordo di Parigi . Ma, se emissioni restano le stesse dei livelli attuali, il mondo si riscalderà di 3,2°C entro il 2100 – il che e’ notevolmente superiore alla temperatura con la quale andremo incontro a una catastrofe climatica.

La speranza e’ che la Cop25 sia utile. Intanto, non fosse stato per questo evento, Mario Agreda non avrebbe forse incontrato il sindaco di Madrid e quest’ultimo non avrebbe cambiato opinione. O ameno questo e’ quello che si puo’ dedurre dall’abbraccio che i due si sono scambiati dopo la loro conversazione. La Cop25, quindi, sta gia’ producendo qualche piccolo frutto.

Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia

L’Australia sta bruciando ormai da diversi giorni. Le regioni del Queensland e del New South Wales, quelle dell’area di Sidney e Brisbane, stanno assistendo inermi agli incendi più catastrofici della loro storia. I morti sono già 4, centinaia le case distrutte e pare che sia solo l’inizio. Le fiamme al momento non sono contenibili da un intervento umano e i danni saranno incalcolabili.

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“Sembra un’enorme palla di fuoco. Le fiamme più grandi che io abbia mai visto”

A pronunciare queste parole è stato Kieron Gatehouse, un giovane pompiere del villaggio di Marlee nel New South Wales: “Di solito da quella parte puoi scorgere una grande montagna. Ora è invisibile per via del fumo, ma l’altra notte le fiamme si alzavano fino a 60-70 metri sopra la sua cima”.

Una versione sottoscritta anche dal Capitano del Rural Fire Service della regione Mick Munns: “Si tratta sicuramente del peggiore incendio che mi si sia mai parato di fronte in 20 anni di lavoro. Siamo esausti. La stagione degli incendi in Australia è iniziata già da qualche tempo e i miei uomini sono già stanchissimi”. Il Premier della regione ha dichiarato lo stato di emergenza. Sono arrivati rinforzi da Canberra, Adelaide, Obart e Port Macquarie. Anche l’esercito è stato chiamato ad intervenire ma la situazione stenta a migliorare.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che stanno devastando la California”

L’impotenza dell’Australia di fronte agli incendi

I pompieri hanno invitato i cittadini residenti nelle zone limitrofe agli incendi ad abbandonare le proprie case con un messaggio che non necessita di ulteriori spiegazioni: “Non ci sono abbastanza camion per ogni casa. Se chiamate per chiedere aiuto non aspettatevi che arrivi il camion. Non aspettatevi che qualcuno bussi alla porta. Non aspettatevi una chiamata. La vostra opzione più sicura è quella di lasciare in anticipo l’abitazione”. Parole che hanno il sapore dell’impotenza dell’uomo di fronte alle conseguenze più nefaste dei cambiamenti climatici.

L’Australia sarà infatti una delle zone del mondo in cui sarà più difficile vivere. E gli incendi che la stanno devastando non sono altro che un’anticipazione di ciò che potrebbe diventare la normalità. Il paese stava affrontando già dalla scorsa estate un periodo di siccità record che ha rinsecchito la vegetazione facendola diventare terreno fertile per eventi di questo tipo. La scarsa umidità, i 37 C° e le raffiche di vento che hanno toccato i 90 km/h hanno fatto il resto. Gli incendi al momento attivi nelle regioni del New South Wales e del Queensland sono più di 60. Gli ettari a fuoco più di 1 milione.

Le immagini apocalittiche degli incendi in Australia

Le immagini che giungono dal web sono molto simili a quelle che si potrebbero vedere in un film “fantascientifico” sull’apocalisse. Il colore del cielo oscilla tra il rosso fuoco, per via delle fiamme, ed il nero, per via del fumo e della polvere. Ma in uno scenario di questo tipo c’è ancora chi pensa – o finge di farlo solo per difendere i propri errori passati e i propri interessi presenti/futuri – che i cambiamenti climatici non abbiano nulla a che fare con tutto ciò.

Leggi il nostro articolo: Venezia e i politici con l’acqua alle caviglia. L’immagine di un fallimento

In Australia si è insediato al governo, a partire dal 24 agosto 2018, Scott Morrison, leader del partito Liberale. Morrison, tanto per cambiare, non è noto al pubblico per le sua idee filoambientaliste. Sotto il suo governo è infatti stato dato il via libera per lo sfruttamento a tappeto di tutte le miniere di carbone del paese. Circa 3 anni fa il neo Primo Ministro australiano aveva portato in Parlamento proprio un pezzetto di carbone dicendo ai suoi colleghi di non esserne spaventati. Uno dei suoi più fidati consiglieri, McCormack, ha dichiarato, in piena emergenza incendi, che gli ambientalisti “hanno peggiorato la situazione di proposito” mettendo i bastoni tra le ruote alle operazioni di spegnimento degli incendi. John Barilaro, governatore della regione di Sidney, ha dichiarato in Senato, durante un dibattito sul tema, che parlare di cambiamento climatico “è una disgrazia”.

Gli interessi privati che si celano dietro tali prese di posizione sono abbastanza chiari in un paese dove il settore estrattivo è uno di quelli più redditizi, specialmente per quanto riguarda carbone, gas e uranio.

Indovinate chi l’aveva previsto?

Di fronte ad affermazioni di tale assurdità l’opposizione non ha esitato a rispondere confermando più volte l’esistenza della connessione tra gli incendi e i cambiamenti climatici. L’Australia ha da sempre una “stagione degli incendi” ma sono stati innumerevoli gli esperti ad aver affermato che quest’anno sono iniziati molto prima e che la quantità e l’intensità delle fiamme saranno sicuramente maggiori rispetto al passato. Indovinate un po’ chi aveva previsto tutto questo? Gli scienziati del clima. Ebbene sì. Anche questa volta ci hanno preso. Che novità!

Leggi il nostro articolo: L’Italia sarà la prima nel mondo ad insegnare clima nelle scuole

In un articolo del Guardian Tom Beer, che ha lavorato più di 40 anni per il CSIRO – Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation – ha raccontato di come gli sia stata commissionata una ricerca sugli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero avuto proprio sulla stagione degli incendi in Australia. I risultati e le previsioni che ne scaturirono erano ovviamente azzeccatissime. Noi continuiamo a ripeterlo e non ci stancheremo di farlo. Tutto quello a cui stiamo assistendo è stato ampiamente previsto da quasi 30 anni. Italia e Australia sono due facce della stessa medaglia, quella dei cambiamenti climatici. Per fortuna, le persone se ne stanno accorgendo. Chissà se lo faranno in tempo anche i politici e l’economia.